Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla DigosUniversità della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

Il Br dissociato Valerio Morucci era stato invitato, nella veste di ventriloquo del ministero dell’Interno, a tenere il 12 gennaio 2009 una lezione nell’università La Sapienza di Roma.
Questa vicenda segnala un rischio per la libertà di ricerca, di insegnamento, di studio, per la cultura di questo paese che sembra aver perso ogni germoglio critico, sprofondato nel sonno della ragione.
Che storia può mai essere quella promossa dal ministero dell’ordine e della sicurezza? Da quando in qua la polizia di Stato si occupa dei programmi universitari?
Il rettore della Sapienza, prof. Luigi Frati, ha provocatoriamente dichiarato che l’unico luogo per tenere una lezione di storia degli anni 70 sarebbe via Fani, come a dire che gli anni 70 possono essere studiati solo sui marciapiedi o gli angoli di strada dove sono avvenuti gli attentati (a dire il vero, un’altro dissociato, Alberto Franceschini, ebbe la “geniale idea” di farsi intervistare da Claudio Martelli proprio in via Fani, suscitando lo sdegno generale degli stessi che oggi invece, all’improvviso, hanno cambiato idea). In realtà potremmo anche accettare questa proposta, a patto che si possa fare altrettanto nelle piazze e nelle stazioni dove sono avvenute le stragi  di Stato, nelle carceri dove sono state represse le lotte dei detenuti, sulle strade, nelle fabbriche, le università, le campagne dove sono stati uccisi manifestanti, scioperanti, semplici cittadini, giovani militanti, sindacalisti, operai, braccianti, dalle forze di polizia in assetto di ordine pubblico. Oltre 200 morti solo dal 1945 al 1969… dopo vennero gli anni 70. Ma forse – si potrebbe obiettare – i luoghi migliori sarebbero quei cantieri e quelle fabbriche dove si muore di lavoro: come il petrolchimico di Porto Marghera, l’Icmesa di Seveso o la Thyssenkrupp. Già, il lavoro salariato, questo perfetto rimosso del nostro tempo. È lì dentro che sta l’arcano della rivolta armata che mette ancora tanta paura.
Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

Paolo Persichetti
Liberazione
3 gennaio 2009

È stata annullata la conferenza che l’ex brigatista Valerio Morucci doveva tenere il 12 gennaio presso l’università La Sapienza di Roma. La decisione è stata presa dal preside della facoltà di Scienze Umanistiche Roberto Nicolai. Morucci doveva tenere un seminario su «Cultura, violenza e memoria» all’interno di una delle lezioni del prof. Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana e promotore dell’iniziativa. Morucci non è nuovo ad incontri del genere, come quello tenuto al liceo Giulio Cesare tempo addietro per discutere uno dei suoi ultimi libri. Niente di veramente nuovo, dunque; come abbastanza scontato è stato il vespaio di polemiche suscitato dalla notizia. La vera novità (questa sì piuttosto grossa) si trova, invece, nelle giustificazioni addotte dal prof. Mariani per spiegare le ragioni dell’invito. In una lettera, scritta il 28 dicembre, inviata ai colleghi di facoltà, Mariani sostiene d’aver invitato Morucci «perché sollecitato da un ufficiale della polizia di Stato che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi». Le autorità di polizia e di giustizia – prosegue il docente – «vedono con favore questi incontri che aiutano le nuove generazioni a scansare la tentazione di ripetere scelte sbagliate, in particolare in un momento in cui la protesta legittima di studenti e giovani si fa sentire nuovamente». Capita l’antifona, studenti dell’ Onda?

Università La Sapienza di Roma

Il funzionario in questione, stando alle parole del rettore della Sapienza Luigi Frati, sarebbe un importante funzionario della Digos (anche se in serata è poi giunta la smentita di rito da parte di questo ufficio della questura). Da tempo va di moda la polemica contro il «presenzialismo mediatico» degli ex militanti della lotta armata. Ora apprendiamo, però, che dietro alcuni di loro – perlopiù ultradissociati e collaboratori di giustizia – agiscono come veri e propri agenti editoriali e addetti alla pubbliche relazioni dei funzionari del ministero degli Interni. Circostanza che chiarisce la reale natura della narrazione degli anni 70 che costoro portano avanti. A questo punto non si comprendono nemmeno i motivi della polemica da parte di chi ne dovrebbe ricavare solo vantaggio. Ma la stupidità è un tratto tipico di molti reazionari attuali. Tempo fa Morucci ha rivendicato il diritto di parola, evocando l’articolo 21 della costituzione. Per farne cosa? Adesso lo sappiamo: diffondere la verità ufficiale del ministero degli Interni, alla faccia della libertà di pensiero.
Solo in un paese dove le parole hanno perso senso e il senso le parole può accadere una cosa del genere. Tutto questo perché sugli anni 70 incombe tuttora l’ipoteca dell’emergenza. A quando una storia libera di essere studiata e discussa senza discriminazioni e senza funzionari di polizia che vengono a suggerirci i testi e gli autori?


L’intervista: il prof dell’invito: «
Era utile ascoltare i suoi tragici errori»

Carlo Piccozza
la Repubblica del 3 gennaio 2009

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Roma – Professor Giorgio Mariani, perché una lezione alla Sapienza di un ex brigatista rosso?
«L’idea era di avere un dialogo con lui, non di farlo salire in cattedra. L’esperienza di chi, come Valerio Morucci, dopo scelte tragicamente sbagliate, valuta criticamente il suo passato, può essere di insegnamento, soprattutto ai giovani. Mentre gli studenti tornano all’impegno politico, avverto la necessità di aiutarli ad acquisire le armi della critica che sono l’antidoto più efficace contro la tentazione macabra delle armi vere».

Ma alcuni suoi colleghi l’hanno criticata sostenendo che non può mettere in relazione la protesta degli studenti con la pratica terroristica.
«Non c’è relazione, infatti, ma la biografia di Morucci nel racconto Schegge di memoria, pomo della discordia dell’incontro da me annullato, non è un recupero romantico né una demonizzazione del movimento studentesco. Solo un’analisi. Una interpretazione critica, forte della memoria sugli errori consumati nel percorso del dopo ’68. Perché scandalizzarzi? Dare la parola a chi ha fatto scelte tragicamente sbagliate, per me non significa legittimare chicchessia. E poi quell’iniziativa mi era stata suggerita da un funzionario di polizia che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi e che sarebbe stato presente all’incontro».

La questura di Roma smentisce, però, che l’incontro sia stato suggerito da qualche funzionario della Digos.
«Non so se fosse della Digos. Ma che fosse un funzionario di polizia, sono certo. D’altro canto quando Morucci si incontrò con gli studenti del liceo Giulio Cesare, lo fece accompagnato da agenti di polizia».

fonte: https://insorgenze.wordpress.com/

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Gran parte delle detenzioni di cui si è occupata Amnesty International [nel 1981] riguardano cittadini sospettati dei reati di associazione sovversiva (art. 270) e di partecipazione a banda armata (art. 306). Amnesty International si è occupata della vaghezza e debolezza delle prove impugnate per giustificare tali prolungate detenzioni. In molti casi le imputazioni originarie sono state lasciate cadere e immediatamente sostituite con nuove accuse. Questo ha permesso all’autorità giudiziaria di prolungare la carcerazione preventiva di molte persone, pur rimanendo nei limiti della legge.
La nostra attenzione si è concentrata sulla prolungata detenzione senza processo, durante la fase istruttoria, delle persone arrestate a partire dal 7 aprile 1979, collegate al movimento politico conosciuto come Autonomia Operaia Organizzata. Alcuni degli imputati del 7 Aprile erano accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio dell’ex-Presidente del Consiglio Aldo Moro, ma l’imputazione è caduta nel dicembre 1980. Comunque, agli imputati vengono contestati i reati di associazione sovversiva e di organizzazione e partecipazione a banda armata. Alcuni di loro devono difendersi da un terzo capo d’accusa, “insurrezione armata contro i poteri dello Stato” (art. 284), reato punibile con l’ergastolo. Il ricorso a tale imputazione non registra precedenti. (Amnesty International Report 1981, pp.304-305, traduzione nostra)

Amnesty International ha espresso preoccupazione per l’indebito ritardo nel rinvio a giudizio degli imputati del 7 Aprile. A fine 1982, alcuni imputati hanno scontato dai 36 ai 44 mesi di carcerazione preventiva in attesa del processo.
La maggior parte degli imputati sono accademici, giornalisti e insegnanti presuntamente collegati al movimento chiamato Autonomia Operaia. Il più noto è Antonio Negri, docente di scienze politiche all’Università di Padova e alla Sorbona di Parigi. Gli arresti ebbero luogo in seguito al sequestro e all’omicidio (tra marzo e maggio del 1978) dell’ex-Primo Ministro Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Quasi tutti gli arrestati d’aprile e nella successiva retata del 21 dicembre 1979 avevano fatto parte, qualche anno prima, di un’organizzazione chiamata Potere Operaio. Si trattava di un gruppo di sinistra, attivo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, che incitava la classe operaia a rivoltarsi contro lo stato e il sistema capitalistico. Non era un’organizzazione illegale né clandestina. A fine 1982, tra Roma e Padova, gli imputati del 7 Aprile sono 140. Tra i capi d’accusa, vi sono “associazione sovversiva” e “organizzazione di o partecipazione a banda armata”. Alcuni imputati sono anche imputati di “insurrezione contro i poteri dello Stato”, e rischiano una condanna all’ergastolo se sentenziati colpevoli. Amnesty International ha esaminato diversi di questi casi individuali. (Amnesty International Report 1983, pp.262-263, trad. nos.)

In una rassegna delle proprie preoccupazioni riguardo alla situazione italiana, pubblicata nell’aprile 1983, Amnesty International ha criticato le disposizioni giudiziarie sulla durata della carcerazione preventiva. In procedimenti che in caso di condanna prevedono pene detentive di 20 anni, la detenzione degli imputati può durare fino a 10 anni e 8 mesi prima che si arrivi alla sentenza.
Amnesty International è sempre più allarmata dal fatto che detenzioni già lunghe siano state estese con la modifica dei capi d’imputazione, o con l’aggiunta di nuove accuse da parte di giudici di altre città, mentre i procedimenti giudiziari erano ancora in corso.
Il 21 giugno 1983 il dott. Pietro Calogero, Sostituto Procuratore a Padova, ha spiccato nuovi mandati di cattura per svariati imputati del processo 7 Aprile in corso a Roma… in relazione al possesso di armi nel periodo 1971-79 (art.21 della legge n.110 del 18/4/1995). Un articolo pubblicato nell’agosto 1983 sul bollettino di Amnesty International diceva: “A questo stadio del processo, l’aggiunta di una nuova accusa – apparentemente non supportata da nuove prove a carico di imputati già sotto processo con imputazioni relative a una banda armata – permetterà un’ulteriore estensione della carcerazione preventiva, aggiungendovi fino a quattro anni per questa distinta imputazione. Alcune delle armi in oggetto sono già state oggetto di un altro processo contro alcuni degli imputati, nel luglio 1980”. (Amnesty International Report 1984, pp. 291-292, trad. nos.)

Nel giugno 1984, di fronte alla Prima Corte d’Assise di Roma, si è finalmente concluso dopo due anni il processo noto come 7 Aprile. Molti degli imputati erano in carcere fin dal 1979. Amnesty International si è occupata di questo caso sia per la lunghezza della carcerazione preventiva sia per le procedure adottate in istruttoria e in dibattimento.
Cinquantacinque imputati sono stati condannati, complessivamente, a quasi 500 anni di prigione. Quasi tutti sono stati riconosciuti colpevoli di banda armata e associazione sovversiva. A fine 1984 la motivazione della sentenza e delle condanne non è ancora stata resa pubblica, né si è fissata alcuna data per il processo d’appello. Dopo che diversi tribunali hanno preso decisioni contrastanti, tutti gli imputati del 7 Aprile, sulle cui vicende aveva aperto un’inchiesta Amnesty International, sono stati rilasciati grazie alla nuova legge sulla carcerazione preventiva… (Amnesty International Report 1985, pp.273-274, trad. nos.)

La motivazione della sentenza del processo 7 Aprile (troncone romano)… è stata resa pubblica a maggio [del 1985]. Amnesty International era preoccupata del fatto che i principali imputati avessero subito cinque anni di carcere preventivo, e che la legislazione speciale fosse stata applicata retroattivamente per allungare i termini della detenzione. C’è stato anche un ritardo di 15 mesi, senza alcuna giustificazione procedurale, tra il rinvio a giudizio e la prima udienza. Amnesty International aveva anche espresso preoccupazione per il fatto che non fosse possibile sentire in aula Carlo Fioroni, la principale fonte di informazioni contro gli imputati: Fioroni aveva lasciato il paese prima di essere chiamato a deporre. Ciononostante la sua testimonianza, resa in segreto durante l’istruttoria, è stata ammessa agli atti.
Il 3 dicembre 1984 – dopo diversi rinvii e dopo un cambiamento di Presidente e giuria su richiesta della pubblica accusa – sono iniziate le udienze del troncone padovano, proseguite per tutto il 1985. Tra i 143 imputati nel processo padovano ve ne sono 6 dei cui casi si è occupata Amnesty International. Quattro di essi avevano lasciato il paese dopo essere stati prosciolti dal giudice istruttore, ma sono stati ri-inclusi tra gli imputati dopo che l’accusa è ricorsa in appello con successo contro tale decisione. L’accusa è ricorsa in appello, sempre con risultato positivo, anche contro il proscioglimento… dei professori Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce, che al processo romano erano stati condannati per formazione di banda armata. Erano imputati anche nel processo padovano perché i magistrati di Padova li avevano inquisiti separatamente per possesso d’armi. Per quel che riguarda il processo padovano, i motivi di preoccupazione di Amnesty International sono simili a quelli per il processo romano, soprattutto la lunghezza eccessiva della carcerazione preventiva, e l’impossibilità per la corte di esaminare Carlo Fioroni. (Amnesty International Report 1986, p.290, trad. nos.)

