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Federfarma sulla cannabis: Prezzo da rivedere e i pazienti devono sapere quali farmacie la preparano

Federfarma sulla cannabis: Prezzo da rivedere e i pazienti devono sapere quali farmacie la preparano

Il decreto che fissa il prezzo di vendita delle infiorescenze di cannabis in farmacia, qualunque sia la loro provenienza, a 9 euro al grammo, non è ancora attivo ma sta già facendo parecchio discutere. Parlandone con il dottor Marco Ternelli, farmacista esperto in materia, era stato da subito evidente che le farmacie avrebbero lavorato in perdita, dovendo vendere la cannabis ad un prezzo inferiore a quanto la pagavano loro, senza nemmeno considerare l’onorario professionale della preparazione. Ieri intanto è arrivata la prima dichiarazione di una farmacia, quella che in Sicilia dispensa più cannabis terapeutica, che aveva annunciato che, stando così le cose, avrebbero smesso a breve di dispensare cannabis.Per i pazienti ci sono però molte possibilità che le cose cambino prima che il decreto legge firmato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin diventi effettivo il prossimo 19 giugno, limitando i danni che comporterebbe. Secondo la Sifap (Società italiana dei Farmacisti Preparatori) con il decreto: “Viene ulteriormente disincentivato l’allestimento in farmacia dei medicinali, che in casi come i trattamenti palliativi rappresenta l’unica possibilità terapeutica”. Per Federfarma (l’associazione dei titolari di farmacia), “il prezzo è palesemente incongruo. Per avere qualche elemento in più sono state fatte alcune verifiche informali con i distributori intermedi e la risposta è stata unanime: con quel prezzo i conti non tornano”. Non a caso, ricorda ancora la Sifap, “quando il Ministero contattò la Fofi (Federazione Ordini Farmacisti Italiani) per acquisire sul decreto il parere di legge, la Federazione degli ordini si espresse in modo difforme rispetto alla quotazione proposta”.

Intanto, mentre la parlamentare del PD Paola Boldrini ha presentato un’interrogazione alla Camera, Federmarma, Sifap, Fofi ed Utifar (Unione Tecnica Italiana Farmacisti), si incontreranno per “concertare una posizione comune che verrà poi recapitata al Ministero”. Noi nel frattempo abbiamo intervistato Marco Cossolo, il nuovo presidente di Federfarma dopo il recente cambio ai vertici.

Come valuta la multa di oltre 8mila euro inflitta a diverse farmacie per “pubblicità indiretta” sulla cannabis?  Contro  la sanzione che è stata comminata le farmacie hanno annunciato ricorso. Come finirà questa faccenda?

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Marco Cossolo, presidente di Federfarma

Vedremo se il ricorso sarà accolto o no e con quali motivazioni. Di fatto il problema è che bisogna trovare un modo per garantire ai pazienti il diritto di sapere con facilità dove troveranno il farmaco che è stato loro prescritto. D’altronde, la pubblicità è vietata per tutti i farmaci con obbligo di ricetta e, peraltro, non avrebbe senso visto che tra il prodotto e l’utente c’è la mediazione obbligatoria della prescrizione medica. E’ vero che la legge vieta la pubblicità, ma è altrettanto vero che è necessario trovare il modo di far sapere al malato quali sono le farmacie a lui più vicine che allestiscono queste preparazioni e nelle quali può spedire la ricetta.

Secondo diversi farmacisti che abbiamo intervistato, il solo pronunciare la parola cannabis, in quanto farmacisti, equivarrebbe a violare i dettami dell’art. 84 del DPR 309/90… Sembra una legge un po’ troppo rigida che non va  pienamente incontro alle esigenze dei malati.   Come possono fare i farmacisti a parlare di cannabis dal punto di vista informativo senza incorrere in un’altra multa?
Ripeto, la questione e le contestazioni hanno sollevato più di un dubbio e perplessità che, spero, possano essere presto dissipati, magari anche in occasione dei preannunciati ricorsi. Comunque, a mio avviso, sicuramente diverso è il caso di una informazione più generale sull’esistenza di una legge che consente ai medici di prescrivere cannabis nel caso di determinate patologie. E’ chiaro che l’argomento può essere trattato nell’ambito di un dialogo diretto, con il paziente o i suoi familiari  in farmacia. Può rientrare tra le molte informazioni sui farmaci che la farmacia fornisce quotidianamente personalizzandole al paziente.

Le farmacie sono state multate solo per la presenza su alcuni siti (come cercagalenico o letsweed) che riportavano le farmacie che avevano disponibilità di cannabis per le prescrizioni. Perché le numerose farmacie che sono presenti da tempo su decine di motori di ricerca (come cercafarmaco) e che segnalano ad esempio la disponibilità di morfina, che è ugualmente una sostanza stupefacente, o altri oppiacei, non sono mai state multate?Probabilmente è solo un caso e nel tempo le autorità si occuperanno anche della morfina. Peraltro, pur essendo entrambi farmaci molto delicati, sono visti in modo molto diverso nell’immaginario collettivo. E sarebbe pericoloso se passasse il messaggio che la cannabis è un farmaco senza effetti collaterali.

Il 3 giugno 2017 è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale un decreto che fissa il prezzo per la vendita di cannabis in farmacia a 9 euro al grammo, indipendentemente dalla provenienza. Ad oggi il farmacista per le varietà importate dall’Olanda sarebbe in perdita anche senza calcolare il tariffario per la preparazione (il prezzo medio di acquisto cannabis Olandese è di 12,08€, 9,90 + iva 22%) con quella italiana quasi (6,80 euro + iva + spese di spedizione). L’opinione di molti farmacisti è che sia una mossa studiata a tavolino per affossare la cannabis terapeutica: Federfarma cosa risponde?
Credo che la norma debba essere rivista perché  questo prezzo mette obiettivamente in difficoltà le farmacie che pagano la cannabis  proveniente da Paesi Bassi a prezzi superiori. Anche la Federazione degli Ordini ha sottolineato al Ministero  che il prezzo indicato  differisce  da quello praticato effettivamente alle farmacie dalle principali aziende distributrici.

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In una citazione di Engels fatta recentemente a proposito della valutazione marxista della rivoluzione russa riportammo la frase: “il tempo dei popoli eletti è finito”. È poco probabile che giungano da molte parti a spezzar lance per la opposta tesi, dopo la scalogna che ha portato al nazismo tedesco; ed anche dopo la sorte toccata agli ebrei che scontano malaccio la incredibile incocciatura razzista plurimillenaria: stritolati prima dalla mania ariana di Hitler, poi dall’affarismo imperiale britannico, oggi dall’inesorabile apparato sovietico – domani, molto probabilmente, dalla cosmopolita, tollerante a chiacchiere, politica statunitense, che si fece buoni denti sulla carne nera.

Molto più difficile sarà stabilire che è passato il tempo degli individui eletti, degli “uomini del destino” – come Shaw chiamò Napoleone, ma soprattutto per sfotterlo coll’esibirlo in tenuta da notte – in una parola dei grandi uomini, dei condottieri e capi storici, delle supreme Guide dell’umanità.

Da tutte le bande infatti, e al suono di tutti i credi, cattolici o massonici, fascisti o democratici, liberali o socialistoidi, sembra che – in misura assai più estesa che per il passato – non si possa fare a meno di esaltarsi e di prostrarsi in ammirazione strofinatrice dinanzi al nome di qualche personaggio, ad esso attribuendo ad ogni piè sospinto il merito intiero del successo della “causa”, di cui trattasi.

Tutti concordano nell’attribuire influenze determinanti, sugli eventi che passarono e che si attendono, all’opera, e per essa alle personali qualità dei capi che alla sommità si assisero: disputano fino alla noia se si debba farlo per scelta elettiva o democratica, o per imposizione di partito e addirittura per individuale colpo di mano del soggetto, ma concordano nel fare tutto pendere dall’esito di questa contesa, sia nel campo amico che in quello nemico.

Ora se questo generale criterio fosse vero, e noi non avessimo la forza di negarlo e minarlo, dovremmo confessare che la dottrina marxista è caduta nella peggiore bancarotta. Ed invece, al solito, fortifichiamo due posizioni: il marxismo classico aveva già messo senza riserve i grandi uomini in pensione; il bilancio dell’opera dei grandi uomini di recente messi in circolazione o tolti di mezzo conferma la teoria che sono cavatori di ragni dal buco.

 

IERI

 

Domande e risposte

Sono al riguardo interessanti le risposte di Federico Engels ai quesiti che gli furono posti su tale tema. Nella lettera del 25 gennaio 1894 parla dei grandi uomini il secondo comma della seconda domanda: ma sono ben poste entrambe.

Eccole:

1. Fino a qual punto le condizioni economiche influiscano causalmente (attenzione a non leggere casualmente).

2. Quale sia la parte rappresentata dal momento (se avessimo il testo credo potremmo meglio tradurre dal fattore) a) della razza; b) della individualità, nella concezione materialistica della storia di Marx e di Engels.

Ma interessa ugualmente la domanda cui rispondeva la precedente lettera del 21 settembre 1890: Come sia stato inteso da Marx ed Engels stesso il principio fondamentale del materialismo storico; se cioè, secondo loro, la produzione e riproduzione della vita reale siano esse sole il momento determinante, o soltanto la base fondamentale di tutte le altre condizioni.

La connessione tra i due punti: funzione della grande individualità nella storia e esatto legame tra condizioni economiche ed umana attività, è da Engels chiaramente spiegata nelle risposte, che egli modestamente afferma buttate giù in privato e non redatte con “quella esattezza” cui egli tendeva nello scrivere per il pubblico. Ed infatti egli si richiama alle trattazioni generali della concezione marxista storica che ha date nell’Antidühring (Parte I cap. 9 a 11, parte II cap. 2 a 4, parte III cap. 1) e soprattutto nel cristallino saggio su Feuerbach, del 1888. E quanto ad un esempio luminoso della specifica applicazione del metodo, rimanda al 18 Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, che descrive a tempera bruciante colui che può essere preso come prototipo del “battilocchio” – termine che presto andiamo a spiegare.

 

Continuità di vita

A costo di una digressione, che è anche un anticipo di un Filo la cui chiglia maestra sta da qualche tempo sugli scali del cantiere, vogliamo dare un bel bravo all’ignoto studente che avanzò la domanda della prima lettera. Al solito quelli che non hanno capito niente sono quelli che si atteggiano ad aver acquisito e digerito, colla pretesa di essere in grado di eruttarlo fuori, e salivar sentenze. I più semplici e seriamente impostati, invece, sono sempre convinti di dover meglio intendere, quando già hanno tocchi da maestri. Il giovane e per fortuna non onorevole interrogante adopera infatti al posto della normale espressione “condizioni economiche” quella esatta e bene equivalente alla prima: “produzione e riproduzione della vita fisica”. Come allievi della successiva classe, cambiamo reale in fisica. L’aggettivo reale non ha lo stesso peso nelle lingue germaniche e latine.

Altra volta accennammo a passi dei maestri in cui si affiancano produzione e riproduzione, citando Engels dove definisce la riproduzione, ossia la sfera sessuale e generativa della vita, come la “produzione dei produttori”.

Sarebbe inutile tracciare una scienza economica, perfino metafisica ossia con leggi immutabili, e tanto più se dialettica ossia volta a tracciare la teoria di una successione di fasi e di cicli, se esaminassimo un gruppo, una società di produttori, dediti sì ad atti lavorativi ed economici tendenti a soddisfare i loro bisogni conservando la loro esistenza e la loro forza produttiva fino al limite di tempo fisiologico, ma che fossero stati (poniamo da un capo razzista!) operati in modo da non potersi riprodurre, ed avere successori biologici.

Una tale condizione muterebbe, e lo ammetterà il seguace di qualunque scuola economica, fin dalla radice tutti i rapporti di produzione e distribuzione di questa stessa alquanto ipotetica comunità.

Ciò vale a rammentare che altrettanta importanza della produzione, che allestisce alimenti (ed altro) atti a conservare la vita fisica del lavoratore, ha, nello stabilire la trama delle relazioni economiche, la riproduzione biologica che prepara – con impegno rilevante di consumi e di sforzi produttivi – i sostituti futuri del lavoratore stesso.

Come vedremo a suo tempo con Engels e Marx contro Feuerbach, l’uomo non è tutto amore né tutto lotta. Comunque la integrale visione del doppio piedistallo economico della società vale a questo: il materialismo è ormai vittorioso finché tratta il campo della produzione: nessuno ivi contesta che vi predomini il criterio della somma materiale di risultati; e su ciò è facile fondare la teoria dell’attività di lotta passando dalle contese molecolari del preteso homo oeconomicus, che ha al posto del cuore non il ventricolo ma un ufficio di ragioniere, alla contesa delle classi, in cui si riassume, con l’economia, tutto il resto delle forme umane di attività. Ma è nel campo della genetica e della sessualità, in cui sembra ai pivelli più arduo realizzare la messa in fuga dei motivi trascendenti e mistici, e tradurre l’attrazione tra il maschio e la femmina – proprio nell’elevarla al di sopra delle sudicerie della moderna civiltà – in termini di causalità economica, che bisogna fondare i più robusti piloni della dottrina rivoluzionaria del socialismo.

