Ufficio R.E.I. del SIFAR tra Confindustria e Gladio

servizi-segretiUfficio R.E.I. del SIFAR tra Confindustria e Gladio

Il tentato golpe del 1964 del Generale De Lorenzo. L’oscuro ruolo del colonnello Renzo Rocca nel reclutamento delle milizie neofasciste. Base Gladio Capo Marrargiu, il campo d’addestramento della strategia della tensione. Chi comandava la Stay Behind italiana, prima del Piano Solo?

Noi della CIA non corrompiamo. Se avete un problema di corruzione, nella vostra società, esso esisteva molto prima che la CIA arrivasse. Corrompere significa dare denaro a chi fa cose per noi, e noi non diamo denaro per questo. Diamo denaro a chi non ha abbastanza denaro per fare quello che vuole. Fondamentalmente noi sosteniamo i regimi democratici e, fra tutti i paesi che dovrebbero capirlo, c’è l’Italia. È stato l’aiuto americano che per trent’anni ha impedito all’Italia di cadere in un comunismo autoritario. E ci siamo riusciti sostenendo i partiti del centro democratico, sempre.

(William Colby, intervistato da Oriana Fallaci nel marzo del 1976)

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Nell’immediato secondo dopoguerra, dopo che l’Unione Sovietica riuscì a dotarsi della capacità di produrre armi nucleari, gli stati maggiori dei principali paesi membri dell’appena creata NATO, nel 1949, predisposero i piani di difesa in Europa occidentale sulla base dell’ipotesi di una guerra convenzionale e di un rapido attacco via terra degli eserciti vicini all’Unione Sovietica, i quali avrebbero potuto sfruttare il vantaggio di azioni insurrezionali e di guerriglia delle organizzazioni comuniste locali. L’ipotesi portò alla revisione delle strategie militari, con una risalto maggiore dato alla guerra non ortodossa, da condurre con strutture paramilitari segrete in posizione di difesa arretrata e di manovra in ritirata. A corollario di questo modello di difesa, gli americani si impegnarono in una guerra psicologica condotta in nome di un anticomunismo aggressivo ed apocalittico che vedeva l’Italia, confinante con la Jugoslavia e con il partito comunista più forte e meglio organizzato d’Occidente (il PCI), come principale campo di battaglia e laboratorio per testare le strategie di propaganda anticomunista e di contro-insorgenza.

JPEG - 8.4 KbAllen Dulles

Il primo atto classificato dal massimo organismo statunitense per la sicurezza nazionale, il National Security Council, datato 14 novembre 1947, certificò le preoccupazioni degli USA con una formula inequivocabile: “Il governo italiano, che propende ideologicamente verso le democrazie occidentali, è debole e soggetto ai continui attacchi da parte di un forte partito comunista”. Le successive direttive del NSC, tra il 1948 ed il 1954, diedero mandato ai direttori della CIA, Roscoe Hillenkoetter, Walter B. Smith e Allen Dulles, di effettuare le operazioni coperte (covert operations) per prevenire la vittoria del PCI alle elezioni. Una direttiva dell’NSC dell’11 gennaio 1951 precisò poi che analoghe misure andavano intraprese anche “nel caso che i comunisti guadagnino la partecipazione nel governo italiano con mezzi legali o minaccino di ottenere il controllo del governo italiano, o nel caso che quel governo cessi di mostrare una determinazione a opporsi alle minacce comuniste interne ed esterne”.

JPEG - 11.6 KbClaire Boothe Luce

A supervisionare le nuove organizzazioni di difesa nell’ambito NATO e le prime strutture informative parallele che accompagneranno la storia della Repubblica italiana, furono posti uomini della CIA come William Colby, a Roma dal 1951 al 1959, che aveva effettuato importanti operazioni dell’OSS dietro le linee, in Francia e Norvegia, durante la seconda guerra mondiale, ed aveva avviato le operazioni Stay Behind in Scandinavia. Colby rivestì il ruolo di political attaché dell’ambasciata USA, durante il periodo in cui a via Veneto era ambasciatrice la fervente anticomunista Claire Boothe Luce (1953-1956) e vicecapo della CIA era Robert Paul Driscoll, pupillo del direttore dell’agenzia, Allen Dulles. Driscoll, trasferito in Tunisia, si occupò di organizzare la presenza informativa della CIA in Grecia e a Beirut, ma continuò ad effettuare operazioni in Italia, in collaborazione con il ministro Fernando Tambroni.

JPEG - 6.5 KbWilliam Colby

William Colby è stato sicuramente una delle figure chiave nel controbilanciare la crescita politica del Partito Comunista Italiano. In seguito divenne capo della CIA a Saigon, in Vietnam, e direttore generale dell’agenzia tra il 1973 ed il 1976. Nel 1978 pubblicò un’autobiografia nella quale fece esplicito riferimento alle “Stay Behind nets”.

In quegli anni, a partire dal 1949, era in Italia anche Carmel Offie, consigliere politico, membro dell’Office of Policy Coordination (OPC), l’ufficio creato dal Dipartimento di Stato per la guerra psicologica, la propaganda ed il finanziamento delle iniziative per la destabilizzazione dell’Unione Sovietica, nonché patrocinatore della nascita dell’intervento autonomo della CIA nel nostro paese.

Succursali della CIA: il SIFAR e Gladio

JPEG - 6.6 KbRandolfo Pacciardi

È in un contesto del genere, con il paese ancora occupato militarmente dalle forze armate USA, che nel 1949 venne costituito il SIFAR – Servizio Informazioni Forze Armate, con una semplice circolare del Ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, in una posizione di netta sudditanza agli USA, e regolato da un protocollo segreto che comportava la totale rinuncia alla sovranità italiana, in base al quale anche il personale doveva essere approvato dalla CIA. Il SIFAR, in base alla dottrina statunitense, veniva ad essere costituito da militari di provata fede anticomunista, in gran parte provenienti dalle file degli apparati militari ed informativi dell’ex regime fascista.
JPEG - 7.3 KbAlcide De Gasperi

La strategia di propaganda e guerra psicologica, elaborata il 13 novembre del 1951 dalla Commissione C del Psychological Strategy Board, un organismo che riuniva rappresentanti del Dipartimento di Stato, della Difesa e della CIA, prevedeva un piano di discriminazione dei comunisti italiani, inviato al governo De Gasperi, che aveva tra i vari compiti: “discriminare” le aziende con manodopera comunista, azioni per far fallire o ridurre le cooperative controllate dai comunisti, stimolare il deviazionismo nel PCI, screditare il partito comunista e distruggere la rispettabilità delle sue figure di spicco, compromettere i comunisti che rivestono cariche pubbliche, creare scandali ad hoc, ridurre il potere della stampa comunista. Il piano sollecitava anche una riforma della legge elettorale “per tagliare la rappresentanza comunista in Parlamento”.