In agosto [1986] Amnesty International ha pubblicato un rapporto dal titolo “Processo 7 Aprile – Italia: L’interesse di Amnesty International a che venga fatto un processo equo in tempi ragionevoli”. Si tratta di un riassunto dei principali sviluppi nel processo a 71 presunti membri dei gruppi della sinistra rivoluzionaria Potere Operaio e Autonomia Operaia. I primi arresti sono avvenuti nell’aprile 1979 e le udienze si sono concluse a Roma nel 1984. La conclusione del rapporto è che le autorità italiane hanno violato tutti gli accordi europei e internazionali sui processi equi in tempi ragionevoli. [Amnesty International] ha espresso quattro critiche principali su come si sono svolti i procedimenti. Tre di queste osservazioni riguardano la durata della carcerazione preventiva degli imputati, 12 dei quali hanno trascorso cinque anni in prigione in attesa di giudizio. Le leggi speciali sull’ordine pubblico sono entrate in vigore dopo gli arresti, ma sono state applicate retroattivamente per prolungare la già eccessiva durata della carcerazione preventiva. In secondo luogo, si sono aggirati i limiti legali della detenzione, emettendo nuovi mandati di cattura poco prima della decorrenza dei termini, affinché gli imputati potessero essere tenuti in prigione se lo voleva il tribunale. Ancora, secondo Amnesty International le autorità non hanno osservato le norme prescritte dal Tribunale Europeo dei Diritti Umani in relazione all’articolo 53 della Convenzione Europea, che proclama il diritto a un processo equo o al rilascio. L’articolo prescrive “particolare diligenza da parte dell’accusa” nei casi in cui gli imputati siano detenuti. Nel processo 7 Aprile c’è stato un ritardo di oltre 15 mesi, durante il quale non vi è stata rilevante attività giudiziaria. Per tutto questo tempo i principali imputati sono rimasti in prigione.
Il quarto motivo di preoccupazione per Amnesty International è che un testimone chiave dell’accusa ha lasciato il paese con l’appoggio delle autorità, quindi la corte non era in grado di convocarlo per l’esame. Carlo Fioroni è uscito di prigione nel 1982 dopo aver scontato sette anni su 27 di condanna per sequestro e omicidio. Egli ha rilasciato testimonianze incriminanti contro gli imputati, testimonianze coperte dal segreto istruttorio, dopodiché le autorità lo hanno aiutato a lasciare il paese prima che potesse essere interrogato al processo. La corte ha espresso indignazione per la sua irreperibilità, tuttavia ha accolto le richieste dell’accusa, accettando agli atti le informazioni date nell’istruttoria.
Dopo la pubblicazione del rapporto, Amnesty International ha chiesto alle autorità di tenere conto di queste critiche nell’imminente processo d’appello. Gli imputati sono stati condannati a pene detentive fino all’ergastolo, per un totale di oltre 500 anni, per accuse che comprendevano la fondazione e l’appartenenza a “banda armata” e “associazione sovversiva”. (Amnesty International Report 1987, pp.300-301, trad. nos.)

Nel 1987 sono proseguiti i processi politici, alcuni dei quali in corso da molti anni. In marzo osservatori di Amnesty International hanno assistito al processo d’appello del caso 7 Aprile, svoltosi a Roma. Il processo si è concluso a giugno con l’assoluzione di molti degli imputati di spicco. Il tribunale ha esaminato Carlo Fioroni, un testimone-chiave che aveva evitato l’esame in aula nel processo di primo grado. Sessantotto imputati erano stati condannati a un totale di oltre 500 anni di prigione per appartenenza ad associazioni sovversive e bande armate direttamente o indirettamente responsabili di omicidii, sequestri, rapine e attentati incendiari. Erano stati accusati in relazione alle attività di un insieme di gruppi di sinistra chiamato Autonomia Operaia. Dodici degli accusati avevano trascorso più di cinque anni in carcere prima della sentenza di primo grado. Amnesty International aveva espresso preoccupazione per la lunghezza delle procedure e aveva ritenuto che il processo di primo grado fosse in violazione di norme europee e internazionali, perché gli imputati non avevano subito un processo equo in tempi ragionevoli.
Tutti gli imputati accusati di insurrezione armata al primo processo sono stati assolti dall’imputazione in appello, per il fatto che non c’è stata alcuna insurrezione. Molti degli imputati principali sono stati assolti per insufficienza di prove dall’imputazione di aver formato o partecipato a una banda armata, e altri sono stati assolti da reati di violenza. (Amnesty International Report 1988, pp.206-207, trad. nos.)

Ci è sembrato efficace e interessante rivedere il caso 7 Aprile con gli occhi di un’organizzazione umanitaria certo non sospettabile di estremismo o filo-lottarmatismo.
Quella contro Toni Negri et alii è la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana. Stavolta il collage d’inchieste è talmente intricato e delirante che per descriverlo occorrerebbe non un capitolo, ma un libro intero. Riassumeremo la vicenda nel modo più sintetico possibile, limitandoci ai filoni principali, rinunciando a malincuore a seguire tutto il proliferare di “reati connessi”, collegamenti e insinuazioni.
7/4/1979. Stampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse. Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.
Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, docente di Dottrina dello Stato all’università di Padova, indicato come capo e ispiratore di tutta la galassia sovversiva italiana; Nanni Balestrini (latitante), poeta e scrittore, già nel Gruppo 63 e poi autore del romanzo-culto Vogliamo tutto; Franco Piperno (latitante), docente di fisica all’università di Cosenza; Oreste Scalzone, insieme a Piperno leader storico del ’68 romano; Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini, Sandro Serafini e Alisa del Re, tutti assistenti di Negri all’università di Padova; Giuseppe “Pino” Nicotri, giornalista del “Mattino” di Padova, di “Repubblica” e de “L’Espresso” (in passato si è occupato della controinformazione su Piazza Fontana, e le sue scoperte sugli spostamenti di Franco Freda sono state preziose per le indagini di Calogero); Emilio Vesce, redattore delle riviste “Rosso” e “CONTROinformazione”, già coinvolto nell’inchiesta del ’75 (cfr. cap.5). L’elenco prosegue con diversi militanti dell’Autonomia Operaia ed ex-membri del gruppo Potere Operaio, scioltosi nel 1973. A ben vedere, la passata militanza (a diversi livelli di responsabilità) in Pot.Op. è uno dei pochi comuni denominatori degli imputati. Il mandato di cattura li imputa di avere

in concorso fra loro e con altre persone […], organizzato e diretto un’associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma del governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private […] [di aver diretto un’associazione sovversiva] denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e di associazioni) sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati.

Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto nel 1973; piuttosto, sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione. Inoltre, malgrado l’evidenza di insanabili contrasti teorici e politici, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono ritenute la stessa cosa, o meglio: la “illegalità di massa” propugnata dalla prima non sarebbe che il mare magnum in cui sguazza l’avanguardia clandestina rappresentata dalle seconde.
Per alcuni degli arrestati vale solo la seconda parte del mandato, cioè l’accusa di associazione sovversiva. Al contrario, su Negri e alcuni altri sta per rovesciarsi una valanga di fantasiosi mandati di cattura per gli episodi più diversi.
Il giorno dopo gli arresti, il magistrato romano Achille Gallucci spicca un mandato contro Negri, con l’accusa di aver organizzato il sequestro di Moro e la strage della sua scorta in via Fani. Un reato da ergastolo. Non solo: Negri, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, viene accusato del reato di cui all’art.284 c.p., cioè di “aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello stato”. Logica vorrebbe che suoi coimputati fossero i componenti del “nucleo storico” delle Br (Curcio, Franceschini, Ognibene etc.), già in carcere da anni. E invece no: Negri viene inquisito da solo.
Il sostituto procuratore generale Claudio Vitalone – futuro senatore Dc – già se ne esce con un’excusatio non petita:

Non abbiamo fatto un polverone. Questa operazione, concertata da varie procure, è basata su prove e non su semplici indizi, né tanto meno su scritti o saggi ideologici. Non abbiamo alcuna intenzione di criminalizzare il dissenso: a tutti gli arrestati vengono addebitati fatti delittuosi specifici (cit. in: Ivan Palermo, op. cit., p.23).

Tra il 10 e il 12 aprile Calogero interroga personalmente gli arrestati, ai quali però non contesta in modo chiaro e preciso nessun fatto specifico, né rende noti gli elementi di prova esistenti contro di loro. Come nei processi dell’Inquisizione, si limita a rinfacciare a Negri e agli altri le opinioni espresse nei loro scritti, oltre ad alcune conoscenze personali.
Al termine degli interrogatori, la difesa si rende conto che le prove non ci sono, e con un’istanza formale chiede di procedere con rito direttissimo; in subordine, chiede che l’istruttoria venga formalizzata, con trasmissione degli atti al giudice istruttore. Il 16 aprile, la procura formalizza l’inchiesta solo per il secondo blocco di imputati, quelli che devono rispondere semplicemente della loro appartenenza a Pot. Op. Per gli altri, accusati anche di banda armata, è ormai competente la procura di Roma, in quanto i reati contestati da Gallucci assorbirebbero quelli contestati da Calogero. Secondo la difesa, si tratta di un escamotage per evitare l’Ufficio Istruzione di Padova, diretto dal giudice Giovanni Palombarini, noto garantista, il quale nutre molti dubbi sul Teorema Calogero e d’ora in poi si troverà spesso in contrasto col Pm. Quest’ultimo lo criticherà aspramente a mezzo stampa, alludendo a una sua presunta simpatia per gli autonomi. Soprattutto “l’Unità” farà di Palombarini un bersaglio dei suoi strali imbevuti di curaro forcaiolo.
Negli stessi giorni i giornali sparano i nomi di Negri e Nicotri come “telefonisti” delle Br nei giorni del sequestro Moro. A notare la somiglianza tra la voce di Negri e quella del brigatista che il 30/4/1978 ha telefonato alla moglie di Moro, sarebbe stato il magistrato milanese Emilio Alessandrini, ucciso da un commando di Prima Linea. Negri, che ha cenato con Alessandrini qualche mese prima del suo omicidio, verrà pure accusato di esserne il mandante. Nicotri verrà prosciolto e scarcerato il 7 luglio, mentre per Negri – che pure ha un alibi – inizia la tragicomica, umiliante disavventura delle “perizie foniche”, alcune delle quali affidate a “esperti” di dubbia fama che ne trarranno stiracchiate conclusioni contrarie a ogni evidenza, fino a parlare – vilipendendo la lingua di Dante – di una “probabilità di certezza”! Come avverrà tre anni più tardi per le perizie balistiche sul delitto Dalla Chiesa, il fatto che le perizie vengano eseguite all’estero (Michigan) basterà a conferire loro un soffuso alone di attendibilità.
Con la scarcerazione di Nicotri, e nonostante l’appoggio entusiastico della stampa di regime, il Teorema Calogero potrebbe mostrare i primi segni di cedimento, così Gallucci emette un nuovo mandato di cattura che “sostituisce” il precedente: al posto delle Brigate Rosse compaiono (corsivo nostro) “più bande armate variamente denominate, destinate a fungere da avanguardia militante per centralizzare e promuovere il movimento verso sbocchi insurrezionali”! Commento di Giuseppe Leuzzi Siniscalchi, difensore di Negri:

Per rendersi conto dell’enormità e della illegittimità di una imputazione così formulata basta sostituire al terrorista un delinquente comune e limitarsi a dire che un ladro è accusato di aver compiuto molti furti (senza però dire che cosa ha rubato), in molte città d’Italia (senza mai indicare dove), in molte occasioni (senza mai specificare quando sono avvenuti). È la stessa cosa che avviene per Negri e gli altri che sono accusati di aver organizzato non si sa quante bande armate né quali siano, né si sa dove e quando abbiano operato. Una vera mostruosità, che di fatto mette l’imputato nella impossibilità di difendersi. (Ibidem, p.39)

È l’inizio di una pratica giudiziaria alquanto eterodossa, la “sostituzione” dei mandati di cattura, Scriverà Luigi Ferrajoli:

…gli inquirenti hanno fatto largo uso, in questa emissione a getto continuo di nuovi mandati di cattura, dell’istituto – fino ad oggi inedito e comunque sconosciuto al nostro codice – della “sostituzione” dei mandati di cattura. Procedura vorrebbe che allorché vengono mutuate le accuse, per le vecchie imputazioni si avesse una contestuale sentenza istruttoria di proscioglimento. Invece gli inquirenti hanno inventato una nuova formula di definizione delle accuse: “il presente mandato sostituisce i precedenti”. Sicché oggi ci troviamo di fronte a un quadro accusatorio che non ha niente a che vedere con quello originario, senza che, per esempio sulle accuse interamente franate di Calogero, si sia avuta alcuna pronuncia giurisdizionale. (Luigi Ferrajoli, Il Teorema Calogero: frane e puntelli…, in “Critica del Diritto” n.23-24, cit., p.52)

Il nuovo mandato estende ad altri imputati l’accusa di “insurrezione armata”. Ma quando si sarebbe svolta o dovuta svolgere quest’insurrezione? E già che ci siamo, se non è chiedere troppo, quali sono le prove raccolte dai magistrati? Il 5 luglio Calogero rilascia una lunga intervista al “Corriere della sera”, intervista che diverrà celebre in quanto indicativa della pochezza sostanziale e metodologica dell’inchiesta 7 Aprile:

Quali prove concrete ha raccolto contro i cosiddetti capi dell’organizzazione? Fatti specifici?
Pretendere questo mi sembra ingenuo e sbagliato. L’accusa non ritiene di avere individuato i manovali del terrorismo, ma i loro dirigenti e mandanti. Un dirigente, per la natura stessa del ruolo e del tipo di organizzazione, certamente non va a fare attentati. Sarebbe una rinuncia alla sua funzione, che è quella di dirigere e non di eseguire. […] Perciò non si possono attendere, in questo caso, prove di fatti terroristici specifici. Noi abbiamo cercato, e crediamo di avere scoperto, le prove che accusano i dirigenti del partito armato.

La prova c’è… perché non c’è. E l’insurrezione armata? Un anno dopo (30/7/1980), in un’intervista a “l’Europeo”, Calogero affermerà:

Sarà bene precisare che questo reato è di pericolo o a consumazione anticipata. Sarebbe contrario alla sua natura ancorarne l’applicazione all’ultimo atto nel quale culmina il processo insurrezionale; al contrario, la sua applicazione è legittima e doverosa in presenza di tutti gli atti, anche quelli lontani dall'”ora X”, che siano caratterizzati da una oggettiva rilevanza e idoneità a realizzare l’evento insurrezionale.