Perché l’individuo, piccolo o grande a tenore del banale senso comune, tenda a profittare economicamente e concepisca eroticamente, è problema posto in modo miserabile e vuoto. Noi trasponiamo la dinamica del processo al corso della specie, ed affianchiamo lo sforzo per mantenerne vivi e validi gli elementi attivi, col procedere della sua moltiplicazione e continuazione, cicli entrambi assai più grandi di quelli in cui si avvolge l’idiota timore della morte, e la sciocca credenza nell’eternità del soggetto individuo. Son questi prodotti e connotati decisivi delle società infestate da classi dominanti e sfruttatrici, parassite nel lavoro e nell’amore.

La maledizione del sudore e del dolore, ideologia che definisce le società a dominio di classe, ossia fondate su monopoli dell’ozio e del piacere, sarà travolta via dal socialismo.

 

Natura e pensiero

La riduzione del problema qui direttamente messo in mira, ossia del problema delle personalità storiche, a quello generale della concezione materialista, appare immediata. Ammettete per un solo momento che il seguirsi, lo sviluppo, il futuro di una società o addirittura della umanità dipendano in modo decisivo dalla presenza, dalla apparizione, dal comportamento, di un uomo solo. Non vi sarà più possibile ritenere e sostenere che l’origine prima di tutta la vicenda sociale sia nei caratteri di date condizioni e situazioni economiche analoghe per grandi masse degli “altri” individui, quelli normali, quelli “piccoli”.

Se infatti quel lungo e difficile cammino, che mai assumemmo ridurre ad una semplice automaticità, dal parallelismo delle posizioni nel lavoro e nel consumo, alla finale grande vicenda delle rivoluzioni sociali, del passaggio di potere da classe a classe, della rottura delle forme che determinavano quel parallelismo di rapporti produttivi, dovesse passare per la testa (critica, coscienza, volontà, azione) di un uomo solo, e ciò nel senso che costui sia un elemento necessario, ossia tale che in sua mancanza nulla si attui di tutto quel moto, allora non potrà negarsi che ad un certo momento tutta la storia stia “nel pensiero” e dipenda da un atto di questo. Qui vi è contraddizione insuperabile, poiché ciò concedendo, sarà forza soggiacere alla visione opposta alla nostra, che dice che nella storia non vi è causalità, non vi sono leggi, ma tutto è “accidentalità” imprevedibile, tutto casualità, che può studiarsi sì dopo, ma mai prima dell’accadimento. Si sarà fatto così, né più né meno, di cappello alla forca.

Come negare che sia una accidentalità la nascita di quel colosso, come evitare di ridurre tutto il campo della riproduzione ad un passo falso… di quello spermatozoo?

Abbiamo duramente lottato contro la concezione più razionale e moderna di quella “granduomistica”, propria della borghesia illuminista, che voleva far passare preventivamente il fatto storico non per uno, ma per tutti i cervelli; anteponendo alla lotta rivoluzionaria la generale educazione e coscienza. Ma di questa concezione, incompleta e semilaterale, è ancor più insufficiente quella che tutto concentra nella scatola cranica singola, al che non si vede come altrimenti si provvederebbe se non con l’amplesso, tante volte rammentato nella tradizione, tra un essere divino e uno umano.

Abbiamo fatto a pezzi la teoria, ancora più sciocca di quella della coscienza popolare universale, che si basa sulla metà più uno dei cervelli per pilotare la storia, perché marxisticamente faceva pena e pietà; lasceremo vivere la teoria del cervello unico? Perché non allora quella del riproduttore unico, dello stallone umano, evidentemente meno balorda?

Ritorniamo infatti al quesito: Precedette la natura, o il pensiero? La storia della specie umana è un aspetto della natura reale, o una “partenogenesi” del pensiero?

Il breve scritto di Engels su Feuerbach, e meglio contro una apologia dello Starke (che egli al solito chiama: solo uno schizzo generale, al più alcune illustrazioni della concezione materialistica della storia) compendia una sintesi della storia della filosofia da un lato, e della storia delle lotte di classe dall’altro, magnifica per brevità e per vastità.

 

Fuori le carte!

Ce ne sarebbe abbastanza per un’esposizione-ruscello (ormai le sedute fiume si computano a giorni) di un paio di mezze giornate, con un adatto commento. Limitiamoci a rilevarne i soli connotati per provare l’ identità.

Storicamente, rammenta l’autore, dall’idealista Hegel, la cui filosofia aveva potuto essere presa a base dalla destra conservatrice e reazionaria tedesca, derivò il materialista Feuerbach, e sotto l’influenza del materialismo e della Rivoluzione Francese, possenti antesignani. Da Feuerbach in certo senso derivarono le ulteriori e ben diverse concezioni di Marx e di Engels, dopo un’onda di ammirazione intorno al 1840 e all’uscita dell’ Essenza del Cristianesimo, e dopo una critica non meno radicale di quella che Feuerbach aveva applicata ad Hegel, compendiata nelle famose tesi di Marx del 1845, per oltre quarant’anni rimaste ignote, che concludono con la undicesima: i filosofi non han fatto che interpretare variamente il mondo; si tratta ora di mutarlo.

Hegel aveva portato in primo piano l’umana attività, ma alla premessa non aveva potuto dare sviluppo rivoluzionario nel campo storico, per l’assolutezza del suo idealismo. La società futura col suo disegno e modello sarebbe già stata contenuta ab aeterno nella assoluta idea: fatta dalla mente di un filosofo questa scoperta e questo sviluppo, con norme proprie del puro pensiero, trasmessi tali risultati nel sistema del diritto e nell’organismo dello Stato, l’integrale realizzazione dell’Idea era compiuta. In che questo è da noi inaccettabile? In due posizioni, che sono le due facce dialettiche della stessa. Rifiutiamo la possibilità di un punto di arrivo, di un approdo definitivo e insorpassabile. Rifiutiamo la possibilità che fossero già date le proprietà e le leggi del pensiero, prima che il ciclo della natura e della specie si aprisse.

Ma citiamo dunque! “Al pari della conoscenza, non può la storia trovare una conclusione finale in uno Stato perfetto del genere umano: una società perfetta, uno Stato perfetto sono cose che possono sussistere solo nella fantasia; al contrario tutti gli Stati storici che si susseguono sono solo fasi transitorie nell’infinito cammino della società umana”.

Hegel ha superato tutti i filosofi precedenti nel porre innanzi la dinamica dei contrasti di cui si compone il lungo cammino fino ad oggi. Purtroppo, come tutti gli altri filosofi, e come tutti i possibili filosofi, questo vivente ribollir di contrasti incapsulò e raggelò nel suo “sistema”. “Eliminati che siano tutti i contrasti, una volta per tutte, siamo giunti alla cosiddetta verità assoluta; la storia universale è alla fine, e tuttavia essa deve procedere, benché non le rimanga più altro da fare; un nuovo insuperabile contrasto”.

In questo passo Engels fa cadere l’obiezione vecchia, e risollevata da Croce poco prima della morte (vedi la confutazione in Prometeo n. 4 della II Serie) che proprio il materialismo marxista faccia finire la storia, per aver detto che quella tra proletariato e borghesia sarà l’ultima delle lotte di classe. Nel suo antropomorfismo insuperabile, ogni idealista scambia la fine della lotta tra classi economiche con la fine di ogni contrasto e di ogni sviluppo nel mondo, nella natura e nella storia, né può vedere, chiuso nei limiti che per lui sono luce e per noi tenebra, di una scatola cranica, che il comunismo sarà a sua volta un’intensa e imprevedibile lotta della specie per la vita, che ancora nessuno ha raggiunta, dato che vita non merita essere chiamata la sterile e patologica solitudine dell’Io, come il tesoro dell’avaro non è ricchezza, nemmen personale.

 

Lo spirito e l’essere

Giunge Feuerbach ed elimina la antitesi. La natura non è più la estrinsecazione dell’Idea (lettore: tieni stretto il Filo, che non è spezzato, andiamo verso la tesi che la storia non è l’estrinsecazione del Battilocchio!), non è vero che il pensiero è l’originario e la natura il derivato. Il materialismo viene, tra l’entusiasmo dei giovani, e anche del giovane Marx, rimesso sul trono. “La natura esiste indipendentemente da ogni filosofia, essa è la base su cui noi uomini, suoi prodotti, siamo cresciuti; oltre alla natura e agli uomini nulla esiste: gli esseri elevati che creò la fantasia religiosa sono solo il riflesso fantastico della nostra propria essenza”. Ed Engels, fin qui, plaude anche da vecchio, solo si ferma a deridere il contrapposto che, per l’attività pratica, l’autore erige al posto dell’imperativo morale di Kant: l’amore. Non si tratta qui del fatto sessuale, ma della solidarietà, della fratellanza “innata” che lega uomo a uomo. Su questo si fondò il “vero socialismo” borghese e prussiano dell’epoca, impotente a vedere l’esigenza dell’attività rivoluzionaria, della lotta tra le classi, dell’eversione delle forme borghesi.

È questo il punto in cui Engels riepiloga la costruzione che conserva il fondamento materialista liberandolo dalla pastoia metafisica e dall’impotenza dialettica, che lo immobilizzavano, per altra via, nella stessa “glacialità storica” dell’idealismo, per rivestito che questo fosse apparso di volontà e di attività pratica.

Engels riporta la chiarificazione del problema alla formazione delle figure del pensiero fin dai popoli primitivi. Qui non possiamo che spigolare, ai fini di un angolo visuale più acuto, mentre sarebbe utile al movimento integrare ed allargare (indubbiamente vi provvederà il futuro) specie nei trapassi in cui Engels raffronta il suo dedurre con gli apporti delle varie scienze positive.

“La questione del rapporto tra il pensiero e l’essere, lo spirito e la natura… poteva essere posta nella sua forma più tagliente, poteva acquistare per la prima volta tutta la sua importanza, quando la società europea si destò dal lungo sonno del Medio Evo cristiano. La questione: qual è il primordiale, lo spirito o la natura? – Questa questione si acuì, rimpetto alla Chiesa, così: Ha Dio creato il mondo, o il mondo esiste dall’eternità?

“Questa questione, che nelle varie epoche si scrive in termini diversi, divide con le due risposte i due campi: materialismo e idealismo. Chi considera la natura (l’essere) come primordiale, è materialista, chi lo spirito (il pensare) è idealista. Ma allora occorre l’atto creativo, ed è notevole qui rilevare l’apprezzamento marxista dell’idealismo in questa drastica osservazione: “Questa creazione spesso è presso i filosofi, per esempio presso Hegel, ancora più ingarbugliata ed impossibile, che nel cristianesimo”.

Chiarita questa separazione dei due gruppi di filosofi, non finisce la questione dei rapporti tra essere e pensiero. Sono essi estranei o compenetrabili? Può il pensiero degli uomini conoscere e descrivere appieno la naturale essenza? Vi sono filosofi che hanno contrapposto e separato i due elementi: l’oggetto e il soggetto; tra questi è Kant con la sua inafferrabile “cosa in sé”. Hegel supera l’ostacolo, ma da idealista, ossia assorbe la cosa e la natura nell’Idea, che quindi ben può ravvisare e comprendere la sua emanazione. Ciò Feuerbach denunzia e combatte: “L’esistenza hegeliana delle ‘categorie logiche’ prima che esistesse il mondo materiale, non è altro che un fantastico avanzo della credenza in un creatore oltremondano”. Ciò non basta che al compito di demolizione critica.

In una chiara esposizione Engels rimprovera a quell’atteggiamento, oltre il quale non aveva saputo andare la cultura tedesca, l’incapacità ad intendere la vita della società umana come un movimento e un processo incessante, al che Hegel aveva pure messo le basi. Tale antistorica concezione condannava il Medio Evo come una specie di parentesi inutile ed oscura (un analogo apprezzamento devono fare i marxisti della recente impostazione insensata della lotta e della critica antifascista e antinazista) e non ne sapeva inserire al suo posto le cause e gli effetti, scorgerne i grandi progressi e gli apporti immensi al corso futuro.

“Tutti i progressi realizzati nelle scienze naturali servirono loro solo come argomenti dimostrativi contro l’esistenza del creatore”… “Essi meritavano la derisione che fu rivolta ai primi socialisti riformisti francesi: dunque, l’ateismo è la vostra religione!”.

 

Dramma ed attori

Segue la presentazione organica della dottrina materialista storica, forse la migliore che mai si sia scritta. Viene fatto il passo che Feuerbach non osò: sostituire “il culto dell’uomo astratto” con “la scienza dell’uomo reale e del suo sviluppo storico”.

Con ciò si ritorna un momento ad Hegel: egli aveva instaurata (non scoperta) la dialettica, ma per lui era “l’evoluzione autonoma del concetto”. In Marx essa diviene “il riflesso nella coscienza umana del moto dialettico del mondo reale”. Come nella celebre frase, viene raddrizzata e poggiata sui piedi, non sulla testa.

