Vi ricordate di quel 7 Aprile?

Nicola Lofoco Vi ricordate di quel 7 Aprile?

di Nicola Lofoco 

” Caso 7 Aprile”. Brigate Rosse. Aldo Moro. Tutte parole che ricordano una parte significativa ed importante della storia della cosidetta “Prima Repubblica Italiana”. Il 7 Aprile 1979, infatti, il procuratore di Padova Pietro Calogero annunciava di aver scoperto i nomi ed i volti dei capi delle Brigate Rosse. I nomi ed i volti delle persone che un anno prima avevano compiuto il sequestro di Aldo Moro e si erano resi repsonsabili non solo della sua morte, ma anche di quella dei 5 agenti della sua scorta. I mass media di allora diedero un risalto enorme all’operazione di Calogero, tanto che si era davvero convinti di aver ormai decapitato la “cupola” brigatista. Ma , dopo pochi mesi, l’indagine si rivelo’ priva di fondamento, concludendosi con la scarcerazione degli indagati. Solo dopo si verrà a scoprire che i veri nomi da cercare erano ben altri, come quelli di Moretti, di Gallinari, della Balzerani. Pino Nicotri, giornalista de “L’Espresso” era uno degli accusati da Calogero, al quale abbiamo rivolto queste domande:

Nicotri, il 7 Aprile 1979 il procuratore di Padova Pietro Calogero accusava lei insieme a Toni Negri ,Franco Piperno ed Oreste Scalzone  di essere i capi delle Brigate Rosse e di essere i responsabili del sequesto e dell’uccisione dell’On. Aldo Moro. Dopo alcuni mesi di prigionia, siete stati tutti rilasciati. Mai alcuna  prova contro di voi. Cosa ricora di quei giorni? 