L’insurrezione c’è stata… perché non c’è stata.
Di fatto, sono gli scritti di Negri gli unici “indizi” (Calogero: “Il testimone principale contro Negri è Negri stesso”). Tutto questo sfogliare pagine alla ricerca di prese di posizione incriminanti produce la “lievitazione” dei capi d’accusa, oltre a gaffes e mostruosità a getto continuo. Ferrari Bravo è tra gli accusati solo perché ha scritto su “Rosso”, e perché ha lasciato su un quaderno appunti “compromettenti” (titoli di ipotetici articoli per la rivista). Giovanni Tranchida solo perché è direttore responsabile dello stesso giornale, che non potrebbe uscire senza la firma di un giornalista professionista. Quando i giudici romani interrogano Emilio Vesce, gli leggono passi di un documento che proverebbe il suo ruolo di capo terrorista; Vesce ne ascolta la lettura poi spiega: “Si tratta di un articolo del professor Sabino Acquaviva, che doveva essere pubblicato sul “Corriere della sera”. Ignoro se il testo sia stato pubblicato o meno e ripreso nel libro dell’Acquaviva Guerra e guerriglia rivoluzionaria, che io ho recensito.” “La Repubblica” e “l’Unità” dedicano un articolo all’interrogatorio di Vesce, senza nemmeno accennare alla magra figura degli inquirenti.
Negli stessi giorni il processo si estende ai redattori della rivista romana “Metropoli”, su cui scrivevano anche Scalzone e Piperno. I nuovi inquisiti sono Libero Maesano, Lucio Castellano e Paolo Virno. Anche loro apparterrebbero in blocco all’organizzazione eversiva “costituita in più bande armate variamente denominate”, per il semplice motivo di… aver scritto su “Metropoli”. Pleonasmi a non finire. Davvero curiosa questa “guerra civile” combattuta a colpi di saggi, editoriali, recensioni… e anche fumetti: su “Metropoli” è comparsa una drammatizzazione a fumetti del caso Moro. Secondo gli inquirenti, alcune vignette contengono l’esatta riproduzione della “prigione del popolo” in cui era rinchiuso Moro. Poi si verrà a sapere che l’autore si è ispirato a un fotoromanzo di “Grand Hotel”.
Nel frattempo Piperno è ancora uccel di bosco. La sua situazione è sempre più delicata: si scopre che nei giorni del sequestro Moro, assieme a Lanfranco Pace (anch’egli imputato nel 7 Aprile) aveva contattato il Psi offrendosi per un tentativo di mediazione tra governo e Br. Aspirante mediatore = dirigente delle Br, altro ragionamento che se non fa una piega è solo perché a stirarlo è la stampa velinara.
Proprio Piperno è protagonista involontario di una delle panzane più incredibili pubblicate dai giornali: è il 18 agosto, e i giornali titolano: “Sparatoria e fuga. La Ps: ‘era Piperno'” (“l’Unità”); “Franco Piperno sfugge sparando alla cattura?” (“La Repubblica”). Piperno sarebbe stato riconosciuto dalla polizia mentre scendeva da un treno alla stazione di Viareggio; avrebbe quindi ingaggiato una sparatoria, e si sarebbe dileguato pistola in pugno nelle campagne del lucchese. La polizia di Viareggio lo ha identificato “al novanta per cento” (!). Commenta il giornale di Scalfari:

Di Piperno, fino a questo momento, si conosceva solo il ruolo di ideologo delle teorie praticate da molti esponenti del partito armato; non certo la sua stessa militanza tra le truppe dei “soldati”. Il fatto che abbia deciso di mettere mano alla pistola, sia pure in una situazione disperata come quella di ieri, segna probabilmente una svolta irreparabile nella sua carriera politica.

Peccato che il giorno dopo Piperno venga arrestato a Parigi, dove si trova da diverse settimane. “La Repubblica” titola: “Franco Piperno arrestato a Parigi”. Sulla sparatoria di Viareggio, nemmeno una parola. “l’Unità” invece non demorde, e scrive che Piperno potrebbe essere arrivato a Parigi nelle ore successive allo scontro a fuoco, “aprendosi un pertugio tra le maglie della rete che si è tentato di cucirgli addosso”. Incommentabile. A Piperno l’episodio di Viareggio non verrà mai contestato. Ai primi di settembre si costituisce Pace, pure lui riparatosi in Francia.
Quella dell’estradizione di Piperno e Pace è l’ennesima, intricatissima, irriassumibile farsa. Ci limitiamo a trarne il succo: poiché la Francia non concede l’estradizione per reati di natura politica ( “associazione sovversiva” et similia), la procura di Roma prepara e presenta nuovi mandati di cattura, infilandoci dentro di tutto: la strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Moro, possesso di armi da guerra, assalto alla sede della Dc romana, assassinio di due agenti di polizia, furto di automobili etc. Tutto questo senza che ci sia stata alcuna svolta nelle indagini, e senza l’acquisizione di nuove prove (ma già, non si sono mai acquisite nemmeno quelle vecchie). Come scriverà il magistrato Vincenzo Accattatis:

…i “fatti” contestati ai leaders di Autonomia praticamente sono rimasti sempre gli stessi, mentre le imputazioni hanno subito un crescendo vorticoso, come se “gli stessi” fatti potessero essere letti in un modo o in un altro secondo gli “umori” degli inquirenti, oppure al fine di ottenere alcuni pratici risultati (ad esempio, l’estradizione di Piperno dalla Francia (Vincenzo Accattatis, Processo 7 Aprile: un processo politico, in: “Critica del Diritto” n.23-24, cit., p.28).

Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, Piperno e Pace vengono estradati in Italia.
All’inizio di dicembre la svolta c’è davvero: arriva il milanese Carlo Fioroni, apripista per la discesa libera dei “pentiti”. Le prestazioni del prototipo “Tony lo slavo” vengono migliorate dalle super-pile dell’approvanda legge Cossiga.
Il nome di Fioroni compariva già in alcune inchieste-pilota di metà anni Settanta, non in veste di “pentito” ma certo con un ruolo ambiguo e sfumato. Oreste Strano ipotizza che tutti i collages giudiziari sperimentati dai giudici torinesi nel 1975-78 siano serviti unicamente a rompere legami di solidarietà tra i compagni, provocare, esasperare per scoprire l’elemento debole, il candidato ideale al ruolo di “pentito”, da istruire con metodo in attesa di una più grande operazione giudiziaria. Se così fosse, ai dottori Caselli e Violante (ma anche al generale Dalla Chiesa) andrebbero riconosciute una lungimiranza e una scientificità da far rabbrividire.
Fioroni è passato attraverso i Gap di Feltrinelli e Pot.Op., ma tutti i suoi ex-compagni lo hanno ripudiato perché “ambiguo”, “pericoloso”, “un pirla” che ha fatto “cazzate madornali”. È in carcere dal 1975, condannato per il sequestro e l’omicidio dell’ing. Carlo Saronio. Nei primi giorni di dicembre chiede di essere ascoltato dai giudici del 7 Aprile, e racconta una storia di Pot.Op. e della lotta armata tanto fantasiosa quanto perfettamente concordante col Teorema Calogero. Non solo: collega i nomi di Negri e altri 149 “terroristi” a un’infinità di delitti (compreso il sequestro Saronio) e sordidi avvenimenti, su molti dei quali non può saper niente perché avvenuti quand’era già in gattabuia. Le sue “confessioni” sono piene di inverosimiglianze e passaggi illogici, vaghi, indistinti. Scrive Pasquino Crupi:

Vogliamo, a questo punto arrivati, inserire un’annotazione. Tutto il memoriale di Fioroni è cosparso e, nei punti delicati, sorretto (diciamo demolito) da sospensioni di memorie, incisi dubitativi, impressioni, opinioni, deduzioni, sensazioni, locuzioni cautelative, allargamenti, estensioni e generalizzazioni.
Li trascriviamo, mettendo in parentesi le frequenze d’onda.
Non so (6); Non ricordo se (12); se ben ricordo (2); non mi sovviene il nome (1); non ricordo il nome (7); se non ricordo male (1); Non ricordo (3); ho il vago ricordo (1); a quanto ricordo (1); di cui non so il nome (1); mi pare (16); mi sembra (8); avevo l’impressione (1); non sono sicuro (1); non sono sicurissimo (1); sono quasi sicuro (1); ritenni (1); ritengo (6); sono intimamente convinto (1); mi convinsi (1); ho sempre ritenuto (1); non escludo (3); se non erro (6); se non m’inganno (1); se non vado errato (7); se non sbaglio (1); mi posso sbagliare (2); mi riferì (7); mi fu riferito (2); che io sappia (1); a quanto seppi (1); a quel che seppi (2); per quanto io ne sappia (1); come seppi (3); da quanto appresi (1); a quanto appresi (2); come m’informò (1); come mi raccontò (1); mi risulta (4); non sono in grado (4); mi domando ancora (1); nessun dubbio (1); non ebbi dubbi (1); mi fece intendere (1); io intesi (1); solo in via d’ipotesi posso pensare (1); mi fece pensare (1); attribuii successivamente nella mia mente (1); trassi il sospetto (1); non posso precisare (1); si può affermare (1); poco prima o poco dopo (1); dopo un giorno o due (1); a mio avviso (1); forse (7); probabilmente (3); quasi sicuramente (1); quasi certamente (2).
Con un minore numero di coriandoli, ogni anno, si celebra a Rio de Janeiro un gran bel carnevale. Con questi coriandoli dentro i verbali del pentito professore Fioroni decine e decine sono state le persone arrestate nel mentre “Repubblica” e “l’Unità” trasformavano la cattiva memoria di Fioroni nella incrollabile memoria di un elefante. (Crupi, op.cit., p.120)

Il 21 dicembre c’è un nuovo tsunami di arresti contro l’Autonomia. Finiscono in carcere decine e decine di persone, quasi tutte indicate da Fioroni, molte delle quali non fanno più politica da tempo. Tra questi, due veterani dell’inchiesta su “CONTROinformazione”: Franco Tommei e il solito Oreste Strano. Nel frattempo, gli arrestati del 7 Aprile vengono raggiunti da nuovi mandati di cattura e comunicazioni giudiziarie. Il più colpito è di nuovo Toni Negri, che si vede accusare del sequestro Saronio, dell’incendio della Face Standard (in combutta con Tommei, Strano e altri), del sequestro del sindacalista Cisnal Antonio Labate, di quello dell’ing. Minguzzi della Sit Siemens di Milano (in combutta con Tommei, Strano e altri), dell’assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile (in combutta con Tommei, Strano e altri), di quello del brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini, del tentato omicidio del carabiniere Gennaro Sciarretta, e poi tentate rapine, detenzione di armi ed esplosivi, attentati incendiari, falsificazione di patenti e carte d’identità, addirittura il furto di un quadro del Trecento e di una preziosa collezione di francobolli!
Col tempo Negri verrà scagionato da quasi tutte le accuse, ma intanto “l’Unità” suona le campane a festa: il 22 dicembre, il fondo del direttore Alfredo Reichlin ha come titolo: “Dunque non erano invenzioni”. Come al solito, l’organo ufficiale del Pci scambia per prove quelle che sono solo nuove accuse, a loro volta da provare.
Ironia della sorte: nell’aprile 1980 tocca a un altro famoso “pentito”, anzi al più famoso di tutti, far andare in pezzi il Teorema Calogero. L’intervento di Patrizio Peci nel caso 7 Aprile produce effetti molto diversi da quelli prodotti nel processo a Giuliano Naria. Fin dai primissimi interrogatori, l’ex-brigatista esclude che Negri abbia mai avuto legami operativi con le Br. Interrogato dal dott. Gallucci, Peci afferma con sicurezza che fu Mario Moretti a telefonare alla moglie di Moro. Un durissimo colpo alla “probabilità di certezza” delle perizie foniche. Interrogato da Calogero, Peci conferma quanto già deposto, nonostante le minacce del Pm:

L’Ufficio fa presente al Peci che se nel corso di questa o altre istruttorie risultassero provati contatti ulteriori di Negri con le Br fino a epoca attuale, sarebbe legittimo porre in dubbio l’attendibilità di una parte rilevante delle dichiarazioni già da lui rese, poiché non sarebbe verosimile che egli, per il ruolo rivestito nell’organizzazione, non ne fosse venuto a conoscenza; e potrebbero risultare altresì pregiudicati i vantaggi che dalle confessioni rese egli può attendersi (Ivan Palermo, op. cit., p.131)

Sarebbe a dire che le dichiarazioni di un “pentito” vanno accettate senza verifica solo se confermano le tesi dell’accusa, mentre le si prende con le pinze se scagionano l’inquisito. Ad ogni modo, il 24 aprile Gallucci revoca il mandato di cattura a Negri per il delitto Moro. È l’inizio della lunga agonia del Teorema Calogero, che però prima di morire dovrà ricevere ancora molti colpi di grazia.
Poco tempo dopo, Negri – assieme a Pace e Piperno – viene prosciolto anche dall’accusa di banda armata, pur restando in carcere per quella di insurrezione. Tra un proscioglimento e l’altro, tra una requisitoria e l’altra, si arriva alla situazione descritta a grandissime linee nei rapporti di Amnesty International. Nel frattempo, Negri viene eletto deputato nelle liste del Partito Radicale, e fugge in Francia quando la Camera concede l’autorizzazione a procedere… ma questa è un’altra storia.
Tirando le somme, si può definire il 7 Aprile una vera e propria montatura? Usiamo le parole di Pasquino Crupi:

Come si fa… a tacere che di tutti i reati scaricati sulle spalle di Negri e degli altri neppure uno è venuto a conoscenza dei giudici inquirenti prima del 7 aprile del 1979? Che, perciò, prima li hanno arrestati e poi hanno trovato le “prove” sulla bocca di Fioroni […]? Che, ancora, per ben due anni gli imputati non avevano da che difendersi dato che le imputazioni erano astrattezze di fattispecie ricavate da questo e quell’art. del Codice penale? Che, infine, il rigonfiamento dell imputazioni – l’associazione sovversiva che diventa banda armata, la banda armata che diventa insurrezione armata – era un espediente per allungare i termini della carcerazione preventiva in attesa che uno straccio di prova venisse recuperato? (Crupi, p.129)

Ancora, si può definire il 7 Aprile un processo “a mezzo stampa”? Qualche passo indietro: a Roma, il 24 novembre 1978, si svolge una tavola rotonda sul tema: “Censura e diffamazione come strumenti di emarginazione del dissenso”, organizzata non da “fiancheggiatori” bensì dal rispettabilissimo Centro di Iniziativa Giuridica “Piero Calamandrei”. La giornalista milanese Camilla Cederna denuncia:

Ricordiamo i primi tempi del caso Moro… quelle notizie, importanti, vitali, essenziali, su questa storia di morte, notizie che in alto tutti sapevano, dal ministro degli interni alla maggioranza che sorregge il governo, a noi non ce l’hanno date. “La stampa si è comportata bene” ha detto in quel periodo qualcuno d’altolocato, senza accorgersi che con quella frase rivelava una verità delle più amare: la scomparsa della libertà di stampa. I giornali sembravano fatti di veline tutte uguali, di veline governative; sembrava che ci fosse una parola d’ordine in quei giorni: occultare la verità, difendere la dignità dello stato, dicendo NO alle trattative e facendo passare il prigioniero delle Br come un uomo incapace di intendere e volere, certamente anche drogato, un mentecatto che se torna guai! Quanti giornali possono dire di avere in quei giorni contribuito a tentare di ricostruire una tesi che fosse sganciata dalle decisioni prese dalla maggioranza governativa, a cercare una verità che non fosse quella, alle volte ingarbugliatissima, dettata dall’alto? […] Basta sfogliare i giornali di quel periodo e leggere i titoli: sembrano tutti scritti da una stessa mano […] nell’Italia di oggi, è ormai quasi interamente attuato, con compravendite, con compromessi politici, e – ripetiamolo – con lottizzazioni, quel piano di… omogeneizzazione che rende la stampa italiana sempre più conformista, sempre più ligia al potere […] un’Italia sempre più drogata dal compromesso di potere fra i partiti maggiori (Cederna, in: AA.VV., Tutela dell’onore e mezzi di comunicazione di massa, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 308-313).