Come è stato possibile appurare dagli atti resi pubblici nel corso delle indagini giudiziarie, i servizi segreti italiani erano tenuti a passare le informazioni e ricevere le istruzioni da una apposita centrale della CIA in Italia che dipendeva direttamente dalla presidenza degli Stati Uniti. Da un accordo SIFAR-CIA del 1952 venne poi sviluppato il piano Demagnetize per depotenziare e tentare di mettere fuori legge il PCI in Italia.
JPEG - 40.3 KbLe attività anticomuniste non si basavano solo sulla propaganda e sulla guerra psicologica; l’8 ottobre del 1951, un promemoria inviato al capo di Stato Maggiore della Difesa intitolato “Organizzazione informativa-operativa nel territorio nazionale suscettibile di occupazione nemica”, proponeva la costituzione di una struttura a “carattere clandestino ed ordinamento cellulare tale da restare ignorata”.

Con la Germania divisa, il dibattito sull’idea francese di costituire una Comunità Europea di Difesa (CED) si prolungò fino al 1954, quando la Francia decise infine di non ratificare più l’accordo. L’organizzazione parallela di controguerriglia e propaganda nasceva così da un accordo bilaterale tra la CIA ed il SIFAR, fuori dal coordinamento Clandestine Planning Committee (CPC) creato da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, sottoposto alla direzione del comando supremo della NATO, il Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE). L’Italia aderì al CPC solo nel maggio del 1959.

La struttura che si venne a creare assorbì larga parte dei gruppi di autodifesa operanti nelle zone di confine e dell’organizzazione segreta “O” che era stata creata, nel gennaio del 1946, dalle fila partigiane “bianche” della brigata Osoppo-Friuli (2150 uomini, diventati 4484 nel 1947), composta in larga parte da ex militari monarchici ed indipendenti, per il controllo del confine orientale, diventata poi il III Corpo dei Volontari della Libertà nel 1947; ed i partigiani bianchi del MACI (Movimento Avanguardista Cattolico Italiano), di Pietro Cattaneo, un movimento paramilitare che ebbe una investitura ufficiale dalla DC nel 1948, e che era fortemente attivo in Lombardia negli anni ’50, collegato con il MAR di Carlo Fumagalli.

Gladio, la Stay Behind italiana, con compiti di guerra non convenzionale, costituita nel 1956 come una struttura NATO coperta dal massimo grado di segretezza, il cui coordinamento fu affidato il 18 ottobre 1956 alla V sezione SAD (Studi ed addestramento) alle dipendenze dell’Ufficio R, del SIFAR; nasceva in pratica come una covert operation sotto la supervisione della CIA, attraverso un comitato di coordinamento chiamato Gladio Committee (costituito da 8 militari del SIFAR e 3 della CIA). Gli ufficiali inizialmente addestrati presso la training division dell’intelligence inglese furono poi suddivisi in 6 settori operativi di Gladio: informazione, sabotaggio, propaganda, comunicazione, cifra, esfiltrazione.

JPEG - 5.9 KbPaolo Emilio Taviani

Alle dipendenze del SAD venne posto il CAG (Centro di Addestramento Guastatori) che dall’agosto del 1956 disponeva di una base in Sardegna, a Capo Marrargiu. Dell’esistenza di Gladio furono informati inizialmente solo il Ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani (ministro della Difesa dal 1953 al 1958, dell’Interno dal 1962 al 1968 e dal luglio 1973 all’ottobre 1974), il presidente della repubblica Giovanni Gronchi, il vicepresidente Giuseppe Saragat, il ministro degli Esteri Gaetano Martino. In seguito, almeno fino al 1984, dell’esistenza di Gladio vennero informati i ministri della Difesa.

JPEG - 7.4 KbDouglas C-47 Dakota, simile all’Argo 16

Dal 1958 fino al 1964 il CAG fu dotato anche di una Sezione Aerei Leggeri (SAL) e fu costituito il III gruppo aereo, per la pianificazione operativa e addestrativa dell’aereo adoperato dal servizio, il celebre Argo 16, e il IV gruppo trasmissioni, che serviva per l’addestramento e l’impiego degli apparati di trasmissione.

Solo nel 1964 la struttura Gladio aderì formalmente al coordinamento effettivo (ACC-Allied Clandestine Committee) della Stay Behind europea. A partire dagli anni ’70, il cambiamento della strategia di difesa NATO in Europa, con il dispiegamento dei missili nucleari tattici, ed il cambiamento degli equilibri nel mediterraneo, Gladio cambiò le caratteristiche di reclutamento e la propria missione.

L’Ufficio REI (Ricerche Economico Industriali) del SIFAR, un servizio segreto della Confindustria?

Fonte solitamente attendibile ha segnalato che un gruppo di esponenti della nota organizzazione neofascista ‘Ordine Nuovo’, guidati dal giornalista Pino Rauti e da Clemente Graziani, si sarebbe dovuto recare il 12 corrente in Spagna e Portogallo per contatti di natura politica e per trattare con personalità di quei paesi circa la costituzione di centri informativi in Roma e in altre città italiane. In Portogallo i dirigenti del movimento avrebbero dovuto incontrarsi anche con alti funzionari della ‘Pide’ per la definizione di un piano diretto a facilitare l’acquisto di armi in Italia per conto di quel paese. A tal fine Clemente Graziani, quale intermediario, avrebbe ricevuto l’incarico di interessare nel senso una importante industria del nord Italia. Premesso quanto sopra sarà gradita, sull’argomento, ogni possibile notizia.

Lettera al col. Rocca da parte del col. Giovanni Allavena, capo dell’Ufficio D del Sifar, 26 marzo 1964, Prot. D/107930/1^

Dopo la fine della guerra, all’interno del neocostituito servizio segreto militare, il SIFAR, e sotto la supervisione degli attaché dell’ambasciata americana, un ruolo strategico per la pianificazione del depotenziamento della “minaccia comunista” fu svolto dall’ufficio REI (Ricerche Economico Industriali), un ufficio che in teoria si sarebbe dovuto occupare solo di controspionaggio industriale.

