In cerca del 68 a cura di Giuseppe Bertolucci

In cerca del 68 A cura di Giuseppe Bertolucci

Doc completo

Vhs de L’Unità 1996

In cerca del 68.Doc completo.A cura di Giuseppe Bertolucci.Vhs de L'Unità 1996 (HQ)

In cerca del 68. Doc completo. A cura di Giuseppe Bertolucci. Vhs de L’Unità 1996 (HQ)

Il “Sessantotto” italiano e mondiale rappresenta un evento estremamente complesso e articolato. Il curatore tenta di dipanare alcuni dei principali fili di questa intricata matassa di avvenimenti, di personaggi, di processi, di culture. Dai primi segni del nuovo impegno dei giovani nel 1966 fino al 1969, il racconto procede in modo non cronologico muovendosi sul filo dell’emozione oltre che su quello della ricostruzione storica. Il film è organizzato in oltre 20 voci, da “Alluvione” a “Uno di noi”, procedendo attraverso “Buoni”, “Cattivi”, “Consumismo”, “Contestazione”, ecc., per arrivare a “Fiaba”, “Fiat”, “Neri”, “Polizia”, e molte altre ancora. In questa sorta di dizionario del ’68 ripercorriamo alcuni degli eventi cruciali di quel periodo storico: dalle prime occupazioni delle Università alla battaglia di Valle Giulia, dal maggio francese alle rivolte dei neri americani, dalle lotte antimperialiste al dogmatismo dei gruppi maoisti che manifestano agitando il “libretto rosso”, dalla repressione poliziesca al dibattito tra gli intellettuali.
Il film fa parte della collana DIARIO DEL NOVECENTO Dieci film antologici che affrontano alcuni dei momenti e dei problemi più controversi della storia italiana: il dopoguerra, il miracolo economico, il ’68, la questione del Mezzogiorno, etc; affrontano inoltre tre grandi eventi della storia mondiale del ‘900, come la guerra di Spagna, la guerra del Vietnam, la rivoluzione cubana. Le dieci antologie sono state curate da dieci autori del cinema italiano; si è preferito affidare la realizzazione delle dieci opere a dei registi perché fossero valorizzate la carica evocativa e la forza delle immagini oltre che la ricostruzione puntuale dei nodi trattati. La serie è stata realizzata della Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico in collaborazione con l’Arca Editrice Per info: aamod.it

In cerca del Sessantotto. Tracce e indizi
a cura di Giuseppe Bertolucci.- Italia : Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, 1996.

Italia : Arca Editrice.
VHS (74’) ; b/n.
l’Unità. Diario del Novecento – n. 1

 

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I giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parte

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di Luca Barbieri

Qui le precedenti puntate.

c) 2002 – Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

4. Giugno — Luglio: guerra tra giudici

Tra fine giugno e luglio, di fronte a uno stallo delle novità dal lato inquirente (l’unica novità è rappresentata dall’arresto a inizio di giugno di Paolo Virno e Lucio Castellano, redattori di Metropoli) esplode il conflitto tra il giudice istruttore Giovanni Palombarini e il Pubblico Ministero Pietro Calogero. Il conflitto inizia sulla stampa già a fine giugno. Calogero ha presentato 14 nuovi mandati di cattura (“Padova: altri mandati di cattura?”, Unità 28 giugno) ma Palombarini non si decide a dare il via libera agli arresti. Calogero per tutta risposta parla e attacca, il termine non è esagerato, il giudice istruttore sull’Unità del 30 giugno (“Perché ristagna l’inchiesta a Padova sull’Autonomia” il titolo, e in occhiello “Amara e preoccupata dichiarazione del PM Calogero”).

Nella chiacchierata con Sartori Calogero lamenta che da nove giorni sono stati domandati a Palombarini nuovi mandati di cattura e che il loro mancato accoglimento rende difficili nuovi arresti. Anche perché il giudice istruttore contesta singoli comportamenti o fatti senza però «inquadrarli preventivamente nel reato di associazione sovversiva e in quello più specifico e grave di banda armata». Calogero spiega a Sartori che Palombarini si sta comportando come si comportò nel ’77 nelle sue prime inchieste su Autonomia quando «il giudice istruttore non contestava quasi nulla relativamente al reato associativo e doveva intervenire per farlo il pubblico ministero».
La cosa è molto grave. Calogero spiega con un esempio: «Sarebbe come se in un caso di omicidio ad un imputato venisse contestato il possesso dell’arma senza fare riferimento al fatto specifico che con quell’arma è stata uccisa una persona». Un attacco molto pesante, pieno di esempi, dal quale si capisce che Calogero considera Palombarini come un ostacolo “interno” al suo lavoro. Ma nel caso 7 aprile, a differenza di altre situazioni simili, manca un arbitro, qualcuno che chieda ai giudici di fermarsi (o almeno non attaccarsi in pubblico). La Procura di Padova si spacca in due: o con Calogero, o con Palombarini. Anche Repubblica riporta diffusamente la notizia del conflitto in atto: “Magistrati in guerra a Padova — Che accade all’inchiesta Negri?”. E’ una specie di cataclisma. Il giudice istruttore Nunziante si dimette in polemica con Palombarini, Fais dà ragione a Calogero («Il giudice istruttore Palombarini ha taciuto del tutto l’esistenza delle prove, non le ha contestate agli imputati») e invita i giornalisti a rimanere in città perché nei prossimi giorni «chissà che succede». Salvatore Senese, segretario generale di Magistratura Democratica interviene per polemizzare con le dichiarazioni di Calogero che «suscitano forti perplessità e inquietudini in chiunque fonda la propria avversione al terrorismo sulla adesione ai valori essenziali della democrazia politica e alle forme istituzionali della legalità repubblicana».

Il 3 luglio Palombarini ordina la scarcerazione di Carmela di Rocco, accogliendo l’istanza presentata dalla difesa. Il bilancio del confronto a distanza Palombarini-Calogero è riassunto bene dal Corriere (5 luglio): «I provvedimenti chiesti da Calogero erano 32: 17 mandati di cattura, 10 mandati di comparizione, 5 comunicazioni giudiziarie. Palombarini ha risposto con 15 comunicazioni giudiziarie per “costituzione di banda armata”, 4 per “partecipazione a banda armata” e, sembra, due mandati di comparizione». Invece che puntare sulla scarcerazione, per il titolo l’Unità punta su quelle negate. “Libertà negata a 7 autonomi ma nessun nuovo mandato di cattura” è il titolo del quotidiano mentre della scarcerazione si parla solamente nel sommario. Ovviamente il provvedimento per l’Unità «ha dato atto della bontà dell’accusa». Il giorno dopo, il 5 luglio, lo stesso giornale riporta un altro intervento rassicuratore di Aldo Fais: “Nessuna caccia alle streghe, dice Fais, ma solo la raccolta di prove sicure”.
Nello stesso giorno esce una delle interviste più famose di Calogero, quella rilasciata al Corriere della Sera in cui Calogero parla del rischio di una guerra civile. Il titolo di apertura della prima pagina è a quattro colonne: “C’era il rischio di una guerra civile spiega l’accusatore degli autonomi”. Si tratta di una sintesi perfetta del Calogero-pensiero: dalla idea che prima del 7 aprile l’Italia fosse sull’orlo della guerra civile all’ipotesi che Curcio non sia affatto un capo delle BR ma un semplice esecutore di idee altrui. All’interno dell’intervista un box (“E ora chi farà la prima mossa nell’inchiesta sull’Autonomia?”) che fa il punto della situazione sullo scontro in procura. Come preannunciato dal Corriere, nei giorni seguenti Calogero impugna immediatamente la decisione di Palombarini riguardo a Carmela Di Rocco davanti alla Corte di Appello di Venezia. Alla base della divergenza due filosofie completamente opposte. «Avendo gli stessi elementi due magistrati arrivano a conclusioni diammetralmente opposte» nota il Manifesto del 7 luglio che sostiene che «lette le argomentazioni di Calogero diciamo che questa parte dell’inchiesta è stata fatta usando tecniche intimidatorie. Prima che Palombarini depositasse le sue ordinanze Calogero ha fatto la nota sortita pubblica nella quale ha accusato Palombarini di boicottare la sua inchiesta. A questo punto il giudice istruttore, attaccato da un gruppo di magistrati (Calogero, Nunziante e il procuratore capo Fais) e da gran parte della stampa ha scelto la via della mediazione e della cautela scarcerando solo Carmela di Rocco perché le prove contro di lei erano addirittura risibili».

Ma dopo la Di Rocco tocca, questa volta a Roma, a Giuseppe Nicotri. Dopo tre mesi il giornalista accusato di essere uno dei telefonisti del caso Moro viene scarcerato. Il fenomeno che si può osservare nella titolazione dei quotidiani è analogo a quello registrato per la Di Rocco sull’Unità. Il 9 luglio Repubblica titola: “Nicotri libero ma Negri e gli altri restano in carcere”. Da notare tra l’altro che Repubblica ha sempre omesso di indicare Nicotri come proprio collaboratore (sul giornale di Scalfari si firmava con lo pseudonimo di Pietro Miccolis). L’Unità titola: “Solo Nicotri libero per insufficienza di prove”. C’è insomma in entrambi i quotidiani un’evidente inversione di salienza. La preminenza non viene data al dato nuovo (la scarcerazione di un imputato che contrasta con il quadro finora presentato) bensì agli elementi stabili che invece confermano la situazione esistente. Solo il Manifesto, “3 mesi dentro, niente indizi. Neanche una scusa”, sottolinea il valore destabilizzante per l’inchiesta della novità. Inoltre il Manifesto ha il merito anche di chiedersi che senso abbia ora la prova fonica che si sta effettuando in Michigan visto che nei fatti è già stata esclusa la possibilità che la voce sia di Nicotri perché tutti i suoi alibi (dopo tre mesi) sono stati verificati. Sul Manifesto dell’8 luglio da registrare la nuova puntata dello scontro Maiolo-Paolucci. In un corsivo parla esplicitamente di “imbarbarimento” per parlare dei rapporti tra i due giornalisti. E dire che una volta erano pure amici.

Questi due mesi di narrazione dell’inchiesta, giugno e luglio, pur passati velocemente in rassegna, presentano tratti comuni che hanno portato alla decisione di accomunarli in un unico paragrafo. Il tratto comune è sostanzialmente rappresentato da alcune novità. Le due scarcerazioni, quella di Carmela di Rocco e di Giuseppe Nicotri, il duro conflitto tra magistrati a Padova avrebbe potuto fornire ai quotidiani lo spazio per uno spunto di riflessione. Il polarizzarsi delle posizioni nella magistratura avrebbe forse aperto ai quotidiani un varco per differenziare la propria posizione. Non si registra niente di tutto questo. Anzi, le interviste rilasciate da Calogero sbilanciano se possibile ancor di più la situazione.

5. Il lungo ’79 e il blitz di Natale

Per il resto dell’anno la narrazione scorre a ritmi alterni. Fino a dicembre, al nuovo blitz del 21 dicembre, non ci saranno grosse novità dal punto di vista giudiziario (la prospettiva che ho scelto di privilegiare in questa sede). Alcuni spunti di cronaca comunque riportano a tratti l’attenzione di quotidiani verso Padova e Roma.
La cronaca estiva di agosto si incentra (anche se il tema era già cominciato a circolare a giugno) sulla figura di Franco Piperno. Non mi dilungo troppo su questo “filone” perché travalica il caso 7 aprile. Come detto in fase introduttiva l’inchiesta in esame sembra aver contatti, almeno a detta della stampa, con tutti i grandi misteri italiani. Durante il sequestro Moro Franco Piperno, uno dei leader dell’autonomia, era stato contattato da esponenti del PSI (Signorile e forse Craxi) per avere una sorta di “consulenza”: ovvero sondare la possibilità di un dialogo con le BR per arrivare a una liberazione di Aldo Moro. Non si è mai chiarito però se Piperno fosse realmente in contatto con i brigatisti (sulla stampa si ipotizza che il tramite potesse essere Morucci) oppure fornisse solamente un aiuto per così dire “teorico”. Piperno inoltre, anch’egli oggetto di un mandato di arresto da parte di Calogero, è tuttora latitante e il suo nome è stato collegato all’attività della rivista Metropoli che a inizio giugno è finita sotto l’occhio della magistratura perché gli inquirenti la considerano “portavoce” delle BR. A Metropoli ovviamente avrebbe collaborato anche Negri. Dopo due mesi di illazioni (Repubblica in giugno arriva ad ipotizzare che Piperno sia “protetto” dal PSI e soprattutto da Giacomo Mancini che tra l’altro fin dall’inizio è uno dei pochi esponenti politici ad essere dubbioso sull’inchiesta), a inizio agosto la stampa sembra ritrovare le sue tracce a Vescovio nel reatino, in un covo dove la stampa ipotizza che vi siano passati, oltre a Piperno, alcuni redattori di Metropoli, la Renault in cui fu ritrovato Moro e addirittura l’arma per uccidere Alessandrini.

Ma il fantasma di Piperno si materializza davvero il 18 agosto. E i quotidiani italiani, sulla scorta delle dichiarazioni della Polizia di Stato, prendono una delle più grandi cantonate dell’intera vicenda. In Versilia una pattuglia della polizia è costretta a una sparatoria. L’Unità titola: “Sparatoria e fuga. Era Piperno”. La Repubblica: “Franco Piperno sfugge sparando alla cattura?”. Come attenuante bisogna sottolineare che la responsabilità dell’identificazione si può attribuire al Prefetto di Lucca che dichiara incautamente «al novanta per cento si trattava di Piperno».
I commenti sull’ideologo che si trasforma in volgare assassino mettendo mano alla pistola si sprecano. Il fatto che abbia sparato è ovviamente un’ulteriore prova della sua colpevolezza. Peccato che il giorno dopo i quotidiani italiani debbano dar conto dell’avvenuto arresto a Parigi di Piperno su segnalazione di due turisti italiani. Per il giorno della supposta sparatoria Piperno ha un alibi di ferro. Repubblica due giorni dopo rettifica mentre l’Unità continuerà a sostenere la tesi che Piperno, nonostante le testimonianze, sia arrivato a Parigi in tempo di record dopo la sparatoria. Sia come sia, comincia da qui la lunga trafila per arrivare a fine novembre all’estradizione di Piperno e di Lanfranco Pace (anch’egli fermato a Parigi qualche giorno dopo).

A settembre, dopo Di Rocco e Nicotri, è l’ora di Bianchini e Serafini riacquistare la libertà per insufficienza di prove. Con queste due scarcerazioni tutto il gruppo Negri, a parte Ferrari Bravo, è praticamente in libertà. Invece di sfruttare questi elementi per ridiscutere l’inchiesta Unità e Repubblica notano il contrasto tra questa decisione e quella precedente di luglio di Palombarini. L’Espresso intanto, a firma di Giuseppe Nicotri, rivela i nomi dei testimoni padovani che hanno aiutato Calogero nell’inchiesta. Si tratta di Antonio Romito, Paolo e Silvia Pavanello, Silvio Cecchinato, e gli assistenti universitari di Scienze politiche Marco Dogo e Severino Galante. Il dibattito, grazie agli ultimi sviluppi sembra una volte per tutte decollare. Su Repubblica del 15 settembre viene pubblicato un “Appello ai giudici del caso Negri”. Si tratta di una lettera aperta firmata, tra gli altri, da Alberto Abruzzese, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Giorgio Bocca, Massimo Cacciari, Umberto Eco, Paolo Mauri, Stefano Rodotà, Mario Tronti e Gianni Vattimo.

Sono ormai passati più di cinque mesi da quando la Magistratura italiana, sulla base di prove che si affermavano serie e certe, ha formulato gravi imputazioni nei confronti di Antonio Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone e di altri con essi sospettati. Sarebbe ozioso esprimere qualunque opinione sulla colpevolezza o innocenza degli imputati, né è nostra intenzione entrare nel dibattito, forse mal formulato da alcuni intellettuali stranieri, sulla repressione in Italia. Non è possibile tuttavia rilevare che, da allora, non soltanto non sono state portate a conoscenza della pubblica opinione altre prove che voci incontrollabili raccolte, a volte con singolare leggerezza, dalla stampa […] Di fronte a questi fatti, i cittadini hanno diritto di sapere se la Magistratura ha veramente le prove che afferma di avere o se, ancora una volta, le autorità e la stampa dicono ai cittadini non ciò che ritengono giusto o veritiero, ma ciò che giova a un qualche disegno politico, agendo con una spregiudicatezza che contrasta con le regole dello Stato di diritto (spregiudicatezza di cui sembra un altro segno allarmante la dispersione nelle carceri di detenuti in attesa di giudizio).

Si tratta di uno dei pochi tentativi, oltre ad alcuni interventi di Neppi Modona su Rinascita, di aprire un dibattito e una riflessione pubblica sul caso 7 aprile. Il tentativo viene stroncato tre giorni dopo, il 18 settembre, sulla prima pagina dell’Unità che con un lunghissimo editoriale bolla l’appello come “Un documento ambiguo”. Pochi giorni dopo, a Padova, viene gambizzato a opera di alcuni autonomi il professor Angelo Ventura che da tempo sostiene, dal punto di vista storico, la tesi “unificante” alla base del teorema Calogero.

Ottobre e novembre passano nell’attesa dell’estradizione di Piperno e Pace (l’una il 17 ottobre l’altra il 7 novembre). La vicenda è molto complicata. Alla fine i due, dopo il tentennare della Chambre d’accusation parigina, verranno estradati ma solamente per alcuni reati, quelli che riguardano il sequestro Moro e che sono stati aggiunti “in itinere” dalla magistratura italiana, secondo alcuni proprio per riuscire ad ottenere l’estradizione.

A dicembre bisogna registrare invece un vero e proprio rilancio dell’inchiesta e quindi anche dell’attenzione dei media su di essa. L’Unità forse fiuta l’aria di rilancio. Già il 2 dicembre, pagina sette del giornale è dedicata alla consacrazione del lavoro del suo corrispondente da Padova Michele Sartori. “Vivere e lavorare nella città del terrorismo diffuso”, una “quasi intervista” a Michele Sartori. Nove colonne in cui Massimo Cavallini chiacchiera con Sartori, un giornalista che all’età di soli 27 anni riceve, quasi quotidianamente, minacce per quello che scrive. Su questo c’è sicuramente da crederci. Ma il servizio “autoincensatorio” dell’Unità è veramente anomalo dal punto di vista giornalistico. La pagina è arricchita da un articolo, “La violenza a Padova dopo il 7 aprile”, firmato dallo stesso Sartori, che descrive gli effetti del blitz di Calogero che avrebbe drasticamente abbattuto il numero di attentati e violenze in città. Ma due giorni dopo è ancora tempo di notti dei fuochi: “Scatenate a Padova squadracce di autonomi. Solidarietà di docenti con i testi minacciati”, titola l’Unità del 4 dicembre. Il 6 dicembre, “Una città indifesa in mano agli autonomi”, l’Unità polemizza con tutti: con lo Stato che ha lasciato sguarnita la città, con gli autonomi ovviamente, e infine con il sindaco Luigi Merlin che voleva autorizzare la manifestazione cui viene dedicato un box a parte (“Tra finti ciechi e facce toste a chi il primato a Padova?”). Il sommario dell’articolo di Sartori promette rivelazioni: “Dopo dieci anni di trame eversive le forze dell’ordine non state ancora messe in condizione di prevenire l’eversione armata — I messaggi”. I messaggi che chiudono questo sommario altro non sono che la prova che bastava leggere le riviste e i volantini dell’Autonomia per sapere della violenta manifestazione del 3 dicembre. Ma questa volta il “mandante” è più in alto. E il messaggio, secondo l’Unità, è corso sulle pagine dei quotidiani. Mittente della missiva il professor Antonio Negri. Scrive l’Unità:

I primi segnali, relativamente indiretti, erano venuti da due interventi di Antonio Negri. Nel primo pubblicato il 31 ottobre scorso da Lotta Continua “il teorico” dei brividi da passamontagna auspica che la battaglia di difesa degli arrestati il 7 aprile “non si arresti sul terreno del garantismo ma sappia colpire i meccanismi della provocazione”. Nel secondo, pubblicato il giorno dopo dal Corriere della Sera, specifica che la “violenza non è un diritto, è un dovere”. Messaggi che sono stati subito raccolti.