La stessa cosa scriverà Giorgio Bocca:

C’è una rivelazione che il sequestro Moro ottiene in modo flagrante, la rivelazione del potere partitocratico, delle censure e dei conformismi partitocratici: giornali e mass-media si mettono disciplinatamente, servilmente agli ordini dei partiti di governo […] La bella facciata del giornalismo democratico, dei dibattiti sulla libertà di stampa cade in frantumi il 16 marzo del ’78: tutti possono vedere come funzionano i meccanismi della informazione: i partiti padroni decidono, i direttori obbediscono. Ipocrisie, menzogne, esagerazioni, invenzioni sino a pochi giorni prima considerate inaccettabili vengono stampate senza la minima protesta. I dissenzienti si defilano, gli opinionisti si autocensurano. (Giorgio Bocca,op. cit., p. 223).

L’atteggiamento dei media sull’inchiesta 7 Aprile – tanto più unanimemente colpevolista e mitomaniaco quanto meno convincente appare l’impianto dell’accusa – è la logica conclusione di quello tenuto durante i giorni della “fermezza”. Calogero annuncia di aver scoperto i mandanti non solo del sequestro Moro, ma di tutte le azioni armate e sovversive del decennio, quindi inizia un grande rito purificatorio: le iniquità dello “stato democratico”, la sua natura di classe, le sue politiche repressive e criminogene, tutto viene ri-legittimato e giustificato da questa scoperta, e riversato per transfert sulle teste dell’Autonomia Operaia; poi, per mano di una casta di giudici-sacerdoti, gli autonomi finiscono in galera o in esilio, e con loro viene nascosto o allontanato il male.
I media omologati sulla linea della “solidarietà nazionale” toccano il nadir della libertà di stampa, e proprio come nella magistratura i più accaniti inquisitori sono quei magistrati “di sinistra” che avevano indagato sulle “trame nere”, così nella stampa i giornalisti più forcaioli e plus royalistes que le roi sono quelli di testate come “l’Unità”, “La Repubblica” e “Paese sera”:

…il compromesso storico, – questo ipocrita termidoro, questo momentaneo trionfo di un giacobinismo di destra con le sue urgenze di salute pubblica e di politica di emergenza come unica base di legittimità, con la necessità di costruire capri espiatori e di produrre autoesaltazione statualistica e patriottarda – il compromesso storico determinò una situazione di tale unanimismo irrazionale che anche gente solitamente garbata e critica cadde nel trabocchetto. La ristrutturazione della stampa si impose, oltre che attraverso modificazioni di capitale e ristrutturazioni tecnologiche, soprattutto assorbendo e riplasmando, in funzione di potere, tecniche ed esperienze alternative: tutto fagocitando e a tutto togliendo l’anima. (Toni Negri, postilla a: Crupi, op. cit., p.164).

Agli inquirenti si presenta un teste che afferma di aver visto Toni Negri mentre il 16/3/1978 si allontava da via Fani (!). Tale inverosimile deposizione viene subito coperta da “l’Unità” che titola, senza spiegare su cosa sia basata tale lapidaria sentenza: “Non è un mitomane il teste che accusa Negri”.
Un cronista del Tg2 ricorda che Moro, nella sua prima lettera dalla “prigione del popolo”, scrisse di trovarsi “sotto un dominio pieno ed incontrollato”, e ipotizza che fosse un riferimento in codice al libro di Negri Il dominio e il sabotaggio.
Verità indiscutibili: Negri è ubiquo, è il capo dei capi, è in combutta con tutti. E mi e ti e Toni…
I media stimolano e amplificano la voglia di protagonismo dei magistrati: interviste a nastro continuo, fughe di notizie, annunci sensazionali di nuovi filoni d’indagine… La dittatura della praesumptio culpae diviene show da mattatori. Come scrive l’avv. Gaetano Insolera:

[Il] rapporto con l’opinione pubblica era delegato fino a poco tempo fa all’esecutivo e ai rappresentanti dell’esecutivo. La velina era della Questura. La conferenza stampa era svolta dai funzionari della polizia. Oggi, invece, è gestita in prima persona dal magistrato. In relazione al quale il processo viene reiteratamente, insistentemente personalizzato. Così i processi significativi […] vengono costruiti su una figura di protagonista, che è il magistrato, sia esso pubblico ministero o giudice istruttore; il quale tiene attraverso una serie di canali rapporti con la stampa e si fa veicolo – e sostanzialmente quindi anche il processo lo diviene – di precise motivazioni e finalità politiche, dentro il processo. E’ in tal modo che un’indagine giudiziaria può divenire in questo contesto spettacolare, una pedina nella lotta politica. (Gaetano Insolera, Il processo penale tra spettacolarizzazione e protagonismo politico del giudice, in “Critica del diritto” n.21-22, aprile-settembre 1981, p.31).

La comunicazione giudiziaria, che era nata come strumento di garanzia per l’imputato, perde tale caratteristica e diventa funzione dello spettacolo, così come il mandato di cattura, le perquisizioni etc. Lo spettacolo, che prima era tipico della fase del dibattimento, adesso comincia con l’istruttoria, anzi la precede e la condiziona. L’istruttoria diventa il fulcro dello spettacolo.
Scontate ma innegabili le similitudini col maccartismo; come scrive Andrea Barbato:

Alcuni caratteri del nascente maccartismo: affermare con sicurezza e autorità, nel momento giusto, davanti a una platea ben predisposta, qualcosa di falso travestito da documento inconfutabile… E se, oltre che falso, è ingiusto e accusatorio, può avere lo stesso peso e lo stesso effetto di una verità. Il messaggio è atteso, e perciò è letto come autentico e legittimo. E la sua precisione, pur tutta inventata e artificiale, ne è una specie di prova interna […] [McCarthy] lanciava accuse così gravi (giunse a dire che Truman era nelle mani dei sovietici) che ogni risposta sembrava pallida, imbarazzata, reticente. La verità suona sempre su un’ottava più bassa della falsità. Per chi entrava in questa spirale verbale, non c’era più scampo. Anche perché “you can’t unscramble eggs”, non si può tornare alle uova intere quando la frittata è fatta […]…la “menzogna multipla”. E cioè una serie di bugie legate fra loro fino a formare una catena di apparente coerenza, anche se appesa nel vuoto. Se parto dalla calunnia verso un funzionario definito traditore, i passaggi successivi sono facili e logici: l’ufficio di quel funzionario sarà infestato da agenti nemici, i documenti che ne escono sono antipatriottici, chi li fa uscire è una spia, chi non stana le spie è un agente nemico. (Andrea Barbato, Come si manipola l’informazione. Il maccartismo e il ruolo dei media, Editori Riuniti, Roma 1996, p.5 passim)

Tutto ciò suonerà incredibilmente familiare a chi abbia ancora nelle orecchie la propaganda su Mani Pulite e sulla “uscita da Tangentopoli”. Tra i due eventi c’è lo spartiacque del “nuovo” codice di procedura penale, ma l’acqua è la stessa, fetida e melmosa.

 

***

Dopo il primo verbale fu tutto un viavai di magistrati intorno a me, come in un formicaio: venivano da tutta Italia, con le loro cartellette e la loro aria seria e ansiosa per raccogliere informazioni utili a combattere il terrorismo nelle rispettive città. E spesso andavano via felici, perché raschia e raschia, fra le loro e le mie notizie, qualcosa veniva fuori per tutti.
Patrizio Peci, p.202

Oltre all’art.4 della legge Cossiga, arriva la “legge sui pentiti” (legge n.304 del 29/5/1982). E’ ufficializzata la pentitocrazia, ma già da due anni la storia delle lotte sociali post-Autunno Caldo viene riscritta da infami e delatori. Una storia sintomatica, da Demoni dostoevskiani, è quella di Marco Barbone, fondatore della sedicente Brigata XXVIII Marzo, assassino del giornalista Walter Tobagi. Viene arrestato a Milano nel settembre 1980; gli viene contestato solo un paio di rapine, ma decide di vuotare il sacco su tutto e su tutti, se necessario inventandosi il contenuto lì per lì.

Ricordiamo che Marco Barbone uscì dalla redazione di Rosso perché intenzionato a scegliere la clandestinità e a praticare la lotta armata a livelli sempre più alti. Una scelta non condivisa da Toni Negri e altri redattori. Ai giudici, invece, il “nostro” racconta che furono le letture, le indicazioni e i consigli di Negri e di altri cattivi maestri a mettergli le armi in mano. Una rimozione perfettamente in linea con la struttura mentale di un ragazzotto che decide, e, in quattro e quattr’otto, ammazza un giornalista solo perché questi parlava male della lotta armata e ne ferisce un altro alle gambe per la stessa ragione. Poi cambia registro, si arruola nell’esercito opposto, riscrive un po’ di anni di storia, snocciola nomi su nomi che solerti funzionari di partito in toga inseriscono negli spazi bianchi di mandati di cattura già pronti (F.C., Superprocesso spettacolo a Milano?, in “CONTROinformazione” n.21, Milano, dicembre 1981).

Le conseguenze dell’infamia dei vari Barbone sullo svolgimento dei processi e sulla vita nelle carceri sono devastanti. Chi non si “pente” non ha diritto alla difesa, anzi: se il suo avvocato non cerca di convincerlo diventa anch’egli un fiancheggiatore, per traslazione un terrorista tout court, e va in galera col suo assistito.
Le intimidazioni e gli attacchi agli avvocati difensori sono iniziati diversi anni prima, con le inchieste-pilota avviate dopo il ritrovamento del covo Br di Robbiano, nel 1975. Ma si trattava di episodi che riguardavano solo indirettamente la loro attività professionale. Al contrario, il “caso Senese” rivela nuovi tratti del progetto repressivo, e annuncia la fine dell’immunità del difensore.
L’avvocato Saverio Senese viene arrestato e incarcerato a Napoli il 2/5/1977, con l’accusa di partecipazione a banda armata. Senese è difensore di alcuni imputati di appartenenza ai Nuclei Armati Proletari. Non ha mai mostrato di condividere le posizioni politiche dei suoi assistiti, che infatti hanno espresso diffidenza nei suoi confronti e gli revocheranno il mandato prima del processo. Che basi ha l’accusa? In un covo dei Nap scoperto a Roma, gli inquirenti hanno trovato alcuni appunti sulla necessità di mantenere il collegamento tra i nappisti detenuti e quelli a piede libero. Secondo l’accusa, chi meglio di Senese potrebbe svolgere questo ruolo? Tale conclusione non è supportata da alcun indizio; anzi, un documento dei Nap esprime la più profonda sfiducia nei confronti di Senese. Ma è il precedente che il nuovo Sant’Uffizio aspettava da tempo: d’ora in avanti l’attività del difensore potrà essere interpretata come oggettiva complicità con gli imputati.
Nel maggio ’79 si svolge il processo di primo grado; Senese è ad un tempo imputato e difensore (dell’unica nappista che ha accettato la difesa). Lo stesso Pm ne chiede l’assoluzione per insufficienza di prove, ma la Corte d’Assise lo condanna a quattro anni di reclusione.
Il 12/5/1977 si muove la procura di Milano: vanno in galera Sergio Spazzali, uno degli avvocati già perseguiti nel ’75, e il suo collega Giovanni Cappelli. Giovanni Picariello, ex-assistito di Spazzali, sostiene d’essere stato da lui istigato a non rientrare in carcere dopo un permesso. Ovviamente non ci sono riscontri oggettivi, ma il punto è un altro: nel mandato di cattura c’è scritto che Spazzali fa parte del Soccorso Rosso Milanese, che opera (corsivo nostro:)

fornendo a pregiudicati ed evasi il pieno appoggio, attivandosi a fornir loro rifugio e assistenza, fornendo ad essi incondizionato e pubblico consenso e plauso ed assidua assistenza legale, al fine d’intralciare l’opera della giustizia e di difendere non già la loro innocenza, ma sostenere il loro operato.

In realtà Spazzali fa parte del Soccorso Rosso Militante di Franca Rame, organizzazione perfettamente lecita che cerca di tutelare il diritto di difesa e monitorare le condizioni di carcerazione dei compagni e non solo.
Anche Cappelli è tirato in ballo da Picariello: avrebbe passato informazioni riservate a un suo cliente, Giovanni Pancino, accusato di associazione sovversiva. Per la solita miracolosa traslazione, anche Cappelli viene accusato dello stesso reato, cioè di far parte di “un’organizzazione denominata Autonomia Operaia”. Tutto ciò è talmente inconsistente che i due avvocati vengono scarcerati entro l’agosto successivo, senza alcun rinvio a giudizio. Ma il rinvio c’è per Spazzali, ora accusato, con tipica “torsione” inquisitoria, di essere addirittura il fondatore del Soccorso Rosso Milanese.
Nell’aprile 1980 Spazzali viene di nuovo tirato in ballo da un ex-cliente, nientepopodimeno che Patrizio Peci: Peci avrebbe appreso da Riccardo Dura (nel frattempo ucciso in via Fracchia), il quale lo avrebbe a sua volta appreso da Lauro Azzolini, che una volta Spazzali avrebbe consegnato un suo messaggio dal carcere alle Br. Quale messaggio? “Cambiate le chiavi delle sedi perché ne è stata scoperta una”. Come se gente che sta in clandestinità da anni non ci arrivasse da sola! Oltre a essere una informazione di terza mano, è anche scarsamente verosimile. Azzolini si dichiara prigioniero politico, quindi non risponde agli interrogatori, nemmeno per smentire le chiamate di correo di Peci.
Il 19 aprile Spazzali torna in galera. Trascorre 14 mesi nelle carceri speciali, finché la Corte d’Assise di Torino non lo assolve per non aver commesso il fatto (17/6/1981). La procura chiede l’appello, e il 20/3/1982 Spazzali viene condannato a quattro anni.

