Vincenzo Vinciguerra

VinciguerraVincenzo Vinciguerra

Ex militante di Ordine Nuovo prima e di Avanguardia Nazionale poi, Vinciguerra fu l’ideatore e l’esecutore materiale dell’agguato di Peteano di Sagrado (GO) nel quale, la sera del 31 maggio 1972, vennero uccisi tre carabinieri. In un’epoca in cui organizzazioni della destra radicale e ampi settori dello Stato procedevano a braccetto sotto la bandiera dell’anticomunismo, il suo gesto si proponeva l’obiettivo di scardinare quell’alleanza che ai suoi occhi appariva come il tradimento, da parte dell’ambiente di cui faceva parte, dell’ideale fascista.
Gli organi inquirenti, proprio perché non emergessero l’organicità e la sistematicità di questi rapporti, decisero di indirizzare le indagini altrove. Ne fecero le spese dei cittadini innocenti, accusati della strage sulla base di prove fasulle e infine assolti dopo un lunghissimo ed estenuante iter giudiziario.
Vinciguerra si trovò così ad essere protetto da quello stesso Stato che si proponeva di colpire. Poté infatti avvalersi, durante la successiva latitanza all’estero, dell’appoggio logistico fornito dalle strutture di intelligence (non solo italiane) a molti altri esponenti del terrorismo neofascista mentre, in patria, gli apparati si attivavano per depistare le indagini sull’attentato di Peteano.
Ricercato per altri episodi di violenza politica (come il tentativo di dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari dell’ottobre 1972) ma non per Peteano, nel 1979 decise di porre fine spontaneamente alla propria latitanza e si consegnò alla giustizia. Nel 1984 si assunse personalmente la responsabilità dell’attentato, con lo scopo, tutto politico, di far emergere la verità su quell’episodio: autoaccusandosi, denunciò le coperture che gli erano state garantite al fine di rendere pubblica l’attività di depistaggio svolta dai vari corpi dello Stato. La veridicità di quanto da lui affermato emerse in tutta evidenza: alcuni ufficiali dei carabinieri vennero incriminati per le attività svolte durante le indagini; lui, nel 1987, ricevette la condanna all’ergastolo.
Solo dopo la condanna (per la quale non ricorse in appello) si riservò la facoltà di rendere di dominio pubblico, secondo modalità e tempistiche da lui decise, alcune sue conoscenze su fatti legati agli anni del terrorismo. Non essendosi mai pentito e non avendo mai rinnegato la propria fede politica né la propria natura di oppositore allo Stato, Vinciguerra non ha mai assunto la veste del collaboratore di giustizia.
Sono numerosi, tra i protagonisti di quella stagione, quelli che in sede giudiziaria si sono dissociati, ravveduti e pentiti, sfruttando così le proprie conoscenze per ottenere condanne più miti o riduzioni della pena. La logica di Vinciguerra è diametralmente opposta. Con la sua decisione di autodenunciarsi e di partecipare alla ricostruzione storica degli eventi, egli intende proseguire sulla stessa strada – quella dello scontro frontale con lo Stato – che lo aveva portato ad intraprendere la lotta armata.
Non è quindi cambiata la sua posizione, bensì il terreno sul quale egli porta avanti la propria battaglia: non più quello militare, per il quale a suo vedere erano venuti a mancare completamente i presupposti, ma quello della verità storica.
Nel lavoro che svolge incessantemente da trent’anni, raccogliendo materiale storiografico, testimonianze e documenti, pubblicando saggi e collaborando con qualsiasi storico, giornalista e magistrato che abbia una sincera intenzione di far luce sugli anni in questione, Vinciguerra ha denunciato un’infinità di episodi testimonianti la collusione tra l’ambiente politico in cui ha militato, che si professava “rivoluzionario”, e quel potere che l’estrema destra dichiarava pubblicamente di voler abbattere.
Questo lavoro lo ha portato a porsi in contrapposizione totale con la destra radicale italiana e con i suoi esponenti più in vista, da lui accusati di aver tradito la causa del fascismo e di essersi messi al servizio della Repubblica democratica ed antifascista, nata dalla disfatta delle Seconda Guerra Mondiale. Al contrario, Vinciguerra non ha mai rivelato particolari che avrebbero potuto arrecare conseguenze penali a coloro che egli ritiene dei veri rivoluzionari.
In molti, a destra come a sinistra, hanno cercato nel corso degli anni di sminuire il contenuto di quanto da lui affermato screditandone la figura e presentandolo, di volta in volta, come un “pentito”, un “dissociato” o un “delatore”. I nostri mass media, quando ne hanno parlato, lo hanno molto spesso dipinto in questi termini, accostandone così la figura a quella di decine di altri ex esponenti della lotta armata, i quali avranno sì contribuito alla cattura di qualche loro ex compagno di ventura, ma non certo alla ricostruzione storica.

