Ulrike Meinhof: un caso di terrorismo locale nella Germania Ovest

Ulrike Meinhof

Ulrike Meinhof: un caso di terrorismo locale nella Germania Ovest

 

l 9 maggio 1976 Ulrike Meinhof fu trovata morta nella sua cella del carcere di Stammhein, nell’allora Germania Ovest. Il suicidio, avvenuto dopo quattro anni di reclusione, fu un atto estremo di propaganda, destinato a rimanere controverso per l’opinione pubblica. Sugli scritti di Meinhof, che fu co-fondatrice della RAF (Rote Armee Fraktion – Frazione dell’Armata Rossa), si formarono le coscienze politiche di due generazioni di studenti tedeschi; alcuni di loro si unirono addirittura ai movimenti armati clandestini. Rispetto ai profili di altri terroristi, però, spicca particolarmente la radicalizzazione di Ulrike Meinhof, che figura tra le pochissime terroriste donne in posizioni di comando; ciò si deve anche al fatto che la componente femminile della RAF fosse superiore alla media delle organizzazioni terroristiche.[1] Il potere politico era però strutturato in una maniera fortemente maschilista: era per questo, sostiene Dükop, che per una giornalista donna come Meinhof fosse difficilissimo cambiare le cose nel rispetto della legge. Che ciò risulti condivisibile o meno, la tesi di Dükop permette almeno di comprendere i motivi per cui Meinhof abbandonò famiglia e carriera per una vita da fuorilegge.[2] Risulta inoltre interessante misurare l’impatto culturale dell’ideologia della RAF: nel 1971, secondo alcuni sondaggi, il 18% dei tedeschi ne considerava accettabili le convinzioni politiche; il 10%, addirittura, si dichiarava favorevole a fornire copertura ad uno dei suoi membri. [3] Secondo Kellen, era poi significativo che il 5% della popolazione vedesse nella RAF fosse il frutto di varie crisi della società tedesca.[4]

Con “radicalizzazione”, di cui si è parlato nel caso di Meinhof, s’intende indicare il processo di adozione di un sistema di valori estremista, violenza inclusa.[6] Argomento di questo saggio è proprio l’analisi dettagliata del processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof: dagli esordi nel giornalismo alla fondazione della RAF il 14 maggio 1970.

Ulrike Meinhof nacque nel 1934 ad Oldenburg, Germania. A cinque anni, Ulrike perse il padre; per garantire un futuro alle sue figlie, sua madre proseguì gli studi. Poco dopo, avviò una relazione sentimentale con la compagna Renate Riemeck, che si trasferì da loro aiutandola a crescere le figlie. Nel 1945, le due donne, allora insegnanti elementari, aderirono al Partito Social-Democratico tedesco. Riemeck si prese carico di Ulrike dopo che sua madre morì di cancro nel 1949; le due si trasferirono a Weilburg, dove Ulrike, studentessa eccellente, arrivò a dirigere il giornale della scuola. Il 1955 fu un anno importante nella vita delle due: il partito Social-Democratico votò a favore dell’obbligo di leva, rinunciando così ad opporsi al riarmo della Germania Ovest. Molti intellettuali di sinistra, Riemeck inclusa, disapprovarono pubblicamente la decisione, che rimandava al controllo totale esercitato dal regime nazista. Le convinzioni di Riemeck si rifletterono nelle azioni di Ulrike, che si unì al “comitato contro la morte nucleare” promosso dalla SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund – Lega tedesca degli studenti socialisti) di cui fu eletta portavoce. Poco tempo dopo Ulrike cominciò a scrivere per il loro organo ufficiale, che le garantì una certa notorietà all’interno dei circoli di sinistra. [6] Già in giovanissima età, dunque, Ulrike aveva dato prova di altissimo impegno politico: un fattore comune, secondo Della Porta, a tutti i terroristi radicalizzati. [7]

