Usciamo FUORI!

Usciamo FUORI!

Usciamo FUORI!

Usciamo FUORI!Usciamo FUORI!” è il titolo di bollettino, numero unico, pubblicato nel 1975 dal “Fuori! autonomo” di Milano. Il titolo (con la parola “Fuori!” in massima evidenza) riflette la posizione del gruppo, che da un lato contestava la decisione (che considerava un “colpo di stato”) con cui nel 1974 un congresso nazionale straordinario aveva votato la federazione al Partito radicale, ma che dall’altro si considerava ancora parte del Fuori!.

Il numero uscì come supplemento della testata “Rosso”, periodico di riferimento per l’area politica vicina ad Autonomia Operaia.
La testata nasceva per dar voce al dissenso del Collettivo di Milano (all’epoca uno dei più importanti e vivaci d’Italia, potendo contare su militanti del calibro di Mario Mieli, Corrado Levi, Roberto Polce, Fulvio Ferrari ed altri ancora) rispetto alla dirigenza torinese del Fuori!, accusata esplicitamente d’aver forzato la federazione al Partito Radicale, facendo leva sul fatto di gestire il periodico Fuori!, che all’epoca era l’unica voce del movimento politico gay in Italia.
La linea del collettivo, che sarebbe stata sistematizzata di lì a poco nel libro Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli (uscito nel 1977) era espressa non solo attraverso analisi politiche, ma anche per mezzo d’un ironico questionario con “6 domande per sapere se sei omosessuale o no”: il risultato era che qualsiasi risposta si fosse data, lo si era comunque. Fra gli articoli spicca anche una lucida riflessione polemica contro Pierpaolo Pasolini per le sue posizioni conservatrici contro l’aborto e la liberazione sessuale in genere.
Il numero ebbe una circolazione limitata alle librerie “alternative” di sinistra e alla distribuzione diretta, ed ebbe un impatto esclusivamente tra i militanti già attivi nel movimento (ai quali del resto era espressamente rivolto).
La sua pubblicazione precedette di poco, e in qualche modo preparò, l’uscita del “Fuori! autonomo” di Milano dal Fuori!, e la trasformazione (agli inizi del 1976) nei Collettivi omosessuali milanesi, che per qualche anno sarebbero stati il gruppo egemone nella galassia dei collettivi “autonomi” (ossia non federati al Partito radicale).
Questa iniziativa editoriale non ebbe però alcun seguito: i C.O.M. avrebbero infatti prodotto soltanto un altro numero unico (“Il vespasiano”), e portavoce dei gruppi “autonomi” sarebbe semmai diventato, a partire dal 1978, il bollettino “Lambda”, diretto da Felix Cossolo, sempre a Torino.

 

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“Le prospettive che Parlamento approvi il Pdl sulla legalizzazione della cannabis: intervista a Benedetto Della Vedova” realizzata da Michele Lembo con Benedetto Della Vedova (sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Misto).

L’intervista è stata registrata martedì 13 giugno 2017 alle 18:10.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Antiproibizionisti, Binetti, California, Canada, Cannabis, Criminalita’, Della Vedova, Europa, Giachetti, Giustizia, Governo, Istat, Italia, Legalizzazione, Mafia, Magistratura, Movimento 5 Stelle, Narcotraffico, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Partito Radicale Nonviolento, Politica, Proibizionismo, Renzi, Salute, Societa’, Sondaggi, Statistica, Stato, Usa.

La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.

 

Benedetto Della Vedova intervista : le prospettive che Parlamento approvi il Pdl sulla legalizzazione della cannabis was last modified: Giugno 15th, 2017 by glianni70.it

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Gli incarichi ricoperti dal piduista Maurizio Costanzo

 p2-in-tvGli incarichi ricoperti dal piduista Maurizio Costanzo

di Aldo Vincent

 

È dalla notte dei tempi che mi trascino dietro un file che racchiude le cariche ed i misfatti del noto e impunito piduista della televisione: Maurizio Costanzo, e in passato mi sono divertito a prenderlo un poco per i fondelli, perché il sedicente dottor Costanzo, (tessera P2 n.1819), docente di teorie e tecniche del linguaggio televisivo presso la facoltà di scienze della comunicazione a roma la sapienza (scusate, scrivo tutto minuscolo perché questo tizio insegna senza lo straccio di una laurea), nonché presidente con Alessandro Benetton della “Maurizio Costanzo Comunicazione” con cui ha curato l’immagine di D’Alema e Berlusconi CONTEMPORANEAMENTE ai tempi dell’inciucio (e quel finissimo pensatore di baffino pensava che questo gli venisse a vantaggio! ehehehe) e con cui ha spillato alla Telecom ben sette milioni di Euro per le sue attività di consulenza – almeno così dice la Guardia di Finanza che lo ha preso con le mani nel barattolo della marmellata- durante i suoi famigerati corsi, forse mi sbaglio ma credo si trattasse della registrazione video di un corso presso la Mind Consulting per “Imprenditori a colori”, disse: “Come chiaramente scritto dal McLuhan, la televisione è figlia della radio…” roba che se fosse stato vivo il canadese gli avrebbe staccato il naso con un morso…

Vabbè, lasciamo perdere.

 

Gli hanno dato un nuovo incarico.

Dirigerà la collana dei Gialli Mondadori. Dcie che non ha esperienza e che l’incarico glielo hanno dato chissà perchè.

Maurizio Costanzo scrive ai lettori del Giallo Mondadori

In questi giorni sono diventato direttore responsabile dei Gialli Mondadori che è una vera e propria icona nel mondo della letteratura gialla.

Questa nomina che mi ha fatto ovviamente molto piacere, mi porta a dover spiegare come è accaduto. Ebbene le cose stanno così: non sono un appassionato di letteratura gialla comunque, ma ho da sempre coltivato la passione per Georges Simenon e per Rex Stout ovvero per gli autori di Maigret e di Nero Wolfe. Ho letto moltissimi altri gialli nella mia vita e mi sono anche appassionato a storie di azione rispetto a quelle psicologiche, però l’idea che il grande commissario Maigret o lo stanziale Nero Wolfe riuscissero, facendo lavorare l’intelligenza e l’esperienza, a risolvere storie assai intricate mi ha sempre appassionato.

Quando Alfonso Signorini, che dirige “Chi” e “Sorrisi e Canzoni TV” a maggio del 2009 mi ha chiesto se me la sentivo di scrivere  15 racconti gialli ambientati nel mondo della televisione, non ho esitato, intricato all’idea di poter fare una sorta di Nero Costanzo. Nei mesi durante i quali ho scritto questi gialli ho ripensato alle letture fatte, sono tornato ad acquistare e a rileggere i Gialli Mondadori e quando del tutto casualmente, mi è stata offerta questa direzione, sulle prime ho pensato che sbagliassero persona e poi ho accettato per più motivi.

Innanzitutto, per fare una attenta escursione nella letteratura gialla attuale, conoscere gli autori italiani di libri gialli nel convincimento che fra loro c’è sicuramente qualche “campione” e poi per misurarmi con una scommessa importante: portare alla lettura dei gialli Mondadori   quel pubblico più giovane, diciamo dai 40 anni in giù, che forse ha sempre avuto per anagrafe scarso rapporto con questo tipo di libri e che non ha trovato in televisione o nel cinema uno stimolo a questa particolare letteratura. C’è chi mi ha detto: i gialli proposti dalla cronaca sono talvolta superiori alla fantasia e leggere la trama di un romanzo può sembrare cosa meno importante.

Ho tempo per verificare se questo è vero o meno, ma ho anche tempo per verificare quali possibilità può offrire il giallo Mondadori nelle sue uscite settimanali (due collane con un libro ogni 15 giorni) ad una interattività con i lettori. L’interattività è la scommessa degli anni a venire e personalmente sono convinto che il telespettatore piuttosto che il lettore (di libro o di giornale) gradirebbe intervenire, esprimere una propria opinione, suggerire un passaggio della trama e non solo banalmente il nome dell’assassino. Penso anche che avendo occasione di conoscere gli autori italiani di  gialli, potrei capire se la loro fantasia si alimenta dalla realtà o se è solo fantasia.

Insomma questo e probabilmente altro oppure niente di questo e soltanto altro, per dirvi che con grande entusiasmo ho accettato l’incarico e mi accingo al lavoro alla ricerca di nuove emozioni.

 

  Maurizio Costanzo

 

Vabbè, mi arrendo:

ecco tutti gli incarichi che ricopre e ha ricoperto questo bulimico della comunicazione.

Leggo dal comunicato stampa:

E’ stata ufficializzata oggi la nomina di Maurizio Costanzo a consigliere del sindaco di Roma per la comunicazione sociale. A presentare il nuovo consigliere e’ stato il sindaco Gianni Alemanno, nell’ambito della presentazione di una iniziativa di solidarieta’ realizzata dal comune. ‘L’obiettivo – ha spiegato Alemanno – e’ di avere un aiuto, da parte di un esperto di comunicazione sociale, per avvicinare ancora di piu’ l’amministrazione comunale ai cittadini e alle loro esigenze’. ‘Il mio compito – ha detto Costanzo – e’ di dare suggerimenti al sindaco e ai consiglieri per essere piu’ presenti sul territorio perche’ nella stagione obliqua che stiamo per affrontare e’ importante instaurare un dialogo con la cittadinanza…

Come un pullman impazzito sull’autostrada del sole, il Nostro è stato a destra ma dichiarando di votare a sinistra, poi è passato alla destra della sinistra, ed ora naviga a destra. Insomma un uomo dalle idee poche ma confuse.

Forse non lo sapete, ma l’immarcescibile Maurizio Costanzo è presidente dell’Associazione “Voglia di teatro”, e di teatro di voglia ne ha così tanta, che dopo essere stato direttore artistico del teatro Parioli per vent’anni, dopo aver scalzato Luca Barbareschi dal Teatro di Latina per diventarne direttore artistico, dopo aver scacciato Gigi Proeitti dal Brancaccio di Roma per diventarne direttore artistico, ora ha fatto mandar via la flebile ma indomita Simona Marchini dal Todi Festival per diventarne direttore artistico.

In fatto di presenza nei gangli dello spettacolo italiano il baffuto Costanzo è uno che con il suo ego ha lo stesso rapporto che Giuliano Ferrara ha con il cibo e Berlusconi col denaro. Un bulimico.

Insomma, un nuovo incarico a questo emerito piduista che al grido di largo ai giovani potrà continuare per secoli ad imperversare sui quotidiani nazionali con i suoi articoli, a produrre programmi televisivi con la sua Fascino e Mediatrade di cui è presidente, a curare impegnate prefazioni a libri tipo “Costantino denudo” di Costantino Vittagliano, il famoso tronista in una trasmissione di Maria De Filippi, suo marito.

Pensate che in tutto questo bluff ci è cascata pure Irene Pivetti che dopo l’avventura in Camera ha deciso di farsi curare l’immagine da lui.

E si vede.

Fenomenologia di Maurizio Costanzo

(tessera P2 n.1819),

Girano da tempo nel Web le liste della P2 (1972) sequestrate al tenero Gelli.

Del Cavaliere si conosceva persino il numero della tessera ( 1816) ma riguardando le liste salta all’occhio il numero progressivo dei fascicoli, come se si fosse trattato di un’iscrizione in massa:

Roberto Gervaso               622

Gustavo Selva                     623

De Carolis                           624

Silvio Berlusconi                625

Maurizio Costanzo             626

G.F. Petricca                        627

Sembrano i saldi di fine stagione…

(Che manovri un potere occulto lo dimostra il fatto che e’ il meno telegenico nella storia della televisione ad andare in video.)

A soli diciotto anni va a Paese Sera. L’anno dopo è redattore al Corriere Mercantile e a partire dal 1960 diventa responsabile della redazione romana del settimanale Grazia.
Dal 1962 e’ autore Rai (di vero talento. In quegli anni compone “Se telefonando” per Mina)
Va in video nel 1976 con “Bontà loro”, il primo talk-show della televisione italiana. Seguiranno “Acquario”, “Grand’Italia”, “Fascination” e “Buona Domenica”.

Nel 1978 e’ direttore della Domenica del Corriere che affossa in appena due anni. Grazie agli amici degli amici fonda un quotidiano “L’occhio” e prende un bagno pazzesco tornando in tivu con “Contatto” un nuovo programma per la televisione di Rizzoli.

Scoppia lo scandalo della P2 e lui, che teneva una rubrica su Sorrisi e Canzoni, si fa intervistare dal direttore Vesigna e nega. Poi davanti alle telecamere ammette e Vesigna s’incazza di brutto cacciandolo ignominiosamente.

Nel 1986 si candida col Partito Radicale che in quell’epoca li prendeva un po’ tutti: da Cicciolina a Toni Negri. Grazie a Dio, lo trombano.

Nel 1987:

Passata e’ la tempesta

Odo Gelli far festa

e il muratorino Berlusconi gli offre uno spazio in seconda serata che lui, furbescamente, si produce da solo al Parioli e lo consegna chiavi in mano (il Maurizio Costanzo Scio’ ) che chiudera’ dopo la bellezza di 22 anni accumulando potere e cariche finche’ nel 1999 dopo aver condotto la promozione che porto’ la Fininvest in Borsa, diventa presidente di Mediatrade che produce le fictions. Per capirci, e’ il luogo della Galassia Berlusconi dove passano i maggiori soldi in contanti (dopo il feudo di Lorenzano che comprava programmi in America spendendo mille miliardi all’anno –ed erano anni, lo ricordo, che se ti beccavano con cinquecentomila lire alla dogana, ti mettevano in prigione).

Maurizio Costanzo e’ un bulimico della scrittura, cosi’ come Giuliano Ferrara lo e’ del cibo e Berlusconi del danaro. E per questo si riscontrano negli anni Mediaset una serie di lavori e cariche da far paura.

Scrive una sit-com “Orazio” in cui e’ pure il protagonista

E’ sceneggiatore di vari film

Autore teatrale e regista

Scrive una caterva di libri

Confeziona articoli e rubriche per vari quotidiani e settimanali

Insegna alla Sapienza di Roma tecniche di comunicazione (di questo vi parlero’ in seguito)

E’ consulente d’immagine di D’Alema e Berlusconi CONTEMPORANEAMENTE !! E quel boccalone di D’Alema crede che questo vada a suo vantaggio per l’inciucio.

Organizza conferenze, dibattiti, convegni e comparsate mentre l’ultima nata tra le sue attività risulterebbe la società costituita con Alessandro Benetton, la “Maurizio Costanzo Comunicazione”. Presente su Internet, con lo scopo di aiutare le aziende a gestire la propria comunicazione di immagine ( ma lo faceva mooolto prima di quel dilettante di Klaus Davi)..

E in tutto questo tempo, trova pure il tempo di dedicarsi alla famiglia.

Perche’ Costanzo ama tanto la famiglia da avercene una mezza dozzina.

Aveva sposato una tardona e l’aveva lasciata per la moglie di Alberto Michelini ( dalla quale avra’ due figli ambedue imbucati in RAI) durante le riprese di “Orazio” impalma Simona Izzo che molla per Marta Flavi. Nel frattempo (lo scrive signorilmente lui in uno dei suoi libri di memorie) ha una relazione con la moglie dello sceneggiatore: la Sampo’.

Va a Venezia a fare da moderatore ad un convegno di videocassette e modera talmente bene da sposarsi l’organizzatrice del convegno: la De Filippi.

Bulimico anche con la mona….

