Toni Negri e altri sulla rivista ROSSO

rossoGiu77Sbattemmo la testa tra Scilla
e Cariddi, tra forza e consenso

di Toni Negri

Ottimo il racconto, fatto dagli introduttori e curatori, di questa edizione di Rosso: mostra l’intensità, l’intelligenza e l’efficacia del lavoro di «con-ricerca» (con i proletari, gli operai, fossero donne o uomini, e su sé stessi) che i gruppi veneti, milanesi, bolognesi, fiorentini di Potop e i milanesi, i varesotti e i baggiani del Gramsci avevano condotto quando si incontrarono e misero assieme esperienze, culture, case e sedi, progetti e sogni: insomma- davvero di questo si trattò- misero insieme vite. Se si voleva avere un riassunto di quello che in quell’occasione e in quel periodo avvenne, qui lo si ha, nel senso migliore del termine e nella sostanza.
Ho vissuto l’esperienza di Rosso da quando, trasferitomi a Milano, con altri militanti «per fare lavoro politico», ci unimmo- noi ex Potop e quelli ex Gruppo Gramsci- per intervenire nelle fabbriche lombarde e nella società milanese. 1971-1979: un decennio di lotte. Venivo da Porto Marghera, lì mi ero radicato 10 anni prima e lì avevamo vissuto un’esperienza rivoluzionaria incredibile. Un giorno bisognerà restituirla per intero.
A Milano ricominciammo: quanto fu difficile! Quanto fummo soli. Quanto fu entusiasmante e costruttivo. Finimmo tutti in galera o in esilio. Non ce n’è uno, di quelli che scrivevano su questo Rosso che si salvò. Bisogna pur ricordarlo, non fu una favola, ma un’avventura geniale. Pericolosa, sì; eroica, no; divertente, talora davvero sì; costituente: val la pena di porre il problema.
La vissero, questa avventura, personaggi di cui si è perso lo stampino: Pancho, Tommei, Serafini (Roberto), Valli, Gar, Coz, solo per dire alcuni nomi. Rendetemeli, rovescerò il mondo!  Potrebbe dire chiunque li conobbe!
In gran parte fu un casino. Stavano insieme,queste donne e questi uomini, provenienti da esperienze diverse e aggregando sempre nuove culture e insorgenze metropolitane – più che per un progetto comune, per un primo decisivo rifiuto: il rifiuto del lavoro. Cioè del comando del padrone sul loro lavoro, ma soprattutto della sozzeria che ne seguiva, con i sindacati, il partito, i consigli di fabbrica, il patriarcato, i professorini delle ideologie etc. Non erano anarchici, ma comunisti. Rinunciavano alle lusinghe della rappresentanza e della delega, decidevano di rompere con la tradizione riformista del movimento operaio lombardo, con l’habitus intellettuale burocratico della sua classe dirigente…. ma nello stesso tempo, di contro volevano reinventare il comunismo. Qui si univano la riflessione deleuziana di Facchinelli sulla psicanalisi, la concezione vertoviana che Balestrini allora aveva della letteratura, le analisi di Arrighi sulla «dipendenza» e la sua critica del terzomondismo, l’immaginazione
femminista della Melandri e l’inizio delle nuove figure della differenza, l’efficacia politica dell’immersione fenomenologica dei discepoli di Paci, i primi esperimenti di critica della teoria economica della regolazione, etc etc. E poi un’esperienza unica della conduzione delle lotte di piazza e di massa…
È una specie di precipizio, quello che tutti questi compagni scelgono e interpretano: si tratta di passare un Acheronte. Oggi diremmo: era un’intuizione che doveva andare aldilà della modernità. Quello che, nel 1977, Radio Alice identificò nel Dada e nel surrealismo, con più modestia ma con straordinaria potenza, Rosso colse come un’apertura oltre il moderno, come un’introduzione al postmoderno e alle determinazioni biopolitiche di una nuova lotta di classe. Fummo un Foucault di provincia, ma sicuramente d’annata!
