We Took the Streets (Young Lords Party)

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Young Lords Party

Tra le più vivaci e importanti organizzazioni politiche degli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti, lo Young Lords Party, sezione newyorchese degli Young Lords, ha dato voce e pratica politica ai quartieri portoricani e latinos di New York. È una storia forse poco conosciuta, che mostra la sua attualità nelle lotte dei proletari razzializzati negli Stati Uniti, dalle mobilitazioni dei latinos alla rivolta di Ferguson. Proponiamo dunque un capitolo del libro di “Mickey” Melendez, uno dei dirigenti degli Young Lords, We Took the Streets. Fighting for Latino Rights with the Young Lords (Rutgers University Press, 2003), accompagnato dalla intervista finora inedita realizzata a Melendez da Anna Curcio, in cui vengono analizzate le pratiche e i discorsi, la rete di relazioni e le prospettive politiche, i punti di forza e i limiti di quell’esperienza.

Oltre l’American dream

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Intervista a MIGUEL “MICKEY” MELENDEZ (Young Lords Party) – di ANNA CURCIO

Tra le più vivaci e importanti organizzazioni politiche degli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti, lo Young Lords Party, sezione newyorchese degli Young Lords, ha dato voce e pratica politica ai quartieri portoricani e latinos di New York. È una storia forse poco conosciuta, che proviamo a ricostruire per grandi linee insieme a uno dei suoi protagonisti: Miguel “Mickey” Melendez, autore, tra l’altro del volume We Took the Street (Rutgers University Press, 2003). Qui discute le pratiche e i discorsi, la rete di relazioni e le prospettive politiche, i punti di forza e i limiti di quell’esperienza. Un’esperienza che traduce la lotta anti-coloniale a Portorico nell’urgenza politica del conflitto dentro il ventre della bestia. Ed é proprio su questo che Melendez avvia la conversazione.

“Lo Young Lords Party è l’esperienza politica, culturale e sociale più significativa della mia generazione. Nati tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, siamo stati i primi portoricani cresciuti e scolarizzati nel continente. Il nostro era infatti un movimento di giovani, diverso dal movimento degli afroamericani che avevano dei legami e figure importanti come Martin Luther King o Malcolm X. Era un movimento composto da giovani donne e uomini tra i 18 e 21 anni, che avevano appena finito la scuola e cominciavano a frequentare il college, e da altri di poco più grandi che provenivano dalle bande di strada. Anche la leadership dell’organizzazione era giovanissima. Era un movimento prevalentemente di strada nato e sviluppatosi soprattutto qui, a Spanish Harlem.

Ci sono state due cose che hanno particolarmente influenzato la nostra esperienza politica: la guerra in Vietnam e il movimento degli studenti da una parte, il movimento per i diritti civili dall’altra. Quest’ultimo, infatti, non ha svolto un ruolo cruciale solo per gli afroamericani, ha fornito un importante insegnamento a tutte le minoranze che (storicamente e formalmente) compongono la società statunitense: i nativi americani, i messico-americani, noi portoricani. L’insegnamento é stato soprattutto quello di spingerci a conoscere la nostra storia. Abbiamo così cominciato a recuperare quella memoria che era stata cancellata dalla prospettiva assimilazionista nell’American dream. Non sapevamo nulla di come e perché i primi portoricani fossero arrivati nel continente, delle lotte che avevano attraversato l’isola, della resistenza nazionalista e anti-coloniale. Abbiamo cominciato a studiare sui pochi testi che erano a disposizione nei college, e abbiamo appreso di Ramòn Emeterio Betance, un medico che nel 1868 aveva condotto la rivolta contro l’occupazione spagnola, per l’autonomia e l’indipendenza di Portorico e contro la schiavitù; e poi dell’invasione statunitense del 1898 e del modo in cui gli Stati Uniti erano entrati a Portorico dopo la guerra ispano-americana. Abbiamo conosciuto figure come don Pedro Albizu Campos, che è per noi l’equivalente di Malcolm X, e appreso l’esistenza di una lotta di liberazione a Portorico e di tutte le atrocità compiute dagli Stati Uniti nell’isola. Abbiamo cioè cominciato a comprendere la nostra storia in una maniera differente e quindi a leggere le possibilità concrete per la nostra vita qui, ovvero la chiusura di ogni spazio per chi non è disposto all’assimilazione. Abbiamo cominciato a ragionare sull’imperialismo americano e a discutere della dimensione internazionale delle lotte, del ruolo della rivoluzione cubana nel mondo, della guerra in Vietnam. Il movimento contro la guerra di quegli anni ha infatti costituito un’esperienza importantissima. Abbiamo cominciato a capire l’imperialismo degli Stati Uniti dentro cui si inscrive anche l’invasione di Portorico, e dunque il senso profondo di opporsi alla guerra.”