SUL WEB:

Alessandro Benetton e Maurizio Costanzo: Istituto alta formazione
Il Centro organizza percorsi formativi attraverso l’attivazione di Master e corsi
di alta specializzazione rivolti a laureati e laureandi che intendono
www.corsi-formazione-comunicare-impresa.org/ alessandro-benetton.htm – 8k –

Università degli studi di Teramo – Comunicati Stampa
MAURIZIO COSTANZO ALL’UNIVERSITÀ DI TERAMO Teramo, 14 novembre 2002 – Maurizio
Costanzo incontrerà docenti e studenti della Facoltà di Scienze della

Jazzitalia – Forum di discussione
Oggetto:, maurizio costanzo tenor saxophonist – sigh!! Messaggio. Ma secondo
voi , apro un dibattito, Maurizio Costanzo suona sul serio il sassofono ?
www.jazzitalia.net/forum/display_message.asp?mid=913 – 13k –

ZEUS News – Notizie dall’Olimpo informatico
Un disco con la voce di Maurizio Costanzo chiederà ai clienti di pazientare se
c’è attesa al 187 e al 12. [ZEUS News – www.zeusnews.it – 27-04-2004]
www.zeusnews.it/ index.php3?ar=stampa&cod=3021&numero=487 – 26k –

BNL Noi Insieme
Intervista a Maurizio Costanzo. Cosa ha voluto comunicare BNL, con il supporto
della Maurizio Costanzo Comunicazione, con il Progetto Cinque Stelle?
www.bnl.it/ita/economia/editoria/454.asp – 32k –

Jumpy – Suonerie
Maurizio Costanzo Show Sigla. POLI. ir90P. Info e costi suonerie polifoniche.
Ricordati che per scaricare una suoneria polifonica devi avere il cellulare
www.jumpy.it/suonerie/download_polifonica.shtml?164 – 15k – 23 lug 2005 –

Suonerie MAURIZIO COSTANZO SHOW Nokia Gratis – Mr.Tones
suonerie maurizio costanzo show, suonerie film/tv.
www.mrtones.it/suonerie_nokia/ suonerie_maurizio_costanzo_show/9003/ – 32k –

Index Media
MAURIZIO COSTANZO Direttore del Laboratorio di Comunicazione e Nuovi Contenuti RTI.
Oggi parliamo della televisione che, arrivata a 50 anni,
www.gruppomediaset.it/indexmedia.jsp?page=/ iniziativa/iniziativaMediaset621.jsp&lang=IT – 20k –

Maurizio Costanzo | Legambiente | Festambiente – Encanta.it
Maurizio Costanzo diventa responsabile comunicazione di Legambiente.
www.encanta.it/maurizio_costanzo.html – 16k –

Sirmione: il Catullo a Francesco Cossiga e Maurizio Costanzo
Sirmione: il Catullo a Francesco Cossiga e Maurizio Costanzo Premiati anche Enzo
Bettiza e Massimo Ranieri (ANSAweb) – SIRMIONE (BRESCIA), 1 LUG – Il
it.edintorni.net/news/lombardia/20050701/50586.html – 9k –

MASTER MASTER UNIVERSITARI Università Test ammissione MASTER …
Per insegnare Teoria e Tecnica del Linguaggio radio-televisivo, è stato chiamato
il Prof. Maurizio Costanzo, conosciutissimo giornalista e conduttore TV.
www.universinet.it/modules.php?op=modload& name=Sections&file=index&req=viewarticle&artid=… – 42k –

Senato della Repubblica Italiana – Procedura: Udienze Informative …
Scheda della procedura Audizione del dottor Maurizio Costanzo sulle modalità di
garanzia del pluralismo nella comunicazione radiotelevisivia – 14ª
www.senato.it/loc/link.asp?leg=14& tipodoc=sproc&id=7426 – 19k –

Il sito dell’on. Cesare Campa – Aderisce Maurizio Costanzo. Primi …
Il sito dell’on. Cesare Campa, eletto Deputato di Forza Italia (coalizione della
Casa delle Libertà) alla Camera dei Deputati per la Circoscrizione di
www.cesarecampa.it/news_01.asp?ni=582 – 27k –

Facoltà di Scienze della Comunicazione – Università di Roma “la …
Maurizio Costanzo. Docente a contratto Telefono: 06/49918390 Maurizio Costanzo
è all’undicesimo anno di insegnamento presso la Facoltà di Scienze della
www.comunicazione.uniroma1.it/docentepag. asp?iddocente=3584&idcattedra=1397 – 6k –

[PDF] IL LABORATORIO DIGITALE DI COMUNICAZIONE TELECOM ITALIA CON …
Formato file: PDF/Adobe Acrobat – Versione HTML
MAURIZIO COSTANZO HA CONCLUSO IL SUO PRIMO ANNO DI ATTIVITA’. Si è concluso il
primo anno accademico del Laboratorio Digitale di Comunicazione Telecom
www.telecomitalia.it/progettoitalia/ ita/cultura/pdf/lab_comunicazione.pdf –

Universit à di Pisa : News – La redazione del Maurizio Costanzo …
La redazione del Maurizio Costanzo Show sta cercando ragazzi per il pubblico
parlante della prossima stagione. Nei primi giorni di Settembre si terranno a
www.unipi.it/studenti/news-st/archivio/ 2004/20040715mauriziocostanzo.doc_cvt.htm – 12k – 23 lug 2005

TeleFree.it
Piero Marrazzo, intervistato da Maurizio Costanzo venerdì 22 a Formia
Si tratta della prima occasione in cui Maurizio Costanzo, neo consulente a titolo
www.telefree.it/modules.php?name=Live_ News&func=LiveNewsView&nid=15747 – 68k –

Pippo Baudo e Maurizio Costanzo in cattedra a Salerno | Romanzieri …
La televisione può cambiare la natura umana, modificando i codici della comunicazione
ei meccanismi della formazione stessa delle idee?
www.romanzieri.com/archives/000267.php – 20k –

Maurizio Costanzo su “Il Messaggero” contro la coppia Ercolani-Rondolino:

“Da qualche settimana su Rai Tre, canale televisivo da me prediletto e ne fa fede il numero di volte che “Sussurri e grida” ha parlato dei suoi programmi, alle 20,30, quindi un orario di grande esposizione, va in onda “Walter e Giada” che sarebbe, se ho ben capito, una rilettura de “I promessi sposi” a cura della coppia Rondolino-Ercolani dei quali, televisivamente parlando, non mi sovvengono opere memorabili.

Sta di fatto che “Walter e Giada” totalizza il 3,8% di share il che rende incomprensibile la collocazione alle 20,30 orario dove sino a poche settimane fa si scontravano “Affari tuoi” e “Striscia la notizia”. Ed è comunque ardita una collocazione a striscia di un programma di fiction. La fiction per sua natura richiede una attenzione che alle 20,30 non è facile da ottenere. La verità, e non è la prima volta che mi capita di dirlo o di scriverlo, è che la presunzione non conosce limiti. Si può scrivere, sceneggiare, quand’anche interpretare. Ma non solo: si può giudicare, sputar pareri su questo o quello che fa televisione.

E cosi’ tra una citazione delle citazioni di Mc Luhan e una discettazione sulle tecniche di comunicazione, il nostro piduista ha tenuto conferenze lezioni universitarie consulenze a Prodi, Berlusconi, D’Alema, fino a Fra’ Capio da Velletri, su come si fa’ la televisione, su come deve essere la televisione, su cosa deve contenere la televisione. Parlava di televisione come Agroppi ai suoi tempi pontificava di calcio. Ve lo ricordate? Diceva peste e corna di tutti finche’ gli affidarono la Fiorentina e fece la figura del peracottaro. Lo stesso Costanzo, gli hanno finalmente dato la televisione e lui ha ottenuto gli ascolti poiu’ bassi della storia di Canale Cinque che nel frattempo pero’ ha trasformato da buon Massone nel giardino familiare di lui e consorte e di quell’altro occhi da cerbiatta di Giorgio Gori e consorte. Ma risultati nisba.

Adesso, piano piano gli inserzionisti vogliono rinegoziare i contratti di Pubblitalia che avevano promesso un minimo share del 23 per cento. Un utopia.

Caro Costanzo, altro che la televisione dei sogni. Questa e’ una televisione che addormenta e basta

MAURIZIO COSTANZO SCIO’

Ci ha dato vent’anni di Costanzo Scio’ ma se va avanti cosi’ temo si tratti di ergastolo.

La televisione e’ immagine e per anni il bello ha attraversato tutto il palinsesto finche’ e’ arrivato lui, l’abominevole uomo delle Reti, alto un soldo, con i capelli tinti ( ma si e’ pentito e sta tornando grigio), la dentiera e la pelle flaccida a mostrare che mantenere la scena e’ un atto di forza che col talento non ha nulla a che vedere, infatti se sua moglie finge di ballare, lui va a far finta di suonare il sassofono a Buona Domenica, il programma dove si puo’ andare in onda senza un’idea, un testo, una decente proposta.

Per anni ho conservato gelosamente la videocassetta registrata con una sua intervista in cui diceva testualmente:

“Come ha scritto il Mc Luhan, la televisione e’ figlia della radio…” dando la dimostrazione lampante di non aver mai letto il Mc Luhan, che questa vaccata non la penso’ neppure, ma divise i media in caldi e freddi e mise la radio tra quelli caldi e la televisione tra i medium freddi.

Malgrado cio’ e forse proprio per questo, Costanzo ha imperversato in ogni consesso, portando il Suo verbo, arrivando persino a tenere lezioni universitarie, consolidando il suo potere, qualcuno mormora grazie ad una sua vecchia iscrizione a cui apparterrebbe pure Sua Emittenza (Tessera P2 numero 1816) sino ad arrivare a dirigere la finction, che non sarebbe altro che produrre con una societa’ di Famiglia, programmi che poi sara’ lui a decidere di acquistare.

E cosa avrebbe prodotto questa finction? Programmi fotocopia.

Loro fanno Telethon? E noi facciamo adotta un bimbo del terzo mondo.

E se la RAI propone la dottoressa, questi qui fanno la ginecologa, al distretto di polizia hanno risposto con un altro distretto, di Padre Pio ne hanno fatto due e due saranno i Papi Giovanni, che se la RAI lo fa fare a Ed Asner (Lou Grant) con la regia di Capitani, Costanzo mette in cantiere lo stesso papa interpretato da Bob Hoskins (Chi ha incastrato Roger Rabbit) per la regia di Tognazzi.

E poi c’e’ il grande successo della stagione, il libro Cuore dove un maestro sciroccato con la moglie pazza mette incinta una collega di lavoro. Roba da far girare De Amicis nella tomba!

Ma forse e’ la riscrittura della Storia, la chiave di questi tempi, che se gli americani hanno riproposto l’eccidio di Cefalonia come una soap opera tutto maccheroni e mandolino, Cleopatra con gli occhi viola e i pellerossa cattivi, vedrai che i nostri figli ricorderanno il libro Cuore cosi’ come ce lo ha consegnato Mediaset.

Che vedrai poi al momento opportuno a Costanzo gli daranno una finction sulla vita del Cavaliere, dove si vedra’ chiaramente che, por nano, lui era la vera vittima dei giudici, che lo hanno perseguitato al punto da permettergli di arrivare immacolato alla Presidenza della Repubblica.

(Ma Berlusconi non vuole. Lui punta al Soglio Pontificio)

Buona camicia a tutti.

La difficoltà di essere padri: «Mia figlia maggiore mi ha detto che vuole fare un provino a Saranno famosi, la trasmissione che fa… il marito di Costanzo. “Ma non puoi drogarti come tutti gli altri?”, le ho risposto. ..

). Maurizio Costanzo, in lite con Mediaset, dichiara: “Mercoledì ho incontrato Berlusconi. Tutto bene, solo qualche rottura di scatole” (‘la Repubblica’, 18-1-2003).

. Inoltre RaiCinema ha deciso di sborsare 2.300.000 euro per portare sul grande schermo la vita del danzatore albanese Kledi Kadiu per un film di Maurizio Costanzo. Il protagonista finora ha lavorato soltanto per Mediaset e tu ti chiederai, perché il film non l’ha prodotto la Medusa che è parente stretta di Mediaset?

Sinergie.

senza contare le selezioni permanenti per gli amici del marito di Costanzo, per diventare il nuovo Costantino, la nuova m’ascia, il novello Taricone.

come il trenino nelle trasmissioni di Costanzo Scio’? Si parlo’ di mafia, quella che riusci’ a centrare Falcone che correva a duecento allora, ma che per errore fece scoppiare la carica a Costanzo Scio’ quando aveva gia’ voltato l’angolo.

Ricordate? Era il 1993, ci fu l’attentato in via dei Georgeofili a Firenze, in via Palestro a Milano, in San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, e minacce di continuare con le bombe se non si fosse venuto a patti con il crimine.

Poi Berlusconi vinse le elezioni e non ci fu piu’ nulla.

Coincidenze.

COSTANZO SCIO’

Forte del suo pensiero forte, il grande esperto di comunicazione ( tutti lo chiamano tutti lo vogliono ) e di televisione ( ormai la famigliola occupa tutto il palinsesto) ha gridato ai quattro venti:

BASTA COI REALITY SHOW PERCHE’ AFFOSSANO LA TELEVISIONE !!!

Poi a Buona Domenica ha messo su un dibattito attorno a Flavia Vento appena esclusa dalla Fattoria ( un reality show) quindi ha fatto giochini, polemiche, scazzi, tutti con I protagonisti del Grande Fratello primo secondo e terzo, di Amici ( e’ un reality show gestito dal marito di Costanzo N.d’A.) e di comici sortiti da altri reality show.

Poi ieri mattina ha aperto il suo nuovo programma mattutino e indovinate chi c’era come ospite? La risposta e’ semplice. C’erano Bruno del Grande Fratello, Costantino e Alessandra, Flavia Vento ecc. ecc.

Predica bene e razzola male…

Marzo 2004

2- Attentato a Maurizio Costanzo

Questa si’ che e’ una bella trovata. Pensare che la Mafia, che riusci’ a colpire al volo il Giudice Falcone che correva in autostrada a duecento all’ora, non fu capace di far esplodere una bomba prima che l’auto di Costanzo svoltasse l’angolo del vicolo dove stava passando. E adesso questi quattro beduini (parola del nostro Premier) vorrebbero attentare al Sommo Padrino Televisivo e non, della nostra Patria?

Ma mi faccia il piacere, mi faccia!

Era già mega consulente di Poste Italiane, ora Maurizio Costanzo ha accettato l’offerta dell’amministratore delegato di Poste Italiane Massimo Sarmi di occupare la presidenza di una commissione incaricata a valutare tutte le campagne pubblicitarie..

Chissa’ dove lo trovera’ il tempo….

Sett04

E’ tornato anche Costanzo, mattino pomeriggio e sera con una sola pausa settimanale, sostituito dal marito.

Dopo Emilio Fede, nel suo libro di memorie anche Costanzo lascia intendere di aver avuto una lunghissima relazione segreta con Enza Sampo’. Un altro vero gentleman.

Ora esce il libro di Costanzo e pure lui, in modo velato ma seminando una caterva di indizi, ci rivela di aver avuto una lunghissima relazione con Enza Sampo’.

Non finiscono i panegirici attorno al Costanzo e al successo della sua nuova trasmissione del mattino.

Nuova?

Ha inventato: “Chiamate Roma 3131” della radio di quarant’anni fa…

Alle continue proteste degli utenti che non vogliono sentire nella loro segreteria la voce di Maurizio Costanzo, la TIM fornisce il numero del fax al quale inviare il reclamo, che è l’800 600 119.

MAURIZIO COSTANZO

Io conservo come una reliquia nella mia videoteca, una videocassetta registrata in cui appare Maurizio Costanzo che parlando di Mass Media dice:

“Come chiaramente ha scritto Mc Luhan, la televisione e’ figlia della radio..” dimostrando al colto ed all’inclita di non aver mai letto il Mc Luhan, perche’ quella puttanata il Mc Luhan non l’ha mai proprio scritta. E cosi’ tra una citazione delle citazioni di Mc Luhan e una discettazione sulle tecniche di comunicazione, il nostro piduista ha tenuto conferenze lezioni universitarie consulenze a Prodi, Berlusconi, D’Alema, fino a Fra’ Capio da Velletri, su come si fa’ la televisione, su come deve essere la televisione, su cosa deve contenere la televisione. Parlava di televisione come Agroppi ai suoi tempi pontificava di calcio. Ve lo ricordate? Diceva peste e corna di tutti finche’ gli affidarono la Fiorentina e fece la figura del peracottaro. Lo stesso Costanzo, gli hanno finalmente dato la televisione e lui ha ottenuto gli ascolti poiu’ bassi della storia di Canale Cinque che nel frattempo pero’ ha trasformato da buon Massone nel giardino familiare di lui e consorte e di quell’altro occhi da cerbiatta di Giorgio Gori e consorte. Ma risultati nisba.

Adesso, piano piano gli inserzionisti vogliono rinegoziare i contratti di Pubblitalia che avevano promesso un minimo share del 23 per cento. Un utopia.

Caro Costanzo, altro che la televisione dei sogni. Questa e’ una televisione che addormenta e basta

Intanto in Italia, coerentemente, continua il dibattito su Platinette e Costanzo:

L’ultima di Platinette:

“Se ce l’hanno con Costanzo, io qui lo dico e lo confermo, sono pronta a tutto, anche a spogliarmi”

Ma lascia perdere!

 BENEFATTORE

Colui che invece che dare diecimila lire a un vecchio, ne offre cinquemila al suo ospizio e per questo riesce ad apparire al Costanzo scio’

Avanza il sesso in TV con marchettari al Costanzo scio’ e confessioni pruriginose all’Alba ( che gli intimi chiamano affettuosamente Gody Vender, dal nome del suo fidanzato) con sessuologo da sbarco, e ospite fissa come Anna Falchi che straparla anche lei. ( Come dire: oche ma buone).

La Falchi, infatti, ospite di “Capriccio” presa da delirio sado-letterario ha affermato che la sua scoperta del sesso è avvenuta con “Madame Flaubert” di Bovary. .

Chissa’ dove se lo metteva il libro, quella la’.