Gli scritti di Meinhof, dagli esordi fino all’abbandono del giornalismo nel 1969, permettono di seguire le tappe del suo processo di radicalizzazione. Nel 1960, Meinhof fu assunta presso la redazione di Konkret, un giornale di sinistra incentrato sul movimento contro il nucleare; più tardi, ne avrebbe sposato il direttore Klaus Rainer Köhl, dal quale avrebbe avuto due figli. Nello stesso anno, Renate Riemeck fu invitata a lasciare l’insegnamento presso la Pädagogische Akademie di Wuppertal. Ufficialmente, la decisione doveva tutelarla dalle aggressioni pubbliche, ma i pacifisti di sinistra ne fornirono un’interpretazione diversa. Il 5 aprile 1957, Konrad Adenauer, primo cancelliere tedesco del dopoguerra, aveva annunciato il rifornimento di armi nucleari; Riemeck, notoriamente contraria alla rimilitarizzazione della nazione, lanciò una petizione, sottoscritta da altri accademici, che invitava i sindacati a minacciare scioperi contro le politiche nucleari. Ciò la rese una figura controversa all’interno dei circoli politici, e non è da escludere che le sue dimissioni dovessero realmente tutelarla. In ogni caso rimane assodata la forte influenza di Renate Riemeck sulla figlia adottiva, che l’ammirava molto portandone avanti le convinzioni politiche.[8] Ulrike commentò gli avvenimenti nell’articolo “Geschichten von Herrn Schütz” (Storie del Signor Schütz), sostenendo che le motivazioni ideologiche delle dimissioni di Riemeck costituissero un caso senza precedenti nella storia della Repubblica Federale. Parlando del governo attuale, Meinhof alludeva in realtà al regime nazista, facendo leva sul diffuso dimore che si potesse tornare ad un regime autoritario: non si poteva prevedere, affermava, dove avrebbe avuto fine la politica di epurazione dell’università tedesca.[9]

Meinhof e i suoi lettori dell’epoca prendevano molto sul serio la questione della responsabilità personale. La giornalista sosteneva che le generazioni si dovessero confrontare sul tema della repressione per scongiurare il ritorno di un regime autoritario. Erano controverse le affermazioni di Meinhof sull’operato di Franz Josef Strauß: secondo la giornalista, i posteri avrebbero ricordato l’allora Ministro della Difesa come una sorta di Hitler, a meno che il governo non modificasse le sue politiche in ambito di libertà per le opposizioni, separazione dei poteri, sovranità popolare e  guerra. I paragoni con la Germania nazista continuarono in “Neue Deutsche Ghetto-Schau” (Il nuovo ghetto tedesco): riallacciandosi al tema della repressione accademica, Meinhof dichiarava che un nuovo governo non serviva ad impedire che nel sistema capitalista ci fossero ancora schiavi e padroni. I ghetti ebraici del regime nazista erano così stati sostituiti da quelli che la Germania capitalista riservava ai pacifisti e alle sinistre.[10]

Per Della Porta e Diani, il frame ideologico è costituito da tre elementi. Un frame è dunque una struttura generale, standardizzata e predefinita in cui vengono guidate percezioni, costruite eccezioni e dato senso all’identità individuale;[11] un frame guida i processi decisionali, incorporando preconcetti culturali, politici e individuali. Il primo elemento menzionato dai due studiosi è quello diagnostico, che spinge il singolo ad individuare una questione sociale su cui si senta autorizzato ad esprimersi: secondo Norbert Elias, le generazioni di studenti delle rivolte avvenute tra gli anni ’60 e ’70 agivano sotto il peso di una colpa ereditaria;  la classe dominante tedesca, invece, non era disposta a mettere in discussione il passato della nazione, suscitando la curiosità – ma anche l’amarezza e l’ostilità – delle generazioni post-naziste.[12] I giovani si chiedevano in che modo un regime autoritario potesse salire al potere, e molti cercarono risposte nel pensiero maoista o marxista-leninista. Parafrasando Elias, il loro modo di pensare poteva riassumersi così: “Ci siamo fatti carico di una colpa insopportabile per i nostri genitori e i nostri nonni, una colpa che loro non hanno potuto o voluto affrontare. Siamo orgogliosi: ci vergogniamo di essere tedeschi, ma è proprio per questo che sappiamo di essere la Germania migliore.”[13]

Meinhof, come dimostrano i suoi primi articoli su Konkret, sembrava credere molto nel ruolo degli  studenti tedeschi, che dovevano impedire il ritorno di quel regime autoritario incontrastato dalle generazioni precedenti. Secondo Della Porta e Diani, il secondo elemento del frame ideologico è quello prognostico, che prevede consenso sull’articolazione di una soluzione.[14] Allora, per gli studenti di sinistra, la soluzione risiedeva nell’impegno sociale: il giornalismo investigativo indagava sugli abusi governativi che le proteste pubbliche cercavano di rendere evidenti alle coscienze.[15]

