Una vita contro. Storia di due ex brigatisti sardi: Michele e Giuliano

Una vita controUna vita contro. Storia di due ex brigatisti sardi: Michele e Giuliano

Tutto ebbe inizio nei primi anni 70: un gruppo di giovani ribelli decise di troncare il cordone ombelicale che li legava al potentissimo Partito Comunista Italiano

di Tino Tellini

Tutto ebbe inizio nei primi anni 70: un gruppo di giovani ribelli decise di troncare il cordone ombelicale che li legava al potentissimo Partito Comunista Italiano, a loro dire troppo moderato, riformista e legato al capitale. Lo fecero nella maniera più netta, non formarono infatti un altro partito come si usa oggi, ma scelsero la via più drastica e violenta per arrivare al potere: la lotta armata. Nei primi momenti nessuno dava peso a questo sparuto gruppo di ragazzi, protagonisti di qualche piccolo attentato, rogo e nulla più. Poi incominciarono a fare sul serio, a sparare davvero, ad alzare il livello dello scontro ( frase ripetutissima nei loro comunicati) e ad effettuare i primi sequestri lampo, le cui vittime erano spesso i capi e i capetti aziendali come Macchiarini e Abate, dirigenti rispettivamente della FIAT e dell’Alfa Romeo. Quindi avvenne il definitivo salto di qualità: il sequestro di Mario Sossi, 42 anni, sostituto procuratore di Genova, prelevato nel suo portone di casa il 18 Aprile del 1974 e rilasciato 35 giorni dopo, alla fine di un processo nella cosiddetta ” prigione del popolo”. Il clamore mediatico fu enorme, tutto il mondo politico venne messo in subbuglio mentre l’opinione pubblica pareva completamente disorientata. Da quel momento ogni italiano conobbe il nome dell’organizzazione sovversiva di sinistra che rivendicò l’azione, un nome che divenne celebre e che entrò nell’immaginario collettivo come un pugno allo stomaco: Brigate Rosse. Ma chi erano le Brigate Rosse? Da dove venivano? Tutto iniziò nell’Agosto del 1970 in un albergo di Pecorile, paesino nella provincia di Reggio Emilia. In quel giorno, nel grosso e fumoso stanzone dell’hotel, decine di giovani provenienti da varie località decisero di continuare ( a loro dire) il lavoro dei partigiani e di darsi alla lotta armata. Appena qualche anno dopo il gruppo di Pecorile si era decisamente ingrossato, oramai erano in tanti gli aderenti, determinatissimi e distribuiti in tutta Italia, nelle grandi città e nei maggiori insediamenti industriali. Il loro simbolo era una stella a cinque punte cerchiata nella circonferenza delle cento lire di allora. Nell’organizzazione militavano anche numerosi operai, in quegli anni la forza egemone dei lavoratori, che le Brigate Rosse volevano portare al potere con la forza. Tutti i militanti brigatisti erano disillusi dalla rivoluzione mancata, il loro mito era Che Guevara, l’ iniziale strategia di guerriglia era quella dei Tupamaros, i capi riconosciuti corrispondevano al nome di Renato Curcio, Alberto Franceschini e Maurizio Ferrari, ma poi ne divennero famosi tanti altri, come Mario Moretti, Barbara Balzerani e Giovanni Senzani. Dal giorno del rapimento di Sossi le Brigate Rosse divennero una delle organizzazioni clandestine più temute e rispettate del mondo. Qualche anno dopo, nel 1978, vi fu il punto più alto dello scontro fra le Br e lo Stato: il rapimento e l’uccisione del democristiano Aldo Moro, uno degli esponenti politici più in vista nel panorama politico nazionale, simbolo del potere di quei tempi. In Italia erano già iniziati ” gli anni di piombo” e la “strategia della tensione”. Furono anni terribili, dove si svolse uno scontro cruento fra sovversivi e servitori dello Stato che lasciò sul campo numerosissime vittime e procurò ferite laceranti non ancora rimarginate. L’aria diventò irrespirabile, le Istituzioni vennero quasi messe in ginocchio e furono sul punto di capitolare. Poi lo Stato reagì, duramente. Già nel 1982, dopo la liberazione del generale americano Dozier ( l’unica organizzazione al mondo che ha sequestrato un generale americano), le Brigate Rosse e le altre sigle che vi gravitavano intorno accusarono vastissimi ridimensionamenti: i pentiti, la morsa delle forze dell’ordine ed il regime carcerario durissimo le avevano indebolite ed aperto fra i militanti moltissime laceranti contraddizioni. Oggi il fenomeno brigatista potrebbe definirsi marginale, ma la tigre potrebbe sempre risvegliarsi. Negli ultimi anni infatti ha dato importanti segnali di vita con gli omicidi Biagi e D’Antona. Sugli anni di piombo sembra però essere calato il silenzio, come se non fosse esistito, un’amnesia della storia che dovrà essere ripristinata. Va detto inoltre che nelle carceri italiane di massima sicurezza sono rinchiusi una quarantina di esponenti delle Brigate Rosse, come Antonino Fosso, detto il Cobra, e Franco Galloni. Anche in Sardegna furono in tanti i ragazzi che negli anni 70 e 80 fecero la scelta di passare dall’altra parte della barricata e di impugnare una pistola per sconfiggere l’ordine delle cose presenti. In molti hanno pagato duramente questa scelta, trascorrendo una gran parte della loro vita in prigione, come Natalia Ligas, una brigatista isolana che per diverso tempo fu ai vertici nazionali dell’organizzazione. Oggi incontreremo due ex brigatisti sardi: i fratelli Giuliano e Michele Deroma. Il primo, 58 anni, nel 1983 è stato condannato a 16 anni di reclusione per banda armata, il secondo ​è stato condannato a 8 anni e mezzo per lo stesso reato e ad ulteriori 5 per una rapina. Entrambi hanno vissuto da giovani a Porto Torres, città che in quel periodo viveva la sua epopea industriale e dove crebbe una nutrita schiera di brigatisti, fra i quali Natalia Ligas, appunto.