Conservo gelosamente da anni nella mia videoteca un VHS con una lezione di quel Gran Docente di Maurizio Costanzo, Consulente del Principe e dell’ Imperatore, Tuttologo Producer e Gran Visir della Televisione di Stato e Non.

La lezione comincia con queste precise parole:

“ Come ha scritto il Mcluhan, la televisione e’ figlia della radio…” dimostrando al corto e all’inclinata di non aver mai letto nulla del filosofo canadese ( forse lo ha letto in seguito, ma di certo non ne ha tratto profitto).

Recentemente dall’alto del suo seggio di Sapienza televisiva ha auspicato il conseguimento di una Patente Televisiva per coloro che vogliano fare tivu’ e gia’ mi immagino chi avrebbe in mente lui a capo di cotanta Scuola Guida.

Ora, e’ capitato che da un paio di settimane lo scaltro Bonolis, riciclando un paio di ideuzze televisive trite e ritrite e sdogandando in Rai un giochino che aveva fatto per Mediaset, gli ha spazzato via gli indici di ascolto e quindi il cotanto Docente di Comunicazione Applicata, e’ corso ai ripari: durante la scorsa puntata di Buona Domenica ha messo a confronto Debora Caprioglio, attrice brassiana che va per la minore, con Marianella del Grande Fratello, assurta alla popolarita’ televisiva per un paio di scopatine in diretta. E li’ le due drude hanno discettato filosoficamente su un fantomatico fidanzato, che l’una avrebbe sottratto all’altra durante l’esercizio delle proprie funzioni mentre Marianella non si sentiva affatto colpevole perche’ l’altra aveva liquidato il fidanzato con un comunicato ANSA.

Una vera lezione di Alta Televisione.

COSTANZO PER SEMPRE

Non e’ ancora uscito il film scritto da lui, che ci ha gia’ rotto le palle.

E’ cominciato infatti il battage massmediologico di questo padrino virtuale, con interviste, interventi, filmati, promo, spottini mascherati, citazioni, e quant’altro serva per dimostrare quanto sia esteso l’uso dei brandelli di potere da parte di questo Giano Bifronte della politica italiana.

Perchè Pannella per smettere il suo digiuno ha sentito il bisogno di mescolarsi al tristissimo Circo domenicale di Costanzo,come se fosse l’ultimo grandefratello uscito dalla casa ?
SODANO TORNA E PARLA – “ME NE ANDAI DA CANALE 5 PERCHÉ ENTRAI IN GUERRA CON COSTANZO.. LUI MINACCIÒ DI ANDARE IN RAI E … CANALE 5… nel ’97 alla direzione di Canale5 e Maurizio Costanzo la sostituì dopo … ne andai perché entrai in guerra con Costanzo. Lui allora minacciò di andare in Rai …

Martedì, 06 Aprile 2004

Prefazione al libro “Costantino desnudo”

di Maurizio Costanzo

Non sono uno che ama fare le prefazioni e se ho accettato di scrivere poche righe a questo libro di Alfonso Signorini che racconta la vita di Costantino Vitagliano, il giovanotto che tanto ha fatto parlare, e continua a far parlare per la sua storia con Alessandra, è perché mi sembra che intorno a questa coppia e alla loro esposizione mediatica, siano state dette cose viziate da un pregiudizio di fondo.

In parte questo pregiudizio lo coltivavo anch’io quando Maria, mia moglie, in “Uomini e donne” si trovò a battezzare la nuova coppia. Poi, prima con Maria e poi io da solo, ho conosciuto Costantino ed Alessandra all’interno di “Buona Domenica”.

(…) Ho visto d’improvviso aumentare di circa due milioni l’ascolto della seconda parte di “Buona Domenica” che è andata a sfiorare i 6 milioni, 6 milioni e mezzo. Ma, cosa almeno per me di maggiore interesse, è stata l’osservazione del pubblico che affollava lo Studio 4 della Elios quando Costantino ed Alessandra parlavano della loro storia o insieme vedevamo i filmati che li riguardavano. Ho capito cosa vuol dire: pendere dalle labbra.

Orvieto, 16 aprile 2004.
”Andando avanti di questo passo, con tre reality show alla settimana, la tv rischia di scomparire”. Maurizio Costanzo sceglie il convegno organizzato a Orvieto sulla televisione per sferrare un duro attacco ai reality show. ”I reality -dice Costanzo- rischiano di stravolgere definitivamente i palinsesti televisivi. Non so quanto possa durare questa situazione, Cosi’ come sono i reality, in numero di tre alla settimana, rappresentano lo scadimento dei palinsesti. Quelli che finiscono a mezzanotte e un quarto rendono tutto improbabile, sulle altre reti ci sono comici che si sovrappongono in una poltiglia indefinita per assistere a Predolin passato e a Milton che decide con chi congiungersi”.

www.avvocatocampanelli.it

Il 30 novembre 1987 il dottor Maurizio Costanzo si è recato presso lo studio dell’Avvocato Campanelli per smettere di fumare e ne è uscito “guarito”. Ha poi invitato l’Avvocato Campanelli al Maurizio Costanzo Show del 26 gennaio 1988 e lo ha presentato al pubblico del Teatro Parioli e dei telespettatori come l’artefice della sua “guarigione” dal fumo.
Maurizio Costanzo è stato senza fumare per 15 mesi.

TV SPAZZATURA:

LADRA DI TEMPO SERVA INFEDELE

15/5/2004 – Giò

Ricordate quando, qualche mese fa, la Sig.ra Ciampi, moglie del nostro Presidente della Repubblica, parlò della televisione italiana definendola come “tv spazzatura”? E quando, pochi mesi più tardi, su un articolo di un giornale straniero, la tv italiana venne, ancora una volta, tacciata di essere “tv spazzatura”?

La partita l’ha iniziata il Financial Times con le sue bordate. Un articolo lungo e denso da parte dell’autorevole giornale inglese, a firma di Tobias Jones, per sostenere un concetto semplice e chiaro: “La televisione italiana fa schifo”.

Tv e media, sempre più incapaci di rendere conto degli avvenimenti del mondo, ora scoprono la vita quotidiana, la banalità esistenziale come il più distruttivo degli eventi. Gli spettatori sono affascinati e terrificati dall’indifferenza e dal niente-da dire, non possono che restarne in contemplazione: i media hanno ucciso la realtà e ne inventano una in cui chi guarda è partecipe, giudice e allo stesso tempo osservato senza pudore.

E mentre a Parigi i cittadini sono scesi in piazza prendendo a sassate la sede dell’emittente M6, rovesciando davanti all’ingresso sacchi di immondizie perchè trasmette Loft Story (titolo francese del Grande Fratello), qui in Italia si propone il seguito del fortunato esperimento e si promuovono nuovi reality dai nomi inquietanti: “L’isola dei famosi”, “La talpa”, “La fattoria”, “Music farm” e chi più ne ha più ne metta.

Criticato, odiato o sotto accusa, il reality show continua ad avere ascolti da record. Influisce sul buon esito anche l’esperimento multimediale che permette di accedere al programma con sistemi interattivi, col computer o col cellulare. Come se l’audience, dopo anni di esclusione dal mezzo, avesse deciso di non essere più passiva ma di fare televisione in prima persona.

Secondo molti critici, troppi “talk show” stanno degenerando in “peep show”, spettacoli da buco della serratura, ossia da voyeurs. Con questa affermazione, tratta da un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” titolata “Ecco a voi la vera Tv spazzatura”, Ennio Carretto da grande conoscitore degli U.S.A ci metteva in guardia sulla nuova tendenza in arrivo da oltre oceano e sulla trasformazione di un genere, il talk show, che aveva fatto grande la televisione italiana degli anni ottanta.

E’ all’inizio degli anni novanta che le reti televisive nazionali, pubbliche e private, si ammalano di quello che si è dimostrato un vero e proprio “morbo”, meglio conosciuto con il nome di “tv verità”, il reality-show (spettacoli di realtà) di cui parlava Carretto.

A decretare il “successo” di questa formula contribuisce la scoperta, da parte dei dirigenti delle tv, che è molto più economico pagare la gente comune che i personaggi. Complice l’ansia di apparire: nella maggiore parte dei casi è sufficiente il rimborso spese. Un esempio eclatante è Costantino, Mr.Nessuno diventato misteriosamente e miracolosamente il nuovo idolo delle donne.

Tra urla, drammi veri e falsi, interviste becere o morbose, la tv mette in scena a basso costo “la verità della gente”. Il gioco dei sentimenti a vista fa fidanzare gli italiani, questi programmi quindi sono delle vere macchine da guerra in grado di assicurare alla rete di appartenenza alti indici di ascolto. Anche se alla fine le trasmissioni più fastidiose risultano essere quelle condotte dai cosiddetti teledivi intelligenti.

“L’emergente” Maria De Filippi, dalla scuola di M.Costanzo, ha letteralmente occupato il palinsesto di Canale 5 con “Uomini e donne” e la ormai storica “Amici”.

Genitori e figli, o giovani coppie si raccontano, meglio se con lite, dando in pasto a milioni di guardoni, problemi veri o presunti con dinamiche da psicodramma. La De Filippi si muove e conduce con la supponenza di chi crede di fare didattica e persino terapia. Non stupisce che vadano tanto di moda soltanto balli e balletti, veline, baracconi e spintoni, grida e urla, pianti e lacrime, dilettanti che s’improvvisano professionisti e viceversa, visi noti che a conti fatti sono noti solo per il loro presenzialismo e ai quali nessuno saprebbe abbinare un’attitudine o, quel che è peggio, una professione, insomma se la televisione è sempre più terra di nessuno (o di troppi, per non dire tutti) la colpa di chi è?

Altro capitolo dovrebbe essere aperto su quei programmi che vorrebbero farci credere di essere migliori di altri: “Lucignolo”, “L’alieno”, “Maurizio Costanzo Show”, “Excalibur”, “Porta a porta” e chiudiamo qui l’elenco per non fare un indigestione.

Insomma se qualcuno si presentasse alla sede di una qualsivoglia tv, sostenendo che la televisione dovrebbe elevare il livello culturale degli spettatori, o perlomeno divertire in modo intelligente, potrebbe avvenire che i dirigenti corrano a telefonare alla “neuro” perché si provveda d’urgenza ad ospedalizzare un poveraccio, che evidentemente crede di vivere in un altro mondo. Perché nel “nostro” mondo la massa delle reti tv imposta le proprie trasmissioni all’unisono con gli istinti peggiori della gente. Una scelta che, a breve-medio termine, paga sempre. E intanto, la “macchina infernale” che prende il nome di “audience” si mette in moto, si attendono i dati Auditel per sapere e vedere chi è stato più amato dagli italiani. Tutto parecchio patetico.

I DIRETTORI DI AZZURRA A SCUOLA DA COSTANZO

IN PERICOLO ROBERTA CAPUA VA DA COSTANZO – PEREGO E PANICUCCI DA MARA PAPI-FLOP … bebè-fiancée – fotografata vicino a Maurizio Costanzo . Sarà infatti Roberta la …

Maurizio Costanzo . Quel “qualcosa in più” è, … di cortesia di Telecom e di Tim…

al campus universitario di Pomezia, Maurizio Costanzo , in qualità di docente …

DA ORBI TRA BONOLIS E COSTANZO: “CICCIO BAFFO HA LA VOCAZIONE A … con sincero divertimento, che Maurizio Costanzo sostiene che ‘Domenica in’ … ‘Buona domenica’, rilasciate ieri da Maurizio Costanzo . ” In realta’ –dice … crede di aver vinto lo stesso” . COSTANZO A BONOLIS, L’INSUCCESSO GLI HA DATO … alla testa’ “: e’ la prima replica di Maurizio Costanzo alle affermazioni del … domenica. ” Per il resto – aggiunge Costanzo – non posso dimenticare gli ospiti che lui ha preso dal Costanzo show, da Teodora Stefanova ad altri … Quando Bonolis parla di rischio – dice Costanzo – gli ricordo ‘Tutte le mattine’, e … Clicca qui per saperne di piu’ su: MAurizio Costanzo Paolo Bonolis Donato …
Martedì, 18 Maggio 2004
A PROPOSITO DELL’AUTOBIOGRAFIA DI CICCIO BAFFO IL MARITO DI ENZA SAMPO’, OTTAVIO IEMMA, RACCONTA A D
… IEMMA, RACCONTA A DAGO COME IL “SIGNOR COSTANZO” FU “CONGEDATO” DALLE LORO VITE A … IEMMA, RACCONTA A DAGO COME IL “SIGNOR COSTANZO” FU “CONGEDATO” DALLE LORO VITE Antefattaccio. La biografia di Maurizio Costanzo , “Chi mi credo di essere”, … articolo, così intitolato: 1 – COSTANZO-QUIZ – CHI E’ STATA L’AMANTE DI CICCIO … L’ENZA… Guia Soncini per Il Foglio (…) Maurizio Costanzo , si diceva, depreca la … E che una volta, quando il “ Maurizio Costanzo Show” si faceva al Sistina, … sia la donna con cui “in nove anni” Costanzo ha “dormito insieme due volte” (sempre … la cura premurosa con cui il signor Costanzo ha seminato di “involontari” indizi le … il nostro rapporto. Il signor Costanzo fu “congedato” senza molte difficoltà … sia il motivo che ha indotto il signor Costanzo a compiere un gesto la cui viltà … oltre che di quelli del signor Costanzo , e nel ringraziarla per l’attenzione …
Lunedì, 03 Maggio 2004

 

 

LA RIVOLTA … per scodellare la “geniale” idea di Maurizio Costanzo alla stampa che già fremeva … al popolo attonito del duo Tronchetti- Costanzo era la personalizzazione dei … 22 aprile scorso era la soave voce di Costanzo a comunicare agli abbonati Tim di … quella data. Comunque, l’idea Telecom- Costanzo (che ha un contratto di collaborazione … Al Bano che da’ la sveglia o quella di Maurizio Costanzo che avverte quando il … di piu’ su: Marco Tronchetti Provera Maurizio Costanzo Marco De Benedetti Enrico …
Martedì, 04 Maggio 2004

 

16/04/2004 – “ECONOMY” – COSTANZO INESAURIBILE: RIFÀ IL LOOK ANCHE ALLA provincia di Roma

COSTANZO È VIVO E LOTTA INSIEME A NOI – COLTO … all’Ata, l’aeroporto privato milanese, Maurizio Costanzo è stato colto da un lieve … Parioli – U.Pizzi) Chiamato il 118, Costanzo è stato caricato su un’ambulanza e … Clicca qui per saperne di piu’ su: Maurizio Costanzo …
Venerdì, 09 Luglio 2004

NEL “ROMANISTA” ENTRANO COSTANZO E TRIPI… Cresce la squadra de “il … aggiunti altri tredici, capitanati da Maurizio Costanzo e Alberto Tripi , … Marco Follini Paola Ferrari Klaus Davi Maurizio Costanzo Alberto Tripi Gianpaolo …

vedendo Marco Pannella ieri sera da Maurizio Costanzo che annuniava la fine della …

COSTANZO, “SUGGERITORE” DI GASBARRA… POLITIKOM … FUTURO MINISTRO DEI BENI CULTURALI? – COSTANZO, “SUGGERITORE” DI GASBARRA… 1 – Dite a … del Corpo Forestale dello Stato… 2 – Maurizio Scelli – numero uno della Croce Rossa … i consulenti della Provincia di Roma è Maurizio Costanzo : anchorman, giornalista e, … euro l’anno deliberati dalla giunta, a Costanzo si chiedono “periodiche … pagina del Messaggero, il previdente Costanzo aveva cannoneggiato le inchieste della … Marcello Dell’Utri Franco Frattini Maurizio Costanzo …
Mercoledì, 11 Agosto 2004

una sua delirante intervista contro Maurizio Costanzo . Secondo la Barale , …

Il mago Otelma , ad esempio, grazie a Costanzo ha costruito un impero (che si è …

COSTANZO RITORNA E FA FLOP CON SOFRI (9,48%),

DUE ORE DI TABLOID Due ore. Ieri pomeriggio Urbano Cairo e Maurizio Costanzo si sono intrattenuti per … primo tabloid tricolore, “ L’Occhio ”, Costanzo riparte per una nuova impresa? 3 – … Gambescia Paolo Mieli Urbano Cairo Maurizio Costanzo Marco Tronchetti Provera …
Mercoledì, 22 Giugno 2005

Ospite di Maurizio Costanzo a ‘Tutte le mattine’, il …

Il 10 dicembre 2001 “Maurizio Costanzo Show” ha reclamizzato, per l’ennesima
volta, un “sensitivo”, tale Mario Azzoni di Milano,

 

I fatti. Maurizio Costanzo (foto) pubblica un’autobiografia intitolata “Chi mi credo di essere”. E all’interno del libro rivela di aver avuto un’amante illustre. Donna che “ha fatto e fa ancora televisione” e con la quale “in nove anni” ha “dormito insieme due volte”. Il nome non lo fa, però aggiunge: una volta “cominciai il programma, parlai di lei e le consegnai una rosa”, riferendosi a una puntata del Costanzo Show. E ancora: “ci siamo trovati a fare insieme un programma alla radio di mattina. Si chiamava ‘Dalla vostra parte’ e io lo curavo con Guglielmo Zucconi”. Il riservatissimo Costanzo, insomma, non fa nomi ma quantomeno consente di intuirli. A questo puinto entra in gioco l’implacabile Roberto D’Agostino, che sul suo Dagospia butta lì un: Enza Sampò. Il resto lo leggete qui sotto: è la lettera con cui il marito della Sampò, Ottavio Iemma, scrive a D’Agostino, ammette il tutto e rivolge il suo pensiero a Costanzo. Un documento imperdibile.