La terza componente del frame ideologico è quella motivazionale, cioè quell’elemento simbolico che stimola l’individuo a sentirsi motivato all’azione.[16] Ciò è in genere permesso da un elemento unificante, che nel caso degli studenti tedeschi fu quel senso di colpa generazionale di cui si è già discusso.[17] I timori della generazione post-nazista, che sfociavano talvolta in paranoia, produssero legami di solidarietà tra gli studenti, motivandoli a creare momenti collettivi: insieme ci si incontrava, si studiava, si protestava e si scriveva contro l’autoritarismo del sistema capitalista. L’analisi di questi primi scritti, confrontati con quelli successivi alle violenze poliziesche del 1968 e del 1969, permette di comprendere meglio il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof.

Nel giugno 1967, lo Scià di Persia aveva in programma una visita a Berlino. Prima del viaggio, la moglie Farah Pahlavi aveva scritto un articolo sulla propria vita quotidiana confrontata a quella di un iraniano medio; ciò attirò lo scetticismo e i commenti cinici degli attivisti di sinistra, che fecero presente come il suo stile di vita opulento non corrispondesse a quello della popolazione iraniana. Meinhof le scrisse una lettera aperta, in cui intravedeva un legame tra la visita dello Scià e le intenzioni del governo tedesco. Colpisce, seppur in traduzione, questo stralcio:

“Non la sorprende, in mezzo a tutto questo orrore, l’invito del Presidente della Repubblica Federale?  Perché non gli chiede cosa sa dei campi di concentramento, come progettarli, come costruirli? Ha una grossa competenza nel campo.”[18]

In occasione della visita dello Scià, erano state adottate delle misure di sicurezza – come la chiusura delle autostrade – che per i dissidenti di sinistra erano degne di uno stato di polizia.[19] Una manifestazione studentesca, assembratasi fuori dal palazzo municipale di Berlino, era tenuta lontana dalle strade da sbarramenti presieduti da poliziotti in tenuta antisommossa e agenti dei servizi segreti iraniani. I manifestanti presero a lanciare bottiglie di vernice contro il corteo dello Scià, ma i membri del suo servizio di sicurezza attraversarono le barriere e cominciarono a colpirli; indietreggiando, gli studenti furono attaccati anche dalla polizia tedesca. Per tutta la giornata nell’intera città ebbero luogo schermaglie e scontri violenti tra manifestanti e polizia. In un presunto incidente, lo studente Benno Ohnesorg rimase ucciso da un colpo esploso dalla polizia.[20] In un documentario televisivo sono riportate le opinioni di Meinhof sugli “Eventi del due giugno”, che definì atti di terrorismo da parte della polizia e della stampa, capace di distorcere la realtà al punto da attribuire agli studenti la responsabilità delle violenze. [21] Secondo Meinhof, lo strapotere del governo tedesco, che era riuscito a diffamare il movimento studentesco, lo rendeva capace di notevoli pressioni sui mezzi di comunicazione.

Dopo quegli eventi, la prosa di Meinhof, di pari passo con le azioni dei movimenti studenteschi, s’inasprì e assunse un forte valore simbolico. La “teoria del valore aggiunto” di Smelser indaga sul senso di frustrazione, individuale e collettivo, causato da fattori di natura culturale, politica, razziale ed economica; e che in alcuni casi, ma non in altri, induce alla radicalizzazione violenta. [22] La teoria di Smelser può essere applicata alla scissione ideologica che ebbe luogo nella Germania Ovest del ’68 all’interno dei movimenti di sinistra: se alcuni suoi esponenti, come Meinhof, si unirono ad organizzazioni clandestine, altri, come il suo ex marito Klaus Röhl – da cui divorziò proprio nel ’68 – continuarono con le manifestazioni pacifiche. La disponibilità all’uso della violenza è una scelta personale che può essere compresa prendendo in considerazione i cambiamenti a livello cognitivo. Hanno occasione di radicalizzarsi, se predisposti, gli attivisti politici per cui una crisi personale o nazionale comporta un notevole salto ideologico. [23] Il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof fu compiuto tra il 1968 e il 1970, con le tensioni tra governo e movimenti di sinistra: nei suoi articoli di quel periodo è evidente un cambiamento  prognostico del frame ideologico, per cui l’uso della violenza era da considerarsi legittimo.