Ai fratelli Deroma poniamo alcune domande.

1) Ma ne è valsa la pena farsi tanti anni di galera per una rivoluzione poi non concretizzata? Non è stato troppo alto il prezzo che avete pagato per una vita contro il sistema?

Giuliano: io ho fatto questa scelta, ma nel conto non c’era solo la galera, c’era anche la possibilità di uccidere e di essere ucciso, l’ho sempre tenuto in mente. Ma ripenso a come nacque in me quella pulsione rivoluzionaria. Ero un ragazzino quell’estate del 1970, abitavo a Porto Torres e passavo per caso di fronte alla caserma dei carabinieri. C’era stato uno sciopero e i carabinieri avevano arrestato 14 operai; c’era molta gente che voleva liberarli, poi improvvisamente le forze dell’ordine caricarono, e travolsero anche me che non c’entravo nulla. Uno alto e grosso, che era soprannominato Barbarossa, mi diede delle manganellate e io caddi a terra quasi svenuto. Non lo scorderò mai e considerai quella carica un sopruso che accese in me la voglia di ribellarmi. Qualche mese dopo un altro fatto mi sconvolse: in un altro sciopero vidi un operaio presso la zona industriale seduto su una balla di fieno. Teneva un foglio in mano, quello del licenziamento, e piangeva. Io non avevo mai visto un uomo piangere, mi emozionai moltissimo e crebbe in me una gran rabbia contro i padroni. Poi il resto venne da se, la militanza in un gruppo extraparlamentare (Sinistra Operaia) e poi, nel riflusso di quelle organizzazioni, scelsi l’iscrizione e la militanza nel PCI diventando segretario del circolo della FGCI di Porto Torres. Non durò molto e assieme a diversi compagni uscimmo sbattendo la porta, contrari al “Compromesso storico”. Poi venne la lotta armata, la clandestinità, il carcere.

2) A Porto Torres c’è stato un grosso nucleo di brigatisti, un fatto insolito per un paese tutto sommato piccolo

Michele: Fatto insolito fino ad un certo punto. Porto Torres era un grosso polo industriale e già questo produceva istanze rivoluzionarie. Estremizzando un poco nella nostra città si crearono condizioni simili a quelle della società del proletariato urbano e industriale di Genova, Milano e Torino. L’industria era quindi una fonte di contraddizioni e conflitti, a Porto Torres inoltre negli anni 70 c’era una grossa base politica fra gli studenti. Ricordo benissimo infatti le prime occupazioni del Nautico. Perciò in quel clima si creò una miscela che favorì la nascita di una nutrita schiera di brigatisti, anche se ovviamente questo fenomeno non si può spiegare in poche righe.