I compiti di controspionaggio dell’Ufficio REI, nel corso degli anni, permisero a diverse organizzazioni di reduci e combattenti di vivacchiare grazie ai finanziamenti privati che venivano veicolati da questa struttura. Gli industriali invece trovarono nel REI il servizio che garantiva all’occorrenza il contatto discreto con gli ambienti politici, economici e finanziari nazionali ed internazionali. In cambio il REI otteneva per il SIFAR le coperture per gli agenti del servizio all’estero, informazioni, l’assunzione di agenti e militari congedati e generosi contributi per finanziare le attività anticomuniste.

JPEG - 12.2 KbGiorgio Valerio

Ufficialmente con il compito di tutelare la segretezza delle licenze industriali, e per controllare il commercio delle armi delle aziende italiane verso l’estero, l’Ufficio REI era in verità una struttura con legami molto forti con la Confindustria, al punto che nello stesso stabile di palazzo Doria, a Roma, in via del Corso 303, oltre al REI ed alla SIATI (Società Italiana Applicazioni Tecniche ed Industriali una società di copertura del SIFAR), c’era anche un ufficio speciale della Confindustria, chiamato CIS, presso il quale lavoravano due ex agenti del SIFAR.

JPEG - 9 KbCol. Renzo Rocca

Durante gli anni ’60, in coincidenza con l’avvio della Strategia della Tensione, il potere degli industriali era quindi ben saldato nel cuore dello Stato e concentrato nelle mani di un ufficiale che lo gestì ininterrottamente per quasi vent’anni. L’Ufficio REI è stato diretto fino al 1966 dal colonnello piemontese Renzo Rocca, un militare che godeva della fiducia personale di Paolo Emilio Taviani. I finanziamenti delle organizzazioni sostenute dall’Ufficio REI avvenivano principalmente attraverso il procacciamento di inserzioni pubblicitarie per riviste e giornali, dietro le quali venivano nascosti cospicui finanziamenti. Per le mani di Rocca passarono così centinaia di miliardi fuori dai bilanci del SIFAR, che finirono a partiti, correnti, gruppi politici ed associazioni di varia natura.

JPEG - 9.9 KbGen. Giovanni De Lorenzo

Alle dipendenze del generale Giovanni De Lorenzo, capo del SIFAR dal 1955, la cui nomina fu fortemente sostenuta da Carmel Offie per tenere sotto controllo il presidente Gronchi, anche l’Ufficio REI ricevette un compito delicato: la redazione di rapporti segreti da destinare ad alcune figure chiave del governo e dello Stato per creare paura ed allarmismo, compito che venne eseguito con la redazione di dossier che quotidianamente venivano consegnati al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio ed al Ministro degli Interni, nei quali veniva descritto un contesto sociale preinsurrezionale.

Il SIFAR, su richiesta del Capo Stazione della CIA in Italia, dal 1956 al 1962 effettuò una colossale opera di schedatura di massa, raccogliendo almeno 157.000 fascicoli di politici, imprenditori, militari, sindacalisti, con informazioni che andavano dalle preferenze sessuali agli orientamenti politici, utilizzabili come potenziali strumenti di ricatto che poco avevano a che fare con la sicurezza nazionale. L’attività di raccolta informazioni e dossieraggio non aveva limiti, furono spiati anche il Presidente della Repubblica e il Papa.

Motivi di allarme certamente non mancavano in quegli anni, con i conflitti regionali ed i movimenti di liberazione nazionale che stavano portando alla decolonizzazione del Terzo Mondo, soprattutto nell’area mediterranea e mediorientale, come si rese evidente durante la crisi di Suez del 1956, approdando spesso a processi di nazionalizzazione ed esperimenti di socialismo che stavano estromettendo Francia ed Inghilterra dal ruolo di potenze coloniali nel mediterraneo. Su questo scacchiere, l’Italia, sostenuta dall’amministrazione USA, giocava una guerra segreta che è diventata, fino agli anni ’80, la trama che sta dietro gran parte delle vicende oscure della storia repubblicana.

Benché il PCI di Palmiro Togliatti non abbia mai tentato di rovesciare l’ordinamento democratico con mezzi insurrezionali, il grado di fedeltà o infedeltà atlantica dell’Italia diventò l’ago della bilancia delle dinamiche interne ed estere delle vicende che influenzavano le politiche nazionali. Il secondo dopoguerra aveva consegnato un paese in cui oltre il 70% dei voti era diviso tra il PCI e la Democrazia Cristiana, con un sistema parlamentare su cui le pressioni internazionali obbligavano la formazione delle maggioranze parlamentari al di fuori del coinvolgimento del PCI e con le pressioni dei settori più conservatori per non coinvolgere i socialisti, nel timore di un spostamento a sinistra dell’asse della politica estera, con la possibilità che ciò avrebbe potuto comportare un mutamento di tutto il turbolento scacchiere politico mediterraneo, con inevitabili ripercussioni sulla stabilità europea.

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Tra gli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60, i settori più conservatori delle forze politiche di governo avevano tentato inutilmente di risolvere il problema del crescente peso del PCI nella società italiana, con il tentativo di approvare una legge elettorale che riducesse drasticamente i seggi delle forze di opposizione, fino alla tentazione di provocare fenomeni insurrezionali, finalizzati a mettere fuori legge i comunisti e le organizzazioni sindacali meno gradite agli industriali.

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A partire dal 1960, con la fine della ricostruzione post-bellica, all’interno della DC iniziarono le manovre di potere della nuova leva della “sinistra” democristiana, legata a monsignor Montini, disponibile al dialogo con i socialisti ed i comunisti, la quale aveva un punto di forza nel presidente Giovanni Gronchi, che era stato eletto con i voti determinanti del PCI. Il fallimentare tentativo criptofascista del governo Tambroni, che aveva ottenuto i voti determinanti dei deputati dell’MSI, aveva visto, nello stesso anno, la fuoriuscita dei ministri della sinistra DC dal governo (Bo, Pastore e Sullo), e una serie di incidenti e provocazioni durante le manifestazioni del PCI e della CGIL avevano portato il clima sociale del paese sull’orlo di uno scontro armato, come a Genova, Licata, Bologna e Reggio Emilia, dove una rivolta popolare fu sedata dalle forze dell’ordine sparando sulla folla, provocando 5 morti.

In questi anni l’attività dell’Ufficio REI e dell’Ufficio D del SIFAR divenne frenetica, raccogliendo materiale informativo sia sul mondo industriale che politico-sindacale, associativo e giornalistico, procacciando finanziamenti alle testate ed alle associazioni in sintonia con i dettami degli industriali, attraverso contratti pubblicitari e mezzi finanziari fuori bilancio messi a disposizione dalla Confindustria, e mobilitando “civili” verso i campi di addestramento.

