Toni Negri a Sherwood Festival

Toni Negri a Sherwood FestivalToni Negri a Sherwood Festival

“Quando desiderio della singolarità e realtà del comune si incontrano è la rivoluzione della moltitudine” – Toni Negri a Sherwood Festival

Gli imperi nella crisi globale, le insorgenze sociali dei Brics, il nodo Europa nel video integrale dell’incontro.

“In Turchia come nelle piazze del Brasile, la moltitudine ha saputo usare efficacemente la comunicazione, ma ciò che resta decisivo è l’organizzazione sociale e politica, per cambiare davvero le cose.” Settecento persone hanno partecipato, nella serata di lunedì 8 luglio allo Sherwood Festival di Padova, alla conversazione con Toni Negri condotta da Beppe Caccia e dedicata a “Moltitudini, imperi e pratica del comune in tempo di rivoluzioni”.

Filo conduttore dell’incontro sono stati, infatti, i concetti innovativi per il pensiero critico e la pratica politica introdotti da Negri nei libri omonimi, scritti a quattro mani con Hardt nell’ultimo decennio, cioè “impero”, “moltitudine” e “comune”.

Viviamo un’epoca marchiata a fuoco dalla crisi finanziaria ed economica globale, ma i suoi smottamenti non producono ovunque gli stessi effetti. L’interrogativo di partenza  è stato allora se, di fronte alla messa in discussione dell’egemonia politica e militare statunitense e al declino dell’Europa dell’austerity, questi tre concetti siano ancora validi per interpretare il mondo e orientare le pratiche di chi vorrebbe radicalmente cambiarlo.

Del resto i nodi affrontati in occasione del ritorno di Toni Negri a Sherwood Festival sono stati tanti e complessi.

la discussione si è sviluppata in cinque tappe.

– Quali le caratteristiche inedite di una crisi di cui non s’intravede l’uscita? E come queste stanno trasformando quei modelli di accumulazione capitalistica flessibile, che avevano segnato il superamento del fordismo? A quali modificazioni negli equilibri tra le maggiori potenze mondiali, vecchie e nuove, stiamo assistendo e quali conseguenze hanno e avranno per le condizioni di vita di miliardi di donne e uomini? E’ la categoria di “impero” adeguata all’epoca della presa “estrattiva” del capitale finanziario sull’intera società e la vita?

– Alla luce delle più recenti insorgenze sociali che stanno, anche contraddittoriamente, punteggiando il bacino del Mediterraneo (dalla Tunisia alla Turchia e, di nuovo, all’Egitto) e connotando il tumultuoso sviluppo dei paesi del BRICS (dalle lotte operaie e ambientali in Cina alle proteste in Brasile), che cosa significa oggi distinguere tra un concetto di “moltudine in sé” quale lettura della composizione sociale del lavoro vivo contemporaneo e quello di “moltitudine per sé” quale possibile soggetto politico della trasformazione?

– A cinque anni di distanza dalla sua formulazione in “Commonwealth”, la nozione di produzione e  pratica del “comune” è stata tradotta nell’ampia diffusione del tema dei “beni comuni” (non senza qualche banalizzazione e confusione). mettendo finalmente in discussione la legittimità della proprietà privata, ma anche oltrepassando ogni superstite centralità del “pubblico” e dello Stato. Insieme all’idea del “reddito di cittadinanza” (che non può essere ridotto ad ammortizzatore sociale, né a semplice rivendicazione da aggiungere ad un lungo elenco), quella di “comune” può costituire uno dei pilastri di una concezione alternativa dei rapporti sociali, che si organizza in nuove istituzioni. In che modo?

– Inevitabile è stato, a questo punto, affrontare la questione dell’Europa, la particolare gestione capitalistica della crisi che qui si è affermata con la spirale senza via d’uscita tra politiche di austerity, impoverimento di massa, stagnazione e recessione e declino socio-economico; il processo di integrazione continentale e la profonda crisi di legittimità delle sue istituzioni politiche. Quali possono essere le prospettive possibili per chi desidera un’altra Europa, ripensata a partire dallo spazio mediterraneo?

– E, last but absolutely not least, se l’orizzonte delle lotte della moltitudine è una pratica del comune che riconnetta democrazia assoluta ed eguaglianza, cioè giustizia sociale per tutti e per ciascuno, si ripropone in tempo di grandi rivolgimenti, la questione della pensabilità e praticabilità oggi di un’idea di rivoluzione.

 

Toni Negri a Sherwood Festival was last modified: Febbraio 22nd, 2015 by glianni70.it

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Amnistia per gli anni 70

Amnistia per gli anni 70Amnistia per gli anni 70

Amnistia e sinistra sembrano così aver definitivamente divorziato. La mutazione genetica è profonda. A cavallo tra il 1980 e il 1990, il Pci e i suoi eredi fanno del suo rigetto un elemento distintivo della loro legittimità istituzionale. Male, colpa e vittima, assunte a nuove categorie di una visione morale del mondo relegano la politica in luoghi reconditi e infimi. Fatti sociali ritmati da una periodicità storica, che consentiva la possibilità di un loro riassorbimento, vengono inclusi in una metafisica e immutabile nozione di male, categoria suprema che destoricizza e desocializza gli eventi, sacralizzandoli

Paolo Persichetti
Liberazione
mercoledì 2 marzo 2005

«Secondo me, amnistia è la parola più bella del linguaggio umano». Così si esprimeva Gauvin, il personaggio che in Quattre-vingt-treize Victor Hugo oppone al giacobino Cimourdain e al vandeano Lantenac, riconoscibili per la loro marcata propensione alla rappresaglia che aveva trasformato la spirale rivoluzione-controrivoluzione in una vendetta infinita. Dopo i massacri e la repressione seguita ai moti del 1848 ed ancora di più sulle ceneri della Comune, radicali, socialisti e blanquisti, cioè l’ala più progressista della borghesia e le prime organizzazioni politiche del movimento operaio, si riorganizzano attorno alla parola d’ordine dell’amnistia, sulla quale fondano o rifondano la propria esistenza fino a farne una leva di liberazione più generale, come ricorda il libro di Stéphane Gacon, L’Amnistie, Seuil 2002. La sinistra politica e sociale ricostruisce la propria legittimità grazie alla battaglia per l’amnistia che diverrà per buona parte del Novecento uno dei repertori più utilizzati, un vero e proprio segno identitario anteposto alle politiche repressive dello Stato, all’azione della magistratura e delle forze di polizia.
Dopo un lungo secolo segnato da traumatici cicli di rivoluzione e restaurazione, proscrizioni e repressioni, l’amnistia irrompe nell’universo politico e mentale della corrente repubblicana di fine ottocento. Essa diventa una delle «pietre miliari» – come dirà lo stesso Léon Gambetta – sulla quale viene edificata la terza Repubblica francese. Facendovi ricorso, i repubblicani d’osservanza moderata mirano a dare un compimento definitivo alla rivoluzione borghese, trasformandola da perpetua insurrezione costituente in potere finalmente costituito. L’amnistia contribuisce a creare un legame fondamentale tra passato, presente e futuro. La nazione repubblicana non può, infatti, concepirsi senza un passato condiviso. Questa illusione originaria è il fondamento del mito repubblicano costruito sull’unità della nazione e sulla partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica.
Anche la sinistra parlamentare ritiene l’amnistia il primo gesto simbolico da realizzare per avviare quella «repubblica sociale» dove possano coabitare tutte le correnti di pensiero.
6944031 I nemici dell’amnistia sembrano invece rimasti uguali nel tempo. I loro discorsi e le loro rappresentazioni appaiono immutate. Tratteggiano trame ordite da agenti di un complotto straniero che dopo la Comune chiamava in causa l’attività dell’Internazionale, mentre per i nostri anni Settanta guardano al Kgb o alla Cia, e più recentemente alla Dgse francese, secondo le diverse scuole di pensiero e parrocchie politiche. Anche solo evocare un’ipotesi d’amnistia indigna profondamente. La giustizia deve sempre seguire il suo corso fino in fondo, sfoggiando pene esemplari. Allora come oggi, l’appello alla severità accomuna ambienti della destra e della sinistra. All’epoca la riprovazione maggiore si rivolse contro le pétroleuses, queste nuove streghe dell’Ottocento accusate di aver appiccato incendi con le lampade a petrolio. Molte di loro furono fucilate senza processo. I parigini insorti vennero descritti come un «pugno di scellerati dagli ideali sanguinari e rapaci» (Journal officiel del 22 marzo 1871). La stampa si adoperò per presentare la Comune come una grande impresa di brigantaggio, trasformandola in un informe coacervo di crimini di diritto comune. La spoliticizzazione degli eventi resta il grande fondamento di ogni diniego d’amnistia.
«La guerra civile è una specie di reato universale», rispose Victor Hugo, ma la vendetta fu sorda e inesorabile e si annunciò col discorso sulla fermezza delle genti oneste pronunciato da Auguste Thiers il 22 maggio 1871, all’inizio della settimana di sangue: «Noi siamo le genti oneste; giustizia sarà fatta con metodi regolari. Solo la legge interverrà, ma sarà eseguita col massimo del rigore[…] l’espiazione sarà completa, ma sarà, lo ripeto, l’espiazione che le genti oneste devono infliggere quando la legge lo esige, l’espiazione in nome della legge e attraverso la legge». Le oneste truppe delle genti oneste realizzarono decine di migliaia di esecuzioni sommarie nelle strade e più di 43 mila arresti. Circa 50 mila saranno le decisioni di giustizia, più di 80 le condanne a morte emesse dalle corti militari. Diecimila i proscritti e migliaia i deportati. Le corti speciali agirono convinte di avere una missione religiosa da riempire, un ideale etico, un ruolo combattente: estirpare il male dalla società, offrire un esempio per l’avvenire, una prova di purificazione redentrice.
I salvati della Comune non dimenticarono i sommersi e così la sinistra sociale si riorganizzò attorno alle «elezioni incostituzionali», presentando ripetutamente Auguste Blanqui come il candidato dell’amnistia. A Bordeaux, nel 1879, questi vinse addirittura su un repubblicano moderato. Nei lunghi decenni successivi, oltre ad essere lo strumento col quale il movimento operaio cercherà di tutelare dalle repressioni giudiziarie i propri cicli di lotta, l’amnistia diventa una solare parola di libertà e speranza, legata a una visione del mondo nutrita di tolleranza, fraternità e solidarietà.
Ma alla fine del XX° secolo, l’amnistia perde quella legittimazione che ne aveva fatto un mezzo necessario ed efficace per sottrarre il conflitto alla violenza e ricondurlo sui binari del confronto politico. Male, colpa e vittima, assunte a nuove categorie di una visione morale del mondo relegano la politica in luoghi reconditi e infimi. Fatti sociali ritmati da una periodicità storica, che consentiva la possibilità di un loro riassorbimento, vengono inclusi in una metafisica e immutabile nozione di male, categoria suprema che destoricizza e desocializza gli eventi, sacralizzandoli.
Amnistia e sinistra sembrano così aver definitivamente divorziato. La mutazione genetica è profonda. A cavallo tra il 1980 e il 1990, il Pci e i suoi eredi fanno del suo rigetto un elemento distintivo della loro legittimità istituzionale. Essa è ormai presentata come un diniego di giustizia nei confronti d’episodi che volutamente non vengono più riconosciuti come politici, benché siano stati repressi con l’ausilio di strumenti giuridici che perseguono il delitto politico per eccellenza. Nell’affrontare gli anni Settanta, la letteratura di partito si colora d’accenti che ricordano i toni foschi delle pagine versagliesi o le paranoie complottiste della destra legittimista. Allo scandaglio del lavoro storico si contrappone volentieri la venerazione della memoria trasformata nel culto di un dolore che non cicatrizza ma cristallizza il passato, tiene aperte le ferite trasformandole in piaghe. La democrazia concepita come stadio finale della storia depoliticizza il conflitto e criminalizza il nemico interno, diventando l’alibi supremo contro ogni possibile ricorso a soluzioni amnistiali. La finzione che presuppone il gioco democratico moderno, ovvero quel volersi proporre come il compimento stesso della politica, il grado più elevato della sua capacità inclusiva, si trasforma in una gabbia totalitaria, incapace di concepire l’altro da se. Evocare l’amnistia equivarrebbe a voler riconoscere la persistenza di conflitti di fondo, la presenza di una disarmonia politica. Abbandonare quest’ipocrisia, accettare l’idea del conflitto, è forse l’unica residua possibilità capace di calare di nuovo l’idea di democrazia tra le rughe della storia, consentendo di recuperare quei necessari strumenti di ripoliticizzazione delle controversie, dopo aver affrontato traumatiche fasi di divisione e scontro. Altrimenti le democrazie si vedrebbero condannate ad un insanabile paradosso: ribadire la figura del nemico irriconciliabile nel momento in cui vorrebbero affermarsi come un modello di superamento dell’inimicizia politica.

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Il “movimento del ’77” visto dalla stampa francese

il «movimento '77» visto dalla stampa franceseIl “movimento del ’77” visto dalla stampa francese

di Margherita Morini

Indice dell’articolo
Abstract

L’articolo analizza le percezioni e le rappresentazioni della stampa francese rispetto al «movimento ’77» in Italia. Si indagherà secondo quali immagini e attraverso quale lessico il fenomeno contestatario italiano è stato recepito nella sfera pubblica oltralpe. Con l’emergere di alcune tematiche, su tutte quella relativa alla violenza politica, metteremo in evidenza il sovrapporsi della sensibilità e delle culture del contesto che le recepisce. Gli avvenimenti europei contemporanei agli eventi, diventeranno quindi termini fondamentali con i quali confrontare la nostra analisi.


The paper investigates how the French press represents the Italian «movement of ‘77». Firstly, it focuses on the images and the vocabulary used to describe this phenomenon. Second, the article demonstrates the overlapping between some specific topics, in particular political violence, and the French social context which assimilates them. Then the contemporary European events will become the basic terms to compare our analysis.

Introduzione [inizio pagina]

Paris mars 1977. La France s’ennuie, les travailleurs travaillent, les étudiants étudient. Paris est aussi triste que les temps gris gris[1]

L’Italie, qui n’a jamais été aussi politisée, bouillonne de passions[2]

Marzo 1977, numerosi atenei italiani sono occupati. Alla fine del mese di febbraio Luciano Lama, il segretario della più grande organizzazione sindacale italiana (CGIL), è stato espulso dall’università di Roma. Gli Indiani metropolitani invadono le strade con il viso dipinto, l’esperienza delle radio libere è nel pieno della propria espansione, un diverso linguaggio rompe i codici linguistici tradizionali, destruttura l’abituale lessico politico attraverso l’ironia e si diffonde nelle riviste, nei manifesti, sui muri. L’11 marzo a Bologna, nel corso di alcuni scontri tra manifestati e forze dell’ordine vicino all’università, lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, viene ucciso. In Italia aveva preso forma un movimento di giovani eterogeneo e ambiguo. In Francia, luogo mitico del maggio ’68, niente di tutto questo si stava verificando [Sirinelli, Vandebussche, Vavasseur-Desperriers 2003].