Attraverso quali canali ha preso forma politica l’insegnamento delle Black Panthers?

“I principali canali di socializzazione sono due o tre. Il primo é la famiglia, il secondo – per chi é religioso – é la chiesa, il terzo sono le istituzioni scolastiche. E quando vai a scuola e parli spagnolo, la lingua che tuo padre e tua madre parlano a casa, e ti dicono che devi smettere di parlare spagnolo, cominci a chiederti cosa c’é che non va con lo spagnolo. É questo senz’altro un primo momento di consapevolezza. È la consapevolezza di essere stati colonizzati, cosa che porta sempre con sé un’idea patologica del colonizzato. Così, mentre capisci che devi essere da subito in grado di parlare due lingue, capisci anche che hai una lingua, una cultura, una storia, delle tradizioni, anche tradizioni musicali, che sono specifiche e differenti. Così ti attacchi a queste cose e la tua bandiera diventa importante per identificarsi, per capire la tua storia e le tue origini rispetto a una differenza che ti viene rimarcata dal tuo primo ingresso nella società. La lingua é fondamentale non solo per la comunicazione, e quando ti viene preclusa la possibilità di parlare la lingua dei tuoi antenati, comincia davvero a chiederti chi sei.”

Dunque, quella lingua, quella storia, quelle tradizioni diventano spazio di politicizzazione, di costruzione di una soggettività immediatamente antagonista al sogno assimilazionista americano…

“Sì, precisamente. E per noi portoricani la musica soprattutto ha giocato in questo senso un ruolo davvero importante e assolutamente specifico. La musica che ascoltano e ballano i portoricani ha origine in una sorta di musica afro-caraibica in lingua spagnola che é diffusa a Cuba, Santo Domingo e in altre zone limitrofe e che narra di Portorico, della sua città e delle sue bellezze. In quel periodo, soprattutto, la musica portoricana portava un attacco diretto agli Stati Untiti, alla guerra civile del 1904. Musica impegnata insomma, con una forte relazione tra le dimensioni sociali, politiche e culturali, che si completano reciprocamente.”

Stai rivendicando una identità portoricana forte, ma poi nei fatti l’esperienza degli Young Lords dava voce a una comunità molto più eterogenea che comprendeva neri, cubani, dominicani, messicani, e anche sul piano delle alleanze politiche ha intrapreso strategie di respiro più complessivo, penso per esempio alle relazioni con il Black Panther Party e i Weathermen Underground...