“Ricordo tutto. Proprio due giorni fa ho avuto uno scambio epistolare via e-mail con un collega che all’epoca scrisse cose immonde e che m’ha contattato per protestare contro il fatto che nel mio blog avevo parlato di lui nei termini in cui l’ho fatto. Vale a dire criticandolo pesantemente. Nello scambio epistolare l’ho sommerso con i miei ricordi, per fargli capire che quello che mi era piombato in testa non era uno scherzo e che i giornalisti come lui erano responsabili di avere fatto bere all’opinione pubblica il mare di panzane che ha permesso di tenere in galera innocenti come per per 90 giorni, 60 dei quali in isolamento stretto e soli 30 minuti all’aria, da solo e sorvegliato a vista,   e altri innocenti per 6-7 anni di carcere preventivo. Sono stato in quattro carceri: il primo a Bassano del Grappa, il secondo a Venezia, il terzo a Roma a Regina Coeli, il quarto a Rebibbia. A Regina Coeli sono stato illegalmente chiuso per 10 giorni e per 23 ore e mezzo al giorno in una cella priva di finestre e con luce accesa giorno e notte. La cella misurava 160 centimetri per tre metri, compreso il letto rigido e il tavolino: restava una striscia di 50-60 centimetri lungo la quale camminavo avanti e indietro ore e ore per non impazzire. Solo 30 minuti all’aria, da solo e controllato da una guardia in un cortiletto microscopico. Dico “illegalmente” perché erano le celle riservate a chi tentava il suicidio ed era vietato tenerci uno più di 24 ore, a parte il fatto che io ovviamente il suicidio non l’ho mai manco pensato. C’era anche il bugliolo, di plastica. Mi sono messo a rapporto col comandante del carcere e gli ho comunicato che il bugliolo poteva usarlo lui, ma che io ero abituato ai servizi igienici e a due docce al giorno. Ho anche chiesto che mi facesse restituire la cintura, la cravatta e la bomboletta con caffettiera donatami dai detenuti di Bassano del Grappa perché ero abituato a bere il caffè dopo colazione, pranzo e cena. Quando il comandante del carcere mi ha detto che il regolamento del carcere vietava quelle cose gli ho risposto che il regolamento riguardava lui, perché io non ero un dipendente del carcere e l’unico regolamento che mi riguardava era la Costituzione. Beh, mi ha fatto restituire tutto, e quando dovevo andare al cesso andavo a quello delle guardie, comprese due docce al giorno). Ma gli altri imputati si sono fatti fino a 6-7 anni di galera – carcere “preventivo” – sulla base di zero. O meglio: sulla base delle pressioni dell’opinione pubblica ingannata e aizzata dalla stampa tramite colleghi ammanigliati con partiti da allora in poi guidati da dirigenti che preferisco non definire, basta vedere come si sono ridotti. Siamo arrivati ai Veltroni…. Comunque, sono contento di quell’esperienza, sia dal punto di vista umano che professionale. Dal punto di vista umano mi ha messo duramente alla prova, e posso dire di essermi comportato da uomo, facendo tesoro dell’esperienza che m’era piombata addosso. Una esperienza da film, che però era vera. Un’esperienza che poteva stroncare un elefante, ma che non mi ha stroncato. dal punto di vista professionale mi è stata utile perché ho imparato ancora di più a non avvalorare mai le verità ufficiali, anche se come giornalista sono nato demolendole. Sono infatti arrivato a L’Espresso sull’onda del mio primo libro, Il Silenzio di Stato, che ripreso nel contenuto da L’Espresso prima che io lo terminassi, ha demolito la pista anarchica utilizzata come capro espiatorio per la strage di piazza Fontana. Ma mi sono comportato da giornalista anche in carcere. Gli ultimi 30 giorni li ho passati infatti a Rebibbia nel braccio Q8 assieme ai miei coimputati e a quel Valerio Morucci che era il vero autore delle telefonate per conto dei sequestratori di Moro a casa sua e di suoi collaboratori. Ne ho approfittato per fare avere a L’Espresso una tavola rotonda con i miei coimputati Toni Negri, Luciano Ferrari Bravo, Lauso Zagato, Emilio Vesce e Scalzone, e una intervista allo stesso Morucci. L’Espresso mi pubblicò tutto. Ne ero già un collaboratore fisso, così come ero corrispondente dal Veneto di Repubblica e caposervizio de Il Mattino di Padova, del quale sono stato il fondatore assieme all’editore Giorgio Mondadori e al suo aiutante Gianfranco Cantini. Visto che il giornale non mi buttava a mare e anzi mi pubblicava perfino gli articoli dal carcere, i magistrati decisero che era meglio mandarmi a casa prima che diventassi un caso nazionale come lo era stato Valpreda anni prima.A Rebibbia un magistrato, non ricordo se era Rosario Priore o un altro, ha anche cercato di comprarmi visto che ero vicino di cella di Morucci. Una scena incredibile, con il magistrato che prima mi ha promesso di farmi portare dei panini – visto che eravamo in sciopero della fame per protesta contro il fatto che non ci interrogavano – e poi quando gli ho detto che i panini “erano roba da poveracci” mi ha promesso di portarmi a cena nel miglior ristorante romano la sera successiva, garantendomi la scarcerazione il giorno dopo se solo avessi detto quello che voleva sentirsi dire su Morucci. Quando gli ho riso in faccia s’è incazzo molto. E’ dovuto intervenire il mio avvocato, il grande Adolfo Gatti, legale del gruppo L’Espresso. Il giornale s’è fatto carico di tutto, dalle spese per la perizia fonica (per comparare la mia voce e quella del telefonista brigatista) alla nomina di Gatti con annesso pagamento, tanto sapevano bene che non c’entravo assolutamente nulla!

Oltre a lei, Negri , Piperno e Scalzone furono anche accusati anche docenti, ricercatori, giornalisti e scrittori provenienti dalle lotte poltiche del 1968. Crede che con il “caso 7 Aprile” si cercasse di  processare l’intero l’operato di quella generazione? 