Al centro di questa ricerca è stato messo l’interesse della stampa francese per la particolarità del contesto italiano e le percezioni che oltralpe si ebbero di quello «strano movimento di strani studenti»[3]. La ricerca si basa sullo spoglio giornaliero di alcuni dei principali organi d’informazione francesi. Inizialmente si è proceduto attraverso l’analisi di Le Figaro e di Le Monde, rifacendosi al criterio della maggior tiratura e della maggior vendita dei quotidiani su scala nazionale [Eveno 2010]. Successivamente si è scelto di ampliare l’orizzonte d’analisi alla presse périodique. Non si può infatti dimenticare il grande successo di vendita e l’importante spinta al rinnovamento del sistema d’informazione francese, di cui gli hebdomadaires furono protagonisti. Mentre i quotidiani erano fortemente in crisi, ispirandosi al modello dell’americano Times, i settimanali d’approfondimento vissero un momento di forte espansione e dinamicità sia a livello di rinnovamento della propria produzione, sia a livello di allargamento del proprio pubblico. Secondo i criteri della maggior attenzione all’informazione politica e i dati relativi alla diffusione, si sono analizzati L’Express, Le Nouvel Observateur e Le Point. I giornali e i periodici citati si contraddistinsero per una linea editoriale indipendente, al di fuori della stretta connotazione ideologica, che invece caratterizzava la presse militante e quella d’opinion nel trattare il tema scelto [Blandin 2007; Daniel 1988; Devreux, Mezzasalma 2004; Jeanneney 2001; Saint-Vincent 2006; Thibau 1978]. Come contraltare al puro carattere informativo che si prefiggevano i periodici sopracitati, si è scelto di prendere visione anche de L’Humanitè, di Libération, di Rouge e de L’Humanite Rouge. Questi quotidiani esprimevano posizioni profondamente diverse in merito a quello che stava succedendo Oltralpe. Ognuno secondo la propria inclinazione, rappresentavano le sensibilità del mondo partitico e movimentista orientato a sinistra, maggiormente toccato dall’esperienza italiana del ’77 [Samuelson 1979].

Così come la stampa italiana[4], anche quella oltralpe ricerca dalle prime contestazioni studentesche un paragone con i fatti avvenuti nel maggio ’68. Osservando le cronache francesi, fino ai primi duri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti avvenuti nel marzo, il confronto con il maggio si pone come paradigma interpretativo della contestazione italiana. Le numerose testimonianze degli animatori stessi del «movimento» rimarcano la radicale alterità rispetto alla mobilitazione di nove anni prima. La netta consapevolezza di trovarsi davanti a un contesto sociale, politico ed economico differente [Flores, De Bernardi 1998; Tolomelli 2001] affiora solo a partire dalla percezione della disposizione allo scontro frontale di alcune sue componenti. L’immagine della presunta continuità tra la contestazione del ’68 e il fenomeno del ’77 ricercata oltralpe, viene decisamente meno con l’assassinio di Francesco Lorusso. Se dunque si ha l’impressione che «con le giornate di marzo il fossato [tra movimento e altri soggetti sociali] scavatosi nel febbraio viene riempito, non solo metaforicamente, da una insormontabile barricata» [Grispigni 2006, 38], la percezione che se ne ha in Francia è la medesima.

Fino all’uccisione del giovane militante di Lotta Continua, lo spazio d’analisi è occupato dall’esplosione della contestazione in tutte le sue sfaccettature: gli studenti, les indiens con il volto dipinto e le componenti più vicine all’Autonomia organizzata. Mentre il contesto italiano si descrive come segnato da nuove difficoltà per il governo Andreotti, dovute soprattutto agli effetti della crisi economica[5], «le vieux fond anarchiste remonte sous toutes les formes, pittoresques ou violentes, de la dérision et de l’agitation à la base»[6].

Questa ambiguità di fondo coglie la rabbia e descrive le differenti aree del mondo contestatario. Quelle anti-autoritarie, creative e desideranti, criticano attraverso il linguaggio e il comportamento le categorie stesse della politica. Quelle più orientate dall’ortodossia marxista avevano rielaborato e superato le riflessioni operaiste[7].

Con il corso del tempo questa compresenza scompare. L’immagine dei «cousins italiens de Mai 68», che dall’inizio di febbraio «animent la révolte des universités comme une commedia dell’arte[8]», viene progressivamente oscurata. Prendono sempre maggior spazio le cronache della contrapposizione frontale con il Pci, con le forze di polizia, con l’estremismo di orientamento opposto e la riflessione sulla possibilità dell’utilizzo della violenza. La consapevolezza che quello che stava accadendo oltralpe non era l’espressione di un «printemps romain», ma piuttosto di un «automne dans toute l’Italie[9]», si accompagna alla descrizione della composizione sociale del «movimento» e delle pratiche messe in atto per la sua espressione.

Nel corso del seguente articolo vedremo come, lungo tutto il 1977, sempre con maggiore attenzione e crescente interesse [Argenio, 2014], una serie di immagini e di percezioni sono utilizzate nella sfera pubblica francese per cogliere il fenomeno italiano nella sua particolarità [Sommier 1998; Soulet 2009]. È superfluo sostenere come la contestazione del ’77 non possa essere ridotta ad un semplice fenomeno preliminare alla radicalizzazione della violenza politica sviluppatasi in Italia nell’ultimo triennio degli anni Settanta[10]. Allo stesso tempo però, per la sua composizione eterogenea, difficilmente il «movimento» può essere classificato sia dal punto di vista concreto, dei protagonisti che vi presero parte, sia dal punto di vista teorico, rispetto alle rivendicazioni e alle istanze di cui si faceva portatore. É all’interno di questa complicata rete, composta da punti di contatto e vicinanza tra idee, militanti e pratiche, ma anche da grandissime differenze, che si inseriscono le questioni legate all’esercizio dell’illegalità di massa e della violenza [Falciola 2013]. Questi fattori, soprattutto in rapporto ai media [Dondi 2008], tendono ad egemonizzare e oscurare le ragioni e le istanze «altre» di quello «strano movimento». È proprioin relazione ad alcune tematiche, quali la violenza politica e la risposta dello Stato, che risultano evidenti il gioco di specchi, l’intreccio e il sovrapporsi della sensibilità e delle culture del contesto che le recepisce [Della Porta 1995; Tarrow 1995]. L’esperienza e lo scenario non solo francese, ma anche europeo contemporaneo agli eventi, diventano dunque termini fondamentali con i quali confrontare l’analisi della percezione francese [Lazar, Matard-Bonucci 2010].

PCI e «movimento»: lo scontro frontale [inizio pagina]

A partire dalla seconda metà del marzo 1977 appare in primo piano la questione della violenza. Centrale diviene la descrizione del tentativo d’isolamento dell’Autonomia operaia e di riassorbimento della contestazione da parte della sinistra istituzionale e dell’estrema sinistra. Il «movimento» non sembra però essere disposto a pagare il prezzo dell’abbandono della sua autonomia ideologica, politica e di lotta, seppur conservando forti contraddizioni.

L’innalzamento del livello dello scontro può essere considerato uno dei fattori che contribuisce a creare fratture sempre maggiori all’interno del fenomeno contestatario e al progressivo allontanamento della partecipazione al variegato milieu dell’autonomia sociale. In maniera direttamente proporzionale, le azioni dell’Autonomia organizzata, nelle sue varianti romana, padovana e milanese, si impongono e oscurano altre manifestazioni [Grispigni 2006, 42-43]. L’attenzione francese infatti si focalizza su queste, identificandole senza soluzione di continuità con le principali anime del «movimento». Questo è ridotto a strumento e contenitore di un’aspra opposizione nei confronti del Pci; mentre sembra opportuno sottolineare che, per la novità della sua composizione sociale, di fatto si proponeva praticamente e teoricamente come «altro» rispetto ai modelli classici d’azione politica. Se possiamo condividere l’idea che il ’77 in Italia fu caratterizzato da una contrapposizione esplicita e frontale tra il Pci e un movimento sociale [Grispigni 2006, 23], la ricezione di questo aspetto sembra essere la chiave interpretativa prediletta dalla stampa francese.

Già a partire dal febbraio, a seguito della «cacciata» di Lama dall’università di Roma, la sfida al Pci era stata messa in risalto come una delle caratteristiche di primo piano. Nelle settimane seguenti la contrapposizione al «compromesso storico» e alla torre eburnea della politica delle – e nelle – istituzioni, la cronaca delle giornate dell’11 marzo a Bologna e del 12 a Roma fanno eclissare tutte le sfumature e l’effervescenza del «movimento». L’aspetto dell’analisi sociale ed economica degli «esclusi», «le rôle subversif du rire et de la dérision», l’influenza e le differenze della componente femminista, le voci che si levano «pour réclamer moins de discours, moins d’idéologie, “une nouvelle façon de faire de la politique” et finalement de nouveaux rapports inter-personnels»[11] vengono progressivamente adombrati per focalizzare l’attenzione sulla radicalità delle posizioni delle parti coinvolte.

L’attenzione per la violenza degli scontri ci restituisce l’idea di due fazioni opposte: da un lato la compattezza dei partiti politici nella denuncia degli atti violenti e, dall’altro, le immagini delle «barricate» del «movimento» e del gesto a indicare la P38, che si alzano entrambe contro la repressione dello Stato. Il lessico usato dalla stampa francese tende ad enfatizzare e a sottolineare la radicalità di questa contrapposizione: rimanda alla sfera semantica della battaglia, le città sono sotto assedio, il «movimento» si avvale di pratiche di guerriglia, le manifestazioni si traducono in battaglie frontali[12]. Les visages masqués delle cronache non sono più quelli degli indiani, ma quelli dell’Autonomia operaia. Il dibattito interno al Pci riportato da inizio febbraio, sulle necessità di autocritica rispetto alla posizione nei confronti del movimento studentesco[13], scompare di fronte alla necessità di condannare le violenze e di fronteggiare quella «menace de désordre» che già il corrispondente di Le Figaro sottolineava con evidente condanna a inizio marzo[14].

Quello che dunque traspare dalle analisi è soprattutto un’incomprensione di fondo tra due mondi e una sostanziale incomunicabilità. In modo particolare, la polarizzazione viene veicolata dalle notizie riportate da quei quotidiani o settimanali più vicini al Pci e al «movimento». All’interno delle innumerevoli espressioni utilizzate per descrivere i fatti legati al contesto italiano, spicca un reiterato ricorso all’immagine della «strategia della tensione». In maniera differente dal significato con cui quest’espressione è entrata in circolazione in Italia, oltralpe essa non indica solamente una nuova ondata di violenza politica destabilizzante allo scopo di favorire l’instaurazione di un regime di tipo autoritario. «Strategia della tensione» è declinata in «stratégie de la terreur», con riferimento a tutte le azioni di stampo violento eindica l’accusa principale che il Pci muove nei confronti del «movimento»[15].

Se osserviamo gli ambienti che potremmo ricondurre alla sinistra del Pcf, la percezione dell’incomunicabilità e dell’incomprensione tra Pci e «movimento» si esplicita nella narrazione degli scontri contro i poliziotti, contro l’austerità e il compromesso storico[16]. Se osserviamo invece le pagine dell’Humanité, organo ufficiale del Pcf, realtà lontana dal «mondo movimentista» italiano, si riporta la condanna da parte del partito di Berlinguer a quella che veniva definita una manovra strumentale e antidemocratica contro i lavoratori, contro i sindacati e contro i comunisti, celata sotto il malcontento e le inquietudini legittime degli studenti[17]. La contrapposizione semantica, che evidenzia lo scontro di significato politico tra le due parti, viene trasmessa attraverso il dualismo democrazia/resistenza.

Si nota ad esempio come lo shock legato ai disordini di Bologna, vetrina del comunismo emiliano, sia interpretato dalla sinistra tradizionale nei termini di un attacco diretto alle istituzioni: il compito del Pci è quello di presidiarle e vigilare sull’ordine democratico. Il 16 marzo, giorno nel quale nel capoluogo emiliano si tiene una manifestazione indetta da Pci e sindacati, e a cui partecipano unitariamente tutti i partiti dell’arco costituzionale, al «movimento» viene negato l’accesso in piazza. Antoine Acquaviva, corrispondente in Italia per l’Humanité, introduce la giornata collocando idealmente da un lato «des P38 et un projet inavouable»[18], dall’altro «des hommes, des femmes, de tous âges, de toutes confessions, d’opinions diverses, invités à se dresser dans un même élan contre un retour éventuel à un passé, lequel, malgré le prénom du “Duce” qui l’incarnait (Benito Mussolini), n’avait rien de bénir et ne fut nullement une bénédiction pour les Italiens». Contro la «violence subversive» e le azioni di guerriglia si fa appello alla «puissance pacifique des travailleurs[19]», per sottolineare lo sforzo di riassorbire il «movimento» in una prospettiva comune ad operai e lavoratori. L’analisi è incentrata sul saldo ruolo del Pci, schierato a difesa di un’idea di democrazia opposta, senza alcuna esitazione, a quella della violenza scandita dai cortei del «movimento» e praticata dal «partito della P38».

Al contrario, negli ambienti gauchisti, assumono una certa rilevanza la problematica e il ruolo delle radio libere, sulle quali si concentra spesso l’attenzione della stampa francese. Mezzi d’espressione trasversali del «movimento» nelle diverse città, Radio Città Futura e Radio Alice sono i simboli della resistenza contro cui si scaglia la manovra di controllo del ministero dell’interno, intento a varare nuovi pacchetti legge «liberticidi» volti al ripristino dell’ordine[20]. Al centro della critica è esplicitamente il ruolo del Pci e il compromesso storico. La rivolta studentesca infatti rimette in causa tutta la politica dei partiti. In modo particolare si scaglia contro il governo «Berlingotti»[21] e la politica dei sacrifici in campo economico e sociale di cui i comunisti vengono ritenuti sostenitori.

Rispetto alla questione delle violenza, Libération sottolinea come potrebbe essere il carattere militare e politico di alcune azioni dell’area dell’Autonomia organizzata a spaccare il «movimento». Le cronache delle assemblee generali riportano questa frattura interna, anche se la parte legata all’area più organizzata non sembra così nettamente in minoranza. La questione della violenza divide. Le divisioni non fanno altro che procrastinare le decisioni e lasciare spazio all’azione autonoma.