Insomma: Negri, dal carcere, straparla a fine ottobre; a Padova a inizio dicembre c’è una violenta manifestazione. Il legame, per l’Unità, è incontestabile.
La tensione tra il giornale comunista e l’ambiente universitario cresce. Mentre i sindacati organizzano per metà dicembre una grande manifestazione contro il terrorismo a Padova, il 9 dicembre l’organo del PCI riporta le gravi minacce subite da alcuni giornalisti tra i quali Michele Sartori. Il comitato di agitazione della facoltà di Scienze politiche ha emesso un documento che «attacca violentemente l’Unità e Repubblica e il Giornale Radio 1 per aver descritto quanto era successo giovedì scorso al consiglio di facoltà di Scienze politiche riunitosi per esprimere solidarietà al prof. Galante minacciato di morte da una formazione armata autonoma ma interrotto da una trentina di teppisti che aveva letto un comunicato di dura minaccia allo stesso docente. Dunque i giornalisti di queste testate vengono ora definiti “cani democratici”, i loro articoli “dei mandati di cattura in bianco”. Quattro di essi, Cerruti, Rivolta e Pansa della Repubblica e Sartori de l’Unità vengono inoltre accusati di essere i “tecnici della controguerriglia psicologica”, teorizzazione questa, finora usata esclusivamente dalle Brigate Rosse..».

Palombarini il 17 dicembre ordina la scarcerazione per mancanza di sufficienti indizi anche di Alisa Del Re e Massimo Tramonte. La decisione è preannunciata da Repubblica che il 15 dicembre titola: “Palombarini vuole scarcerare un gruppo di autonomi?”.

Intanto Carlo Fioroni ha veramente cominciato a collaborare con gli inquirenti. Dalle sue dichiarazioni nascerà il nuovo blitz di arresti del 21 dicembre 1979 che coinvolgerà soprattutto le università milanesi. La situazione è però veramente molto intricata. I quotidiani inizialmente danno la sensazione di non raccapezzarcisi. E nemmeno il lettore deve trovarsi proprio a suo agio perché fa difficoltà a trovare sintesi che collochino il nuovo blitz nella sua giusta cornice. Il quadro infatti si preciserà poco a poco nel corso degli ultimi giorni di dicembre. Il 22 dicembre, day after del nuovo blitz, il Corriere della Sera dedica un’intera pagina al caso. Ma la grafica non aiuta a costruire un percorso coerente e a collegare direttamente le vicende. Il quotidiano di Via Solferino punta soprattutto a costruire schede e piccole biografie dei personaggi milanesi implicati nella vicenda. Sotto l’occhiello “Chi sono i personaggi coinvolti nel blitz antiterrorismo di ieri notte a Milano” viene riunita tutta la sezione 7 aprile. Due i pezzi nell’alto della pagina: quello di cronaca, “La calma prenatalizia degli atenei scossa dagli arresti di docenti insospettabili”, che descrive tutto lo stupore che si registra alla Cattolica e all’ateneo di Pavia per gli arresti di Mauro Borromeo e Alberto Magnaghi, e un ritratto di alcuni degli arrestati “Organizzava concerti Pop il discografico slavo accusato di banda armata”. A metà pagina altri due pezzi: “Ha un nome il Saetta del caso Feltrinelli” che ipotizza che costui sia Franco Piperno e un ritratto di altri due imputati “Oreste Strano e Marco Bellavita: l’operaio e l’intellettuale ultrà”. Nel taglio basso “Nei giornali Controinformazione e Rosso il tam tam ideologico dell’Autonomia” e, in un brevissimo colonnino, “Istanza di scarcerazione per Toni Negri”. Da notare che dei sei pezzi nemmeno uno riporta, né nel titolo, né in occhiello, né nel sommario l’espressione “7 aprile”. Il pezzo più interessante del Corriere è sicuramente quello di Maurizio Andriolo che ricostruendo la storia di Controinformazione e Rosso, ci informa dell’indirizzo esatto, con tanto di numero civico, di uno dei quattro fondatori di Rosso, e fa sapere al lettore che la sede del giornale «è ancora in due localacci con alcune sedie e tavoli in via Disciplini» e che «in casa di Alberto Magnaghi, ultimo segretario di Potere operaio, è stata trovata una copia di “Magazzino” (3.500 lire) sulla quale scrivevano Luciano Ferrari Bravo e Toni Negri e Francesco Tommei, 42 anni, anch’egli ex Potere operaio, collaboratore di “Rosso” e “Primo Maggio”, arrestato ieri sera». Non si capisce se l’elemento sia un indizio, un’annotazione di costume, una prova di colpevolezza.
L’Unità il 22 titola: “Clamorosa retata di capi Autonomi. Nuove prove avrebbero confermato l’esistenza di una banda armata diretta da Negri e Piperno”. Il commento dell’Unità è intitolato: “Dunque non erano solo invenzioni”. Praticamente l’intera prima pagina, racchiusa sotto l’occhiello “Partiti dagli assassinii di Saronio e Campanile i magistrati hanno ritrovato la pista del giudice Calogero”, è dedicata all’avvenimento. In totale sono cinque i pezzi che descrivono la situazione. “La maggior parte proviene da Pot.Op” presenta una breve scheda di ciascun arrestato. “Saronio e Campanile uccisi per farli tacere” espone le due gravissime nuove accuse a carico di Negri. L’organo del PCI vive il “rilancio” dell’inchiesta con evidente soddisfazione. «Davvero clamorose queste rivelazioni. Per la prima volta, dal 7 aprile, dopo 9 mesi di carcerazione preventiva il nome di Toni Negri viene saldato a fatti delittuosi molto concreti e non alla elaborazione di libelli teorici», commenta Ibio Paolucci. Su Repubblica invece, Eugenio Scalfari nel suo editoriale “Ma allora Calogero non è più solo” scrive: «Ma non si tratta più di accuse che, al loro nascere, erano sembrate alquanto generiche, e poggiate più su delitti d’opinione che su concreti comportamenti eversivi». Sono mesi che l’Unità e Repubblica dicono che le prove ci sono, sono concrete e che quelli che le reclamano sbagliano. Le dichiarazioni del 22 dicembre, lette a così grande distanza temporale, appaiono goffe e involontarie smentite su tutto ciò che è stato scritto in questi mesi. Repubblica il 22 dicembre titola a tutta pagina “Inchiesta Negri, atto secondo” (e il pezzo, sembra fatto apposta, inizia con la frase: «non è un nuovo 7 aprile, non è il secondo round dell’inchiesta padovana») e dedica al blitz le intere pagine due e tre del giornale. Oltre alla cronaca degli arresti (due pezzi, uno da Milano e uno per le altre città) Cerruti, da Padova, registra la soddisfazione che si respira a palazzo di giustizia: “Calogero ha partita vinta”. «A palazzo di giustizia in mattinata di è sentito ripetere che “l’ipotesi di Calogero è ormai diventata tesi”».
Il Manifesto (anche qui i riferimenti al 7 aprile appaiono solo nel testo degli articoli) titola “Nuova ondata di arresti nel nord. Dalla Chiesa in guerra con l’ex Potere Operaio” e pubblica un corsivo di Rossana Rossanda “Chi li ha messi fuori legge”:

Chi ha messo Fuori legge l’Autonomia Operaia? La camera? il senato? In qualche seduta ci è sfuggita, essendo il nostro un giornale povero e distratto? E Potere operaio, giusto, quale legge lo ha dichiarato fuori legge? Quando? […] Che fossimo in stato di guerra lo avevano detto fino a ieri soltanto le Brigate Rosse. Ora la pensa così, evidentemente, il governo, che opera per braccio del generale Dalla Chiesa. Due anni fa Moro è stato ucciso a revolverate perché lo stato italiano non volle neppure cercare un contatto con chi lo deteneva come un ostaggio, per impedire che i detentori dell’ostaggio avessero, da ciò, un sia pur vago riconoscimento di esistenza politica. Adesso si riconosce esistenza politica — e di quali dimensioni e temibilità da spostare addirittura l’esercito — a un fantasma, il vago recinto in cui in questi anni sono passati gli spezzoni di Potop e si è formata un’area, fra tutte la meno perimetrabile e definibile, che è quella di Autonomia.

Il Manifesto corregge però il tiro della titolazione il 23 dicembre quando maggiori dettagli si hanno su questa nuova operazione: “Gli arresti del Nord convogliati nell’inchiesta 7 aprile. Obiettivo, dimostrare che il cervello del terrorismo è solo uno, l’Autonomia”. Il quotidiano comunista, che accompagna la cronaca con un altro fondo della Rossanda (“Colpevoli sono, di che si vedrà”), dà anche la notizia che «il consigliere istruttore Gallucci ha emesso dieci ordini di cattura per insurrezione armata contro i poteri dello stato […] un reato molto grave che sposta, non si sa bene in virtù di quale norma territoriale, l’inchiesta a Roma. E’ lecito dunque prevedere, sulla base dell’esperienza, che i nuovi arrestati saranno presto trasferiti in questa città e che diverranno coimputati del gruppo “7 aprile”».
Anche La Stampa di Torino nei titoli non parla più di 7 aprile. La pagina dedicata alla vicenda il 23 dicembre viene racchiusa sotto l’occhiello “L’inchiesta nel nord Italia sull’Autonomia Organizzata”. Due i pezzi principali. La corrispondenza da Padova di Giuliano Marchesini (“I legami Br-autonomi descritti nell’ordine di cattura di Padova”) e la corrispondenza da Milano (“Usciti dalle rivolte del ’68 i docenti adesso accusati di banda armata”). I nuovi arrestati padovani sono tre: Antonio Liverani, Gianantonio Baietta e Antonio Temil. A uno di questi sarebbe stata contestata, a quanto dice La Stampa, anche l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello stato. «Intanto, ecco la conferma che Pietro Calogero ripropone la sua tesi al di là di quelle che sono state le valutazioni dei giudici istruttori sull’indagine 7 aprile». La Stampa riporta anche l’opinione di uno degli avvocati difensori degli arrestati secondo il quale «questa nuova operazione almeno per alcuni degli arrestati non è altro che la conferma dell’intenzione del pubblico ministero padovano di insistere sulla sua teoria». Il quotidiano torinese propone poi un interessante arricchimento. Sotto un unico titolo, “Gli sviluppi del terrorismo: tre nomi, tre storie”, tre pezzi da due colonne ciascuno: “Feltrinelli e i Gap”; “Il sequestro Saronio”; “La morte di Campanile”. Insomma tre storie che toccano direttamente, almeno per le accuse che gli sono mosse, Toni Negri. «La comunicazione giudiziaria — commenta il quotidiano torinese — di per sé non prova nulla, questo è ovvio. Ma il fatto che i magistrati inquirenti leghino il nome di Negri a delitti nefandi come l’assassinio di Campanile e il sequestro e l’uccisione di Saronio, sta ad indicare che, per l’accusa, la posizione del docente di Padova si è ulteriormente aggravata».

Manca ancora dalle pagine dei quotidiani l’identità del “brigatista” che avrebbe vuotato il sacco. Nessuno sembra pensare a Carlo Fioroni, uno degli autori nel ’75 con Carlo Casirati del sequestro e omicidio di Carlo Saronio. Eppure, come si è evidenziato in precedenza, il suo nome era già circolato in più di un’occasione. La “rivelazione” esplode il 27 dicembre, giorno in cui il Corriere della Sera pubblica in prima pagina a sette colonne un riassunto del memoriale di Fioroni sotto il titolo: “Fioroni ha rivelato il patto d’alleanza fra terrorismo e criminalità comune”. A lato un editoriale di Leo Valiani intitolato “Santuari dell’eversione sotto due bandiere”. Come il Corriere sia venuto in possesso di questo documento rimane un giallo: sulla “fuga di notizie” alla Procura di Milano si apre anche un’inchiesta. Ma anche sulla sua natura non c’è certezza: chi dice che si tratti di un vero e proprio memoriale scritto di suo pugno da Fioroni, chi che si tratti invece del verbale di una serie di interrogatori. Di 120, di 78 oppure di 40 cartelle. Fatto sta che arriva nelle mani del Corriere della Sera che ne prende visione e ne pubblica un riassunto. Si tratta di rivelazioni che arrivano fino al 1974 (dall’anno dopo in effetti Fioroni è in carcere anche se per Repubblica invece le notizie arriverebbero fino al 1975).

La situazione è comunque sempre confusa. Girano voci insistenti di nuovi arresti. Mentre Gallucci assorbe anche l’inchiesta milanese (Manifesto 28 dicembre ’79) gira la voce dell’imminente fermo del magistrato Antonio Bevere, collaboratore del Manifesto, di Critica del Diritto e famoso ospite in occasione della cena tra Negri e Alessandrini.
Il 28 l’Unità fa il punto della situazione in prima pagina: “E’ venuto ormai in piena luce un pezzo del «partito armato»”. Sopra, l’occhiello “L’inchiesta si fa più stringente e rivelatrice dopo le deposizioni del «professorino»”. Da notare l’uso di “professorino” (affibbiato a Fioroni già nel 1975 al tempo del processo per il sequestro Saronio). Nella stessa pagina anche un estratto di un’intervista di Pecchioli all’Espresso (“Il vero volto di Autonomia”) e una ricostruzione di Sartori da Padova sulla genesi della nuova inchiesta: “Come i giudici sono risaliti da Fioroni a Negri e Piperno”.
Nei giorni seguenti si precisa il quadro. Sull’Unità del 29 dicembre “Fioroni: faceva capo a Negri il gruppo che sequestrò Saronio” e un commento di Massimo Cavallini “Per salvare Autonomia criminalizzano tutto il ’68”. Su Repubblica nello stesso giorno si spiegano le motivazioni per cui circola il nome di Bevere (nel ’72 interrogò ma non arrestò Fioroni dopo la morte di Feltrinelli) e si riportano le polemiche sulla precedente fuga di notizie (il verbale-memoriale di Fioroni) che avrebbe indotto Casirati a non collaborare. Da notare come sulla stampa quotidiana nessuno, tranne ovviamente il Manifesto, si ponga qualche domanda su Fioroni. Non per dubitare per forza ma perché appare a prima vista almeno singolare che il “professorino” faccia il nome di Negri a quattro anni di distanza dal processo sull’omicidio Saronio, occasione in cui di Negri non aveva affatto parlato e che ci sia invece un grande sforzo per giustificarne lo status di pentito.

Gli strascichi del blitz natalizio offuscano una notizia che avrebbe altrimenti meritato maggior spazio. A Roma il procuratore generale Guido Guasco chiede il rinvio a giudizio per Morucci, Faranda, Alunni, Gallinari, Peci e altri per la strage di via Fani. Non la chiede invece per Negri, Piperno e Pace per i quali richiede un supplemento d’indagine. Il titolo dell’Unità del 29 dicembre ignora questa semplice distinzione e titola “Caso Moro: chiesto il rinvio a giudizio per Negri, Piperno, Morucci, la Faranda e altri 20”. Repubblica invece titola “Anche Toni Negri, Piperno e Pace a giudizio per l’assassinio Moro”.

Il 1979 della stampa italiana non si poteva concludere in modo più significativo con due titoli che non solo, come è avvenuto nel corso dell’anno, omettono oppure “montano”, ma questa volta proprio mentono. Cosa sta succedendo? Alcuni hanno detto che l’inchiesta 7 aprile è franata. Franata magari no, ma sicuramente è molto cambiata. Si era cominciato in aprile con l’individuazione degli assassini di Aldo Moro, con la scoperta che BR e Autonomia (ma anche Prima Linea e tutte le altre organizzazioni terroristiche di sinistra) avevano un vertice comune. Un’unica centrale operativa che aveva sede alla facoltà di Scienze politiche a Padova. A testimoniarlo c’erano gli scritti certo, ma anche le prove e forse un “supertestimone” (che era già Fioroni). Passano i mesi e il quadro cambia. Le prova fonica per il caso Moro diventa sempre meno importante (tanto ci sono altri elementi), Pino Nicotri che doveva essere uno dei telefonisti viene scarcerato. E dopo di lui anche tutti gli assistenti di Negri, a parte il professor Ferrari Bravo, riacquistano la libertà. Del caso Moro si parla sempre meno. I rivoli dell’inchiesta sono mille. Le accuse così tante che già il riassumerle diventa un’impresa improba. Poi a dicembre, con un quadro già stravolto, il secondo blitz. Un blitz di natura diversa che colpisce principalmente a Milano e che la stampa nei primi due giorni fatica a ricollegare con quanto avvenuto in precedenza. Ma poi il quadro si chiarisce. C’è un testimone che ha finalmente deciso di collaborare con la giustizia (ma non è lo stesso che ci doveva essere già ad aprile?). I giornali dicono che finalmente ci sono le prove, ci sono le contestazioni concrete, i fatti di sangue (ma non c’erano già prima?). Forse non saranno proprio i capi del terrorismo come si pensava, se ne deduce, ma almeno volgari assassini, lo devono proprio essere. Come si conclude? Con il rinvio a giudizio per la strage di via Fani per il gruppo di brigatisti e un rinvio tecnico, in attesa di ulteriori verifiche, per il gruppo 7 aprile. Intanto comunque, gli uni e gli altri sono rinchiusi nello stesso carcere, idealmente e fisicamente accomunati. Meglio unire le posizioni, dire che sono tutti rinviati a giudizio salvo poi essere costretti a rettificare (con una certa nonchalance).

6. 1980: due blitz e poi Peci. Il punto di non ritorno

Il 1980 si apre ancora all’insegna delle rivelazione di Fioroni. Sono così tante che i quotidiani sono quasi costretti a pubblicarle a puntate. L’omicidio Saronio, quello di Alceste Campanile, la rapina di Argelato (della quale Negri, accusa Fioroni, sarebbe l’organizzatore) in cui morì il brigadiere Lombardini e altri fatti delittuosi che poi costituiranno la base del processo per Negri. Gli articoli comunque si fanno rarefatti. Non più resoconti giornalieri e servizi complessi (composti da più articoli) ma articoli singoli in corrispondenza delle singole novità. Il 3 gennaio Repubblica dedica un’intera pagina alla requisitoria scritta del PG Guido Guasco che rilancia la tesi del Negri telefonista a casa Moro. Il 4 gennaio l’Unità titola: “Dopo Argelato Negri organizzò la difesa dei quattro assassini”. Il 5 gennaio su Repubblica “Fioroni racconta per ore — Racconta tutto sul caso Campanile”. Dopo Fioroni si decide a collaborare anche Carlo Casirati. Il fatto è preannunciato da illazioni “Fioroni porta nuove prove — spunta un altro superteste” (Repubblica del 16 gennaio) e viene confermato il 22 febbraio: “Anche Casirati accusa Toni Negri e Potere operaio” (Repubblica), “Anche Casirati avrebbe confermato” (l’Unità). Dalla deposizione dell’assassino di Saronio arriva la rivelazione che anche l’assassinio di due missini a Padova nel ’74 fu organizzato da Negri, “Casirati: uomini di Negri e Br uccisero i due missini” (Unità).

Intanto si continua a parlare delle perizie foniche. Non perché i risultati siano giunti (o meglio i risultati delle perizie sono già arrivati a dicembre ma dalla Procura questa volta non viene fatto trapelare proprio nulla), ma perché l’Espresso ha lanciato una singolare iniziativa: allegato al settimanale il lettore trova in edicola un disco che contiene le registrazioni delle voci di Negri e Nicotri (che tra l’altro è libero già da sei mesi) e quelle delle telefonate a Moro. Lo slogan che accompagna il “gadget” è: “Fate da voi la perizia fonica”. Tutti i giornali commentano negativamente la stravagante uscita. Visto che ci sono ne approfittano per dare, in fondo all’articolo, anche qualche notizia sulle perizie vere e proprie. Come il Corriere della Sera del 19 gennaio ’80 che in fondo al pezzo “Per il disco con le «voci» incriminato «L’espresso»” informa il lettore che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Negri e Nicotri contro le perizie foniche affidate a Oscar Tosi. Il Corriere, da buon giornale, approfondisce la questione pochi giorni dopo sul “Corriere Medico”, un supplemento del quotidiano, intervistando direttamente Oscar Tosi. Il titolo (“Come ho scoperto che Toni Negri telefonò a casa Moro”) e il testo dell’articolo non lasciano spazio a dubbi riguardo l’indubitabile colpevolezza del professore padovano mentre sembrano scagionare Nicotri. «Le perizie da lei effettuate hanno confermato o smentito i sospetti» chiede l’intervistatore Lando Landi. «Sì e no. Nel senso che mentre ho potuto confermare che Toni Negri ha fatto una telefonata sono anche giunto alla conclusione che il giornalista non è riconoscibile in alcuna delle intercettazioni sottoposte a perizia». Il professor Tosi poi, sollecitato dal supplemento scientifico, descrive minuziosamente il suo software. Ma il giornalista giustamente incalza sul riconoscimento delle voci. «Lei dice parere, ossia opinione o giudizio strettamente personale. Pensavamo che si trattasse di una certezza assoluta e inconfutabile..», continua Landi. «La parola assoluto non esiste nel campo delle scienze. Tutto è relativo», è la curiosa risposta di Tosi. Il professore poi rivela che la conclusione relativa al confronto tra la voce di Negri e quella del telefonista di casa Moro è definita dall’espressione «alto livello di fiducia che le voci ascoltate ed esaminate provengano dalla stessa persona». Il servizio è corredato da una bella illustrazione: il professor Negri, in ombra, con la cornetta del telefono in mano.