 

***************************

Caro dottor D’Agostino,

bravo. Ha fatto centro. Anche se, come lei stesso ammette, non era molto difficile vista la cura premurosa con cui il signor Costanzo ha seminato di “involontari” indizi le sue sofferte “indiscrezioni”. Lo deduco dalla notizia di “Dagospia”, perché il libro io non l’ho letto: non ho molto tempo e sono costretto a selezionare con cura le mie letture. E’ vero: attraversavamo un momento assai difficile e mia moglie commise un errore del quale mi sono sempre ritenuto io il principale responsabile con le mie mancanze, i miei torti e le mie debolezze.

Ma ne parlammo e decidemmo insieme che l’importanza del fatto non era tale da turbare seriamente il nostro rapporto. Il signor Costanzo fu “congedato” senza molte difficoltà dalle nostre vite e, da allora, il mio rispetto e affetto per mia moglie non ha fatto che crescere. Così spero del suo per me.

Ma – conoscendolo per persona di sicura intelligenza – mi chiedo sinceramente quale sia il motivo che ha indotto il signor Costanzo a compiere un gesto la cui viltà morale e miseria intellettuale si commentano da sé. Semplice cattivo gusto? Bisogno di vendere qualche copia in più. Infantile desiderio di vantarsi?

(Maria La Sanguinaria)

Non sarà, per caso, che dopo circa un quarto di secolo la mortificazione di quel congedo ancora umilia il suo orgoglio al punto da indurlo nella tentazione di una tanto meschina rivalsa? Se è così, poverino, mi dispiace per lui. E per la gentile signora De Filippi che meriterebbe, forse, un maggiore rispetto. E alla quale sono lieto di offrire virtualmente l’omaggio di una rosa.

Spero con questo, caro D’Agostino, di avere soddisfatto ogni eventuale prurito dei suoi lettori, oltre che di quelli del signor Costanzo, e nel ringraziarla per l’attenzione la saluto cordialmente.

Ottavio Iemma

03/05/2004

Claudio Caprara: Il Pardo di Private
Vince «Private» di Saverio Costanzo, figlio di Maurizio MAURIZIO COSTANZO: «ORGOGLIOSO
E COMMOSSO» – «Sono commosso ed emozionato», è stato il primo
www.claudiocaprara.it/archives/003109.html – 12k

MAURIZIO COSTANZO SCIO’

 Forse non lo sapete, ma l’immarcescibile Maurizio Costanzo è presidente dell’Associazione “Voglia di teatro”, e di teatro di voglia ne ha così tanta, che dopo essere stato direttore artistico del teatro Parioli per vent’anni, dopo aver scalzato Luca Barbareschi dal Teatro di Latina per diventarne direttore artistico, dopo aver scacciato Gigi Proeitti dal Brancaccio di Roma per diventarne direttore artistico, ora ha fatto mandar via la flebile ma indomita Simona Marchini dal Todi Festival per diventarne direttore artistico.

In fatto di presenza nei gangli dello spettacolo italiano il baffuto Costanzo è uno che con il suo ego ha lo stesso rapporto che Giuliano Ferrara ha con il cibo e Berlusconi col denaro. Un bulimico.

Io in passato mi sono divertito a prenderlo un poco per i fondelli, perché il dottor Maurizio Costanzo, docente di teorie e tecniche del linguaggio televisivo presso la facoltà di scienze della comunicazione a roma la sapienza (scusate, scrivo tutto minuscolo perché questo tizio insegna senza lo straccio di una laurea), nonché presidente con Alessandro Benetton della “Maurizio Costanzo Comunicazione” con cui ha curato l’immagine di D’Alema e Berlusconi CONTEMPORANEAMENTE ai tempi dell’inciucio (e quel finissimo pensatore di baffino pensava che questo gli venisse a vantaggio! ehehehe) e con cui ha spillato alla Telecom ben sette milioni di Euro per le sue attività di consulenza (almeno così dice la Guardia di Finanza che lo ha preso con le mani nel barattolo della marmellata) durante i suoi famigerati corsi (forse mi sbaglio ma credo si trattasse della registrazione video di un corso presso la Mind Consulting per “Imprenditori a colori”) disse: “Come chiaramente scritto dal McLuhan, la televisione è figlia della radio…” roba che se fosse stato vivo il canadese gli avrebbe staccato il naso con un morso…

Vabbè, lasciamo perdere.

Insomma, un nuovo incarico a questo emerito piduista che al grido di largo ai giovani potrà continuare per secoli ad imperversare sui quotidiani nazionali con i suoi articoli, a produrre programmi televisivi con la sua Fascino e Mediatrade di cui è presidente, a curare impegnate prefazioni a libri tipo “Costantino denudo” di Costantino Vittagliano, il famoso tronista in una trasmissione di Maria De Filippi, suo marito.

Pensate che in tutto questo bluff ci è cascata pure Irene Pivetti che dopo l’avventura in Camera ha deciso di farsi curare l’immagine da lui.

E si vede.

Per chi volesse leggere il file che da anni trascino nella memoria del mio computer, l’ho messo qui:

http://www.giornalismi.info/aldovincent

Aldo Vincent

GODERE CON LA LINGUA

Viaggio attraverso i neologismi dei nostri quotidiani

(Tu, invece, cos’avevi capito, porcellino?)

P.S.

Minchia, ha imbucato i due figli a lavorare in Rai.

Non poteva metterli in Mediaset?

Qualche link:

IL COLLEZIONISTA DI TEATRI – CICCIO BAFFO, DOPO IL PARIOLI, IL BRANCACCIO, IL MORGANA E LO STABILE DI LATINA, SI PAPPA ANCHE IL TODI FESTIVAL – A ROMA, SAREBBE INTERESSATO ANCHE AL CINECLUB LABIRINTO…

Rossella Battisti per “l’Unità”
Maurizio Costanzo

E così della progressiva «teatrizzazione» del Costanzo nazionale se n’è accorto anche il “Corriere”, che ieri sfogliava il cahier de doléances di Simona Marchini, «sfrattata» dal Todi Festival per far posto all’ingombrante anchorman televisivo (non più e non solo, a quanto pare).

Il quale è diventato – come avevamo scritto tempo fa sull’«Unità» – anche direttore di tale manifestazione, accostando l’impegno a quello affidatogli quasi contemporaneamente dell’animazione della Fondazione Teatro di Latina, nonché essendo già direttore artistico da anni del teatro Parioli di Roma, del Brancaccio («sfilato» nell’estate scorsa a Proietti) e del ribattezzato Morgana, ovvero del teatrino che lo stesso Proietti aveva allestito negli alloggiamenti superiori del Brancaccio.

Oramai la lista degli incarichi di Costanzo sfora l’agendina degli appuntamenti e infatti non riusciamo a parlargli direttamente, inabissato com’è nelle riunioni di lavoro. O magari, come è probabile, non vuole commentare. È uomo di misurate parole e misurati silenzi. Non altrettanto misurato negli spazi, che amplia, a quanto pare, secondo un disegno non del tutto decifrabile e una tattica a 360 gradi.

Simpatizzante dichiarato della sinistra, Costanzo riesce a rendersi grato alle amministrazioni di centro destra come quella storica di Latina (il cui teatro era affidato prima a Luca Barbareschi) e quella «recente» di Todi, dove il neosindaco Antonino Ruggiano ha motivato la sua designazione «per obiettivi di visibilità mediatica e di reperimento fondi».

Fine dei giochi? Beh, quelli alla luce del sole perché boatos non confermati vorrebbero il suo zampino anche nella vicenda del Labirinto, lo storico cineclub romano sfrattato dalle sale sotto San Gioacchino a Prati. La storia risale a qualche mese fa, quando i padri redentoristi decisero di non rinnovare l’affitto al cineclub e all’X Film, società di produzione cinematografica che aveva i suoi studi nella cripta accanto.

Un brusco stop alle contrattazioni perché – sembra – era arrivata un’irresistibile offerta, sensibilmente superiore a quanto si potevano permettere i precedenti inquilini. I Padri Redentoristi – un ordine missionario che gestisce la chiesa di San Gioacchino e il quadrilatero immobiliare che gli sta intorno per conto del Vaticano – hanno fatto orecchio da mercante (in tutti i sensi) alle richieste del cineclub di mantenere l’attività culturale che vi si svolgeva da anni. Precedente al Labirinto stesso, come precisa Giorgio Valente che con Fabio Fefè dirige l’associazione: si trattava infatti di una sala adibita a cinemateatro sin dagli anni Venti, la Sala dei Quiriti. Poi, diventata cineclub Tevere e quindi Labirinto.

Luca Barbareschi
© Foto U.Pizzi

Gli attriti fra la sala cinematografica e l’ordine missionario cominciano nel 2007 verso la scadenza del contratto, quando il Labirinto comincia a essere in affanno nel pagare un canone già raddoppiato (e destinato a crescere). Il nove gennaio scorso i locali di via Pompeo Magno vengono chiusi dalla forza pubblica. Dietro le quinte si svolgono le contrattazioni segrete. Ma la causa intentata dagli ex «Labirinti» blocca o inibisce il nuovo contratto d’affitto: la società che aveva lanciato l’appetitosa offerta si ritira nell’ombra.

Il nuovo parroco di San Gioacchino, padre Giovanni Congiu, sa poco o nulla del passato e poco dice del futuro. Ora è tutto in mano a un avvocato che da anni cura gli interessi immobiliari dei Padri e aspetta offerte. Lo studio è nei pressi di via Teulada… La notizia – questa vera e provata – è che il Labirinto troverà ospitalità all’Ostiense, vicino al Teatro India, dove dovrebbe rinascere il nuovo polo cultural-cinematografico.

Riccardo Bocca
MAURIZIO COSTANZO SHOCK
Affari, potere, alcova: i retroscena del telegiornalista più famoso d’Italia
Pagg. 159 – € 12,91 – ISBN 88-7953-057-7.

Appalti privati, pubbliche virtù: soci nell’ombra, maneggi e miliardi – L’arrampicata al successo dalle interviste inventate, alla Tv in ginocchio – Presunto cretino, sicuro bugiardo: la carriera nella Loggia segreta P2 – Il voltagabbana: elettore democristiano, e aspirante onorevole pannelliano – Garante di malaffare: il sodalizio Tv col ministro-ladro Francesco De Lorenzo – Molestie sessuali: un’attrice racconta – Alla corte di Berlusconi: contro la legge, in difesa del monopolio Fininvest – Agenzia matrimoniale: la colonnella, la crocerossina, la camionista – Pronto per tutte le stagioni: a sinistra della Destra, a destra della Sinistra…

nuovo musical di costanzo-vaime

Venerdì, 21 Dicembre 2007: Skylife

Forum relativi alla notizia: Maurizio Costanzo, Platinette

Nel cast di “A un passo dal sogno” Platinette e Calissano

a Bari, Teatro Team, Prima Nazionale, 30 novembre e 1 dicembre 2007.

inchiesta vip, vicenda totti-vento costanzo fu l’intermediario: “francesco è un amico, lo rifarei”

Mercoledì, 18 Luglio 2007: Quotidiano Net

Forum relativi alla notizia: Gossip, Vip, Maurizio Costanzo, Paparazzi

Il paparazzo, davanti al pubblico ministero, ha confermato che Maurizio Costanzo avrebbe cercato di impedire che venisse pubblicata l’intervista alla Vento sul presunto flirt con Totti

costanzo al brancaccio. proietti stupefatto

Giovedì, 19 Luglio 2007: Excite – Magazine

Forum relativi alla notizia: Maurizio Costanzo, Teatro

Non sarà più Gigi Proietti il direttore artistico del Teatro Brancaccio. Al suo posto subentra, tra le polemiche, Maurizio Costanzo.

sky: torna stella di costanzo

Sabato, 1 Settembre 2007: Excite

Forum relativi alla notizia: Maurizio Costanzo

(ANSA) – ROMA, 1 SET – Da lunedi’ 3 settembre torna in diretta su SkyVivo Stella, il programma quotidiano interattivo condotto da Maurizio Costanzo.

C’è un banner che ammorba MySpace in quest’ultimo periodo, peggio del più temibile dei virus. E’ quello che pubblicizza la nuova scuola online dello spettacolo diretta da Maurizio Costanzo. Solo il nome fa ribrezzo: S-Cool

http://www.myspace.com/myscool

Accademia on line dello spettacolo . Uno spazio dove incontrare Maurizio Costanzo!

Wow

insieme a Roberto Pace produrrà tramite la Fascino “Domani”, una serie in 12 puntate da due episodi l’una incentrata su amori e sogni professionali di un gruppo di attori, cantanti e ballerini che studiano in un’Accademia per poter sfondare un giorno nel mondo dello spettacolo. La fiction, isprata a Fame ed al programma di Maria de Filippi, sarà interpretata da Irene Ferri

Vai su Google e digita FASCINO PGT

Gli incarichi ricoperti dal piduista Maurizio Costanzo was last modified: Marzo 3rd, 2015 by glianni70.it

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Nixon a Roma e la morte di Domenico Congedo

27.02.1969 – Roma. Manifestazione contro l’arrivo del presidente americano Nixon a Roma. I fascisti, appoggiati dalla polizia, attaccano con razzi la Facoltà di Magistero occupata. Lo studente Domenico Congedo, nel tentativo di scappare, cade da una finestra e muore. La polizia carica gli studenti: decine di feriti, alcuni gravissimi, e trecento arrestati.

abato 27 febbraio 1969 la città di Roma venne blindata in occasione della visita ufficiale del Presidente degli Stati Uniti Nixon. Le strade, vuote, furono presidiate dalle forze dell’ordine, mobilitate, per l’occasione, in gran numero.