Si esprime dunque, sulle pagine del giornale più vicino al ’68 francese, una certa ambiguità rispetto a questo tema, ambiguità riflessa in primo luogo dalle differenti anime della contestazione. Al contrario, è palese come la rottura della vetrina del compromesso storico mostri il modo in cui i sindacati siano concentrati solamente nella difesa di quelli che vengono definiti i garantiti del mondo del lavoro[22], e mostri inoltre, l’inadeguatezza del Pci, «partagé entre le souci de garder le contact avec le “mouvement des exclus” et sa volonté de faire respecter” l’ordre démocratique et républicain”»[23].

La stessa condanna politica e strategica alle scelte del Pci viene lanciata dalla presse militante trotzkista e maoista. Nella visione radicale dell’Humanité Rouge [Bourseiller 2003], la «juste violence révolutionnaire» è l’unica scelta da compiere per contrapporsi al revisionismo e al socialfascismo del Pci e delle organizzazioni sindacali[24]. Nelle pagine di Rouge, la violenza esplosa è figlia dell’incapacità della sinistra istituzionale – e non – di dare risposte soddisfacenti alle nuove problematiche del lavoro e dell’occupazione[25]. L’analisi è ancora una volta ridotta alla portata politica e allo scontro con il Pci. La grande attenzione posta al richiamo della necessaria unità tra studenti e lavoratori [Salles 2005] sembra non far cogliere la radicale alterità professata dal «movimento» stesso. In modo simile a quanto osservato per l’Humanité, la violenza viene vista, anche in questo caso, come una variante, messa in atto da parte di alcune componenti deviate dello Stato, della «strategia della tensione»[26] e come ostacolo principale all’unitarietà della componente operaia e studentesca. Il pericolo per il condizionamento delle azioni minoritarie e avventuriere è molto elevato[27].

Ordine pubblico, violenza politica e paradosso italiano [inizio pagina]

«La France n’est pas l’Italie, et les révoltes continuent à jouer un rôle marginal dans la vie sociale française»[28]. La particolarità italiana, descritta con una certa frequenza, non poteva essere paragonata con il contesto francese, dove, non solo la discontinuità con il ’68 era evidente, ma l’esercizio della violenza politica era relegato a atti individuali e isolati dell’ultra-gauche. La sua teorizzazione inoltre non aveva nulla a che fare con l’ambiente politico e culturale dell’autonomia [Artières, Zancarini-Fournel 2008; Zancarini-Fournel 2008].

L’importante copertura mediatica data al «movimento» da tutte le fonti analizzate, a partire dal marzo 1977, si intensifica negli scontri di aprile e maggio. Il carattere di accresciuta violenza che connota queste giornate, riflesso nella stampa francese, tende a marcare uno scarto interpretativo nuovo rispetto alla percezione italiana. L’innalzamento della conflittualità praticata da alcune frange dell’autonomia fa cambiare segno alla descrizione della révolte à l’italienne.

In primo luogo si riduce lo spazio concesso ai protagonisti stessi del «movimento», mentre rimane costante la tendenza ad enfatizzare la quotidianità di una violenza praticata, che crea uno scenario di guerriglia urbana. Nonostante l’analisi della violenza proveniente dal «movimento» e dall’Autonomia organizzata venga sempre tenuta distinta rispetto a quella praticata dai gruppi armati, si sovrappone la percezione simultanea dei diversi fenomeni. Si parla infatti di «trois formes de violence (criminelle, terroriste et contestataire)»[29]. Caratteristiche costanti sono: la ricorrenza della formula «stratégie de la tension» e l’emblema della foto del giovane autonomo mascherato che spara durante gli scontri del 14 maggio a Milano. La tematica dell’ordine pubblico diventa così centrale, sia rispetto alle posizioni dei partiti, del ministro degli Interni e del governo, impegnati nel preservarlo e tutelarlo, sia rispetto alle tematiche interne al «movimento», che lo declinano in chiave di risposta repressiva [Della Porta 1995; Della Porta D., Reiter H. 1998; Falciola 2013]. In altre parole si verifica anche nella mediatizzazione francese quel processo che Marco Grispigni [2006, 46-48] definisce di subalternità delle azioni e delle istanze dell’area più vasta dell’autonomia: l’innalzamento del livello di scontro le oscura e tende a far eclissare le rivendicazioni e la soggettività di un intero movimento.

In secondo luogo, eccezione fatta per la stampa più vicina alla sensibilità comunista, osserviamo la critica e le perplessità condivise, con toni più o meno marcati, a quelle che vengono definite strane dinamiche di governo, alla costante dialettica e al rapporto tra Pci e Dc, al ruolo dell’opposizione che viene eclissata o giudicata essere stata lasciata in mano ai movimenti estremisti[30].

Al centro dunque la consapevolezza di una violenza politica crescente in Italia, la sua normalizzazione nella descrizione di un clima di tensione, ma anche la contrapposizione sempre più marcata tra due Italie: una di palazzo e una di strada. La violenza sembra essere, oltre che manifestazione politica di una parte, anche un fattore esistenziale, naturale e connotato di una certa mancanza di progettualità, indagato e recepito come non indiscriminatamente legato, o in continuità, con i fenomeni della lotta armata. A tal proposito, ci sembra opportuno sottolineare che dalle pagine di Le Monde emergono alcune perplessità rispetto alla descrizione di un’Italia messa a fuoco e fiamme dall’esercizio della violenza. Secondo il corrispondente estero infatti, non è semplice cogliere la paradossalità della situazione italiana, nella quale i problemi di ordine pubblico e la crisi economica convivono con uno stile di vita tranquillo e normale di milioni di italiani. La descrizione apocalittica di alcune riviste straniere viene dunque giudicata superficiale perché incentrata solamente nell’analisi di una delle facce di un paese profondamente contraddittorio[31].

Il paradosso, le continue contraddizioni e la distanza evidente tra contesto italiano e contesto francese non fanno diminuire l’interesse per la penisola. Questa sembra essere considerata dagli osservatori oltralpe come un laboratorio politico e sociale verso cui guardare per comprendere anche l’evoluzione possibile – o meno – della società francese. In questo gioco di riflessi e di percezioni sempre più si ha l’impressione di cogliere un’immagine dell’Italia mediata rispetto ad un contesto «altro». L’ipotesi che spesso i giornali oltralpe «abbiano spiegato l’Italia con la Francia e la Francia con l’Italia» [Margotti 2003, 451-478], risulta ancora più evidente a partire dall’estate del 1977, quando alcuni settori delle sfere pubbliche dei due paesi si intersecano attraverso polemiche e dibattiti proprio sulla questione italiana.

L’appello degli intellettuali francesi e la repressione in Italia [inizio pagina]

Le “socialisme à visage humain” à ces derniers mois, révélé brutalement sa vraie figure: développement d’un système de contrôle répressif sur une classe ouvrière et un prolétariat jeunes refusant de payer le prix de la crise d’un côté, projet de partage de l’État avec la démocratie chrétienne (la banque et l’armée à la D.C., la police, le contrôle social et territorial au P.C.I.) au moyen d’un véritable parti “unique”: c’est contre cet état de fait que se sont révoltés ces derniers mois les jeunes prolétaires et les dissidents intellectuels en Italie[32].

Il 29 giugno 1977, a pochi giorni dall’accordo per un programma limitato di governo tra i sei partiti dell’arco costituzionale, compare su Le Monde il testo di una petizione, firmata da ventisette intellettuali francesi e indirizzata alla conferenza di Belgrado, per sensibilizzare l’opinione a proposito della repressione che si sarebbe esercitata in Italia «contre les militants ouvriers et la dissidence intellectuelle en lutte contre le compromis historique[33]». Gli intellettuali francesi attaccano frontalmente la scelta politica del compromesso storico, in quanto simbolo della nuova strategia europea del «socialismo dal volto umano»: da un lato il controllo repressivo delle spinte rivoluzionarie di giovani e operai e dall’altro la spartizione dello Stato con il partito reazionario di maggioranza [Dosse F. 2010]. La repressione e la criminalizzazione del dissenso diventano i temi principali attraverso i quali si sviluppa il discorso pubblico francese sull’Italia.

Nella primavera precedente avevano già destato delle perplessità alcuni provvedimenti presi dal ministro degli Interni e dai prefetti in merito ai divieti di manifestare imposti a Roma e a Bologna, all’azione contro alcune radio libere, alla risposta dello Stato e alla repressione poliziesca. Si erano incominciate a sovrapporre alcune immagini di una possibile somiglianza tra le pratiche della Germania Federale e quelle dell’Italia [Terhoeven 2012][34]. Inoltre, i temi della repressione e delle misure contro il terrorismo, inseriti nello scenario internazionale della Guerra Fredda, connessi alle problematiche del vicino Portogallo, della Germania Federale e della costruzione di una solida collaborazione tra i paesi dell’Europa occidentale, erano argomenti dibattuti anche all’interno di altri stati e inseriti all’ordine del giorno degli incontri interstatali europei[35].

A distanza di alcuni mesi, quando l’attenzione per il «movimento» e il contesto italiano sembrano in parte diminuire, l’intervento diretto degli intellettuali e la notizia dell’arresto a Parigi di Franco Berardi (Bifo), animatore di Radio Alice, fanno da volano per una serie di articoli, interventi e interviste sulla situazione italiana, che si prolungano per tutta l’estate del 1977[36].

L’attenzione francese non si concentra più sulle cariche della polizia o sugli agenti in borghese durante le manifestazioni, ma sulle indagini delle procure italiane. In merito a tali argomenti, ad animare e a promuovere la discussione pubblica sono soprattutto lo stesso Bifo e Felix Guattari, due figure importanti per il «movimento». L’immagine di un’Italia, dove forte era la repressione contro il dissenso politico, si sviluppa a partire dalle interconnessioni tra i due e dall’alto grado di esposizione e spazio mediatico che essi trovano. Guattari, punto di riferimento teorico per il «movimento», firmatario dell’appello contro la repressione, avvia a Parigi la formazione del Cinel: Collettivo di Iniziativa per Nuovi Spazi di Libertà, le cui finalità saranno quelle di garantire la difesa dei militanti perseguitati dalla giustizia, svolgendo un ruolo significativo nella sensibilizzazione anche sui casi italiani. L’esperienza della radio libera bolognese diviene centrale nella narrazione oltralpe, così come importante diviene il coinvolgimento francese nell’affaire Berardi. All’Italia raffigurata come il paese del compromesso storico, si contrapporrebbe un nuovo tipo di comunicazione nata dal, e nel, «movimento» contro il linguaggio ufficiale del potere: l’espressione della voce del desiderio e del rifiuto del lavoro[37].

In aggiunta allo spazio lasciato alle dichiarazioni di alcuni firmatari e di Bifo stesso[38], l’analisi della situazione politica da parte dei commentatori esteri evidenzia, come uno dei problemi principali dell’Italia, la mancanza di alternanza parlamentare e di soluzioni che permettano un ricambio politico[39]. D’altro lato, a difesa dell’establishment italiano, ma soprattutto delle decisioni prese dal Pci, si levano, tra le altre, le voci di Renato Zangeri, sindaco di Bologna, città che, per la sua lunga storia d’amministrazione comunista e per i fatti legati al «movimento», si afferma come simbolo del compromesso e della risposta alla contestazione[40] ed Ugo la Malfa, presidente del partito Repubblicano[41]. Tutti unanimemente invitano gli intellettuali francesi in Italia, per mostrare la «veritable falsification»[42] del senso comune. Inoltre a prendere parola sarà il ministro Cossiga che durante il mese di luglio renderà noto il numero di detenuti per violenza politica[43].

Si crea così ancora una volta la percezione di due fronti contrapposti: da un lato le istanze del «movimento», fatto coincidere con l’ala trasversale e creativa dell’autonomia, dall’altro la risposta giudicata repressiva – o meno, a seconda del punto di vista adottato – dello Stato e del Pci, tradotta in concreto attraverso le indagini giudiziarie. L’attenzione per la questione della violenza dell’Autonomia operaia organizzata, i limiti e le divisioni che questa comportava all’interno del «movimento», sembrano scomparire dall’orizzonte interpretativo.

Da luglio possiamo notare come la contestazione prodotta dal «movimento» venga, senza soluzione di continuità, rappresentata con le dichiarazioni rilasciate dagli attori coinvolti attorno all’appello degli intellettuali e al fermo di Bifo a Parigi, e presentata quindi come dissidenza al compromesso. Se nei mesi passati la dinamica della contestazione era descritta in termini di contrapposizione tra esclusi e garantiti dal mondo del lavoro, ora la prospettiva sembra in parte mutata. Non si parla più di esclusi, ma di dissidenti, contro un sistema che perseguita per motivazioni politiche e reati d’opinione[44].

Possiamo notare inoltre come la rappresentazione e l’analisi del rapporto tra Pci e opposizione risultino di particolare interesse per la riflessione sul programma comune tra PS, PCF e le dinamiche di politica interna alla Francia[45]. Le problematiche sollevate in estate sembrano contribuire a dare una rilevanza extra-nazionale alle tematiche italiane. L’episodio di Bifo suscita le prime riflessioni sulla pratica dell’estradizione. Le notizie relative alla situazione italiana però verranno oscurate dagli affaires Astudillo e Croissant[46] che occuperanno, durante tutto l’autunno, il discorso pubblico francese.

Il convegno di Bologna e l’autunno ’77 [inizio pagina]

La polemica estiva sulla repressione in Italia, suscitata da alcuni intellettuali francesi, non si ferma sulle pagine dei principali giornali. L’ipotesi, ventilata durante l’estate, di una grande manifestazione dove darsi appuntamento per discutere le tematiche sollevate, prende forma concreta nel grande convegno nazionale sulla repressione organizzato a Bologna tra il 23 e il 25 settembre. In questi giorni, il capoluogo emiliano è invaso da tutto il composito universo del «movimento ’77», che aveva caratterizzato l’ondata contestataria ai suoi esordi: dall’Autonomia organizzata e dalla sinistra extraparlamentare, alla componente femminista, a quella «desiderante», che rifiutava attraverso pratiche e linguaggi creativi ogni impulso autoritario, agli Indiani Metropolitani, agli omosessuali. Il «movimento» sembra essere tornato a manifestarsi nella sua magmaticità anche nella percezione francese. La vigilia della manifestazione è segnata dalle polemiche franco-italiane in merito al ruolo e l’atteggiamento del Pci e dell’amministrazione della città[47]. Felix Guattari psicanalista, militante politico d’estrema sinistra, riferimento teorico insieme a Gilles Deluze per il «movimento» e Maria-Antonietta Macciocchi, ex esponente del Pci, trasferitasi a Parigi dopo essere stata esclusa dalle liste elettorali per le politiche del 1972, professoressa di psicologia a Paris VIII, prendono nuovamente parola sulle pagine di Le Monde, ritornando sui temi dell’appello[48]. La «democrazia autoritaria» diviene centrale nell’analisi dei due. Il ragionamento è allargato a livello europeo. Si invitano non solo i marginali e i gauchisti, ma in primo luogo le diverse componenti della sinistra europea, ad una riflessione che permetta di uscire dal quadro squisitamente nazionale, per coinvolgere «l’ensemble des militants socialistes et communistes de bonne foi». Gli interrogativi in merito alla politica d’alleanza con la borghesia, intrapresa da un certo numero di partiti comunisti, sono al centro della riflessione: «l’euro-communisme constituerait-il la forme la plus-achevée de l’intégration capitaliste?[49]». Un secondo appello da parte di alcuni degli stessi firmatari, precisa come alla denuncia del luglio non sia sottesa un’analisi indistinta dei diversi contesti nazionali, rimarca inoltre le differenze visibili tra diversi modi di esercitare repressione[50].