Abbiamo ritenuto necessario sottolineare la peculiarità di Vinciguerra come militante e come persona, perché solo in questo modo il lettore potrà comprendere appieno la portata e il contenuto del suo imprescindibile contributo storico.
Queste non sono nostre opinioni. Non abbiamo presentato il personaggio in questi termini perché mossi da una qualche simpatia nei suoi confronti, né siamo i primi ad attribuire tanto valore alla sua testimonianza, che è stata riconosciuta sia in sede giudiziaria che sul piano storiografico.

da http://www.archivioguerrapolitica.org/?page_id=62

 

Una posizione indubbiamente singolare quella di Vincenzo Vinciguerra che a un certo momento decide di rendere determinate dichiarazioni sul retroterra di certi fenomeni eversivi guidato dall’intento di chiarire le ragioni della loro determinazione e del loro sviluppo più che riferire sulla realizzazione storica di singoli accadimenti dal punto di vista giudiziario. Dirà anche di questi ultimi, e con concretezza di particolari, nei limiti in cui coinvolge se stesso in determinati attentati, compresa la strage di Peteano, e quelle persone “che in base alle mie conoscenze e ai miei giudizi sono stabilmente inserite in apparati dello Stato, e ripeto che non faccio nomi invece delle persone a me ideologicamente affini e che comunque hanno agito in buona fede (…) L’imputato…non ha inteso rendere una confessione che sia riconoscimento di condotte illecite, ma ha inteso assumersi una responsabilità nel quadro di una ricostruzione storica di avvenimenti che lo vedono tuttora convinto del valore del suo disegno politico all’interno del quale trovano giustificazione i singoli episodi delittuosi contestatigli. La sua figura di soldato politico non è mai venuta meno e mantiene intatta la sua posizione offensiva nei confronti dello stato democratico”
Sentenza di condanna emessa il 25 luglio 1987 dalla Corte d’Assise di Venezia, pp. 768 e 896.

Beninteso l’ex ordinovista di Udine resta un per­sonaggio assolutamente eccentrico e senza riscontri nel panorama dell’estre­ma destra, per cui è comprensibile l’incredulità di chi ha accolto le sue parole. Ma i fatti gli hanno dato ragione, e lui sta scontando per intero l’ergastolo senza chiedere la minima riduzione di pena, mentre molte sue affermazioni risultano confermate dalle inchieste succedutesi in questi anni sulle stragi di Milano, Brescia, Bologna, Gioia Tauro. A valorizzare il suo apporto alla ricostruzione di quegli anni è stato per primo Guido Salvini, ma va detto che, dopo, tanto la Commissione stragi quanto altre autorità giudiziarie e la produzione specialistica in materia (da De Lutiis a Cipriani, da Cucchiarelli a Ferraresi, da Dianese a Tassinari, da Ganser a Ferrari) hanno abbondantemente attinto ai suoi scritti o verba­li. Oggi si può dire che non è possibile fare uno storia della strategia della tensione in Italia prescindendo dal contributo di Vinciguerra, anche se diversi aspetti della sua interpretazione possono non essere condivi­si”.
A. Giannuli, Bombe a inchiostro, Bur Rizzoli, Milano, 2008, p. 221.

Vinciguerra, come in molte altre vicende che riguardano la destra eversiva, non è solamente uno dei testimoni più validi ed attendibili, ma è soprattutto colui che ha da molti anni fornito una efficace chiave di lettura per comprendere i retroscena politici di molti episodi.
G. Cipriani, Lo Stato invisibile, Milano 2002, pp. 305-306.

L’amplificazione della “nozione di patria” nel cosiddetto “mondo libero”, che i militanti si sentirono chiamati a difendere “per delega degli Stati Uniti” è sintetizzata efficacemente da un autore di estrema destra. Si è dunque formato “un potere che, per la prima volta…in nome di una civiltà occidentale che si erano arrogati il diritto di rappresentare e difendere”.
Speculare a tale concezione – ma meno articolata nella descrizione – sarà la rappresentazione di questo fenomeno tentata dalle Brigate rosse, mediante la formula dello “stato imperialista delle multinazionali (SIM)”.
N. Perrone, De Gasperi e l’America, Palermo 1995, pp.178-179.

Vincenzo Vinciguerra was last modified: dicembre 8th, 2014 by glianni70.it

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