Comincia la trattazione della scienza della società e della storia con metodo che coincide con quello applicato alla scienza della natura. Ma nessuno ignora i caratteri di questo particolare “campo” della natura, che è il vivere della specie uomo. Urgendo giungere alle “risposte” engelsiane, riportiamo solo qualche passo essenziale. “Nella natura vi sono agenti inconsapevoli… al contrario nella storia della società quelli che operano sono evidentemente dotati di consapevolezza, uomini operanti con riflessione o passione, tendenti a scopi determinati… Ma questa intenzione, sia comunque importante per l’indagine storica, specialmente di singole epoche ed avvenimenti, nulla può togliere al fatto che il corso della storia è dominato da intime leggi generali…Solo di rado avviene ciò che è voluto… tutti gli urti delle innumerevoli volontà e singole azioni portano ad uno stato di cose, che è assolutamente analogo a quello imperante nella natura inconsapevole. Gli scopi delle azioni sono voluti, ma i risultati che seguono da queste azioni non sono quelli voluti, o, in quanto sembrino corrispondere allo scopo voluto, hanno in conclusione conseguenze affatto diverse da quelle volute… Gli uomini fanno la loro storia, come che essa riesca, mentre ognuno persegue i fini suoi propri… i risultati di queste molteplici volontà agenti in diversa direzione e delle loro molteplici azioni sul mondo esterno, sono appunto la storia… Ma se si tratta di indagare le forze impellenti che – consapevolmente o inconsapevolmente, e veramente assai spesso inconsapevolmente – stanno dietro i motivi degli uomini operanti nella storia, e costituiscono i veri ultimi propulsori di essa, non si può trattare tanto dei motivi determinanti singoli, se anche di uomini eminenti, ma piuttosto di quelli che mettono in movimento grandi masse, interi popoli, intere classi; ed anche questi non momentaneamente, a modo di un fugace fuoco di paglia rapido ad accendersi e spegnersi, bensì a modo di un’azione durevole che mette capo ad una grande trasformazione storica“.

Qui alla parte filosofica segue la parte storica fino al grande moto proletario moderno. A questo punto è messa fine alla filosofia nel campo della storia come in quello della natura. “Non importa più escogitare nessi nella mente, bensì scoprirli nei fatti“.

 

Limpidi oracoli

Ricordate i quesiti, e sentite le risposte, non oscure e non ambigue come quelle dell’oracolo antico, ma trasparenti, a conferma delle nostre posizioni.

Alla questione ultima riferita, del 1890.

“Il momento che in ultima istanza è decisivo nella storia, è la produzione e riproduzione della vita materiale”.

“La situazione economica è la base, ma i diversi momenti dell’edificio – forme politiche della lotta di classe e suoi risultati, costituzioni fissate dalla classe vittoriosa dopo le battaglie vinte, forme del diritto, e perfino i riflessi di tutte queste vere lotte nel cervello dei partecipanti, teorie politiche, giuridiche, opinioni religiose e loro ulteriore sviluppo in sistemi dogmatici – tutto ciò esercita anche la sua influenza sull’andamento delle lotte storiche, e in certi casi ne determina la forma. È nella vicendevole influenza di tutti questi momenti (= fattori) che, attraverso l’infinito numero di accidentalità… si compie alla fine il movimento economico”.

Alla prima domanda della lettera del 1894 sull’influenza causale delle condizioni economiche: “Come condizioni economiche, che consideriamo base determinante della storia della società, intendiamo il modo con cui gli uomini producono i loro mezzi di esistenza e scambiano i loro prodotti (fino a che esiste divisione di lavoro). Tutta la tecnica della produzione e del trasporto è quindi compresa… Ciò determina la ripartizione della società in classi, le condizioni di padronanza e servitù, lo Stato, la politica, il diritto, ecc.”.

“Se come ella dice la tecnica dipende in grandissima parte dalla scienza a maggior ragione questa dipende dalle condizioni e dalle esigenze della tecnica… Tutta l’idrostatica (Torricelli, ecc.) fu generata dal bisogno che l’Italia sentì nei secoli XVI e XVII di regolare i corsi d’acqua scendenti dalle montagne” (Cfr. vari scritti del nostro giornale e rivista sulla precocità dell’impresa agricola capitalista in Italia, e sulla degenerazione della tecnica di difesa idraulica moderna nell’inondazione del Polesine).

Sul comma a) della seconda domanda: il momento rappresentato dalla razza, diamo il solo bruciante apoftegma (a filare): “La razza è un fattore economico”. Non avevate udito: produzione e riproduzione? La razza è una materiale catena di atti riproduttivi.

Ed infine il comma b), che riguarda il battilocchio, e col quale lasciamo il magnifico Federico.

“Gli uomini fanno essi la loro storia, ma finora non con una volontà generale e secondo un piano generale, neppure in una data società limitata. Le loro aspirazioni si contrariano; ed in ogni simile società prevale appunto per questo la necessità, di cui l’accidentalità è il complemento e la forma di manifestazione. Ed allora appaiono i cosiddetti grandi uomini. Che un dato grand’uomo, e proprio quello, sorga in quel determinato tempo e in quel determinato luogo, è naturalmente un puro caso. Ma, se noi lo eliminiamo, c’è subito richiesta di un sostituto, e questo sostituto si trova, tant bien que mal, ma alla lunga si trova. Che Napoleone fosse proprio questo corso, questo dittatore militare che la situazione della repubblica francese, estenuata dalle guerre, rendeva necessario, è un puro caso, ma che in mancanza di Napoleone ci sarebbe stato un altro ad occuparne il posto, ciò è provato dal fatto che ogni qualvolta ce n’era bisogno l’uomo si è trovato sempre: Cesare, Augusto, Cromwell, ecc.”.

Marx! Engels sentiva ben l’urlo della platea: il benservito anche a lui: Thierry, Mignet, Guizot scrissero storie inglesi inclinando al materialismo storico, Morgan vi arrivò per conto suo, “i tempi erano maturi e quella scoperta doveva (stavolta non è nostro il corsivo) essere fatta”.

Eppure in una nota al Feuerbach Engels dice: Marx era un genio; noi soltanto dei talenti. Sarebbe deplorevole che da tutta la dimostrazione taluno non avesse capito che differenze fortissime corrono da uomo a uomo come per la forza dei muscoli così per il potenziale della macchina-cervello.

Ma il fatto è che, avendo come massimo esempio liquidato proprio lo shawiano “uomo del destino”, non possiamo illuderci di esserci tolti dai piedi i “fessi del destino”, poveri autocandidati a coprire il vuoto, che la storia avrebbe pronto per loro, e pieni di preoccupazione per l’eventualità di mancare all’appello, e di imboscarsi alla gloria.

 

OGGI

 

Posta recente

Calza con l’argomento una lettera rivolta ad una compagna operaia che, scusandosi a torto di esposizione imperfetta, seppe porre il quesito in modo assai espressivo. Riportiamo il testo di parte della risposta.

Tu scrivi: “dici bene che un marxista deve guardare i principii e non gli uomini… noi diciamo gli uomini non contano e lasciamoli fuori, ma sino a che punto si può far ciò? Se sono gli uomini che determinano in parte i fatti? Se gli uomini sono in parte la causa che determinò lo scompiglio, noi non possiamo dimenticarli del tutto”. Non si tratta per nulla di modo traballante di arrivare alla questione; anzi, offri una via molto utile per farlo.

I fatti e gli atti sociali di cui ci occupiamo come marxisti sono operati da uomini, hanno come attori gli uomini. Verità indiscussa; e senza l’elemento umano la nostra costruzione non regge. Ma questo elemento era tradizionalmente considerato in modo diversissimo da quello che il marxismo ha introdotto.

La tua semplice espressione si può enunciare in tre modi; ed allora si vede il problema nella sua profondità, a cui hai il merito di esserti avvicinata. I fatti sono operati da uomini. I fatti sono operati dagli uomini. I fatti sono operati dall’uomo Tizio, dall’uomo Sempronio, dall’uomo Caio.

Non ci distingue solo dagli “altri” la nozione che (essendo l’uomo da un lato un animale, dall’altro un essere pensante) essi dicono che l’uomo pensa prima, e poi dagli effetti di questo pensiero si risolvono i suoi rapporti di vita materiale, e anche animale – noi diciamo che a base di tutto stanno i rapporti fisici, animali, nutrimento, ecc.

La questione appunto non si pone uomo per uomo, ma nella realtà dei complessi sociali e dei loro fenomeni che si concatenano.

Ora quelle tre formulazioni del modo come gli uomini intervengono, scusa i paroloni, nella storia, sono queste.

I tradizionali sistemi religiosi o autoritari dicono: un grande Uomo o un Illuminato dalla divinità pensa e parla: gli altri imparano e agiscono.

Gli idealisti borghesi più recenti dicono: la parte ideale, sia pure comune a tutti gli uomini civilizzati, determina certe direttive, in base alle quali gli uomini sono condotti ad agire. Anche qui campeggiano ancora taluni determinati uomini: pensatori, agitatori, capitani di popolo, che avrebbero data la spinta a tutto.

I marxisti poi dicono: l’azione comune degli uomini, o se vogliamo quanto di comune e non di accidentale e particolare è nell’azione degli uomini, nasce da spinte materiali. La coscienza e il pensiero vengono dopo e determinano le ideologie di ciascun tempo.

E allora? Per noi come per tutti sono gli atti umani che divengono fattori storici e sociali: chi fa una rivoluzione? Degli uomini, è chiaro.

Ma per i primi era fondamentale l’Uomo illuminato, sacerdote o re.

Per i secondi: la coscienza e l’Ideale che conquistò le menti.

Per noi: l’insieme dei dati economici e la comunità di interessi.

Anche per noi gli uomini non si riducono, da protagonisti che creano o recitano, a marionette i cui fili sono tirati… dall’appetito. Sulla base della comunanza di classe si hanno gradi e strati diversi e complessi di disposizioni ad agire, e tanto più di capacità di sentire ed esporre la comune teoria.

Ma il fatto nuovo è che a noi non sono indispensabili, come alle precedenti rivoluzioni, neppure col compito di simboli, uomini determinati, con una determinata individualità e nome.

 

Inerzia della tradizione

Il fatto è che appunto in quanto le tradizioni sono le ultime a sparire, molto spesso gli uomini si muovono per la sollecitazione suggestiva della passione per il Capo. Allora perché non “utilizzare” questo elemento, che si capisce non muta il corso della lotta di classe, ma può favorire lo schieramento, il precipitare dell’urto?

Ora a me pare che il succo delle dure lezioni di tanti decenni sia questo: rinunziare a smuovere gli uomini e a vincere attraverso gli uomini non è possibile, e proprio noi sinistri abbiamo sostenuto che la collettività di uomini che lotta non può essere tutta la massa o la maggioranza di essa, deve essere il partito non troppo grande, e i cerchi di avanguardia nella sua organizzazione. Ma i nomi trascinatori hanno trascinato in avanti per dieci, e poi rovinato per mille. Freniamo quindi questa tendenza e in quanto praticamente possibile sopprimiamo, non certo gli uomini ma l’Uomo con quel dato Nome e con quel dato Curriculum vitae

So la risposta che facilmente suggestiona gli ingenui compagni. Lenin. Bene, è certo che dopo il 1917 guadagnammo molti militanti alla lotta rivoluzionaria perché si convinsero che Lenin aveva saputa fare e fatta la rivoluzione: vennero lottarono e poi approfondirono meglio il nostro programma. Con questo espediente si sono mossi proletari e masse intere che forse avrebbero dormito. Ammetto. Ma poi? Collo stesso nome si va facendo leva per la totale corruzione opportunista dei proletari: siamo ridotti al punto che l’avanguardia della classe è molto più indietro che prima del 1917, quando pochi sapevano quel nome.

Allora io dico che nelle tesi e nelle direttive stabilite da Lenin si riassume il meglio della collettiva dottrina proletaria, della reale politica di classe; ma che il nome come nome ha un bilancio passivo. Evidentemente si è esagerato. Lenin stesso di gonfiature personali aveva le scatole pienissime. Sono solo gli ometti da nulla a credersi indispensabili alla storia. Egli rideva come un bambino a sentire tali cose. Era seguito, adorato, e non capito.

Sono riuscito a darti in queste poche parole l’idea della questione? Dovrà venire un tempo in cui un forte movimento di classe abbia teoria e azione corretta senza sfruttare simpatie per nomi. Credo che verrà. Chi non ci crede non può essere che uno sfiduciato della nuova visione marxista della storia, o peggio un capo degli oppressi affittato dal nemico.

Come vedi l’effetto storico dell’entusiasmo per Lenin non l’ho messo in bilancio con l’effetto nefasto dei mille capi rinnegati, ma con gli stessi effetti negativi del nome stesso, né sono sceso sul terreno insidioso del: se Lenin non fosse morto. Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.

 

Figuri dell’attualità

Perché abbiamo chiamata la teoria del grand’uomo teoria del battilocchio?

Battilocchio è un tipo che richiama l’attenzione e nello stesso tempo rivela la sua assoluta vuotaggine. Lungo, dinoccolato, curvo per celare un poco la testa ciondolante ed attonita, l’andatura incerta ed oscillante. A Napoli gli dicono battilocchio con riferimento allo sbattito di palpebre del disorientato e del filisteo; a Bologna, tanto per sfuggire alla taccia di localismo, gli griderebbero dì ben sò fantesma.

La storia e la politica contemporanea di questa data 1953 (in cui tutto risente del fatto generale e non accidentale che una forma semiputrefatta non riesce a crepare: il capitalismo) ne circondano di costellazioni di battilocchi. Il marasma proprio di tale fase diffonde a masse ammiranti e lucidanti la convinzione assoluta che ad essi, e ad essi solo, guardar si debba, che si tratta da ogni lato dei battilocchi del destino, e che soprattutto il cambio della guardia nel corpo battilocchiale sia il momento (poveri noi, o Federico!) che determina la storia.

Tra i capi di Stato, per l’assoluta mancanza di ogni nuova parola e perfino di ogni originale posa, ve ne è un terzetto ineffabile: Franco, Tito, Peron. Questi campioni, questi Oscar di bellezza storica, hanno spinto al nec plus ultra l’arte suprema: togliersi tutti i connotati. Altro che dinastici nasi; che occhi d’aquila!