Il 24 gennaio 1980 scatta un nuovo mini-blitz. Dieci arresti, nuovi ordini di cattura per imputati già in carcere. La nuova operazione si basa sulle rivelazioni di Carlo Casirati, responsabile della morte di Saronio assieme a Fioroni. L’Unità titola il 25 gennaio in prima pagina a due colonne “Autonomia-BR: dieci arresti per rapine e sequestri”:

A oltre un mese dal 21 dicembre i magistrati di Milano e di Padova hanno emesso ieri venti ordini di cattura. Otto di questi riguardano imputati già detenuti: due riguardano altrettanti latitanti; gli altri dieci, invece, si riferiscono a nomi nuovi. […] I reati contestati sono vari e vanno dalla banda armata (per tutti) a rapine, furti, tentati sequestri di persona. Il quadro accusatorio che ne risulta è imponente e conferma, ancora una volta, gli stretti legami intercorsi tra la malavita e l’organizzazione “politica” che ruotava intorno a Negri.

L’accusa principale riguarda il tentato sequestro di Giuseppe Duina, figlio del presidente del Milan, alla vigilia di Natale del 1974. E poi furti vari, rapine, ricettazione di documenti e la sottrazione di una preziosa collezione di francobolli. L’Unità dettaglia il tutto con tre pezzi a pagina cinque. A lato anche un pezzo sugli sviluppi reggiani del delitto Campanile.
Tema identico per Repubblica che dedica al caso l’intera pagina 11 del giornale con un pezzo principale intitolato “Questo blitz è partito da Casirati”. Da registrare che Repubblica, a differenza dell’Unità riporta anche le forti preoccupazioni e la cautela dell’avvocato di Fioroni sulle dichiarazioni di Casirati per il timore che «l’organizzazione clandestina abbia affidato a Casirati il compito di smontare Fioroni e screditare l’inchiesta con false dichiarazioni da ritrattare poi al momento opportuno». Il Corriere è forse il giornale che al mini blitz dedica lo spazio maggiore: addirittura quattro colonne in prima pagina, “Altri dieci (tre professori) arrestati dopo le confessioni dei brigatisti pentiti. Negri accusato di rapina”. Il servizio è accompagnato da un commento, sempre in prima, di Giancarlo Pertegato: “In rotta di collisione con i mercenari”.
Il Manifesto a stare dietro alla cronaca oramai nemmeno ci pensa più e attende che gli eventi si chiariscano. Tanto che il 25 gennaio, mentre tutti gli altri quotidiani riportano la notizia del blitz, pubblica tranquillamente un intervento di Carlo Formenti in due puntate (la successiva viene pubblicata il giorno seguente) che si chiede “E’ possibile, nel clima del 7 aprile e del 21 dicembre una critica a Negri senza farne un bersaglio simbolico?”. La notizia del mini-blitz compare sul Manifesto solo il 27 gennaio in ultima pagina. A bocce ferme, possiamo dire. Il breve articolo titola ironicamente “E’ ufficiale, Casirati ha raccontato Fioroni”.

L’Unità intanto continua a trovare conferme alla teoria del collegamento operativo tra BR e Autonomia. Sulla scorta del recente omicidio di Giorgio Gori in Veneto da parte delle BR (e quindi del loro riaffacciarsi nella regione dopo quasi cinque anni di assenza) Sartori deduce che sia in atto una vera e propria «staffetta» tra queste e Autonomia. La teoria è spiegata con dovizia di particolari in un articolo pubblicato il 31 gennaio del 1980 “Le BR danno il cambio all’Autonomia in Veneto”. Come si è accennato è noto che questa è una delle due teorie per spiegare il riaffacciarsi delle BR in Veneto. L’altra teoria (che finché c’era Autonomia non ci fosse spazio “politico” per le BR) l’Unità, e questo articolo lo conferma, non la prende nemmeno in considerazione.
E poi il silenzio, fino al blitz di marzo, interrotto solamente da un articolo semicelebrativo dell’Unità, pubblicato il 15 febbraio, che fa il punto delle indagini a 50 giorni dal blitz del 21 aprile. “Una trama di delitti che arriva al ’79”, il titolo. E il significativo sommario: “Spataro, Carnevali e Michelini sono andati ben oltre le «rivelazioni» di Carlo Fioroni — Furti, attentati, la rapina di Argelato, i delitti Saronio e Campanile, la barbara uccisione di Alessandrini”. Tutto scritto come accertato. Non accuse ma fatti.

Nella sostanza — scrive Ibio Paolucci — si trattava delle stesse accuse contestate il 7 aprile. La “novità” era rappresentata dalla mole imponente dei delitti di cui venivano accusati gli imputati. In altre parole, la speciosa campagna sulla cosiddetta criminalizzazione del dissenso veniva spazzata via dai provvedimenti giudiziari adottati il 21 dicembre. Le differenza stellari tra l’Autonomia Organizzata e i gruppi terroristici venivano cancellate dalle confessioni sconvolgenti di Carlo Fioroni e di altri imputati e testimoni.

Si arriva così al blitz dell’11 marzo 1980, quello che nella definizione comune interessa i quadri intermedi dell’Autonomia. L’Unità titola in prima pagina, taglio basso, a quattro colonne: “Una nuova ondata di arresti a Padova: accusati di banda armata 24 autonomi”. All’interno, a pagina cinque, la notizia si sviluppa in due articoli di Sartori. La cronaca (“Questa volta l’inchiesta ha colpito i quadri intermedi dell’Autonomia”) e un espressivo articolo che riassume la storia dell’Autonomia veneta secondo il PCI: “In tre anni quasi mille attentati (e c’è chi parla di spontaneità!)”. Da notare l’uso insolito di parentesi e punto esclamativo nella titolazione. Nel sommario: “Come i giudici hanno messo a fuoco la struttura, pubblica e clandestina, dell’Autonomia — un identikit che ciascuno poteva farsi da solo — 65 sigle”. «E’ un nuovo colpo all’eversione. E di quelli pesanti — scrive Sartori — Dopo i dirigenti, stavolta è toccato ai quadri intermedi dell’Autonomia organizzata e armata. In tribunale la definiscono una fascia di persone collocata in buona parte tra i leaders e i manovali. Insomma gli ufficiali autonomi. […] Le prove, stavolta le hanno dunque portate i carabinieri finora piuttosto disimpegnati a Padova sul fronte dell’antiterrorismo. Dalle parole di Fais sembrano prove convincenti, vagliate e giudicate “determinanti e irreversibili” da tre magistrati». Sartori nell’elenco degli arrestati aggiunge anche singolari particolari quali: «Molinari è il violento leader del comitato di lotta di scienze politiche, di recente laureatosi con 110 e lode, relatore Ferruccio Gambino, il docente raggiunto da una comunicazione giudiziaria per associazione sovversiva». Non si capisce, sinceramente, se sia un elemento di colpevolezza a carico di Molinari che si è laureato con un sospetto terrorista, di Gambino che è stato relatore di un arrestato oppure dell’Università di Padova che consegna diplomi a un presunto terrorista sottoscritti da un altro presunto terrorista. E comunque, di terroristi, aggiungerebbe l’Unità se avesse spazio, l’Università di Padova sembra sfornarne parecchi.
Repubblica pubblica la notizia a tre colonne in prima pagina (taglio medio) con il titolo “Terzo blitz di Calogero in carcere 24 autonomi”. I blitz al momento sono quattro, non si capisce quale la Repubblica abbia sottratto al magistrato padovano (probabilmente il mini blitz di gennaio seguito alle rivelazioni di Casirati) tanto che in articolo del 6 aprile 1980 riparlerà di questo come del “quarto blitz di Calogero”. All’interno anche un pezzo che parla dell’identità degli arrestati: “Nella retata la Padova che conta”. Dopo la definizione dell’Unità che aveva parlato di “quadri intermedi”, Repubblica parla di arrestati che sono «il legame tra la teoria e i fatti». Considerevolmente maggiori le informazioni sull’operazione rispetto all’organo del PCI. Minori le certezze e maggiori i dubbi.

(12-CONTINUA)

(11-PARTE)

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parte was last modified: Febbraio 21st, 2015 by glianni70.it

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di Luca Bellia

La relazione Andreotti: l’opinione pubblica scopre Gladio

Il 17 ottobre 1990 il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, inviò una relazione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi riguardante la rete clandestina “Stay Behind” e, in particolare, sull’”Operazione Gladio”. Il testo fu consegnato in due differenti versioni a pochi giorni di distanza: la seconda stesura risultava pesantemente censurata rispetto alla prima. Poco tempo dopo, fu il quotidiano l’Unità a rendere pubblici i due testi 1. Andreotti dovette anche affrontare due question time al Senato ed alla Camera, rispettivamente l’8 novembre 1990 e l’11 gennaio 1991, per rispondere alle molteplici richieste di chiarimento arrivate dai parlamentari. Infine, il 26 febbraio 1991 il Parlamento ricevette una relazione completa su Gladio, corredata dall’elenco degli appartenenti e da uno studio dell’Avvocato Generale dello Stato, Giorgio Azzariti 2.

L’apertura delle istituzioni sull’argomento fu la conseguenza di forti pressioni che giungevano sul Governo e sui servizi segreti da un anno circa. Nel 1989, il giudice istruttore veneziano Felice Casson, indagando sulla strage di Peteano e sulla destra eversiva del Triveneto, richiese al Presidente del Consiglio (non solo tramite carteggio, ma anche in un incontro faccia a faccia) l’accesso agli archivi del Sismi, poi concesso, per poter indagare sulla struttura occulta Gladio. Per la verità, in una manciata di mesi si moltiplicarono le indagini presso le procure di Roma, Udine, Palermo, Firenze e Padova (in quest’ultima sede, il procedimento venne avviato dalla procura militare) per reati che andavano dalla cospirazione politica mediante associazione, all’alto tradimento, fino alle connessioni con omicidi ed attentati 3. Sempre nel 1989, un evento di portata planetaria aveva sconvolto le relazioni internazionali: il crollo del Muro di Berlino aveva sancito la fine dei due blocchi e stava costringendo tutti i Paesi a modificare sostanzialmente la loro linea di politica interna ed estera. Il PCI decise allora di “cavalcare l’onda” e chiedere all’esecutivo maggiore chiarezza sulla vicenda. Tant’è vero che nella stessa relazione del 26 febbraio 1991 si trova scritto che “il Governo, anche per aderire a specifiche istanze formulate dal Parlamento e tenuto conto dei mutati equilibri tra le Nazioni europee [corsivo mio], ha ritenuto di soddisfare le esigenze conoscitive dell’Autorità giudiziaria consentendo agli inquirenti l’accesso agli archivi dei Servizi di sicurezza” 4. Anche una ragione di politica interna giocò un ruolo nel convincere Andreotti a sciogliere il segreto su questa vicenda in quel periodo: la volontà di danneggiare l’allora capo dello Stato e suo compagno di partito Francesco Cossiga (considerato uno degli uomini politici maggiormente coinvolti nell’operazione). Il presidente Cossiga era sottosegretario alla Difesa alla fine degli anni Sessanta, quando il ministero decise di apporre il segreto di Stato alle carte riguardanti l’Operazione, rendendole irraggiungibili dalla Commissione parlamentare d’inchiesta appositamente istituita. Si scatenò un vero e proprio terremoto politico, sfociato nel tentativo del PCI di mettere in stato di accusa (per attentato alla Costituzione) il Presidente della Repubblica, incolpato di avere coperto le presunte attività golpiste dei servizi segreti 5.

Dunque, l’opinione pubblica venne a conoscenza di uno dei “misteri” d’Italia meglio conservati. La struttura fu smantellata il 27 novembre 1990, per decreto del Ministro della Difesa, Virginio Rognoni. Contestualmente, la stessa cosa accadde in quasi tutti i Paesi dell’Europa che si erano trovati sotto l’ombrello statunitense. La rete “Stay Behind” si rivelò un complesso sistema operante “in tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica… esisteva in Francia, Belgio, Germania, Olanda…” 6; in aggiunta era presente in Lussemburgo, Svizzera, Austria e Portogallo.

Dalla relazione inviata ai presidenti delle Camere si apprese questo: Gladio era una struttura paramilitare segreta, costituita per contrastare, per mezzo di attività di sabotaggio e guerriglia, un’eventuale invasione nemica del territorio italiano; essendo l’Italia una terra di confine del blocco occidentale, si temeva l’occupazione da parte del Patto di Varsavia o “la dominazione comunista a causa di un’insurrezione armata o di altre iniziative illegali” 7. Infatti, un’ingente quantità di risorse militari era concentrata sul confine Nord-Est, mentre la base operativa ed il centro di ripiego di Gladio erano situati a Capo Marrargiu in Sardegna: in tale luogo, divenuto anche sede del Centro Addestramento Guastatori, oltre ai “gladiatori” (così venivano chiamati gli appartenenti alla struttura) venivano addestrati gli agenti segreti ed i membri delle forze speciali.

Gladio era un’organizzazione guidata direttamente dall’Ufficio R del Sifar, attraverso la Sezione Sad (Studi speciali ed addestramento personale), formata da agenti non tutti provenienti dall’esercito; anzi, lo stesso Andreotti scrisse che tra le principali attività svolte in tempo di pace, oltre alle esercitazioni ed all’addestramento, vi era proprio il reclutamento di “civili”. Occorreva creare un gruppo di “agevole gestione da parte di una struttura di comando esterna al territorio occupato” 8, che riuscisse a rimanere nell’ombra, diviso in cellule per ridurre al minimo i danni in casi di defezioni o infiltrazioni (si ricordi un’inquietante similitudine: l’eversione nera del Triveneto era articolata in modo identico).

La “rete riservata di resistenza” poteva contare su 139 “Nasco”, nome indicante i depositi nascosti di armi, munizioni, esplosivi, radio ed utensili vari, dislocati per la maggior parte nel Nord-Est (100 nel solo Friuli-Venezia Giulia), e si dispiegava secondo sei aree di attività: servizio informazione, servizio sabotaggio, servizio propaganda e resistenza generale, servizio radiocomunicazioni, servizio cifra, servizio ricevimento e sgombero di persone e materiali. Ognuno di questi settori avrebbe dovuto operare in modo indipendente. Il condizionale è d’obbligo in quanto, seguendo la relazione governativa, la Gladio non venne mai attivata, nemmeno una volta, nei suoi trentaquattro anni di attività. I servizi segreti italiani, aiutati fino alla metà degli anni Settanta da quelli statunitensi, si fecero carico delle spese di mantenimento dell’intera struttura 9.

Genesi e storia di Gladio

La veloce analisi compiuta fino a qui ricalca i documenti ufficiali provenienti direttamente dall’esecutivo. Ora è indispensabile tracciare un breve quadro sull’origine di Gladio e sulle fasi che caratterizzarono l’organizzazione fino al suo scioglimento.

La prima formazione di “guerra non ortodossa” nacque sull’ossatura della brigata partigiana bianca Osoppo, appena dopo la smobilitazione post-seconda guerra mondiale: l’esigenza che spinse a tenere in vita un focolare di Resistenza, peraltro occultato e con compiti anche informativi, scaturiva dai numerosi episodi di violenza verificatisi sul confine italo-jugoslavo alla fine del conflitto 10. “E’ da rilevare che alla data del 16 febbraio 1956 l’organico complessivo dell’organizzazione era di 5050 persone, e che, secondo quanto affermato in un documento in sequestro, alla fine del 1956 l’organizzazione ‹‹O›› [la denominazione stava ad indicare l’evoluzione della brigata Osoppo] non venne sciolta ma trasferita nella ‹‹Stella Alpina›› della nascente organizzazione Gladio” 11. Stella Alpina, insieme con Azalea, Ginestra e Rododendro, costituiva la rete delle unità di pronto impiego (Upi) da utilizzare sul bollente confine italo-jugoslavo in caso di attacco da parte dei comunisti: in realtà, queste Upi avevano di fatto assunto “già in tempo di pace ‹‹compiti che, sia pure con gradualità di intervento nel tempo e nel numero››, le impegnavano nel controllo e nella neutralizzazione delle attività eversive o sovversive… in caso di invasione del territorio sarebbe spettato loro di condurre ‹‹la lotta partigiana e il servizio informazioni››” 12.

Subito dopo la netta spaccatura tra il blocco occidentale e quello orientale, il National Security Council emanò una serie di direttive sulla sicurezza dell’Italia, minacciata dalla possibile invasione comunista e dall’ipotesi di vittoria del PCI, al fine di costituire apparati di guerra non ortodossa di pronto intervento. Per citare un esempio, l’8 marzo 1948 (quindi, ben prima della firma dell’Alleanza Atlantica e della creazione del suo sistema operativo, la NATO) il NSC inviò al governo italiano il rapporto “1/3” in cui si tratteggiavano scenari a tinte fosche in caso di vittoria del Fronte

democratico popolare (PCI e PSI), arrivando addirittura a parlare di guerra civile: “La dimostrazione di una ferma opposizione degli Stati Uniti al comunismo e la garanzia di un effettivo sostegno degli Stati Uniti potrebbe incoraggiare gli elementi non comunisti in Italia a fare un ultimo vigoroso sforzo anche a rischio di una guerra civile per prevenire il consolidarsi di un controllo comunista” 13. Dunque, l’evoluzione della brigata partigiana bianca Osoppo e delle Upi, e pure di altri gruppi come Giglio e Fratelli d’Italia 14, non fu frutto del caso o dell’iniziativa personale di ex partigiani anticomunisti.

Nel 1952 venne sottoscritto il piano “Demagnetize” dal Servizio di strategia psicologica del Dipartimento della Difesa statunitense, il quale aveva il fine di ridurre l’influenza dei partiti comunisti in Italia e Francia con azioni di discredito e “svuotamento” delle finanze; si trattava di operazioni da tenere il più possibile coperte poiché avrebbero potuto sollevare ben più di una polemica sul rispetto della sovranità nazionale da parte degli Stati Uniti, paladini della libertà 15. Due anni dopo si diede inizio alla costruzione della base di Capo Marrargiu e, a livello europeo, si cominciò a parlare di Stay-behind assets. Ufficialmente, la rete anticomunista italiana divenne operativa il 1˚ ottobre del 1956, con l’istituzione della sezione Sad; l’intestazione “Gladio/1” comparve invece in un documento del 28 novembre 1956, intitolato Una rielaborazione degli accordi fra il servizio informazioni italiano e il servizio informazioni americano relativi all’organizzazione e all’attuazione della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense”, nel quale per la prima volta la S-b italiana assunse il nome di “Operazione Gladio” 16.

Gladio subì un’imponente trasformazione nel 1972, anno cruciale per la sua storia. In primo luogo, i servizi statunitensi decisero di revocare gli accordi del 1956, levando anche gli aiuti economici a tutta l’operazione. La ragione di questo cambio di rotta è presto detta: le relazioni tra le due superpotenze erano profondamente mutate, in virtù dell’evoluzione militare. Non era più pensabile un’invasione di lunga durata dell’Armata Rossa nei territori occidentali, quantomeno era molto improbabile, essendo oramai le strategie dominate dagli armamenti nucleari e dalla dottrina della “risposta flessibile”: la guerra non ortodossa perdeva così il suo piano di appoggio. Tuttavia, non venne smantellato nulla: secondo le indagini compiute dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, le attività vennero subito riconvertite in operazioni di controinsorgenza interna e la struttura si trasformò in un servizio informativo a tutti gli effetti. In quel periodo, il consenso di cui godeva il PCI era vasto ed in crescita e cominciavano ad emergere le prime responsabilità di alcuni apparati istituzionali nelle vicende tragiche della strategia della tensione 17 (queste gravi affermazioni sono contenute nella relazione che la Commissione d’inchiesta inviò al Parlamento nel 1992). In secondo luogo, nell’anno 1972 venne smantellata la rete dei Nasco in seguito alla scoperta fortuita di uno di questi ad Aurisina, da parte dei carabinieri: l’Arma avviò subito un’indagine, finita ben presto negli archivi per l’intervento dei servizi 18.

Con la fine degli anni Settanta e la riforma dei servizi approvata dal Parlamento, Gladio compì un’ulteriore virata. La sezione Sad divenne VII Divisione del Sismi (tutta la documentazione della struttura venne raccolta ed “elaborata” negli archivi di questo nuovo ufficio, come rilevato da De Lutiis, che parla di “accurato disordine”, o dal magistrato Casson, il quale si spinse più in là, parlando di “epurazione” e “saccheggio” 19), il servizio informativo militare che aveva sostituito il Sid (Sifar dal dopoguerra fino al 1966) insieme al Sisde, il primo servizio segreto civile della storia repubblicana. Dalla VII Divisione giunsero le direttive ai gladiatori per la redazione dei rapporti informativi, che dovevano riguardare i seguenti ambiti: popolazione, amministrazione, politica, economia, trasporti, comunicazioni 20. Dunque, una dismessa organizzazione segreta di guerra non ortodossa tenuta in vita come servizio informativo sui generis, sempre dipendente dai servizi militari, doveva adoperarsi per raccogliere notizie su politici e civili in generale.