Intorno alla figura del generale De Lorenzo, il SIFAR era diventato un gruppo di potere che era riuscito ad occupare posti chiave nei ministeri e negli stati maggiori della difesa, grazie al controllo delle promozioni e della gestione dei posti di comando, fino ad assumere un ruolo di condizionamento della vita democratica del paese. Questa situazione venne denunciata anni dopo dal generale Beolchini e confermata alla commissione parlamentare d’inchiesta che fu istituita a partire dalla sua denuncia. Il generale Beolchini dichiarò che il potere personale di De Lorenzo si era creato a partire dal 1956 e si era affermato soprattutto dal 1959 in poi, quando rivestì l’incarico di comandante generale dei carabinieri, continuando ad esercitare la sua influenza sul SIFAR per interposta persona. A conferma del ruolo strategico rivestito dal colonnello Rocca, nello stesso periodo, il generale dei carabinieri Cosimo Zinza, in servizio all’Ufficio REI tra il 1958 ed il 1960, dichiarò alla commissione che Rocca “si occupava delle attività più disparate e più delicate e che esulavano molte volte dai compiti specifici spesso assegnati. Il colonnello Rocca era introdotto in tutti gli ambienti e la sua attività era la più imprevedibile in quanto gli venivano affidati degli incarichi particolarmente delicati”.

JPEG - 21.8 KbPietro Nenni Aldo Moro, 1963

Il disegno eversivo prese corpo a partire dal 1963, dopo l’elezione del presidente Segni (nel 1962, con i voti determinanti del MSI) quando stava per nascere il primo governo di centro-sinistra, che aveva avuto un parziale via libera dal presidente J.F. Kennedy, con l’entrata dei socialisti nella maggioranza, con Aldo Moro presidente e Pietro Nenni suo vice. Il governo ebbe una vita parlamentare tormentata mentre, sulle scrivanie del presidente della Repubblica Antonio Segni, e dei ministri Tambroni e Andreotti, continuavano ad arrivare ogni giorno rapporti che descrivevano una situazione catastrofica, sull’orlo della guerra civile, con la richiesta di finanziamento di corpi speciali per fronteggiare il pericolo comunista.

La schedatura ed il dossieraggio erano proseguite anche dopo il 1962, quando al ministero dell’Interno era salito per la prima volta Paolo Emilio Taviani e il generale De Lorenzo era stato nominato comandante generale dell’arma dei carabinieri, lasciando il posto al SIFAR, il 15 ottobre 1962, al generale Egidio Viggiani, un suo fedelissimo che proveniva dall’esercito. Viggiani resse poi il comando del Sifar fino al 5 giugno del 1966, ovvero fino alla nascita del nuovo servizio d’informazioni, il SID, lasciando il posto al generale Giovanni Allavena, altro fedelissimo del generale De Lorenzo, il quale veniva dai carabinieri ed era stato responsabile dell’Ufficio D del SIFAR (Controspionaggio). Allavena rimase in carica dal 6 giugno 1965 fino al 1 giugno 1966.

Il culmine dell’operazione di destabilizzazione dell’ordine costituzionale fu raggiunto con il tentativo di golpe “Piano Solo” del 1964, così denominato perché avrebbero dovuto prenderne parte solo i carabinieri, che prevedeva l’occupazione delle redazioni de l’Unità e Paese Sera, l’arresto e la deportazione in una località segreta di 731 dirigenti politici e sindacali, scelti in base alla schedatura effettuata negli anni precedenti.

Il 14 giugno del 1964, in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri, a Roma, sfilò l’undicesima brigata meccanizzata, dotata di autoblindo, cingolati e mezzi corazzati. La sera stessa il generale De Lorenzo annunciò che per il protrarsi delle celebrazioni, i reparti speciali confluiti a Roma non avrebbero lasciato la capitale prima del 20 luglio. Contemporaneamente all’attuazione del Piano Solo si svolse una esercitazione NATO denominata “Corazza Alata”.

JPEG - 9.4 KbJ.F.Kennedy e A. Segni

Il tentativo di golpe rientrò con l’uscita dei socialisti dal governo, e non si sa tuttora se il Piano Solo, come altri successivi tentativi di golpe degli anni sessanta/settanta, avesse realmente l’obiettivo di sovvertire l’ordine repubblicano o fosse semplicemente uno strumento di pressione per evitare svolte politiche poco gradite alle forze armate e ai poter forti. Durante le concitate fasi di quella stagione, il 7 agosto 1964, nel corso di un colloquio molto teso tra il presidente della Repubblica Antonio Segni, il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro degli esteri Giuseppe Saragat, Segni fu colpito da trombosi e, nel dicembre successivo, fu costretto a dimettersi. Sul contenuto del colloquio e sui reali obiettivi del Piano Solo esistono varie ipotesi suffragate da una documentazione resa possibile, limitatamente, solo negli anni ’90; tra questi elementi è rilevante notare che nel giugno del 1964 squadre di civili si esercitarono nella base segreta di Capo Marrargiu, campo di addestramento di Gladio. Negli stessi mesi, secondo gli appunti di Luigi Cipriani, la giunta della Confindustria aveva deciso uno stanziamento di 35 miliardi per il “Piano Noto”. Il 1964 è stato sicuramente un anno reso particolarmente complicato anche dalla morte di Togliatti a Yalta, il 21 agosto.

JPEG - 5.8 KbPino Rauti

Nel 1965, passata la bufera, con Saragat eletto presidente della Repubblica, Giovanni De Lorenzo venne promosso capo di stato maggiore dell’Esercito, mentre l’Ufficio REI era ancora all’opera per finanziare, tra le altre iniziative anticomuniste, la rivista D di Pino Rauti, ed il convegno dell’Istituto Pollio, un ente creato da Enrico de Boccard (un ex repubblichino di Salò) tenutosi all’Hotel Parco dei Principi di Roma il 3 e 5 maggio di quell’anno. Al convegno, tra i relatori, parteciparono militari reduci del nazifascismo e neofascisti, tra cui Pio Filippani Ronconi (ex volontario delle Waffen SS nell’Afrika Korps, docente di sanscrito all’Orientale di Napoli e traduttore all’Ufficio Cifra del Min. della Difesa), i neofascisti Mario Merlino, Pino Rauti e Stefano delle Chiaie; Guido Giannettini (coinvolto nelle indagini sulla strage di piazza Fontana ed espatriato all’estero con l’aiuto del SID), che tenne una relazione sulla “Varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria”; il gen. Alceste Nulli-Augusti, il col. Adriano Magi-Braschi, Giorgio Pisanò, con una profetica relazione su “La controrivoluzione degli ufficiali greci”; Giano Accame, Eggardo Beltrametti, Vittorio De Biase (braccio destro di Giorgio Valerio, amministratore delegato della Edison), Ivan Matteo Lombardo (dirigente della Squibb, uno degli artefici della scissione di palazzo Barberini che dide vita al PSDI di Saragat), ed altri. Il convegno dell’Istituto Pollio è ritenuto dagli storici uno dei momenti più importanti nella pianificazione della Strategia della Tensione e dell’Operazione Chaos in Italia, iniziata ufficialmente nel 1967 e conclusasi nel 1974. L’operazione Chaos, creata da Richard Helms, per esplicito volere del presidente USA, Lyndon Johnson, prevedeva l’infiltrazione di agenti nei gruppi pacifisti e studenteschi.