“Questa dimensione più complessiva ha indubbiamente caratterizzato la nostra azione politica. Il piano più nazionalista é stato il terreno per la costruzione del nostro antagonismo al sogno americano, ma poi lo Young Lords Party é stato uno degli attori di un movimento più complessivo che in quegli anni rivendicava i diritti negati alle minoranze negli Stati Uniti e combatteva i pregiudizi razziali. Un ruolo importante nella costruzione di ponti tra le differenti esperienze che attraversavano gli Stati Uniti di quegli anni lo ha svolto Fred Hampton a Chicago. È stato uno dei più brillanti leader del Black Panther Party, giovanissimo, di appena 20 anni, un grande oratore e pensatore, secondo forse solo a Malcolm X, ed é per questo che la polizia lo ha fatto fuori molto presto. Una dei maggiori contributi di Fred Hampton é stata la Rainbow Coalition. Fu un’idea di un giovanissimo Fred Hampton che aveva capito la grande importanza strategica di mettere insieme le Black Panthers, gli Young Lords, l’American Indians Movement con altri movimenti di giovani bianchi delle città come i Weathermen Undergrund. Un’organizzazione multicolore che ha preso appunto il nome di Rainbow Coalition. Le diverse organizzazioni hanno collaborato molto e spesso hanno lavorato come organizzazioni gemelle. Tante volte a New York siamo scesi in strada in sostegno alle Black Panthers e queste a loro volta hanno sostenuto le nostre azioni. È successo, per esempio, quando nel settembre del 1970 occupammo armi in pugno la Spanish Methodist Church di East Harlem, con l’obiettivo di fare pressioni per una riforma del sistema carcerario, dopo l’uccisione in carcere, spacciata come suicidio, del nostro compagno Julio Roldan. In quell’occasione le Black Panthers, insieme a El Comité MINP, a El Movimento Pro-Indipendencia, a I Wor Kun, alla Youth Against War and Fascist e ad alcuni altri gruppi, misero “in sicurezza” la zona. Per altro, in quegli anni il rapporto con la società democratica e con gruppi come i Weathermen Underground aveva anche il vantaggio che questi, essendo bianchi, potevano utilizzare il loro “privilegio” e i diritti da questo accordati per raggiungere luoghi preclusi alle persone di colore. Così hanno svolto un’importante azione, anche sul piano militare, a sostegno della nostra lotta.”

Lo Young Lords Party, come molte organizzazioni politiche di quegli anni, era anche organizzazione militare armata, tu stavi a capo del braccio militare clandestino…

“Da un certo momento in avanti abbiamo capito di aver bisogno di un altro piano organizzativo che avesse come obiettivo l’autodifesa dagli attacchi sempre più frequenti da parte della polizia. Abbiamo così costruito un meccanismo complesso che doveva tenere insieme i diversi piani, quello sociale e politico e quello militare per l’autodifesa. Per fare questo, avevamo bisogno di persone che stessero fuori dal paese, che ci potessero offrire un sostegno militare dall’esterno, e abbiamo costruito un piano d’azione coordinato con Portorico. Però, con questo passaggio l’organizzazione ha cominciato a diventare sempre più settaria, sempre più attenta al piano militare clandestino e non a quello pubblico politico. Anche il legame con la nostra comunità ha cominciato ad allentarsi perché il rapporto sempre più stretto con Portorico ci portò a trascurare le esigenze più complessive dei nostri quartieri. In una New York che vedeva la sua composizione demografica cambiare rapidamente e registrava un grande afflusso dal Messico e dall’intera America Latina, a un certo punto abbiamo smesso di riflettere sulle questioni che riguardavano i migranti, le minoranze escluse e la lotta per i diritti. E, ben presto, all’interno dell’organizzazione si é creata una tensione prima e una frattura dopo tra chi gestiva il piano militare e chi gestiva quello politico, ed é a questo punto che io mi sono fatto carico del piano militare. Questa frattura ha prodotto il progressivo indebolimento dell’organizzazione. Ma va comunque considerato che si é trattato degli effetti di una strategia governativa, quella di spingerci verso il piano militare clandestino, lasciando che trascurassimo il piano sociale; un modo per indebolire l’organizzazione.”

Come funzionava complessivamente la struttura organizzativa dello Young Lords Party?