La Commissione d’inchiesta, nella stessa relazione del 22 aprile 1992, ha dato un giudizio complessivo sulla vicenda, appropriandosi di una formula coniata dalla Corte Costituzionale: “Illegittimità costituzionale progressiva”. Il parere è motivato ed articolato in tre punti: primo, non spettava certo al Sifar siglare accordi con la Cia (parte dell’esecutivo USA poiché appartenente al National Security Council) che vincolassero il governo italiano, nemmeno per necessità; secondo, Andreotti definì Gladio come un organismo pienamente inserito nel paradigma dell’Alleanza Atlantica, ma il Sifar entrò nel Comitato di Coordinamento e Pianificazione delle forze armate NATO europee solamente nel 1959, tre anni dopo la nascita della rete S-b tricolore; terzo, i membri della Commissione, in un passaggio conclusivo, avevano sottolineato la totale mancanza di controllo da parte dei responsabili politici, soprattutto dopo il 1977, arrivando persino a scrivere che “la riforma [dell’organigramma dei servizi segreti] fu gestita da altri poteri, quelli piduisti” 21, alludendo al copioso numero di funzionari iscritti alla Loggia massonica “Propaganda 2” di Licio Gelli.

Insomma, se nell’immediato dopoguerra si potevano capire le paure che avevano portato alla creazione di una S-b finalizzata alla guerra non ortodossa (sebbene la lettera della Costituzione parlasse chiaro sull’attribuzione dei poteri per siglare accordi internazionali), non altrettanto era ed è possibile fare con la piega e gli sbandamenti che avevano portato la struttura ad essere via via sempre più illegittima sia sul piano costituzionale, sia su quello della legge ordinaria.

Come agiva Gladio e con quali presunte finalità

In una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi, consegnata alle Camere il 22 aprile 1992, si legge nelle conclusioni: “Non vi è alcuna giustificazione per Gladio. Né all’inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità, e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a Gladio. Ma Gladio, è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori [corsivo mio]” 22.

Sono parole che pesano, specialmente tenendo in considerazione la fonte dalla quale provengono. E non è finita: in una nuova relazione redatta nel dicembre 1995 dal nuovo presidente della Commissione Giovanni Pellegrino, che aveva da circa un anno sostituito Libero Gualtieri, si confermò il sostanziale orientamento fissato nella precedente. Una decina di anni più tardi, all’interno del libro-intervista Segreto di stato, il senatore Pellegrino rivelò che in sede d’indagine parlamentare erano state elaborate due ipotesi, in quanto il numero di 622 gladiatori era “certamente troppo esiguo per poter pensare che quella potesse essere una struttura resistenziale efficace nell’ipotesi di invasione straniera del territorio italiano” 23. La prima ipotizzava un ulteriore livello sotterraneo di cui nessuno era riuscito a scoprire nulla, la seconda rappresentava la struttura come centro di attivazione di altre cellule operative in caso di pericolo 24.

Il terrorista nero pentito Vincenzo Vinciguerra, in una sua deposizione, dichiarò: “Questa super-organizzazione, dato che un’invasione sovietica non sarebbe potuta realisticamente avvenire, si era assunta il compito, per conto della Nato, di prevenire uno spostamento a sinistra degli equilibri politici del Paese. Questo fecero con l’assistenza dei servizi segreti e di forze politiche e militari” 25. Da tutte le prove documentali rese pubbliche si evince che il filo rosso nei trentaquattro anni di esistenza dell’operazione, che attraversò fasi differenti come esposto nel secondo paragrafo, fu proprio l’anticomunismo.

Tra il 1971 e il 1974 il comandante della struttura era stato il generale Gerardo Serravalle, il quale decise di parlare francamente dopo gli eventi che portarono l’opinione pubblica a conoscenza della vicenda. Il generale ritenne che il vincolo del segreto di Stato, all’inizio degli anni Novanta, fosse oramai definitivamente cessato. Serravalle parlò diffusamente della difficoltà di controllare tutti gli appartenenti all’Operazione, con particolare riferimento a quei membri prontissimi ad agire contro i comunisti, sebbene il pericolo dell’Armata Rossa alle porte, negli anni Settanta, fosse ben lontano. Un altro aspetto delle rivelazioni è degno di nota: i “Nasco” vennero smantellati nel 1972, le armi finirono in molte caserme e pare che fossero sufficienti ad armare tremila soldati, ben più dei 622 dell’elenco Andreotti. Serravalle rilasciò un’intervista anonima su Epoca nei primi anni Settanta, in cui disse di essere convinto dell’esistenza di “basi operative internazionali” che facevano da piano d’appoggio alla delinquenza politica e, dunque, anche a quello stato di tensione interno. In chiusura di quell’intervista anonima (confermata nella sostanza nel 1990), il comandante di Gladio ammise che il Sid si serviva di estremisti neri per controllare i rossi e che soprattutto al Sifar questa “utilizzazione” poteva essere sfuggita di mano 26.

Si è sottolineato in più occasioni come il denominatore comune delle componenti “destrorse”, da quelle più moderate a quelle votate allo stragismo, fosse la paura di cadere in mano ai comunisti, che fossero sovietici o membri del secondo partito politico italiano. La CIA vedeva, soprattutto negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, “nel radicalismo di destra una alternativa possibile” 27 perché l’obiettivo era diventato “la tenace opposizione all’ampliamento della sfera d’influenza dell’URSS e della Cina” 28. Dunque, l’ipotesi che qualche commistione tra i gladiatori e gli eversori neri ci possa essere stata non appare inverosimile. Come ho riportato in apertura, la magistratura avviò numerose indagini sulla struttura e sulle sue attività, scoprendo qualche legame di troppo tra i disinvolti gladiatori ed ambienti della destra poco istituzionali e poco moderati.

Se la struttura avesse davvero avuto solo uno scopo resistenziale e di presidio del confine Nord-Est, sarebbe difficilmente spiegabile come militari e civili addestrati al pari di corpi speciali dell’esercito si fossero trasformati in un apparato informativo, con il compito di raccogliere informazioni sui civili.

Le analisi ed i racconti delle vicende oscure e sanguinose degli anni bui della nostra storia sono spesso piene della formula “servizi segreti deviati” oppure, in alternativa, di “apparati deviati”, per indicare quegli organismi ed uffici che si sono mossi a coprire terroristi, depistare indagini, insabbiare la verità. Oggi, è oramai appurato che in Italia esisteva una struttura speciale, tenuta nascosta non solo ai cittadini ma anche a molti membri della classe politica, formata da uomini pronti all’azione militare e anche a svolgere compiti informativi. Il loro scopo era quello di tenere lontane le sinistre dal governo, con mezzi ancora tutti da chiarire.

 

Riferimenti e citazioni

  1. “l’Unità”, 14 novembre 1990, cit. in Sergio Flamigni, Dossier Gladio, Kaos Edizioni, Milano 2012, p. 77
  2. Sergio Flamigni, op. cit., pp. 36 – 37
  3. Relazione “L’operazione Gladio” del 26 febbraio 1991, in Sergio Flamigni, op. cit., p. 106
  4. Ivi, p. 90
  5. Simona Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Editori Laterza, Bari 1998, p. 699
  6. Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino, Claudio Sestieri, Segreto di stato, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2008, p. 20
  7. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 6
  8. Relazione “L’operazione Gladio” del 26 febbraio 1991, in Sergio Flamigni, op. cit., p. 94
  9. Ibidem e ss.
  10. Giuseppe De Lutiis, op. cit., pp. 16 – 17
  11. Ivi, p. 19
  12. Relazione COPACO del 4 marzo 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 204
  13. Direttiva del NSC del 8 marzo 1948, cit. in Giuseppe De Lutiis, op. cit., p. 6. Il corsivo è mio.
  14. Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino, Claudio Sestieri, op. cit., p. 18.
  15. Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 22 aprile 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 213
  16. Ivi, pp. 216 – 217
  17. Ivi, pp. 226 e ss.
  18. Ibidem
  19. Giuseppe De Lutiis, op. cit., pp. 129 – 131
  20. Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 22 aprile 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 232
  21. Ivi, p. 243
  22. Ivi, p. 249
  23. Giovanni Fasanella Giovanni Pellegrino Claudio Sestieri, op. cit., p. 23
  24. Ibidem
  25. Cit. in Renzo Paternoster, Gladio: il grande segreto della Repubblica, in http://www.storiain.net/arret/num153
  26. Sandra Bonsanti, Serravalle, un generale contro, in “Repubblica”, 22 novembre 1990
  27. Giorgio Galli, La destra in Italia, Gammalibri, Milano 1983, p. 143
  28. Ibidem

Per approfondire

Youtube: Dossier Gladio

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Interrogatorio di Lucio Castellano avanti al Giudice Istruttore “Processo 7 aprile”

Processo 7 aprileInterrogatorio di Lucio Castellano avanti al Giudice Istruttore “Processo 7 aprile”

Roma 12 giugno 1979

L’Ufficio contesta all’imputato che dalle indagini di Polizia Giudiziaria risulta che egli concorse alla direzione politica della associazione denominata “Potere Operaio”, partecipando con altre persone alla organizzazione di tale associazione diretta a promuovere l’insurrezione armata contro lo Stato, con conseguente sovvertimento violento delle libere istituzioni repubblicane, per la conquista violenta del potere da parte degli appartenenti alla associazione stessa. Il programma insurrezionale venne proposto nel corso di numerosi dibattiti e congressi dai massimi esponenti di Potere Operaio, che posero in evidenza la necessità della militarizzazione del movimento, del passaggio alla clandestinità delle avanguardie armate, e della costituzione del partito armato. Risulta altresì dalle indagini di Polizia Giudiziaria che il Castellano faceva parte del direttivo nazionale della predetta associazione, nonchè del direttivo centrale romano e del direttivo “Cinecittà”. Allo stesso direttivo romano appartenevano Leoni Andrea, Morucci Valerio, Pace Lanfranco, Rosati Luigi ed altri che in seguito sarebbero entrati a far parte di organizzazioni terroristiche variamente denominate. Nel corso di una perquisizione eseguita dalla Polizia Giudiziaria presso la sede di Potere Operaio di Via dell’Umiltà, fu sequestrato nella bacheca situata all’ingresso un opuscolo delle Brigate Rosse. Da documenti sequestrati presso l’abitazione di Pasquini Vittoria. anche essa appartenente all’esecutivo nazionale di P.O., emerge che nel corso di riunioni dell’esecutivo nazionale della suddetta associazione venne ribadita la necessità della lotta insurrezionale e del “rafforzamento militare del movimento”, affermando inoltre che i “servizi d’ordine” dovevano essere interpretati come esercitazione in preparazione della guerra civile. Si sostenne altresì nel corso delle predette riunioni, che la guerriglia ha una funzione pedagogica e che l’esperienzia della guerriglia urbana è valutata come mobilità di attacco, a partire dai quartieri e dai bisogni proletari. Si discusse ancora della presa del potere, della metropoli come base insurrezionale, della istituzione nei quartieri di organismi autonomi sull’esempio dell’IRA, e di basi rosse. Si parlò infine di un fronte popolare come prima tappa verso la “distruzione dello stato” e di lotta armata che doveva essere legata alla “guerra di lunga durata”. Da un documento sequestrato in data 14/5/1977 risulta che Oreste Scalzone collaboratore della rivista Metropoli, rivolgendosi ai compagni Maesano, Pirri, Zagato, Leoni, Castellano ed altri, affermava di voler riprendere l’attività del Collettivo politico di lavoro teorico, iniziata nel luglio del 1976 sulla base di una bozza pubblicata in “Senza tregua” numero del luglio 1976 con il titolo “Realismo della politica rivoluzionaria” e ricordava alle predette persone che le discussioni avute all’inizio del dicembre 1976 avevano una scaletta del seguente tenore: 1) il processo di riforma dello Stato; 2) crisi e ristrutturazione capitalistica; 3) nuova socialdemocrazia autoritaria; rappresentanza, crisi della rappresentanza; 4) risultati della azione politica; una figura unitaria massificata é “l’operaio sociale”; 5) teoria dei bisogni emergenti. Critica del valore. Il processo rivoluzionario; 6) la transizione. L’iniziativa rivoluzionaria; 7) potere e produzione al centro dell’ipotesi di rivoluzione politica. “Programma minimo” come linea di massa per la fase rivoluzionaria. Programma minimo – istituti di potere – guerra rivoluzionaria. 8) la fase – centralità strategica della questione della rivoluzione, centralità tattica della costituzione di elementi organizzativi e sociali del movimento rivoluzionario; 8-1) critica della linea della radicalizzazione rivendicativa – la questione della trasformazione dell’area estremista in area rivoluzionaria; 9) alcuni elementi generali di dibattito sulla teoria dell’organizzazione – organizzazione, programma, istituti di potere, guerra civile, rivoluzione politica, estinzione dello Stato. La riunione nella quale furono dibattuti i predetti temi e a cui avrebbe partecipato Castellano, avvenne il 9/1/1977 a Milano. La maggior parte degli argomenti sopra rappresentati sono stati in seguito recepiti nelle risoluzioni della direzione strategica delle BR, in particolare nella risoluzione n. 2 sull’organizzazione, documento interno, nella risoluzione del febbraio 1978 e in quella del marzo 1979. Per quanto concerne la partecipazione alla redazione della rivista Metropoli ed al complemento Pre-print, risulta che alla predetta rivista collaborarono tra l’altro Oreste Scalzone, Franco Piperno, Lauso Zagato, Lanfranco Pace, incriminati come organizzatori di associazioni sovversive e bande armate, variamente denominate. Alla stessa rivista avrebbero collaborato, in base alle risultanze processuali, Morucci Valerio e Faranda Adriana, appartenenti alle forze “regolari” delle BR, mentre contemporaneamente organizzavano e partecipavano ad azioni terroristiche.

A questo punto l’imputato dichiara di voler fare la seguente dichiarazione:

Dr. Gallucci, la sola grande forza della sua istruttoria sta nel fatto che chiunque preferirà darle una qualche credibilità piuttosto che ammettere che è possibile oggi in questo paese istruire un processo del tipo che Lei sta costruendo. E non è semplice per nessuno convincersi delle ragioni che spingono un alto Magistrato della Repubblica, con abbondanza di organizzazioni che firmano le loro iniziative, distribuiscono i loro fogli di propaganda ed ampiamente si fanno carico della rete esistente di azioni armate, a concentrare la sua attenzione sull’unica organizzazione di cui nessuno sa nulla, che non esiste e non è mai esistita. Due sono le grandi differenze che corrono tra le organizzazioni esistenti e questa inesistente della cui costituzione ci imputa. La prima, che non pare averla colpita eccessivamente, è che, appunto, le une esistono e le altre no. La seconda, che al contrario l’ha affascinata da subito e convinto alla caccia, è che i partecipanti alle prime in buona parte non li conosce o non sa dove trovarli, mentre quelli che farebbero capo alla seconda sono, per cosi dire, “a disposizione”, dormono nelle loro case e, quando non possono evitarlo, lavorano. Io mi sono sentito molto sciocco, come comunista, quando sono stato arrestato sotto la sede del giornale. Ho pensato che avrei dovuto prevederlo e stare più attento. Poi ho letto il mandato di cattura ed ho capito che Lei non è prevedibile, Dr. Gallucci, perché si muove in un tempo ed in uno spazio che non sono i nostri. Io adesso sto dentro e Lei sta fuori, ma non è questo il punto: se mi fossi aspettato il suo attacco, se fossi stato capace di comprenderla, sarei riuscito a scappare. Ma sono felice di abitare in un paese dove le cose che Lei fa sono inconcepibili; sono felice di avere un’idea dell’Italia e dei rapporti di forza che vi vigono che mi impedisce di comprenderla, e di essere “preparato”. Una sola ragione Le riconosco, quella della forza, ed una sola forza, quella di avere le chiavi del posto dove sono rinchiuso: non è poco, ma nemmeno molto. Lei mi imputa, insieme a Lanfranco Pace e Paolo Virno, di avere costituito una “associazione eversiva”, dal nome sconosciuto “costituita in più bande armate variamente denominate”, destinata a “centralizzare” il “movimento” per una serie di scopi terribili che Lei puntigliosamente enumera.

Gli indizi da cui desume tutta questa roba sono:

1) dichiarazione agli atti e indagini di polizia, che vertono essenzialmente su P.O. e poco aggiungono alle successive fonti di indizio;

2) il fatto che io, Virno e Pace avremmo fatto parte del “direttivo centrale di P. O., prima associazione diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti”;

3) il fatto che Pace era il più influente di noi e poteva addirittura frequentare convegni nazionali;

4) il fatto che abbiamo collaborato alle riviste Pre-print e Metropoli.