Ma, questo prego di notarlo…, neppure la Corte di Assise d’Appello… ha potuto dire che Sergio fosse partecipe, un membro delle Brigate Rosse, anzi, ha detto espressamente: “Non abbiamo nessuna prova che Sergio Spazzali faccia parte dell’organizzazione Brigate Rosse”. Allora hanno inventato una formula assolutamente stravagante, insensata sul piano giuridico…, per cui la condanna è stata inflitta per “concorso in partecipazione” alle Brigate Rosse…, che vorrebbe dire che Sergio avrebbe aiutato qualcun altro a svolgere la sua attività di brigatista rosso. (Gilberto Vitale, in: Sergio Spazzali, Chi vivrà vedrà. Scritti 1975-1992, Calusca-City Lights, Milano 1996, p. 21)

Nel 1991, meglio tardi che mai, Azzolini rilascerà una dichiarazione scritta all’Avv. Gilberto Vitale, difensore di Spazzali, in cui scagiona quest’ultimo, ma la Corte d’Appello di Torino si rifiuterà di riaprire il processo.
Nel frattempo tutto s’ingarbuglia: il 2/5/1980 viene arrestato l’avv. Gabriele Fuga. Al solito, a coinvolgerlo è stato un suo ex-difeso, Enrico Paghera (ribattezzato “Pagherà” dal movimento milanese). Paghera accusa Fuga di far parte della banda armata Azione Rivoluzionaria. Sembra non contare il fatto che Paghera abbia già denunciato persone poi scagionate in toto: Fuga deve scontare 15 mesi di carcere preventivo prima che l’accusa crolli in dibattimento. Il 20 maggio tocca ad un altro “avvocato compagno”, Rocco Ventre. I lettori avranno già indovinato: è stato un suo ex difeso a fare il suo nome, tale Marino Pallotto. Ventre avrebbe passato a Pallotto informazioni riservate (un provvedimento d’intercettazione telefonica a suo carico), quindi viene imputato di favoreggiamento personale. Che senso ha accusare un difensore di aver favorito un suo difeso?
Nei mesi successivi continuano le intimidazioni: vengono perquisiti studi legali, partono nuove comunicazioni giudiziarie e un mandato di cattura contro il difensore di Fuga, l’avv. Luigi Zezza, accusato di “partecipazione a banda armata con funzioni organizzative” (16/1/1981). Zezza è sospettato di svolgere un ruolo analogo a quello contestato a Senese quattro anni prima. Un altro mandato di cattura, e per lo stesso motivo, raggiunge Giovanni Cappelli. Il nome di entrambi è stato fatto da Marco Barbone. Il particolare divertente è che, da pochi mesi, Cappelli ha smesso di esercitare e si è unito agli Arancioni di Osho.
Il 27/5/1983 Sergio Spazzali viene condannato anche per la vicenda del Soccorso Rosso. La sentenza della III Corte d’Assise di Milano fa tesoro delle “preziose” acquisizioni giuridiche del 7 Aprile:

La prova non c’era, però la si è trovata lo stesso e con questo ragionamento: [Spazzali] non poteva non essere organizzatore del Soccorso Rosso Milanese illegale, data la sua preparazione teorica determinante, non poteva non avere “compiti di organizzazione”, perché questi “erano confacenti al suo livello ideologico culturale e all’intensità dell’impegno universalmente noto”. In altre parole, siccome era uno molto colto e molto impegnato, non si poteva pensare che fosse un semplice partecipante a questa associazione sovversiva: per forza doveva essere stato un organizzatore. E questo è bastato per far scattare l’altro comma dell’art.270, quello dell’organizzazione, e quindi per fargli infliggere tre anni e sei mesi di carcere. Io devo dire che questa sentenza…, anche se la pena non è delle più gravi, è, secondo me, uno dei documenti giudiziari più vergognosi che io conosca. (Ibidem, p. 23)

L’incriminazione e l’arresto degli avvocati non sono una reazione all’incrudelirsi della lotta armata, bensì l’ultimo stadio di una tendenza già implicita nel sistema inquisitorio e accentuatasi con le leggi speciali: la negazione del diritto di difesa (al solito, in spregio della Costituzione, che all’art.24, comma II, dice: “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”).

Un diverso uso dello strumento giudiziario praticato dalla difesa tramite i “compagni avvocati” produsse un sovvertimento rivoluzionario delle regole del gioco che fu rimediato man mano con l’emarginazione sostanziale e formale del gioco stesso. La forza della difesa non era mai stata il dibattimento, nel quale si discute delle prove che un altro giudice ha raccolto. La forma inquisitoria infatti anticipa all’istruttoria il rapporto accusa-difesa ed in termini del tutto svantaggiosi ed emarginati per quest’ultima. Il solo punto fermo che poteva valere era l’assistenza all’interrogatorio, che progressivamente è stata tolta del tutto sia di diritto che di fatto. Ben si sa di gente chiusa nelle Caserme dei Cc per oltre 40 giorni. (Avv. Luigi Zezza, Stato di diritto, forma-stato, processo politico, in: “Controinformazione” n.19, p. 27).

Col “decreto Moro” è stato introdotto l’art. 225bis cpp, che “nei casi d’assoluta urgenza e al solo scopo di perseguire le indagini in ordine ai reati di cui all’art. 165ter” (cioè connessi ad attività mafiose e terroristiche) consente l’interrogatorio di polizia (nascosto dietro la dicitura “assunzione di sommarie informazioni”) in assenza del difensore. Le informazioni così raccolte non hanno alcun valore giuridico, e il difensore non avrà modo di sapere cos’abbia detto il suo assistito né che conseguenze si siano prodotte. La “legge Cossiga” ha esteso tale procedura a chi è semplicemente “sospettato” di tali reati. Anche l’allungamento della carcerazione preventiva si configura come pena anticipata, pena in assenza di giudizio, che sminuisce l’importanza del dibattimento e quindi della difesa.

Il rito processuale non è… un momento di socializzazione della conoscenza e di formazione di un giudizio collettivo. È invece un momento di spettacolarizzazione di una “vendetta”, che per essere legittima, deve essere attuata nei confronti di mostri o di pazzi criminali.
Il giudizio è già dato “altrove”: gli imputati sono già definiti e catalogati; la loro pericolosità e la loro estraneità al corpo sociale – costantemente ribadita dai mass-media – si materializza nelle gabbie in cui sono rinchiusi, e che trasformano l’aula giudiziaria del processo in un prolungamento del carcere.
Così, se il giudizio è già dato altrove, non ha senso la presenza del pubblico: il mito “liberale” della pubblicità dell’udienza svanisce, colpito dalla pratica delle schedature, dalla pratica delle oltraggiose perquisizioni corporali cui è sottoposto chi vuole presenziare all’udienza.
E, allora, neppure ha più senso la presenza attiva del difensore, che è infatti privato della possibilità di mantenere un valido contatto con il proprio difeso: la corrispondenza è sottoposta a censura, il colloquio in carcere avviene con il vetro divisorio (e quindi con possibile controllo uditivo), in aula l’avvocato è tenuto a metri di distanza dalle gabbie da transenne e, fra difensore e difeso, stazionano i carabinieri. Se poi l’imputato vuole consegnare all’avvocato i propri appunti difensivi, questi vengono prima diligentemente fotocopiati dai carabinieri. (Avv. Pelazza, Frammenti…, p.XXXVI)

L’emergenza ha introdotto un linguaggio mediatico-giudiziale nel quale trionfa il “modello cattolico”. Se un delatore viene universalmente definito “pentito”, ciò non lascia il tempo che trova. La parola “pentimento” rimanda all’idea di peccato e comunque a una sfera spirituale, all’interiorità, al tempo assolutamente soggettivo dei ripensamenti e dei rimorsi. L’enunciato anticipa la molecolarità delle emergenze a venire, ma pochi sembrano intuirlo, perché lo scontro è ancora in gran parte molare, politico in senso stretto, macro-ideologico.

Chi difende la legge sui pentiti invocando lo stato di necessità dice: le preoccupazioni dei garantisti sono ipocrite, questi metodi di persuasione sono in uso presso tutte le polizie. Un modo di ragionare rozzo che ignora la sostanza di uno stato di diritto. Lo stato di diritto non è la morale assoluta, l’osservanza rigorosa delle leggi in ogni circostanza, ma è la distinzione e il controllo reciproco delle funzioni. […] se si accetta con la legge sui pentiti e simili che giudice e poliziotto siano la stessa cosa, quale controllo sarà possibile? Ma, si dice, la legge sui pentiti è stata efficace, ha ottenuto centinaia di arresti e la fine del terrorismo. Questo è scambiare gli effetti per la causa: non sono i pentiti che hanno sconfitto il terrorismo, ma è la sconfitta del terrorismo che ha creato i pentiti. Comunque, anche a concedere che la legge sia stata efficace, ci si dovrebbe chiedere se essa ha giovato o meno a quel bene supremo di una società democratica che è il sistema delle garanzie. La risposta è che i danni sono stati superiori ai vantaggi, anche se un’opinione pubblica indifferente al tema delle garanzie, fino al giorno in cui non è direttamente, personalmente colpita, finge di non accorgersene. Sta di fatto che una notevole parte della magistratura inquirente si è lasciata sedurre dai risultati facili e clamorosi del pentitismo, ha preso per oro colato le dichiarazioni dei pentiti sino a capovolgere il fondamento del diritto, le prove sono state sostituite con i sentito dire. Grandi processi sono stati imbastiti sulle dichiarazioni dei pentiti, centinaia di arresti fatti prima di raccogliere le prove. (Giorgio Bocca, p.285)

Tra breve si verificherà lo slittamento del pentitismo dalla lotta contro l’eversione a quella contro il crimine organizzato, con risultati devastanti.

 

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Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 6. Dal “Teorema Calogero” al “delitto di difesa” was last modified: Febbraio 4th, 2015 by glianni70.it

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C’ era una spia in Lotta Continua ma non parlò mai di Calabresi

C' era una spia in Lotta Continua ma non parlò mai di CalabresiC’ era una spia in Lotta Continua ma non parlò mai di Calabresi