Il 2 aprile 1968, in segno di protesta contro il sistema capitalista, Gudrun Ensslin e Andreas Baader diedero fuoco a un grande magazzino di Francoforte. La settimana seguente, Rudi Dutshke, leader del movimento studentesco, fu ferito da un colpo di arma da fuoco fuori dalla sua abitazione di Berlino Ovest. L’autore dell’attentato, Josef Bachman, era uno studente di destra che fu arrestato poco dopo; con sé portava un articolo ritagliato dallo Nationalzeitung, un giornale di destra, dal titolo “Stoppt Dutschke jetzt” (Fermate Dutschke ora). Colpito alla testa e al petto, Dutschke sopravvisse, ma i suoi seguaci, ancora terrorizzati, agirono contro la Springer Publishing Company, che stampava il Nationalzeitung: i camion delle consegne che uscivano dai magazzini vennero assaliti e distrutti. Meinhof scrisse articoli sulle proteste, pubblicando inoltre poco dopo “Vom Protest zum Widerstand” (Dalla protesta alla resistenza), in cui la affermava che le proteste non bastassero più a contrastare un clima politico che avrebbe portato al deteriorarsi dello Stato. Ma i danni alle cose erano ancora inefficaci a contrastare la “campagna d’odio” della Springer Publishing, presieduta da Klaus Schütz:

“Le assicurazioni ripagheranno i vetri rotti, nuovi camion sostituiranno quelli bruciati, i cannoni ad acqua della polizia non diminuiranno e i manganelli neppure”[24]

Secondo Meinhof,  il sistema capitalista aveva l’obiettivo di persuadere i consumatori a soddisfare bisogni indotti dal governo[25]; il complotto era dunque globale:

“Quelli al potere, che condannano i lanci di pietre e gli incendi, ma tacciono sulle campagne d’odio della Springer, sulle bombe in Vietnam, sul terrore persiano, sulla tortura in Sudafrica; quelli che si coalizzano con la Springer, mentre avrebbero i mezzi per espropriarla; quelli che non dicono la verità sugli studenti, ma solo mezze verità… sono promotori ipocriti di non-violenza”.[26]

Secondo Meinhof, l’inefficacia di proteste e manifestazioni era evidente; nella Germania corrotta e capitalista si poteva e doveva considerare l’uso della violenza, anche di rimando.[27] Questo articolo permette di osservare un cambiamento radicale dell’elemento prognostico: sfumata la possibilità di un cambiamento democratico, Meinhof si esprimeva a favore della resistenza e della lotta di classe, propugnate da quelli che, in maniera eroica e romantica, la giornalista chiamava “guerrieri rivoluzionari”. [28] L’articolo poi si concludeva così: “Il divertimento è finito. La protesta è dire ‘non mi piace’. La resistenza è metter fine a ciò che non mi piace”.[29]

Se fosse scoppiata una crisi nazionale, le Notstandgesetze avrebbero autorizzato il governo a chiamare in aiuto gli alleati dell’Europa occidentale; contro queste leggi d’emergenza, l’11 giugno 1968 si tenne a Bonn una manifestazione di sessantamila persone. Delle leggi simili erano state approvate prima della svolta autoritaria del regime nazista: per i manifestanti di sinistra, il pericolo dell’autoritarismo era dunque notevole.[30] Le proteste rimasero però inascoltate: nel segno di tale frustrazione, Meinhof scrisse “Notstand-Klassenkampf” (Lotta di classe d’emergenza), in cui liquidava come “ingenue perdite di tempo” le manifestazioni pacifiche, dubitando della loro utilità in un regime capitalista e repressivo.[31] In un tale sistema, intrinsecamente conflittuale, l’uso della violenza era per Meinhof necessario al cambiamento: le idee abbozzate in “Vom Protest zum Widerstand” concludevano ribadendo l’inutilità delle proteste: difatti, le sole risposte efficaci potevano provenire dalla fisicità della resistenza. Secondo Meinhof, lo stesso sistema capitalista si reggeva sull’uso della violenza: pertanto, il linguaggio della violenza era l’unico che il capitalismo fosse in grado di comprendere. Una concezione romantica della violenza persisteva nella contrapposizione tra aufklärische Gewalt, la “violenza illuminante” dei manifestanti, aperta e palese, e quella subdola e latente del sistema capitalista, che tentava di giustificarsi attraverso nuove leggi e nuove guerre.[32]