Per quanto riguarda P.O. stendiamo un velo pietoso: o Lei si decide senza infingimenti a processare e condannare questa esperienza per tutte le ragioni che enumera e altre che vorrà trovare, oppure la mia partecipazione, nota e rivendicata, ad esso è indizio di nulla. Veniamo al fatto ghiotto: in merito al punto 4) Lei trae indizi da 3 ordini di motivi: a) perché alla redazione di Pre-print e Metropoli avrebbero partecipato Valerio Morucci ed Adriana Faranda, e perché ad essi avrebbe portato aiuto Piperno; b) per il contenuto in generale delle riviste; c) per il contenuto in particolare dell’articolo “Prima pagano, meglio è” di Franco Piperno, e per aver pubblicato il volantino BR su Piazza Nicosia. Riguardo al primo problema, c’è da dire che Valerio Morucci ed Adriana Faranda non hanno in alcun modo partecipato alla redazione di Pre-print e Metropoli, nè hanno ad essa collaborato; nè vi è peraltro alcunchè nella rivista che ad una loro collaborazione rimandi o che questa faccia supporre. E questo per nessun’altra ragione che il fatto che questa eventualità non fu mai prospettata. I giornali hanno riportato che la Conforto avrebbe detto che Piperno li avrebbe presentati a lei nella veste di redattori. Se Piperno li abbia presentati o meno, non è cosa che riguardi la mia responsabilità; che partecipassero alla redazione non è vero, è cosa che non può trovare alcun riscontro obiettivo. A domanda del P.M. se conosca la Conforto Giuliana: l’ho vista un paio di anni orsono in un piano-bar che si chiama Plinio in Via dell’Oca; c’erano anche altre persone e la donna mi fu presentata dal Piperno. Proseguendo poi nelle mie dichiarazioni, aggiungo: del contenuto del giornale ho serie resistenze a parlare con Lei. So perfettamente che i reati di cui ci imputa sono di carattere organizzativo e non ideologico. Ma il fatto che Lei tragga i suoi indizi di complotto da una pubblicazione tirata in 50.000 copie, destinata cioè ad un pubblico nè militante nè “complottardo”, piuttosto che da un qualche “bollettino interno”, tirato al ciclostile, rende sospettoso anche me, che sono d’animo fiducioso. Peraltro, la disinvoltura con la quale Lei ed il Suo collega Calogero hanno accomunato le posizioni ideologiche di Negri, Scalzone e Piperno, già variegate tra di loro, a quelle delle BR, mi esime dall’insistere sulla natura non programmatica, di dibattito ed approfondimento tematico delle riviste in questione, e sul fatto che in esse trova spazio un arco largo di orientamenti politici. Resta un punto, ed è che in nessun modo il loro contenuto come il loro linguaggio, in generale come in ogni singolo articolo, rimandano a rapporti organizzativi di qualsiasi forma con alcuna delle esperienze organizzative che sul terreno della lotta armata si contendono la egemonia sul movimento, nè tali rapporti suppongono e/o contemplano. Di ciò i testimoni sarebbero piu numerosi se un Suo collega, a me ignoto, non avesse tempestivamente provveduto a sequestrare Metropoli. Lei trae indizi contro di me dal fatto che abbiamo pubblicato il comunicato BR di Piazza Nicosia. Sostiene che lo avremmo fatto per rispondere alla necessità “di una rapida diffusione di notizie utili al movimento rivoluzionario”. In generale, che un mensile si ponga il problema della rapida diffusione delle notizie è cosa ridicola. Nel caso particolare, Piazza Nicosia era passata da oltre un mese. Noi ne volevamo parlare come di una tappa, di indubbia rilevanza, della strategia BR. Abbiamo riportato il volantino perchè non ci siamo sentiti di riportare la nostra opinione sottraendo al giudizio del pubblico quella dei maggiori protagonisti, come unanimemente ha fatto, con l’eccezione di Vita-Sera, la grande stampa. L’unica “rapida diffusione” è avvenuta tramite Vita-Sera: è un indizio contro i redattori di quel giornale? Le ragioni di chi ha costruito un “fatto” ne fanno parte, e sono importanti per la sua comprensione; sottrarle al giudizio è meschineria, giornalismo di regime. Se la stampa si fosse comportata secondo le sue norme abituali, dottor Gallucci, Lei oggi avrebbe un indizio di meno. Ci ostiniamo a ritenere che questa nostra scelta sia legittima, in questo Paese, nonostante Lei. Lei infine trae indizi contro di me dal fatto che nell’articolo “Prima pagano, meglio è” sarebbero “elencati nomi di persone da eliminare”, e dal fatto che alcuni di questi nomi sarebbero anche stati trovati a casa di Morucci, a ulteriore riprova dei rapporti associativi esistenti. Il punto è che l’articolo di Piperno si rivolge non al movimento di lotta e alle organizzazioni guerrigliere, ma alle istituzioni di questa Repubblica e sostiene che i responsabili dell’inchiesta del 7 aprile devono pagare, in termini politici e giudiziari, perchè responsabili di un abuso grave che non può restare impunito. Devono pagare perché, sono portatori di una cultura militarista capace di radicamento ed estensione, perchè hanno un senso dello Stato che si addice più ad un Amin Dada che ha dimostrato che deve fare i conti con una società articolata e ricca, attraversata da un profondo movimento di rinnovamento. Devono pagare perchè stanno cercando ottusamente di chiudere ogni possibile mediazione tra le istituzioni e “il nuovo” che potentemente è emerso nella società, tutti assorti nel loro belluino ed impotente grido di guerra “spezzeremo le reni alla Grecia.” Considerare la storia politica di questi anni alla stregua di un complotto non è una svista giudiziaria, è il punto di vista politico di chi vuole affrontare “manu militari” il sommovimento profondo che ha modificato gli equilibri del paese. Un sommovimento che non è fatto, poveramente, dell’emergere di aspettative e domande che non trovano risposta, ma che è modifica dei rapporti di forza e della distribuzione del potere tra strati e ruoli sociali. Di fronte ad esso il sistema dei partiti è stato cieco e sordo: le alternative oggi sono la riapertura del sistema politico o uno scontro feroce che non ammette soluzioni. L’articolo era per la prima soluzione. Per questo articolo il giornale è stato sequestrato. Da questo articolo Lei trae indizi contro di me. Quanto a me posso solo sottoscriverlo. Per concludere, Dr. Gallucci, Lei mi accusa di far parte di una associazione segreta che ha per scopo la presa del potere e per strumento il terrorismo. I suoi indizi sono fragili, forte è solo la protervia con cui li maneggia. Ma c’è un problema più a fondo. Solo un democristiano può pensare seriamente che un complotto serva per conquistare il potere, e solo una cultura militarista, come è la Sua, non la mia, può ritenere il terrorismo strumento per una modificazione sociale. Per me esso è piuttosto la spia di una modificazione già avvenuta dentro lo statuto di potere di una società e la misura della resistenza che impone al sistema istituzionale a prenderne atto. Misura l’indebolimento dei ruoli di potere istituzionalmente definiti ed il crescerne di nuovi dentro un allargamento complessivo delle forme della cooperazione e comunicazione sociali cui le istituzioni non sanno tener dietro e che inchiodano nella forma della guerra. Questo processo di profondo mutamento, di cui il terrorismo non è certo la manifestazione centrale, e che attraversa la nostra società in tutte le sue articolazioni, ha turbato in vari modi la Sua vita: soprattutto, ha reso il potere di cui dispone più leggero di quanto pensasse perchè si è scontrato con cose che Le sono apparse misteriose. Ha deciso che bisognava “mettere ordine”. S’è accorto che non bastava un processo ed ha costruito una grande operazione culturale sorretta dalla forza delle armi: come un colonizzatore che deve imporre la sua lingua. Perchè questo è il senso della sua operazione. Perchè non ha spiccato contro di me un mandato semplice e plausibile con su scritto che qualcuno le aveva detto che stavo da qualche parte, che avevo certi contatti, che avevo fatto delle cose? Perché ha avuto bisogno di andarsi a cercare una organizzazione nuova e segreta che “centralizzasse” tutto? Il fatto è che solo marginalmente Lei è interessato al fatto se io sia un terrorista o meno. Ciò che le preme soprattutto è ridurre il movimento di questi anni, nelle sue diverse forme di espressione, a qualcosa che Lei possa comprendere con il suo linguaggio, cioè ad un complotto. E’ per questo che ci deve essere un “cervello centrale”, un “governo ombra”. Non solo; perché Lei possa “comprenderlo” a pieno, perché sia credibile ai suoi occhi, questo “governo” deve essersi formato nelle università, ruotare attorno ad alcuni docenti, essere una “classe dirigente” nel senso che Lei intende. Di più ancora: perchè davvero questi “dirigenti” possano far parte, anche se della banda dei cattivi, della grande famiglia dei “potenti della terra”, deve essere gente doppia, che dice una cosa e ne fa un’altra, devono in qualche modo essere caratterialmente, oltre che socialmente, simili ai suoi amici. Comprendere il terrorismo per Lei vuol dire costruirne un’immagine che sia il più possibile simile al mondo che conosce, fare una serie di potentati e correnti unite gerarchicamente e dirette dai “professori”. Io so che in questo allargamento che c’è stato degli spazi di potere un gran numero di persone si agita in modo disordinato, senza chiarezza d’idee e senza scopi unanimi, facendo le cose più diverse e, ogni tanto, la guerra, rimescolando ruoli e gerarchie consolidate, rischiando e pagando di persona nella libertà nuova che si sono conquistati. Lei è convinto che il mondo sia fatto di padroni e servitori, e che quest’ultimi raramente possano fare danni di rilievo: è convinto che la questione del potere stia sempre nei termini shakespeariani della guerra tra consanguinei. Queste cose di cui mi imputa fanno parte della Sua cultura, non della mia. Nego di aver costituito l’organizzazione di cui Lei parla non per paura di Lei, Dr. Gallucci ma perchè avrei paura di quella organizzazione. L’immagine che cerca di imporre di noi mi è odiosa. Non ci sbatte in galera come sovversivi o terroristi, ma “come dirigenti” di sovversivi e terroristi, con lo stesso ammiccamento complice e severo con cui accompagnerebbe Suo figlio in collegio. Non faccio parte della Sua famiglia.

La difesa a questo punto eccepisce la nullità del mandato di cattura per estrema genericità degli addebiti sia in ordine alla funzione di costitutore ed organizzatore dell’imputato sia in ordine all’identificazione degli altri partecipi della banda stessa. Chiede pertanto la scarcerazione dell’imputato per assoluta mancanza di indizi in ordine ai reati contestatigli. Chiede inoltre che l’Ufficio voglia precisare il reato addebitato al Castellano nel mandato di cattura. L’Ufficio si riserva sulle eccezioni di nullità e sulla istanza di scarcerazione. Dà atto che come leggesi in mandato di cattura l’imputazione contestata e del delitto di banda armata, prima parte, cioè nella forma della organizzazione, della costituzione e della promozione.

ADR. Non vedo il Morucci e la Faranda da alcuni anni. Non ne ho mai sentito parlare da Piperno. Non li ho mai visti nella sede di Linea di Condotta, cioè in Piazza Cesarini Sforza n. 28. Il Cerpet è un centro studi, non ne conosco la forma sociale, che aveva sede negli stessi locali dove ora ha sede Linea di Condotta. Non so dire quale carica avesse Pace in detto centro; mi sembra che ne fosse il segretario. Io ne sono tesoriere. Ritengo che la sede sociale abbia seguito l’abitazione della dattilografa di cui non ricordo il nome.

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Attilio Veraldi, Il vomerese (1980)
1990, TEA, collana TEADUE n.45, 1990, 5,16 euro

Nel 1980 un romanzo anticipò il sequestro del generale Dozier e descrisse gli intrecci e le trame delle Brigate Rosse, tra servizi segreti russi, americani e italiani, nel pieno dello scontro tra palestinesi ed israeliani. Una spy story che disegnò l’identikit del capo delle BR, il criminologo Giovanni Senzani. Una storia ambientata a Napoli che, riletta alla luce delle indagini degli ultimi anni, non finisce di stupire. 

“La perfezione non esiste, (…) sfugge solo ciò che non si vuol sapere.” Del resto, non era questo il principio stesso su cui si basava ogni servizio d’informazioni?

(Il Vomerese, pag. 191)

È l’inizio del 1980, l’anno della strage di Ustica e di Bologna, dell’assassinio di Walter Tobagi e di Vittorio Bachelet, dello sciopero dei quarantamila colletti bianchi della Fiat a Torino, del terremoto dell’Irpinia, della rivolta del carcere di Trani e del progetto di rapimento di un alto ufficiale del comando generale della Nato di Bagnoli, l’ammiraglio Schneck, per la cui riuscita viene impegnata per mesi tutta l’organizzazione centro meridionale di Azione Rivoluzionaria, coordinata da un veterano antifascista, originario del quartiere partenopeo del Vomero: Gerardo Guerra all’anagrafe, il “Babbo” il “Vecchio” e il “Vomerese” per i componenti l’organizzazione rivoluzionaria.

Il rapimento dell’ammiraglio Schneck rappresenta un vero e proprio salto di qualità per la colonna napoletana e per tutta l’organizzazione di Azione Rivoluzionaria, composta di giovanissimi militanti di diverse provenienze sociali e politiche, passati nel giro di pochi anni dallo spontaneismo alla clandestinità.

La complessa operazione si sviluppa principalmente a Napoli, con brevi toccate e fuga a Londra ed Atene. Gerardo Guerra, il “Babbo”, è l’unico tramite tra il misterioso “onorevole” Aruta, il quale in realtà non è un onorevole ed ha da poco assunto il ruolo che precedentemente era gestito da Parisi, un compagno di lotta e di clandestinità di Gerardo Guerra, sin dalla guerra civile spagnola, morto “improvvisamente”.

Azione Rivoluzionaria è irreggimentata in compartimenti stagni, per cui i militanti non si conoscono tra di loro, ed a sua volta l’”onorevole” è l’unico tramite tra Guerra e l’esecutivo, il vertice segreto dell’organizzazione rivoluzionaria. L’arrivo del nuovo “commissario” politico Aruta ha coinciso con l’adozione di un indirizzo marcatamente militarista, con l’aumento progressivo degli attacchi contro i “simboli” dello Stato, portati avanti con ferocia, creando però malcontento nella base dell’organizzazione, che vede allontanarsi sempre di più gli obiettivi politici per la svolta rivoluzionaria e aumentare il distacco dalla realtà sociale.

Il vertice dell’organizzazione ha pianificato di effettuare il rapimento dell’ufficiale della Nato su richiesta del Fronte della Causa Internazionale, il Felix Complex, un’organizzazione internazionale di mercenari filo-palestinesi, conosciutisi in gran parte tra di loro frequentando l’Università dell’amicizia tra i popoli di Mosca, la Lumumba, ed addestrati alla guerriglia al campo di Matanzas a Cuba. Il Felix Complex è stato creato da un professionista portoghese, Felix Cabral, che si spaccia anche per venezuelano, con il nome di Carlos Villamil. Felix Cabral, oltre che con i palestinesi, ha solidi legami con la Libia, ed è a sua volta spiato dall’immancabile Mossad, nonché controllato a vista dai servizi segreti sovietici e dagli americani, per i quali Napoli è territorio di competenza per operazioni nelle quali i servizi segreti italiani si limitano solo ad un ruolo di supporto. In cambio della riuscita dell’operazione il Fronte garantirà sostegno militare e logistico, armi e addestramento nei campi in Medio Oriente ad Azione Rivoluzionaria.

La delicatezza dell’operazione è dovuta al riallacciamento dei rapporti politici e militari, sette anni dopo il tragico fallimento dell’unico precedente di operazione congiunta con il Fronte, nel 1973, che aveva portato allo smantellamento del nucleo romano dell’organizzazione. Allo scopo di verificare le effettive capacità della colonna napoletana, onde evitare un ulteriore fallimento politico, viene inviato un emissario palestinese, Mahmoud, che si fa chiamare Grenoble, al quale viene consentito di interrogare personalmente i membri dell’organizzazione entrati nel livello di “massima sicurezza” della clandestinità, dopo il suicidio in carcere di un giovane militante, a pochi giorni dal suo arresto.

Nei vari colpi di scena che si succederanno però, tra agenti segreti israeliani, russi, bulgari e americani, la direzione delle vicende porterà ad una realtà ben diversa, in cui lo scontro all’interno delle fazioni palestinesi, tra quella capeggiata da George Habash e quella da Wadi Haddad, spingeranno i servizi segreti russi ed americani – ed il vertice di Azione Rivoluzionaria – ad un obiettivo molto lontano da quello dichiarato. Il vecchio Gerardo Guerra, che aveva accettato l’operazione pur non fidandosi di Cabral, ottiene conferma che il portoghese ha commesso delle imprudenze sin dal suo arrivo in Italia, tali da poter inevitabilmente compromettere l’esito del progettato sequestro. Disilluso e travolto dai dubbi, insospettitosi anche dalla prevedibilità dei movimenti dell’auto dell’ammiraglio Schneck, che da settimane segue sempre lo stesso identico percorso, spiato a sua volta dai sovietici; dopo aver realizzato che l’operazione di sequestro dell’ammiraglio è una trappola dietro la quale si nasconde il doppio (triplo e quadruplo) gioco di Felix Cabral e dell’onorevole Aruta e dei servizi segreti americani e russi, Gerardo Guerra manda a monte il piano fino al tragico epilogo del romanzo, in cui morirà insieme ai suoi compagni nell’esplosione di un’autobomba.

Ad intrecciarsi nella fitta trama di complotti e tradimenti, la storia d’amore tra due militanti dell’organizzazione, Massimo e Sara, che in seguito diventeranno Fausto e Diana, il cui vero nome all’anagrafe è però Gennaro e Laura, provenienti da due condizioni sociali e culturali opposte tra loro; Massimo (Gennaro) figlio di una famiglia povera, e Sara (Laura) che invece proviene dalla ricca borghesia vomerese. Sara ha da poco perso il fratello gemello, anch’egli militante di Azione Rivoluzionaria, morto suicida in carcere e sospettato di aver confessato alla magistratura qualcosa sulla struttura dell’organizzazione clandestina, scatenando un clima di veleni e sospetti tra i protagonisti del romanzo.

Gerardo Guerra, per accertarsi della fedeltà del suo gruppo di fuoco, arriverà a predisporre un finto verbale d’interrogatorio, nel quale il fratello di Sara avrebbe rivelato i nomi dei componenti della colonna rivoluzionaria alla magistratura, mostrandolo a Massimo e costringendo Sara a convincersi che il fratello ha effettivamente tradito l’organizzazione. Lo scopo vero del vecchio capo, che vede la relazione tra Massimo e Sara come un fattore di rischio per il gruppo, è quello di allontanare la ragazza da Massimo o di eliminarla, seguendo un testardo convincimento che nel corso della narrazione si rivela non solo ingiusto e crudele ma anche profondamente radicato nell’incapacità del “babbo” di risolvere i fantasmi del suo passato personale, legato all’unica vera storia d’amore che ha vissuto, quando aveva appena vent’anni, con una donna che si chiamava Anna, morta poco dopo la loro separazione.

Attilio Veraldi, un napoletano in giallo

Questa è, in estrema sintesi, la trama di Il vomerese dello scrittore napoletano Attilio Veraldi, traduttore raffinato di oltre cento opere di letteratura nordamericana, tra cui Henry Miller, Malcolm Lowry, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Wilbur Smith, John Updike, Jim Thompson, John Le Carré e Kurt Vonnegut. Veraldi, che da giovane ha vissuto a Londra ed in Svezia, annovera nel suo carnet di traduttore anche opere di Soren Kierkegaard e di August Strindberg.

Trasferitosi a Milano negli anni ’50, iniziò la sua carriera  presso la casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli, a stretto contatto con l’eclettico editore. Dopo una parentesi a Trinidad e Tobago, durante la quale ha collaborato con il consolato italiano, nel 1966 Veraldi ritornò al suo lavoro di traduzione, traducendo magistralmente Last Exit to Brooklyn (Ultima fermata Brooklyn), l’opera scandalo di Hubert Selby jr, imprimendole un linguaggio da strada, simile a quello che echeggiava nelle espressioni della lingua junkie di William Burroughs (tradotta in italiano da Giulio Saponaro per la SugarCo). Nel suo primo romanzo, pubblicato nel 1976, La Mazzetta, ispirato alla letteratura hard boiled di Hammet e Chandler (scritto all’età di cinquant’anni sotto gli auspici di Mario Spagnol, direttore responsabile della Rizzoli e con la benedizione di Oreste Del Buono), precursore del noir mediterraneo, con uno stile narrativo che in seguito ispirerà scrittori come Massimo Carlotto, Veraldi introdusse la figura di Sasà Iovine, un commercialista napoletano in una città descritta non nelle consuete oleografie letterarie, a contatto con un capitalismo rampante, truffaldino e rapace. Nel 1978 è la volta del romanzo L’uomo di conseguenza, quindi de Il Vomerese, scritto con una prosa a scatti, ritmica, con un succedersi senza pausa di colpi di scena, una macchina narrativa tra le meglio congegnate nel panorama letterario di genere popolare del periodo.

Pubblicato da Rizzoli nel 1980, tra spy story e romanzo fantapolitico, Il Vomerese è da considerarsi sicuramente il primo romanzo italiano ad affrontare il tema del terrorismo nazionale ed internazionale.

La fotografia di un passaggio storico

Ma Il Vomerese non è solo questo, è una fotografia del ribaltamento dei ruoli di vittima e carnefice, servo e padrone, che stava avvenendo realmente in quello che è stato il periodo più oscuro della lotta armata in Italia, collocabile tra la confessione di Marino Pallotto (arrestato nel dicembre del 1979 e morto suicida il 29 luglio del 1980) che fece arrestare i componenti della colonna romana delle BR, tra cui Paolo Santini, arrestato e prontamente rilasciato nel dicembre del 1979, il quale rivelò di aver agito nel nucleo romano per conto dei carabinieri, infiltratosi durante il periodo del sequestro Moro; e l’assassinio di Walter Tobagi, fino all’arresto di Mario Moretti, che segna l’inizio della sconfitta militare e politica delle Brigate Rosse.

È la fase successiva al tragico epilogo del sequestro Moro, la catastrofe antropologica in cui emerse il problema degli infiltrati e del pentitismo, tra scissioni politiche e separazioni, tra innalzamento dello scontro contro i simboli dello Stato, perso di vista il cuore, e la ritirata strategica: il periodo di Giovanni Senzani al vertice delle Brigate Rosse, che a Napoli entrarono in azione per la prima volta il 19 maggio del 1980, con l’assassinio dell’assessore regionale della Campania, con delega al Bilancio, Pino Amato, esponente della DC che per anni era stato direttore amministrativo del Formez.

Sono queste le quinte del racconto crepuscolare de Il Vomerese, della sconfitta della lotta armata, prima di tutto sul piano psicologico, in una città, Napoli, in cui le ombre umane, diverse dai protagonisti, sono sempre sullo sfondo, quasi non viste, se non come parte di una mappa dei nascondigli e delle vie di fuga dal potere degli apparati repressivi, che si manifesta più come un’ombra che si aggancia ai personaggi, come un apparato di sorveglianza di massa, un dispositivo panottico di cattura.

Il romanzo è stato anticipatore di un episodio che ebbe effettivamente seguito un anno dopo, con il sequestro del generale James Lee Dozier a Verona da parte dell’ala militarista delle Brigate Rosse. Il 17 dicembre del 1981Antonio Savasta e Pietro Vanzi si presentarono in tuta da idraulici nell’appartamento di via Lungo Adige 5 a Verona, dove viveva il generale Lee Dozier, comandante delle forze terrestri nel sud Europa del comando NATO-FTASE. I due finti operai si presentarono dicendo alla moglie del generale Dozier che dovevano controllare una perdita al termosifone riuscendo così ad entrare in casa ed immobilizzare i coniugi. Dozier venne poi tenuto prigioniero per 42 giorni in un covo delle Brigate Rosse in via Pindemonte, a Padova, fino alla liberazione da parte dei NOCS, le teste di cuoio della Polizia, il 28 gennaio del 1982. Durante la detenzione, il generale Dozier non fu interrogato in quanto nessuno dei sequestratori conosceva l’inglese e fu obbligato per 14 ore al giorno a sentire con delle cuffie la stessa canzone mandata a ripetizione, Kill the Poor dei Dead Kennedys.

Curiosamente, anche nel romanzo ad un certo punto viene effettuata un’incursione in un appartamento con due militanti di Azione Rivoluzionaria travestiti da operai del gas che fingono di dover effettuare un controllo. Ma le coincidenze non si limitano a questo.