Al contrario delle aspettative e dei timori della vigilia, il trascorrere delle giornate e l’esito pacifico di queste, trasformano l’immagine della Bologna en état de siège di marzo, in un palcoscenico per quello che viene descritto da un lato come un grande happening[51], dall’altro come una lezione di democrazia e di dialogo impartita dal Pci, dal sindaco Zangheri e da tutta la città[52].

Così come la percezione delle diverse componenti del «movimento» ritorna nelle pagine analizzate, anche la questione della violenza si riafferma come tema principale attorno al quale incentrare il tentativo d’analisi. Di fronte all’accoglienza della città, il tema della repressione, motivo fondante del ritrovo di Bologna, sembra passare in secondo piano rispetto alla questione delle fratture interne che la scelta dell’esercizio della violenza provoca. L’isolamento e la presa di distanza dai sostenitori delle «camarades p38» non solo vengono auspicate, ma si pongono come quesiti fondamentali per la prosecuzione del percorso movimentista[53]. Ci sembra di poter affermare che oltralpe si creino, attorno a queste problematiche, diverse aspettative per una svolta politica del «movimento»: «L’impression générale est que l’avenir de l’extrême gauche italienne se joue pendant ces trois jours à Bologne. Réussira-t-elle à atténuer ses divisions pour constituer une grande force révolutionnaire à la gauche du P.C.I.?[54]». E ancora, «les journée de Bologne devraient être pour ce mouvement l’occasion d’une clarification. Aura-t-elle lieu et comment?[55]».

Il bilancio conclusivo del colloque è dunque, agli occhi della stampa francese, alquanto incerto. Al coro unanime che si leva rispetto all’atteggiamento di dialogo e di ospitalità dimostrato dall’amministrazione comunista, si affianca lo scarso spazio mediatico riservato agli intellettuali, più centrali nella denuncia della repressione nella fase preparatoria. La conclusione della tre giorni inoltre, lascia invariata la frattura e la divisione di un fenomeno contestatario che si conferma non avere la forza di durare che lo spazio di una primavera[56].

Bologna è solo un fulmineo e intenso lampo [Grispigni 2006, 54; Ginsborg 1989, 516], simile nella sua rappresentazione al febbraio e al marzo 1977. A partire da ottobre, con il ritorno degli scontri di piazza, il livello di conflittualità nuovamente si alza: la trêve delle diverse anime del «movimento» si interrompe. Anche a livello di ricezione mediatica, le giornate di settembre sembrano essere le tappe conclusive di un percorso e di un tentativo di espressione delle forze di «tous ceux qui refusent la société actuelle, ne se reconnaissent pas dans le parti communiste et s’assimilent à des marginaux[57]», iniziato nel febbraio precedente. L’attesa per la nascita di una nuova opposizione viene spezzata, senza una prospettiva politica non sembra esserci altra alternativa che il ritorno alle armi[58]. La manifestazione di piazza coinciderà sempre più spesso con lo scontro di piazza. É un ritorno, non solo simbolico, a quella fotografia del giovane autonomo che spara negli scontri del maggio milanese. La violenza armata è messa al primo posto come problematica che riguarda l’Italia. Questa, espressa dagli opposti estremi, torna ad essere unica protagonista nella rappresentazione di un paese esasperato da quella che ormai viene definita come una violenza endemica. Non trovano più spazio d’espressione le istanze creative, le diverse forze e sensibilità, anche in contrapposizione tra loro, che avevano dato al «movimento» stesso un’ampiezza straordinaria.

Conclusioni [inizio pagina]

Il «trinomio» violenza, repressione e ordine pubblico ha giocato un ruolo determinante nel reflusso delle informazioni riguardo al «movimento». Quando parliamo di violenza politica, non possiamo però non considerare quanto sia stata importante l’evoluzione del contesto italiano ed europeo.

L’autunno 1977 è segnato oltralpe dal clamore suscitato da alcuni avvenimenti tedeschi: dal rapimento Schleyer al suicidio nel penitenziario di Stuttgart-Stammheim dei principali animatori della Raf (Rote Armee Fraktion). In Francia diviene centrale il discorso sull’affaire Croissant[59], avvocato tedesco rifugiatosi oltralpe e successivamente estradato, molto discusso per il ruolo di difensore di Andreas Baader. Già nel 1977 possiamo notare come la pratica dell’estradizione, le sue implicazioni politiche e sul discorso pubblico assumono un’importanza particolare in relazione ai soggetti e alle azioni che riguardano il terrorismo e la violenza politica. Le relazioni tra Italia e Francia, così come i discorsi pubblici dei due paesi, saranno coinvolte da tematiche affini a partire dall’estate del 1979[60]. Nell’autunno del 1977 l’attenzione è ancora incentrata sulle nuove azioni dei gruppi che praticano la lotta armata, a partire ad esempio dall’uccisione di Carlo Casalegno.

Ad estendere il discorso pubblico sulla repressione e il terrorismo al più ampio livello europeo sono prima di tutto gli stessi intellettuali mobilitatisi per la questione italiana. Guattari, prendendo parola su Libération, parlando ancora una volta di «répression en Italie», ben esemplifica la volontà di coinvolgimento diretto dell’«opinione pubblica» francese in merito al caso Croissant[61]. Di fronte al «phénomène Baader» e al possibile emergere del fenomeno terroristico, secondo modalità ben più eclatanti rispetto alla violenza politica osservata in seno al movimento italiano, l’attenzione per un eventuale sviluppo europeo di questi fenomeni è alta. Assistiamo da un lato alla denuncia compatta ed esplicita delle pratiche del gruppo tedesco, dall’altro ad una altrettanto importante attenzione alla possibile «offensiva giudiziaria», che l’atmosfera creata dal caso Schleyer e dall’affaire Croissantpotrebbero comportare. In questo quadro si inserisce la proposta, lanciata nel dicembre dello stesso anno, da parte del presidente della Repubblica Giscard d’Estaing per la costruzione di uno spazio giudiziario europeo[62].

Paragonato al caso tedesco, che diventa il modello del sistema repressivo per eccellenza[63], il caso italiano[64] quasi scompare nell’analisi oltralpe, mentre la Francia viene evidenziata nella sua particolarità, ovvero nel mancato passaggio ad una violenza politica quantitativamente e numericamente eclatante. Rispetto a questa tematica, sono soprattutto i settimanali di approfondimento politico a lasciare spazio alle riflessioni del – e sul – mondo gauchista, al centro dell’attenzione per le divisioni rispetto alle posizioni sul caso Baader-Schleyer[65]. L’idea che più ricorre, seguendo le testimonianze dei protagonisti francesi di quel mondo che si ricollega sempre all’esperienza del Mai ’68, può essere ben riassunta dalle parole di Michel Le Bris, vecchio direttore della Cause du peuple: «Nous avons tout exploré, nous sommes allés jusqu’au bout et nous avons croisé des trajectoires aussi folles que celles de Badeer. Mais nous avons chaque fois choisi l’autre chemin[66]». Per quanto riguarda la percezione che oltralpe si ha del proprio rapporto con la violenza politica post ’68, a nove anni di distanza, si nota una netta conferma della consapevolezza di una sorta di eccezionalità francese [Dreyfus-Armand, Frank, Levy, Zancarini-Fournel 2000; Sommier 2003].

Dalle poche analisi e riflessioni che coinvolgono anche l’Italia, inserite in questo contesto di denuncia e discussione su pratiche legate al terrorismo, emerge uno slittamento di significato rispetto a quell’universo vicino al «movimento ’77», che pur esercitava una certa pratica violenta. Fino al settembre le riflessioni in merito a questa tematica sono affrontate in tutta la loro complessità: si riconosce che la violenza è una parte integrante del «movimento», che ne esprime la profondità[67], trova le sue radici nella violenza sociale espressa dai lavoratori precari, dagli abitanti delle periferie e dal sottoproletariato, fino a divenire una forma d’espressione delle contraddizioni dell’universo degli esclusi. Successivamente diviene centrale la riflessione sulla possibile unione tra forze che esercitano violenza politica, ma che per natura si differenziano. Uno degli elementi che sembra destare particolare attenzione è il possibile legame tra «diversi gruppi terroristi»[68]. Ritorna l’utilizzo dell’espressione «strategia della tensione», per indicare l’aumento e la ripresa ciclica della violenza politica in Italia, indipendentemente dalla sua natura e dai suoi attori, sia nell’analisi di Le Figaro, sia nell’analisi dell’Humanité. A partire dall’autunno le immagini della P38 e dell’Autonomia organizzata si confondono sempre più, a volte sovrapponendosi, con le analisi sul terrorismo. Per tutto l’inverno successivo la sovrapposizione di questi temi, delle analisi e dei dibattiti sulla lotta armata, sul coinvolgimento delle masse e sulla clandestinità, diventano dominanti. Per quello che riguarda il «movimento», al centro del discorso pubblico francese rimarrà solo l’Autonomia organizzata, tendente a esprimersi sempre più solamente in termini di scontro politico con lo Stato. Questo processo si accelererà a seguito del rapimento Moro. Nonostante il tentativo di elaborazione di un posizionamento differente dell’area legata ancora al «movimento», sintetizzabile nel celebre slogan di Lotta Continua «né con lo Stato né con le Br», la cronaca delle giornate della prigionia del presidente della Dc chiuderà ogni possibile spazio d’azione, ma soprattutto ogni spazio mediatico, rimasto alle istanze «altre» di quel magmatico universo.


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Note

1. L’exemple italien, «Libération», 3 Mars 1977, 2.

2. Fontaine A., «Eppur, si muove…», «Le Monde», 6/7 Mars 1977, 3.

3. Espressione attraverso la quale Gad Lerner, Luigi Manconi e Marino Sinibaldi definiscono la diversa composizione di questo nuovo soggetto, evidenziando nella condizione della precarietà il connotato fondamentale della massa giovanile che animava le contestazioni [Lerner, Manconi, Sinibaldi 1978].

4. Per l’analisi del «movimento ’77» e la stampa italiana Falciola [2012] e Grispigni [2006, 22].

5. Solé R., De graves incidents à Rome ont mis aux prises forces de l’ordre et extrémistes de gauche et de droite, «Le Monde», 4 Février 1977, 3.

6. Fontaine A., «Eppur, si muove…», «Le Monde», 6/7 Mars 1977, 3.

7. Emblematica la descrizione riportata da Padovani M., Révolte à l’Italienne, «Le Nouvel Observateur», 12 Mars 1977, 49.

8. Lantéri R.-X., Les Cousins italiens de Mai 68, «L’Express», 14 Mars 1977, 100.

9. Solé R., L’Italie des travailleurs et celle des «exclus», «Le Monde», 13/14 Mars 1977, 1 e 8.

10. Cfr. Armani 2005; Tolomelli 2002; Ventrone 2012; Ventrone 2010.

11. Solé R., L’Italie des travailleurs et celle des «exclus», «Le Monde», 13/14 Mars 1977, 8.

12. Si è rilevata una certa omogeneità tra diversi articoli che esprimono sensibilità differenti, vedi Comarin E., La bataille de Rome, «Libération», 14 Mars 1977, 1, 8-9; Padovani M., Le temps des enragés, «Le Nouvel Observateur», 22 mars 1977, 35; Solé R., «Vive le sacrifice!», «Le Monde», 25 Mars 1977, 5 e Lancontre R., Italie: situation pré-révolutionnaire, «Le Figaro», 16 mars 1977, 13.

13. Solé R., La direction du P.C.I. Fait l’autocritique de sa politique étudiante, «Le Monde», 22 Février 1977, 5.

14. Lancontre R., Italie: la contestation étudiante inquiète le parti communiste, «Le Figaro», 1 Mars 1977, 13.

15. Padovani M., Le temps des enragés, 27 Mars 1977, «Le Nouvel Observateur», 35.

16. Comarin E., L’absence du PCI, «Libération», 14 Mars 1977, 8-9; Id., Le Pci en appelle au maintien de l’ordre, «Libération», 16 Mars 1977, 9.

17. La révolte des étudiants, «l’Humanité», 14 Mars 1977, 11.

18. Acquaviva A., Italie: les P.38 et les hommes, «l’Humanité», 16 Mars 1977, 9.

19. Acquaviva A., Italie: la puissance pacifique des travailleurs, «l’Humanité», 19 Mars 1977, 8.

20. Comarin E., L’épreuve de force le pouvoir et les radios libres, 16 Mars 1977, 9 e Calvi F., Italie: le gouvernement envisage de nouvelles mesures répressives, 19 Mars 1977, 10 entrambi «Libération».

21. Questa espressione etichetta in maniera irrisoria e polemica il terzo governo Andreotti. All’indomani delle elezioni del 20 giugno 1976, la Democrazia Cristiana, confermandosi nuovamente come primo partito, si poneva alla guida di un governo molto particolare per il suo significato politico: quello passato alle cronache come il governo della non-sfiducia o delle astensioni. I comunisti e socialisti, pur non facendo parte dell’esecutivo monocolore democristiano, si impegnavano a non provocarne la caduta, a patto di essere consultati rispetto alle politiche governative. Da questo accordo, nelle manifestazioni, i cortei della contestazione inneggiavano al nome di Berlinguer a quello di Andreotti attraverso lo slogan «Berlingotti».

22. Comarin E., Rome: nouveau face à face, «Libération», 24 Mars 1977, 11.

23. Comarin E., Le Pci en appelle au maintien de l’ordre, «Libération», 16 Mars 1977, 9.

24. L’Italie est proche, 17 Mars 1977, 2 e Le PCI avec les Flics, «l’Humanité Rouge» 18 Mars 1977, 2.

25. Libera A., Quels liens avec le mouvement ouvrier?, «Rouge», 8 Mars 1977, 3.

26. Libera A., Les obsèques de Francesco Lorusso se sont déroulées dans Bologne en grève, «Rouge», 15 Mars 1977, 3.

27. Pellegrini E., Le samedi de révolte des étudiants italiens, «Rouge», 14 Mars 1977, 1 e 3.

28. La France n’est pas l’Italie, «Libération», 7 Juin 1977, 4.

29. Solé R., La démocratie chrétienne déçoit ses partenaires, «Le Monde», 1 Juin 1977, 4.

30. Cfr. ad esempio, Solé R., Les formations politiques sont impuissantes face à la montée des désordres, «Le Monde», 18 Mai 1977, 2.