Tra il dicembre del 1970 e il settembre del 1972 – e cioè prima e dopo l’ omicidio del commissario Luigi Calabresi – il servizio segreto militare dell’ epoca, il Sid, disponeva di un affidabilissimo spione nel vertice milanese di Lotta Continua. “Como”, questo era il suo nome in codice, partecipava a riunioni su argomenti molto delicati, conosceva leader come Giorgio Pietrostefani e Mauro Rostagno e tutti i dirigenti delle lotte operaie alla Pirelli-Bicocca dove, con tutta probabilità, lavorava. Un informatore preciso, un osservatore attento, capace di cogliere e segnalare tempestivamente l’ intera attività della sinistra extraparlamentare: dai primi vagiti delle Brigate rosse alle azioni dei Comitati unitari di base. Un solo tema, curiosamente, è ignorato nelle ventisette informative che il Sismi ha inviato alla magistratura milanese, proprio quello più importante: l’ omicidio Calabresi.Probabilmente è per questo che della fonte “Como” non c’ è traccia in alcuna delle indagini sull’ assassinio del commissario. Né in quelle degli anni ‘ 70, né in quelle svolte dopo l’ arresto di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Nemmeno nei fascicoli, ancora aperti, dell’ inchiesta-stralcio condotta dal sostituto procuratore Massimo Meroni. Peccato, perché se “Como” fosse stato individuato e interrogato tempestivamente, avrebbe potuto dire cose molto interessanti. Oggi ne dice solo una, ma chiara e allarmante: sull’ omicidio Calabresi sono state svolte inchieste scollegate, settoriali, e “a tesi”: i nuovi elementi che contraddicevano la pista più “alla moda” in un certo momento storico, venivano – e a quanto pare vengono ancora – accantonati. E’ questa, del resto, la ricetta classica che ha prodotto la pozione velenosa dei “misteri d’ Italia”.Ma in questo caso c’ è un ingrediente in più, dal sapore speciale, resistente: s’ avverte all’ inizio degli anni ‘ 70 ma perdura, come un retrogusto sgradevole, fino alla fine degli anni ‘ 80, quando Leonardo Marino decide di pentirsi davanti ai carabinieri della “Pastrengo”, gli stessi che – tramite il centro di controspionaggio di Milano – vent’ anni prima avevano gestito la preziosa “fonte interna”.Le informative hanno giaciuto fino al 1993 negli archivi romani del Sismi, il servizio segreto che nel 1977 ereditò l’ intera produzione del Sid. Nel giugno di quell’ anno, il giudice istruttore milanese Guido Salvini, (che stava indagando su vicende del tutto diverse: l’ eversione neofascista) chiese alla direzione del servizio segreto la trasmissione di “tutto il materiale prodotto” da una serie di fonti riservate nelle quali si era imbattuto. Per il giudice era quasi una operazione di routine, resa possibile dall’ ottimo rapporto di collaborazione instaurato col Sismi. Una operazione, a volte, improduttiva: le richieste, infatti, venivano avanzate “al buio”, senza conoscere il settore di attività della fonte. E, nel verminaio di quegli anni, non era raro che le fonti sull’ estrema destra incrociassero quelle sull’ estrema sinistra. Quando il fascicolo “Como” arriva nel suo ufficio, Salvini s’ accorge rapidamente che quel materiale non è utile alla sua inchiesta. Lo mette da parte.”Repubblica” ha recuperato l’ intera produzione di “Como” e l’ ha mostrata a una quindicina di persone: ex dirigenti di Lotta Continua (Giorgio Albonetti, Luigi Manconi, Sergio Saviori), ex leader operai della Pirelli-Bicocca (Mario Mosca, tra i tanti), ex brigatisti come Alberto Franceschini. Con varie sfumature, tutti hanno concordato sul fatto che le carte prodotte dalla fonte non possono essere il frutto di un lavoro a tavolino: quelle riunioni effettivamente si svolsero, le persone citate nei documenti (anche marginali, note in cerchie molto ristrette) in quegli anni facevano effettivamente parte dei gruppi di estrema sinistra. Raffaello De Mori, per esempio: anni dopo sarebbe stato indicato da Renato Curcio come una sorta di padre spirituale, “Como” lo individua fin dal 1971 come vicino alle Br. Tutti i testimoni dell’ epoca sono rimasti piuttosto sorpresi per l’ assenza di notizie sul caso Calabresi. L’ unica traccia della vicenda è in poche righe di accompagnamento (datate settembre 1972) a due documenti del dibattito interno a Lotta Continua che “Como” fa avere al Servizio: “La fonte informa – annota l’ agente incaricato di tenere i contatti – che le due relazioni non hanno trovato consensi in quanto non lascerebbero sufficiente spazio di manovra alle bande rivoluzionarie armate”. “Como”, come si vede, era ben tarato sui sintomi eversivi, però tace sul più grave tra i fatti di eversione accaduti nel corso della sua attività di spia. “Sarebbe molto strana – commenta il sostituto procuratore Massimo Meroni – la mancata attivazione di una fonte di tale livello in presenza di un evento tanto grave”. L’ uso del condizionale nasce dal fatto che il pm Meroni ha appena saputo dal cronista dell’ esistenza di “Como”.Se, come comunicò il Sismi a Salvini quando nel ‘ 93 accolse la richiesta di trasmissione, le ventisette informative sono veramente “tutta” la produzione, si deve immaginare che sia accaduto questo: il 19 maggio del 1972 viene ucciso il commissario Calabresi. Immediatamente i sospetti cadono su Lotta Continua (anzi, come oggi ricorda Libero Riccardelli, titolare delle prime indagini sul delitto, “erano proprio i carabinieri della ‘ Pastrengo’ a spingere verso quella pista”) ma il controspionaggio di Milano, cioè gli stessi carabinieri, non attiva la fonteUn comportamento inspiegabile. Ed è stato proprio Salvini a porre l’ interrogativo più inquietante. L’ ha fatto a metà dello scorso gennaio, durante il dibattito pubblico nel corso del quale parlò per la prima volta (ma rispetto a uno solo dei ventisette documenti e indicando un diverso nome in codice) di questo infiltrato: “Viene il dubbio – osservò – che certe azioni siano state materialmente compiute dai militanti ma che alle spalle ci fossero interessi ben diversi”. In parole povere: secondo il giudice milanese, l’ infiltrato non ha detto nulla del delitto perché sapeva che il Servizio non era contrario a che fosse commesso. Un agente provocatore. D’ altra parte “Como”, in una delle informative, riferisce di essersi comportato come tale: “Io appoggio la mozione”, fa sapere a proposito dell’ intervento di un delegato di Bologna che aveva sostenuto la necessità che L.C. entrasse in clandestinità.L’ ipotesi di un movente istituzionale nell’ omicidio Calabresi non è nuova. E’ una delle piste eterne, che ciclicamente ritornano, e che mai sono state seriamente coltivate. Di certo, dopo tanto tempo, le carte prodotte da “Como” non sono sufficienti ad accreditarla. La brusca interruzione della sequenza delle informative può essere spiegata in modo più banale: che il Sismi (tradendo la “lealtà” di cui Salvini dà atto nelle prime pagine della sua sentenza-ordinanza contro i neofascisti) abbia tenuto per sè una parte della documentazione. Questo proprio quando, dall’ inchiesta sui neofascisti milanesi, emergevano nuovi elementi sulle deviazioni della “Pastrengo” negli anni ‘ 70.Un’ omissione dolosa o un errore? Chissà. Che la produzione di un infiltrato nel vertice di Lotta Continua potesse avere qualche importanza nelle indagini sull’ omicidio Calabresi, non poteva sfuggire né al Sismi né ai carabinieri. Se non altro perché il generale Umberto Bonaventura, l’ uomo che nel 1988 raccolse la confessione di Leonardo Marino, entrò nella “Pastrengo” nel marzo del 1972, quando “Como” era ancora in attività. Ed era al Sismi di Roma quando le carte dell’ informatore furono inviate alla magistratura.C’ è una sola persona che può chiarire il mistero, ed è lo stesso “Como”. “Ma – dice il sostituto Meroni – quella per l’ omicidio Calabresi non è una indagine su un reato di strage, perciò il Sismi, se chiedessi di rivelare l’ identità della fonte, potrebbe validamente opporre il segreto di Stato”. Forse val la pena di tentare comunque: l’ opposizione del segreto di Stato sull’ identità della fonte “Como” sarebbe già una risposta.

GIOVANNI MARIA BELLU

C’ era una spia in Lotta Continua ma non parlò mai di Calabresi was last modified: Gennaio 11th, 2015 by glianni70.it

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Processo Metropoli

METROPOLIProcesso Metropoli

01. Nota introduttiva

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI ASSISE DI ROMA
(16 maggio 1986)

DELLA SENTENZA DEL PROCESSO “METROPOLI”

Presidente: Dott. SEVERINO SANTIAPICHI;
Giudice: Dott. FERNANDO ATTOLICO;
Pubblico Ministero: Dott. ANTONIO MARINI;
Segretario: Pietro DI GIOVANNANTONIO.

Giudici popolari:
Sig. MAUR0 BONAVENTURA;
Sig. ENRICO GIARE;
Sig. ANTONIO POCHESCI;
Sig. MARINO CECCARINI;
Sig. GUALTIERO RONDINARA;
Sig. MAURO DI BARTOLOMEIS.

SENTENZA contro:
1) PIPERNO FRANCESCO nato a Catanzaro il 5.1.1942
res. Campo dei Fiori n. 42 Roma.
LATITANTE CONTUMACE

2) PACE LANFRANCO nato a Fagnano Alto il 1.1.1947
res, via Pisa n. 20 Roma
LATITANTE CONTUMACE

E altri

Il processo “Metropoli” si apre il 26 giugno 1986, preparato da una istruttoria del giudice Amato lunga 1018 pagine e presentata il 31 marzo 1981. Il processo si occupa sostanzialmente dei rapporti tra il progetto della rivista “Metropoli” e alcuni suoi redattori, in particolare Pace e Piperno, con l’organizzazione Brigate Rosse, ipotizzando quindi che tra Potere Operaio – di cui i due erano stati leader -, Autonomia Operaia e BR vi fosse una connessione stretta, anzi un tentativo di unificazione di tutte le formazioni armate.
Il ruolo svolto da Piperno e Pace durante il sequestro Moro, i contatti con i socialisti e con Morucci, il tentativo di trovare una mediazione per la trattativa, venivano interpretati, sebbene note le differenze, come un accordo e un tentativo di sovvertire lo Stato. Le ‘prove’ stavano negli articoli scritti sulla rivista e su pubblicazioni ad essa connesse.
Il 9 febbraio 1984 il giudice Imposimato aveva completato una seconda istruttoria sul “caso Metropoli”. Attraverso dichiarazioni di pentiti l giudice era convinto di poter dimostrare che Piperno e Pace erano stati tra i promotori del sequestro Moro, che avevano agito per costringere lo Stato a cedere al ricatto delle BR, e che intendessero egemonizzare tutte le organizzazioni armate.
Il processo entra nella fase dibattimentale solo nell’autunno del 1986, presidente Severino Santiapichi. I testimoni, Morucci, Franceschini, Azzolini, Bonisoli, Faranda, i pentiti Savasta e Fioroni, il giornalista Bocca, vennero ascoltati fino alla primavera del 1987. Alcuni continuarono a spiegare la storia delle Brigate Rosse e il rapporto che essi avevano con i “teorici” del movimento, altri parlarono delle loro conoscenze su Pace e Piperno e sui loro tentativi durante il sequestro.
Il 21 luglio 1987 la Corte emise la sentenza. Dall’iniziale accusa di responsabilita’ penale per la morte dei membri della scorta di Moro, si arrivo’, criticando la requisitoria per esagerazioni e carenze, ad una condanna per attivita’ sovversive. Gli ‘atti specifici’ non dimostravano in alcun modo una connessione tra il progetto “Metropoli” e le Brigate Rosse.

02. Progetto “Metropoli”

Nell’abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99 e presso la sede della Cooperativa “Linea di Condotta”, editrice della rivista “Metropoli”, di “Pre-print” venivano rinvenute due fotocopie di un “promemoria per la discussione sul giornale” datato 10 marzo 1977, contenente numerose correzioni manoscritte.
Nel documento si sosteneva la necessità di guardare oltre l’autonomia e anche di “progettare oltre il potere”, per poi tornare al potere operaio come determinazione di una “grande tattica” del più generale processo strategico di “liberazione comunista”, aggiungendo che “il giornale deve essere interno al movimento, e per questo è necessario che si realizzi un accordo politico tra il più largo numero di organismi, frazioni a gruppi che compongono l’autonomia operaia”.
Distinta l’autonomia in “organizzata” e “diffusa”, si forniva una precisa definizione “dell’autonomia organizzata” intesa come “insieme di frazioni comuniste rivoluzionarie che si collocano all’interno di alcune discriminanti di fondo che hanno una molteplicità di forme; dall’organizzazione formale complessa ad una rete coordinata e centralizzata di comitati, al gruppo combattente”.
“Elemento comune è l’internità delle frazioni ai contenuti strategici dell’autonomia di classe come fondamento della prospettiva comunista del progetto rivoluzionario”
Al finanziamento del giornale avrebbero provveduto le componenti rappresente nella redazione.
L’accordo politico fra il più largo numero di organismi, frazioni e gruppi organizzati doveva “concretizzarsi “in una forma di cooperazione effettiva , (dunque, non solo di solidarietà e appoggio) sul terreno del finanziamento iniziale del progetto e dell’impegno di compagni” (nel lavoro redazionale, e in quello “a monte” e “a valle” di esso).
L’iniziativa si attuava con l’uscita della Rivista Metropoli e del suo supplemento “Pre-print”.
Vi prestavano la loro opera come “redattori”, Piperno, Pace, Scalzone, Zagato, Maesano, Virno, Castellano e De Feo.
Il tenore di molti articoli (inneggianti alla lotta armata, all’uso della violenza per disarticolare il sistema e “allargare le crepe” apertasi “nel cuore dello Stato”, legittimava a ritenere che “la funzione speculare” sia di “Metropoli” che di “Pre-print” fosse quella di “diffondere” il programma antistituzionale, di sostenere, collegare, aggregare i più vari gruppi armati e non, che costituivano ed alimentavano in Italia la sovversione, la violenza politica a tutti i livelli, il terrorismo.
Basta soffermarsi su due degli scritti tra i più significativi.
Quello intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia” di Franco Piperno, in cui tra l’altro, è dato leggere:
“L’affare Moro ha segnato, infatti, per molti versi, il punto più alto e, ad un tempo, i limiti del terrorismo. Esso è oggi costretto a scegliere – o si fissa e, magari, si perfeziona come pratica separata popolar-giustizialista, con forme, tempi ed obiettivi quasi privati, per esempio insistendo sulla ossessiva tematica della scarcerazione dei prigionieri. In questo caso, come è già accaduto in altri paesi, il fenomeno della violenza politica finirà col collocarsi dentro la variegata casistica dell’insofferenze sociali nel tardo capitalismo – uno dei costi sociali che il dominio quotidianamente paga, o meglio, fa pagare per la propria sopravvivenza – oppure esso trapassa a forme di guerriglia in senso proprio – inseguendo consapevolmente un suo radicamento dentro la nuova spontaneità. Questo, però, comporta una profonda ristrutturazione dell’organizzazione militare, la cui capacità di durare ed estendersi viene affidata alle “complicità sociali” più che all’autosufficienza dell’organizzazione stessa.
Va da sé che un successo in questo piano comporterebbe un salto nella capacità offensiva della lotta armata”. “Non si può, infatti, dimenticare che “l’espropriazione della lotta” e dell’iniziativa di massa interviene laddove il movimento cozza contro ostacoli che non riesce a rimuovere con azioni adeguate”; e, inutilmente sazio del suo buon diritto, non si attrezza per imporlo; sicché la sua tensione si consuma in una vuota “coazione a ripetere”, che è solo prologo di impotenza e passività.
Ecco perché coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo 1977 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo rivoluzionario”.
E quello intitolato “Piazza Navona, cominciamo a discuterne” di Paolo Virno (n° 1 di “Metropoli”) in cui tra l’altro l’autore, nel rilevare come l’azione di Piazza Nicosia avesse segnato “un punto di svolta” “rispetto a tutta l’esperienza politico-militare delle B.R., via Fani inclusa”, nel senso “del passaggio, consapevolmente perseguito, da un modello operativo terroristico a uno guerrigliero” formulava riserve sulla congruità della nascente “forma-guerriglia” rispetto agli obiettivi da perseguire.
” (…) riferirsi in modo stringente alle qualità dei comportamenti sovversivi del lavoro vivo, potenziandone l’impatto e garantendone “le forze contrattuali”, l’iniziativa armata procede linearmente in un’opera di destabilizzazione del sistema dei partiti. L'”autonomia del politico” è, per così dire, il suo più vero presupposto. La D.C. non è colpita in quanto articolazione del rapporto di produzione, da esso diffusamente legittimata, ma come “superfetazione del Potere, come Partito borghese, come Macchina elettorale”.
A questo punto, osservava l’autore, come maggior efficacia politica avesse avuto “l’uccisione del padrone di casa Schittini”, pur avendo richiesto detta operazione “un impegno organizzativo assai minore rispetto a quello di Piazza Nicosia”.
In essa, in vero, era stato introdotto un “criterio di misura” dell’efficacia politica dell’azione armata, “unità di misura data, nel caso specifico, dal rafforzamento del movimento per la casa” e, più in generale, dalle conquiste materiali… economiche, normative, ottenute da strati proletari col concorso dell’iniziativa guerrigliera.
“Metropoli”, insomma, si presentava nel mondo dell’eversione, come un’organizzazione armata a livello nazionale facente capo a Piperno, Scalzone, Pace (v. dich. int. Enzo Pasini Gatti).
Dirà Marco Barbone (ud., 14/X/80) che l’interesse in lui suscitato da un articolo apparso sulla rivista “Pre-print” a firma di Oreste Scalzone sulla “unidimensionalità combattente delle microfrazioni organizzate”, in cui si adombrava l’ipotesi di una “possibile organizzazione, nella quale convivessero vari livelli, tra cui quello sociale delle lotte disgregate pubbliche e quello illegale… finalizzati alla destrutturazione dello Stato”, lo aveva spinto a contattare, “tramite un militante di Pio, qualcuno del giro di Metropoli”. Era stato così che aveva conosciuto il De Feo, da cui aveva appreso che in realtà la rivista “Metropoli” era la facciata legale dell’organizzazione, caratterizzata, altresì, da un livello illegale costituito da gruppi di persone che si proponevano di realizzare una serie di azioni armate incruente, quali rapine per autofinanziamenti o iniziative (…) inquadrabili in un progetto di liberazione dei detenuti da portare avanti.
Gli aveva, altresì, accennato il De Feo ad un traffico di armi.
Dopo qualche tempo, nel dicembre ’79, vi era stata una riunione in un Centro evangelico in Milano, cui avevano partecipato, su invito del De Feo, il Barbone e Daniele Laus, in rappresentanza di “Guerriglia Rossa”, presenti altre quattro persone componenti – a loro dire – “del nucleo di coordinamento di Metropoli”. In essa era stato proposto a Barbone e al suo gruppo di commettere alcune rapine per finanziare la rivista e far fronte alle esigenze economiche dei detenuti e, in definitiva, di entrare nella loro organizzazione.
Barbone e i suoi avevano colto l’occasione per rappresentare le necessità di arricchire e migliorare, il loro armamento e, a tal fine, non
avevano esitato a chiedere in prestito (ottenendoli) a “quelli di Metropoli” un mitra AK 47 Kalashinskov, una pistola cal. 9 e un revolver cal. 38. Dette armi erano state poi, da “guerriglia rossa” utilizzate per compiere rapine in banca – (v. dich. Barbone, (ud., 15.X.80).
Continuava il Barbone a proposito delle conversazioni avute con il De Feo:
“Io e il Laus gli facevamo presente che ci sembrava eccessivo il prezzo pagato da Metropoli per quel progetto, riferendoci ai numerosi arresti operati nell’ambito della redazione della rivista, dacché l’Autorità Giudiziaria aveva individuato questa quale organo del Partito armato”. “Intendevamo riferirci agli arresti di Virno, Castellano, Scalzone, Maesano, Piperno e Pace”. “La risposta del De Feo fu che in effetti il prezzo era stato alto ma che quello era il momento storico per tentare di realizzare, comunque, il loro progetto”.
A proposito delle “spaccature” della colonna romana delle B.R., con l’uscita di Morucci e Faranda, De Feo gli aveva confidato che da parte di “Metropoli” vi era stato un tentativo di mediazione tra i morucciani da un lato e le B.R. dall’altro. Un esponente di “Metropoli” si era incontrato in un bar romano con rappresentanti delle B.R. che per suo tramite avevano cercato di ottenere la restituzione delle armi che Morucci “scorrettamente” si era portato con sé.
Costui, avendo mostrato di tergiversare, sarebbe stato minacciato dal brigatista.
Da quei discorsi – proseguiva Barbone – “argomentammo che il gruppo di Metropoli, approfittando ed inserendosi in processi di disgregazione o ricomposizione organizzativa in atto sia nelle B.R. che in P.L. avesse tentato di porsi come gruppo egemone dell’una e dell’altra struttura, sia pure a livello solo ideologico.
Di tal ché si era reso evidente che “Minervino, De Feo e gli altri di “Metropoli” costituivano “solo l’appendice milanese (e probabilmente non l’esaurivano) di un più vasto progetto di cui gli stessi… avevano parlato e che era portato avanti, ed era stato promosso, da persone importanti quali, appunto, i redattori arrestati nell’inchiesta romana”
De Feo – precisava ulteriormente Barbone nell’interrogatorio reso al P.M. di Padova il 19.5.1981 “parlava del giornale “Metropoli” come di un laboratorio politico di definizione delle nuove linee del programma sovversivo.
…Sull’Autonomia e come punto di riferimento di una vasta organizzazione che si andava costruendo, la cui struttura illegale doveva avere prevalentemente compiti logistici attinenti al finanziamento. Era stato, comunque, respinto, dal Barbone e dai suoi l’invito ad entrare nell’organizzazione di Metropoli, non avendo essi riportato un’impressione positiva del De Feo sotto il profilo delle capacità di dirigenza politica ed avendo avuto, per di più, l’impressione che in definitiva il loro reclutamento sarebbe potuto essere finalizzato ad una mera utilizzazione nel compiere rapine per il finanziamento del giornale.