“Sì, certo. Il 7 aprile è stata una montatura, come in seguito ce ne saranno altre, vedi il caso del “rapimento” di Emanuela Orlandi, che è servita al Partito comunista, che io ho continuato a votare una volta scarcerato,  a decapitare la concorrenza non terrorista. A eliminare cioè lo spazio politico intermedio tra la sinistra parlamentare e quella armata. Oggi il testimone fondamentale di quella montatura, o meglio l’unico testimone che quella montatura aveva, l’ex operaio Antonio Romito, ex di Potere Operaio passato al Pci, non ha nessuna difficoltà ad ammettere che fu il Pci a spingerlo ad andare dal magistrato. Io ho letto la “testimonianza” di Romito: vuoto assoluto e sue interpretazioni campate per aria di fatti realmente accaduti, come lo scioglimento di Potere Operaio, per pagine e pagine. Su di me, una sola frase: “Nicotri aveva nel movimento un luogo particolare”. Ed era vero. Nel movimento studentesco ero il presidente dell’assemblea dell’intero ateneo di Padova nonché di quella della facoltà di fisica, dove studiavo. Me lo stesso “Pomito” Romito riferendosi a me NON parlava né di Brigate Rosse né di altre cose simili, bensì del “movimento”. Che era solo quello studentesco, legale e alla luce del sole.Oltre a Romito, per quanto riguardava me c’era solo l’impressione di un ex di Potere Operaio passato al PCI (poi al Psi e poi mi dicono a Berlusconi), l’assistente di matematica a Ingegneria Renato Troilo, secondo il quale la voce del telefonista somigliava alla mia. Era andato a dirlo in questura nell’estate del ’78, cosa che arrivò al mio orecchio di giornalista. In seguito il Gazzettino pubblicò un articolo per annunciare che il sostituto procuratore della Repubblica Pietro Calogero era andato a Roma “perché pare ci siano rapporti tra il sequestro Moro e gruppi estremisti di Padova”. Tenendomi informato, nel marzo ’79 venni a sapere che in questura c’erano i preparativi per una massiccia dose di arresti, tanto che su Repubblica scrissi un pezzo, datato per errore Verona anziché Padova a causa del solito pressappochismo delle redazioni centrali, nel quale dicevo chiaro e tondo che era in arrivo una ondata di arresti di ex militanti extraparlamentari “oggi professionisti, come medici, docenti e giornalisti”, modo elegante per dire che avrebbero arrestato anche me. Quando uscii dal carcere, mi procurai le “prove” (?) che a dire dei mascalzoni come la buonanima dell’allora procuratore della Repubblica Aldo Fais “inchiodano gli arrestati”. Bene. Nel rapporto che la questura fece alla Procura di Padova e ai magistrati romani (che lo cestinarono sapendo bene che la voce al telefono era di Morucci)  c’è scritto chiaro e tondo che Troilo era “fonte solitamente attendibile”: ovvero, un informatore abituale. Convocai Troilo al bar Pedrocchi, gli regalai copia del rapporto della questura e gli offrii un caffè. Che pena… Mi chiese se avevo intenzione di diffondere quel rapporto. Lo tranquillizzai dicendogli “io mi chiamo Pino Nicotri, non Renato Troilo.”. Il colmo è che ebbe la faccia come il culo di accettare due o tre miei inviti di venire come ospite al mio programma Profondo News che registravo il sabato per Telepadova. Per fortuna avevo già letto i romanzi russi di Gogol e Tolstoi, perciò sapevo bene a quale punto di miseria può arrivare l’animo umano. A un certo punto, ma non ricordo se prima o dopo gli arresti, all’impressione di Troilo si aggiunse la “certezza” (!) di Severino Galante, dirigente stalinista del Pci di Padova diventato in tempi recenti senatore del partito dei comunisti di Oliviero Diliberto. Il cupo Galante, la cui moglie mi dicono si buttò in un fiume anche a causa della cupezza coniugale, era “sicuro” (!) che la voce fosse mia. Mah. No comment. Dico solo che l’ho incontrato 2-3 anni fa a Roma a fianco di Diliberto durante la grande manifestazione di sinistra conclusa in piazza al Laterano. Aveva sempre il suo inconfondibile pizzetto. Mi sono avvicinato a lui, gli ho testo la mano e gli ho chiesto “Ciao, come stai, Severino?”. E lui, come se niente fosse successo: “Bene, grazie”. Che grande stoffa di dirigente politico e che spessore umano…. Ecco perché anche la sinistra comunista è andata in vacca: grazie a simili croste paleopolitiche, anzi cavernicole.Il dramma è che dal ’68 in poi il sistema politico italiano non ha saputo reagire con mezzi propri ai forti cambiamenti politici, sociali, culturali ed economici che stavano cambiando sempre di più l’Italia. Prima ha risposto con le bombe degli attentati neonazisti, fino alla strage del 12 dicembre ’69 in piazza Fontana a Milano, poi lasciando briglia sciolta al dilagare della droga tra i giovani e ai gruppi armati, infine con la repressione più massiccia, a partire dal 7 aprile ’69. La briglia sciola ai gruppi armati serviva appunto a poter scatenare poi la repressione anche e soprattutto di chi non c’entrava niente, ma appunto per questo era pericoloso perché non allienato. E non addomesticabile. Il dilagare della droga è servito per rovinare una intera generazione, far sì che crepassero di eroina i possibili caporioni e poter ricattare molti all’interno dei gruppi e dei partiti politici”

Quanto cè ancora da dire e da scoprire, ancora oggi, sulla morte di Aldo Moro e sulle Brigate Rosse? 