Lo scenario che si delineò quel pomeriggio di febbraio fu ben diverso da quello descritto dai cronisti e dagli inviati che avevano seguito il viaggio di Nixon in Europa, con le manifestazioni di giubilo mostrate a Bruxelles, Londra e Berlino ovest.
L’annuncio della visita, infatti, aveva diviso profondamente gli schieramenti politici. Le polemiche erano infuriate e non erano mancate le provocazioni. Nei mesi precedenti, inoltre, era montata la protesta degli studenti contro l’attuazione della riforma Sullo, con l’occupazione di numerose facoltà a Roma e nel resto d’Italia. Alla mobilitazione studentesca seguì ben presto quella dei gruppi neofascisti che, ad eccezione di qualche formazione “eretica”, cercavano di contrastare l’attivismo dei movimenti di protesta. Tra il gennaio ed il febbraio 1969, in particolar modo nella città di Roma, tali istanze si mescolarono con le mobilitazioni a favore o contro la visita di Nixon, contribuendo ad esasperare il clima politico.
Il 22 gennaio estremisti di destra provocarono incidenti davanti ai licei Dante, Lucrezio Caro, Mamiani e all’Istituto tecnico Leonardo Da Vinci, mentre, nella stessa giornata, nella facoltà di Scienze Politiche, un gruppo di attivisti neofascisti si scontrava con gli studenti che presidiavano l’ingresso.
Tra il 25 e il 26 gennaio la destra si mobilitò per la commemorazione di Jan Palach, lo studente cecoslovacco immolatosi per protestare contro l’invasione sovietica del 1968. Violenti scontri tra neofascisti e polizia scoppiarono a Roma davanti all’ambasciata dell’Urss, mentre a Napoli, militanti della “Gioventù europea”, nel tentativo di interrompere un’assemblea del movimento studentesco, lanciarono numerose molotov all’interno dell’ateneo, provocando un grosso incendio.
Per tutto febbraio si susseguirono le azioni dei gruppi neofascisti. A Roma, in pochi giorni, vennero assalite la libreria Feltrinelli di via del Babuino, la sede Rai di via Teulada, mentre le sezioni dell’Anpi, le lapidi commemorative dei martiri antifascisti e le sedi dei partiti di sinistra furono oggetto di attentati incendiari o di atti vandalici. Non di rado, accanto alle scritte di rivendicazione «viva il Msi!», comparvero quelle di «viva l’arrivo di Nixon in Italia!».
Tra il 13 ed il 19 febbraio, le azioni violente dei neofascisti subirono un’escalation. Due studenti rimasero feriti in un tafferuglio davanti al liceo Mamiani, mentre una squadra di picchiatori fascisti tentò l’assalto del Magistero, occupato da giorni dal movimento studentesco. Nuovi attacchi alle facoltà vennero compiuti, infine, il 19 febbraio, mentre nella notte un ordigno scoppiava dinanzi all’ingresso dell’istituto di Genetica.
Il pomeriggio del 27 febbraio 1969, numerosi assembramenti e cortei di protesta si formarono in diversi punti della città. Gli studenti del movimento studentesco tentarono di uscire dall’ateneo, da giorni occupato, ma vennero bloccati da un’ingente schieramento di polizia e carabinieri che volevano impedire l’eccessivo ingrossamento del corteo che di li a poco sarebbe partito da piazza Esedra. La tensione sfociò subito in scontri nelle zone adiacenti la città universitaria.
Il corteo partito da piazza Esedra, con alla testa un cordone di parlamentari del Pci e del Psiup, imboccò via Nazionale, ma all’altezza di via Napoli fu bloccato dalla polizia. I manifestanti, tornati in piazza Esedra, discesero via Vittorio Emanuele Orlando, dove, all’incrocio di via Bissolati, nelle vicinanze dell’ambasciata statunitense, di nuovo vennero fermati. Deviato verso piazza Barberini, il flusso di manifestanti si incanalò, allora, verso largo Chigi, dove improvvisamente partirono le cariche della polizia e dei carabinieri. Da quel momento in poi, fino a sera inoltrata, le strade della centro della città furono teatro di scontri violenti e di cariche indiscriminate da parte della celere nei confronti di qualsiasi assembramento.
In questo contesto, comparvero gruppi di neofascisti che si scagliarono contro sedi e sezioni politiche. Il primo assalto venne compiuto contro una sede del partito radicale che esponeva uno striscione di protesta contro la visita di Nixon. Un indignato editoriale di «Paese Sera» del 28 febbraio 1969, denunciando la presunta connivenza tra forze di polizia e gruppi neofascisti, descrive lo scenario di quelle ore: […] alla città universitaria è stato tutto un assalto durissimo, intimidatorio, puramente gratuito…. […] Per una logica concatenazione degli eventi, a fianco della polizia, sono apparsi gruppetti di fascisti. Sono stati loro a cercare l’incidente in via 24 maggio contro la sede del partito radicale per via dello striscione anti-Nixon… Una pattuglia di poliziotti sulle loro «jeeps» sibilanti è venuta provocatoriamente, stupidamente, senza un motivo qualsiasi a sfilare davanti alla sede del nostro giornale…li abbiamo visti coi nostri occhi questi agenti salutare con il braccio levato alla fascista, rivolgerci gesti di minaccia con i loro bastoni.
Verso sera, un cospicuo gruppo di estremisti di destra percorse via Nazionale fino a piazza Esedra, li dove era partita la manifestazione indetta dalla sinistra, senza incontrare la resistenza delle forze dell’ordine ancora presenti nella piazza, e si diresse verso il Magistero occupato dagli studenti, con l’intenzione di scacciarne gli occupanti. Contro la facciata dell’edificio, vennero dapprima lanciati sassi e poi sparati dei razzi, simili a quelli utilizzati per i fuochi d’artificio. Non riuscendo a forzare l’ingresso dell’edificio occupato, gli assalitori appiccarono fuoco alla porta, nel tentativo di entrare.
Neanche di fronte a questo episodio la polizia intervenne.
All’interno del Magistero gli occupanti erano rimasti in pochi. La maggior parte degli studenti, infatti, avevano partecipato al corteo nel pomeriggio. Di fronte alla violenza dell’attacco, le persone rimaste a presidiare l’edificio si rifugiarono ai piani superiori, nella speranza di un soccorso. Uno di questi, Domenico Congedo, studente di Lingue, si arrampicò su un cornicione di una finestra del quarto piano, cercando una via d’uscita per i suoi compagni. Tuttavia la traversina di marmo che sorreggeva il ragazzo non resse, si sbriciolò e Domenico Congedo cadde nel pianterreno. Trasportato, con notevole ritardo, al Policlinico, trovò lì la morte.
Domenico Congedo aveva 24 anni ed era nato a Monteroni, in provincia di Lecce. Da poco si era trasferito a Roma, in una stanza in affitto nei pressi di piazza Zama, in via Bitinia. Studiava Lingue e Letterature straniere. Da poco accostatosi alla politica, di simpatie anarchiche, si era avvicinato al movimento studentesco.
Data l’entità degli incidenti e di fronte alla notizia della morte di Domenico Congedo, il presidente degli Stati Uniti annullò la conferenza stampa indetta per la sera.
Nixon partì, comunque, in una Roma spettrale, scioccata dagli scontri del giorno precedente. Mentre sui giornali ed in parlamento infuriava la polemica, sui cancelli della città universitaria ancora occupata, vennero affisse le bandiere rosse e nere degli anarchici, mentre uno striscione recitava : «E’ morto un compagno di lotta, Domenico Congedo». Gli studenti, ancora una volta, formarono un grosso corteo che attraversò la città, protestando contro la violenza della polizia e le aggressioni fasciste.
Nonostante il clamore suscitato dai fatti del 27 febbraio e le interrogazioni parlamentari, nonostante il Partito comunista e il quotidiano «l’Unità» avessero fornito alla magistratura un lungo elenco di testimoni, la morte di Domenico Congedo fu attribuita esclusivamente al cedimento del cornicione.

 

 

Accadde oggi – Anni ’60 – 27/02/1969 Nixon a Roma e la morte di Domenico Congedo was last modified: Febbraio 27th, 2015 by glianni70.it

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6. Dal “Teorema Calogero” al “delitto di difesa”

Gran parte delle detenzioni di cui si è occupata Amnesty International [nel 1981] riguardano cittadini sospettati dei reati di associazione sovversiva (art. 270) e di partecipazione a banda armata (art. 306). Amnesty International si è occupata della vaghezza e debolezza delle prove impugnate per giustificare tali prolungate detenzioni. In molti casi le imputazioni originarie sono state lasciate cadere e immediatamente sostituite con nuove accuse. Questo ha permesso all’autorità giudiziaria di prolungare la carcerazione preventiva di molte persone, pur rimanendo nei limiti della legge.
La nostra attenzione si è concentrata sulla prolungata detenzione senza processo, durante la fase istruttoria, delle persone arrestate a partire dal 7 aprile 1979, collegate al movimento politico conosciuto come Autonomia Operaia Organizzata. Alcuni degli imputati del 7 Aprile erano accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio dell’ex-Presidente del Consiglio Aldo Moro, ma l’imputazione è caduta nel dicembre 1980. Comunque, agli imputati vengono contestati i reati di associazione sovversiva e di organizzazione e partecipazione a banda armata. Alcuni di loro devono difendersi da un terzo capo d’accusa, “insurrezione armata contro i poteri dello Stato” (art. 284), reato punibile con l’ergastolo. Il ricorso a tale imputazione non registra precedenti. (Amnesty International Report 1981, pp.304-305, traduzione nostra)

Amnesty International ha espresso preoccupazione per l’indebito ritardo nel rinvio a giudizio degli imputati del 7 Aprile. A fine 1982, alcuni imputati hanno scontato dai 36 ai 44 mesi di carcerazione preventiva in attesa del processo.
La maggior parte degli imputati sono accademici, giornalisti e insegnanti presuntamente collegati al movimento chiamato Autonomia Operaia. Il più noto è Antonio Negri, docente di scienze politiche all’Università di Padova e alla Sorbona di Parigi. Gli arresti ebbero luogo in seguito al sequestro e all’omicidio (tra marzo e maggio del 1978) dell’ex-Primo Ministro Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Quasi tutti gli arrestati d’aprile e nella successiva retata del 21 dicembre 1979 avevano fatto parte, qualche anno prima, di un’organizzazione chiamata Potere Operaio. Si trattava di un gruppo di sinistra, attivo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, che incitava la classe operaia a rivoltarsi contro lo stato e il sistema capitalistico. Non era un’organizzazione illegale né clandestina. A fine 1982, tra Roma e Padova, gli imputati del 7 Aprile sono 140. Tra i capi d’accusa, vi sono “associazione sovversiva” e “organizzazione di o partecipazione a banda armata”. Alcuni imputati sono anche imputati di “insurrezione contro i poteri dello Stato”, e rischiano una condanna all’ergastolo se sentenziati colpevoli. Amnesty International ha esaminato diversi di questi casi individuali. (Amnesty International Report 1983, pp.262-263, trad. nos.)

In una rassegna delle proprie preoccupazioni riguardo alla situazione italiana, pubblicata nell’aprile 1983, Amnesty International ha criticato le disposizioni giudiziarie sulla durata della carcerazione preventiva. In procedimenti che in caso di condanna prevedono pene detentive di 20 anni, la detenzione degli imputati può durare fino a 10 anni e 8 mesi prima che si arrivi alla sentenza.
Amnesty International è sempre più allarmata dal fatto che detenzioni già lunghe siano state estese con la modifica dei capi d’imputazione, o con l’aggiunta di nuove accuse da parte di giudici di altre città, mentre i procedimenti giudiziari erano ancora in corso.
Il 21 giugno 1983 il dott. Pietro Calogero, Sostituto Procuratore a Padova, ha spiccato nuovi mandati di cattura per svariati imputati del processo 7 Aprile in corso a Roma… in relazione al possesso di armi nel periodo 1971-79 (art.21 della legge n.110 del 18/4/1995). Un articolo pubblicato nell’agosto 1983 sul bollettino di Amnesty International diceva: “A questo stadio del processo, l’aggiunta di una nuova accusa – apparentemente non supportata da nuove prove a carico di imputati già sotto processo con imputazioni relative a una banda armata – permetterà un’ulteriore estensione della carcerazione preventiva, aggiungendovi fino a quattro anni per questa distinta imputazione. Alcune delle armi in oggetto sono già state oggetto di un altro processo contro alcuni degli imputati, nel luglio 1980”. (Amnesty International Report 1984, pp. 291-292, trad. nos.)

Nel giugno 1984, di fronte alla Prima Corte d’Assise di Roma, si è finalmente concluso dopo due anni il processo noto come 7 Aprile. Molti degli imputati erano in carcere fin dal 1979. Amnesty International si è occupata di questo caso sia per la lunghezza della carcerazione preventiva sia per le procedure adottate in istruttoria e in dibattimento.
Cinquantacinque imputati sono stati condannati, complessivamente, a quasi 500 anni di prigione. Quasi tutti sono stati riconosciuti colpevoli di banda armata e associazione sovversiva. A fine 1984 la motivazione della sentenza e delle condanne non è ancora stata resa pubblica, né si è fissata alcuna data per il processo d’appello. Dopo che diversi tribunali hanno preso decisioni contrastanti, tutti gli imputati del 7 Aprile, sulle cui vicende aveva aperto un’inchiesta Amnesty International, sono stati rilasciati grazie alla nuova legge sulla carcerazione preventiva… (Amnesty International Report 1985, pp.273-274, trad. nos.)

La motivazione della sentenza del processo 7 Aprile (troncone romano)… è stata resa pubblica a maggio [del 1985]. Amnesty International era preoccupata del fatto che i principali imputati avessero subito cinque anni di carcere preventivo, e che la legislazione speciale fosse stata applicata retroattivamente per allungare i termini della detenzione. C’è stato anche un ritardo di 15 mesi, senza alcuna giustificazione procedurale, tra il rinvio a giudizio e la prima udienza. Amnesty International aveva anche espresso preoccupazione per il fatto che non fosse possibile sentire in aula Carlo Fioroni, la principale fonte di informazioni contro gli imputati: Fioroni aveva lasciato il paese prima di essere chiamato a deporre. Ciononostante la sua testimonianza, resa in segreto durante l’istruttoria, è stata ammessa agli atti.
Il 3 dicembre 1984 – dopo diversi rinvii e dopo un cambiamento di Presidente e giuria su richiesta della pubblica accusa – sono iniziate le udienze del troncone padovano, proseguite per tutto il 1985. Tra i 143 imputati nel processo padovano ve ne sono 6 dei cui casi si è occupata Amnesty International. Quattro di essi avevano lasciato il paese dopo essere stati prosciolti dal giudice istruttore, ma sono stati ri-inclusi tra gli imputati dopo che l’accusa è ricorsa in appello con successo contro tale decisione. L’accusa è ricorsa in appello, sempre con risultato positivo, anche contro il proscioglimento… dei professori Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce, che al processo romano erano stati condannati per formazione di banda armata. Erano imputati anche nel processo padovano perché i magistrati di Padova li avevano inquisiti separatamente per possesso d’armi. Per quel che riguarda il processo padovano, i motivi di preoccupazione di Amnesty International sono simili a quelli per il processo romano, soprattutto la lunghezza eccessiva della carcerazione preventiva, e l’impossibilità per la corte di esaminare Carlo Fioroni. (Amnesty International Report 1986, p.290, trad. nos.)

In agosto [1986] Amnesty International ha pubblicato un rapporto dal titolo “Processo 7 Aprile – Italia: L’interesse di Amnesty International a che venga fatto un processo equo in tempi ragionevoli”. Si tratta di un riassunto dei principali sviluppi nel processo a 71 presunti membri dei gruppi della sinistra rivoluzionaria Potere Operaio e Autonomia Operaia. I primi arresti sono avvenuti nell’aprile 1979 e le udienze si sono concluse a Roma nel 1984. La conclusione del rapporto è che le autorità italiane hanno violato tutti gli accordi europei e internazionali sui processi equi in tempi ragionevoli. [Amnesty International] ha espresso quattro critiche principali su come si sono svolti i procedimenti. Tre di queste osservazioni riguardano la durata della carcerazione preventiva degli imputati, 12 dei quali hanno trascorso cinque anni in prigione in attesa di giudizio. Le leggi speciali sull’ordine pubblico sono entrate in vigore dopo gli arresti, ma sono state applicate retroattivamente per prolungare la già eccessiva durata della carcerazione preventiva. In secondo luogo, si sono aggirati i limiti legali della detenzione, emettendo nuovi mandati di cattura poco prima della decorrenza dei termini, affinché gli imputati potessero essere tenuti in prigione se lo voleva il tribunale. Ancora, secondo Amnesty International le autorità non hanno osservato le norme prescritte dal Tribunale Europeo dei Diritti Umani in relazione all’articolo 53 della Convenzione Europea, che proclama il diritto a un processo equo o al rilascio. L’articolo prescrive “particolare diligenza da parte dell’accusa” nei casi in cui gli imputati siano detenuti. Nel processo 7 Aprile c’è stato un ritardo di oltre 15 mesi, durante il quale non vi è stata rilevante attività giudiziaria. Per tutto questo tempo i principali imputati sono rimasti in prigione.
Il quarto motivo di preoccupazione per Amnesty International è che un testimone chiave dell’accusa ha lasciato il paese con l’appoggio delle autorità, quindi la corte non era in grado di convocarlo per l’esame. Carlo Fioroni è uscito di prigione nel 1982 dopo aver scontato sette anni su 27 di condanna per sequestro e omicidio. Egli ha rilasciato testimonianze incriminanti contro gli imputati, testimonianze coperte dal segreto istruttorio, dopodiché le autorità lo hanno aiutato a lasciare il paese prima che potesse essere interrogato al processo. La corte ha espresso indignazione per la sua irreperibilità, tuttavia ha accolto le richieste dell’accusa, accettando agli atti le informazioni date nell’istruttoria.
Dopo la pubblicazione del rapporto, Amnesty International ha chiesto alle autorità di tenere conto di queste critiche nell’imminente processo d’appello. Gli imputati sono stati condannati a pene detentive fino all’ergastolo, per un totale di oltre 500 anni, per accuse che comprendevano la fondazione e l’appartenenza a “banda armata” e “associazione sovversiva”. (Amnesty International Report 1987, pp.300-301, trad. nos.)

Nel 1987 sono proseguiti i processi politici, alcuni dei quali in corso da molti anni. In marzo osservatori di Amnesty International hanno assistito al processo d’appello del caso 7 Aprile, svoltosi a Roma. Il processo si è concluso a giugno con l’assoluzione di molti degli imputati di spicco. Il tribunale ha esaminato Carlo Fioroni, un testimone-chiave che aveva evitato l’esame in aula nel processo di primo grado. Sessantotto imputati erano stati condannati a un totale di oltre 500 anni di prigione per appartenenza ad associazioni sovversive e bande armate direttamente o indirettamente responsabili di omicidii, sequestri, rapine e attentati incendiari. Erano stati accusati in relazione alle attività di un insieme di gruppi di sinistra chiamato Autonomia Operaia. Dodici degli accusati avevano trascorso più di cinque anni in carcere prima della sentenza di primo grado. Amnesty International aveva espresso preoccupazione per la lunghezza delle procedure e aveva ritenuto che il processo di primo grado fosse in violazione di norme europee e internazionali, perché gli imputati non avevano subito un processo equo in tempi ragionevoli.
Tutti gli imputati accusati di insurrezione armata al primo processo sono stati assolti dall’imputazione in appello, per il fatto che non c’è stata alcuna insurrezione. Molti degli imputati principali sono stati assolti per insufficienza di prove dall’imputazione di aver formato o partecipato a una banda armata, e altri sono stati assolti da reati di violenza. (Amnesty International Report 1988, pp.206-207, trad. nos.)