JPEG - 6.5 KbPio Filippani Ronconi nelle SS

Nel convegno al Parco dei Principi, l’intervento del Prof. Pio Filippani Ronconi si concentrò sulla necessità di costruire un livello clandestino di lotta anticomunista da affiancare a due livelli ufficiali, formati da docenti, funzionari, industriali e commercianti (il primo); e da associazioni d’Arma, nazionalistiche, irredentiste, ginniche e militari in congedo (il secondo). La Difesa Civile di questo terzo livello clandestino avrebbe dovuto costituirsi in nuclei, “possibilmente l’un con l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo, potrebbero essere composti in parte da quei giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie il loro tempo e, peggio ancora, il loro anonimato, in nobili imprese dimostrativa che non riescono a scuotere l’indifferenza della massa di fronte al deteriorarsi della situazione nazionale.”

Un appunto datato 1961 dell’Ufficio R del Sifar, trovato anni dopo, relazionava al generale De Lorenzo proprio sugli sviluppi di un progetto che prevedeva la contemporanea presenza sul territorio italiano di tre singole organizzazioni destinate alla “guerra territoriale”. Due di esse erano in fase di costruzione, ma l’altra (suppostamente Gladio) era già operativa. Lo stesso documento faceva inoltre riferimento ad una struttura segreta la cui creazione era stata suggerita dal Comando designato del III corpo d’armata di stanza a Padova, il quale avrebbe dovuto occuparsi delle operazioni clandestine, gestite dallo stesso comando.

Nel corso degli anni, l’esistenza di questa struttura occulta, diversa da Gladio, è più volte emersa tra le testimonianze di militari ed ex ordinovisti, diventando nella letteratura giornalistica e giudiziaria il “SID parallelo”. Il tenente colonnello Amos Spiazzi, interrogato nel 1974 dal giudice Tamburino, ammise l’esistenza di una struttura denominata “Rosa dei Venti”, il cui gruppo dirigente era composto da ufficiali dei servizi segreti italiani ed americani, da industriali ed era finanziata dalle multinazionali. Questa organizzazione gestiva, attraverso degli intermediari, i gruppi terroristici ed aveva come finalità la creazione del disordine, per rendere necessario un intervento autoritario dello Stato.

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I fatti relativi al “Piano Solo” furono taciuti all’opinione pubblica fino al 1967, quando un’inchiesta giornalistica dell’Espresso, a firma di Lino Jannuzzi, fece esplodere lo scandalo. Nel frattempo era stata varata la prima riforma repubblicana dei servizi segreti, nel 1965, con la nascita del SID (Servizio Informazioni Difesa), con la quale l’Ufficio REI passò sotto le competenze dell’Ufficio D, un organismo per il controspionaggio anche per il SID.

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Un’inchiesta condotta da Ruggero Zangrandi, per il quotidiano Paese Sera, agli inizi del 1970, documentò l’attività di spionaggio dell’Ufficio REI, sia nei confronti di personalità della politica e dell’industria (fu spiato il gruppo dei collaboratori di Aldo Moro e, tra gli altri, Enrico Mattei) sia di finanziamento di organizzazioni politiche dell’area di centro e neofasciste, come Ordine Nuovo, Fronte Nazionale, Europa Civiltà, Soccorso Tricolore ed Avanguardia Nazionale; oltre che finanziare gruppi di provocatori addestrati per essere infiltrati nelle manifestazioni della sinistra, allo scopo di creare disordini, come le squadre del provocatore Luigi Cavallo.

Il vice comandante dei carabineri, il generale Giorgio Manes, il 15 giugno del 1967 scrisse un rapporto in cui denunciò la degenerazione avvenuta nell’arma a causa del generale De Lorenzo. Nel rapporto redatto, generali di brigata e colonnelli ammisero di aver partecipato a riunioni segrete al comando generale, di aver discusso fasi operative del Piano Solo e della distribuzione ai tre capi di stato maggiore dei carabinieri delle liste di proscrizione e delle istruzioni per la deportazione dei prigionieri in località su cui poi gli organismi parlamentari applicarono degli omissis.

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In una pagina dei diari del generale Manes si leggeva chiaramente “Sardegna – tenente colonnello Giuseppe Pisano sa tutto (…). Società fittizia con sede palazzo Baracchini (…) motivo: caccia – civili trattenuti in servizio vedi Rocca”. Secondo lo storico Giuseppe De Lutiis, l’appunto si riferiva alla base di capo Marrargiu, i cui terreni furono acquistati da una società fittizia, e all’addestramento delle milizie irregolari che il colonnello Rocca reclutava in funzione di appoggio in caso di golpe e per creare disordini nelle manifestazioni della sinistra, in particolare nello sciopero degli edili di Roma, il 9 ottobre del 1963, quando un gruppo di misteriosi personaggi aggredì a piazza SS. Apostoli il corteo dei 50mila edili che si era svolto pacificamente, provocando 168 feriti, vetrine spaccate, auto rovesciate e filobus incendiati, in una battaglia che durò mezza giornata che si concluse con dei rastrellamenti effettuati fino a tarda notte, con centinaia di arresti e decine di condanne per direttissima. Anche in quell’occasione governo, ministero dell’Interno, stampa e forze politiche della destra non esitarono ad accusare i comunisti e la CGIL. Il vicequestore Santillo rilasciò nell’occasione una dichiarazione alla stampa “sono stato scavalcato nella direzione delle operazioni”, che venne compresa solo molti anni dopo nella sua pienezza.