La mente rossa

La somiglianza del personaggio Felix Cabral con il venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, noto come il comandante Carlos, è quasi un omaggio di Veraldi a colui che già dal 1975 era uno dei rivoluzionari più ricercati al mondo, una sorta di leggenda vivente. Carlos, che si era addestrato al campo di Matanzas a Cuba, aveva costituito il gruppo Separat (detto anche “gruppo Carlos”) di cui facevano parte componenti provenienti da diversi paesi, con i quali ha effettuato alcune delle più spettacolari azioni condotte negli anni ’70 per il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Come il personaggio del romanzo, anche Carlos per un periodo ha vissuto a Londra, dopo la separazione dei genitori, per poi trasferirsi alla Lumumba di Mosca. La rete di relazioni di Carlos si estendeva dal Medio Oriente al Sudamerica, e non disdegnava rapporti con i principali servizi segreti dei paesi socialisti, come il KGB e la Stasi.

Carlos, tuttora in carcere in Francia, ha confermato in un’intervista rilasciata nel 2008 l’esistenza di una trattativa a Beirut per la liberazione di Moro, tra i servizi segreti italiani e esponenti delle fazioni palestinesi, tramite il colonnello Giovannone, capocentro del Sismi, secondo una richiesta di Aldo Moro stesso. L’8 maggio del 1978, un giorno prima dell’assassinio dello statista democristiano, un executive del Sismi si recò a Beirut per prelevare i mediatori nello scambio che era stato pattuito, ma l’operazione sfumò, secondo Carlos, per una “improvvida” segnalazione di Bassam Abu Sharif, un dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, al Sismi, il quale invece avrebbe semplicemente usato la linea di comunicazione speciale che lo stesso Sismi aveva messo a sua disposizione, che inspiegabilmente non fu attivata.

L’organizzazione protagonista del romanzo di Veraldi, Azione Rivoluzionaria, ha invece tutte le caratteristiche di somiglianza con la colonna napoletana della Brigate Rosse, organizzata dal criminologo Giovanni Senzani, al quale sembrerebbe ispirarsi anche la figura di Gerardo Guerra, nonostante le evidenti differenze generazionali.

Gerardo Guerra, nel romanzo, è un veterano che ha avuto un’esperienza da giovanissimo nella guerra civile spagnola, prima di venire confinato dai fascisti a Ventotene. La sua solitudine sentimentale è confortata solo dal ricordo del suo amore giovanile per Anna, una compagna che lasciò quando era esule in Francia, prima di andare a combattere in Spagna.

Guerra è così descritto in Il Vomerese:

È un noto sociologo (…) Un suo testo era stato tradotto e adottato all’università di Yale. Ricordo il titolo, La società rivoluzionaria. Ma poi fu messo all’indice nel ’68, come una goccia d’acido che tenda a allargarsi e corrodere tutt’in giro. (Il Vomerese, pag. 75)

Si tratta di un profilo non lontano da quello predisposto dal ministero dell’Interno durante il sequestro di Aldo Moro, a proposito dell’identikit della figura che avrebbe potuto essere in grado di gestire negli interrogatori la personalità di uno statista di quel livello:

Cultura e probabilmente incarico docente di livello universitario. Appropriate conoscenze della politica italiana in tutti i suoi risvolti o almeno i più significativi, ivi compresi quelli attinenti a impegni più propriamente di governo. Buona cognizione della storia italiana repubblicana. Età medio adulta, dato che per taluni passaggi storici mostra di sapere reggere una conversazione sulla base di esperienze non ricavate da letture ma in qualche modo vissute direttamente. (Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, pag. 477)

Giovanni Senzani, apprezzato criminologo e sociologo, nato a Forlì nel 1942, laureatosi a Bologna con una tesi di laurea sugli istituti penali, aveva iniziato la sua carriera conducendo un’inchiesta sulla condizione carceraria (L’esclusione anticipata. Rapporto da 118 case di rieducazione per minorenni, Jaca Book) di cui pubblicò un resoconto anche sul settimanale L’Espresso, il 4 maggio del 1969. Nello stesso periodo si trasferì a Roma, con sua moglie, Anna Fenzi, che lavorava per la casa editrice Feltrinelli, prendendo una casa a via della Vite n.66, nei pressi di piazza di Spagna.

All’inizio degli anni ‘70 si occupò del disagio giovanile in California, in collaborazione con l’università di Berkeley, dove andò come borsista e dove avrebbe conseguito una specializzazione post laurea. Nel periodo in cui ha vissuto negli Stati Uniti (quattro anni secondo il faccendiere del Sismi, Francesco Pazienza) la casa di Senzani è stata abitata da Luciano Bellucci, un personaggio che nel 1981 diventò agente del Sismi, con cui il criminologo sarebbe rimasto in rapporti di amicizia fino al giorno del suo arresto. Bellucci ha riferito al giudice Imposimato di aver conosciuto Senzani nel 1967, durante il servizio militare, prima come allievo ad Ascoli, e poi a Pesaro, e che avrebbe abitato nella sua casa tra il 1968 ed il 1972, quando Senzani si era trasferito con la moglie prima a Torre del Greco e poi negli Stati Uniti.

Al ritorno in Italia, diventato borsista per il CNR ad Ancona, Senzani ha curato l’antologia Economia politica della criminalità. Materiali su criminologia e controllo sociale, pubblicata da una casa editrice legata a Comunione e Liberazione, la Jaca Book, nel 1979 (il testo fu finanziato dal CNR nell’ambito della ricerca “Controllo sociale e ideologia assistenziale. I presupposti storici del ‘welfare state’ in Italia”), ed un saggio su “Il fenomeno criminale negli anni Settanta: la criminalità di massa”, su Città e Regione, 1977, n.10/11, un mensile diretto dal socialista Lelio Lagorio, presidente della regione Toscana dal 1970 al 1978.

Tra le varie attività, dal 1971 fino al 1978, Senzani è stato formatore a Torre del Greco, in provincia di Napoli, per l’ENAIP (Ente Nazionale Acli Istruzione Professionale), una struttura legata alle ACLI, ed è stato docente a contratto a Siena e presso la cattedra di sociologia al Magistero dell’Università di Firenze. A Torre del Greco organizzò un convegno sul parricidio con il cognato, Enrico Fenzi, uno dei più celebri dantisti italiani del periodo, e con Toni Negri. Nel 1978 è diventato consulente del ministero di Grazia e Giustizia, nel periodo in cui venivano colpiti magistrati ed operatori dell’amministrazione penitenziaria, impegnati nella riforma delle carceri, come Palma, Minervini e Tartaglione; omicidi rivendicati da comunicati delle Brigate Rosse ricchi di informazioni riservate, al punto che si incominciò a sospettare di una talpa nei livelli più alti delle istituzioni.

In base al materiale documentale raccolto dalla commissione Stragi presieduta dall’ex giudice Giovanni Pellegrino, Giovanni Senzani faceva parte del comitato esecutivo delle Br già dal 1977. Durante il sequestro Moro, il comitato esecutivo si sarebbe riunito a Firenze, nell’abitazione dell’architetto Gianpaolo Barbi. Proprio da Firenze partirono le indagini che portarono all’individuazione del covo di via Monte Nevoso a Milano, grazie al fortunoso ritrovamento di un borsello smarrito su un autobus, il 28 luglio del 1978, dal brigatista Lauro Azzolini; nel quale, tra i vari oggetti, fu rinvenuto il certificato di un ciclomotore rilasciato dalla motorizzazione di Bologna, ed un mazzo di chiavi, che permisero in poco tempo di individuare l’appartamento milanese dove era stato trasferito il materiale relativo al sequestro Moro, tra cui il memoriale, parte del quale fu ritrovato fotocopiato solo nel 1990. Il blitz fu effettuato il 1° ottobre del 1978 dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Il 17 maggio del 1979, un’altra operazione condotta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Genova, aveva portato all’arresto del cognato di Giovanni Senzani, il docente di letteratura italiana all’università di Genova Enrico Fenzi, autore della gambizzazione del dirigente dell’Ansaldo e docente universitario Aldo Castellano. Fenzi, assolto nel procedimento giudiziario, fu arrestato nuovamente il 4 aprile 1981 a Milano, in compagnia del capo delle Brigate Rosse, Mario Moretti, con Tiziana Volpe e Silvano Fadda.

Con il blitz del 17 maggio del 1979 furono arrestati anche i componenti di un gruppo di militanti dell’autonomia genovese legati alla rivista Nulla da perdere di Giorgio Moroni e ad un collega di Fenzi all’università di Genova, il docente universitario Gianfranco Faina, filologo e studioso di Petrarca, fondatore con Salvatore Cinieri di Azione Rivoluzionaria, la stessa sigla che compare nel romanzo di Attilio Veraldi.

Azione Rivoluzionaria fu fondata nel 1977, l’organizzazione orbitava nella galassia anarco-insurrezionalista e di derivazione situazionista e comunista ed ha condotto una serie di azioni dinamitarde contro le redazioni dei giornali e contro la Democrazia Cristiana, rivendicando il ferimento del dottor Mammoli, ritenuto complice della morte in carcere dell’anarchico Franco Serantini. L’organizzazione si è distinta anche per alcune azioni situazioniste, come la distribuzione di finti comunicati di sciopero generale a titolo di CGIL-CISL-UIL. Oltre a Faina e Cinieri furono arrestate 86 persone ritenute componenti i gruppi di affinità di Azione Rivoluzionaria, che fu dichiarata sciolta nel 1980.

L’Insula Mattei

Secondo l’ex presidente della commissione Stragi, il senatore Giovanni Pellegrino, Senzani a Roma avrebbe frequentato un centro studi che dipendeva dall’ambasciata americana, situato a Palazzo Antici Mattei, il Centro Studi Americani, al civico 32 di via Caetani, esattamente a pochi metri dal luogo dove fu fatto ritrovare il cadavere di Aldo Moro. Palazzo Antici Mattei fa parte del complesso monumentare conosciuto come insula Mattei, con diverse entrate ed uscite, di cui un braccio è costituito da palazzo Caetani, considerato da molti uno dei porti delle nebbie del caso Moro.

Fonte molto attendibile riferisce: un Senatore del PCI (non identificato) sarebbe a conoscenza dell’identità del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di Margaret, già direttrice della rivista “Botteghe Oscure”. Igor, coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader DC.

In base ad una informativa del Sismi degli inizi di maggio del 1978 (citata in Il Libro Nero della Repubblica, di Rita Di Giovacchino, pag. 268), a firma del colonnello Demetrio Cogliandro, sulla base delle informazioni raccolte da un agente del Sismi, Antonio Fattorini, veniva riferito che un senatore del PCI sarebbe stato a conoscenza dell’identità del capo delle BR, e che nei pressi di via Arenula, in un “ufficio” di proprietà dei Caetani, avveniva il reclutamento dei giovani brigatisti che poi venivano addestrati ideologicamente e forse anche militarmente nella tenuta del castello di Sermoneta di proprietà di Hubert Howard.

L’informativa riferiva anche che nel covo di via Gradoli 96, scoperto casualmente il 18 aprile del 1978, era stata trovata la chiave di una Jaguar con un talloncino dove era scritto il nome di Bruno Sermoneta, un commerciante che aveva un negozio di tessuti a via Arenula a Roma, nei pressi di via Caetani. Le indagini iniziarono solo il 12 ottobre del 1978, cinque mesi dopo la morte di Aldo Moro e vennero affidate ad un colonnello dei carabinieri affiliato alla P2, Antonio Cornacchia, che non svolse nessun approfondimento. In seguito risultò che Bruno Sermoneta era amico di una sospetta brigatista, Anna Buonaiuto, che frequentava un appartamento a via Sant’Elena 8, int. 9, poco distante da via Caetani, ritenuto un covo delle Br, dove avevano la residenza Laura di Nola, figlia di un commerciante di tessuti di via Paganica, che ha un passo carrabile proprio alle spalle di via Caetani, e Raffaello De Cosa.

L’appartamento era stato già oggetto di attenzione investigativa durante i 55 giorni del sequestro Moro, sempre su segnalazione della fonte di Cogliandro, ma fu visitato solo il 16 settembre dai vigili urbani, quando il comandante Francesco Russo poté apprendere dalla portiera del palazzo che, durante il periodo del sequestro Moro, la coppia si era allontanata da Roma per recarsi in una proprietà nei pressi del lago di Bracciano, lasciandole un recapito da usare “solo se la polizia avesse fatto irruzione”. L’appartamento aveva però continuato ad essere frequentato da un viavai di giovani, in particolare da una donna di nome Anna. In un’agenda sequestrata a Laura Di Nola fu trovato un riferimento, “Hubert”, con un numero telefonico, che indirizzò le indagini verso Hubert Howard.

A parlare dell’esistenza di un covo nella zona fu Elfino Mortati, un giovane di Prato che, dopo essere stato arrestato, dichiarò al giudice istruttore Francesco Amato, il 10 luglio 1978, di aver soggiornato da latitante in due appartementi coperti delle Br, a via Arenula, a Portico d’Ottavia, ed in via dei Bresciani, la sua collaborazione durò solo 48 ore e si fermò quando sulla stampa furono fatte filtrare le sue dichiarazioni.

Ai primi di maggio del 1978, quando era ancora in corso la prigionia di Moro, due agenti del Sismi,Antonio Ruvolo e Giuseppe Corrado, erano stati inviati a Palazzo Caetani per indagare su un Igor della famiglia Caetani, indicato dall’informativa come il capo delle Brigate Rosse. I due agenti furono però fermati da un contrordine del generale Santovito, capo del Sismi, e l’informativa venne post-datata a settembre dello stesso anno.

Dominus di Palazzo Caetani era Hubert Howard, un ex agente del servizio segreto britannico, che nel 1941 aveva partecipato alla campagna di liberazione dell’Italia come ufficiale del Psychological Warfare Branch (PWB), l’organismo diretto da Berna dal capo dell’OSSAllen Dulles, con la quale struttura erano in contatto anche molti esponenti comunisti che crearono i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica). Howard, figlio dell’ex ambasciatore britannicopresso gli Stati Uniti, Sir Esme William Howard, tra il 1924 ed il 1930, appartenente ad un’importante famiglia dell’aristocrazia cattolica britannica, e di Isabella Giustiniani-Bandini, figlia del principe Giustiniani Bandini, aveva sposato Lelia Caetani di Sermoneta, figlia del compositore Roffredo Caetani e nel 1978 era rimasto vedovo da un anno, diventando l’ultimo dei Caetani, ereditando tutte le proprietà del nobile casato.

Howard, che amava molto le bellezze naturali del nostro paese, al punto di essere stato uno dei fondatori, nonché consigliere nazionale, dell’associazione Italia Nostra, possedeva una tenuta tra Norma e Sermoneta, il giardino Ninfa, un antico feudo dei Caetani, dove negli anni sessanta spesso era ospite Enrico Mattei, e dove frequentemente si recavano in visita capi di stato ed illustri amici come Paolo Emilio TavianiGiuseppe Saragat, Giulio AndreottiPaul Getty. Palazzo Caetani era anche la residenza del principe Schwarzenberg, ambasciatore del Sovranoordine dei Cavalieri di Malta, che annoverava tra i propri membri ben 27 affiliati alla loggia P2; lo stesso edificio inoltre era stato una base della spia dell’OSS Peter Tompkins, nel 1943.

Hubert Howard era parente del musicista russo e direttore d’orchestra, naturalizzato italiano, Igor Markevitch, che aveva sposato Topazia Caetani, ed era nipote di Margaret Chapin in Caetani, la quale aveva diretto la rivista Botteghe Oscure edita dalla Feltrinelli.

Igor Markevitch, che nel ’78 aveva 66 anni, era stato amico di Michael Noble, ex capo del Psychological Warfare Branch in Italia, e aveva svolto un compito molto delicato per Howard durante il secondo conflitto mondiale: durante la liberazione di Firenze fece da staffetta tra i gappisti e l’ufficiale nazista Döllman. Durante la liberazione di Firenze, Markevitch entrò in rapporto anche con il gappista Alessandro Sinigaglia (nome di battaglia Vittorio), uomo del dirigente comunista Pietro Secchia (il quale morì in circostanze misteriose nel 1973), che aveva combattuto nella guerra civile spagnola ed era stato confinato a Ventotene dai fascisti, prima di essere ucciso nel 1944.

Markevitch aveva legami molto stretti con Israele, ed aveva rapporti eccellenti con la Francia, dove aveva ricevuto l’onorificenza della Legion d’Onore. A Parigi, nel 1976, avrebbe frequentato assiduamente Juri Borissov, agente del KGB in Francia, mentre suo figlio primogenito Vaslaw ha sposato Claudia Wessilinoff, figlia di Jordan Wessilinoff, una spia bulgara al servizio di diversi paesi, che aveva finanziato anche il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli.

La duchessa vede i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena. Chissà cosa c’era nel destino di Moro, perché la sua morte fosse scoperta contro quel muro. (Mino Pecorelli, OP, 23 maggio 1978)

Il cadavere di Moro fu fatto ritrovare all’interno di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, tra i passi carrai dei Palazzi Mattei e Caetani, e dalla parte del muro dei resti del teatro di Lucio Cornelio Balbo. Il giornalista Mino Pecorelli, in un trafiletto del 23 maggio 1978, scrisse di una misteriosa nobildonna, presente sul luogo dove fu trovato il corpo del presidente della DC, la quale gli avrebbe suggerito l’ipotesi che il ritrovamente dell’auto fosse collegato ai ludi gladiatori che si tenevano nell’antico teatro romano. Pecorelli, poco prima di essere ucciso, un anno dopo, accennò su OP anche al musicista Igor e al ritrovamento, nel covo di via Gradoli, di un numero di telefono intestato all’immobiliare Savellia che si trovava in via di Monte Savello, di fronte all’isola Tiberina, a poche centinaia di metri da via Caetani, con un appunto: “Marchesi Liva mercoledì 22 ore 21 e 15 atropina”. Il numero di telefono corrispondeva all’immobiliare che curava la gestione di palazzo Orsini, residenza della marchesa Valeria Rossi in Litta Modigliani (Liva). Nel covo di via Gradoli fu ritrovata anche una cartina topografica di palazzo Orsini, con indicazioni dettagliate sulle entrate e sulle uscite, sulle mura e sulle parti sotterranee dove arrivano gli scavi del Teatro Marcello. Il personaggio della misteriosa duchessa di Pecorelli ricorre spesso negli scritti del giornalista, e forse si trattava di un’allusione, nel suo tipico stile, al falso comunicato n.7, quello del lago della “duchessa”.

Dalle indagini risultò che amministratore della Savellia era un prestanome, il quale indicò nel commercialista Giovanni Colmo l’effettivo amministratore, che ammise la circostanza. In seguito Colmo diventò amministratore della Palestrina III, una società che, con lo scandalo dei fondi neri del Sisde del 1993, si scoprì essere una copertura dei servizi segreti.

Il mistero delle icone di Sant’Erasmo Martire della Crypta Balbi

Le mura del teatro di Lucio Cornelio Balbo ospitano la splendida Crypta Balbi, nella quale è possibile apprezzare alcune testimonianze straordinarie del passato, come le icone di sant’Erasmo martire, santo la cui ricorrenza viene festeggiato il 2 giugno, data in cui si celebra anche la festa della Repubblica, con l’ormai tradizionale parata delle forze armate. Le icone, tipica espressione dell’arte bizantina dell’VIII secolo, che originariamente si trovavano nella basilica di Santa Maria a Lata, rappresentano Sant’Erasmo interrogato dall’imperatore Dioclezianoe la Flagellazione di Sant’Erasmo alla presenza di Diocleziano. Sempre nella Crypta Balbi è possibile ammirare lo splendido bassorilievo dell’Ara romana del pastore dormiente, Endimione, che quando visse presso gli dei si innamorò perdutamente di Hera, e per questo fu punito da Zeus, condannato a dormire per l’eternità.

Il dottor “Lupo”

Durante il sequestro Moro, un tentativo di mediazione per la liberazione dello statista fu esperito anche da papa Paolo VI, che affidò l’incarico a monsignor Cesare Curioni, cappellano di San Vittore e ispettore centrale dei cappellani carcerari. Lo storico Aldo Giannuli, riporta (nel libro Il Noto Servizio, a pag. 281) che Curioni fu indirizzato a Napoli per incontrare un intermediario delle Br a cui vennero offerti 10 miliardi di lire per il riscatto. L’incontro non avvenne in quanto Moro il 9 maggio fu assassinato. L’interlocutore non è mai stato identificato ma, un anno dopo, il 24 maggio del 1979, in base a documenti riservati visionati da Giannuli, il colonnello Titta del Sismi si recò a Napoli per incontrare il “dottor Lupo” della NATO di Bagnoli, per conoscere la sua attività durante il sequestro Moro. Anche il “dottor Lupo” non è mai stato identificato.

Senzani brigatista

Diversi elementi farebbero ritenere che, nella preparazione del suo romanzo, Attilio Veraldi avesse raccolto voci e testimonianze che lo portassero ad avvicinarsi sensibilmente, con un grado di relativa prossimità, al profilo di Giovanni Senzani, ed all’ambiente della colonna napoletana delle Br. Ma nel 1980, l’anno della pubblicazione de Il Vomerese, chi era Senzani?