Ci è sembrato efficace e interessante rivedere il caso 7 Aprile con gli occhi di un’organizzazione umanitaria certo non sospettabile di estremismo o filo-lottarmatismo.
Quella contro Toni Negri et alii è la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana. Stavolta il collage d’inchieste è talmente intricato e delirante che per descriverlo occorrerebbe non un capitolo, ma un libro intero. Riassumeremo la vicenda nel modo più sintetico possibile, limitandoci ai filoni principali, rinunciando a malincuore a seguire tutto il proliferare di “reati connessi”, collegamenti e insinuazioni.
7/4/1979. Stampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse. Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.
Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, docente di Dottrina dello Stato all’università di Padova, indicato come capo e ispiratore di tutta la galassia sovversiva italiana; Nanni Balestrini (latitante), poeta e scrittore, già nel Gruppo 63 e poi autore del romanzo-culto Vogliamo tutto; Franco Piperno (latitante), docente di fisica all’università di Cosenza; Oreste Scalzone, insieme a Piperno leader storico del ’68 romano; Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini, Sandro Serafini e Alisa del Re, tutti assistenti di Negri all’università di Padova; Giuseppe “Pino” Nicotri, giornalista del “Mattino” di Padova, di “Repubblica” e de “L’Espresso” (in passato si è occupato della controinformazione su Piazza Fontana, e le sue scoperte sugli spostamenti di Franco Freda sono state preziose per le indagini di Calogero); Emilio Vesce, redattore delle riviste “Rosso” e “CONTROinformazione”, già coinvolto nell’inchiesta del ’75 (cfr. cap.5). L’elenco prosegue con diversi militanti dell’Autonomia Operaia ed ex-membri del gruppo Potere Operaio, scioltosi nel 1973. A ben vedere, la passata militanza (a diversi livelli di responsabilità) in Pot.Op. è uno dei pochi comuni denominatori degli imputati. Il mandato di cattura li imputa di avere

in concorso fra loro e con altre persone […], organizzato e diretto un’associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma del governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private […] [di aver diretto un’associazione sovversiva] denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e di associazioni) sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati.

Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto nel 1973; piuttosto, sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione. Inoltre, malgrado l’evidenza di insanabili contrasti teorici e politici, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono ritenute la stessa cosa, o meglio: la “illegalità di massa” propugnata dalla prima non sarebbe che il mare magnum in cui sguazza l’avanguardia clandestina rappresentata dalle seconde.
Per alcuni degli arrestati vale solo la seconda parte del mandato, cioè l’accusa di associazione sovversiva. Al contrario, su Negri e alcuni altri sta per rovesciarsi una valanga di fantasiosi mandati di cattura per gli episodi più diversi.
Il giorno dopo gli arresti, il magistrato romano Achille Gallucci spicca un mandato contro Negri, con l’accusa di aver organizzato il sequestro di Moro e la strage della sua scorta in via Fani. Un reato da ergastolo. Non solo: Negri, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, viene accusato del reato di cui all’art.284 c.p., cioè di “aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello stato”. Logica vorrebbe che suoi coimputati fossero i componenti del “nucleo storico” delle Br (Curcio, Franceschini, Ognibene etc.), già in carcere da anni. E invece no: Negri viene inquisito da solo.
Il sostituto procuratore generale Claudio Vitalone – futuro senatore Dc – già se ne esce con un’excusatio non petita:

Non abbiamo fatto un polverone. Questa operazione, concertata da varie procure, è basata su prove e non su semplici indizi, né tanto meno su scritti o saggi ideologici. Non abbiamo alcuna intenzione di criminalizzare il dissenso: a tutti gli arrestati vengono addebitati fatti delittuosi specifici (cit. in: Ivan Palermo, op. cit., p.23).

Tra il 10 e il 12 aprile Calogero interroga personalmente gli arrestati, ai quali però non contesta in modo chiaro e preciso nessun fatto specifico, né rende noti gli elementi di prova esistenti contro di loro. Come nei processi dell’Inquisizione, si limita a rinfacciare a Negri e agli altri le opinioni espresse nei loro scritti, oltre ad alcune conoscenze personali.
Al termine degli interrogatori, la difesa si rende conto che le prove non ci sono, e con un’istanza formale chiede di procedere con rito direttissimo; in subordine, chiede che l’istruttoria venga formalizzata, con trasmissione degli atti al giudice istruttore. Il 16 aprile, la procura formalizza l’inchiesta solo per il secondo blocco di imputati, quelli che devono rispondere semplicemente della loro appartenenza a Pot. Op. Per gli altri, accusati anche di banda armata, è ormai competente la procura di Roma, in quanto i reati contestati da Gallucci assorbirebbero quelli contestati da Calogero. Secondo la difesa, si tratta di un escamotage per evitare l’Ufficio Istruzione di Padova, diretto dal giudice Giovanni Palombarini, noto garantista, il quale nutre molti dubbi sul Teorema Calogero e d’ora in poi si troverà spesso in contrasto col Pm. Quest’ultimo lo criticherà aspramente a mezzo stampa, alludendo a una sua presunta simpatia per gli autonomi. Soprattutto “l’Unità” farà di Palombarini un bersaglio dei suoi strali imbevuti di curaro forcaiolo.
Negli stessi giorni i giornali sparano i nomi di Negri e Nicotri come “telefonisti” delle Br nei giorni del sequestro Moro. A notare la somiglianza tra la voce di Negri e quella del brigatista che il 30/4/1978 ha telefonato alla moglie di Moro, sarebbe stato il magistrato milanese Emilio Alessandrini, ucciso da un commando di Prima Linea. Negri, che ha cenato con Alessandrini qualche mese prima del suo omicidio, verrà pure accusato di esserne il mandante. Nicotri verrà prosciolto e scarcerato il 7 luglio, mentre per Negri – che pure ha un alibi – inizia la tragicomica, umiliante disavventura delle “perizie foniche”, alcune delle quali affidate a “esperti” di dubbia fama che ne trarranno stiracchiate conclusioni contrarie a ogni evidenza, fino a parlare – vilipendendo la lingua di Dante – di una “probabilità di certezza”! Come avverrà tre anni più tardi per le perizie balistiche sul delitto Dalla Chiesa, il fatto che le perizie vengano eseguite all’estero (Michigan) basterà a conferire loro un soffuso alone di attendibilità.
Con la scarcerazione di Nicotri, e nonostante l’appoggio entusiastico della stampa di regime, il Teorema Calogero potrebbe mostrare i primi segni di cedimento, così Gallucci emette un nuovo mandato di cattura che “sostituisce” il precedente: al posto delle Brigate Rosse compaiono (corsivo nostro) “più bande armate variamente denominate, destinate a fungere da avanguardia militante per centralizzare e promuovere il movimento verso sbocchi insurrezionali”! Commento di Giuseppe Leuzzi Siniscalchi, difensore di Negri:

Per rendersi conto dell’enormità e della illegittimità di una imputazione così formulata basta sostituire al terrorista un delinquente comune e limitarsi a dire che un ladro è accusato di aver compiuto molti furti (senza però dire che cosa ha rubato), in molte città d’Italia (senza mai indicare dove), in molte occasioni (senza mai specificare quando sono avvenuti). È la stessa cosa che avviene per Negri e gli altri che sono accusati di aver organizzato non si sa quante bande armate né quali siano, né si sa dove e quando abbiano operato. Una vera mostruosità, che di fatto mette l’imputato nella impossibilità di difendersi. (Ibidem, p.39)

È l’inizio di una pratica giudiziaria alquanto eterodossa, la “sostituzione” dei mandati di cattura, Scriverà Luigi Ferrajoli:

…gli inquirenti hanno fatto largo uso, in questa emissione a getto continuo di nuovi mandati di cattura, dell’istituto – fino ad oggi inedito e comunque sconosciuto al nostro codice – della “sostituzione” dei mandati di cattura. Procedura vorrebbe che allorché vengono mutuate le accuse, per le vecchie imputazioni si avesse una contestuale sentenza istruttoria di proscioglimento. Invece gli inquirenti hanno inventato una nuova formula di definizione delle accuse: “il presente mandato sostituisce i precedenti”. Sicché oggi ci troviamo di fronte a un quadro accusatorio che non ha niente a che vedere con quello originario, senza che, per esempio sulle accuse interamente franate di Calogero, si sia avuta alcuna pronuncia giurisdizionale. (Luigi Ferrajoli, Il Teorema Calogero: frane e puntelli…, in “Critica del Diritto” n.23-24, cit., p.52)

Il nuovo mandato estende ad altri imputati l’accusa di “insurrezione armata”. Ma quando si sarebbe svolta o dovuta svolgere quest’insurrezione? E già che ci siamo, se non è chiedere troppo, quali sono le prove raccolte dai magistrati? Il 5 luglio Calogero rilascia una lunga intervista al “Corriere della sera”, intervista che diverrà celebre in quanto indicativa della pochezza sostanziale e metodologica dell’inchiesta 7 Aprile:

Quali prove concrete ha raccolto contro i cosiddetti capi dell’organizzazione? Fatti specifici?
Pretendere questo mi sembra ingenuo e sbagliato. L’accusa non ritiene di avere individuato i manovali del terrorismo, ma i loro dirigenti e mandanti. Un dirigente, per la natura stessa del ruolo e del tipo di organizzazione, certamente non va a fare attentati. Sarebbe una rinuncia alla sua funzione, che è quella di dirigere e non di eseguire. […] Perciò non si possono attendere, in questo caso, prove di fatti terroristici specifici. Noi abbiamo cercato, e crediamo di avere scoperto, le prove che accusano i dirigenti del partito armato.

La prova c’è… perché non c’è. E l’insurrezione armata? Un anno dopo (30/7/1980), in un’intervista a “l’Europeo”, Calogero affermerà:

Sarà bene precisare che questo reato è di pericolo o a consumazione anticipata. Sarebbe contrario alla sua natura ancorarne l’applicazione all’ultimo atto nel quale culmina il processo insurrezionale; al contrario, la sua applicazione è legittima e doverosa in presenza di tutti gli atti, anche quelli lontani dall'”ora X”, che siano caratterizzati da una oggettiva rilevanza e idoneità a realizzare l’evento insurrezionale.

L’insurrezione c’è stata… perché non c’è stata.
Di fatto, sono gli scritti di Negri gli unici “indizi” (Calogero: “Il testimone principale contro Negri è Negri stesso”). Tutto questo sfogliare pagine alla ricerca di prese di posizione incriminanti produce la “lievitazione” dei capi d’accusa, oltre a gaffes e mostruosità a getto continuo. Ferrari Bravo è tra gli accusati solo perché ha scritto su “Rosso”, e perché ha lasciato su un quaderno appunti “compromettenti” (titoli di ipotetici articoli per la rivista). Giovanni Tranchida solo perché è direttore responsabile dello stesso giornale, che non potrebbe uscire senza la firma di un giornalista professionista. Quando i giudici romani interrogano Emilio Vesce, gli leggono passi di un documento che proverebbe il suo ruolo di capo terrorista; Vesce ne ascolta la lettura poi spiega: “Si tratta di un articolo del professor Sabino Acquaviva, che doveva essere pubblicato sul “Corriere della sera”. Ignoro se il testo sia stato pubblicato o meno e ripreso nel libro dell’Acquaviva Guerra e guerriglia rivoluzionaria, che io ho recensito.” “La Repubblica” e “l’Unità” dedicano un articolo all’interrogatorio di Vesce, senza nemmeno accennare alla magra figura degli inquirenti.
Negli stessi giorni il processo si estende ai redattori della rivista romana “Metropoli”, su cui scrivevano anche Scalzone e Piperno. I nuovi inquisiti sono Libero Maesano, Lucio Castellano e Paolo Virno. Anche loro apparterrebbero in blocco all’organizzazione eversiva “costituita in più bande armate variamente denominate”, per il semplice motivo di… aver scritto su “Metropoli”. Pleonasmi a non finire. Davvero curiosa questa “guerra civile” combattuta a colpi di saggi, editoriali, recensioni… e anche fumetti: su “Metropoli” è comparsa una drammatizzazione a fumetti del caso Moro. Secondo gli inquirenti, alcune vignette contengono l’esatta riproduzione della “prigione del popolo” in cui era rinchiuso Moro. Poi si verrà a sapere che l’autore si è ispirato a un fotoromanzo di “Grand Hotel”.
Nel frattempo Piperno è ancora uccel di bosco. La sua situazione è sempre più delicata: si scopre che nei giorni del sequestro Moro, assieme a Lanfranco Pace (anch’egli imputato nel 7 Aprile) aveva contattato il Psi offrendosi per un tentativo di mediazione tra governo e Br. Aspirante mediatore = dirigente delle Br, altro ragionamento che se non fa una piega è solo perché a stirarlo è la stampa velinara.
Proprio Piperno è protagonista involontario di una delle panzane più incredibili pubblicate dai giornali: è il 18 agosto, e i giornali titolano: “Sparatoria e fuga. La Ps: ‘era Piperno'” (“l’Unità”); “Franco Piperno sfugge sparando alla cattura?” (“La Repubblica”). Piperno sarebbe stato riconosciuto dalla polizia mentre scendeva da un treno alla stazione di Viareggio; avrebbe quindi ingaggiato una sparatoria, e si sarebbe dileguato pistola in pugno nelle campagne del lucchese. La polizia di Viareggio lo ha identificato “al novanta per cento” (!). Commenta il giornale di Scalfari:

Di Piperno, fino a questo momento, si conosceva solo il ruolo di ideologo delle teorie praticate da molti esponenti del partito armato; non certo la sua stessa militanza tra le truppe dei “soldati”. Il fatto che abbia deciso di mettere mano alla pistola, sia pure in una situazione disperata come quella di ieri, segna probabilmente una svolta irreparabile nella sua carriera politica.

Peccato che il giorno dopo Piperno venga arrestato a Parigi, dove si trova da diverse settimane. “La Repubblica” titola: “Franco Piperno arrestato a Parigi”. Sulla sparatoria di Viareggio, nemmeno una parola. “l’Unità” invece non demorde, e scrive che Piperno potrebbe essere arrivato a Parigi nelle ore successive allo scontro a fuoco, “aprendosi un pertugio tra le maglie della rete che si è tentato di cucirgli addosso”. Incommentabile. A Piperno l’episodio di Viareggio non verrà mai contestato. Ai primi di settembre si costituisce Pace, pure lui riparatosi in Francia.
Quella dell’estradizione di Piperno e Pace è l’ennesima, intricatissima, irriassumibile farsa. Ci limitiamo a trarne il succo: poiché la Francia non concede l’estradizione per reati di natura politica ( “associazione sovversiva” et similia), la procura di Roma prepara e presenta nuovi mandati di cattura, infilandoci dentro di tutto: la strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Moro, possesso di armi da guerra, assalto alla sede della Dc romana, assassinio di due agenti di polizia, furto di automobili etc. Tutto questo senza che ci sia stata alcuna svolta nelle indagini, e senza l’acquisizione di nuove prove (ma già, non si sono mai acquisite nemmeno quelle vecchie). Come scriverà il magistrato Vincenzo Accattatis:

…i “fatti” contestati ai leaders di Autonomia praticamente sono rimasti sempre gli stessi, mentre le imputazioni hanno subito un crescendo vorticoso, come se “gli stessi” fatti potessero essere letti in un modo o in un altro secondo gli “umori” degli inquirenti, oppure al fine di ottenere alcuni pratici risultati (ad esempio, l’estradizione di Piperno dalla Francia (Vincenzo Accattatis, Processo 7 Aprile: un processo politico, in: “Critica del Diritto” n.23-24, cit., p.28).

Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, Piperno e Pace vengono estradati in Italia.
All’inizio di dicembre la svolta c’è davvero: arriva il milanese Carlo Fioroni, apripista per la discesa libera dei “pentiti”. Le prestazioni del prototipo “Tony lo slavo” vengono migliorate dalle super-pile dell’approvanda legge Cossiga.
Il nome di Fioroni compariva già in alcune inchieste-pilota di metà anni Settanta, non in veste di “pentito” ma certo con un ruolo ambiguo e sfumato. Oreste Strano ipotizza che tutti i collages giudiziari sperimentati dai giudici torinesi nel 1975-78 siano serviti unicamente a rompere legami di solidarietà tra i compagni, provocare, esasperare per scoprire l’elemento debole, il candidato ideale al ruolo di “pentito”, da istruire con metodo in attesa di una più grande operazione giudiziaria. Se così fosse, ai dottori Caselli e Violante (ma anche al generale Dalla Chiesa) andrebbero riconosciute una lungimiranza e una scientificità da far rabbrividire.
Fioroni è passato attraverso i Gap di Feltrinelli e Pot.Op., ma tutti i suoi ex-compagni lo hanno ripudiato perché “ambiguo”, “pericoloso”, “un pirla” che ha fatto “cazzate madornali”. È in carcere dal 1975, condannato per il sequestro e l’omicidio dell’ing. Carlo Saronio. Nei primi giorni di dicembre chiede di essere ascoltato dai giudici del 7 Aprile, e racconta una storia di Pot.Op. e della lotta armata tanto fantasiosa quanto perfettamente concordante col Teorema Calogero. Non solo: collega i nomi di Negri e altri 149 “terroristi” a un’infinità di delitti (compreso il sequestro Saronio) e sordidi avvenimenti, su molti dei quali non può saper niente perché avvenuti quand’era già in gattabuia. Le sue “confessioni” sono piene di inverosimiglianze e passaggi illogici, vaghi, indistinti. Scrive Pasquino Crupi:

Vogliamo, a questo punto arrivati, inserire un’annotazione. Tutto il memoriale di Fioroni è cosparso e, nei punti delicati, sorretto (diciamo demolito) da sospensioni di memorie, incisi dubitativi, impressioni, opinioni, deduzioni, sensazioni, locuzioni cautelative, allargamenti, estensioni e generalizzazioni.
Li trascriviamo, mettendo in parentesi le frequenze d’onda.
Non so (6); Non ricordo se (12); se ben ricordo (2); non mi sovviene il nome (1); non ricordo il nome (7); se non ricordo male (1); Non ricordo (3); ho il vago ricordo (1); a quanto ricordo (1); di cui non so il nome (1); mi pare (16); mi sembra (8); avevo l’impressione (1); non sono sicuro (1); non sono sicurissimo (1); sono quasi sicuro (1); ritenni (1); ritengo (6); sono intimamente convinto (1); mi convinsi (1); ho sempre ritenuto (1); non escludo (3); se non erro (6); se non m’inganno (1); se non vado errato (7); se non sbaglio (1); mi posso sbagliare (2); mi riferì (7); mi fu riferito (2); che io sappia (1); a quanto seppi (1); a quel che seppi (2); per quanto io ne sappia (1); come seppi (3); da quanto appresi (1); a quanto appresi (2); come m’informò (1); come mi raccontò (1); mi risulta (4); non sono in grado (4); mi domando ancora (1); nessun dubbio (1); non ebbi dubbi (1); mi fece intendere (1); io intesi (1); solo in via d’ipotesi posso pensare (1); mi fece pensare (1); attribuii successivamente nella mia mente (1); trassi il sospetto (1); non posso precisare (1); si può affermare (1); poco prima o poco dopo (1); dopo un giorno o due (1); a mio avviso (1); forse (7); probabilmente (3); quasi sicuramente (1); quasi certamente (2).
Con un minore numero di coriandoli, ogni anno, si celebra a Rio de Janeiro un gran bel carnevale. Con questi coriandoli dentro i verbali del pentito professore Fioroni decine e decine sono state le persone arrestate nel mentre “Repubblica” e “l’Unità” trasformavano la cattiva memoria di Fioroni nella incrollabile memoria di un elefante. (Crupi, op.cit., p.120)

Il 21 dicembre c’è un nuovo tsunami di arresti contro l’Autonomia. Finiscono in carcere decine e decine di persone, quasi tutte indicate da Fioroni, molte delle quali non fanno più politica da tempo. Tra questi, due veterani dell’inchiesta su “CONTROinformazione”: Franco Tommei e il solito Oreste Strano. Nel frattempo, gli arrestati del 7 Aprile vengono raggiunti da nuovi mandati di cattura e comunicazioni giudiziarie. Il più colpito è di nuovo Toni Negri, che si vede accusare del sequestro Saronio, dell’incendio della Face Standard (in combutta con Tommei, Strano e altri), del sequestro del sindacalista Cisnal Antonio Labate, di quello dell’ing. Minguzzi della Sit Siemens di Milano (in combutta con Tommei, Strano e altri), dell’assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile (in combutta con Tommei, Strano e altri), di quello del brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini, del tentato omicidio del carabiniere Gennaro Sciarretta, e poi tentate rapine, detenzione di armi ed esplosivi, attentati incendiari, falsificazione di patenti e carte d’identità, addirittura il furto di un quadro del Trecento e di una preziosa collezione di francobolli!
Col tempo Negri verrà scagionato da quasi tutte le accuse, ma intanto “l’Unità” suona le campane a festa: il 22 dicembre, il fondo del direttore Alfredo Reichlin ha come titolo: “Dunque non erano invenzioni”. Come al solito, l’organo ufficiale del Pci scambia per prove quelle che sono solo nuove accuse, a loro volta da provare.
Ironia della sorte: nell’aprile 1980 tocca a un altro famoso “pentito”, anzi al più famoso di tutti, far andare in pezzi il Teorema Calogero. L’intervento di Patrizio Peci nel caso 7 Aprile produce effetti molto diversi da quelli prodotti nel processo a Giuliano Naria. Fin dai primissimi interrogatori, l’ex-brigatista esclude che Negri abbia mai avuto legami operativi con le Br. Interrogato dal dott. Gallucci, Peci afferma con sicurezza che fu Mario Moretti a telefonare alla moglie di Moro. Un durissimo colpo alla “probabilità di certezza” delle perizie foniche. Interrogato da Calogero, Peci conferma quanto già deposto, nonostante le minacce del Pm:

L’Ufficio fa presente al Peci che se nel corso di questa o altre istruttorie risultassero provati contatti ulteriori di Negri con le Br fino a epoca attuale, sarebbe legittimo porre in dubbio l’attendibilità di una parte rilevante delle dichiarazioni già da lui rese, poiché non sarebbe verosimile che egli, per il ruolo rivestito nell’organizzazione, non ne fosse venuto a conoscenza; e potrebbero risultare altresì pregiudicati i vantaggi che dalle confessioni rese egli può attendersi (Ivan Palermo, op. cit., p.131)

Sarebbe a dire che le dichiarazioni di un “pentito” vanno accettate senza verifica solo se confermano le tesi dell’accusa, mentre le si prende con le pinze se scagionano l’inquisito. Ad ogni modo, il 24 aprile Gallucci revoca il mandato di cattura a Negri per il delitto Moro. È l’inizio della lunga agonia del Teorema Calogero, che però prima di morire dovrà ricevere ancora molti colpi di grazia.
Poco tempo dopo, Negri – assieme a Pace e Piperno – viene prosciolto anche dall’accusa di banda armata, pur restando in carcere per quella di insurrezione. Tra un proscioglimento e l’altro, tra una requisitoria e l’altra, si arriva alla situazione descritta a grandissime linee nei rapporti di Amnesty International. Nel frattempo, Negri viene eletto deputato nelle liste del Partito Radicale, e fugge in Francia quando la Camera concede l’autorizzazione a procedere… ma questa è un’altra storia.
Tirando le somme, si può definire il 7 Aprile una vera e propria montatura? Usiamo le parole di Pasquino Crupi:

Come si fa… a tacere che di tutti i reati scaricati sulle spalle di Negri e degli altri neppure uno è venuto a conoscenza dei giudici inquirenti prima del 7 aprile del 1979? Che, perciò, prima li hanno arrestati e poi hanno trovato le “prove” sulla bocca di Fioroni […]? Che, ancora, per ben due anni gli imputati non avevano da che difendersi dato che le imputazioni erano astrattezze di fattispecie ricavate da questo e quell’art. del Codice penale? Che, infine, il rigonfiamento dell imputazioni – l’associazione sovversiva che diventa banda armata, la banda armata che diventa insurrezione armata – era un espediente per allungare i termini della carcerazione preventiva in attesa che uno straccio di prova venisse recuperato? (Crupi, p.129)

Ancora, si può definire il 7 Aprile un processo “a mezzo stampa”? Qualche passo indietro: a Roma, il 24 novembre 1978, si svolge una tavola rotonda sul tema: “Censura e diffamazione come strumenti di emarginazione del dissenso”, organizzata non da “fiancheggiatori” bensì dal rispettabilissimo Centro di Iniziativa Giuridica “Piero Calamandrei”. La giornalista milanese Camilla Cederna denuncia:

Ricordiamo i primi tempi del caso Moro… quelle notizie, importanti, vitali, essenziali, su questa storia di morte, notizie che in alto tutti sapevano, dal ministro degli interni alla maggioranza che sorregge il governo, a noi non ce l’hanno date. “La stampa si è comportata bene” ha detto in quel periodo qualcuno d’altolocato, senza accorgersi che con quella frase rivelava una verità delle più amare: la scomparsa della libertà di stampa. I giornali sembravano fatti di veline tutte uguali, di veline governative; sembrava che ci fosse una parola d’ordine in quei giorni: occultare la verità, difendere la dignità dello stato, dicendo NO alle trattative e facendo passare il prigioniero delle Br come un uomo incapace di intendere e volere, certamente anche drogato, un mentecatto che se torna guai! Quanti giornali possono dire di avere in quei giorni contribuito a tentare di ricostruire una tesi che fosse sganciata dalle decisioni prese dalla maggioranza governativa, a cercare una verità che non fosse quella, alle volte ingarbugliatissima, dettata dall’alto? […] Basta sfogliare i giornali di quel periodo e leggere i titoli: sembrano tutti scritti da una stessa mano […] nell’Italia di oggi, è ormai quasi interamente attuato, con compravendite, con compromessi politici, e – ripetiamolo – con lottizzazioni, quel piano di… omogeneizzazione che rende la stampa italiana sempre più conformista, sempre più ligia al potere […] un’Italia sempre più drogata dal compromesso di potere fra i partiti maggiori (Cederna, in: AA.VV., Tutela dell’onore e mezzi di comunicazione di massa, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 308-313).

La stessa cosa scriverà Giorgio Bocca:

C’è una rivelazione che il sequestro Moro ottiene in modo flagrante, la rivelazione del potere partitocratico, delle censure e dei conformismi partitocratici: giornali e mass-media si mettono disciplinatamente, servilmente agli ordini dei partiti di governo […] La bella facciata del giornalismo democratico, dei dibattiti sulla libertà di stampa cade in frantumi il 16 marzo del ’78: tutti possono vedere come funzionano i meccanismi della informazione: i partiti padroni decidono, i direttori obbediscono. Ipocrisie, menzogne, esagerazioni, invenzioni sino a pochi giorni prima considerate inaccettabili vengono stampate senza la minima protesta. I dissenzienti si defilano, gli opinionisti si autocensurano. (Giorgio Bocca,op. cit., p. 223).

L’atteggiamento dei media sull’inchiesta 7 Aprile – tanto più unanimemente colpevolista e mitomaniaco quanto meno convincente appare l’impianto dell’accusa – è la logica conclusione di quello tenuto durante i giorni della “fermezza”. Calogero annuncia di aver scoperto i mandanti non solo del sequestro Moro, ma di tutte le azioni armate e sovversive del decennio, quindi inizia un grande rito purificatorio: le iniquità dello “stato democratico”, la sua natura di classe, le sue politiche repressive e criminogene, tutto viene ri-legittimato e giustificato da questa scoperta, e riversato per transfert sulle teste dell’Autonomia Operaia; poi, per mano di una casta di giudici-sacerdoti, gli autonomi finiscono in galera o in esilio, e con loro viene nascosto o allontanato il male.
I media omologati sulla linea della “solidarietà nazionale” toccano il nadir della libertà di stampa, e proprio come nella magistratura i più accaniti inquisitori sono quei magistrati “di sinistra” che avevano indagato sulle “trame nere”, così nella stampa i giornalisti più forcaioli e plus royalistes que le roi sono quelli di testate come “l’Unità”, “La Repubblica” e “Paese sera”:

…il compromesso storico, – questo ipocrita termidoro, questo momentaneo trionfo di un giacobinismo di destra con le sue urgenze di salute pubblica e di politica di emergenza come unica base di legittimità, con la necessità di costruire capri espiatori e di produrre autoesaltazione statualistica e patriottarda – il compromesso storico determinò una situazione di tale unanimismo irrazionale che anche gente solitamente garbata e critica cadde nel trabocchetto. La ristrutturazione della stampa si impose, oltre che attraverso modificazioni di capitale e ristrutturazioni tecnologiche, soprattutto assorbendo e riplasmando, in funzione di potere, tecniche ed esperienze alternative: tutto fagocitando e a tutto togliendo l’anima. (Toni Negri, postilla a: Crupi, op. cit., p.164).

Agli inquirenti si presenta un teste che afferma di aver visto Toni Negri mentre il 16/3/1978 si allontava da via Fani (!). Tale inverosimile deposizione viene subito coperta da “l’Unità” che titola, senza spiegare su cosa sia basata tale lapidaria sentenza: “Non è un mitomane il teste che accusa Negri”.
Un cronista del Tg2 ricorda che Moro, nella sua prima lettera dalla “prigione del popolo”, scrisse di trovarsi “sotto un dominio pieno ed incontrollato”, e ipotizza che fosse un riferimento in codice al libro di Negri Il dominio e il sabotaggio.
Verità indiscutibili: Negri è ubiquo, è il capo dei capi, è in combutta con tutti. E mi e ti e Toni…
I media stimolano e amplificano la voglia di protagonismo dei magistrati: interviste a nastro continuo, fughe di notizie, annunci sensazionali di nuovi filoni d’indagine… La dittatura della praesumptio culpae diviene show da mattatori. Come scrive l’avv. Gaetano Insolera:

[Il] rapporto con l’opinione pubblica era delegato fino a poco tempo fa all’esecutivo e ai rappresentanti dell’esecutivo. La velina era della Questura. La conferenza stampa era svolta dai funzionari della polizia. Oggi, invece, è gestita in prima persona dal magistrato. In relazione al quale il processo viene reiteratamente, insistentemente personalizzato. Così i processi significativi […] vengono costruiti su una figura di protagonista, che è il magistrato, sia esso pubblico ministero o giudice istruttore; il quale tiene attraverso una serie di canali rapporti con la stampa e si fa veicolo – e sostanzialmente quindi anche il processo lo diviene – di precise motivazioni e finalità politiche, dentro il processo. E’ in tal modo che un’indagine giudiziaria può divenire in questo contesto spettacolare, una pedina nella lotta politica. (Gaetano Insolera, Il processo penale tra spettacolarizzazione e protagonismo politico del giudice, in “Critica del diritto” n.21-22, aprile-settembre 1981, p.31).

La comunicazione giudiziaria, che era nata come strumento di garanzia per l’imputato, perde tale caratteristica e diventa funzione dello spettacolo, così come il mandato di cattura, le perquisizioni etc. Lo spettacolo, che prima era tipico della fase del dibattimento, adesso comincia con l’istruttoria, anzi la precede e la condiziona. L’istruttoria diventa il fulcro dello spettacolo.
Scontate ma innegabili le similitudini col maccartismo; come scrive Andrea Barbato:

Alcuni caratteri del nascente maccartismo: affermare con sicurezza e autorità, nel momento giusto, davanti a una platea ben predisposta, qualcosa di falso travestito da documento inconfutabile… E se, oltre che falso, è ingiusto e accusatorio, può avere lo stesso peso e lo stesso effetto di una verità. Il messaggio è atteso, e perciò è letto come autentico e legittimo. E la sua precisione, pur tutta inventata e artificiale, ne è una specie di prova interna […] [McCarthy] lanciava accuse così gravi (giunse a dire che Truman era nelle mani dei sovietici) che ogni risposta sembrava pallida, imbarazzata, reticente. La verità suona sempre su un’ottava più bassa della falsità. Per chi entrava in questa spirale verbale, non c’era più scampo. Anche perché “you can’t unscramble eggs”, non si può tornare alle uova intere quando la frittata è fatta […]…la “menzogna multipla”. E cioè una serie di bugie legate fra loro fino a formare una catena di apparente coerenza, anche se appesa nel vuoto. Se parto dalla calunnia verso un funzionario definito traditore, i passaggi successivi sono facili e logici: l’ufficio di quel funzionario sarà infestato da agenti nemici, i documenti che ne escono sono antipatriottici, chi li fa uscire è una spia, chi non stana le spie è un agente nemico. (Andrea Barbato, Come si manipola l’informazione. Il maccartismo e il ruolo dei media, Editori Riuniti, Roma 1996, p.5 passim)

Tutto ciò suonerà incredibilmente familiare a chi abbia ancora nelle orecchie la propaganda su Mani Pulite e sulla “uscita da Tangentopoli”. Tra i due eventi c’è lo spartiacque del “nuovo” codice di procedura penale, ma l’acqua è la stessa, fetida e melmosa.