Ma ritornando alla scissione determinatasi in senso ai Co.Co.Ri. , spiegherà il Costantini, nell’udienza dibattimentale del 27/X/80, le ragioni che l’avevano determinata. Nel corso del dibattito svoltosi in seno a detta organizzazione a seguito dell’omicidio dell’on. Moro, nell’autunno del 1978, si erano venute profilando diverse linee politiche.
Già nell’estate si era deciso a livello di Direzione di “uscire” con una nuova rivista, il cui primo numero era stato denominato “Pre-print”.
Si era discusso, al riguardo, se coltivare il discorso della solita struttura articolata in due livelli, uno legale, l’altro clandestino; ovvero “irrobustire” l’attuale struttura centrale clandestina. Scalzone aveva rilevato l’opportunità di dare più spessore ad interventi di carattere politico. L’ipotesi “Metropoli” era ispirata al fine di coinvolgere un arco di forze, all’interno delle sinistre, il più ampio possibile, partendo da “situazioni di movimento di lotta”, per evitare “fughe in avanti (di organizzazioni quali B.R. e P.L.) ed arrivare ad una sorta di “federazione, di “azione concertata” inserita “in un unico disegno politico”
Doveva essere il giornale “in un’area al dibattito politico” egemonizzata dai CO.CO.RI. per condizionare “unitamente ad avere operazioni politiche, un discorso più complessivo di lotta armata in Italia”.
Ma oramai le altre organizzazioni avevano tracciato la loro linea politica (alimentando una costante situazione di belligeranze contro lo Stato), dimostrando la propria “potenza di fuoco”, la “forza dirompente di annientamento” delle loro iniziative armate.
Il numero zero di “Pre-print” era stato, così, pubblicato con il danaro provento di rapine poste in essere dalle strutture armate di Co.Co.Ri., prima che si addivenisse al suo scioglimento. Della redazione della nascente rivista facevano parte militanti di detta struttura che avevano partecipato ad azioni di finanziamento (Morelli, Farsi, Zagato). Precisava il Costantini che quel primo numero del giornale era venuto a costare parecchi milioni poiché, “nonostante il flusso di danaro che proveniva a Scalzone, costui aveva le mani bucate” e dava soldi a tutti, “a chi per un volantino”, “a chi per un manifesto, a chi “per altro… ”
Ciò non di meno egli continuava a richiamare l’attenzione di B.R. e P.L su quel nuovo spazio, su cui si sarebbe dovuto riaprire il dibattito politico a vari livelli, legale ed illegale.
Da qui l’importanza dell’acquisto delle armi importate in Italia dal Folini e pervenute all’Organizzazione nell’autunno 1978; esse sarebbero servite per “darsi una patente di credibilità” ed acquisire “un peso superiore” nel panorama eversivo italiano.
Altro importante contributo alla ricostruzione della vicenda “Metropoli” veniva da Balducchi Ernesto; leader del nucleo militare, deciso a riprendere, dopo lo sfaldamento dei Co.Co.Ri., “un discorso di intervento politico a livello di collettivi di territorio.
Fin dal convegno di Bologna del 1977, dirà il Balducchi nell’udienza dibattimentale, del 24.2.87, in riunioni di coordinamento dell’area di Autonomia, si era evidenziato l’intendimento di “costituire un organo unitario, che esprimesse la tendenza” più radicale che il movimento viveva in quel momento”, un organo di stampa che raccogliesse le istanze dei vari gruppi, che ad esso potessero far riferimento”.
Nel corso del dibattito l’assunto era stato vivacemente contrastato da quanti ritenevano che non fosse necessaria “una struttura a sintetizzare” il nuovo livello di scontro, ma che fosse sufficiente un unitario “livello di coscienza”. Un’iniziativa editoriale unitaria postulante un’area di consenso più vasta si sarebbe potuta finanziare da sola. Tutt’al più i Co.Co.Ri. avrebbero potuto finanziare un “loro” strumento editoriale magari aperto a collaborazioni esterne, qualora lo avessero ritenuto utile e producente ai loro obiettivi.
Confermava il Balducchi l’avvenuto acquisto di armi da parte dell’organizzazione, importate dal Folini da Paesi del Medio Oriente.
Si era ritenuto quanto mai necessario dotarsi di “armi pesanti” per “alzare il tiro”. Era stata stanziata una somma considerevole (circa 60 milioni) e dallo stesso Balducchi era stato predisposto l’occorrente per il trasporto dello stock di armi da Otranto a Fiumicino e da qui a Milano, dove erano rimasti in custodia nell’abitazione del Costantini.
In seguito, dopo la scissione verificatasi in seno ai CO.CO.RI., le varie frazioni si erano riprese le armi, andandole a ritirare direttamente dal deposito in cui erano rimaste in giacenza per circa due mesi.
Aggiungeva il Balducchi che se soldi provento di rapine, erano stati spesi dal suo nucleo per l’acquisto delle armi, non ne erano stati certo spesi per finanziare una rivista, ma semmai per l’acquisto di volantini, opuscoli, ecc.
D’altronde, all’atto dello scioglimento dei Co.Co.Ri. egli e i suoi neppure sapevano che era già in attività la redazione di “Metropoli”.
A conferma del doppio livello in cui si muoveva l’organizzazione dei Co.Co.Ri. soccorreva le dichiarazioni di Costa, che dei Co.Co.Ri. era stato uno dei fondatori (ud. 27/X/86).
A Milano l’organizzazione svolgeva “un’attività politica pubblica, di agitazione sindacale, di proposta politica pubblica” ancorché di tipo estremistico, sostenuta “da una struttura di tipo militare.
Gli faceva da “pendente” il gruppo romano, avente una diversa conformazione, che aveva finito col dissolversi nel 1978 in coincidenza con i fatti di via FANI, prestando saltuariamente la propria collaborazione in funzione “di appoggio al gruppo milanese, (come, ad esempio, in occasione dell’importazione di armi dal Libano).
Del gruppo militare facevano parte Costantini, Balducchi, Palmero, Farsi, Gasser ed altri.
La Direzione, formata tra gli altri da Scalzone, Del Giudice, Morelli, aveva compito di “discussione e indirizzo politico”. Era “una struttura coordinata”.
Egli, Costa, aveva la disponibilità del danaro, che doveva servire per acquistare armi, finanziare le operazioni “militari”, retribuire i membri stipendiati del nucleo militare.
Rammentava che, all’atto della scissione dei Co.co.Ri era stata consegnata a Scalzone “come buonuscita” la somma di venti milioni provento di rapine, che quegli aveva chiesto per la rivista.
D’altronde tra il gruppo di Scalzone e quello propriamente militare, era intervenuta una tacita intesa, per cui egli non si sarebbe opposto all’importazione di armi dal Libano, purché non gli si fossero frapposti ostacoli al varo della rivista. Egli pensava, attraverso un organo editoriale, di costruire, un nuovo partito rivoluzionario della sinistra”, che tendenzialmente avrebbe dovuto assorbire tutte le “frange armate” dai gruppi armati del terrorismo alle frange legali più estremiste”.
Comunque, all’atto della scissione, oltre alla menzionata somma di danaro, il gruppo di Scalzone si era portato via tre fucili mitragliatori, alcune armi corte (pistole a tamburo, ecc.), materialmente ritirate da Farsi e Morelli.
Un altro militante dei Co.co.Ri, Gasser Alberto, parlando di rapine e azioni di disarmo compiute con Palmero, Balducchi, ed altri esponenti poi confluiti in “Metropoli”, si soffermava in modo circostanziato sul tema dell’introduzione di armi dal Medio Oriente. Avevano partecipato all’operazione Folini, Costa Maurizio, Balducchi Ernesto, Palmero Piergiorgio ed altri milanesi.
Le armi erano arrivate a bordo della barca di Folini ad Otranto e da qui erano state trasferite sulla stessa barca, via terra, a Fiumicino.
In detta località erano state prelevate da lui stesso, da tale “Giovanni”, e da Balducchi, Palmero, “Ilario ” (Andrea Morelli) capo militare del “progetto Metropoli” e dei due militanti delle colonne romane e portate mediante capaci borse alla stazione Termini, da dove tutti erano poi partiti per Milano. Tre erano state le operazioni di trasferimento, tra Roma, Ostia e Milano, delle armi, comprendenti: 15 mitra Kalasnikov, un fucile di precisione MI, col. 33 un Fal lanciagranate, circa novanta bombe a mano tipo ananas, circa settanta bombe a mano lisce, lanciagranate a granate “energe”, un bazooka, due pistole Browing cal. 9, una notevole quantità di munizioni, tritolo e detonatore.
Le armi erano state poi divise tra le varie fazioni formatesi dalle spaccature dell’Organizzazione: una parte si era coagulata intorno a Scalzone “Ilario”, “Aldo” ed altri, impegnati nella realizzazione della rivista “Metropoli”; un’altra parte attorno a Maurizio Costa, entrato in seguito a far parte di P.L. .
Dopo le spaccature il Gasser aveva avuto rapporti con “Aldo” “Ilario ” e Scalzone.
“Aldo” gli aveva spiegato che la nuova organizzazione (c.d. Metropoli) si proponeva di realizzare “una riaggregazione delle forze rivoluzionarie sfruttando gli ambiti istituzionali a disposizione e riempiendo un vuoto storico nel campo dell’Autonomia, costituito dall’assenza in un comune patrimonio culturale”.
Un ruolo importante avrebbe dovuto avere, a tale fine, “l’omonima rivista aperta al contributo delle varie forze”.
“Era contemplato il mantenimento di un organo clandestino ed armato ma in chiave difensiva oltre che a fini di finanziamento.
Precisava Gasser in dibattimento (ud. 18.3.1987), iniziato quando ancora erano in vita, che “il discorso Metropoli” iniziato quando ancora erano in vita i Co.co.Ri.,aveva preso corpo in epoca successiva al loro scioglimento.
Si era registrato “un innalzamento del livello di scontro in Italia. Indotto dal tipo di azioni che venivan compiute da alcune organizzazioni armate come le B.R. e P.L. ed una estrema frammentazione del “movimento di lotta armata”, privo di quella compattezza ed omogeneità utili a conferirgli l’incidenza dovuta nel perseguimento degli obiettivi rivoluzionari”. Di conseguenza il problema che Scalzone poneva era quello di creare “un polo di riferimento di tutte le microfrazioni impegnate nella lotta armata” attraverso, appunto, una rivista (“Metropoli”) destinata a fornire “un’area di dibattito politico” per la ricostruzione del movimento armato (ud. 10.11.86 f. 106)
Confermava le dichiarazioni di Costa quanto ai soldi dati a Scalzone e compagni per il finanziamento della rivista, oltre a quelli spesi per il pagamento delle armi importate dal Folini. Dopo la scissione, tra il gruppo di Scalzone e le altre frazioni era riservato un rapporto di collaborazione operativa, di tal che del provento di rapine compiute in comune da elementi delle varie frazioni, ogni gruppo faceva della propria quota l’uso che voleva senza interessarsi dell’uso che altri facevano delle loro.
Il confronto con Balducchi, (ud. 18.3.87) il quale continuava a sostenere che mai soldi erano stati dati a Scalzone o a chi per lui per finanziarie la rivista, Gasser retterava di aver saputo di una consegna di danaro fatta a Scalzone o a Farsi o a Morelli per la rivista.
La versione fornita dal Gasser veniva ampliata da Sandino Sergio il quale nell’interrogatorio del 30/6/82 (e in quello del 1/7/82) svolti dal P.M. di Milano, riferiva del primo viaggio, cui egli aveva partecipato, compiuto in barca da Folini in Libano nell’estate ’78 preceduto da un incontro preparatorio a Roma fra lo stesso Folini e militanti dei Co.co.Ri.
Il viaggio era avvenuto, seguendo una rotta lungo le coste della Grecia, passando per Cipro, fino al porto di Beirut.
Prima dell’arrivo a Cipro egli, Sandino, era dovuto rientrare in Italia per riprendere l’attività lavorativa.
Dopo qualche giorno, però, aveva raggiunto a Damasco il Folini.
Insieme si erano recati a Beirut dove l'”Armando” (tale il nome di battaglia del Folini, altrimenti chiamato Corto maltese) aveva incontrato esponenti arabi e palestinesi del luogo.
Erano, quindi, rientrati a Cipro per prelevare la barca che vi era stata portata da Folini dopo la sosta a Citere e, raggiunta Beirut, vi avevano caricato le armi, aiutati da alcuni palestinesi.
Da Beirut erano tornati a Cipro, proseguendo per Rodi, ove erano stati raggiunti da Balducchi, pervenuto in aereo al locale aeroporto.
Da Rodi il Balducchi era, poi, ripartito in aereo per Roma e il Sandino per Milano.
Tutte le armi erano passate nelle disponibilità dei Co.Co.Ri. ed erano state, poi, divise tra il gruppo confluito in Metropoli e quello passato a P.L.
Nei primi del 1979 aveva il Folini organizzato un secondo viaggio in Libano per l’acquisto di un secondo carico di armi. Metropoli aveva concorso concretamente al finanziamento del viaggio (ciò gli era stato riferito dallo stesso Folini e dal Merendino (v.).
Oltre ad altre organizzazioni, quali Pac, Guerriglia rossa (facenti capo a Barbone), ed il gruppo di Del Giudice, di cui lo stesso Sandino faceva parte.
Negava, comunque, costui in dibattimento, (ud. 10/11/1986) che i soldi, provento di rapine cui egli aveva partecipato per il gruppo “Del Giudice” fossero mai confluiti nel finanziamento di una rivista.
Del secondo viaggio di Folini in Medio Oriente parlava Merendino Finocchiello Antonino, nell’interrogatorio svolto dal P.M. di Milano il 10/7/82. “Esso era stato finanziato con denaro provento di rapine commesse dall’organizzazione Co.co.Ri. Metropoli”. Le armi acquistate erano mitragliette, pistole, varie bombe a mano, munizioni varie ed esplosivi.
Tra le armi acquisite da “Metropoli” alcune erano passate all’MCR. (Movimenti comunisti rivoluzionari) costituiti da Morucci e Faranda, dopo la loro uscita dalle B.R. e precisamente:
1) un fucile mitragliatore marca MR0 fabbricato nel 1974, matr. 3371;
2) un fucile Winchester a pompa cal. 16;
3) un fucile mitragliatore tipo Colt cal. 227 mod. SPI, con matricole abrase e due caricatori vuoti;
4) un fucile automatico Breda cal. 12 matr. SLC25548 con canna tagliata;
5) una pistola cal. 22 marca (…)
6) un revolver privo di matricola
7) armi ed esplosivo di vario tipo tutti sequestrati dalla Polizia.
Da rilevare, al riguardo, che il Savasta nell’interrogatorio reso al G.I. di Roma il 15/2/1982 (vol. 5, F. 13, G. 62) aveva riferito che una parte delle armi di Metropoli erano state messe a disposizione delle B.R. tramite Morucci, che parlava a nome di Piperno e Pace.
“Ricordo che nel settembre/ottobre ’78, quando facevo parte della Direzione della colonna romana, appresi da Morucci che era arrivato in Italia un carico di armi proveniente dal Medio Oriente, tra le quali diversi Kalashnikov.
Morucci disse che una parte di queste armi potevano essere fornite alla nostra organizzazione (B.R.), la quale avrebbe ricevuto le armi senza che fosse pagato alcun prezzo, ma con l’impegno politico di stringere i rapporti con le altre organizzazioni combattenti esistenti in Italia, tra le quali Prima Linea e i gruppi armati orbitanti nell’area di Metropoli. Si discusse di questa proposta di Morucci nella Direzione di colonna, nella quale era noto che effettivamente era giunto un carico di armi che era nelle disponibilità di Piperno, Pace e Scalzone. Dopo un ampio dibattito si decise di rifiutare la proposta di Morucci per evitare condizionamenti politici.
Le circostanze inerenti al citato traffico di armi del Folini e di un gruppo di scalzoniani facenti parte dei Co.Co.Ri. venivano confermate da importanti dichiarazioni confessorie rese all’Autorità giudiziaria di Roma da Cereda Pierangelo, Squadrani Marcello (v. ud. 10/11/86), Graziani Paola e Cianfanelli Massimo.
Costoro consentivano di acquisire ulteriori elementi di conoscenza sulla struttura e l’attività dei “Co.Co.Ri. Metropoli” ed, in particolare, sul ruolo di personaggi di rilievo quali Ernesto Balducchi, Andrea Morelli, Domenico De Feo, Pietro Del Giudice ed altri.
Granata Anna Maria, nell’interrogatorio reso al P.M. di Milano il 9.3.1981 affermava che, intorno alla seconda metà del 1978, Folini Maurizio detto “Corto maltese” ovvero “Armando”, parlando con lei e il suo convivente Alfredo Azzaroni, aveva dichiarato di essere amico di Oreste Scalzone.
Aveva, altresì, vantato conoscenze in Libano e collegamenti con il colonello Gheddafi in Libia. Costui si era detto interessato all’installazione di una radio o una libreria in una città come Napoli, collocata al centro dell’area mediterranea.
Il Folini aveva aggiunto che la contropartita di quel finanziamento doveva essere un appoggio logistico da parte della popolazione napoletana per uno sbarco di armi che egli stesso avrebbe portato con la sua barca o con una barca presa a noleggio nell’estate del 1979. In quello stesso periodo in cui erano avvenuti i contatti di Azzaroni e Granata con Scalzone, costui stava realizzando il progetto della rivista “Metropoli”, al quale erano interessati anche Domenico De Feo e Claudio Minervino.
Successivamente (20.3.81) la Granata precisava che la conoscenza del Folini era avvenuta tramite Scalzone.
Aggiungeva che i compagni napoletani, ai quali lei ed Azzaroni si erano rivolti per l’appoggio logistico nello sbarco delle armi previsto dal Folini sulla costa napoletana, avevano replicato che non intendevano essere strumentalizzati da persone come Scalzone e Lanfranco Pace, del quale ultimo, in particolare, dicevano che fosse una “longa manus” delle B.R. all’interno dell’Autonomia.
Circa l’organizzazione del trasporto di armi, la Granata riferiva di avere rivisto il Folini nel settembre ’78 a Milano ed in quella occasione costui aveva annunciato che lo sbarco delle armi era avvenuto.
La Granata parlava anche delle trattative tra Folini e Marocco per la vendita di un “Kala”, affermando di aver avuto da Scalzone conferma del trasporto da parte di Folini del carico di armi, nell’estate del 1978, in una località del Lazio.
Granata concludeva di aver incontrato Folini al “Millibar” (insieme a De Feo e Scalzone, e nell’occasione a costoro egli aveva chiesto di partecipare al seminario su “Metropoli” in programma dopo breve tempo, ma ne aveva ricevuto un reciso rifiuto.
Con Folini, la Granata aveva conosciuto Andrea Morelli, amico di Scalzone e tale Bruno Pastori, interinato alla preparazione di bozze della rivista “Pre-print”.
Azzaroni Alfredo, interrogato dal P.R. di Milano il 18.3.81, confermava tutte le dichiarazioni anzidette, aggiungendo che lo Scalzone gli aveva confermato la militanza di Folini nei Co.Co.Ri., di cui lo stesso Scalzone era stato uno dei massimi dirigenti a livello nazionale.
Il quadro delineato dalla Granata a da Azzaroni, trovava, altresì riscontro nelle dichiarazioni rese dal Pasini Gatti Enrico, terrorista dissociato dalla lotta armata.
Costui affermava di aver conosciuto nei primi mesi del 1979 una persona soprannominata “Corto maltese”, che gli aveva detto di essere in grado di procurare grossi quantitativi di armi di provenienza prevalentemente libica.
In occasione di un’incontro svoltosi (in un ristorante di Milano, costui gli aveva riferito di avere militato nelle U.C.C. per coltivare in seguito simpatie per l’Autonomia organizzata.
Vantava la sua amicizia con Oreste Scalzone e prospettava come obiettivo delle sue aspirazioni “il coagularsi delle file dell’autonomia” per un nuovo impulso di lotta.
Si era parlato, altresì, del giornale “Metropoli” e dell’impostazione che se ne sarebbe data, riassunta nella formula “vele e cannoni” con evidente riferimento all’articolazione in due livelli, uno legale ed un altro “di lotta armata”.
A proposito delle armi importate, il Folini gli aveva detto che esse avevano, altresì, “un costo politico”, essendo condizionata la loro fornitura da parte dei libici all’assicurazione che sarebbero state cedute “a movimenti insurrezionalisti e non ad organizzazioni del tipo B.R. o P.L.”.