 

Nulla. C’è solo da prendere atto di ciò che è successo. E ciò che è successo è scritto chiaro e tondo nel mio ultimo libro, “Cronaca criminale”. E’ successo questo:

a) – le Brigate Rosse hanno massacrato la sua scorta, rapito Moro e chiuso il rapito nel “carcere del popolo” di via Montalcini a Roma;

b) – il Dipartimento di Stato degli Usa tramite il suo inviato in Italia Steve Pieczenik, mandato a Roma per presiedere il comitato di crisi governativo che dove decidere la strategia da tenere verso i sequestratori di Moro, ha deciso che era meglio che Moro fosse ucciso;

c) – per realizzare questo obiettivo Pieczenik, in accordo con l’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga, utilizzò il falso comunicato n. 7 delle brigate Rosse, fatto scrivere a Toni Chicchiarelli, uomo del giro della cosiddetta banda della Magliana. Il falso comunicato diceva che Moro era stato ucciso e il suo corpo gettato in un laghetto del Lazio, il lago della Duchessa.   Era un modo per far capire ai brigatisti che non c’era nulla da trattare perché per il governo e per i poteri forti italiani e on solo italiani Moro era un uomo già morto, tanto da preparare l’opinione pubblica con quel falso comunicato;

d) – Le Brigate Rosse commisero l’errore di uccidere Moro, cioè di cascare nel tranello teso da Pieczenik. Il quale prese due piccioni con una fava: fece eliminare Moro, malvisto dagli Usa per la sua politica di apertura verso i Partito comunista, e spinse i brigatisti a un delitto talmente assurdo e grave da segnare l’inizio della loro fine, il loro suicidio politico.

e) – Pieczenik, che ha spiegato la sua strategia in un suo libro edito in Francia, agì così perché, come ha spiegato bene più volte, si era reso conto dalla molte lettere scritte durante la detenzione e recapitate dai brigatisti agli interlocutori più disparati, che Moro stava cedendo e poteva perciò portare a mettere in crisi la fedeltà dell’Italia alla Nato e agli Stati Uniti. “Moro non era essenziale per la stabilità politica dell’Italia, perciò decisi che doveva morire”, ha scritto Pieczenik. Più chiari di così….. Non a caso il suo libro, ignorato in Italia, si intitola “Moro lo abbiamo ucciso noi”.

Purtroppo le parole di Pieczenik inchiodano alle loro responsabilità quasi tutti i direttori e opinionisti dei più diffusi giornali dell’epoca, con in testa il direttore de l’Unità ed Eugenio Scalfari direttore di Repubblica. Sono infatti tutti responsabili di essere arrivati al punto di bassezza  da obbedire alla strategia dell’uomo inviato dal Dipartimento di Stato Usa secondo la quale le lettere di Moro prigioniero “erano frutto del lavaggio del cervello e perciò non autentiche”. E poiché si trattava della strategia che mirava a spingere le BR a uccidere Moro, come purtroppo avvenuto, ne consegue  che quei direttori di giornale e i loro opinionisti attestati sulla linea Pieczenik hanno ghiottamente contribuito a fare ammazzare Moro. Terribile, vero? Per quanto riguarda Scalfari devo purtroppo aggiungere che arrivò al punto di vergogna da far scrivere su Repubblica che avevano arrestato tra gli altri Pino Nicotri,  “collaboratore de L’Espresso e caposervizio de Il Mattino di Padova”, omettendo però che ero il suo corrispondente, a contratto, dal Veneto.

Conclusione: sì, il mio 7 aprile è stata una bella esperienza, impegnativa. Molto forte

Vi ricordate di quel 7 Aprile? was last modified: gennaio 8th, 2015 by glianni70.it

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