Quanto ad Hitler e Mussolini buonanime, il primo fa pensare ad uno stato maggiore formidabile di non battilocchi che lo attorniava, elevati per tanto grado di criminali, che non solo facevano storia, ma usavano violenza carnale su di essa a piacer loro! Il secondo si fa perdonare per lo strato ineffabile di sottobattilocchi che lo inguaiava, e che ha dato cambio della guardia, in quel del 1944-45, ad uno stuolo di equipollenti sodali, oggi nostra delizia.

Una terna bellissima che si schiera non nello spazio ma nel tempo, con la prova provata che ogni successione per morto o per elezione produce effetto storico misurato da zero via zero, è quella Delano, Harry, Ike. Le forze americane che occupano il mondo giustificherebbero la definizione di questo periodo come la calata dei battilocchi.

 

Slavati diadochi

Una costellazione non meno espressiva dello stadio presente, ci è data dai capi nazionali recenti e presenti, e spesso drasticamente spostati, dei paesi e dei partiti che si collegano alla Russia, e non si sa dove meglio scoprir battilocchi, se in fondo alla Balcania o tra le gonne di Marianna. Quando il grande Alessandro morì, l’impero macedone che si era esteso su due continenti fu frammentato in Stati minori affidati ai vari generali di lui, che in non lungo ciclo sparirono senza traccia. Chi ne ricordasse i nomi, ci darebbe molti punti in fatto di storia.

Quando dunque la storia chiama il grande uomo lo trova. Può ben darsi che lo trovi con una testa a basso potenziale. Ma quando chiama battilocchi può avvenire anche che il posto sia coperto da uomini di valore. Non stiamo, allo stato, dando del fesso a nessuno.

Il fatto è che, in Italia ad esempio, il concorso aperto per le grandi personalità si riferisce a posti già occupati da colossi storici. Si tratta infatti di recitare la parodia di una tragedia che ebbe già il suo svolgimento solenne. In occasione del sessantesimo compleanno di Togliatti, e con un cerimoniale bassamente passatista, dopo aver largamente riportato il suo curriculum vitae ed i suoi scritti, sono pervenuti alla definizione in sintesi: un grande patriota.

La controfigura è ormai svuotata da un secolo, e offre poche speranze di non battilocchiesca grandezza. La storia ha già trovato i suoi eroi, senza troppo cercare. Mazzini, Garibaldi, Cavour, e tanti altri, non scenderanno di scanno. Di patria a vero dire ce ne resta pochina, ma di patrioti ne abbiamo una sporta. L’autobus della gloria rivoluzionaria è al completo. Ciò non diffama le qualità del soggetto odierno: i suoi scritti che hanno riesumati dal 1919 (quando si ebbe il torto di non dare ad essi la dovuta attenzione) gli fanno onore: non ha mai cessato di essere un marxista, poiché non lo era mai divenuto. Sosteneva allora quello che oggi sostiene, la missione della patria. Grandissimo, se volete, patriota: come una grandissima diligenza nel tempo dell’elettrotreno e dell’aereo a reazione.

Se, dopo aver dibattuto di Lenin, non abbiamo fatto cenno di Stalin, da poco scomparso, non è per tema che dopo una spedizione punitiva il nostro scalp vada ad adornare il mausoleo, prassi a cui vi è buona speranza di giungere. Stalin è ancora il pollone di un ferreo ambiente anonimo di partito che costruì sotto non accidentali spinte storiche un moto collettivo, anonimo, profondo. Sono reazioni della base storica, e non casi fortuiti della bassa corsa al successo, che determinano lo svolto traverso il quale in una fiamma termidoriana lo stuolo rivoluzionario dovette bruciare sé stesso, e sebbene un nome può essere un simbolo anche quando una persona non conta nulla per la storia, il nome di Stalin resta come simbolo di questo straordinario processo: la forza proletaria più possente piegata schiava alla rivoluzionaria costruzione del capitalismo moderno, sulla rovina di un mondo arretrato ed inerte.

Ben deve la rivoluzione borghese avere un simbolo ed un nome, per quanto sia anche essa in ultima istanza fatta da forze anonime e rapporti materiali. Essa è l’ultima rivoluzione che non sa essere anonima: perciò la ricordammo romantica.

È la nostra rivoluzione che apparirà quando non vi saranno più queste prone genuflessioni a persone, fatte soprattutto di viltà e di smarrimento, e che come strumento della propria forza di classe avrà un partito fuso in tutti i suoi caratteri dottrinali organizzativi e combattenti, cui nulla prema del nome e del merito del singolo, e che all’individuo neghi coscienza, volontà, iniziativa, merito o colpa, per tutto riassumere nella sua unità a confini taglienti.

 

Morfina e cocaina

Lenin prese da Marx la definizione, da molti combattuta come banale, che la religione è l’oppio del popolo. Il culto dell’entità divina è dunque la morfina della rivoluzione, di cui addormenta le forze agenti; e non per niente nel lutto recente si è pregato in tutte le chiese dell’URSS.

Il culto del capo, dell’entità e persona non più divina, ma umana, è uno stupefacente sociale ancora peggiore, e noi lo definiremo la cocaina del proletariato. L’attesa dell’eroe che infiammi e travolga alla lotta è come l’iniezione di simpamina: i farmacologi hanno trovato il termine adatto: eroina. Dopo una breve esaltazione patologica di energie, sopravviene la prostrazione cronica e il collasso. Non vi sono iniezioni da fare alla rivoluzione che esita, ad una società turpemente gravida da diciotto mesi, e tuttora infeconda.

Buttiamo via la volgare risorsa di trarre successo dal nome dell’uomo di eccezione, e gridiamo un’altra formula del comunismo: esso è la società che ha fatto a meno di battilocchi.

Il battilocchio nella storia “Il programma comunista” n. 7 del 1953 was last modified: Gennaio 3rd, 2015 by glianni70.it

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Sarà un risotto che vi seppellirà

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Materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano

(Squilibri Edizioni – Aprile 1977 – 144pp.)

Squilibri, piccola editrice creata da Dario Fiori nel 1977, pubblica Sarà un Risotto che vi Seppellirà, una antologia di testi dall’area dei circoli proletari giovanili dell’hinterland milanese (1975-1977). Nati nel 1975, i circoli erano composti da giovani operai, disoccupati, molti delusi dalla militanza nei gruppi extraparlamentari e alla ricerca di nuove forme di aggregazione; cresciuti in misura considerevole nel 1976 (alle manifestazioni se ne contano più di una cinquantina solo nella zona di Milano), l’anno seguente confluiranno nel movimento del ’77, del quale si possono considerare gli anticipatori (rivendicazione dei bisogni e del tempo libero, rottura con la tradizione operaia della mistica del lavoro, lotta all’eroina, liberalizzazione delle droghe leggere etc.). I circoli organizzavano feste, happening, occupazioni e autoriduzioni, mantenendo rapporti di collaborazione con alcune organizzazioni dell’ultrasinistra (in special modo Lotta Continua) ma evitando di farsene strumentalizzare o cooptare. Il libro, curato da Luigi Ambrosi, esce senza firme per sottolineare la natura collettiva dei materiali presentati.

Sommario:
 –  Questo che…
– 1. Dalle panchine ai centri sociali
– 2. I circoli si coordinano ma non si quadrano
– 3. Festa…Angoscia…Festa…e la Madonnina piange di primavera
– 4. Crescono le occupazioni
– 5. Lotta all’eroina
– 6. Le elezioni
– 7. Parco Lambro
– 8. Caccia al tesoro
– 9. Bisogno di un Q.G. – Via Ciovassino
– 10. Autoriduzione dei cinema
– 11. Happening nazionale
– 12. Uno stipendio per una poltrona: la Scala
– 13. Centro di lotta all’eroina
– 14. Storia di circoli e contributi teorici: mah!
– 15. Disgreg/azione è bello

Grafica e lettering di copertina (senza credits) sono di Dario Fiori.
Foto e illustrazioni in b/n.

Formato: 19,5×12 cm.

‹‹Non cercate un filo logico nel mio intervento: non voglio essere razionalizzato, ma vissuto per quello che esprimo.

Voglio parlare del  comunismo, dell’utopia e della filosofia della vita. Chi siamo noi? Noi siamo l’appendice della macchina di produzione capitalistica. Di mattina ci  alziamo, che palle, vorremmo stare a letto a oziare. L’ozio è una bella cosa: è il piacere del riposo, e poi è il padre dei conclamati vizi. Chissà poi  perché li chiamiamo vizi: penso piaccia a tutti avere tempo libero per pensare a sè stessi e agli altri; e per mangiare bene, viaggiare, fare  meglio l’amore, bere del buon vino, avere molte relazioni umane, pescare, pitturare e altri vizi simili.

Sono sicuro che gli artisti singoli non  esistono: tutti gli uomini sono artisti perché hanno tutti una parte da recitare in questa vita. È che non hanno il tempo e il privilegio per poterlo essere. Vorrei stare a letto a pensare queste cose ma ho appena finito la malattia di ieri. Mi metto molto in malattia perché lavorare stanca. E poi, essere sfruttati da quel pirla di padrone che ho io! Non parlo dei mezzi di trasporto per andare a lavorare, sennò mi angoscio subito. Ah. l’ideologia del lavoro, te ne accorgi subito quando timbri il cartellino: «Sempre in ritardo tu!». Dopo un po’ ti stanchi di raccontare balle per il ritardo. Chissà cosa gliene frega agli altri operai del lavoro. Finché è il padrone o il caporeparto che deve fare carriera è comprensibile, poveretto, ma gli altri? Uno dice: «Se vai a lavorare per necessità, perché devi mangiare, pagare l’affitto, i figli, luce-gas-telefono e magari qualche lusso va bene, ma non facciamone una morale».

La morale del lavoro: sembra di essere in Russia. Di questi tempi poi, lavorare è sempre più difficile: ti aumentano i ritmi e le mansioni; sono anni che lavoro sempre li e vorrei cambiare per non morire troppo, ma c’è disoccupazione e non trovi posti di lavoro migliori; poi i padroni sono sempre più attaccati alla produzione: produrre, produrre, produrre. Non assumono più personale e non sostituiscono chi va via; sono sempre alle calcagna: «Cosa stai facendo? Hai fatto questo? Puoi stare un’ora in più?». Che palle! Non è che rifiuto il lavoro in sé, anche se meno si lavora meglio è. Oltre che per i soldi, per questo immondo regno della necessità, lavoro per cercare delle soddisfazioni umane con gli altri lavoratori. I rapporti con loro potrebbero essere bellissimi, perché ognuno è un personaggio diverso, con la sua storia e le sue caratteristiche, drammi, contraddizioni. Peccato che vince sempre la paura e i miti borghesi.

C’è molta solidarietà quando si lotta, si sciopera, si parla, si agisce contro il padrone. Certo che se l’autonomia degli operai non si sviluppa e se i sindacati continuano così non ci sarà più nemmeno questo. Sarà tutto solo una lotta individuale, e vincerà il padrone. Oltre alla lotta è difficile costruire dei rapporti più profondi con gli altri lavoratori. E sì che lo vogliono tutti, è un bisogno di tutti. Anche per questo si ubriacano spesso e male alla sera. C’è un muro di paura, paura di sé verso gli altri, paura di se stessi, paura anche del padrone. Se non ci fosse il padrone si risolverebbero tutti i problemi.

È una scala nevrotica: il padrone per interesse opprime te, tu devi opprimere qualcun altro altrimenti rovesci la tua violenza su te stesso. E la sera c’è la moglie o i figli su cui scaricarti, o c’è il sonnifero della televisione, della partita, del fotoromanzo. O il sonnifero vero e proprio. Chi ha ancora un po’ di fede prega Dio. Oppure ti curi dei tuoi hobby, coltivi l’alienazione o anneghi in un bicchierone di alcolico. In genere la moglie è la droga che funziona meglio di tutto, e la violenza del rapporto sessuale ne è l’espressione più evidente. O come si guarda le riviste pornografìche. Certo che ora le donne si ribellano, cosa si farà? È un casino. Una valvola di sfogo che si chiude.

O lotti o rischi di esplodere. Anche per questo aumentano le malattie in questo periodo, e la gente è sempre più aggressiva e tesa. La condizione ideale, tra l’altro, per creare capri espiatori. Ma la cosa peggiore non è la negazione di questa valvola di sfogo, ma la negazione nel lavoro. Figurarsi adesso che ci chiedono sacrifici. Esplode tutto! C’è della gente che fa gli straordinari e non si mette in malattia perché altrimenti non saprebbe cosa fare, si troverebbe di colpo sperduta nel vuoto. Che anestetico che è il lavoro! Come la morfina. È una droga pesante, è la droga che provoca più vittime: incidenti sul lavoro, malattie, nevrosi, crisi familiari ecc.

Poi vai in pensione e ti viene la trombosi perché il corpo si era abituato a un certo ritmo di sfruttamento. Per fortuna che la classe operaia italiana è abbastanza vaccinata: i giornali borghesi nel ‘69 chiamavano questo vaccino «disaffezione dal lavoro». È pericoloso esserne affezionati. E gli scioperi di quel tempo li chiamavano «a gatto selvaggio», perché quando uno non aveva voglia di lavorare trovava sempre qualcun altro della stessa idea e facevano sciopero in gruppo, per qualsiasi motivo. Spesso non lo diceva neanche che faceva sciopero: tornava a casa e basta. Mi sono sempre stati simpatici i gatti, più sono felini, cioè selvaggi, più sono simpatici. Perché sono autonomi. Il gatto è furbo perché usa l’uomo e non si fa usare: ha l’autonomia individuale e contemporaneamente se vuole si fa mantenere per garantirsi il diritto all’ozio. Chissà se un giorno piglieranno anche il potere.