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Un documento emerso solo qualche anno fa, nell’ambito delle indagini sulla strage di Brescia del 1974, contenuto in un fascicolo declassificato del SIFAR (n. 1962-2-21-32 intestato: “Aspetti dell’azione anticomunista in Italia e suggerimenti per attuare una politica anticomunista”), il 12 settembre 1963, testimonierebbe che il ruolo dell’Ufficio REI andasse al di là del perimetro del controspionaggio industriale. In questo documento infatti il colonnello Rocca scriveva al responsabile dell’Ufficio D (controspionaggio) del SIFAR, generale Giovanni Allavena, per utilizzare squadre di civili addestrate in base ai principi “della guerra psicologica, della guerra non ortodossa, della lotta clandestina, delle tattiche di disturbo (…) della tecnica della provocazione”, per fermare l’avanzata del comunismo, serviva un’azione “offensiva e aggressiva” per cui era necessario “creare gruppi di attivisti, di giovani, di squadre che possono usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, della intimidazione, della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell’assalto, del sabotaggio, del terrorismo.”
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Nel 1973, nel corso dell’indagine sul tentato golpe della Rosa dei Venti, il giudice Tamburino, grazie alle dichiarazioni del neonazista Porta Casucci e successivamente, nel 1974, alle dichiarazioni di Roberto Cavallaro, era venuto a conoscenza del coinvolgimento di alti ufficiali in una organizzazione segreta, denominata organizzazione X, o SID Parallelo. Al vertice di questa organizzazione vi sarebbero stati 87 tra militari di vari corpi dell’esercito e dei servizi di sicurezza. Le indagini portarono all’arresto del capo del SID, il generale Vito Miceli, prima che l’inchiesta fosse sottratta al giudice Tamburino e trasferita a Roma, dal giudice Vitalone, che la sgonfiò. Gli indagati, tra cui il generale Siro Rossetti, avevano confermato l’esistenza di una organizzazione occulta con funzioni anticomuniste. Nell’ambito dell’indagine condotta dal giudice Mastelloni, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma, dichiarò che fin dal 1961, ed almeno fino al 1965, quando era capo di Stato Maggiore della III Armata di stanza a Padova:

“esisteva un’organizzazione paramilitare chiamata Ordine Nuovo, sorretta dai servizi di sicurezza della Nato, che aveva compiti di guerriglia e di informazione in caso di invasione; si trattava di civili e militari che all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata i movimenti del nemico. Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana, munita di armamento ed attrezzature radio.”

Nel 1980, in una perquiszione a casa del generale Gianadelio Maletti, capo del reparto D (controspionaggio) del SID, tra il 1971 ed il 1974, fu trovato un appunto in cui si parlava di “nuclei segretamente addestrati dal SID parallelo”. Il giudice Guido Salvini, nell’ambito delle indagini sulla strage di Brescia, raccolse molteplici testimonianze sull’esistenza di un’organizzazione operativa tra gli anni sessanta e settanta, chiamata “Nuclei per la Difesa dello Stato”, della quale avevano fatto parte alcune cellule ordinoviste venete, tra cui quelle responsabili della strage di piazza Fontana. La struttura, organizzata dal generale Amos Spiazzi, in servizio presso l’Ufficio I della caserma Montorio di Verona, dipendeva dall’Ufficio guerra psicologica del comando FTASE di Verona, sarebbe stata diversa e distinta da Gladio, e sarebbe stata sciolta nel 1973.

Tra la documentazione sequestrata nel dicembre del 1990 presso l’archivio della VII divisione del SISMI, un appunto del 16 novembre del 1963 dell’Ufficio R del SIFAR, a cui afferiva il coordinamento di Gladio, dal titolo “Programmi di intensificazione dell’attività addestrativa orientativa”, fa riferimento esplicito ad una mutazione degli obiettivi originari di Gladio e ad una richiesta specifica della CIA di intensificare le attività addestrativa di due sezioni (SAD e CAG) al mutamento delle strategie nel “controllo e neutralizzazione delle attività eversive sovversive”. Il documento è considerato rilevante non solo perché fa esplicito riferimento al fatto che alcune unità Gladio di “pronto impiego”, “Stella Alpina”, “Azalea”, “Ginestra” e “Rododendro”, alla data del 30 settembre 1963, avessero una consistenza numerica di 1500 unità, ben oltre quindi i 622 gladiatori complessivi riferiti al parlamento nel 1990; ma perché fa riferimento ad attività addestrative o alla “counter-insurgency” presso Fort Bragg, in North Carolina, ed all’attivazione di “elementi Gladio sul territorio in funzione propagandistica, di contropropaganda e di disturbo”, per i quali la CIA “vedrebbe con simpatia tale intervento” essendo stato “programmaticamente già previsto (…) per le unità di pronto intervento (UPI), in particolare per la Stella Alpina”. L’appunto prosegue l’auspicio che i corsi di controguerriglia, disturbo, propaganda e contro-propaganda contro l’ideologia comunista siano effettuati a ufficiali dell’Esercito (in particolare gli ufficiali della catena “I”, spesso individuata come la struttura portante degli organismi paralleli delle attività politico-eversive in Italia), carabinieri e militari a lunga ferma, elementi di Gladio, a cominciare dalla “Stella Alpina”.

L’Ufficio REI del colonello Rocca, proprio nello stesso periodo dell’appunto, tra il 1962 ed il 1963, effettuò un’intensa opera di reclutamento di personale civile che veniva addestrato a Capo Marrargiu, come il gruppo che causò gli scontri durante lo sciopero degli edili a Roma del 1963.

Anni dopo, il 28 ottobre 1990, l’Unità pubblicò un’intervista ad un ex generale del SID, Nicola Falde, successore di Rocca all’Ufficio REI tra il 1967 ed il 1969, il quale rivelò che nell’occasione dello sciopero degli edili di Roma del 1963, il colonnello Rocca aveva fatto arrivare a Roma centinaia di uomini di un “organismo parallelo” accompagnati nei dintorni di piazza SS. Apostoli, in alcuni appartamenti e nei cortili di un palazzo, dove avevano ricevuto in consegna tute mimetiche e divise della polizia. Durante il corteo, gli uomini della “struttura parallella”, attaccò gli edili lanciando pietre sui lavoratori e effettuando degli assalti con mazze e randelli, causando i disordini. L’operazione dell’organismo parallelo fu una “esercitazione” in grande stile. L’ex generale che aveva rilasciato le dichiarazioni a Cipriani confermò la versione anche davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2.

Il 1963 è anche l’anno in cui furono occultati gli armamentari utili per le finalità di Gladio, nascosti e sepolti in località segrete denominate NASCO. I depositi, ufficialmente 139, dovevano rimanere segreti, ma nel 1972, un fortuito ritrovamento di uno dei NASCO, nella zona di Aurisina, diventerà il tassello che nel corso degli anni porterà il giudice Felice Casson a scoprire l’esistenza di Gladio, grazie alle rivelazioni dell’ex ordinovista Vincenzo Vinciguerra.