3) Dopo un periodo di simpatia per le BR, soprattutto le prime BR di Franceschini e Curcio, arrivò per voi l’isolamento politico, reso ancora più accentuato dopo il sequestro di Moro. Quali sono stati i vostri errori ?

Giuliano: Innanzitutto non ha senso parlare di prime o seconde Brigate Rosse. Le Br hanno avuto la loro evoluzione fino ai giorni nostri e hanno innanzitutto rotto con il movimento comunista nazionale ed internazionale, dove i rapporti fra politica e organizzazione militare erano separati. Le Br ruppero questa logica: politica e organizzazione militare si fusero in una sola strategia e logica, ponendo sul terreno dello scontro un nuovo agire comunista. Per quanto riguarda l’evoluzione dell’organizzazione cito alcuni fatti fondamentali: la nascita delle bande armate che si sviluppa progressivamente dai primi anni 70, la cattura dei primi dirigenti come Curcio, l’uscita nel 1980 della colonna milanese Valter Alasia, che si poneva su un terreno di sindacalismo armato e non di strategia di lotta armata di lunga durata, terreno su cui si attestarono sin dal loro nascere le BR. Ma è nel 1981 che accadde un fatto rilevante ed essenziale: la vera divisione delle Br in due tronconi, il Partito Comunista Combattente ( PCC) da una parte, che aveva come punto di riferimento la classe operaia, e i movimentisti delle Brigate Rosse Partito Guerriglia ( BRPG), che si rifacevano ad un proletariato metropolitano e ad un proletariato extralegale. Nel primo fra i dirigenti vi erano anche la notissima Barbara Balzerani e Pietro Vanzi, nel secondo il leader era senz’altro Giovanni Senzani. Per molti la divisione non fu solo strategica, ma anche personale. Molti militanti delle due organizzazioni da allora non si sono più rivolti la parola.

Michele: Una cosa la voglio aggiungere sull’isolamento di cui parli nella tua domanda. Ma quale isolamento? Ad un certo punto per “iscriversi” alle Brigate Rosse c’era la fila, specie in fabbrica. Molti compagni combattenti e militanti non riuscirono quasi a fermare quel fiume in piena. E’ in quel periodo che iniziarono ad entrare nell’organizzazione coloro che forse erano meno adeguati e meno adatti. Alcuni di questi imboccheranno la strada del “pentitismo” e quindi della delazione. Il fatto politicamente rilevante era che le Br a pochissimi anni dalla loro nascita erano ormai radicatissime in tutto il territorio nazionale, ma oramai l’organizzazione costava moltissimo. Si moltiplicarono perciò le rapine e si ricorse anche ai sequestri non politici come fonte di autofinanziamento, come quello dell’Ing Costa. A mio avviso la vera crisi delle Br è cominciata dopo il sequestro Moro del 1978. Non c’era più un obbiettivo preciso e non c’era chiarezza sulle prospettive politico-militari.

4) Come erano strutturate le BR?

Michele: Sostanzialmente erano strutturate in cellule, brigate, colonne e fronti. Le cellule si formavano in una determinata situazione, anche in una singola e minuscola attività produttiva. Le brigate erano composte dalla somma di tutte le cellule e rappresentavano una realtà con più componenti produttive. La colonna rappresentava l’insieme delle realtà di un polo industriale oppure indicava un’ entità geografica (esempio colonna Milanese, Romana, Sarda etc). La colonna rispondeva rigidamente ad una direzione. Il fronte era la struttura di cui si dotava l’organizzazione nelle varie istanze di intervento di lotta (nelle carceri, nelle fabbriche ecc.) o nella logistica (armamenti, finanziamenti, basi ecc.). Esso sovraintendeva a tutte le esigenze. Le Br agivano a compartimenti stagni, a parte la direzione strategica, che rappresentava il “parlamento” delle BR e l’esecutivo che ne era invece il “Governo”. I componenti delle varie colonne non si conoscevano.

5) Com’era la vostra vita in clandestinità?