Giovanni Senzani, secondo la versione fornita da lui stesso e dai brigatisti, diventò il capo delle Brigate Rosse dopo l’arresto di Mario Moretti, catturato in compagnia di suo cognato, il 4 marzo del 1981, mentre a Napoli aveva sviluppato da diversi anni contatti con l’area dei NAP, coordinando il Fronte delle carceri, l’organizzazione dei detenuti politici interna alle carceri, strutturata gerarchicamente, diventata in poco tempo il vero “centro studi” delle Brigate Rosse, nonché il luogo attraverso cui, con i comunicati messi agli atti dei processi, veniva legittimata la continuità politica dell’organizzazione esterna.

Nel dicembre del 1980, già irreperibile da diversi mesi, Senzani contattò, su richiesta di Moretti, il giornalista dell’Espresso Giampaolo Bultrini, che lo conosceva da diversi anni (lo aveva anche invitato in redazione nel 1978 ed ospitato a casa sua), per proporgli un’intervista con il capo delle Br, nel periodo del sequestro del magistrato di cassazione Giovanni D’Urso. L’incontro si tenne con un collega di Bultrini, Mario Scialoja, in una piazza pubblica, il 20 dicembre del 1980, ed in quella occasione Scialoja consegnò a Senzani, il quale si presentò come un emissario delle Brigate Rosse, le domande da rivolgere a Moretti. Dopo pochi giorni fu recapitato un pacco alla redazione dell’Espresso, contenente le risposte all’intervista (dove compare la definizione Partito Comunista Combattente), un resoconto di un interrogatorio al giudice D’Urso ed una polaroid del sequestrato. Il materiale fu pubblicato il 31 gennaio in coincidenza con l’assassinio del generale dei carabinieri Galvanigi, rivendicato dalle Br (comunicato n. 7 del 1 gennaio 1981) causando l’arresto di Mario Scialoja, che aveva ottenuto il permesso di un magistrato per pubblicare l’intervista sull’Espresso, nonostante il black out informativo della stampa nazionale sui comunicati dei brigatisti stabilito dal governo.

Il sequestro di Giovanni D’Urso fu un’azione decisa dal Fronte delle Carceri delle Br, nell’ambito della campagna “Liberazione e guerra alla differenziazione”, il cui risultato fu la concessione da parte della procura di Firenze della libertà provvisoria a Gianfranco Faina, fondatore di Azione Rivoluzionaria, gravemente ammalato, che morì poco dopo gli arresti domiciliari, ed il trasferimento dei detenuti dall’Asinara. Tra i comunicati delle Br diramati durante il sequestro, il n.3 chiedeva la chiusura del carcere di massima sicurezza dell’Asinara, la cui chiusura in verità era stata già richiesta dal generale Dalla Chiesa nel mese di luglio dello stesso anno ed era prevista per il 31 dicembre, ma fu poi rimandata per volontà del generale Dalla Chiesa per dare un segnale politico di fermezza alle Br.

Il magistrato Tindari Baglione a proposito del ruolo di Senzani ha riferito quanto segue alla commissione stragi:

BAGLIONE.(…) L’ideologo era Senzani che faceva il consulente per il caso Moro.

PARDINI. Chi glielo ha riferito?

BAGLIONE. Non lo ricordo. Comunque all’epoca mi fu detto che il professor Senzani era un esperto di queste vicende. Mi dissero che il professor Senzani era un uomo delle istituzioni e che quindi doveva stare attento.

PRESIDENTE. A noi risultava che fosse un consulente del Ministero di grazia e giustizia, e più su questioni carcerarie che su problemi riguardanti la vicenda Moro.

BAGLIONE. Sono piuttosto abbottonato nelle mie dichiarazioni perché il reato di calunnia sapeste come corre!

FRAGALA’. Dottor Baglione, vorrei innanzi tutto ringraziarla della sua disponibilità e del contributo che sta portando ai nostri lavori. Vorrei ora chiederle una cosa che riguarda una sua affermazione di poco fa. Lei ha dichiarato che Giovanni Senzani ha fatto da consulente per il caso Moro. Voglio sapere da lei che cosa vuol dire con questa affermazione.

PRESIDENTE. Tenga presente, consigliere, che se lei desidera non affrontare il rischio della calunnia abbiamo la possibilità di passare in seduta segreta.

BAGLIONEDi segreto non c’è nulla. Per rispondere all’onorevole Fragalà, con questa affermazione volevo dire che questo ragazzo, tale Bombaci, che era il figlio di un maestro di Carlentini, risiedeva a Tavarnelle Val di Pesa, ma venne arrestato in un appartamento di Borgognissanti. Mi fu detto dalla molto più preparata questura – ufficio DIGOS (quindi non c’è scritto da nessuna parte ma è il mio ricordo) che questo appartamento era nella disponibilità del professor Senzani, un grosso criminologo che aveva espresso delle ipotesi a livelli molto alti, non mi ricordo se sul luogo di cattura. Non è che sono reticente è che non si tratta di fatti documentali; fu un discorso del tipo: “Lo vogliamo avvisare Senzani di chi si mette in casa?”. Io risposi che non avrei avvisato nessuno, perché facevo il magistrato e non il telefonista. Quindi è in questi termini che il discorso va posto. Alla domanda se eravamo più preparati noi o loro, la mia risposta, con una battuta, potrebbe essere che avevamo gli stessi consulenti, cioè il Senzani.

BIELLI. (…) Le faccio un’ultima domanda che poi si ricollega alla questione Senzani. Lei ha per caso qualche informazione sul fatto che Senzani sia stato borsista dell’USIS.

BAGLIONE. Mi scusi, cosa vuol dire USIS?

BIELLI United States Information Service.

BAGLIONE. Mi dispiace, ma io conosco solo il francese.

(Dichiarazione del magistrato Tindari Baglione alla Commissione Stragi, seduta del 21 Marzo 2000)

Senzani era ufficialmente sotto indagine dal dicembre del 1978, quando fu arrestato a Firenze il brigatista Stefano Bombaci, insieme a due studenti, Paolo Baschieri e Dante Cianci, ed all’architetto Giampaolo Barbi. Bombaci, studente fuori sede siciliano nell’università fiorentina, aveva abitato fino alla fine del 1977 dove risiedeva il criminologo a Firenze, in via Borgo Ognissanti n.104. Il sostituto procuratore nazionale antimafia Gabriele Chelazzi, il 7 giugno del 2000, chiarì alla commissione Stragi che Bombaci abitava effettivamente nello stesso stabile, e che in base alle informative della DIGOS di Firenze, risultava essere un assiduo frequentatore di Giovanni Senzani. Arrestato una prima volta nel febbraio del 1979, nell’ambito delle indagini successive all’arresto di Bombaci, Senzani fu liberato dopo solo tre giorni rendendosi poi irreperibile a partire dal giugno di quello stesso anno.

Molte delle vicende relative al sequestro Moro, oltre al presunto ruolo del criminologo e consulente del Ministero di Grazia e Giustizia, portavano già in quegli anni verso la Toscana ed in particolare a Firenze, dove si ritiene che venivano ciclostilati tutti i comunicati emessi dalle BR; tuttavia Senzani non era tra gli imputati del processo Moro Uno e Bis iniziato il 24 gennaio 1983, grazie ad un clamoroso affidavit (una dichiarazione giurata) del direttore del Sismi, il generale piduista Giuseppe Santovito, il quale sostenne che nel periodo del sequestro dello statista democristiano, il criminologo era negli Stati Uniti per uno stage. La circostanza dell’affidavit di Santovito è importante anche perché il capocentro del Sismi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa, aveva un’importante fonte informativa a Firenze, interna alle Brigate Rosse, e aveva collocato una centrale telefonica in un monolocale di via Sant’Agostino 3, a disposizione del Sismi, per ricevere le comunicazioni della fonte, la quale cesserà la sua attività nel 1982, immediatamente dopo l’arresto di Senzani e di Giovanni Ciucci del comitato rivoluzionario toscano.

Nel 1978 Senzani avrebbe partecipato ad un convegno di criminologia a Lisbona. Nell’ottobre del 1990, quando furono ritrovate le fotocopie del memoriale di Aldo Moro che facevano riferimento alla struttura Gladio, nell’intercapedine del covo di via Monte Nevoso a Milano, fu ritrovato anche un mitragliatore di fabbricazione sovietica del 1943, avvolto da due copie del Corriere della Sera del 7 settembre e del 9 settembre 1978. Le pagine del 7 settembre presentavano tre ritagli, uno relativo ad un articolo sul modello d’industrializzazione in Italia, un altro sulla produzione di un nuovo modello di elicottero dell’Agusta, ed un terzo scritto dal magistrato Adolfo Beria d’Argentine che si intitolava “Confronto a Lisbona fra mille criminologi”. Quest’ultimo articolo era dedicato ad un convegno della società internazionale di criminologia che si tenne in quel periodo, a cui avrebbe partecipato anche Senzani. Beria d’Argentine ricorderà alla commissione Moro che Senzani era seduto proprio accanto a lui sull’aereo che tornava da Lisbona, sul quale viaggiarono anche tre partecipanti al convegno che furono uccisi dalle BR, il magistrato Girolamo Tartaglione, ucciso il 10 ottobre del 1978, il professor Alfredo Paolella, ucciso a Napoli l’11 ottobre 1978, e Girolamo Minervini, ucciso a Roma il 18 marzo del 1980.

L’ex vicequestore vicario di Genova Arrigo Molinari, convinto che Senzani fosse un componente di vertice delle Br già dal 1977 e che abbia partecipato all’organizzazione del sequestro Moro, riferì alla commissione Stragi, il 18 ottobre del 2000, che il criminologo godeva di uno specialelasciapassare dei servizi segreti (il NOS?) e di importanti appoggi a La Spezia, sede di una importante base della marina militare e del reparto di incursori della Marina, i Consumbin, corpo speciale dell’organizzazione Gladio, e crocevia di traffici finiti nelle inchieste della magistratura che hanno interessato i rifiuti tossici, la P2, mafie e servizi segreti.

PRESIDENTE: (…) Cosa aveva a che fare il Senzani con Moro? Perché lei ha sospettato che fosse stato uno degli organizzatori del sequestro Moro?

MOLINARI: Perché nell’ambiente dei medici di San Martino (a La Spezia, ndr), che erano tutti collegati alla P2, si considerava Senzani come l’ispiratore del sequestro Moro; tant’è vero che noi nel 1978 lo avevamo identificato, avevamo cercato di arrestarlo, ma ad un certo punto siamo stati anestetizzati noi, perché il Ministro Rognoni incontrò a Portofino delle persone e quando tornò a Roma convocò il Capo della polizia ed il capo del personale per fare eseguire un’inchiesta alla questura di Genova. Sono quindi andato a prendere tutte le lettere anonime che potevano essere al Ministero dell’Interno nei confronti del Questore, delle guardie e dei buttafuori…

PRESIDENTE: Tanto è vero che il questore De Longis si dimise…

MOLINARI: Per forza si dimise, perché fu attaccato da tutte le parti, nel momento in cui abbiamo toccato Senzani. D’Amato (il prefetto Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, ndr) mi ha detto telefonicamente che quando arrivò la segnalazione di Senzani, il Ministro Rognoni prese la lettera e se la mise in tasca. Il venerdì si incontrò a Portofino con determinate persone; il lunedì ritornò a Roma e chiamò il capo della polizia; il mercoledì abbiamo subito un’ispezione eclatante che ci ha messo fuori uso, siamo rimasti bloccati.(…) Voglio ricordare che La Spezia era il centro della P2 dove Senzani poteva avere contatti con gli americani, anche se non lo sappiamo di sicuro, perché godeva di particolari protezioni. (dichiarazioni dell’ex questore vicario di Genova Molinari alla commissione Stragi, seduta del 18 ottobre 2000)

In base alle dichiarazioni del vice questore Molinari, il contenuto della lettera che il ministro dell’Interno Virginio Rognoni avrebbe occultato, redatta dallo stesso dirigente di polizia, riferiva che nel 1978, Senzani, oltre a possedere un lasciapassare dei servizi segreti, si riteneva fosse il capo delle Brigate Rosse. La vicenda, che effettivamente ha dell’incredibile, si sarebbe verificata poco prima di un’indagine del Ministero dell’Interno che portò alle dimissioni del questore e allo scioglimento dell’ufficio della Digos di Genova.

Nella primavera del 1979, all’indomani dell’operazione 7 aprile che portò all’arresto del presunto “vertice” delle Brigate Rosse, in base al teorema giudiziario del giudice Calogero, venne pubblicato un fumetto sul sequestro Moro, sul primo numero di Metropoli. L’autonomia del possibile, a cui collaboravano alcuni esponenti dell’area dell’Autonomia, tra cui Franco Piperno e Lanfranco PaceOreste Scalzone e Paolo Virno.

Nel fumetto compariva un uomo barbuto dalla somiglianza impressionate con Senzani, dal nomeBlasco, il quale partecipa ad un riunione in cui si decide di rapire Aldo Moro. Nella striscia compare anche una donna, Anna. Altri volti dei personaggi sono tutti somiglianti a quelli reali, Amintore Fanfani, Renato Curcio, Claudio Signorile. Solo il volto nella vignetta che raffigura l’interrogatorio di Aldo Moro è oscurato.

Un estratto del fumetto venne anticipato su un numero dell’Espresso e la rivista fu sequestrata dalla magistratura dopo solo pochi giorni dall’uscita nelle edicole. La narrazione situazionista del fumetto non sfuggì a tutti però. La sceneggiatrice della striscia era stata Rosalinda Socrate, sorella dell’allora moglie di Paolo Mieli, collega di Scialoja presso l’Espresso. Il direttore di Metropoli era Alfredo Azzaroni, padre di Barbara Azzaroni, brigatista uccisa a Torino il 28 febbraio 1979 durante uno scontro con la polizia, ed autore del libro Blasco: la riabilitazione di un militante rivoluzionario, con una introduzione di Ignazio Silone, lo scrittore che nel 1930 fu espulso dal partito comunista con l’accusa di essere vicino alle posizioni del Blasco. Blasco era stato il nome di battaglia di Pietro Tresso, rifugiatosi in Francia negli anni ’30, uno dei fondatori della IV internazionale, tra i teorici dell’entrismo nelle formazioni staliniane. Durante la guerra civile spagnola, Tresso subì le conseguenza del Frontismo e viene espulso dal PcdI. Venne infine ucciso durante la resistenza in Francia nel 1944 da un commando partigiano stalinista.

Il mistero dell’appunto olografo. Le BR al centro dei venti di guerra nel mediterraneo

Il rapporto esiste, ma non è ufficiale nel senso che non verrà mai ammesso, punto 1 dell’accordo. Il rapporto è ufficiale con AF [al-Fatah], ed è possibile perché fra gli innumerevoli gruppi che si riconoscono in AF [al-Fatah], uno ci appoggia (Quale? Paolo).

Punto 2 dell’accordo = costituire stock tattici e strategici in Italia, appoggio in operazioni; promessa dell’O.[Organizzazione = Br] di fare qualcosa contro I [Israele] in Italia (detto ma non ribadito come richiesto)

Inoltre oggi c’è un III giocatore, peso della Europa in Medio O. [Oriente], che oggi ha un certo controllo.

C’è un asse Mitterrand – Kresky [Kreisky] per il controllo politico del Medio O. [Oriente] e la R. [Russia] tenta in ogni modo di far saltare questa politica europea. Gli ultimi attentati gravi in Europa (Sinagoga, Bo e Trieste (?)) possono essere letti in questa chiave internazionale – [A. pensa così] – Così ogni altro movimento in Europa di forze rivoluzionarie e servizi segreti può essere letto in questo modo – Andando avanti si vedranno altre dimostrazioni di ciò – – altri attentati e dietro c’è sempre R. [la Russia] (e suoi collegati)… – A. aspetta.

Anche RAF, ultima operazione Nato, è loro, ma politicamente guidata da servizi segreti di R. [Russia] che ha fornito sicuramente (ma indirettamente) le notizie (Appunto olografo di Giovanni Senzani ritrovato al suo arresto, il 9 gennaio del 1982)

In seguito all’arresto di Mario Moretti si verificò una spaccatura tra le Brigate Rosse. Il gruppo Senzani diede vita all’ala movimentista delle BR-Partito della Guerriglia e, distaccandosi dal gruppo dei “militaristi” delle BR- Partito Comunista Combattente di Antonio Savasta e Barbara Balzerani (accusati di essere diventati delle pedine dei servizi segreti sovietici), si avvicinò agli ambienti “francesi”, come dimostrerebbero gli appunti trovati addosso a Senzani in occasione del suo arresto. Gli appunti sarebbero delle note scritte in occasione degli incontri tenuti con un esponente palestinese a Parigi tra l’agosto ed il dicembre del 1981.

Con la cattura di Moretti si erano interrotti i rapporti iniziati dopo il sequestro Moro tra le BR e la fazione dell’OLP che faceva riferimento ad Abu Ayad, alias Salah Khalaf, mentre l’arresto di Abu Anzeh Salehdel Fronte Popolare di Liberazione per la Palestina, il 14 novembre del 1979, trovato in possesso di due lanciamissili Sam-7 Strela, provenienti dal deposito creato da Moretti con le armi acquistate dall’OLP, aveva liquidato definitivamente il lodo Moro, in base al quale i palestinesi avevano libera circolazione sul territorio nazionale, in cambio della rinuncia ad attentati contro obiettivi strategici.

Nell’estate del 1978 i brigatisti cercavano di ottenere armi ed esplosivi, assistenza dei latitanti all’estero e accesso ai campi di addestramento in Libano. Per l’OLP invece le Brigate Rosse avrebbero dovuto effettuareattacchi contro obiettivi israeliani in Italia, senza che l’OLP venisse coinvolta direttamente. In seguito all’accordo sarebbe stato consegnato un carico di armi di fabbricazione sovietica, il cui trasporto fu organizzato da Mario Moretti attraverso un valico alpino della Liguria, nell’estate del 1978.

Nell’estate del 1979 venne effettuata una seconda consegna di armi aCipro, questa volta di produzione occidentale, che furono trasportate da Moretti, Riccardo Dura e Sandro Galletta a Venezia a bordo di un panfilo di 12 metri acquistato per l’occasione dallo psichiatra anconetano Massimo Gidoni.

Dopo l’arresto di Moretti si interruppero i canali esteri delle BR, che furono ripresi solo quando, con il sequestro Dozier, ebbe inizio la campagna “Anti Nato” della fazione militarista delle BR. L’individuazione di obiettivi Nato per gli attacchi era stato già oggetto di un forte controversia politica, che aveva portato ad una prima scissione interna alle Br del gruppo originario di Curcio e Franceschini con il gruppo di Corrado Simioni, nella prima metà degli anni ’70.

Stando agli appunti di Senzani, si evincerebbe che l’URSS sarebbe stata interessata a far fallire l’asse eurosocialista instauratosi tra Kreisky (cancelliere socialdemocratico austriaco dal 1970 al 1983) e Mitterrand, entrambi favorevoli ad un’accelerazione per la costruzione di un’autonomia politica europea, con la Francia come terzo giocatore tra USA e URSS. Quest’asse socialdemocratico e socialista europeo avrebbe sviluppato una politica favorevole all’OLP di Arafat e si sarebbe chiaramente opposto agli interessi sovietici nel quadrante mediorientale.

Sempre secondo gli appunti, dietro gli attentati più importanti avvenuti in Europa ci sarebbero stati i sovietici, ed il riferimento dovrebbe probabilmente riguardare l’attentato alla Sinagoga di Parigi del 3 ottobre 1980, che causò quattro morti e trenta feriti; quello alla stazione di Bologna; e quello di Trieste (su cui lo stesso Senzani pone un interrogativo), probabilmente all’attentato del 4 agosto 1972 quando l’organizzazione Settembre Nero fece saltare l’oleodotto Siot Trieste-Ingolstad. Gli appunti in verità tradiscono molte indecisioni e sembrerebbero indicare che nemmeno Senzani sapesse quale gruppo di “AF” (Al Fatah?) appoggiasse le BR. Inoltre sembrerebbe strano che i sovietici conducessero la regia di attentati anti-israeliani in Europa. Sempre dalla lettura degli appunti, sembrerebbe inoltre che Senzani ritenesse necessariamente che i sovietici avessero intenzione di fornire sostegno alla fazione di Abu Nidal contro Yasser Arafat, e che la rete internazionale che stava allestendo poteva contare su appoggi logistici all’estero. In base alla documentazione sequestrata in occasione dell’arresto di Senzani la rete che stava predisponendo si sarebbe estesa in Svizzera, in Francia, ed in Africa, in particolare in Angola, mentre erano in corso tentativi di costruzione di un rapporto con la Cambogia, con il Fronte Khmer.