Sarà così anche coi padroni: quando piglieremo il potere e li divoreremo (politicamente) qualcuno dirà che dopo tutto il padrone alle cose che faceva ci credeva veramente, che era costretto a fare i suoi interessi altrimenti il profitto, altrimenti.., se tu avessi una fabbrica non faresti così ecc. Il fatto è che anche noi vogliamo fare i nostri interessi, però siamo gli unici a cui la storia, e altro, legittimano l’egoismo. Più un operaio è egoista verso il padrone più è altruista verso gli altri operai e verso il genere umano.

Ribellarsi è giusto. Insomma, mi sono reso conto che la nevrosi tra i lavoratori è l’insieme dei bisogni radicali non soddisfatti e negati o deviati su valvole di sfogo, droghe pesanti. E poi c’è sempre più il regno della necessità che incombe: le bollette da pagare, i conti che non tornano, la casa che non trovi. Per questo, lavorare e vivere è sempre più pesante. Quando inizio a lavorare cerco di svegliarmi due ore dopo: se dormo sento meno il lavoro, ma un giorno o l’altro ci lascio la mano nel pressa-cartoni. Se non dormo studio il modo per infastidire il padrone; gliene devo fare almeno una al giorno, e fargli fare buon viso a cattiva sorte. Se invece ti fa la menata fai l’indiano, o se hai voglia litiga e fai casino. Lavorando ti rendi conto che hai davanti a te un’odiosa macchina così fredda. Fa tutto da sola, però deve esserci li qualcuno a mettere continuamente le virgole altrimenti non va avanti. I lavori che ci toccano di più sono così alienanti che ti distruggono fisicamente e soprattutto mentalmente. Ti succhiano il cervello, e così per non morire d’inedia  mentale devi creare, fantasticare, giocare. Allora giochi con la macchina, la prendi in giro, la fermi, la disegni. E quando aumentano i ritmi, la  saboti, la rallenti. Hai anche la scusa che a salario di merda fai lavoro di merda. Il gioco preferito sul lavoro in una cartotecnica era quello di  gettare oggetti nei nastri per bloccare la produzione. Ma in ogni posto di lavoro se ne inventa uno: è una questione di sopravvivenza. Giochi con la macchina, giochi con gli altri lavoratori.

Sono simpaticissimi gli operai adulti quando giocano a farsi i dispetti, a nascondersi tra le macchine, o intralciano il lavoro a chi si impegna troppo. Diventano di colpo bambini. E, vedendoli felici, mi convinco sempre di più che i soggetti più rivoluzionari sono i bambini, meglio le bambine, perché padroneggiano le dimensioni del gioco e della fantasia. In una piccola azienda, la cosa che più ti chiedono gli operai quando sanno che sei di “Lotta continua” o un freak è se gli fai conoscere qualche ragazzina, e c’è anche chi ti chiede scherzosamente serio se gli dai la marijuana. Bisognerebbe riflettere su questo. Ti dicono anche che bisogna fare la rivoluzione, e che ci vuole il mitra, ma questo lo dicono sempre. E prima o poi… Quando arriva il 27 hai già finito i soldi da dieci giorni: sei costretto a inventare anche per sopravvivere fuori dal lavoro.

Forse anche per questo Napoli sta diventando il maggior centro culturale d’Italia. E poi, questa società dei consumi. Rifiutiamo di lavorare di più per avere l’auto nuova o la moto più grossa, ma oggi anche se lavori di più non puoi accedere a questi lussi. Che poi, perché i proletari non hanno diritto al lusso e i padroni sì? Rubare un chilo di carne in un supermercato è giusto quanto rubare una bottiglia di whisky? O no? O il whisky è un privilegio concesso solo ai padroni? E per tornare alle cosiddette valvole di sfogo: ti ci costringono proprio i padroni. Così hanno piegato anche i nostri genitori. Rendono indecenti i trasporti pubblici così devi comprare la macchina, non ti garantiscono alcun servizio sociale decente e così devi fare famiglia, perché tornare a casa dopo otto ore di lavoro non te la senti ogni giorno di farti da mangiare, la biancheria, la pulizia in casa; e poi essere sempre solo in casa perché non hai tempo di farti amicizie.

Il tempo libero magari ce l’hai, alla fine della giornata lavorativa, perché quando sei giovane cerchi sempre di superare la fatica fisica per uscire la sera, fare qualcosa d’altro: speri sempre in qualcosa di meglio. Ma che cazzo esci a fare la sera quando sei inchiodato e recintato nell’hinterland milanese, col freddo, la nebbia, due chilometri per l’unico bar aperto della zona, dove se ci arrivi ti guardano male perché hai i capelli lunghi o perché non compri la busta di eroina. C’è una canzone che invita tutta la gente a uscire dalle case e passare tutto il tempo nelle strade a cantare, ballare, conoscersi, fare festa e penso che se abolissero la televisione e il lavoro per un anno si riuscirebbero a fare moltissime cose. Ma ci sono le droghe di Stato, necessarie per farti vivere a Milano. Provate a immaginare la vita in città per un solo mese senza caffè, tabacco, sonniferi e stimolanti, televisione, automobile, alcol, eroina. Scoppierebbe, perché non riusciresti più a sopportare lo sfruttamento salariato. Che cosa infernale sono le città, ti distruggono lentamente anche il rapporto con la natura, non ti accorgi nemmeno che è cambiata la stagione, che ci sono le rondini, che la terra ha un odore suo, diverso da quello del cemento umido di benzina.

Un giovane che finisce di lavorare vorrebbe fare qualche cosa di bello, di più utile: discutere, conoscere, fare, magari studiare anche, imparare a conoscere il proprio corpo, la propria mente, pitturare, ballare, fare musica, teatro, artigianato, divertirsi. Ma figurarsi se è possibile fare tutto questo a Quarto Oggiaro, per esempio. Durante il tempo libero ti accorgi che sei solo libero di non contare nulla. Niente. E poi non sei libero di cambiare il mondo. Qui non abbiamo né futuro né presente. E dopotutto la vita è più di tutti nostra, perché dobbiamo viverla ancora tutta intera, non abbiamo ancora perso! Quando uno è giovane, avendo tutta la vita davanti, pensa più spesso come vuole investirla, e questa è l’unica differenza reale tra giovani e adulti. Si pensa alla propria vita perché pensiamo ci appartenga; è il desiderio di partecipare come soggetti alla costruzione di una storia collettiva con la tua gente, il tuo popolo, la tua classe.

Le radici dell’uomo stanno nella sua storia, ed è inutile fuggire in India, anche se è vero che la nostra storia vogliamo sia ed è internazionalista. Ma la cosa più assurda è che ti trovi a pensare a queste cose sulle panchine della stazione di Limbiate, o sulle panchine di Cinisello, che sono state tolte perché ci andavano a sedersi i giovani della zona sbattuti fuori dai bar perché freakettoni e presumibilmente drogati. Non che ci dispiaccia tanto, perché al bar si muore di noia, per questo si era scesi nella piazza, nei giardini. È un periodo che i pochi giardini di Milano brulicano di giovani. Peccato che tanti di questi finiscano in galera per furti o scippi per procurarsi eroina o soldi, perché le condizioni di lavoro offerte dai padroni sono inesistenti o troppo pesanti.

Certo che contro l’eroina bisognerebbe fare subito qualcosa di più: qui stanno cercando di fregare i giovani migliori, i più ribelli. Se sei operaio è l’unica cosa che ti fa star bene per qualche ora nella merda più totale di una giornata lavorativa e di un quartiere dormitorio. Se sei senza lavoro l’eroina ti dà un ruolo, quello di tossicomane. Se hai vissuto internamente la crisi dei valori borghesi, l’eroina ti rappresenta l’autodistruzione, il suicidio collettivo, l’esaltazione non dell’individualità ma dell’individualismo.

L’eroina è la droga perfetta della società borghese. Ti dà tutto non dandoti niente, anzi, dandoti spesso la morte; è la realizzazione individualistica opposta alla realizzazione collettiva, è il comunismo in polvere, è quindi la negazione del comunismo, che invece è una strada di diecimila anni luce. Se non riuscissero a convincere tanti giovani di essere inutili; se cioè cominciassinio noi a essere protagonisti, soggetti e non oggetti, l’eroina non avrebbe più spazio. C’è la solitudine che ci frega molto, ma se riusciremo a fare della solitudine e dell’autonomia individuale un valore di vita dell’uomo, tanto quanto il bisogno e il piacere della socialità e della solidarietà, cominceremo a inceppare il meccanismo ideologico di conservazione della borghesia e la scala nevrotica si rovescerebbe e si trasformerebbe in una scala di piacere e di umanità. Bisogna imparare a stare bene da soli per stare bene con gli altri, tra il proletariato.

Certo che per fare tutto questo ci vuole una vasta rivoluzione culturale, nel movimento, nei partiti più utilizzabili, in noi stessi, insieme alle donne. Ci sarà bisogno di un esercito di utopisti, abituati a vivere col terremoto, con le contraddizioni permanenti; bisognerebbe formare un esercito di soldati del «regno della libertà e delle rose» disposti a lottare per generazioni, centinaia di anni, senza illusioni di ore x per cui negarsi, e disposti a scavare, come Yu Kung, con serenità, lungimiranza e decisione, le montagne della paura e del capitalismo che schiacciano l’umanità e ne impediscono la liberazione individuale e collettiva.

C’è un libro della Heller e le opere filosofiche giovanili di Marx (è proprio vero che da giovani si rende di più) che ci possono dare gli strumenti per capire, da un punto di vista razionale e scientifico, cos’è questo regno della libertà contrapposto al regno della necessità, cos’è la preistoria e la storia dell’uomo, qual è il pane e quali sono le rose del comunismo, cosa sono i bisogni radicali, cos’è la società dell’uomo opposta alla società del profitto. Ma penso che tutto ciò non sia necessario definirlo sui libri perché è dentro di noi, ed è nella vita quotidiana di tutti i proletari. Ed è l’impegno a vivere il presente con tutte le contraddizioni della realtà, superandole, affrontandone delle nuove come «il fiume che scorre», misurandosi quotidianamente con la miseria del lavoro salariato, con l’impegno militante a trasformarla fin nelle piccole cose. Naturalmente è un processo che dura secoli e nessuno di noi vuole vendere felicità a basso prezzo o negarsi in ideali futuribili maè un processo inevitabile, fatto di tentativi, di sconfitte, di nuovi tentativi. Chi si ferma viene  travolto.

Ci stiamo senz’altro avvicinando a un periodo di eventi storici straordinari: ognuno di noi deve solo decidere se farsi travolgere dalla storia e fuggire invano come topi da una nave che affonda o costruire invece, e vivere nella realtà, una storia collettiva fatta di tanti piccoli e ignoti protagonisti, fatta di necessità e di libertà, di durezza e di dolcezza, di realismo e di poesia. Questo è l’unico ruolo possibile.

Essere utopisti è un obbligo, altrimenti che ci stiamo a fare in questo mondo?››

(Anonimo – da “Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei Circoli proletari giovanili di Milano” – Squilibri edizioni 1977)

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Servizi Segreti e droga

obamaServizi Segreti e droga di Di Pino Galluccio

Io che ho partecipato a quegli anni ho visto un ‘intera generazione fiaccata dall’eroina, che si diffuse come un veleno nell’ambito di quella che era la frangia “estremista” della gioventù di allora (fine anni ’70). Una frangia carica di voglia di cambiamento, di rabbia verso il potere con cui era aspramente critica. Quella rabbia fu prima attenuata e poi spenta dagli oppiacei. Perchè quella carica poteva esser destabilizzante per il potere costituito, per l’establishment. Di pino galluccio [pummarulella]

