Una nuova vecchia necessità

Situazionismo, la società dello spettacolo, Debord e VaneigemUna nuova vecchia necessità

di Antonio Steffenoni
Situazionismo, la società dello spettacolo, Debord e Vaneigem

Quarant’anni fa, esattamente nel 1967, venivano pubblicati due libri che avrebbero potuto cambiare molte cose e destinati, invece, a non cambiare niente. Proprio così.
Non per loro inettitudine: tutt’altro. Proprio perché il loro contenuto era talmente esplosivo, innovativo e diverso da tutto ciò che veniva stampato e ristampato, in quegli anni, da fare paura.
Il ’67 e gli anni immediatamente seguenti – va ricordato per i giovanissimi – erano gli anni della contestazione, del Maggio francese, del dilagare della rivolta studentesca da Parigi a Berlino e dall’Europa agli Stati Uniti.
Negli USA i motivi del malcontento studentesco vero e proprio si innestarono, come è noto, sui temi della guerra in Vietnam e assunsero, perciò, caratteristiche molto diverse dai temi dibattuti in Europa.

Ma anche in Europa le cose assunsero ben presto toni e connotati molto diversi da quelli che avevano in origine, sia in Francia sia in Italia.
Il Maggio francese fu innescato dai déragés e dai situazionisti, due gruppi che ebbero più di un travaso dall’uno all’altro, pur essendo sostanzialmente diversi, ma che furono, certamente, i veri artefici delle parole d’ordine della rivolta transalpina.
I temi dell’immaginazione al potere, la lotta che oppose frontalmente il movimento ai sindacati istituzionali, lo scherno con il quale venivano investiti i partiti della sinistra storica nascono tutti da lì.

E sono, tutti, nelle pagine dei due libri a cui stiamo pensando, che sono La société du spéctacle di Guy Debord e il Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations di Raoul Vaneigem, francese il primo, belga trapiantato in Francia il secondo.
Del primo testo si è molto parlato solo in anni recenti, quando è diventato praticamente impossibile non citarlo, almeno per il titolo che suona ormai da tempo come una definizione precisa e perfetta di quanto ci circonda: cosa sono oggi le società occidentali nelle quali viviamo se non società dello spettacolo?
Nessuno può negarlo, naturalmente: tutto, attorno a noi, è spettacolo. Le uniche notizie che fanno notizia, gli unici eventi politici di cui si parla sono quelli notiziabili in chiave spettacolare, le persona stesse vengono prese in considerazione solo se si rinviene in loro un aspetto che faccia spettacolo, ed esse stesse riescono ormai a sentirsi esistere solo se spettacolarizzate attraverso i media Tv e stampa.

Era questo ciò che Debord intendeva con il termine Societé du spéctacle? Non proprio.
C’era in quel libro molto di più: c’era qualcosa di più radicale e di più profondo. E di più disperante. C’era la constatazione della riduzione dell’uomo a merce, una merce di nessun valore in una società dove a contare non erano più i desideri e le aspirazioni dell’uomo – e cioè ciò che fa di un uomo un uomo – ma le ragioni e il valore degli scambi di merci fra società produttrici di cose.
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini”.
Vale la pena considerare che Debord conduceva queste analisi in anni nei quali Tv e cinema e media in genere erano ben lontani dalla pervasività ossessiva di oggi, nei quali il termine globalizzazione non aveva ancora fatto la propria apparizione e la liberalizzazione degli scambi e l’abolizione delle frontiere (per lo scambio delle merci) era ancora là da venire.
Ma chiunque abbia letto quel libro sapeva che così sarebbe stato perché così – in parte – già era. Le parole adatte a definire il fenomeno sarebbero arrivate in seguito, ma questo è fisiologico.

In quelle pagine c’era molto di più, c’era qualcosa di assolutamente nuovo: c’era l’utilizzo del metodo di analisi sociale di Marx come puro strumento. In altri termini, di Marx non si prendevano, pedissequamente, come molti altri facevano, e fanno, conclusioni e previsioni. Ma si prendevano gli strumenti analitici, il modello di ragionamento e lo si applicava a una realtà che Marx era ben lungi dall’aver osservato.
Chi altri, in quei giorni, faceva qualcosa di simile? Nessuno.
La più parte dei movimentisti era salita precisamente sul carro degli inconsapevoli artefici della société du spectacle, cioè di tutti coloro che del patrimonio analitico del socialcomunismo mondiale prendevano solo e semplicemente le icone spettacolari e le opponevano alle icone del più classico capitalismo.