Nel mezzo del gran casino, in secondo luogo, avevamo alcuni elementi di accordo profondo. Per esempio: pensavamo che il rifiuto del lavoro e la produzione di nuova soggettività andassero assieme e non potessero essere mai conclusi nell’ideologia. Eravamo così forti nel dirlo che persino grandi intellettuali, presaghi di premio Nobel, ne erano affascinati, o che cantautori di grande avvenire, sputasentenze eppure musici formidabili, ci stavano attorno come mosche sulla torta. Fu uno spettacolo strano, straordinario per alcuni versi — soprattutto se non si dimentica che Rosso (quali che fossero le sue origini, qualora cosmopolite) fu in realtà un luogo provinciale: Varese e Mestre… per parlare dei maggiori… perché poi venivano tutti i villaggi il cui nome finisce in ate che occupano la Brianza o quelli dal nome ruzzantino della Bassaveneta… Perché allora Rosso esercitò quell’attrazione irresistibile fra elite già baciate dall’arrogante e scettica convinzione di essere portatrici di gusto e di cultura? La risposta è forse più semplice di quanto si creda: quel che rese Rosso un oggetto di desiderio fu l’ambiguità di critica e di costruzione che seppe nutrire, la capacità di distruzione e il potere costituente che le sue azioni, le sue proposte, i movimenti di massa che Rosso rappresentava, seppero mostrare. Erano ambiguità, quelle nostre, che segnavano la fine del socialismo e l’inizio di una nuova epoca di speranza e di costituzione. Alla fine di ogni grande appropriazione di massa, nei supermercati della banlieue milanese, brindavano non solamente i proletari…
Ma poi, dicono gli autori di questa raccolta nella loro prefazione, si apre la crisi. Non è cosa da poco, perché – spiegano gli autori – il tema attorno al quale si svolge la crisi, è, né più né meno, quello del «politico moderno». Aggiungono che questo tema era già del tutto interno all’operaismo degli anni ’70. Un tema irrisolto, «che cos’è il politico?», «che cos’è l’organizzazione?», dai «nipotini del moderno» ovvero del Pci. Qui i prefatori esagerano. Che il tema fosse quello è fuor di dubbio, ma quell’impronta trontiana (che sembra oggi aver investito e connotato l’approccio storiografico dei ’70) è davvero fuorviante. Perché, anche se il problema era quello, era un po’ più complicato di come qui è mostrato. Il problema che attorno alla metà degli anni ’70 Rosso si pose, non era (come talora sembrano pensare gli autori della Prefazione) complementare, in negativo, a quell’illusione che aveva condotto Tronti e i suoi compagni, 10 anni prima, a rientrare nel Pci, non era l’illusione dell’«entrismo» – era invece una pesante, continua, seria ricerca di definire una nuova istituzione operaia.
Si badi bene: quando si parla di istituzione operaia sembra che si parli di una delle tante articolazioni del discorso socialista e/o comunista sull’organizzazione. In realtà noi parlavamo di tutt’altro. Parlavamo di un’istituzione operaia che non fosse di rappresentanza e/o di delega, e neppure di comando (dall’alto, all’interno della «cinghia di trasmissione» dell’intelligenza del partito), bensì di un’istituzione sociale rivoluzionaria che, dal di dentro e dal basso, esprimesse una capacità di egemonia sulle lotte e sulla trasformazione sociale. Il rapporto tra consenso e forza, tra costruzione dell’incontro solidale ed esercizio della forza, la produzione normativa che caratterizza l’istituzione – era questo il nostro problema. Aperto e sviluppato attraverso una serie di esperienze condotte in profundo gurgite – che andavano, nella fattispecie, da Marghera a Varese a Milano, dall’Ignis al Petrolchimico all’Alfa Romeo.
Sorge il dubbio che semplicemente si trattasse della ripetizione di un’esperienza consiliare: questo fu almeno quello di cui alcuni di noi e alcune delle esperienze che conducevamo, furono accusate. Ma il Consiglio operaio, quello uscito dall’«autunno caldo», era semplicemente un’espressione del sindacato e del partito. Il nostro aprirci al Consiglio operaio non era certo un assumerci una seconda paternità dopo quella del partito e del sindacato. E allora: era forse solo una ripresa dell’ideologia soviettista? No, non era neppur quello – perché il soviettismo era datato, la composizione tecnica della classe che ne aveva retto la creazione non era quella dell’operaio-massa bensì quella dell’operaio professionale. Il Soviet, i Räte, i Consigli alla fine della Prima guerra mondiale erano produttivisti, erano operai e non sociali, scivolavano nel sindacale. Assumerne l’ideologia sarebbe stato nostalgico e un po’ retrivo. Mi scappa da ridere oggi a pensare che quando si ragionava di queste cose, si discuteva con un Miliucci che voleva a tutti i costi un «nuovo» Soviet, e un Piperno che voleva il «partito»… Ma in fondo questi «romani» erano certamente molto più seri di quegli altri romani che perdevano il loro tempo ed erano ormai