Sto leggendo un libro da poco uscito sull’omicidio di Moro, scritto da De Lutiis, mi sono imbattuto nella conferma della ricostruzione storica operata da G. Blumir nel suo libro Eroina, circa la diffusione di droghe nell’ambito dei movimenti giovanile negli anni 60/70.
Il libro stampato nel ’78 racconta di strani fenomeni intorno alla diffusione delle droghe, soprattutto quelle pesanti, nell’Italia degli anni ’70.
In quegli anni si assiste ad una feroce repressione di hippies e freakettoni che si facevano gli spinelli, mentre viene lasciata prima mano libera a chi spacciava le pasticche di morfina che provenivano dalle scorte della guerra in Vietnam; poi a quelli che spacciavano eroina.
Già allora Blumi punta il dito contro i servizi, che non sono deviati, ma operano secondo una precisa strategia politica,conosciuta dal potere politico di allora (cioè la DC).
Nel libro di De Lutiis che ho citato, si trova conferma, documentata, del fatto che i servizi occidentali usavano la droga come strumento di controllo.
E’ accertato che c’erano operazioni coperte volte ad infiltrare i “movimenti” giovanili per controllarli ed usarli. Ma anche per fiaccarli attraverso la diffusione di droga, impedendo che le frange della protesta si allargassero.
Io che ho partecipato a quegli anni ho visto un ‘intera generazione ficcata dal’eroina, che si diffuse come un veleno nell’ambito di quella che era la frangia “estremista” della gioventù di allora (fine anni ’70). Una frangia carica di voglia di cambiamento, di rabbia verso il potere con cui era aspramente critica. Quella rabbia fu prima attenuata e poi spenta dagli oppiacei. Perchè quella carica poteva esser destabilizzante per il potere costituito, per l’establishment.
Le droghe in genere erano allora viste come un altro strumento di contestazione e rifiuto, ma se la marijuana non provocava danni, l’eroina era devastante per la volontà dei ragazzi. Cosi anche a Napoli avvenne che accanto alla scomparsa dal mercato delle droghe leggere, ci fu una diffusione massiccia delle droghe pesanti, anfetamina prima, eroina dopo. Siamo nella seconda metà degli anni ’70. Giovani impegnati, anche se in maniera confusa, nei movimenti di quegli anni, divennero dei junkers, dei drogati, che non avevano altre interesse che la droga. Deboli fisicamente e mentalmente, ricattabili, passabili di arresti come e quando si voleva. Disposti a “collaborare” per una dose che alleviasse la loro astinenza.
Da allora in poi l’eroina fu usata come efficace strumento di controllo. Non solo attraverso lo spaccio nelle strade, ma anche attraverso i SERT (servizio territoriale tossicodipendenze). Questi all’inizio distribuivano metadone (vedi) a litri, facendo danni soprattutto ai ragazzi che rimanevano inebetiti da dosi massicce di metadone, usato impropriamente.
Perchè lo scopo non era aiutare, “guarire” era controllare. Bisognava assicurarsi di spegnere la carica di rabbia di quella frangia di gioventù, chiamata deviante, potenzialmente pericolosa, in quanto non organica al potere, portatrice di una cultura che tendeva a disconoscere quel potere. Gli oppiacei erano uno strumento adattissimo di controllo. Perchè inducevano un ‘astinenza fortissima che metteva i consumatori abituali in una situazione di estrema vulnerabilità, in quanto facilmente ricattabili. Inoltre gli effetti degli oppiacei sono un torpore permanente, passata la breve fase euforizzante e fanno perdere interesse per tutto ciò che non è la droga ed i mezzi per procurarsela. Furono vittime i giovani più fragili, ma anche numerose intelligenze vivaci che, avrebbero potuto comunque dare fastidio. La merce droga ha interessato da sempre i servizi, Cia in testa. Questa è cosa accertata, tranne per quelli che si rifiutano di vedere. Sia perchè potente strumento di controllo, sia perchè fonte di profitti enormi impiegati poi per finanziare operazioni oscure e traffici di armi destinate a movimenti controllati dalla Cia stessa per destabilizzare governi non amici (Nicaragua).
In sudamerica il traffico di cocaina si svolge ormai da sempre sotto l’occhio interessato della Cia, o almeno di una parte di essa.
Cosi avveniva nel sud-est asiatico con l’eroina.
Queste cose bisognerebbe farle leggere agli idioti proibizionisti, alcuni in buona fede, che non riescono a capire quanto queste sostanze diventino pericoloso se proibite.
Consiglio la lettura sia dei brani sotto che dell’estratto riguardante la diffusione dell’eroina in Italia. Sono un po’ lunghi, ma illuminanti e chiave di lettura di molti altri avvenimenti.

giuseppe galluccio 16/3/08

Tratto da “Il golpe di via Fani” di G. De Lutiis ed l’Unità/Sperlig Kupfer

Questa particolare attenzione verso i movimenti e i gruppi giovanili di sinistra sia negli Stati Uniti sia in Europa dimostra come i servizi segreti statunitensi avessero previsto ben prima della primavera del 1968 il possibile sviluppo di movimenti studenteschi di estrema sinistra. Peraltro, dal rapporto finale della commissione Rockefeller emerge che nel 1969 e 1970 fu sviluppato il cosiddetto “Progetto 2”, che consisteva nell’inviare all’estero agenti statunitensi nell’ambito di acquisizioni informative all’interno dell’operazione Chaos, ma viene esplicitamente affermato che “la sua missione sarà valutare, conoscere e la sinistra nello spettro maoista”. Lo scopo specifico degli agenti statunitensi inviati all’estero era dunque – come sottolinea una commissione presieduta dal vicepresidente degli Stati Uniti – di sviluppare una sinistra maoista in opposizione a quella filosovietica. Opportunamente nel rapporto si evidenzia il rilievo particolare di questo specifico progetto interno all’operazione Chaos: […] Tutti coloro che hanno vissuto la turbolenta realtà politica degli anni Settanta ricordano che vi fu un abnorme sviluppo di movimenti marxisti-leninisti di ispirazione filocinese. E infine da rilevare che, secondo quanto acquisito nel citato rapporto del Ros, “il piano Chaos si avvalse anche delle intercettazioni di comunicazioni internazionali operate dalla Nsa”. La National Security Agency e il servizio segreto statunitense preposto al controllo, intercettazione e decodifica di tutte le comunicazioni di interesse per la sicurezza degli Stati Uniti, utilizzando anche la rete Echelon.” William Colby, divenuto direttore della Cia nel 1973, chiuse l’operazione Chaos i15 marzo 1974. L’anno seguente fu istituita la commissione Rockefeller sulle attività della Cia. […] L’operazione Chaos risulta conclusa nel 1974. Nel 1975 la cosiddetta commissione Rockefeller” redasse un rapporto, su questa e su altre operazioni illegali della Cia, che è stato declassificato e reso pubblico nel 1977. Ma l’operazione Chaos non è la sola che i servizi segreti statunitensi abbiano attivato negli anni a cavallo del Sessantotto per indebolire l’impegno politico dei giovani della sinistra europea. Il 28 giugno 1995 il capitano Massimo Giraudo, all’epoca ufficiale addetto al reparto Eversione del Ros dei carabinieri, su delega del giudice istruttore Salvini, interroga come teste Roberto Cavallaro, a suo tempo imputato nell’istruttoria sulla Rosa dei venti e che aveva collaborato con il giudice istruttore di Padova, Tamburino, fornendo preziose informazioni. Cavallaro riferì a Giraudo che nel 1972, nel corso di un addestramento seguito in Francia, aveva appreso dell’esistenza di un’operazione della Cia in Italia, denominata Blue Moon, all’epoca già in atto, consistente nella diffusione di sostanze stupefacenti nei settori giovanili italiani al fine di contribuire al depotenziamento del loro impegno politico. Cavallaro aveva già avuto modo di parlare dell’addestramento dinanzi al giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi. “Il teste aggiunse che l’operazione Blue Moon era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.” Nel corso delle attività di intelligence e di ricerca d’ archivio condotte dal Ros in seguito alle informazioni fornite da Cavallaro, venivano scoperte altre operazioni illegittime, tra le quali “l’utilizzo di Lsd contro leaders socialisti o di organizzazioni di sinistra in Paesi stranieri al fine di farli parlare incoerentemente e screditarli in pubblico” (dai documenti risulta accertata e dimostrata questa attività contro Fidel Castro). Da altra documentazione, proveniente direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge che alla convention hippy di Chicago svoltasi dal 25 al 30 agosto 1968, che degenerò in numerosi episodi di guerriglia, ben il 17 per cento dei partecipanti apparteneva ad agenzie federali e organismi di intelligence. La determinazione del governo statunitense nell’uso dell’Lsd allo scopo di depotenziare l’impegno politico dei giovani traspare da un documento della Cia del 4 settembre 1970, nel quale, a fronte dell’impressionante estensione della protesta giovanile per la guerra in Vietnam, il dipartimento della Difesa suggeriva nuovi metodi di contenimento della violenza politica. Si affermava che la tendenza dei moderni metodi di polizia era quella di demoralizzare e rendere temporaneamente incapaci gli avversari. Si sosteneva che con l’avvento di potenti prodotti naturali, droghe psicotrope e immobilizzanti, fosse nata una nuova era nei metodi di applicazione della legge. Nel contempo, giornalisti vicini agli ambienti dei servizi diffondevano nella società americana la convinzione che il dissenso giovanile e la contrarietà alla guerra in Vietnam nascessero da giovani menti alterate dall’Lsd. A tale scopo fu diffusa la notizia che questa sostanza induceva danni cromosomici, al fine di creare il supporto scientifico all’ affermazione che il dissenso politico proveniva da una devianza genetica. Contemporaneamente, alla fine degli anni Sessanta, furono diffusi per le strade di New York e San Francisco massicci quantitativi di un superallucinogeno ancor pia devastante, denominato Stp (2,5 dimetossi 4 metilfeno-tilammina), prodotto dalla Dow Chemical Company e di cui vennero forniti campioni al quartier generale dell’Us Army Chemical Corps e a Edgewood Arsenal.” E da ricordare in quest’ ambito la figura di Ronald Stark, agente della Cia che stabile un contatto con brigatisti detenuti facendosi collocare nel loro stesso carcere. Nel laboratorio aperto da Stark a Bruxelles, sotto la copertura di un centro di ricerche biomediche, in soli due anni furono prodotti cinquanta milioni di dosi di allucinogeni. Nel 1977 Scotland Yard arrestò il chimico Richard Kemp, aiutante di Stark, sequestrando sei milioni di dosi di Lsd. Fu successivamente chiarito che Kemp, a meta anni Settanta, fabbricava da solo il cinquanta per cento della produzione mondiale di Lsd. E forse superfluo aggiungere che Stark entrò in contatto con le Brigate rosse per ben altri motivi […]

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Com’è arrivata l’eroina In Italia