JPEG - 51.9 KbStefano Delle Chiaie

Nel gennaio del 1966, un assaggio della strategia di provocazione era venuto proprio da parte dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale, guidata da Stefano Delle Chiaie, con l’affissione di manifesti inneggianti alla Cina popolare nelle città di Firenze, Livorno e Roma. L’operazione fu promossa dal servizio segreto, tramite il direttore della rivista Il Borghese, Mario Tedeschi (ex X Mas), per il cui finanziamento si era interessato l’Ufficio REI. Nel convegno dell’Istituto Pollio, una delle relazioni, quella di Pino Rauti, prevedeva proprio delle azioni volte a provocare il PCI.

L’11 dicembre del 1965, si tenne ad Udine una riunione degli appartenenti alla struttura Gladio, sui temi della “insorgenza e contro-insorgenza”, nel corso della quale venne richiesta “una azione attiva di contropropaganda”. In quella sede, in base alla testimonianza diretta di Vincenzo Vinciguerra, il comandante della VIII formazione, “Manlio”, dichiarò che c’erano già delle organizzazioni che effettuavano la propaganda anticomunista, e dette delle istruzioni per la raccolta d’informazioni, per l’organizzazione di azioni intimidatorie e dimostrative nei confronti degli “avversari”, nella diffusione e compilazione di manifesti e volantini, in risposta a quelle della parte avversaria; e per l’organizzazione di conferenze e comizi. Tra il 15 e 24 aprile, in base ai documenti rinvenuti, si svolse l’operazione Delfino, nella zona di Trieste, la quale si tenne con la partecipazione di un nucleo di propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di una unità di pronto impiego (Stella Marina). L’esercitazione si sviluppò su temi concernenti le caratteristiche della guerra non convenzionale, in situazioni di insorgenza e contro-insorgenza, con azioni di provocazione quali aggressioni ed attentati da attribuire all’avversario, e la diffusione di materiale di disinformazione.

Tra Gladio e la strategia della tensione

Le vicende dell’Ufficio REI, soprattutto nel periodo precedente il 1964, non sono molto documentate a causa della distruzione di gran parte dei documenti, tuttavia gli appunti di Luigi Cipriani, che ha dedicato parte della sua vita parlamentare e di giornalista al ruolo svolto dagli apparati occulti del potere, annotano che l’agente CIA Carmel Offie, il quale era intervenuto nei confronti del presidente Gronchi, tramite il generale De Lorenzo, perché aveva accettato i voti del PCI, patrocinando successivamente l’elezione di Segni, avrebbe indirizzato il col. Rocca verso il finanziamento dei partiti anticomunisti e delle organizzazioni neofasciste.

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Nel 1962, l’amministrazione Kennedy aveva effettuato degli avvicendamenti in Italia. Il colonnello James P. Strauss sostituì all’ambasciata l’attaché militare Vernon Walters, un falco che nel 1961 era favorevole ad un intervento militare in caso i socialisti fossero entrati al governo. Strauss però venne sistematicamente scavalcato nella gestione dei piani ultrasegreti dal capo stazione della CIA a Roma, Thomas Karamessines (che nel 1970 divenne direttore dell’operazione coperta della CIA, FUBELT, in Cile, contro Salvador Allende), mentre Renzo Rocca avrebbe ricevuto istruzioni per continuare a mantenere i contatti con Walters, contravvenendo ai protocolli NATO. Gli appunti di Cipriani testimonierebbero che Rocca nei fatti era diventato un referente operativo della Stay Behind italiana, ricoprendo funzioni che non potevano essere ignorate dal capo del SIFAR, il generale Egidio Viggiani.

A pagina 317 de “Il Malaffare”, di Roberto Faenza e Edward Becker, un libro che fu prontamente ritirato dal commercio nel 1978, viene riportato un documento Top Secret declassificato in base al quale Rocca sarebbe stato coinvolto dall’agente della CIA William Harvey in un’azione di disturbo nei confronti di Aldo Moro, basata su squadre d’azione per compiere attentati nelle sedi della Democrazia Cristiana e contro i quotidiani del Nord, da attribuire poi alle sinistre, in modo da rendere possibile la richiesta al governo delle misure eccezionali. Harvey avrebbe inoltre garantito a Rocca che negli archivi della CIA vi era un elenco di oltre duemila nominativi di formazioni paramilitari e di estrema destra italiane (probabilmente un elenco Gladio), che da tempo avevano offerto i loro servizi volontariamente in funzione anticomunista, si trattava di “uomini capaci di piazzare bombe, ordigni incendiari, fare propaganda, uccidere”. Il capostazione della CIA di Roma riceveva dal generale De Lorenzo due copie di ciascun fascicolo, di cui una veniva spedita alla sede centrale di Langley, in Virginia.

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Una delle questioni ancora oggi poco illuminate dalla documentazione storiografica, riguarda il periodo del terrorismo altoatesino, tra il 1956 ed il 1966, durante il quale vi furono più di trecento attentati contro tralicci dell’altra tensione, centraline elettriche e stazioni ferroviarie, culminati nella notte dei fuochi, tra l’11 ed 12 giugno del 1961, in un crescendo che iniziò colpire anche forze di polizia, guardie di frontiera, finanzieri e carabinieri, ben nove dei quali caddero tra il 1964 ed il 1966. L’uso dell’esplosivo al plastico, e l’allargamento dello scenario degli attentati anche ad altre città italiane, come Domodossola, Rimini, Rovereto, Roma, Verona ed altre località, tra il 1962 ed il 1963, e il ruolo del SIFAR nelle operazioni, fecero sospettare che erano stati usati metodi non ortodossi, e che parte degli attentati erano stati condotti da agenti provocatori.

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La vicenda venne alla luce nel 1991, dopo l’arresto di un ex funzionario dell’MSI di Bolzano, ed il ritrovamento di un quaderno di appunti con delle note su una struttura militare clandestina, confermando quanto il generale Giorgio Manes aveva già dichiarato e lasciato scritto nei suoi diari: “molti attentati in Alto Adige furono simulati dal controspionaggio”. L’ex ministro Paolo Emilio Taviani aveva rivelato al giudice Casson che quando dirigeva il ministero degli Interni, aveva dato mandato al colonnello Rocca di costituire un nucleo di persone per stampare un giornale in lingua tedesca nell’Alto Adige. Il colonnello Amos Spiazzi rivelò invece che nel 1961, mentre era in servizio con il suo reparto in Alto Adige, soprese due uomini che nascondevano nello zaino micce e detonatori. I due uomini, fermati, mostrarono un tesserino del SIFAR e furono rilasciati dai carabinieri. Spiazzi fu prontamente trasferito. Un’ulteriore conferma dell’utilizzo di mezzi non ortodossi nella lotta contro il terrorismo altoatesino venne dalle dichiarazioni del generale Giancarlo Giudici, il quale il 12 settembre del 1964 si rifiutò di eseguire l’ordine folle di fucilare 15 uomini impartitogli dal colonnello Franco Marasco. Il generale De Lorenzo non stigmatizzò il comportamento dell’ufficiale, ed il generale Giudici fu trasferito la sera stessa.