Da lì, da questo atteggiamento, vengono le immaginette di Mao, di HoChiMin, di Stalin e di Lenin che molti in Europa hanno visto sfilare nei cortei cittadini e appese nelle stanze dei teenager e perfino ridotte a gadget di un’industria consumistica scopertasi all’improvviso movimentista e rivoluzionaria pronta a stampare libretti rossi e cartoline di Mao come un tempo le cartoline delle star di Hollywood.
Debord no, lui fece tutt’altro. Capì prima di ogni altro che ciò che Marx aveva scritto era ancora utile, anzi indispensabile, se utilizzato come schema e modello interpretativo del rapporto delle forze in campo. E così vide ciò che altri hanno dovuto aspettare trent’anni per intravedere.
Per esempio che, scelto il suo modello interpretativo, non c’era alcuna differenza fra il livello di alienazione della vita quotidiana e di allontanamento dell’uomo dall’umano presenti nella società capitalistica occidentale e nella società cosiddetta socialista dell’Europa dell’est e della Cina. Con buona pace di chi, inneggiando al maggio francese e alla liberazione dell’uomo, sventolava, in processione, le sacre icone.

Ma anche il Traité di Vaneigem diceva qualcosa di assolutamente nuovo, e in forma altrettanto radicale. E ancora più esauriente e più diretta. Diceva, per esempio, che l’origine di tutti i mali e di ogni possibile riscatto, passava attraverso il recupero della propria individualità. Chi non è felice non farà felice nessun altro. Nessuno che non si sia riappropriato di se stesso e dei propri desideri e delle proprie aspirazioni potrà battersi perché altri possano farlo.
Nessun pensatore moderno è sceso nel dettaglio quanto Vaneigem che non si occupò, nel suo Trattato, soltanto dei massimi sistemi ma soprattutto dei minimi dettagli che consentono di uscire da un sistema ossessivo di condizionamenti, fino a scrivere cose per quei tempi impensabili, o peggio lasciate in rendita al solo mondo cattolico, che ne ha sempre fatto l’uso che tutti sanno e possono vedere testimoniato anche in questi giorni di coppie di fatto e di Pacs.
Scrive Vaneigem: “Non è forse giunto il tempo di stabilirsi talmente nell’amore di sé che (…..) ci si affezioni agli altri per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per il favore di amare che dispensano a se stessi?”.

E ancora: “Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione, il carattere, l’istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l’obbligo di essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista?”.
Certo, oggi gli chiederemmo di abbandonare il tono messianico che adopera ma credo che nessuno potrebbe dissentire da ciò che dice (L’unico italiano che dice cose simili, pur partendo da presupposti e cultura diversi è Umberto Galimberti, nelle sue riflessioni sulla società della tecnica che riduce l’uomo a pura funzione e lo spinge a ignorare lo scopo della sua funzione sociale e personale).
Se pensiamo che buona parte dei protagonisti del Sessantotto, italiano, francese e tedesco, hanno accettato di buon (buonissimo) grado di interpretare per anni la parte (la rappresentazione, direbbe Vaneigem ) dei leaderini alla guida di masse più o meno ideologizzate, risulta chiaro perché Vaneigem – e con lui Debord che la pensava esattamente alla stessa maniera – sono stati non solo ignorati ma detestati dall’establishment pseudo rivoluzionario e dalla cultura cosiddetta di sinistra italiani (basti ricordare che i pochi studenti situazionisti italiani dovettero, a pochi giorni dall’esplosione delle rivolte studentesche, abbandonare le università in cui trozkisti, stalinisti e maoisti facevano scempio della libertà e della non violenza che erano i capisaldo del pensiero situazionista).