eroina_blumir2Com’è arrivata l’eroina In Italia

Roma, 1970 – 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, è sconosciuta.
Roma, 21 marzo 1970 – Il Nucleo Antidroga dei Carabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del SID, irrompe in un “barcone” sul Tevere: 90 arresti.
Motivo: la droga. “2.000 giovani si drogavano sul barcone” spara “Il Tempo,” quotidiano romano in cui la cronaca era diretta da Franz D’Asaro, attuale direttore dell’organo dell’MSI , “Il Secolo d’Italia.” È lo scandalo dell’anno: in sei mesi escono sui giornali nazionali, oltre diecimila articoli sulla “droga,” un quantitativo pari al totale de­gli articoli usciti nei sette anni precedenti. Roma, novembre 1975. – Gli eroinomani sono migliaia: lo ammette anche il centro Antidroga del Comune (“Panorama,” 27 novembre 1975, p. 63)Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio. Nel 1970, l’equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142. Il Centro aveva note garanzie di riservatezza e vi si rivolgevano senza problemi tutti i tossicomani dei ceti medi e inferiori (gli alto-superiori hanno la possibilità di usare strutture specializzate private).Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido.
Nei barbiturici e negli ipnotici, gioca il meccanismo farmacologico: la differenza con gli analgesici narcotici come la morfina è proprio la perdita di coscienza, o la riduzione di coscienza: L’anfetamina, che a basse dosi, quando non si è ancora instaurata la dipendenza, è uno stimolante cerebrale forte ma non eccezionale, ad alte dosi (e per giunta endovena), è una bomba in­controllabile. Perché, “cercando droga,” questi giovani trovavano anfetamina e barbiturici? Ci vuole un passo indietro, al periodo ’65-’67. In quell’epoca, un numero enorme di giovanissimi (decine di migliaia) si familiarizza con lo psi­cofarmaco; nelle farmacie si trova di tutto; in casa, le madri cominciano a usare tranquillanti. Quando nasce lo “yé-yé,” il piacere proibito della maggior parte dei ragazzi è la sigaretta (di tabacco) e il whisky; cinque anni prima, in Francia, migliaia di giovani già si “divertivano” con le anfetamine. E anche gli “yé-yé,” con molto ritardo, scoprono che il whisky è “più buono” con la pasticca. Noan, Valium, Ansiolin, non sono stimolanti, ma con un bicchiere di whisky fanno un certo effetto, fanno sentire diversi; per i ragazzi, lo stato normale, il comportamento normale è una “rottura.” Nessuno pensa a drogarsi, alla droga: gli psicofarmaci sono solo “pasticche,” siringhe non se ne vedono. Nasce un linguaggio, un gergo. I prodotti preferiti sono i prodotti in quel momento lanciati dall’industria farmaceutica: non perché i ragazzi sono sensibili in modo particolare ai contenuti della pubblicità, ma perché vanno in farmacia e chiedono specialità che hanno sentito nominare. Oltre al cocktail tranquillanti-alcool, vanno a fiumi il Revonal (della Bracco) e gli altri sonniferi a base di metaqualone; i barbiturici dell’industria sono famosissimi così , psicotonici, ricostituenti, ecc.; l’uso è comune anche per motivi di “produttività” (studio e lavoro) e la gente si abitua a familiarizzarsi col farmaco. Per l’anfetamina, valgono molti discorsi che si fanno sulle droghe e che non si attagliano, per esempio all’eroi­na; il mito della droga che quando si comincia non si può più smettere ha una parte di verità per l’anfetamina: grosse dosi di anfetamina provocano una tale confusione mentale e depressione, che chi “ritorna” dall’esperienza non è molto in grado di scegliere lucidamente; e, per eliminare la depressione, prende un’altra dose abbondante. Quando nel ’67 e nel ’68, comincia, soprattutto fra gli studenti e fra i primi gruppi di controcultura, a girare l’hascisc, ci si aspetterebbe una vasta diffusione fra le decine di migliaia di giovani consumatori di pasticche, se non altro per motivi banali, come provare una droga nuova. Ma non si fanno i conti con la logica di mercato: la diffusione artigianale dell’hascisc (giovani che vengono da Istanbul o dal Marocco) non conta su protezioni mafiose o di polizia; e incontra subito una dura repressione, con pesanti condanne in Tribunale, soprattutto a Roma e Milano nel ’68 (oltre duecento arresti).
La domanda di massa di droga nel mercato viene soddisfatta solo dalle farmacie: si crea una separazione di fatto fra giovani proletari e giovani della nuova sinistra che “fumano”; il rapporto è troppo rischioso, e i giovani proletari vengono “avviati” dalla logica del mercato alla farmacia. La Wellcome, rappresentante italiana della gigantesca Wellcome inglese, vede arrivare la Metedrina (Methedrine Wellcome), un’anfetamina pura, all’8 % del sub fatturato. Con la formula “anfetamina alle masse” e hascisc ai pochi, non c’è da stupirsi se nel ’70 soltanto a Roma si contano 560 tossicomani. Ma il momento determinante nello sviluppo del modello delle tossicomanie, in Italia, è il “Barcone.”In seguito alla clamorosa operazione dei carabinieri romani, si scatena un’eccezionale repressione di massa: nel ’70, gli arresti hanno un boom e superano le 100 unità (cfr. M. Rusconi e G. Blumir, La droga e il sistema, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 209-226); perquisizioni e retate arrivano dappertutto, come nella villa di Praiano (Salerno) ……………e restano in carcere piú di un anno tranne Carol, che muore al manicomio criminale di Pozzuoli. Il giudice istruttore Verasani aveva rifiutato le cure (Carol era malata di diabete) con la seguente motivazione: “questi drogati dicono di essere malati perché vogliono la droga.” Il fatto, famosissimo, rende l’idea del clima incredibile della repressione post-“Barcone”: retate di trenta-quaranta persone a volta; titoloni sulle prime pagine dei giornali. Nasce in Italia la “psicosi” droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa un “male oscuro,” per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita. Solo tre anni dopo, l’opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa (La droga nera) che la storia del “Barcone” era una truffa: i carabinieri avevano dichiarato ai giornali di aver reperito nel “Barcone” mezzo chilo di hascisc, siringhe, eccitanti, e decine di giovani in stato confusionale; in realtà, come risulta dagli atti dell’istruttoria, il corpo di reato era mezzo grammo di hascisc “trovato” in un cestino della spazzatura, e “nessun giovane fu incriminato per­ché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti.”
La colossale montatura, del “Tempo” e del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (a cui ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rap­porto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone,” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” Successe cosí per la colla degli aeroplanini: all’inizio degli anni ’70 alcuni giornali americani spararono sulle prime pagine la notizia che un certo numero di ragazzini usava la colla come droga inalante; un anno dopo, i “drogati” di colla, erano passati da poche centinaia a centinaia di migliaia in tutto il paese.
L’effetto del “Barcone” in Italia, fu il “boom” clamoroso dell’uso di anfetamina: non le pasticche dei ragazzi “yé-yé,” ma le iniezioni endovena. Nel 1970, i tossicomani negli Ospedali Psichiatrici milanesi, sono meno di dieci; nel ’71, trentuno; nel ’72, centoquaranta; sono quasi tutti casi di anfetamina e tutti casi di “bucomani,” abituati a iniettarsi i farmaci; il “boom” dell’anfetamina coincide con il “boom” del buco, con l’inizio della “cultura del buco”: esattamente il modello corrispondente alle immagini droga sparate dai giornali: il capellone con la siringa. Le migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla droga, trovano, a bassissimo prezzo e in libera vendita, l’anfetamina: e trovano alla luce del sole e non disturbati dalla polizia, gruppi di tossicomani pronti a insegnargli la tecnica dell’iniezione e fargli le iniezioni direttamente.
Non trovano invece la droga leggera, perché i prezzi cominciano a essere alti (anche piú di 2-3.000 il grammo), la qualità scadente e la reperibilità scarsa. Numerosi ragazzi cominciano la loro esperienza-droga dall’anfetamina in vena. È il massacro. Dopo due anni, i casi di psicosi cronica sono migliaia. I quartieri centrali come Brera e Campo dei Fiori, ritrovo di compagni del movimento, ma già tartassati dalla repressione, diventano teatro dei guai deliranti dell’anfetamina; si inserisce il mercato grigio, che specula sulle difficoltà di alcuni tossicomani cronici, guardati male dai farmacisti, e fa circolare l’anfetamina a prezzo maggiorato. “Vi siete mai chiesti dove sono finiti alcuni vostri vecchi amici – sí, di quelli magri – quelli con gli occhi fuori dalle orbite – quelli matti – alcuni sono morti. Vi ricordate il ‘Polacco’ e Peter, ovvero 40 pastiglie in due.”
“Se mi sputtano è perché vedo i miei migliori amici che stanno male” scrive “Sballo,” un ragazzo molto “dentro” alla Metedrina (Droga e sistema, cit., p. 121), proprio in quel periodo, a Brera.
Nella primavera del ’72 l’anfetamina è una piaga di massa. Oggi i ricercatori sanno che la rapidità e la violenza con cui è cresciuto il fenomeno sono una conseguenza diretta della campagna politica nata a Roma nel marzo ’70: la dottoressa Maria Grazia Cogliati, dell’equipe psichiatrica, dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, diretta dal prof. Dr. Franco Basaglia, ha dedicato una lunga, lucida e sconcertante analisi a tre annate del quotidiano “Il Tempo” (1968-1970), compreso il caso “Barcone”.
Il lavoro, capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto, funziona su un doppio livello:
a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di piú alla repressione dura con­tro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica.
b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina: criminalizzando tutti i capelloni come sospetti consumatori: l’effetto sul pubblico è profondo, perché “Il Tempo” funziona da direttore d’orchestra in tutta la campagna e le sue veline vengono riprese da tutta la catena dei giornali di Monti e anche dalla stampa nazionale: il risultato è “un atteggiamento basato sulla paura, sul disprezzo e sull’intolleranza.” Si crea il tossicomane, perché chiunque inizia con le droghe nocive viene sbattuto in un vicolo cieco, “impossibilitato a trovare un lavoro o un alloggio o una solidarietà.”
Rendendo la vita impossibile a capelloni, freackettoni nelle piazze o nelle case e respinti e visti come drogati dalla gente, costringe una parte di loro a darsi alla droga pesante (Analisi del comportamento comunicativo di un giornale romano, in Esperienze di una ricerca sulle tossi­comanie giovanili in Italia, a cura di L. Cancrini, Mondadori, Milano 1973, pp. 194-230).
L’alleanza opinione pubblica-polizia è fondamentale per rendere possibile e credibile la repressione dei giovani proletari e delle droghe leggere; in società dove la gente è piú informata sulla nocività delle varie droghe, sui modi efficaci di affrontare un eventuale problema di tossicomania, si crea automaticamente una rete di protezione, dalla famiglia agli amici, intorno a chi usa droghe illegali; in Italia, il caso tipico dopo il ’70, è quello del genitore che denuncia il figlio alla polizia e che chiede ai carabinieri di salvarlo dalla droga. È un risultato eccellente, voluto: la trasformazione della famiglia in una rete capillare di spionaggio gratuito per la polizia. Una pacchia: solo a loro spese, naturalmente, i genitori sprovveduti, che hanno chiesto “aiuto” ai carabinieri, scopriranno che ciò vuol dire mandare in galera il loro figlio per due anni e trasformarlo in un rottame.
Un’ equipe dell’Istituto Superiore di Sociologia di Milano, coordinata dal professor Guido Martinotti, ha analizzato, valendosi di tecniche di elaborazione elettronica, tutti gli articoli sulla droga apparsi su sei quotidiani significativi (“Corriere della Sera,” “Giorno,” “L’Unità,” “La Notte,” “La Stampa,” “L’Avvenire”); ecco come vengono caratterizzati, nella maggioranza dei casi, i consumatori di droghe leggere arrestati dalla polizia: devianti, squallidi,» «disumani, violenti,” “sprovveduti,” (C. Caraccia, C. Costa, G. Martinotti, La stampa quotidiana e la droga, in Droga e società italiana, Indagine del Centro Nazionale di Prevenzione e difesa sociale, Giuffré, Milano 1974).
Nella ricerca condotta per l’Amministrazione provinciale di Milano, gli psicologi Quadrio e colleghi hanno rilevato statisticamente che nel ’73, la stragrande maggioranza della popolazione aveva accettato le idee reazionarie diffuse dalla stampa: il 50,8 % , riteneva che individui particolarmente attirati dalla droga fossero gli omosessuali; tra i problemi ritenuti “attualmente preoccupanti” in Italia, il 70.1 % dei giovani credeva che le droghe hanno solo effetti negativi,” il 38,4 % riteneva che “tutte le droghe sono egualmente dannose,” il 23,9 % in­dicava l’hascisc fra le droghe giudicate piú dannose, il 33,2 % rispondeva “sí” alla domanda “le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo quartiere,” il 45,1 % rispondeva “sí” alla domanda “le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo caseggiato?” e addirittura un 82 % di sí per “se volesse imparentarsi con la sua famiglia?” (A. Quadrio, B. Barbero Avanzini, F. Dogana, 141. Sacchi, Il problema della droga nella società contem­poranea. Indagine sulla opinione pubblica milanese, in Droga e società italiana, cit.).
Grazie al “Tempo” e ai carabinieri del SID, chi fuma qualche sigaretta di marijuana è visto dalla gente peggio di un lebbroso. È chiaro anche che nei giovani con queste opinioni, basta un momento di esperienza personale con una qualsiasi droga non schifosa, per far crollare tutte le resistenze: il 33,5 % degli intervistati tra i 16 e i 20 anni indica l’hascisc fra le droghe piú pericolose. Sono masse “predestinate” all’eroina. I primi morti. L’anfetamina è una droga pesante Il primissimo è Gianni Favero, 20 anni, di Mestre, assassinato dalla Squadra Narcotici di Milano e dal carcere milanese di San Vittore: i funzionari della questura lo arrestano con un paio d’etti di hascisc in seguito a una spiata. È la solita storia: i poliziotti di Milano e Roma sono dei precursori del clima post-barcone degli anni ’70; il capo della Mobile milanese, il dottor Beneforti, si scatena contro i compagni che portano un po’ d’hascisc da ; Istanbul, e intanto, invece che alla lotta contro gli evasori fiscali o i truffatori alla Felice Riva, sì dedica allo spionaggio telefonico, insieme a Tom Ponzi (fatti per cui finirà in galera nel ’73, nel corso dell’istruttoria sulle intercettazioni). Il ragazzo arrestato questa volta è un consumatore di anfetamina: in carcere non lo curano e muore dopo pochi mesi per nefrite. La seconda è Carol Berger, senza nessuna malattia di droga: assassinata da un giudice istruttore di Salerno, che le nega le cure (vedi paragrafo precedente).I primi morti “diretti” sono del ’72: e sono quattro; Fiorella Nicolato, a Vicenza, in febbraio, uccisa da un barbiturico in associazione (lo Strofosedan); Pietro Lagomaggiore in marzo, a Milano: anfetamine; Elisa Toso, 16 anni, in settembre, a Trino Vercellese: anfetamine; Patrizia Paolucci, a Milano in dicembre: anfetamine. Sono solo i morti apparsi sui quotidiani nazionali: poi ci sono gli altri, quelli che muoiono come cani, in una toilette o in una soffitta, per una dose fatale di anfetamina; quelli di cui parla “Sballo,” non registrati dai medici o dalla stampa: l’anfetamina non è una droga.