Michele: Io a dir la verità mi sono nascosto pochissime volte . Ero sempre in Sardegna e cambiavo molto spesso località. Una volta passeggiai anche a Platamona ( nda ride), località balneare presso Sassari, come un turista qualsiasi. A volte giravo armato, mi sembrava una cosa naturale, e nel caso ero pronto ad usare le armi che avevo.

Giuliano: A me è capitato di essermi reso irreperibile per ben 5 anni e mezzo, alla fine 1995, dopo che uscii dal carcere, perché su di me pendeva un altro ordine di carcerazione. Facevo una vita fra campagne e metropoli, con qualche accorgimento. Nel 2001, mentre scendevo da un autobus, sono stato nuovamente catturato, nel 2003 sono tornato in libertà, dopo aver scontato la pena residua.

6) Poi è arrivato il carcere, una detenzione durissima. Come eravate trattati dallo Stato?

Giuliano: In genere i politici erano staccati dagli altri detenuti, ma vi furono molti momenti di contatto. La vita carceraria era durissima, ma si raggiungevano equilibri con tutti, anche con i mafiosi, che però spesso si rifiutavano di partecipare alle nostre iniziative di ribellione. Loro erano fatti così, non volevano mai rompere del tutto con lo Stato, era una loro precisa strategia, noi invece volevamo anche in carcere, specie nei primi tempi, arrivare allo scontro. Molte carceri erano inoltre guidate da personale direttamente legato ai “Servizi”, come il carcere di Cuneo e quello dell’Asinara, retto dal famigerato Cardullo, uomini che si facevano pochi scrupoli nell’utilizzare i balordi per eliminare determinati compagni, vedi il caso poco chiaro del tentato accoltellamento del dirigente brigatista Mario Moretti a Cuneo.

7) E’ vero che i servizi segreti si infiltrarono nella vostra organizzazione, fino ad arrivare ai vertici delle BR?

Michele: Questa dei Servizi Segreti che a un certo punto guidarono le Br è solo una leggenda, un’invenzione letteraria e giornalistica. Forse i Servizi fino ad un certo punto lasciarono fare, questo si. Qualcuno ha fantasticato che certe azioni non potessero essere compiute da semplici militanti, invece era così, proprio così.

Giuliano: A proposito di Servizi, penso che l’allora Responsabile dell’Organizzazione del PCI Ugo Pecchioli collaborò con loro contro le BR, come risulta da atti processuali. Sono convinto che lo Stato si sia trovato impreparato quando avvenne il sequestro di Aldo Moro. L’organizzazione ha operato sfruttando fino ad allora l’impotenza dello Stato. Non si cerchino quindi fantasiose dietrologie.

8) Poi vennero i pentiti, un fatto che minò dall’interno le Br

Giuliano: Di fronte a 30 anni di carcere o all’ergastolo ci sono stati ex compagni che sono crollati finendo per colpire l’organizzazione militarmente con la delazione, quindi parlerei di traditori, non di pentiti (che è una categoria propria del cattolicesimo). Io ritengo che quando si operano scelte così radicali ci si deve assumere le responsabilità fino in fondo, è come minimo immorale barattare la propria libertà con la vita e la libertà di altri. C’è poi la storia di molti compagni che cedettero, e la loro ragione va ricercata anche all’interno di dinamiche più complesse che hanno attraversato le singole soggettività. Certo è che lo Stato ricorse alla violenza e alle pressioni psicologiche. In molti interrogatori ci massacrarono e la tortura divenne quasi una prassi, talvolta anche nella quotidianità in carcere.

9) Lo Stato tentò di comprarvi?

Michele: Durante un trasferimento un maresciallo mi chiese di collaborare. Era evidente che non era una sua iniziativa personale, come sempre accade in questi casi. Io non gli risposi neanche, posso dire a testa alta di non avere mai tradito un compagno, mai pensato ad una cosa del genere

Giuliano: Nel 1982, al momento della cattura, nella struttura del CAIP di Abbasanta, un funzionario di polizia mi chiese di collaborare, ma per me era una cosa assolutamente impensabile, allora come oggi. Mi sarei sentito un verme, meglio la galera che tradire un compagno, ed io di galera ne sono fatta tanta.