Ma perché occuparsi, oggi, di due pensatori ignorati allora e negli anni seguenti? Perché è uscito un terzo libro che oggi più che mai vale la pena leggere, non tanto per farsene convincere – ognuno lo giudicherà come crede – ma per la suggestione che è già nel titolo “Niente è sacro, tutto si può dire”.
Il libro non è uscito oggi e neanche ieri, è stato stampato in Italia nel maggio (alle volte, le coincidenze!) 2004 da Ponte alle Grazie e ignorato esattamente come i precedenti libri di cui abbiamo parlato.
Come mai, in un momento in cui tanto si dibatte su leggi sì/leggi no da creare o da non creare per colpire chi nega eventi storici come l’olocausto, a nessuno (nessun pensatore, nessun intellettuale) viene in mente di dare un’occhiata (e di far dare un’occhiata) a un testo come questo?
Anche in questo caso, come nel caso de La Société du spectacle il titolo dice tutto. Dice, infatti, che tutto si può dire. Quindi anche l’apparentemente inaccettabile.
“Nessuna idea è inaccettabile, nemmeno la più aberrante, nemmeno la più odiosa” e, citando, Scutenaire: “Ci sono cose con cui non si scherza. Mai abbastanza!”.

Si tratta di affermazioni che non dovrebbero stupire, o allarmare, più di tanto. Nella costituzione italiana non si difende, forse, la libera espressione di qualunque pensiero?
Eppure, si dedicano tempo e fatica per fare leggi che proibiscono il negazionismo storico che è, solo e semplicemente, un punto di vista (forse idiota ma questo conta poco).
Non sarebbe meglio, suggerisce Vaneigem, lasciare che i fessi facciano la figura da fessi invece di trasformare le loro sciocchezze in merce censurata e, perciostesso, ghiotta?
E come mai, si chiede, ci sentiamo in dovere di chiudere la bocca, con la legge e con l’ostracismo più violento e intollerante, a chi nega i lager ma non avvertiamo lo stesso insopprimibile sdegno nei confronti di chi nega le violenze del regime castrista?
Non si tratta di essere né di destra né di sinistra, poiché è appurata la posizione libertaria e radicale dei situazionisti, ma semplicemente di definire una volta per tutte il concetto di libertà e poi di applicarlo – o meglio di lasciarlo dispiegare nell’aria – senza utilizzarlo solo in un verso perché ci fa più piacere, o più comodo, di un altro. O perché è più popolare e più largamente accettato.

Ecco perché Vaneigem esprime chiaramente il proprio pensiero a proposito dell’abolizione del reato di opinione. Perché, sintetizzando, reprimere un pensiero, non permettere a chi lo pensa di esprimerlo, è dannoso soprattutto quando quel pensiero è ripugnante – nel senso che ci ripugna.
Il pensiero (che ci ripugna) c’è comunque, esiste nella mente di chi lo pensa ed è certamente “il pus di una sensibilità ferita” come l’ottusità, l’infamia, la stupidità, l’aggressività. Lasciarlo esporre ci dà la possibilità di comprenderne i perché e l’origine.
“Impedire che scorra significa infettare la ferita anziché diagnosticarne le cause al fine di guarirla. Se non vogliamo che un’aberrazione finisca con l’infettare il tessuto sociale come un tumore maligno, dobbiamo riconoscerla per quello che è: il sintomo di un male nell’individuo e nella società. Il sintomo non è condannabile; condannabile è la nostra poca prontezza nello sradicare le condizioni che propagano il prurito, l’ascesso, la peste. Al desiderio di schiacciare l’infame è preferibile nutrire il desiderio di vivere meglio…”.
Quanto ce ne sarebbe bisogno, oggi.

Oggi che si approvano leggi che non servono, e non serviranno a niente perché sono inutili e perché saranno bellamente disattese. Oggi che qualcuno muore ai bordi di un campo da gioco per la stupidità e l’ottusità e l’aggressività di una massa di persone ignobili, ma soprattutto ignoranti, nel senso che – esattamente come chi crede che reprimere serva a qualcosa – ignora le cause dei proprio disagio che si propaga nella società e crea morte e dolore.
Solo chi non ha nessuna fiducia nelle capacità degli altri di capire, e quindi di guarire dai propri mali , sceglie le vie che vengono scelte oggi da chi governa e non sa che governare gli eventi significa tutt’altro che schiacciarli per non doverli pensare. E capire.

Una nuova vecchia necessità was last modified: gennaio 6th, 2015 by glianni70.it

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