Dall’anfetamina alla morfina

Il 17 maggio 1972, il ministro della Sanità del governo Andreotti, il democristiano Athos Valsecchi (incriminato nel ’74 per lo scandalo del petrolio) inserisce nell’elenco degli stupefacenti le anfetamine: ben 34 anni dopo la Svezia e dopo una polemica di venti anni delle Nazioni Unite contro lo stato italiano.Il provvedimento arriva all’improvviso, quando i consumatori di anfetamina endovena sono in tutta Italia almeno diecimila, e i tossicomani non meno di cinquemila. Il lancio pubblicitario della nuova legge è notevole (prima pagina sui giornali); in parte è un provvedimento-truffa, perché vengono messe fuorilegge soltanto un terzo delle anfetamine, che le case ritirano dal commercio. Restano in circolazione dozzine di specialità, dal Preludin Compositum (della Boehringer) al Magriz (della Pierrel) al Magrene (della Ravasini), al Tenuate (della multinazionale Richardson and Merrell). Sono prodotti a fatturato altissimo per­ché usati da centinaia di migliaia di persone, in mag­gioranza donne, come dimagranti.
Gli effetti sul mercato della proibizione delle anfetamine sono clamorosi; nell’autunno del ’72, arriva, a Roma, la morfina. Prezzi bassi, ottima qualità: è cloridrato di morfina della Mercks, un’industria tedesca che si è sbarazzata di enormi scorte (diverse tonnellate) di morfina in pasticche, con un sistema originale.
Le organizzazioni…….. …(c’è un salto nella pagina , ma a memoria le pasticche dovrebbero essere quelle delle scorte per i soldati americani in Vietnam,dove la guerra nel frattempo è finita e quelle scorte sono inutilizzabili) ……e medicinali; e acquistano le pastiglie (che la Mercks non saprebbe come usare perché ne è stato proibito il commercio). Milioni di pasticche finiscono a Peshawar, nel Pakistan, e vengono rivendute al mercato nero agli europei di passaggio: 30 lire a pasticca. Molti freak europei in viaggio verso l’India cominciano a bucarsi con questa morfina; la voce si sparge, e nell’autunno del ’72, Roma, ai concerti pop, a Campo de’ Fiori e in numerosi quartieri, è inondata di morfina.”Sono uscito di carcere nell’inverno ’72, dopo un anno e quattro mesi. Mi avevano dato la libertà provvisoria con la legge Valpreda.
Mi aveva arrestato il capitano Servolini dei carabinieri antidroga, per una pastiglia di LSD, nascosta in una biro: l’hanno trovata per una soffiata.” Comincia cosí il racconto di Roberto Canale, uno delle centinaia di ragazzi e compagni romani, arrestati nel ’70 dal Nucleo antidroga.”Quando sono uscito, Roma non era piú la stessa: Trastevere completamente rovinata, Campo de’ Fiori piena di spie, di mafiosi […]. Quando sono entrato in carcere, a Roma c’era qualche bucomane: sballati che si facevano l’anfetamina; oppio o morfina nei giri di Trastevere e Campo de’ Fiori non se ne vedevano quasi mai. Adesso, arrivo sulla piazza e vedo dei ragazzi che vendono pastiglie di morfina davanti a tutti, come se fossero sigarette di contrabbando. ‘Ma non avete paura?’
Alcuni li conoscevo, erano ragazzi delle borgate. Si misero a ridere. “A te ne diamo gratis, prendila, è molto buona.””Credevo che fossero gentili perché erano vecchi amici e io ero appena uscito di prigione: mi sbagliavo. Facevano così, quasi con tutti: gratis o per 200-300 lire.`Il memoriale di Roberto Canale, in possesso di Stampa Alternativa e pubblicato in esclusiva in stralci da “Paese Sera” (Sono un drogato, ecco la mia storia), un paginone del 24 aprile ’75, e l`Espresso” (Cosí funziona l’industria della morfina, 27 aprile 1975), è il documento fondamentale per capire la storia dell’eroina in Italia. Gli spacciatori di morfina non erano grossi boss mafiosi o professionisti: ma ragazzotti di periferia entrati in un’impresa più grande di loro. Nella parte inedita del memoriale, Roberto spiega di aver conosciuto in carcere parecchi ragazzi tossicomani e amici di tossicomani: tutti, quando venivano fermati ……………… e facevano questo discorso: “……. vi lasciamo stare; altrimenti, due anni al gabbio (prigione) non ve li toglie nessuno.” Il ricatto scattava anche quando i ragazzi venivano fermati senza droga. “A quella ci pensiamo noi” diceva Servolini, ‘i giudici tra la nostra parola e la vostra credono a noi.’ […].
Alcuni tossicomani finivano nei guai per aver fatto delle ricette false: se i carabinieri fermavano un tossicomane, Servolini gli faceva lo stesso discorso; però con una promessa in piú: “Se lavori per noi ti diamo morfina gratis.”. Dopo che ho cominciato a bucarmi, ho visto anch’io qualche volta questa morfina: era diversa da quella del Pakistan (logico: Servolini non poteva arrivare al punto di consegnare ai ragazzi droga uguale a quella che veniva venduta sul mercato dagli spacciatori, il gioco sarebbe stato troppo scoperto), e si diceva che veniva dai Laboratori farmaceutici che la forniscono in dotazione esclusiva all’esercito. La chiamavano Palfium.
Del Palfium abbiamo già parlato.
Fu lanciato dall’industria belga alla fine degli anni ’50 come l’analgesico del secolo che non dà assuefazione, in realtà era una specie di morfina sintetica con le stesse proprietà tossiche; i laboratori sono quelli dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (autorizzato a produrre sostanze stupefacenti dal ministero della Sanità: aut. 1/860) che lavora esclusivamente per le Forze Armate: i Carabinieri ricevono i medicinali direttamente da loro.< Nel ’73, tra la morfina del Bangla Desh e quella dell’esercito, Roma è inondata di droga pesante. Le pasticche vengono soprannominate “Peshawar,” i clienti cominciano ad arrivare anche da altre città, Milano, Bologna, Firenze.La morfina fa strage fra i tossicomani da anfetamina, già abituati alle iniezioni, e contenti di passare a una tossicomania apparentemente più tranquilla dei continui deliri dell`anfe”: le prime centinaia, migliaia, di reclute, sono ex anfetaminici. Gli spacciatori sono una trentina, ma lavorano parecchio, in una decina di “piazze,” dal centro, Campo de’ Fiori, a zone come piazza Quadrata (il Piper), piazza Bologna, la Balduina, Monteverde, a zone di periferia come Boccea o Montesacro. I piú importanti sono una decina e non hanno difficoltà ad andare e tornare dal Pakistan ……………..informatori dei Carabinieri del Nucleo Antidroga, vendevano sotto gli occhi dei carabinieri in borghese,” accusa il memoriale Canale. Il Nucleo non ha mai smentito: e non ha reagito nemmeno alla clamorosa denuncia contro il suo titolare (capitano Mazzotta) per “corruzione e spaccio di eroina” presentata il 2 luglio 1975 da Stampa Alternativa alla Procura della Repubblica di Roma, in base al memoriale ed a un voluminoso dossier.D’altra parte, già nel ’73, il “Corriere della Sera” aveva pubblicato in prima pagina una clamorosa (quanto involontaria) rivelazione dell’ambasciata americana, racchiusa in un libretto ad uso e consumo esclusivo dei turisti americani, per metterli in guardia contro le leggi italiane, in cui si affermava testualmente: “I giovani americani non sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cambio di informazioni dettagliate sugli acquirenti/consumatori (Alfonso Madeo, La droga trabocchetto per i turisti a Roma, “Corriere della Sera,” 23 maggio 1973). Una chiara accusa di protezione e connivenza, anche questa mai smentita, anzi, in seguito alla quale il gran capo dell’Antidroga, il capitano Servolini, venne subito dopo destituito dalle sue funzioni e trasferito. Gli spacciatori agiscono indisturbati; mentre continuano al solito ritmo gli arresti per hascisc, non un solo arresto viene effettuato per detenzione o spacciò di morfina tra il ,’72 e l’estate del ’73.”
Dal febbraio 1973, il Centro Antidroga del Comune di Roma comincia a ricevere i primi casi di intossicazione da morfina: nel settembre 1974, è possibile fare i conti. Sono passati dal centro, -160 giovani: tutti consumatori abituali di oppiacei; nel 1970, su 142 tossicomani trattati dal Centro per le “tossicosi da stupefacenti e psicotropi gestito dall’equipe di Cancrini (e ora chiuso), nessuno era morfinomane o eroinomane, tutti erano farmacodipendenti da psicofarmaci (cfr. L. Cancrini, M. Malagoli Togliatti, G. Meucci; Droga: chi, come, perché, Sansoni, Firenze 1972, pp. 53-54). La situazione si è completamente ribaltata: l’escalation dall’anfetamina alla morfina è documentata in modo evidente. Il neuropsichiatria dottor Riccardo Zerbetto, dell’equipe del Centro Antidroga, segnala un 36 % di ex consumatori di anfetamine, piú di un terzo del totale (in L’impiego del metadone nel trattamento della morfinodipendenza, in “Rassegna di studi psichiatrici,” vol. LXIII, fasc. 6, novembre-dicembre 1974, p. 875).

Dalla morfina all’eroina.
L’inverno dell’eroina: ’74 – ‘75. Quando le scorte pakistane di morfina della Mercks finiscono, il giro cambia: è il momento dell’eroina, che ad Amsterdam (’74) si trova anche a 10.000 lire al grammo. Tutti i morfinomani passano senza difficoltà all’eroi­na: l’inverno 74/75 segna la diffusione di massa. Ormai a Livorno, quelli del giro bucano quasi tutti. L’eroina si è fatta viva già da un pezzo, da parecchi mesi (prima era un fatto sporadico) con regolarità. Costa 10.000 lire a busta e i ragazzi incastrati la rimediano con furtarelli o vendendo altra `”ero”. Per quanto riguarda l’hascisc, il discorso è quello che si fa in moltissime città: per periodi relativamente lunghi sparisce del tutto e appare la roba pesante; e dopo un po’ l’erba ricompare ancora, ma a prezzi assurdi: per 5.000 lire ti danno un `joint’ (sigarettone a base di hascisc, N.d.R), un ‘joint’ e mezzo. Arresti, per il fumo, ce ne sono sempre. Per l’eroina, uno o due: chi ce l’aveva per venderla, è subito uscito; l’altro, un ragazzo di 18 anni preso nel giro, è ancora dentro,” scrive all’inizio della primavera una studentessa di Livorno.”A Genova (da sempre una buona piazza per l’acquisto di droghe leggere provenienti dal porto) circa tre ‘ mesi fa quei figli di puttana mafiosi hanno fatto sparire quasi completamente la “merda” (è la parola di gergo ‘ per l’hascisc, dall’inglese shit )” scrive un compagno anarchico. “All’inizio l’hanno distribuita anche gratis o comunque a un prezzo bassissimo. Adesso sono passati a 90.000 lire il grammo; per quanto riguarda la `merda,’ i prezzi prima dell’inverno erano questi: marocco: 60.000 all’etto; libano rosso: 80.000; pakistano nero: 90.000. I prezzi delle stecchette partivano da un minimo di 1.500-2.000 al grammo. Adesso i prezzi sono cambiati ed è difficilissimo trovare della roba che non sia una fregatura: marocco: 90.000; libano:………………….. strade il nero va addirittura a 270.000, 250-300.000.

L’operazione eroina si basa su tre fattori:
a) Senza nessun problema, sparita la morfina, sostituirla con l’eroina; anche se i prezzi sono piú alti, i morfinomani non hanno scelta; é l’eroina è anche farmacologicamente un sostituto adatto.
b) La manovra di mercato: i mafiosi dell’eroina con­trollano una quota del mercato della droga leggera; non hanno nessuna difficoltà a fingere una carestia della merce o ad alzare artificiosamente il prezzo; contemporaneamente, immettendo sul mercato eroina a basso prezzo o semi-gratuita, si compie un’operazione promozionale verso, i “neofiti”, della droga, le migliaia di ragazzi, che, stimolati dai meccanismi che abbiamo descritto in pre­cedenza, si avvicinano al mercato nero per “provare” la droga,nella misura in cui in cui, come documentano le indagini di Quadrio e della sua equipe di psicologi, questi ragazzi ignorano i pericoli dell’eroina, o hanno un’immagine confusa della droga in generale, non esistono resistenze specifiche all’uso di eroina. Inoltre, la migliore pubblicità è quella del prezzo. basso: ciò è particolarmente vero per i giovani operai, proletari e sottoproletari. Nell’inverno ’74-75 nelle grandi città operaie come Torino e Milano quello del prezzo è il fattore chiave con cui vengono agganciati i giovani operai.
c) Chi controlla il racket dell’eroina ha la necessità per potere alterare i prezzi del mercato delle droghe leggere, o per poter limitare drasticamente la disponibilità di hascisc, di influire sulle quote di mercato dell’hascisc controllate da altri, non legati al racket. L’unico modo di influire su queste quote sono gli arresti e i sequestri, che non possono, per evidenti motivi, essere operati direttamente dai trafficanti.
Tuttavia ‘il trimestre novembre/ gennaio segna un “boom” clamoroso negli arresti per droghe leggere: oltre 2.000 in tutta Italia, pari a una media annua di 8.000. I “fumatori” vengono arrestati a dozzine alla volta, compreso piccole città come Monza, dove il 16 dicembre (cfr. “Il Giorno”) vengono arrestati dodici ragazzi di Lissone, Macherio, Sovico: di cui 8 operai e 1 meccanico; l’epidemia coinvolge molte regioni e città dove per anni gli arresti sono stati rarissimi o inesistenti: l’Umbria ..(Spoleto, Foligno, Terni, Perugia), la Calabria Trieste ……………); i centri minori della Lombardia (Bergamo, Treviglio), la Puglia (Bari, Mola), la Sicilia (Catania, Palermo); nelle grandi città (Torino, Firenze, Bologna, Roma, Mi­lano, Genova) c’è un’intensificazione delle retate soprattutto a Milano si cerca di colpire le quote piú vistose dell’importazione: il 26 gennaio i carabinieri sequestrano 41 kg di olio di hashish, il cui valore è dieci volte superiore all’hashish semplice (stimato in mezzo miliardo). Le operazioni nel Nord Italia sono promosse dal Nucleo Antidroga dei carabinieri di Milano, diretto dal capitano Guarnotta, braccio destro di Servolini nel caso del “Barcone” sul Tevere (e autore in proprio della fa­mosa provocazione contro Re Nudo: 67 arresti in un circolo privato); al centro fra Roma-Umbria-Firenze-Napoli, dal Nucleo Antidroga dei Carabinieri di Roma.
I Nuclei Antidroga ritornano a farla da protagonisti nell’operazione eroina:soltanto col loro aiuto i trafficanti di eroina possono controllare le quote di mercato (droghe leggere) non in mano loro: l’operazione “ inverno dell’eroina” , con ritiro delle droghe leggere e massicce immissioni di eroina a basso prezzo funziona e riesce perché con i 2000 e passa arresti e con gli importanti sequestri delle medie e grosse importazioni i carabinieri hanno bloccato il mercato dell’hashish dando via libera ai trafficanti di eroina.

 

Com’è arrivata l’eroina In Italia was last modified: Dicembre 13th, 2014 by glianni70.it

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