Il brusco cambiamento nell’ideologia di Meinhof si riscontra anche dalla visione di Bambule (1969), il suo film per la televisione, e dalla lettura di “Kolumnismus”, il suo ultimo articolo per Konkret. Attraverso le storie di tre giovani donne che, in un sistema di controllo totale, cercano di ritagliarsi la propria individualità, Bambule denuncia le condizioni inadeguate e repressive degli istituti tedeschi di riformazione. Poiché Meinhof affidava ad un nuovo mezzo di comunicazione le opinioni sull’intera società tedesca, Colvin sostiene che il film esprima dubbi sulla credibilità del giornalismo.[33] Gli istituti erano rappresentati come organizzazioni rigide e gerarchiche, che osteggiavano il dialogo con i ragazzi inibendo il formarsi di qualsiasi senso di comunanza. Per Meinhof, erano chiari esempi delle distinzioni politiche e di classe esistenti nella società capitalista[34]; e, nonostante i dubbi sull’efficacia dei mass media, sperava davvero che il film incitasse i giovani a resistere e agire.[35] L’articolo “Koluminismus”, della primavera del 1969, dà prova di una concezione offensiva del giornalismo, di nessuna utilità nel sistema capitalista: Meinhof vedeva i giornalisti come schiavi delle esigenze dei direttori, a loro volta schiavi dei loro lettori e delle necessità del profitto. Il giornalismo, diventato controllo mentale, si configurava come schiavo illegittimo del sistema capitalista, riportando solo quello per cui i lettori erano disposti a pagare; i giornali si votavano all’univocità, la scrittura non si traduceva in discorso, collettività, azione. E, secondo Meinhof, un tale sistema inibiva la creazione di sentimenti solidali, rendendo lei stessa una personalità eccentrica e isolata.[36] Il giornalismo era per lei inutile, poiché esaltava il culto dell’individuo; e dal momento che la sua carriera nel giornalismo era d’intralcio alla solidarietà di gruppo, Meinhof lasciò Konkret il 26 aprile 1969, dichiarandolo uno strumento controrivoluzionario.[37]

Nel 1970, Meinhof rincontrò Andreas Baader e Gudrun Ensslin, che erano in fuga dalle autorità; colpita dalla ferocia delle idee di Ensslin,  che aveva intervistato dopo l’attentato al grande magazzino, cominciò a discutere con loro della creazione di un gruppo clandestino ai danni del sistema capitalista. [38] Poco dopo, gli investigatori del carcere berlinese di Tegel scoprirono di aver finalmente trovato l’inafferrabile Andreas Baader, fermato per eccesso di velocità a bordo di una macchina rubata poco fuori Berlino. Il 14 maggio 1970, il legale di Baader, Horst Mahler, richiese che il suo assistito potesse incontrare Meinhof per un suo presunto libro sui leader dei movimenti di sinistra. Durante l’incontro, un uomo e due donne a volto coperto fecero irruzione nella stanza, lanciando lacrimogeni e colpendo un poliziotto ad una spalla; dunque, Baader, Meinhof, Ensslin e gli altri due complici scapparono dalla finestra, rifugiandosi poi in casa di un amico. [39] La decisione di far evadere Baader coincise con la creazione di un movimento clandestino, che gli storici tedeschi chiamarono “Der Sprung” (il salto): se Ensslin e Baader erano già ricercati dalla polizia tedesca, il grande passo toccava ora a Meinhof[40] che, completamente radicalizzata, sacrificò carriera e identità sociale alla neonata Rote Armee Fraktion.