10) Però ad ogni modo siete stati sconfitti

Michele: Ad ogni modo l’eventuale sconfitta delle Br è stata propedeutica alla sconfitta della sinistra italiana, questo punto deve essere chiaro. Da quel momento c’è stato un arretramento di tutte le conquiste dei lavoratori ottenute dopo anni di lotta. I fatti degli ultimi anni sono andati purtroppo in questa direzione. Oramai anche i partiti della sinistra italiana riconoscono il mercato come valore, ma la sinistra stessa non è un concetto riformista, è un’idea di società che vede capovolti i rapporti di forza attuali e che vede il proletariato al potere, come forza dominante. Il vecchio PCI è stato l’innesto del naufragio politico, morale e ideologico che ha coinvolto la sinistra italiana negli ultimi 30 anni.

Giuliano: Non parlerei assolutamente di sconfitta. Certo, anche la sinistra italiana, quella rappresentata nelle Istituzioni, è oramai omologata alla borghesia, e analizzarne le ragioni sarebbe articolato e complesso in questa sede. Però l’idea rivoluzionaria non è mai morta per molti militanti, lo è invece per molti dirigenti di partiti che fanno finta di essere dalla parte dei lavoratori e degli oppressi mentre invece sono uno strumento dei nuovi padroni e dei gruppi finanziari. Io però resto convinto che il processo rivoluzionario sia inarrestabile, la nostra è stata solo una tappa, ma la storia ha tempi lunghi ed il progresso dei popoli non si potrà fermare. La borghesia non si illuda troppo.

11) Che cosa vi sentite di dire ai parenti delle vittime delle vostre azioni?

Michele: Nulla, non mi sento di dire niente, meglio il silenzio che l’ipocrisia

Giuliano: L’aspetto umano del dolore dei parenti delle vittime è straziante ma questa è stata una guerra dove ci sono stati morti da ambo le parti. Detto questo anche a me non va di aggiungere niente

12) Qual è la domanda che avreste voluto vi facessi?

Michele: Perché non mi hai chiesto come mai abbiamo perso? E’ una domanda che mi faccio da una vita, e sinceramente ancora non ho la risposta.

Giuliano: Non la penso come Michele, no, non abbiamo perso, le contraddizioni della nostra società rimangono inalterate, anzi negli ultimi anni si sono maggiormente acuite. Noi il potere non l’abbiamo mai avuto, non possiamo quindi aver perso qualcosa che non avevamo, ma io credo che il proletariato possa rovesciare il presente e si possa vivere un domani in una società dove l’uguaglianza, la solidarietà e l’equità non siano lanciate in aria come palloncini pieni di elio. Passeranno anni, ma il processo di liberazione dallo sfruttamento sarà inevitabile. Tornando a noi una domanda alla quale mi sarebbe piaciuto darti una risposta riguarda la mia vita in libertà. In questi anni mi sono dato molto da fare per raggiungere obiettivi per me importanti dal punto di vista personale e politico, e in parte la buona riuscita dei miei vari locali e le attività politiche e culturali che hanno prodotto ne sono una prova. Certo, ho sempre dovuto fare i conti con chi continuava e continua a controllare ogni mio movimento. So comunque che anche questo fa parte del conto che devo pagare, quindi non me ne preoccupo più di tanto.

Michele Deroma, perito nautico diplomato con 54/60, è libero dal 2006. Attualmente lavora in una cooperativa ambientale a Sassari, città dove risiede. Si concede pochi svaghi e fa una vita ritirata.

Giuliano Deroma è libero dal 28 gennaio 2003, ma ha ancora alcuni procedimenti penali aperti legati alla sua pregressa attività di brigatista. In questi anni ha gestito a Cagliari, con grande successo, alcuni locali famosi per il continuo susseguirsi di eventi di carattere sociale, culturale e politico di sinistra. E’ amante del calcio, tifosissimo del Cagliari, e da ragazzo giocava come portiere negli allievi del Porto Torres. Suo padre Sebastiano gestiva negli anni 70 una notissima pizzeria al taglio nel centro storico turritano. Anche per questo i suoi amici di calcio lo chiamarono con simpatia Pizzaballa, proprio come il nome del famoso portiere della Roma di quei tempi.

Una vita contro. Storia di due ex brigatisti sardi: Michele e Giuliano was last modified: gennaio 2nd, 2015 by glianni70.it

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