JPEG - 5.5 KbEugenio Henke

Con la riforma dei servizi segreti e la nascita del SID, con l’arrivo dell’ammiraglio Eugenio Henke nel 1966, il cambio della guardia non salvò la riservatezza della missione di Renzo Rocca, che finì nell’occhio del ciclone dello scandalo dei dossier e venne allontanato dall’Ufficio REI. Nell’occasione del passaggio di consegne, l’ufficiale consegnò all’ammiraglio Henke oltre un migliaio di cartelle, dichiarando di aver agito su ordine del presidente della repubblica, del presidente del consiglio, del ministro dell’Interno e della difesa e dal capo dei servizi segreti.

Dopo l’esplosione dello scandalo dei dossieraggi illegali del SIFAR, il nome del colonnello Rocca finì su tutti i giornali. Mentre il suo nome ormai rimbalzava su più di un’inchiesta giornalistica basata sui dossieraggi illegali, in parlamento si chiedeva l’istituzione di una commissione d’inchiesta, nello stesso tempo Rocca venne chiamato a rispondere davanti ai magistrati del tentativo di corruzione del congresso del partito Repubblicano del 1961. Rocca dovette prima mimetizzare con la sua attività con la sigla di copertura SIATI, e con nomi di copertura, le sue attività, poi lasciò il servizio.

JPEG - 5.8 KbEdgardo Sogno

Il 27 giugno del 1968 il colonnello Rocca fu trovato morto in un ufficio in uso alla FIAT, dalla quale era stato assunto, in via Barberini, a Roma, ufficialmente per suicidio. In un’intervista rilasciata il 23 aprile del 1999 (pubblicata in: Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, di A.Pannocchia e F. Tosolini), Edgardo Sogno rivelerà la stessa mattina in cui morì il colonnello, questi aveva incontrato Luigi Cavallo alla fermata del tram a Frascati. Durante il viaggio fino a Roma, Rocca avrebbe rivelato a Luigi Cavallo che il ministro Taviani gli aveva chiesto “una cosa impossibile”, poche ore dopo fu trovato cadavere. La mattina stessa tentò ripetutamente di contattare il ministro Taviani, il quale si fece negare al telefono.

Il giudice Ottorino Pesce trovò sei motivi per credere a un delitto commesso per eliminare Rocca ma venne estromesso dalle indagini poco dopo. Poco prima di morire, il colonnello Rocca aveva prelevato del denaro in banca, risultò inoltre avere molti appuntamenti, segnati sull’agenda.

Il 31 marzo 1969, dopo due anni di battaglia delle sinistre venne costituita la commissione Stragi sugli eventi del giugno 1964. Il generale Manes, vittima di una violenta campagna denigratoria, non riuscì a confermare le accuse in commissione Stragi, a causa di un infarto che lo stroncò il 25 giugno del 1969, a 63 anni, davanti allo scrittoio del presidente della commissione, l’onorevole Alessi, a Montecitorio, proprio il giorno in cui era stato convocato per l’audizione.
JPEG - 21.2 KbFunerali del col. Renzo Rocca

Oltre al colonnello Rocca, morto un anno prima, che non potè testimoniare degli arruolamenti illegali prima del tentato golpe De Lorenzo, un’altra preziosa testimonianza venne a mancare alla commissione. Il 27 aprile del 1969, morì in uno strano incidente stradale anche il generale Carlo Ciglieri, un ufficiale dei carabinieri che aveva effettuato un’indagine interna che lo aveva portato in Alto Adige, dove molti neofascisti avevano soggiornato con coperture del SIFAR. Dalla sua auto, poco dopo l’incidente la cui dinamica causò qualche sospetto, sparì una misteriosa busta che era stata notata dai primi soccorritori.

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L’indagine della commissione parlamentare d’Inchiesta sul tentato golpe, conclusasi il 15 dicembre 1970, mise in evidenza il ruolo del colonnello Rocca, il cui ruolo era nei fatti secondo solo al generale De Lorenzo, il cui Ufficio venne definito dal senatore Jannuzzi, una sorta di “SIFAR nel SIFAR”, con un bilancio autonomo e segreto. Il senatore Jannuzzi riferì anche di aver appreso da Rocca che “lui si occupava dei giornali, dei partiti, delle milizie civili”. Nell’ambito dell’arruolamento delle “milizie”, in previsione di un eventuale coinvolgimento nel Piano Solo, la commissione accertò l’effettiva attività di reclutamento di ex militari della marina, paracadutisti e carabinieri, del colonnello Rocca durante l’estate del 1963, principalmente in Liguria e Piemonte.

Nel 1994, i magistrati del tribunale militare di Padova, Sergio Dini e Benedetto Roberti, fecero pervenire alla Commissione Parlamentare Stragi un documento sui risultati d’indagine compiuti sulla struttura Gladio, che non potè essere completata perché fu avocata presso il tribunale militare di Roma. In base all’indagine gli indizi portavano ad ipotizzare un rapporto tra l’Ufficio REI e la struttura Gladio. La commissione decise quindi di convocare i due magistrati in seduta pubblica. Dini dichiarò che le attività di arruolamento effettuate da Rocca erano identiche a quelle della struttura Gladio. L’ipotesi della deportazione in una località segreta probabilmente la base di Poglina, nei pressi di Capo Marrargiu, base di addestramento di Gladi), che il colonnello aveva visitato anche in alcune cerimonie, del piano Solo e l’utilizzo della stessa base per l’addestramento dei civili, erano delle coincidenze che lasciavano supporre che Rocca, in quanto persona di fiducia di de Lorenzo, conoscesse approfonditamente la struttura Gladio, o addirittura ne ricevesse una copertura. Roberti sostenne che nell’indagine effettuata, la base di Capo Marrargiu era un campo di addestramento alla strategia della tensione.

JPEG - 121.5 Kbarticolo di Emiliano Di Marco

fonte:  http://www.agoravox.it

Ufficio R.E.I. del SIFAR tra Confindustria e Gladio was last modified: dicembre 8th, 2014 by glianni70.it

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