31. Ibid.

32. Une pétition sur la répression, «Le Monde», 29 Juin 1977, 3. L’appello era firmato da Yvon Bourdet, Christian Bourgois, François Châtelet, Geneviève Clancy, Pierre Clementi, David Cooper, Gilles Deleuze, Michel Foucault, Gerard Fromanger, Philippe Gavi, Roger Gentis, Félix Guattari, Daniel Guérin, Georges Lapassade, Jérôme Lindon, Olivier Reault d’Allonnes, Denis Roche, Jean-Paul Sartre, Philippe Sollers, Jean-Marie Vincent.

33. Ibid.

34. Sul tema Terhoeven P. 2012, Morte accidentale di tre anarchici? Reazioni della sinistra italiana alla «notte della morte di Stammhein», in Cornelißen C., Mantelli B., Terhoeven P. (eds.) 2012, Il decennio rosso. Contestazione sociale e conflitto politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Bologna, il Mulino, 295-327.

35. Solé R., Aucun pays d’Europe ne peut se désintéresser de notre lutte contre la criminalité, «Le Monde», 13 Mai 1977, 7.

36. La ricezione e la trattazione mediatica di queste problematiche avviene limitatamente ad alcuni giornali. In modo particolare sono Le Monde, Libération, Rouge e Le Nouvel Observateur ad affrontare queste tematiche.

37. Maggiori R., Radio Alice, c’est le diable!, «Libération», 5 Juillet 1977, 15.

38. Cfr. le dichiarazioni di Bifo rilasciate a Le Monde: Boggio P., Sortir du rêve de la libération par le P.C.I, «Le Monde» 13 Juillet 1977, 2; cfr. la lunga intervista riportata su Rouge: Freiman D., C’est un “complot” contre la démocratie!, «Rouge», 26 Juillet 1977, 8 e Radio-Alice c’est le diable, «Rouge», 27 Juillet 1977, 8.

39. Nobécourt J., La Chambre discute l’accord des six partis, «Le Monde», 13 Juillet 1977, 2.

40. Solé R., Que les intellectuels français viennent voir l’état de siège à Bologne» déclare au «Monde» le marie de la Ville, «Le Monde», 13 Juillet 1977, 2.

41. Solé R., En prônant la rupture entre la DC et le PCI les intellectuels français veulent-ils la guerre civile dans l’Italie? Demande M. La Malfa, «Le Monde», 15 Juillet 1977, 2.

42. Solé R., Un “comité démocratique et antifasciste” invite à Bologne les intellectuels français, «Le Monde», 16 Juillet 1977, 20.

43. Solé R., Le ministre italien de l’intérieur publie le compte des détenus pour violence politiques, «Le Monde», 19 Juillet 1977, 26.

44. Bourguereau J. M., Un des animateurs de radio alice arrêté à Paris, «Libération», 9/10 Juillet 1977, 9.

45. Comarin E., Le compromis historique italien face à son opposition, «Libération», 22 Juillet 1977, 10-11. E ancora Freiman D., Euro-répression par l’Euro-communisme?, «Rouge», 16/17 Juillet 1977, 2 e Moravia: «Un appel schématique et provocateur», «Le Nouvel Observateur», 1 Août 1977, 37.

46. L’avvocato difensore di alcuni membri del gruppo armato tedesco, in modo particolare di Andreas Baader, nell’estate del 1977 diviene protagonista di un caso giudiziario che coinvolge la Francia e la Germania Federale. Accusato dalle autorità tedesche di essere complice delle attività dei suoi clienti, colpito da alcune sanzioni professionali, Croissant sceglie nel luglio 1977 di lasciare il suo paese per recarsi in Francia. Effettuata domanda d’asilo politico, è oggetto di una richiesta d’estradizione da parte delle autorità tedesche. La domanda, che sarà soddisfatta nel novembre dello stesso anno, suscita oltralpe una vasta mobilitazione a favore dell’avvocato e una grande attenzione da parte dei giornali.

47. Cfr. ad esempio Bollaert B., Bologne: la Mecque du terrorisme, «Le Figaro», 13 Septembre 1977; Solé R., La rentré s’annonce difficile pour les communistes et les démocrates chrétiens, «Le Monde», 14 Septembre 1977, 6; Étrange rendez-vous à Bologne, «l’Humanité», 23 Septembre 1977, 1 e 8 e Solé R., La municipalité de Bologne a demandé que les forces de l’ordre soient discrètes, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4.

48. Guattari F., Macciocchi M.-A., Au-delà du «compromis historique», «Le Monde», 21 Septembre 1977, 7.

49. Ibid.

50. Un nouvel appel d’intellectuels français, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4; Solé R., M. Jean-Paul Sartre exprime sa solidarité aux manifestants, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4; Revel J.-F., Les parrains de la violence, «L’Express», 18 Septembre 1977, 93 e Sciascia L., Y-a-t-il une répression en Italie?, «Libération», 22 Septembre 1977, 10-11.

51. Solé R., Le P.C.I. S’efforce de maintenir un climat de dialogue avec les contestataires, «Le Monde», 25/26 Septembre 1977, 5; Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.

52. Acquaviva A., Leçon de démocratie à Bologne, «l’Humanité», 26 Septembre 1977, 10.

53. Solé, L’extrême gauche entre le P38 et la non violence, «Le Monde», 23 Septembre 1977, 1 e 6; Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I. est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.

54. Solé R., Le P.C.I. S’efforce de maintenir un climat de dialogue avec les contestataires, 25/26 Septembre 1977, «Le Monde», 5

55. Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I. est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.

56. Ibid.

57. Ibid.

58. Padovani M., Les quarante mille de Bologne, «Le Nouvel Observateur», 10 Octobre 1977, 57.

59. Vedi nota 46.

60. Per maggiori approfondimenti sull’affaire Croissant vedi, Israël L. 2012. Per un approfondimento del tema in contesto italiano si veda Malatesta M. 2012.

61. Guattari F., Felix Guattari écrit à Bernartd Henry Levy, «Libération», 8/9 Octobre 1977, 9.

62. Unanimi nella stampa analizzata sono il disaccordo e la preoccupazione destati da quello che viene considerato un restringimento del diritto d’asilo, fondamentale per la storia politica della Francia Repubblicana. La sola posizione a difesa delle proposte del presidente e dell’eventuale collaborazione europea, che faciliterebbe il processo d’estradizione tra paesi membri della CEE, è da «Le Figaro». Cfr. ad esempio: Lecerf J., Daussy J., Il faut créer l’Europe judiciaire pour lutter contre le terrorisme, «Le Figaro», 6 Décembre 1977, 1 e 9; Bouguereau J.-B., La course à l’anti-terrorisme, «Libération», 6 Décembre 1977, 9; Un “espace judiciaire européen” bafouant le droit français, «L’Humanité», 6 Décembre 1977, 7; Giscard plaide pour une répression accrue, «L’Humanité rouge», 7 Décembre 1977, 1.

63. Deleuze G., Guattari F., Le pire moyen de faire l’Europe, «Le Monde», 2 Novembre 1977, 6.

64. «Au moment où toute la France retentissait des controverses suscitées par l’extradition discutable (mais qu’il fut très vite impossible de discuter sur un plan rationnel) de Klaus Croissant, l’Italie subissait, au milieu de l’indifférence quasi générale de nos moyens d’information et de nos leaders politiques, une vague de violence armée la plus meurtrière de son histoire récente, pourtant déjà très chargée dans ce domaine», Revel J.-F., Le principe de Pifano, «L’Express», 28 Novembre 1977, 120.

65. Si segnala in modo particolare la fermezza e la critica di Rouge nei confronti delle azioni della Raf, Brossat A., Tout ce qui nous sépare de R.A.F., «Rouge», 17 Octobre 1977, 6-7.

66. Sichker L., Les gauchistes se démarquent, «L’Express», 31 Octobre 1977, 91.

67. Bouguereau J.-M., L’emargination politique, «Libération», 26 Septembre 1977, 12-13.

68. Tra le diverse fonti utilizzate è sicuramente Le Figaro a veicolare per primo questa lettura, Bollaert R., L’Italie face à la violence armée, «Le Figaro», 23 Septembre 1977, 2.

fonte: http://storicamente.org Laboratorio di Storia

 

Il “movimento del ’77” visto dalla stampa francese was last modified: Febbraio 6th, 2015 by glianni70.it

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Guy Debord è morto davvero Guy Debord è morto davvero

di Luther Blissett

 

 

1. NUNC EST BIBENDUM

 

– Di chi è questa motocicletta?
– È un chopper.
– E di chi è questo chopper?
– È di Zed.
– Chi è Zed?
– Zed è morto, piccola… Zed è morto.

Quentin Tarantino, 1994

 

Alla morte di Guy The Bore (1) la stampa progressista italiana ha reagito con necrologiche ovvietà e fraintendimenti che ormai nulla hanno di clamoroso. Lo stesso tritarifiuti lib-lab che aveva ingoiato e ruminato le opache filippiche di Karl Popper sulla TV, ha poi celebrato The Bore come un profeta della discesa in campo di Berlusconi. Da anni l’Ignoranzhia di sinistra confonde lo “spettacolo” con la protervia dei media di regime, coi ciclici avventi delle Letizie Moratti, con la telerissa degli Sgarbi e dei Ferrara… Non c’è da sorprendersi allora che, in nome di una metonimia (l’effetto per la causa e il contenuto per il contenente), si disinneschi una teoria critica che attaccava direttamente la forma-merce e un modo di produzione che ha trasformato CIASCUNO DI NOI in un protervo medium di regime.

È pur vero che il disinnesco è stato facilitato dalla difettosità della bomba, comunque The Bore non merita di finire nel pantheon della Memoria Storica di Sinistra, assieme a Pajetta e Berlinguer, dove vorrebbero collocarlo – seppur come “eretico” – i necrofori intellettuali clerico-togliattiani.

L’abuso dell’epiteto “situazionista” e dell’assurdo termine “situazionismo” (2) deriva dall’aver posto l’accento solo sulla analisi debordiana dello spettacolo, a scapito del “savoir vivre”, della sovversione della vita quotidiana, della psicogeografia e dell’Urbanismo Unitario, insomma di tutte le forme d’azione immediate e concrete approntate dai situazionisti.

Era inevitabile che “situazionista” diventasse un attributo vaghissimo; i cronisti culturali decisero poi di appiccicarlo a qualunque personaggio o corrente estetica le cui espressioni fossero abbastanza nichiliste da sembrare “estreme” e abbastanza spettacolari da permettere l’esercizio di un po’ di massmediologia d’accatto. È stata così “situazionista” la programmazione di Italia 1 decisa da Carlo Freccero, è “situazionista” Striscia la notizia, era “situazionista” la TV-verità della Raitre di Guglielmi, è “situazionista” qualunque testo dallo stile schizo-epigrammatico, and so on.

La maggior parte di codesti etichettatori selvaggi conosce – poco e male – solo La società dello spettacolo, e da quel Talmud della critica radicale (da quell’apparente ridda di definizioni cruciverbali) potrebbe fingere di inferire qualsiasi cosa. “Situazionista” è divenuto un passepartout che apre ora la porta del dadaismo rimasticato ora quella del facile millenarismo tecnologico. In un mondo nichilista, tutto ciò che è reale è “situazionista”.

Ma non è stato The Bore in persona a trasformare la propria reputazione in quella di una rancorosa Cassandra? Non è stato il suo atteggiamento a far sì che il suo più celebre saggio fosse considerato un Talmud? Non è forse vero che due anni fa, per spiegare il crollo del socialismo reale, non poté fare altro che rimandare a due striminzite tesine sulla burocrazia, vergate 1/4 di secolo prima e contenute nel saggio in questione?

Negli ultimi dieci anni della sua vita, The Bore aveva indirizzato gran parte dei suoi sforzi ad un’infinita auto-storicizzazione; come i condannati del racconto “Nella colonia penale” di Kafka, egli si era infilato in una macchina che gli incideva sul corpo, assieme ai suoi scritti (Considerations sur l’assassinat de Gérard Lebovici, Panegyrique, Commentaires sur la societè su spectacle, Cette mauvaise reputation…), la Legge. La Legge, in quel caso, doveva essere la Giusta Ermeneutica, contro le calunnie, contro la passiva contemplazione dell’esperienza storica dell’I.S., contro la disinformazione pro-situ (3).

Dietro quel continuo rimando ipertestuale da una riga all’altra del Testo-Corpo, pare esserci stata la disperata intenzione di puntellare una ADEGUATA cattiva reputazione, di favorire una ADEGUATA contemplazione, di diffondere una ADEGUATA disinformazione, insomma di non tradire lo stile e mantenere il controllo. Un’impresa del genere ha dimensioni sistemiche, e necessita di una strategia collettiva: se a tentarla (o anche solo a marcarla) è la volontà di un singolo individuo, costui o costei otterrà l’esatto contrario dell’esito sperato. Dove si difendeva lo stile, si arriva a salvare l’Identità, ossia proprio ciò che fissa e uccide lo stile, rafforzando lo spettacolo.

Così, dopo il suicidio di The Bore, ciò che “ereditiamo” è una precettistica che non si voleva tale, oltre a un insieme di soliloquenti profezie. Ci rimangono insomma dei testi sacri, e coi testi sacri si può agire in due sole maniere: o li si interpreta alla lettera, da fondamentalisti, o si fa dir loro ciò che si vuole, sovente senza neppure leggerli. Ma da cosa deriva, a sua volta, questo stato di cose?

Deriva, crediamo, dal fallimento inappellabile dell’Internazionale Situazionista, fallimento che non data dall’autoscioglimento del 1972, ma da almeno un decennio prima, dalla presa del potere nell’I.S. della sua sezione francese, proveniente dal Lettrismo. Prima che s’apra il cielo e ne piovano gli insulti dei pro-situs, converrà spiegarsi.

 

2. NOTE PER UNA CONTROSTORIA DELL’INTERNAZIONALE

 

Il fallimento della maggior parte dei situazionisti serve a capire la natura della catastrofe e a scorrere con la crisi. Il panico può essere un incredibile energetico.