 

***

Dopo il primo verbale fu tutto un viavai di magistrati intorno a me, come in un formicaio: venivano da tutta Italia, con le loro cartellette e la loro aria seria e ansiosa per raccogliere informazioni utili a combattere il terrorismo nelle rispettive città. E spesso andavano via felici, perché raschia e raschia, fra le loro e le mie notizie, qualcosa veniva fuori per tutti.
Patrizio Peci, p.202

Oltre all’art.4 della legge Cossiga, arriva la “legge sui pentiti” (legge n.304 del 29/5/1982). E’ ufficializzata la pentitocrazia, ma già da due anni la storia delle lotte sociali post-Autunno Caldo viene riscritta da infami e delatori. Una storia sintomatica, da Demoni dostoevskiani, è quella di Marco Barbone, fondatore della sedicente Brigata XXVIII Marzo, assassino del giornalista Walter Tobagi. Viene arrestato a Milano nel settembre 1980; gli viene contestato solo un paio di rapine, ma decide di vuotare il sacco su tutto e su tutti, se necessario inventandosi il contenuto lì per lì.

Ricordiamo che Marco Barbone uscì dalla redazione di Rosso perché intenzionato a scegliere la clandestinità e a praticare la lotta armata a livelli sempre più alti. Una scelta non condivisa da Toni Negri e altri redattori. Ai giudici, invece, il “nostro” racconta che furono le letture, le indicazioni e i consigli di Negri e di altri cattivi maestri a mettergli le armi in mano. Una rimozione perfettamente in linea con la struttura mentale di un ragazzotto che decide, e, in quattro e quattr’otto, ammazza un giornalista solo perché questi parlava male della lotta armata e ne ferisce un altro alle gambe per la stessa ragione. Poi cambia registro, si arruola nell’esercito opposto, riscrive un po’ di anni di storia, snocciola nomi su nomi che solerti funzionari di partito in toga inseriscono negli spazi bianchi di mandati di cattura già pronti (F.C., Superprocesso spettacolo a Milano?, in “CONTROinformazione” n.21, Milano, dicembre 1981).

Le conseguenze dell’infamia dei vari Barbone sullo svolgimento dei processi e sulla vita nelle carceri sono devastanti. Chi non si “pente” non ha diritto alla difesa, anzi: se il suo avvocato non cerca di convincerlo diventa anch’egli un fiancheggiatore, per traslazione un terrorista tout court, e va in galera col suo assistito.
Le intimidazioni e gli attacchi agli avvocati difensori sono iniziati diversi anni prima, con le inchieste-pilota avviate dopo il ritrovamento del covo Br di Robbiano, nel 1975. Ma si trattava di episodi che riguardavano solo indirettamente la loro attività professionale. Al contrario, il “caso Senese” rivela nuovi tratti del progetto repressivo, e annuncia la fine dell’immunità del difensore.
L’avvocato Saverio Senese viene arrestato e incarcerato a Napoli il 2/5/1977, con l’accusa di partecipazione a banda armata. Senese è difensore di alcuni imputati di appartenenza ai Nuclei Armati Proletari. Non ha mai mostrato di condividere le posizioni politiche dei suoi assistiti, che infatti hanno espresso diffidenza nei suoi confronti e gli revocheranno il mandato prima del processo. Che basi ha l’accusa? In un covo dei Nap scoperto a Roma, gli inquirenti hanno trovato alcuni appunti sulla necessità di mantenere il collegamento tra i nappisti detenuti e quelli a piede libero. Secondo l’accusa, chi meglio di Senese potrebbe svolgere questo ruolo? Tale conclusione non è supportata da alcun indizio; anzi, un documento dei Nap esprime la più profonda sfiducia nei confronti di Senese. Ma è il precedente che il nuovo Sant’Uffizio aspettava da tempo: d’ora in avanti l’attività del difensore potrà essere interpretata come oggettiva complicità con gli imputati.
Nel maggio ’79 si svolge il processo di primo grado; Senese è ad un tempo imputato e difensore (dell’unica nappista che ha accettato la difesa). Lo stesso Pm ne chiede l’assoluzione per insufficienza di prove, ma la Corte d’Assise lo condanna a quattro anni di reclusione.
Il 12/5/1977 si muove la procura di Milano: vanno in galera Sergio Spazzali, uno degli avvocati già perseguiti nel ’75, e il suo collega Giovanni Cappelli. Giovanni Picariello, ex-assistito di Spazzali, sostiene d’essere stato da lui istigato a non rientrare in carcere dopo un permesso. Ovviamente non ci sono riscontri oggettivi, ma il punto è un altro: nel mandato di cattura c’è scritto che Spazzali fa parte del Soccorso Rosso Milanese, che opera (corsivo nostro:)

fornendo a pregiudicati ed evasi il pieno appoggio, attivandosi a fornir loro rifugio e assistenza, fornendo ad essi incondizionato e pubblico consenso e plauso ed assidua assistenza legale, al fine d’intralciare l’opera della giustizia e di difendere non già la loro innocenza, ma sostenere il loro operato.

In realtà Spazzali fa parte del Soccorso Rosso Militante di Franca Rame, organizzazione perfettamente lecita che cerca di tutelare il diritto di difesa e monitorare le condizioni di carcerazione dei compagni e non solo.
Anche Cappelli è tirato in ballo da Picariello: avrebbe passato informazioni riservate a un suo cliente, Giovanni Pancino, accusato di associazione sovversiva. Per la solita miracolosa traslazione, anche Cappelli viene accusato dello stesso reato, cioè di far parte di “un’organizzazione denominata Autonomia Operaia”. Tutto ciò è talmente inconsistente che i due avvocati vengono scarcerati entro l’agosto successivo, senza alcun rinvio a giudizio. Ma il rinvio c’è per Spazzali, ora accusato, con tipica “torsione” inquisitoria, di essere addirittura il fondatore del Soccorso Rosso Milanese.
Nell’aprile 1980 Spazzali viene di nuovo tirato in ballo da un ex-cliente, nientepopodimeno che Patrizio Peci: Peci avrebbe appreso da Riccardo Dura (nel frattempo ucciso in via Fracchia), il quale lo avrebbe a sua volta appreso da Lauro Azzolini, che una volta Spazzali avrebbe consegnato un suo messaggio dal carcere alle Br. Quale messaggio? “Cambiate le chiavi delle sedi perché ne è stata scoperta una”. Come se gente che sta in clandestinità da anni non ci arrivasse da sola! Oltre a essere una informazione di terza mano, è anche scarsamente verosimile. Azzolini si dichiara prigioniero politico, quindi non risponde agli interrogatori, nemmeno per smentire le chiamate di correo di Peci.
Il 19 aprile Spazzali torna in galera. Trascorre 14 mesi nelle carceri speciali, finché la Corte d’Assise di Torino non lo assolve per non aver commesso il fatto (17/6/1981). La procura chiede l’appello, e il 20/3/1982 Spazzali viene condannato a quattro anni.

Ma, questo prego di notarlo…, neppure la Corte di Assise d’Appello… ha potuto dire che Sergio fosse partecipe, un membro delle Brigate Rosse, anzi, ha detto espressamente: “Non abbiamo nessuna prova che Sergio Spazzali faccia parte dell’organizzazione Brigate Rosse”. Allora hanno inventato una formula assolutamente stravagante, insensata sul piano giuridico…, per cui la condanna è stata inflitta per “concorso in partecipazione” alle Brigate Rosse…, che vorrebbe dire che Sergio avrebbe aiutato qualcun altro a svolgere la sua attività di brigatista rosso. (Gilberto Vitale, in: Sergio Spazzali, Chi vivrà vedrà. Scritti 1975-1992, Calusca-City Lights, Milano 1996, p. 21)

Nel 1991, meglio tardi che mai, Azzolini rilascerà una dichiarazione scritta all’Avv. Gilberto Vitale, difensore di Spazzali, in cui scagiona quest’ultimo, ma la Corte d’Appello di Torino si rifiuterà di riaprire il processo.
Nel frattempo tutto s’ingarbuglia: il 2/5/1980 viene arrestato l’avv. Gabriele Fuga. Al solito, a coinvolgerlo è stato un suo ex-difeso, Enrico Paghera (ribattezzato “Pagherà” dal movimento milanese). Paghera accusa Fuga di far parte della banda armata Azione Rivoluzionaria. Sembra non contare il fatto che Paghera abbia già denunciato persone poi scagionate in toto: Fuga deve scontare 15 mesi di carcere preventivo prima che l’accusa crolli in dibattimento. Il 20 maggio tocca ad un altro “avvocato compagno”, Rocco Ventre. I lettori avranno già indovinato: è stato un suo ex difeso a fare il suo nome, tale Marino Pallotto. Ventre avrebbe passato a Pallotto informazioni riservate (un provvedimento d’intercettazione telefonica a suo carico), quindi viene imputato di favoreggiamento personale. Che senso ha accusare un difensore di aver favorito un suo difeso?
Nei mesi successivi continuano le intimidazioni: vengono perquisiti studi legali, partono nuove comunicazioni giudiziarie e un mandato di cattura contro il difensore di Fuga, l’avv. Luigi Zezza, accusato di “partecipazione a banda armata con funzioni organizzative” (16/1/1981). Zezza è sospettato di svolgere un ruolo analogo a quello contestato a Senese quattro anni prima. Un altro mandato di cattura, e per lo stesso motivo, raggiunge Giovanni Cappelli. Il nome di entrambi è stato fatto da Marco Barbone. Il particolare divertente è che, da pochi mesi, Cappelli ha smesso di esercitare e si è unito agli Arancioni di Osho.
Il 27/5/1983 Sergio Spazzali viene condannato anche per la vicenda del Soccorso Rosso. La sentenza della III Corte d’Assise di Milano fa tesoro delle “preziose” acquisizioni giuridiche del 7 Aprile:

La prova non c’era, però la si è trovata lo stesso e con questo ragionamento: [Spazzali] non poteva non essere organizzatore del Soccorso Rosso Milanese illegale, data la sua preparazione teorica determinante, non poteva non avere “compiti di organizzazione”, perché questi “erano confacenti al suo livello ideologico culturale e all’intensità dell’impegno universalmente noto”. In altre parole, siccome era uno molto colto e molto impegnato, non si poteva pensare che fosse un semplice partecipante a questa associazione sovversiva: per forza doveva essere stato un organizzatore. E questo è bastato per far scattare l’altro comma dell’art.270, quello dell’organizzazione, e quindi per fargli infliggere tre anni e sei mesi di carcere. Io devo dire che questa sentenza…, anche se la pena non è delle più gravi, è, secondo me, uno dei documenti giudiziari più vergognosi che io conosca. (Ibidem, p. 23)

L’incriminazione e l’arresto degli avvocati non sono una reazione all’incrudelirsi della lotta armata, bensì l’ultimo stadio di una tendenza già implicita nel sistema inquisitorio e accentuatasi con le leggi speciali: la negazione del diritto di difesa (al solito, in spregio della Costituzione, che all’art.24, comma II, dice: “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”).

Un diverso uso dello strumento giudiziario praticato dalla difesa tramite i “compagni avvocati” produsse un sovvertimento rivoluzionario delle regole del gioco che fu rimediato man mano con l’emarginazione sostanziale e formale del gioco stesso. La forza della difesa non era mai stata il dibattimento, nel quale si discute delle prove che un altro giudice ha raccolto. La forma inquisitoria infatti anticipa all’istruttoria il rapporto accusa-difesa ed in termini del tutto svantaggiosi ed emarginati per quest’ultima. Il solo punto fermo che poteva valere era l’assistenza all’interrogatorio, che progressivamente è stata tolta del tutto sia di diritto che di fatto. Ben si sa di gente chiusa nelle Caserme dei Cc per oltre 40 giorni. (Avv. Luigi Zezza, Stato di diritto, forma-stato, processo politico, in: “Controinformazione” n.19, p. 27).

Col “decreto Moro” è stato introdotto l’art. 225bis cpp, che “nei casi d’assoluta urgenza e al solo scopo di perseguire le indagini in ordine ai reati di cui all’art. 165ter” (cioè connessi ad attività mafiose e terroristiche) consente l’interrogatorio di polizia (nascosto dietro la dicitura “assunzione di sommarie informazioni”) in assenza del difensore. Le informazioni così raccolte non hanno alcun valore giuridico, e il difensore non avrà modo di sapere cos’abbia detto il suo assistito né che conseguenze si siano prodotte. La “legge Cossiga” ha esteso tale procedura a chi è semplicemente “sospettato” di tali reati. Anche l’allungamento della carcerazione preventiva si configura come pena anticipata, pena in assenza di giudizio, che sminuisce l’importanza del dibattimento e quindi della difesa.

Il rito processuale non è… un momento di socializzazione della conoscenza e di formazione di un giudizio collettivo. È invece un momento di spettacolarizzazione di una “vendetta”, che per essere legittima, deve essere attuata nei confronti di mostri o di pazzi criminali.
Il giudizio è già dato “altrove”: gli imputati sono già definiti e catalogati; la loro pericolosità e la loro estraneità al corpo sociale – costantemente ribadita dai mass-media – si materializza nelle gabbie in cui sono rinchiusi, e che trasformano l’aula giudiziaria del processo in un prolungamento del carcere.
Così, se il giudizio è già dato altrove, non ha senso la presenza del pubblico: il mito “liberale” della pubblicità dell’udienza svanisce, colpito dalla pratica delle schedature, dalla pratica delle oltraggiose perquisizioni corporali cui è sottoposto chi vuole presenziare all’udienza.
E, allora, neppure ha più senso la presenza attiva del difensore, che è infatti privato della possibilità di mantenere un valido contatto con il proprio difeso: la corrispondenza è sottoposta a censura, il colloquio in carcere avviene con il vetro divisorio (e quindi con possibile controllo uditivo), in aula l’avvocato è tenuto a metri di distanza dalle gabbie da transenne e, fra difensore e difeso, stazionano i carabinieri. Se poi l’imputato vuole consegnare all’avvocato i propri appunti difensivi, questi vengono prima diligentemente fotocopiati dai carabinieri. (Avv. Pelazza, Frammenti…, p.XXXVI)

L’emergenza ha introdotto un linguaggio mediatico-giudiziale nel quale trionfa il “modello cattolico”. Se un delatore viene universalmente definito “pentito”, ciò non lascia il tempo che trova. La parola “pentimento” rimanda all’idea di peccato e comunque a una sfera spirituale, all’interiorità, al tempo assolutamente soggettivo dei ripensamenti e dei rimorsi. L’enunciato anticipa la molecolarità delle emergenze a venire, ma pochi sembrano intuirlo, perché lo scontro è ancora in gran parte molare, politico in senso stretto, macro-ideologico.

Chi difende la legge sui pentiti invocando lo stato di necessità dice: le preoccupazioni dei garantisti sono ipocrite, questi metodi di persuasione sono in uso presso tutte le polizie. Un modo di ragionare rozzo che ignora la sostanza di uno stato di diritto. Lo stato di diritto non è la morale assoluta, l’osservanza rigorosa delle leggi in ogni circostanza, ma è la distinzione e il controllo reciproco delle funzioni. […] se si accetta con la legge sui pentiti e simili che giudice e poliziotto siano la stessa cosa, quale controllo sarà possibile? Ma, si dice, la legge sui pentiti è stata efficace, ha ottenuto centinaia di arresti e la fine del terrorismo. Questo è scambiare gli effetti per la causa: non sono i pentiti che hanno sconfitto il terrorismo, ma è la sconfitta del terrorismo che ha creato i pentiti. Comunque, anche a concedere che la legge sia stata efficace, ci si dovrebbe chiedere se essa ha giovato o meno a quel bene supremo di una società democratica che è il sistema delle garanzie. La risposta è che i danni sono stati superiori ai vantaggi, anche se un’opinione pubblica indifferente al tema delle garanzie, fino al giorno in cui non è direttamente, personalmente colpita, finge di non accorgersene. Sta di fatto che una notevole parte della magistratura inquirente si è lasciata sedurre dai risultati facili e clamorosi del pentitismo, ha preso per oro colato le dichiarazioni dei pentiti sino a capovolgere il fondamento del diritto, le prove sono state sostituite con i sentito dire. Grandi processi sono stati imbastiti sulle dichiarazioni dei pentiti, centinaia di arresti fatti prima di raccogliere le prove. (Giorgio Bocca, p.285)

Tra breve si verificherà lo slittamento del pentitismo dalla lotta contro l’eversione a quella contro il crimine organizzato, con risultati devastanti.

 

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Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 6. Dal “Teorema Calogero” al “delitto di difesa” was last modified: Febbraio 4th, 2015 by glianni70.it

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