Da sempre ci chiedono di uscire allo scoperto, dalla dimensione locale e di contare politicamente a livello internazionale, dandoci una base di ritiro all’estero e un punto di riferimento logistico e politico all’estero, stabilendo contatti con i movimenti rivoluzionari (Appunto olografo di Giovanni Senzani ritrovato al suo arresto, il 9 gennaio del 1982)

Come potesse realizzarsi un intreccio di questa natura senza delle coperture statali è una domanda alla quale ancora oggi non è stata data una risposta definitiva; di certo il ruolo giocato da entità esterne doveva essere dato per scontato, al punto che le accuse rivolte ai nemici interni alle BR riguardavano proprio eventuali collegamenti e rapporti con i servizi segreti di altri paesi, con accuse gravi, come quella rivolta ai “militaristi” di Savasta e Balzerani i quali vennero accusati di essere al servizio dei sovietici e dei bulgari.

Giovanni Senzani fu arrestato il 9 gennaio del 1982, durante il sequestro Dozier, nello stesso covo romano dove era stato tenuto sotto sequestro il giudice Giovanni D’Urso. Durante la stessa notte caddero altri due covi brigatisti e furono arrestati venti brigatisti, oltre che sequestrato un intero arsenale. Dai documenti ritrovati emerse che Senzani fu catturato “giusto in tempo”, prima che mettesse in atto i suoi obiettivi più ambiziosi: uno spettacolare attentato dinamitardo alla Democrazia Cristiana, durante una riunione del consiglio nazionale; un attacco al Ministero di Grazia e Giustizia, ed il rapimento di Cesare Romiti, amministratore delegato della FIAT. Tra il 1982 ed il 1984 è stato in cella d’isolamento nel carcere di Ascoli, proprio nella cella a fianco ad Ali Agca, l’attentatore di papa Wojtila.

Il crepuscololo delle BR

Dopo la spaccatura politica interna alle BR, il clima di sospetti reciproci fu avvelenato dalle prime collaborazioni con la magistratura dei brigatisti arrestati, come nel caso del pentimento di Patrizio Peci, grazie alla cui collaborazione i carabinieri del generale Dalla Chiesa ottennero la copia delle chiavi dell’appartamento del covo di via Fracchia a Genova, durante la cui irruzione, il 28 marzo 1980, furono uccisi a sangue freddo Riccardo DuraLorenzo BetassaPiero Panciarelli e Annamaria Ludmann.

Senzani, capo delle Br Fronte delle Carceri, “il professor Bazooka”, come veniva chiamato, ordinò il sequestro del fratello, Roberto Peci, il 10 giugno del 1981, che fu tenuto segregato sotto una tenda per 53 giorni (la stessa durata della prigionia di Aldo Moro) durante i quali furono emessi sette comunicati. Tra questi si sosteneva che Roberto Peci aveva ammesso di essersi prestato a fare la spia per i carabinieri. Roberto Peci fu poi ucciso con 11 colpi di pistola, il 3 agosto del 1981, e la sua “confessione” ed esecuzione fu ripresa da Senzani con una telecamera. La registrazione fu inviata a giornali ed a fiancheggiatori e componenti dei gruppi armati con l’intento di minacciare chiunque avesse deciso di collaborare con lo Stato. La vicenda di Roberto Peci si distinse per la chiara simbologia collegata alla vicenda del sequestro Moro.

Senzani fu in grado di gestire, contemporaneamente al sequestro di Roberto Peci, anche il sequestro dell’assessore regionale all’urbanistica della Campania, Ciro Cirillo, un democristiano della corrente di Antonio Gava, rapito a Torre del Greco il 27 aprile del 1981 e tenuto segregato per 89 giorni, durante i quali avvenne una trattativa tra la Democrazia Cristiana e le BR, con il coinvolgimento del boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, e la mediazione di un apparato riservatissimo del Sismi (il Noto Servizio) che, fuori da ogni protocollo, mise da parte il Sisde guidato dal prefetto Parisi, che aveva avviato la mediazione con il boss. Durante la trattativa fu fatto trasferire appositamente dal carcere di Cuneo al carcere di Palmi, con una opportuna sosta nel carcere di Ascoli, il brigatista con legami con la camorra Luigi Bosso. Nel carcere di Palmi, Luigi Bosso ricevette la visita (il 20 maggio ed il 4 giugno 1981) di Vincenzo Casillo, il braccio destro di Cutolo e del camorrista Corrado Iacolare, accreditati come funzionari dei servizi segreti per la visita in carcere dal dott. Giangreco della Direzione degli istituti di prevenzione e pena.

Ma nella vicenda Cirillo erano entrati in gioco anche altri personaggi misteriosi (forse troppi). Quando si verificò il cambio della guardia tra Sisde e Sismi, nella gestione dell’operazione, a trattare con il boss si trovarono di fronte le stesse persone, oltre a Casillo e Giuliano Granata, sindaco di Giugliano, partecipò anche l’avvocato Cangemi, su indicazione dell’esponente della DC Zaccagnini. Oltre al canale già avviato, altri personaggi si dettero da fare per liberare l’assessore democristiano, tra questi il faccendiere del Sismi Francesco Pazienza, il quale si incontrò con Vincenzo Casillo per conto dell’onorevole Flaminio Piccoli, otto giorni prima del rilascio di Cirillo. A mettere in contatto Pazienza con Casillo fu il suo braccio destro, l’imprenditore Alvaro Giardilli, che per sette anni ha condiviso un ufficio in via Eustachio Manfredi 11, a Roma, con il principe Lanza di Scalea, proprietario di una società, il CIM, il cui amministratore unico era Luciano Bellucci. Giardilli ha rivelato alla commissione P2, il 9 febbraio 1984, che Luciano Bellucci era un uomo del colonnello Cogliandro del Sismi.

Il maresciallo Luigi Incandela, ascoltato dal giudice Alemi il 9 luglio del 1982, raccontò di aver appreso dallo stesso Luigi Bosso, su sua richiesta, che per la trattativa furono pagati 3 miliardi di lire, la metà dei quali sarebbe andata a Cutolo, mentre Bosso, arrivato al carcere di Palmi, doveva spargere la voce tra i detenuti che la DC era disposta a trattare per la liberazione di Cirillo, e che Cutolo era il canale di comunicazione.

A Cutolo fu invece promesso un mandato di scarcerazione per lui, una considerevole parte del riscatto ed il trasferimento in altre carceri, con trattamento favorevole, di numerosi camorristi detenuti, e perizie psichiatriche favorevoli per l’attenuazione della pena o per il ricovero negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nell’accordo inoltre si sarebbe affrontata anche la questione delle tangenti sugli appalti della ricostruzione post terremoto affidati a grandi aziende nazionali, nonché sarebbero stati definiti degli accordi per l’ingresso negli appalti mediante ditte subappaltatrici legate all’organizzazione cutoliana.

Pasquale Aprea, uno dei brigatisti carcerieri di Cirillo, riferì al giudice Alemi che aveva appreso da Chiocchi, altro componente della colonna napoletana delle BR, che Gava si era rivolto a Cutolo per trattare la liberazione di Cirillo e che Cutolo aveva fatto sapere alle BR che era disposto a consegnare dai cinque agli otto miliardi di lire, mille mitra e una lista componente nomi di giudici senza specificare altro. Senzani, all’epoca capo del Fronte della Carceri, aveva contatti interni agli istituti di pena ed era al corrente delle mediazioni offerte da Cutolo. La questione del denaro e della trattativa costituì però un elemento che acuì i contrasti tra il gruppo di Senzani e l’ala più moderata delle BR, tanto più che il riscatto veniva suggerito da Cutolo e non dalle Br, che non avevano mai accettato denaro come contropartita dei sequestri.

Alle conseguenze del patto tra Br e Cutolo andrebbe ascritto sicuramente l’omicidio del vicequestore Antonio Ammaturo e dell’agente Pasquale Paola a Napoli, in piazza Nicola Amore, il 15 luglio del 1982. Ammaturo si occupava prevalentemente di contrasto alla criminalità organizzata, ed aveva guidato un’irruzione della polizia in un summit di camorra ad Ottaviano, con la quale fu arrestato il figlio del boss Raffaele Cutolo, che era stato definito “cialtrone” in un’intervista su Paese Sera dallo stesso vicequestore. L’omicidio fu rivendicato dalle Brigate Rosse. Gli esecutori dell’agguato godettero di assistenza logistica e protezione nel quartiere di Forcella, dove imperava il clan dei fratelli Giuliano, del cartello della Nuova Famiglia che si opponeva al cartello della NCO di Cutolo. L’episodio è oscuro, anche se un collaboratore di giustizia della fazione anticutoliana, Pasquale Gatto, anni dopo ha confermato la collaborazione tra brigatisti ed i Giuliano, i quali avrebbero ospitato in un loro appartamento uno degli esecutori dell’agguato, ferito alla schiena.

Le cose evidentemente non erano andate come erano state concordate. Agli inizi del 1982 esplose sui giornali lo scandalo della lussuosa detenzione di Cutolo ad Ascoli, che fu trasferito al supercarcere dell’Asinara per interessamento personale del presidente della Repubblica, Sandro Pertini. La vicenda coincise con l’esplosione della guerra di camorra tra i cutoliani ed i clan della Nuova Famiglia – Ammaturo, Bardellino, Alfieri e Nuvoletta – che provocarono centinaia di morti, annientando in pochi mesi il cartello criminale dei cutoliani.

Ad aumentare i misteri sulla reale identità dei soggetti coinvolti nel sequestro Cirillo, va sicuramente annoverata l’ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Carlo Alemi sulla vicenda del sequestro Cirillo, nella quale è riportata la testimonianza del pentito Roberto Buzzatti, secondo cui Senzani aveva rapporti con un uomo dei servizi segreti, con il quale si sarebbe incontrato almeno una volta ad Ancona nel 1981, in base alla sua testimonianza diretta. L’episodio è stato ricordato anche dal dirigente del Sisde Giorgio Criscuolo, nell’audizione alla commissione stragi del 1 giugno 1989. Criscuolo ha riferito che l’incontro avvenne alla stazione di Ancona, e che l’uomo con cui Senzani si era incontrato un certo Paolo Santini (probabilmente un nome di copertura). Senzani parlò anche di Criscuolo a Buzzati, durante il viaggio, riferendogli un’informazione riservatissima, ovvero che Criscuolo era diventato dirigente dei raggruppamenti di Roma per il Sisde, cosa che in effetti era avvenuta da solo 20 giorni.

I Grandi Vecchi… del caso Cirillo

Altri personaggi inquietanti fecero capolino nella vicenda della trattativa Stato-Cutolo-Br durante il sequestro Cirillo. Tra questi il criminologo Aldo Semerari, mente nera e personaggio crocevia tra la destra eversiva e gli ambienti di vertice della criminalità organizzata, protagonista di alcune delle più inquietanti trame degli anni ’80, il cui identikit era simile a quello di un agente dei servizi sotto copertura. In contatto con Licio Gelli ed esoterista paranoico, Semerari possedeva una villa a Castel San Pietro, nei pressi di Rieti, nella quale reclutava ed indottrinava personaggi provenienti dall’estremismo neofascista e dalle file della criminalità organizzata.

Il criminologo aveva anche interessi internazionali, si era recato più volte inLibia ed aveva partecipato a Roma, all’Hotel Hilton, ad un incontro con Abd al-Salam Jalloud, inviato speciale di Gheddafi, nel marzo del 1974, a cui avevano partecipato anche esponenti dell’eversione nera e alcuni rappresentanti palestinesi. L’obiettivo dell’incontro per Semerari sarebbe stato quello di curare l’invio di armi in Libia e di organizzare l’addestramento di personale paramilitare, nonché l’acquisto di armi leggere da usare in Italia ed in Germania (Stefania Limiti, Doppio Livello, pag. 311-312).

Semerari si avvaleva della collaborazione di uno psichiatra e criminologo, docente di psicopatologia forense all’Università di Roma, il piduista Franco Ferracuticollaboratore del Sisde per la selezione degli agenti da assumere nel servizio, che aveva fatto parte del Comitato di Crisi istituito dal ministro Francesco Cossiga durante il sequestro Moro, di cui fece parte anche Steve Pieczenik e di cui avrebbe fatto parte anche Licio Gelli. Ferracuti, che aveva rapporti molto stretti con l’FBI, la CIA ed il Mossad, in particolare con il giornalista Michael Leeden, e con Robert Kupperman e Brian Jenkins, esperti di terrorismo internazionale; in seguito venne coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna.

Altro personaggio strano collegato a Semerari era Luigi Rotondi, originario di Avellino, che curava un servizio di vigilanza sui detenuti. Durante il sequestro Cirillo, Rotondi procurò alla sua compagna dell’epoca Marina Maresca, collaboratrice dell’Unità, un falso documento intestato “Mininter”, secondo il quale due esponenti della Democrazia Cristiana, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, si erano recati da Cutolo al carcere di Ascoli Piceno per trattare la liberazione di Cirillo. L’Unità pubblicò i contenuti del documento in due puntate, il 16 ed il 18 marzo del 1982. Marina Maresca fu però arrestata e scontò il carcere. Il documento, nonostante fosse un falso, conteneva alcune informazioni vere, quali l’intermediazione di Cutolo e la questione del riscatto. La giornalista rivelò ai magistrati che il suo (ex) compagno era un collaboratore dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, del prefetto Federico Umberto D’Amato, e che Rotondi era frequentatore di Aldo Semerari.

Semerari non venne risparmiato dalla guerra di camorra scoppiata nel 1982, il suo cadavere fu ritrovato decapitato, il 1 aprile dello stesso anno, davanti all’abitazione di Vincenzo Casillo, vice di Cutolo, ad Ottaviano. Vincenzo Casillo morirà invece a Roma il 29 gennaio del 1983, nell’esplosione di una bomba collocata sotto la sua auto, in via Clemente VII, nei pressi di Forte dei Braschi, sede del Sismi. Ma l’elenco degli assassini tra i “testimoni” della trattativa Cirillo toccò le 29 vittime nei mesi successivi, molti per cause “naturali”, altri per incidente stradale.

Tra partito della fermezza e partito della trattativa

A margine della sconfitta politica delle Brigate Rosse, il finale di questa storia, iniziata pretestualmente dalle pagine del romanzo di Attilio Veraldi, potrebbe essere sinteticamente affidato alla ricostruzione che Marco Pannella fece dei collegamenti tra il sequestro D’Urso ed il sequestro Cirillo, nelle sedute della commissione Stragi del 28 gennaio e del 18 febbraio 1998.

Secondo il leader dei radicali, che ha sempre sostenuto la teoria della gestione golpista del sequestro Moro, la chiave di lettura della strategia della tensione va interpretata lungo la linea di confine dell’ordine di Yalta, per cui in Italia sarebbero esistiti, durante la prima repubblica, un partito di Yalta (ovvero un partito “americano” , che ha poi assunto le caratteristiche dell’estremismo filo-atlantista) ed un partito partitocratico, rigidamente abbarbicato agli interessi trasversali della borghesia italiana, chiuso nel proprio specifico nazionale ed istituzionale. La loggia P2sarebbe stata essenzialmente il luogo di potere occulto dell’oltranzismo atlantico. La P2, secondo Pannella, contrariamente alla lettura maggioritaria, sarebbe stata favorevole tatticamente ad una politica di unità nazionale, schierando a suo favore il “partito degli editori”, al servizio del piduista Bruno Tassan Din, dirigente del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Questo orientamento sarebbe continuato, per Pannella, almeno fino al 1981.

Anche nel caso del sequestro D’Urso si scontrarono due linee, quella della “fermezza” e quella della “trattativa”, simboleggiata dagli appelli di Leonardo Sciascia per consentire ai giornali di pubblicare i comunicati delle Br, dopo il blackout informativo. Ma gli appelli furono vanificati dall’omicidio del generale Enrico Calvanigi dei Carabinieri (braccio destro del generale Dalla Chiesa, che aveva creato l’Ufficio di coordinamento per i servizi di sicurezza nelle carceri) il 31 dicembre del 1980, e che rappresentò un’intollerabile sfida per lo Stato.

Tra i sostenitori più accesi della linea della fermezza contro le Br, Pannella ha ricordato più volte il ruolo svolto da La Repubblica che immediatamente dopo l’omicidio del generale Calvanigi, attraverso gli editoriali di Eugenio Scalfari, iniziò un attacco al presidente della Repubblica, Sandro Pertini, chiedendo l’attuazione di misure straordinarie e d’emergenza. Il giornale arrivò anche alla richiesta di impeachment di Pertini, dopo la liberazione di Giovanni D’Urso. In quello stesso periodo De Benedetti, dalle colonne del quotifiano diretto da Scalfari, richiamava l’allarme sulla corruzione, sul clientelismo e sulla voragine del debito pubblico, chiedendo un commissariamento alla politica per almeno un anno e mezzo. Secondo Pannella la linea della “fermezza” di De Benedetti, e del suo gruppo editoriale, aveva come corollario la caduta del governo Cossiga, per consentire la nascita di un governo dei “capaci e degli onesti con o senza tessera di partito” con a capo Bruno Visentini e con il PCI nella maggioranza,

Il governo Visentini avrebbe dovuto avere come ministri Paietta e Pecchioli, Di Bella, quelli che io chiamai allora “Pci, P38, P2 e P-Scalfari” (Marco Pannella, commissione stragi, 28 gennaio 1998)

Il tentativo di formazione di nuova maggioranza favorevole ad un governo tecnico fallì contestualmente allo scoppio dello scandalo della P2, con la perquisizione di Castiglion Fibocchi, residenza di Licio Gelli, il 17 marzo 1981, in cui furono trovati gli elenchi della loggia massonica coperta. Secondo la ricostruzione di Pannella, il CAF (il patto Craxi-Andreotti-Forlani), che perpetuò l’agonia del sistema politio italiano, sarebbe nato in reazione al fallimento del tentativo di ritrutturazione delle istituzioni dello stato auspicato da De Benedetti, che dovette aspettare fino alla stagione di tangentopoli per sostenere un progetto riformatore.

Il capo delle Br Senzani, sempre più isolato e persa la copertura che lo rendeva insospettabile, per Marco Pannella, avrebbe compreso perfettamente che le azioni delle Brigate Rosse stavano di fatto consentendo una sorta di golpe e, con il sequestro Cirillo, tentò di attuare un tentativo estremo di operazione mediatico-politica, funzionale a colpire la DC, nella fisionomia che aveva assunto il sistema di potere in Campania dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, ed a costruire consenso su un blocco sociale esplosivo, basato sui sottoproletariato dei terremotati e sui disoccupati. Le operazioni delle Br a Napoli, dopo l’omicidio di Pino Amato, si erano rivolte contro uno dei riferimenti democristiani dei disoccupati, con la gambizzazione di Rosario Giovine; a cui seguì il sequestro lampo e la gambizzazione dell’assessore comunale di Napoli, l’architetto Uberto Siola, dopo il terremoto del 23 novembre; fino all’assassinio dell’assessore regionale al Lavoro, Raffaele Delcogliano. La città di Napoli in quegli anni era governata dal sindaco comunista Maurizio Valenzi, con l’appoggio esterno della DC e, secondo Pannella, la connessione strettissima tra il sequestro d’Urso ed il sequestro Cirillo, riguarderebbe non solo la natura politica del blocco clientelare rappresentato dalla DC di Gava, ma anche il ruolo delle cooperative rosse nella ricostruzione post-terremoto in Campania.

La vicenda troverebbe riscontro nelle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Pasquale Galasso, alla commissione d’inchiesta sulla mafia della XI legislatura (presidente Luciano Violante), il quale ha riferito di una intermediazione avvenuta con un certo Giuliano Cava di Bologna, rappresentate della Lega delle Cooperative, con il quale fu pattuita una tangente di 4 o 5 miliardi di lire su un appalto complessivo di 250 miliardi per la realizzazione della superstrada da Napoli all’agro nocerino sarnese, nel 1986. Lo stesso Galasso ricostruì anche che le aziende che versavano le tangenti ai cutoliani, nel 1984 passarono sotto la protezione dei clan della Nuova Famiglia, dopo la sconfitta militare del cartello della NCO.

Nell’estate del 1981, a ridosso della liberazione di Cirillo, si tenne un summit del cartello della Nuova Famiglia, nella masseria dei fratelli Nuvoletta a Marano, alla presenza dei corleonesi RiinaProvenzano e Bagarella, in cui fu deciso di “risolvere” il problema costituito da Cutolo. Galasso ha ricordato alla commissione dei rapporti molto stretti tra Gava ed i Nuvoletta, i quali godevano di protezione da parte delle forze dell’ordine, e della richiesta di uomini legati a Gava di intervenire per la liberazione di Cirillo. La guerra di camorra si sarebbe scatenata, dopo la liberazione dell’assessore democristiano, proprio per evitare che Cutolo diventasse troppo forte, grazie alla protezione concordata con gli apparati di sicurezza durante la trattativa.

Articolo pubblicato su Agoravox

Il Vomerese di Veraldi, il romanzo che annunciò il sequestro Dozier was last modified: Dicembre 9th, 2014 by glianni70.it

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