“Lo Young Lords Party utilizzava la parola ‘partito’ nel modo in cui la utilizzava il Black Panther Party, la differenza era che questi nel 1968 si sono impegnati anche sul piano elettorale con il Peace and Freedom Party, noi invece no. Ci siamo limitati a chiamarci partito senza quel piano di coinvolgimento. La nostra era un’organizzazione con un piano paramilitare. Ogni livello dell’organizzazione funzionava in modo tale per cui ognuno poteva esprimere il proprio parare sulle scelte dell’organizzazione e ogni decisione di qualunque livello veniva apertamente discussa tra i membri dell’organizzazione; non c’era, nel momento della discussione, disparità di potere tra i membri. Questa é stata la forza della nostra organizzazione. Benché sapessimo di non essere un partito, abbiamo immaginato la nostra organizzazione come un partito socialista, con un vertice e una base e un ampio livello di democrazia interna. Quindi non un partito per partecipare alla politica istituzionale. Noi volevamo una trasformazione radicale dell’intero sistema, e l’intero sistema era protetto dallo Stato: le elezioni erano solo in grado di cambiare chi custodisce le chiavi del cancello, ma noi eravamo dall’altra parte di quel cancello. Le elezioni potevano essere comprate, soprattutto in quegli anni c’era molta corruzione. Noi volevamo rimanerne fuori. A noi interessava solo il piano delle lotte. E con le lotte siamo riusciti davvero a cambiare le condizioni oggettive dell’essere un portoricano a New York. Oggi ci sono 27 deputati portoricani tra Stato e governo federale. Nessuno di questi ha avuto a che fare direttamente con gli Young Lords, ma credo che non sarebbero lì senza quel movimento, senza la capacità di quel movimento di produrre una trasformazione oggettiva delle nostre condizioni di vita sul piano sociale e politico complessivo.”

Torniamo al vostro intervento nei quartieri: come vi siete concretamente dati da fare per la comunità?

“Tutto il nostro lavoro é stato sul piano dell’organizzazione all’interno della comunità, nei nostri barrios. E sono stati soprattutto due i piani d’intervento: quello sanitario e quello della formazione. Eran due piani che avevano immediatamente a che fare con la nuova composizione della working class migrante di New York e che per questo ci sembravano importanti. Soprattutto quello che siamo riusciti a fare sul piano sanitaria ha creato un grande imbarazzo pubblico. Quando scoppiò un’epidemia di tubercolosi nel barrio, di fronte all’immobilismo delle istituzioni, abbiamo dirottato una struttura mobile di raggi x per monitorare lo stato di salute della nostra comunità. In questo modo abbiamo reso evidente che non si stavano occupando dei nostri figli. Anche i giornali hanno dovuto scrivere che stavamo facendo quello che il sistema sanitario non faceva. Idem per il nostro impegno nel programma sanitario del Lincoln Hospital nel Bronx, quello che era chiamato ‘la macelleria’ dopo la morte di una donna per un piccolo intervento. Con queste attività siamo riusciti ad influenzare i media, a dare risalto alle nostre lotte ma anche a fargli dire quello che volevamo.

Tuttavia, come già dicevo, ad un certo punto abbiamo smesso di dare priorità a queste iniziative. Con gli occhi di oggi, uno dei limiti principali della nostra organizzazione fu quello di non comprendere l’importanza di costruire istituzioni culturali ed educative, istituzioni sociali e civili che potessero dare continuità alla nostra lotta, che potessero lasciare come eredità per le generazioni future le lotte che avevamo costruito. Questo é stato il nostro principale errore, ma in quegli anni eravamo sotto l’attacco del COINTELPRO (Counter Intelligence Program), così il piano politico é passato in secondo piano e ci sarebbero voluti alcuni anni prima che si potesse riportare a quel livello di azione. Tra il 1972 e il 1973 l’organizzazione di si é spaccata ed é morta. Poi, nel 1977, quando lo Young Lords Party ormai non esisteva più, in 28 provenienti da quella esperienza abbiamo occupato la Statua della libertà per chiedere la liberazione dei prigionieri politici, ma era ormai già un’altra stagione.”

 

* L’intervista, finora inedita, è stata realizzata nel luglio del 2007 a East Harlem, New York.

We Took the Streets (Young Lords Party) was last modified: gennaio 2nd, 2015 by glianni70.it

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