Mark Downham, 1988

 

Per quali motivi e per portare avanti quale programma si formò l’Internazionale Situazionista? Ben pochi di quanti sproloquiano di “situazionismo” saprebbero rispondere. Eppure è molto semplice: si trattava di COSTRUIRE SITUAZIONI, ossia “ambienti momentanei di vita, di qualità passionale superiore”, per mezzo dell’Urbanismo Unitario (ne è un esempio la “teoria dei quartieri-stati d’animo, secondo cui ogni quartiere dovrebbe tendere a provocare un sentimento semplice, al quale il soggetto si esporrebbe con conoscenza di causa”), di una “nuova architettura” (che “giocherà sugli effetti d’atmosfera dei vani, dei corridoi, delle vie, atmosfera legata ai gesti che essa contiene”) e infine dell’esplorazione psicogeografica dei siti (“osservazione attiva degli agglomerati urbani di oggi e fondazione di ipotesi sulla struttura di una città situazionista”). Lo scopo ultimo era “inventare giochi di una nuova essenza, ampliando la parte non mediocre della vita e diminuendo per quanto possibile i momenti nulli […] La disfida situazionista al passare delle emozioni e del tempo sarebbe la scommessa di guadagnare sempre sul cambiamento, andando sempre più lontano nel gioco e moltiplicando i periodi commoventi”. Per fare questo era necessario “opporre concretamente, in ogni occasione, ai riflessi del modo di vita capitalistico, altri modi di vita desiderabili; distruggere, con tutti i mezzi iperpolitici, l’idea borghese della felicità”. Il tutto era riassunto nel détournement di un celebre motto marxiano: “Si sono interpretate a sufficienza le passioni: si tratta ora di trovarne altre”. Tutto ciò era legato alla “certezza dell’aumento continuo e rapido del tempo libero, al livello delle forze produttive cui perviene la nostra epoca”. Occorreva armarsi per “una battaglia del tempo libero […] Oggi la classe dominante riesce a servirsi del tempo libero che il proletariato rivoluzionario le ha strappato, sviluppando un vasto settore industriale del dopolavoro che è un incomparabile strumento di abbrutimento del proletariato con sottoprodotti dell’ideologia mistificatrice e dei gusti della borghesia”. Compito dei situazionisti, in definitiva, era “l’impiego di certi mezzi d’azione e la scoperta di nuovi, più facilmente riconoscibili nel dominio della cultura e dei costumi, ma applicati nella prospettiva di un’azione reciproca di tutti i mutamenti rivoluzionari” (4).

L’uso corrente e banalizzato del termine “situazionista” ha ben poco a che vedere con questo programma. Ma il termine ha potuto subire una banalizzazione perché, da un certo punto in avanti, l’I.S. stessa ha cessato di essere GLOBALMENTE situazionista, e la parola ha seguito la cosa nella sua involuzione.

Come tutti sanno, la storia dell’I.S. dal 1957 in avanti è storia di scomuniche ed espulsioni, di settarismo e di evidenti scollature fra teoria e prassi, finché l’organizzazione si ridusse a due membri (Guy Debord e Gianfranco Sanguinetti), e si sciolse con la circolare pubblica La véritable scission dans l’Internationale (Champ Libre, Paris 1972). Nel prossimo paragrafo (“Un capodanno a Partenope”) farò un’incursione tra le righe di questo scritto, leggendo il quale pare a volte di sentir suonare Glenn Miller. Ma torniamo al punto…

La pratica dell’espulsione era in gran parte uno scimmiottamento surrealista, importato nell’I.S. dalla sezione francese assieme al caratteristico linguaggio giudiziale delle Avanguardie. L’espulsione fu praticata ai danni delle altre sezioni dell’I.S., soprattutto contro il gruppo tedesco SPUR. A dispetto di quanto lo stesso Debord aveva scritto (“Bisogna liquidare tra noi il settarismo che si oppone all’unità d’azione con possibili alleati, per scopi definiti, e impedisce l’infiltrazione nelle organizzazioni parallele. L’Internazionale Lettrista, tra il 1952 e il 1955, si è orientata costantemente verso un genere di rigore assoluto portante ad un isolamento e ad un isterilimento egualmente assoluti, e favorendo alla lunga un certo immobilismo, una degenerazione dello spirito di scoperta. Si deve superare definitivamente questa condotta in favore di azioni reali. Su questo solo criterio dobbiamo trovare o abbandonare compagni” (5)), la sezione francese si distinse fin da subito per un’intransigenza paranoica e complottarda, s’illuse di rinforzare la teoria con l’iniezione di steroidi hegeliani, espulse compagni per futili motivi (6), fino a favorire quel “contemplativismo” e quell’immobilismo di cui avrebbe imputato tutti meno che sé stessa.

Procediamo con ordine: le sezioni olandese e italiana furono decimate ed espulse entro il 1960. Il danese Asger Jorn, uno dei membri pió importanti dell’I.S., e certo colui i cui testi (7) recherebbero maggiore sorpresa ai lettori di oggi, si dimise nel 1961. Il gruppo SPUR (“Traccia”), protagonista in Germania di diversi scandali e azioni dirette contro l’establishment culturale, che al IV congresso dell’I.S. (Londra, 24-28 settembre 1960) si era scontrato con la sezione francese e nei 16 mesi successivi s’era rivelato la sezione più attiva, fu espulso nel gennaio 1962 per aver rifiutato il commissariamento da Parigi della sua rivista eponima. Nel marzo ’62 la sezione scandinava – “capitanata” da Nash – ruppe con quanto rimaneva dell’I.S. e fondò la Bauhaus Situazionista di Drakabygget, nella Svezia meridionale. Nel dicembre ’67 fu espulsa in blocco la sezione britannica, che formò poi il gruppo King Mob, la cui attività sarebbe stata all’origine di molti importanti accadimenti, non ultima la detonazione Punk.

Nel marzo 1962 le ex-sezioni scandinava e tedesca fondarono la Seconda Internazionale Situazionista, che negli anni successivi editò due riviste (Drakabygget e Situationist Times) e che dichiarò i seguenti intenti: “…Scristianizzare la filosofia delle situazioni di Kierkegaard, combinarla con le dottrine economiche britanniche, con la dialettica tedesca e coi programmi francesi di azione sociale. Ciï implica una profonda revisione della dottrina marxiana ed una rivoluzione completa che basi il suo sviluppo sulla nozione scandinava di cultura. Tale nuova ideologia e teoria filosofica ha il nome di Situlogia. Si fonda sui principii della democrazia sociale nella misura in cui abolisce ogni forma di artificiale privilegio”(8).

Scrive Stewart Home: “Non solo l’Europa ha sempre visto sé stessa come il centro del mondo, ma Germania, Francia e Gran Bretagna tendono a considerarsi il centro del centro. Così quando l’I.S. si scisse, da un punto di vista francocentrico o anglocentrico gli spectosituazionisti con base a Parigi furono visti come la vera I.S., mentre la 2aI.S.(che ebbe almeno la decenza di anteporre al nome il numero) poté essere sbrigativamente definita ‘estranea all’I.S.; certo più affabile, ma molto meno intelligente’ (IS n.8, Paris 1963)”(9).

La sezione francese fu molto abile nel presentare le sue purghe come fasi di un conflitto tra una componente “rivoluzionaria” e una “artistica”. In realtà, per quanto riguarda l’arte, le posizioni dell’I.S. erano appena meno idealistiche di quelle dei “nashisti” (come la 2aI.S. veniva definita spregiativamente)(10), e ambedue le organizzazioni affermavano di perseguire la rivoluzione.
L’I.S. era senza dubbio più coerente e radicale nelle formulazioni, e poneva l’accento sulla parola d’ordine dei Consigli Operai (mutuata da Socialisme ou Barbarie), sebbene “senza preoccuparsi minimamente della loro attuazione nella realtà storica” (11); la 2aI.S. peccava di mancanza di rigore teorico (forse per il timore di scadere nella rigidità dottrinaria, come i “cugini” di Gallia), e puntava sulla realizzazione nel presente dell’Urbanismo Unitario e dei comportamenti sperimentali ad esso connessi. Ambedue le fazioni ereditarono solo una parte del programma situazionista originario, e andarono incontro al fallimento.

L’impressione che l’I.S. abbia avuto maggiore influenza della 2aI.S. sul ’68 e sulle esperienze degli anni successivi deriva da un effetto di prospettiva, il classico “Post hoc, ergo propter hoc”. Il celebre “scandalo di Strasburgo” del 1966 ispirò certo molti di coloro che due anni dopo avrebbero disselciato le vie di Parigi, ed è vero che i situazionisti coniarono alcuni degli slogans più belli del Maggio, tuttavia si è sopravvalutato l’impatto della loro critica pratica sugli eventi di quei giorni. Se davvero i situazionisti fossero stati cosìç determinanti, risulterebbe difficile spiegare il vasto rigurgito maoista o trotskista dei mesi successivi, nonché l’entrata dell’I.S. in una crisi irreversibile, fino allo scioglimento di tre anni dopo. In realtà, allo scoppiar del Maggio, l’I.S. era già da un pezzo in fondo al maelstroem dell’inconseguenza, strutturalmente incapace di venirne fuori. I compagni francesi dell’Encyclopédie des Nuisances, la cui critica dell’I.S. è comunque molto diversa da quella che andiamo sviluppando in queste note, hanno magistralmente sintetizzato tale inconseguenza: “Criticando la politica senza curarsi troppo dei mezzi della sua realizzazione rivoluzionaria (se non sotto la forma alquanto lontana dei Consigli Operai), la teoria situazionista è rimasta sottosviluppata in tutto quello che riguarda la tattica, la ricerca delle mediazioni necessarie tanto esterne (il processo d’incontro tra una teoria radicale in formazione ed una pratica radicale essa stessa frammentaria ed incompleta) quanto interna (i metodi di organizzazione che favoriscono l’appropriazione coerente della critica). Il mito di una fusione totale della teoria e della pratica, ritenuta effettivamente realizzata all’interno dell’I.S., assieme al suo contrappunto ‘storico’, il mito di una rivoluzione che realizzerà in un colpo solo questa fusione su scala sociale, ha pesantemente gravato sullo sviluppo di una comprensione precisa di ciò che i situazionisti dovevano realmente fare insieme” (12). Ciò che l’EdN non sembra riconoscere è che tra le concause dell’imporsi e ristagnare di quei nefasti miti vi erano l’espulsione e il sistematico dileggio di quanti nell’I.S. avevano rifiutato (anche solo parzialmente, o intuitivamente) simili abbagli prometeici. Quei “primi situazionisti”, definiti “indulgenti e inefficaci” (13), erano stati respinti definitivamente nell’arte e nell’idealismo, mentre è probabile che il loro apporto, unito alla lucidità teorica dei francesi, avrebbe garantito al programma situazionista più varie e vaste possibilità di applicazione e successo.

Il ruolo della 2aI.S. e degli altri espulsi è stato a lungo sottovalutato e ignorato. Soprattutto in Italia, quasi nessuno ne sa niente. Evidentemente la scomunica pesa ancora, e il francocentrismo è ancora operante.

Subito dopo la scissione, entrambe le I.S. continuarono a propagandare lo scandalo come arma politica. Ma mentre lo “scandalo di Strasburgo” (un colpo di culo molto ben sfruttato e pubblicizzato) impresse a quella con baricentro a Parigi una spinta inerziale che le permise di arrivare a bagnarsi nell’agitazione del ’68, la seconda non riuscì a superare i limiti di un approccio che oggi diremmo “kreativo”, e implose pian piano. Eppure, per vie indirette, essa influenzò notevolmente il Sessantotto europeo e mondiale, e così molti degli altri espulsi.

L’ex-membro di SPUR e collaboratore di Situationist Times Dieter Kunzelmann contribuì a fondare a Berlino Ovest la KOMMUNE 1, che attirò a sé moltissimi giovani mettendo in crisi il marxismo-leninismo della SDS, contribuendo a connotare quell’organizzazione – e l’intero ’68 tedesco – in senso antiautoritario (14). Qualche anno prima, l’ex-membro olandese dell’I.S. Constant (tra gli espulsi di gran lunga il più schernito da Debord e compagni, e non sempre a torto) ebbe un importante ruolo nel cruciale movimento PROVO di Amsterdam (1965-67) che, prima di essere recuperato dalle onnivore istituzioni di quella città, suggerì alla Controcultura di tutto il mondo efficaci e imprevedibili forme d’azione (15). A Londra King Mob (di cui fu simpatizzante Malcolm McLaren, che avrebbe poi sfruttato il Punk applicando pari pari la lezione dello “scandalo di Strasburgo”, tanto i pregi quanto i difetti) produsse numerosi libelli e una rivista formato tabloid (King Mob Echo), e fu protagonista di molte azioni, come la creazione di tumulti di strada tramite lo spaccio di false notizie ai giornali, o gli espropri nei grandi magazzini da parte di squadracce di Babbi Natale (16). Grazie a quest’influenza, Malcolm McLaren e Jamie Reid (il grafico dei Sex Pistols) “affinarono il gusto per una nuova pratica della comunicazione – manifesti, volantini, montaggi, beffe, disinformazione – che avrebbe dato forma all’intima sensazione che lo stato delle cose potesse essere scosso, se non trasformato in modo irreversibile” (17).

Gli espulsi non finirono nella pattumiera della storia. Se volessimo essere coerenti con le numerose ricostruzioni storiche francocentriche (18), potremmo sostenere che questi gruppi e movimenti misero in pratica scampoli di teoria “degradata”, e che dovevano la loro radicalità, per così dire, a certi “quarti di nobiltà”, all’aver frequentato un tempo il giusto salotto buono. Ma saremmo poco seri, saremmo dei pro-situs. Non esiste trascendenza della teoria critica, essa viaggia nelle contraddizioni reali assieme all’esempio contagioso; e se è vero che la “ricarica” nelle lotte sociali dell’INTERO programma situazionista avrebbe impresso agli eventi ben altra accelerazione, va detto che di questa mancata aggressione della totalità è ugualmente responsabile l’I.S. di Debord, Sanguinetti e Vaneigem. Per definizione, nessun salotto è “buono”.

 

3. UN CAPODANNO A PARTENOPE

 

La bruttezza del presente ha valore retroattivo.

Karl Kraus, senza data

 

Affrontare e DECOSTRUIRE le “Thèses sur l’Internationale Situationniste et son temps” (che aprono le macabre danze de La véritable scission…) è necessario per capire la fossilizzazione dello stile debordiano in un’incarognita poetica del risentimento, e la conseguente involuzione di Debord in The Bore.