coinvolti nella crisi senza speranza (e abietta) del togliattismo e nell’idiota illusione di trasformare lo stalinismo in una rivoluzione del comune.
Ma allora che cosa cercavate, se non era il consiglio, se nonera il partito, se non era neppure un ibrido dei due, ci si potrebbe chiedere? Non lo so ancora. In effetti, il problema di ieri è ancora quello di oggi. Il fatto è che quello che ieri sospettavamo (e talora intuivamo) nascere, oggi l’abbiamo davanti: è la trasformazione radicale della composizione di classe, del lavoro, la sua trasformazione immateriale, cognitiva, la dimensione sociale e biopolitica del lavoro vivo. Ci trovammo allora, dal punto di vista della nuova composizione di classe, dentro un’ondulazione non ideologica (non dunque fra Soviet e partito, ma) fra consenso e forza, tra un consenso che costruivamo e una forza che esercitavamo. È questa ondulazione reale che ci ha impedito di incorporare la nuova realtà – perché essa stessa era oscillante.
Sbattemmo la testa tra Scilla e Cariddi, ed è fuor di dubbio che nell’ultima fase dell’esperienza di Rosso il consenso era per la forza. Ne fummo costretti. A Parco Lambro nel ’76, e poi più in generale nel tentammo di bloccare attraverso la forza quello sviluppo per bande del proletariato metropolitano che determinò, nella crisi di un disegno complessivo e nella difficoltà della situazione concreta, tanti disastri, omicidi e suicidi, tragedie ancora irrisolte. Attraverso la forza: e dunque anche attraverso un richiamo retorico al Partito, alla sua esigenza politica e alla sua urgenza pratica. Contemporaneamente sviluppammo un richiamo etico all’inchiesta, al ritorno
alla fabbrica, al rinnovamento delle virtù individuali e di gruppo dell’alternativa comunista. Si trattava di un machiavellico «ritorno ai princìpi» (i numeri di Magazzino del ’78-’79 volevano appunto esercitare una forzatura in questo senso). Fallimmo. Fu un pesante fallimento.
Ma avremmo anche fallito se avessimo rinunciato all’esercizio della forza e al richiamo all’urgenza del partito in favore del solo consenso. Molti di noi tentarono di percorrere quest’ultima via, in maniera sempre più solitaria.
Se fossimo riusciti a muoverci su questo terreno non saremmo forse finiti in galera, saremmo rimasti fuori…
Ma c’era ancora un fuori? Do you remember revolution? Io pubblicherei anche quel documento al termine dell’antologia di Rosso (io avrei pubblicato) perché è probabilmente il testo che meglio di tutti gli altri spiega
quel che avvenne. Esso è un po’ la storia di quello che era stato Rosso. Non Potop, non l’Autonomia operaia, ma davvero Rosso, solo o eminentemente Rosso.
Era il ricordo di una formidabile esperienza che oggi – riletta – si mostra come una vivace intuizione di un mondo a venire, meglio, di una nuova trama di pensiero e di azione che oggi trova intera e potente la sua attualità. Quando parliamo di potere costituente, infatti, noi parliamo della costituzione di un’istituzione nuova del proletariato: oggi questo è il problema. Che il proletariato sia oggi intellettuale piuttosto che operaio, cambia poco – forse non è vero, forse cambia moltissimo: ma che cosa ce ne importa? Quello che è importante è dare alle intuizioni di Rosso, a quella novità che va oltre l’operaismo, che ne verifica una sortita che è anche di esodo, nuovo successo dentro l’intelligenza del XXI secolo.

Toni Negri e altri sulla rivista ROSSO was last modified: dicembre 26th, 2014 by glianni70.it

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