Secondo Marc Sageman, l’identità collettiva e il senso di solidarietà sono fondamentali per chi decida di abbracciare l’estremismo armato. È molto probabile che estremisti violenti provengano da una cultura attraversata da una storia di proteste, e da una popolazione favorevole a determinati aspetti ideologici.[41] Secondo Della Porta, la forte controcultura della Germania Ovest rendeva più facile il raggruppamento e la mobilitazione degli aspiranti terroristi.[42] Meinhof, reagendo alla frustrazione per l’indifferenza del governo, radicalizzò la sua prosa; all’intensificarsi dei rapporti con Ensslin e Baader, si dedicò all’azione terroristica, abbracciando una causa collettiva: le dichiarazioni rilasciate dalla RAF erano scritte esclusivamente in prima persona plurale. Meinhof decise così di prescindere dalle proprie opinioni individuali, dedicandosi completamente al gruppo e alla volontà di rovesciare il sistema capitalista. La “teoria della banda” di Sageman sottolinea quanto le dinamiche di gruppo siano importanti per un processo di radicalizzazione: individui dalla mentalità affine, che si sentano isolati per via delle proprie idee, tenderanno ad unirsi instaurando tra loro un legame di solidarietà.[43] Alle volte, ciò può portare a ragionare in termini di “noi contro loro”: Baader, Ensslin e Meinhof reagivano contro quella che Della Porta chiama la “vecchia Sinistra”, contraria all’escalation di violenza di alcuni dei suoi. Per la RAF, la “vecchia Sinistra” era inservibile e priva di senso della realtà; era responsabilità della “nuova Sinistra” impedire il ritorno tedesco ad un regime autoritario.[44]

Una volta evaso, Baader si recò a Beirut per apprendere tattiche di guerriglia urbana presso un campo di addestramento di Al Fatah, in compagnia di Meinhof, Ensslin, Mahler e altri membri della neonata RAF. Al ritorno a Berlino, il gruppo cominciò a rapinare le banche: i motivi erano illustrati in “Das Konzept Stadtguerrilla” (Il concetto della guerriglia urbana), un articolo collettivo del 1971 in cui si spiegava che le azioni “fuorilegge” erano giustificate dalla corruzione del sistema capitalista.[45] Rapine in banca e sparatorie occasionali si susseguirono fino all’arresto di Meinhof, Baader, Ensslin e Carl Raspe, avvenuto il 14 giugno 1972; i quattro vennero rinviati a giudizio per quattro capi di omicidio, cinquantaquattro di tentato omicidio e uno di associazione a delinquere.[46] Dopo l’arresto, i fondatori della RAF continuarono l’attività di propaganda contro la repressione di Stato; nel 1974, intrapresero una serie di scioperi della fame che culminarono con la morte di Holger Meins.[47] Il 9 maggio 1976, Ulrike Meinhof s’impiccò nella sua cella con un asciugamano: il suo ultimo atto di propaganda fu dunque il suicidio.

 

Note

1 Aust (1987) p. xv
2 Dükorp (1978) pp. 275-276
3 Aust (1987) p. 119
4 Kellen (1998) p. 49
5 Rabasa, Pettyjohn, Ghez, Bouquet (2010) p. 1
6 Aust (1987) pp. 13-18
7 Della Porta (1995) p. 168
8 Ibid p.13
9 Colvin (2009) pp. 23-26
10 Ibid. Pp. 28-29
11 Della Porta and Diani, (2006) p. 74
12 Schiller (2003) pp. 27-30
13 Elias (1996) pp. 412-413
14 Della Porta and Diani (2006) p. 73
15 Ibid p. 73
16 Della Porta and Diani (2006) p. 79
17 Elias (1996) pp. 412-413
18 Bauer (2008) p. 177
19 Aust (1987) p. 25
20 Aust (1987) p. 27
21 Colvin (2009) p. 31
22 Smelser (2007) pp. 90-119
23 Wiktorowicz (2004) pp.
24 Bauer (2008) p. 239
25 Colvin (2009) p. 48
26 Ibid p. 240
27 Ibid p. 241
28 Colvin (2009) p. 34
29 Bauer (2008) p. 242
30 Colvin (2009) p. 26
31 Ibid p. 35
32 Colvin (2009) p. 38
33 Ibid p. 54
34 Ibid p. 55
35 Haynes (2000) p. 70
36 Bauer (2008) p. 238
37 Aust (1987) p. 54
38 Colvin (2009) p. 79
39 Aust (1987) p. 60
40 Post (1998) p.33
41 Sageman (2004) p. 147
42 Della Porta (1995) pp. 95-99
43 Sageman (2004) pp. 150-158
44 Della Porta (1995) p. 105
45 Colvin (2009) p. 108
46 Aust (1987) pp. 284-286
47 Colvin (2009) pp. 165-168

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