Va detto innanzitutto che le “Thèses…” sono un testo kitsch. Usiamo questo termine nell’accezione classica, ritematizzata da Tommaso Labranca nel suo Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, Roma 1994): l’I.S. post-’68 e Debord/The Bore erano kitsch perché volevano rimuovere la miseria e la merda dal territorio dell’autostoricizzazione, territorio segnato da continui riferimenti alla Prima Internazionale di Marx e Bakunin (lo stesso titolo della “circulaire publique” è uno di questi riferimenti). Tendendo ad emulare un modello “alto”, ma fallendo clamorosamente nell’emulazione (s’è mai vista un’internazionale composta da due sole persone?), l’I.S. ottenne un risultato trash (emulazione, incongruità, massimalismo… Le componenti c’erano tutte); ma per il terrore di essere identificata coi propri fallimenti (con il trash, con la misére), essa imputò ad altri e ad altro tutto ciò che considerava basso e misero: la stupidità dei pro-situs, l’impotenza degli ex-membri dell’I.S., il “ritardo” del movimento reale rispetto al programma situazionista, etc.). Senza possibilità d’equivoco, il risultato fu il kitsch, che nasce proprio dal tentativo -non riuscito- di eliminare la merda dalla propria vita, tentativo compiuto da chi è “circondato, sommerso, soffocato dalla merda (il trash) e combatte ogni giorno un’estenuante battaglia per nasconderla” (Labranca, cit.). Le “Thèses…” sono un CAPOLAVORO del kitsch, e scivolano lungo quella “china dogmatica che porta a giudicare la storia secondo una norma collocata al di fuori di essa (teleologia consiliarista, ad esempio) [che] condusse troppo spesso, nell’I.S. ed intorno ad essa, a considerare il movimento di sovversione allora largamente attivo sotto l’esclusivo angolo visuale del suo ritardo rispetto al programma storico situazionista, senza voler vedere che ne era al tempo stesso la critica (critica della sua generalità divenuta astratta), come se questo in futuro dovesse soltanto riempire il quadro che quello aveva tracciato: in breve, come se la teoria della rivoluzione non avesse più nulla da imparare dal movimento rivoluzionario reale” (18). Appunto, il kitsch.

La tesi n.2 afferma che “mai un progetto così estremista, divampando in un’epoca che sembrava essergli ostile, aveva affermato in così poco tempo la propria egemonia nella lotta delle idee, prodotto della storia delle lotte di classe. Non solo la teoria, lo stile e l’esempio dell’I.S. sono oggi adottati da migliaia di rivoluzionari nei principali paesi avanzati ma, ben più in profondità, è l’insieme della società moderna che sembra essersi convinta della verità delle prospettive situazioniste, sia per realizzarle sia per combatterle”. La n.3 precisa che “l’I.S.è riuscita semplicemente in quanto ha espresso il ‘movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti’, e in quanto ha saputo esprimerlo; vale a dire che essa ha iniziato a far comprendere alla parte soggettivamente negativa del processo, al suo ‘lato cattivo’, la propria teoria inconscia […] Non si tratta dunque di una teoria dell’I.S., ma della teoria del proletariato”. La n.6 aggiunge che “[per la Santa Alleanza dei proprietari della società] come per i suoi associati, è cominciato un altro tempo. Si scopre che il movimento delle occupazioni aveva, sfortunatamente, delle idee, e che erano idee situazioniste”.

Terminata la prima fanfara, le tesi che vanno dalla 10 alla 20 introducono alcune lucide considerazioni sullo stato dell’Economia, sull’inquinamento, sui “sintomi della crisi”, sulle lotte dei lavoratori. Ad esempio la tesi 17, con mirabile sintesi, enuncia che “l’inquinamento e il proletariato sono oggi i due lati concreti della critica dell’economia politica”.

Ma è dalla tesi 21 che entriamo nel kitsch (e non ne usciremo più): “quando cambiano tutte le condizioni della vita sociale, l’I.S., al centro di questo cambiamento [sic], vede le condizioni in cui ha agito trasformarsi più velocemente di tutto il resto. Nessuno dei suoi membri poteva ignorarlo, né pensava di negarlo, ma di fatto molti tra essi non volevano che l’I.S. fosse toccata. Non è dell’attività situazionista passata che essi si facevano custodi, ma della sua immagine”. Da qui fino alla tesi 44 c’è la lunga tirata contro i pro-situs, contro i membri (ormai ex-…) “contemplativi” dell’I.S. e in particolare contro Raoul Vaneigem. L’avvio è promettente: “un’inevitabile parte del successo storico dell’I.S. implicava che essa fosse a sua volta contemplata, e che in una tale contemplazione la critica senza concessioni a tutto ciò che esiste venisse ad essere apprezzata positivamente da un settore sempre più esteso dell’impotenza, divenuta essa stessa filo-rivoluzionaria”. Ma già la tesi 22 è rivelatrice; dopo averla letta rimane in bocca un retrogusto di excusatio non petita: “nessun pensiero storico può pensare di garantirsi in anticipo da qualsiasi incomprensione o falsificazione. Come esso non pretende di imporre un sistema definitivamente coerente e completo, tanto meno si aspetterebbe di presentarsi in modo così perfettamente rigoroso da interdire la stupidità e la malafede a ciascuno di quanti avranno a che fare con esso, così da imporne universalmente un’interpretazione vera. Una pretesa così idealistica può essere sostenuta solo da un dogmatismo sempre votato al fallimento; e il dogmatismo è già la sconfitta inaugurale di un tale pensiero. Le lotte storiche, che correggono e migliorano ogni teoria di questo genere, sono il terreno delle interpretazioni errate e riduttive e degli interessati rifiuti di ammettere il senso più univoco. La verità non può qui imporsi senza divenire forza pratica”. Il ragionamento si conclude con la convinzione che la teoria dell’I.S. [vale a dire la teoria del proletariato, cfr. la tesi n.3], sebbene spesso incompresa o distorta, “saprà ritornare in tutta la sua autenticità ogni volta che, storicamente, sarà la sua ora, a cominciare da oggi. Siamo usciti dall’epoca in cui potevamo essere falsificati o cancellati senza appello, perché la nostra teoria beneficia ormai, nel meglio e nel peggio, della collaborazione delle masse”.

Il “successo storico” dell’I.S. sarebbe dunque consistito nel convincere le masse a “collaborare” con la propria teoria, ergo con sé stesse. L’I.S. poneva fine per decreto all’alienazione e all’autofraintendersi proletario. La “teoria del proletariato” era stata ESTERNA allo stesso, ma alla fine esso era arrivato a co-elaborarla.

“Co-” significa “insieme”… Insieme a chi? chi era il co-protagonista di questa elaborazione se non l’I.S.? Riecco la vecchia “coscienza portata dall’esterno” e, intraluce, la decrepita figura dell'”intellettuale separato” che “va al popolo”. Con cos’era traducibile dunque il genitivo “del”, se non con un complemento di argomento? Si trattava di una teoria “sul” proletariato, di una teoria “riguardante” esso. E non solo: a dispetto degli accenni alle “lotte storiche”, la teoria si rivelava essere trans-storica, pronta a rivelarsi a sé stessa ogni volta che fosse giunta l’ora.

Ma poiché l’I.S., al livello più conscio della costruzione del testo, rifiutava tutto ciò (le separazioni, la trans-storicità…), e poiché Debord e Sanguinetti sembravano percepire questo scarto, ecco l’excusatio non petita: “È OVVIO che noi, NATURALMENTE, non abbiamo mai creduto che…”. Si cercava di nascondere il trash, e appena ne usciva anche un solo lembo ci si affrettava a dire: “Noi non siamo questo!”. Davvero molto kitsch.

Ma entriamo nel vivo della critica ai pro-situs, che “fanno sapere che approvano integralmente l’I.S., e non sanno fare nient’altro”, e che “possiedono soltanto le loro buone intenzioni”. Compare il primo accenno esplicito all’autoscioglimento dell’I.S.: “…se l’I.S. avesse continuato, imperturbabile, ad agire come prima, avrebbe potuto divenire l’ultima ideologia spettacolare della rivoluzione, e servire da pilastro a tale ideologia. L’I.S. avrebbe dunque rischiato di ostacolare il movimento situazionista reale: la rivoluzione” (tesi 26). Si dice poi che i pro-situs contemplano l’immagine di un'”aristocrazia situazionista” a cui vorrebbero avere accesso, e si imputa il formarsi di questa “apparenza di valorizzazione gerarchica” a quelli che sono ormai ex-membri dell’I.S. (soprattutto a Raoul Vaneigem), i quali rivendicavano uno “statuto mistico” per il solo fatto di appartenervi. Così, tanto i pro-situs quanto i “vaneigemisti” sono “il prodotto della generale debolezza e inesperienza del nuovo movimento rivoluzionario” (tesi 32). Segue un’analisi “sociologica” dell’ambiente pro-situ, che contiene anche spunti interessanti (la differenza tra i nuovi “quadri” e i vecchi “piccoli borghesi”) e che si conclude alla tesi 38 lasciando il posto ad una critica della “malcomposizione” dell’I.S. e dell'”incapacità” di alcuni suoi membri. La tesi 42 inizia così: “I contemplativi nell’I.S. erano i pro-situs acquisiti, perché vedevano la loro attività immaginaria confermata dalla storia e dall’I.S.”. La 44 getta più luce su quell’affermazione: “coloro che, anziché affermare e sviluppare le loro personalità reali nella critica e nella decisione di quanto l’organizzazione fa o potrebbe fare in ogni momento, sceglievano pigramente l’approvazione sistematica, hanno solo voluto nascondere quest’esteriorità per mezzo dell’identificazione immaginaria al risultato”.

Qui finisce la “tirata”. Le ultime tesi, dalla 45 alla 61, servono a concludere: si riconosce che l’I.S. non ha saputo essere egualitaria, tuttavia essa è riuscita ad evitare di divenire un potere, ed è tra le poche organizzazioni rivoluzionarie della storia a “non essersi bruciata col fuoco della gerarchia” (tesi 52). La tesi 53 dice che “i situazionisti sono ormai dappertutto, ed è dappertutto il loro scopo […] Noi non dobbiamo più garantire se questi individui sono o non sono situazionisti, perché non ne abbiamo più bisogno, e perché non ci abbiamo mai provato gusto […] Il termine stesso ‘situazionista’ è stato usato solo per far passare, nella ripresa della guerra sociale, un certo numero di prospettive e di tesi…”. Dopo alcune variazioni su questo tema, la tesi 58 afferma perentoriamente: “la vera e propria scissione nell’I.S. è la stessa che dev’essere attualmente operata nel vasto e informe movimento di contestazione: la scissione tra l’intera realtà rivoluzionaria dell’epoca e tutte le illusioni al suo riguardo”. Infine la conclusione: “Che si smetta di ammirarci come se potessimo essere al di sopra del nostro tempo, e che l’epoca si terrorizzi da sola, ammirandosi per ciò che è” (tesi 60); “Chi consideri la vita dell’I.S., vi troverà la storia della rivoluzione. Nulla ha potuto renderla cattiva” (tesi 61).

Le “Thèses…” si concludono col botto, come un capodanno a Partenope, e anche qui – finita la sbornia – si contano i morti e i feriti, e ci si accorge che l’1 gennaio non è dissimile dal 31 dicembre, che non c’è stata alcuna catarsi, nessun palingenetico ingresso in un nuovo tempo.

Le frasi roboanti servivano solo a convincersi di non dover pagare il fio della propria massimalistica pochezza, e non valevano nemmeno a puntellare la critica ai pro-situs: non era “una parte del successo storico dell’I.S.” ad implicare la “contemplazione” dell’I.S. e l’adesione ideologica al suo programma, ma proprio la défaillance dei situazionisti al momento di congiungere teoria, prassi e organizzazione. Il riprodursi dei pro-situs e la passività di alcuni membri dell’I.S. erano inevitabili, codificate nel DNA del gruppo, modificato e fatto aberrare all’epoca delle “epurazioni” (e non con perizia biotecnologica, ma con la naiveté di un Josef Mengele che inietta fenolo nelle pupille dei giudei per arianizzarne lo sguardo).

Patetica e tardiva, inoltre, l’affermazione che l’I.S. non poteva “essere al di sopra del proprio tempo”, dopo che per anni ci si era comportati come se fosse l’epoca a caracollare dietro le anticipazioni situazionisti, come se tutto quanto accadeva non potesse che confermare la giustezza della teoria.

Per concludere: l’I.S. aveva fatto di tutto per essere contemplata, poi aveva finto di non gradire le profferte dei suoi spasimanti, allo scopo di frustrare e riattizzare il desiderio, di prolungare il gioco. Di quest’erotismo da fotoromanzo (indicibilmente trash) Raoul Vaneigem s’era stancato nel 1970, e s’era dimesso scrivendo: “…Mi basta constatare la mia insufficienza nel far progredire un movimento che ho sempre considerato condizione della mia radicalità […] Preferisco dunque rifare la scommessa che la mia adesione all’I.S. aveva rinviato: perdermi totalmente o totalmente ricostruire la mia coerenza, e farlo solo per ricostruirla col maggior numero di persone” (20). Da buon gaudente, egli aveva capito che dopo il Maggio erano arrivate in città nuove fanciulle da corteggiare, e che il costume era cambiato; anziché aspettare a concedersi finché le sue carni non fossero state solcate dalle rughe, la gioventù trascorsa, i vecchi pretendenti fuggiti, tanto valeva gettarsi nella mischia del “nuovo sesso”. Le comari di quel club dell’uncinetto che l’I.S. s’avviava a diventare ripiegarono sulla favola della volpe e dell’uva: “E chi li vuole, gli spasimanti? Non eravamo certo noi a provocarli, semmai era miss Vaneigem! Comunque, piacenti come eravamo, era ben normale che qualcuno ci corteggiasse…”.

Allegorie irriverenti, senz’altro, ma non per questo inveridiche.

Ad ogni modo, l’annuncio dello scioglimento dell’I.S. non fece tremare il mondo.

 

4. EPILOGO?

Non insolita considero inoltre quella stazione del nichilismo in cui sto indugiando come in una sala d’aspetto, per metà annoiato, per metà in attesa del campanello d’allarme. Gli individui si trasformano in passeggeri, e ci si meraviglia che il cameriere accetti ancora un’ordinazione. Data l’inquietante mutazione del nostro mondo, quasi ciascuno dovrebbe conoscere l’atmosfera in cui si comincia a dubitare della ragione. Forse tutto è un sogno spettrale.

il mesto Ernst Juenger, 1982

Le conclusioni sono già chiare nello sviluppo stesso del nostro ragionamento, costantemente suggerite nel testo e nelle sue lacune. Non c’è epilogo che non si legga già nei titoli: Guy Debord è morto davvero, nunc est bibendum!
Sul “Manifesto” di domenica 4/12/1994, Enrico Ghezzi (persona di qualche merito) scriveva: “…la notizia della morte di Guy Debord mi è apparsa un inganno, une leurre. Una truffa sublime, come quella che in molti hanno sospettato dietro la morte di Moana Pozzi. Riuscire a détourner la propria stessa morte. A renderla ancor più inapparente di quanto già non sia, sfidandola sul suo terreno, calandosi nella fossa mediatica […] Porre fine alla propria durata, non al proprio tempo. Terminarsi”. Chi sta scrivendo ha avuto una impressione molto diversa: The Bore non aveva più scelta, aveva già scelto più di tre decenni fa, preparandosi con cura al momento in cui, finito il suo tempo e montata la deboredom (Cavalla Cavalla, 1993), non gli sarebbe rimasta che la propria durata, a cui prima o poi porre fine.

 

Dicembre 1994-Gennaio 1995

 

NOTE.

1. Guy The Bore (Guy “il noioso”) è il doppio di Guy Debord, è Debord giunto a un tal grado di autocontemplazione da divenire pura immagine. A nostro parere la deboredom (la noia causata da Debord) ha preso pieno possesso del personaggio dopo il film “In girum imus nocte et consumimur igni” (1979), in cui l’autocontemplazione rispondeva ancora ad un’esigenza lirica, e non riusciva tediosa, (de)boring. Da allora in avanti, come spieghiamo più sotto, ogni testo di The Bore è stato troppo intriso di risentimento (di quel sentire che si ripiega su sé stesso, che si attorciglia e cortocircuisce). La deboredom era già operante ai tempi dell’I.S., ma risultava mitigata dal riconoscimento di bisogni e desideri rivoluzionari collettivi.

2. È anche colpa di chi usava già trent’anni fa la parola “situazionismo” se oggi quest’ultimo esiste effettivamente ed è incolpevole il nominarlo. Dal canto suo, l’I.S. deprecò con tutte le sue forze l’uso di un vocabolo che definiva un’inesistente dottrina specialistica del saper vivere: poiché chiunque poteva essere situazionista anche senza aver mai nominato l’I.S., non esisteva alcun situazionismo. Ma già nei Manoscritti antieconomici e antifilosofici del 1977 (ciclostilato anonimo, Italia) si leggeva che “il Potere inghiotte la critica e la fa sua. Dopo che Marx è divenuto marxismo […] anche l’I.S. è diventata situazionismo”.

3. Per chi non lo sapesse, erano chiamati “pro-situs” i simpatizzanti superficiali e bassamente ideologici dell’I.S., che cercavano di emularne lo stile e le gesta senza possederne il rigore. Ancora nei Commentari sulla società dello spettacolo (1988), The Bore scriveva: “…sul terreno della contestazione successiva al 1968, i recuperatori inetti chiamati ‘pro-situs’ sono stati i ‘primi disinformatori’, perché dissimulavano il più possibile le manifestazioni pratiche attraverso cui si era affermata la critica che sostenevano di condividere; e, senza farsi scrupolo di indebolire l’enunciato, non citavano mai niente o nessuno, per dare l’impressione di aver trovato qualcosa da sé stessi”.

4. Tutte le citazioni dall’inizio del paragrafo sono tratte da: Guy-Ernest Debord, Rapporto sulla costruzione delle situazioni… (1957), Nautilus, Torino 1989.

5. Ibidem

6. Da teatro dell’assurdo il caso dell’inglese Ralph Rumney, fondatore della London Psychogeographical Association. Nel 1958 fu espulso perché, causa la nascita del suo primogenito, aveva consegnato con qualche giorno di ritardo un rapporto psicogeografico su Venezia. Nove anni dopo, l’intera sezione britannica dell’I.S. fu espulsa in circostanze incredibili, descritte da Fred e Judy Vermorel in: Sex Pistols Story, Gammalibri, Milano 1979.

7. Cfr. in particolare “Originalità e grandezza (Sul sistema di Isou)” e “La creazione aperta e i suoi nemici”, rispettivamente su “Internationale Situationniste” n. 4 (Parigi, giugno 1960) e n.5 (Parigi, dicembre 1960), entrambi tradotti in italiano e raccolti in: Internazionale Situazionista 1958-69 (Nautilus, Torino 1994). Sul n.4 c’è anche un estratto (“La fine dell’economia e la realizzazione dell’arte”) dal pamphlet Critique de la politique économique (Rapports presentés à l’I.S., Parigi 1960).

8. Nash, “Who Are the Situationists?”, in “Times Litterary Supplement”, London, 14/9/1964, citato in: Stewart Home, The Assault On Culture, AK Press, Edinburgh 1991.

9. Stewart Home, op. cit. Home usa il termine “spectosituazionisti” (da “spectacle”, spettacolo) per distinguere l’I.S. dalla 2aI.S.

10. “L’uso corrente del termine ‘arte’ tratta quest’ultima come una sottocategoria che differenzia le discipline al loro interno, sulla base dei valori percepiti. Così la musica di Mozart è considerata arte, quella di Slaughter and the Dogs invece no. Quest’uso del termine […] si affermò nel XVII secolo assieme al concetto di scienza. Precedentemente, il termine ‘artista’ designava anche i cuochi, i calzolai, gli studenti delle arti liberali, etc. Fu un tentativo da parte dell’aristocrazia di manetenere i propri valori come oggetto di una ‘irrazionale riverenza’. Così l’arte fu equiparata alla verità, e questa verità era la visione del mondo aristocratica, che l’insorgente classe borghese avrebbe travolto di lì a poco […] Quando la borghesia s’appropriì del concetto di arte, allo stesso tempo lo trasformò. La bellezza smise più o meno di essere associata alla verità, e venne associata al gusto individuale. A ciò si aggiunsero ‘l’insistenza sulla forma e sulla sua conoscenza’ e l’individualismo romantico, per dare autorità al concetto di arte come ‘mentalità particolare ed evolutiva della nuova classe dominante’. Quindi, lungi dall’avere validità universale, l’arte è un processo tipico della società borghese che spinge ad un “irrazionale ossequio nei confronti di attività che si adattano ai bisogni borghesi”, postulando l'”oggettiva superiorità di ciò che viene distinto in quanto arte, e di conseguenza dello stile di vita che lo celebra e del ceto sociale che vi ha a che fare” […] Da ciò possiamo dedurre che l’arte continuerà ad esistere come categoria specialistica sinché non sarà abolito lo stesso capitalismo. È una conclusione molto diversa da quella degli spectosituazionisti [che affermano la necessità di un ‘superamento per realizzazione’ dell’arte]. Se l’arte, da un punto di vista materialistico,è un processo che ha luogo nella società borghese, non si può chiederne la ‘realizzazione’. Una simile idea è mistica, perché implica non solo che l’arte ha una propria essenza, ma anche che è una categoria autonoma dalle strutture sociali. Propugnare la sua ‘realizzazione’ e ‘soppressione’ significa tentare di salvare la mentalità borghese nello stesso momento in cui la categoria viene abolita. L’arte scomparirebbe dai musei solo per ricomparire ovunque!”, Stewart Home, op. cit. Le citazioni interne sono tratte da: Roger L. Taylor, Art: An Enemy Of The People, Harvester Press, Sussex, UK 1978.

11. Manoscritti antieconomici…, op. cit.

12. Encyclopédie des Nuisances, Considerazioni storiche sull’Internationale Situationniste, ed. 415, Torino 1994.

13. La véritable scission…, op. cit.

14. Alcuni riferimenti alla KOMMUNE 1 si trovano in: Richard Neville, Play Power, edizioni della spiga, Milano 1971. Sulla coscienza antiautoritaria del ’68 tedesco cfr. Hans Jurgen-Krahl, Costituzione e lotta di classe, Jaca Book, Milano 1977.

15. Cfr. Richard Neville, op. cit. e Fernanda Pivano, Beat Hippie Yippie. Dall’Underground alla controcultura, Rizzoli, Milano 1978.

16. Su King Mob cfr. Jon Savage, Punk! I Sex Pistols e il rock inglese in rivolta, Arcana, Milano 1994 e: Fred e Judy Vermorel, op. cit. La UNPOPULAR BOOKS di Londra sta per pubblicare una raccolta di testi e volantini del gruppo. Per contatti: JACQUES VACHÉ EDITORIAL GROUP, Box 15, 138 Kingsland High Road, London E8 2NS, UK.

17. Jon Savage, op. cit.

18. Un bell’esempio di ricostruzione storica piaggesca e debordocentrica è: Jean-Franáois Martos, Rovesciare il mondo. Storia dell’Internazionale Situazionista, SugarCo, Milano 1991.

19. Encyclopédie des Nuisances, op. cit.

20. “Lettre de démission de Raoul Vaneigem”, in appendice a La véritable scission…, op. cit.

Guy Debord è morto davvero was last modified: Febbraio 5th, 2015 by glianni70.it

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Ribellarsi è giusto. In questi ultimi decenni è un assunto messo in discussione dallo stato dei fatti. Censurato, esiliato in un altro pianeta. Nella mente della stragrande parte della gente l’ arroganza del potere economico e politico può essere messa in discussione per lo più con pacifiche dimostrazioni di massa o allegri girotondi, o alla meno peggio mettendo un segnetto su questo o quel candidato al teatrino della politica. E anche a questo il potere spesso reagisce in maniera violenta. Negli anni settanta non era precisamente così. Tanto per cominciare la mattina andavi all’ edicola sotto casa e potevi scegliere tra ben tre quotidiani che non si rifacevano all’ area della poitica parlamentare: Il Quotidiano dei Lavoratori, il Manifesto e Lotta Continua. Per non parlare della miriade di riviste che proliferavano: Rosso, Controinformazione, Anarchismo, Vogliamo Tutto, Metropoli, Senza Tregua. E poi il fumetto: da Linus a Cannibale, da il Male a Ken Parker. Altri tempi, basti ricordare le vignette sul papa che il Male ci regalava, oggi sicuramente passabili della più truculenta censura. Di sicuro c’ era di che leggere, altro che Men’s health o il Denaro. Tutto questo rifletteva una realtà in cui la politica, o meglio l’etica, aveva un importanza che permeava anche i rapporti personali. Ne traevano beneficio il potere d’ acquisto dei salari o la condizione della donna. E i salari tenevano in un epoca di congiuntura come e peggio di quella attuale (state certi che nessun padrone né azienda vi verrà mai a dire che essendo aumentato il fatturato conseguentemente vi aumenterà lo stipendio, “loro” sono sempre alla fame o vicini al tracollo finanziario….). I manicomi si chiudevano e le caserme si svuotavano. Finiva la guerra in Vietnam o l’occupazione coloniale in Angola, spariva la dittatura in Portogallo e in Grecia. Si ascoltavano gli Area e Alturas degli Inti Illimani finiva in classfica. Il mondo alla rovescia, se allora dicevi che una cosa era “commerciale” significva che era da evitare o anche da bruciare (lo sanno bene le malcapitate bands yankee che tourneggiavano da queste parti), oggi “commerciale” vuol dire che stai per entrare nel club dei milionari e che sei uno “sfaccimmo”.Tutto questo qualcuno, successivamente, lo definì “gli anni di piombo”. Ma per chi? Forse per il potere più retrivo e bigotto, la destra dei Saccucci o dei Tanassi, degli Andreotti o dei Pirelli, o di Romiti, che invocavano il Cile e i colonnelli contro l’aria di rivolta che si respirava nelle piazze e nelle fabbriche. La reazione di questa destra fatta di attentati, stragi, omicidi, suicidi sospetti, massacri, violenze inaudite sulle donne (come quella del Circeo…) alimentavano in molti il timore che un colpo di stato in Italia ci potesse essere davvero.Forse è per questo che intere sezioni del PCI si trovarono dopo qualche anno a essere arrestate per banda armata. Non era raro trovare militanti delle BR iscritte al sindacato o al partito. Non sono cose di cui oggi gli excomunisti amano parlare. Molto meglio seppellire tutto sotto l’ epiteto “di piombo” e fare finta che c’ erano solo quattro esaltati che pensavano di stare in Irlanda o in Palestina. Ma non era così. L’ occupazione dell’ università di Bologna, la manifestazione del 12 marzo di Roma, i blindati e i carrarmati per le strade portati dall’ allora ministro degli interni Cossiga furono probabilmente il culmine di tutto il movimento di quegli anni. Poi lo scontro si fece più duro, selettivo e feroce. Fa impressione però vedere su wikipedia, l’ enciclopedia in rete, nel macabro conteggio delle vittime di quegli anni, che il solo massacro di Ustica, strage coperta da un buon numero di generali e ammiragli dello stato italiano, supera e pareggia i morti per mano delle organizzazioni armate presenti allora in Italia. Non cambia niente, ma non accetto lezioni da chi ancora oggi siede sulle poltrone del Parlamento e a distanza di decenni non ha pagato per i crimini di stato commessi o coperti allora. E non è un caso che lo stato, in particolare la democrazia cristiana e il partito comunista, non fece per Moro quello che poi fece per un Cirillo. Lo scontro diventò disumano, si passò ad un confronto esclusivamente militare suicida e fine a se stesso. Non poca responsabilità in questo l’ aveva l’ importanza che i media, la nascente televisione privata, la necessità dell’ apparire più che dell’ essere cominciavano a conseguire. Il movimento si polverizzò e tutto finì in un rifiuto della politica e dell’ etica, che sfociò negli anni ‘80 dei paninari e dei Craxi e soprattutto dell’ eroina. Piano piano siamo arrivati a oggi: gli “anni dello stronzio”. Gli anni settanta io li ho visti descritti solo in brutti film, pieni di grigiore e paura, per lo più fatti da signori che all’ epoca militavano nella FGCI. E che ricordo possono mai avere loro di allora? Io ricordo ben altre cose. L’ autoriduzione, l’ esproprio, la chiusura delle centrali atomiche, le botte ai concerti per entrare gratis, ma anche i film di Herzog o di Olmi, i concerti strapieni di Archie Shepp o di Luigi Nono, il teatro di strada del Living o le azioni di artisti che si rifacevano ad una unica idea e necessità rivoluzionaria. Oggi mi manca questo, la possibilità di sognare la rivoluzione. Questo sogno lo vedo svanito soprattutto in chi oggi ha vent’anni e dovrebbe sentire ancora di più la necessità di rivoltare il mondo lasciatogli dai genitori. Non abbiamo realizzato questo cd per la nostalgia dei nostri vent’ anni, ma solo perchè sentiamo la necessità di ridare forma a termini censurati e in via di estinzione (come dopo un Congresso di Vienna, Bush e Woytila come novelli Metternich) rivolta, ribellione, rivoluzione.

Oggi invece riprendono importanza termini che allora sembravano estinti: la religione, l’appartenenza di casta, la razza, il sud e il nord. Il mondo sta peggio oggi di allora, basta mettere a confronto la felicità un po’ cialtrona di allora e la ricca depressione di oggi.

Ribellarsi è giusto. Sempre !

Gaetano Porcelli

Ribellarsi è giusto. Sempre ! was last modified: Gennaio 19th, 2015 by glianni70.it

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