Di notevole interesse, ai fini della ricostruzione della vicenda del traffico di armi, è altresì la dichiarazione resa al G.I. di Torino il 5.3.1981 da Marco Donat Cattin, già militante di P.L. fino all’ottobre 1979, allorché era uscito dall’organizzazione insieme ad altri compagni, a seguito di un dibattito accesosi tra coloro che privilegiavano “il discorso organizzativo” e coloro che optavano per “un collegamento diretto alla realtà sociale”.
Riferiva il Donat Cattin circa una fornitura di armi (forse solo un “Kala”) che era stata fatta a P.L. da appartenenti ad una frazione dei Co.Co.Ri., facenti capo ad Oreste Scalzone, tali Maurizio Costa e Piergiorgio Palmero, in seguito confluiti in P.L. .
E proprio il “livello costituente la struttura militare illegale dei Co.Co.Ri. aveva organizzato un trasporto di armi dal Libano intorno all’estate del 1978; armi che, comunque, non sarebbero state destinate né ai P.L. né alle B.R. ma “a gruppi minori” secondo una strategia “che in una fase storica di non equilibrio, era già stata sperimentata dall’U.R.S.S. in Palestrina”. (Il fine sarebbe stato quello di poter contare su una situazione più complessa nel quadro della lotta armata).
Anche se poi alcune di queste armi erano venute in possesso delle B.R. probabilmente “per rapporti personali” o per l’esigenza avvertita da alcuni settori dei Co.Co.Ri. di instaurare legami con altri gruppi armati.
Altro carico di armi (compresi razzi) era atteso per l’estate del 1979, importato sempre dal Folini. Talune di esse sarebbero pervenute ai “morucciani” tramite Andrea Morelli.
Aggiungeva il Donat-Cattin esser pacifico che i Co.Co.Ri. avessero un loro livello illegale, e che “parti di detto livello” si fosse riprodotto in seno a “Metropoli” all’atto dell’adesione di O. Scalzone e seguaci all’iniziativa editoriale. Detto “livello” aveva eseguito numerosissime rapine ed, in seguito, si sarebbe posto il problema “di un’eccessiva distinzione di compiti e di impegno tra quelli che si impegnavano militarmente e operativamente a quelli che svolgevano soprattutto lavoro politico.
Così continuava il Donat-Cattin:
“Il lavoro politico svolto da questa organizzazione era estremamente intenso e vario, nel senso che compredeva contatti con molte aree e produceva molte iniziative quanto meno a livello di progetti… ”
“erano stati pubblicati riviste e giornali e dallo Scalzone e compagni a lui più vicini era coltivato” il progetto di una grande rivista che sarebbe dovuta essere il polo di riferimento di una vasta area della sinistra, che andasse anche al di là “di quelle dell’Autonomia”.
L’organizzazione si era poi sciolta, in quattro spezzoni: il primo facente capo a Thomas, Palmero ed altri, che sostenevano la necessità di un’organizzazione più rigidamente clandestina, entrò in P.L., seguito nel settembre ’79 dal gruppo di Costa;
il secondo costituito dai (…), era confluito nel già esistente “Centro di Iniziativa Comunista” operante in Padova;
il terzo “rimasto legato a Scalzone e al progetto Metropoli” coltivava “una prospettiva di direzione politica generale dell’intero movimento (comprese le sue componenti armate) piuttosto che la costituzione di un’organizzazione a sé stante (vi faceva parte Del Giudice, leader del circolo “Lenin” di Sesto S. Giovanni);
il quarto, senza precise connotazioni, comprendeva persone di Milano e Torino.
Anche loro di P.L. erano stati contattati da Scalzone per intervenire ad una riunione in cui si sarebbe discusso della formazione della rivista nella quale si sarebbero potute riconoscere “tutte le forze che praticavano la lotta armata”.
Scalzone parlava di questa rivista come di una proposta del suo gruppo agli altri gruppi. Ma l’invito era stato declinato da P.L. che sospettavano tentativi di egemonizzazione della lotta armata da parte dello stesso Scalzone.
A sua volta, Valerio Morucci confermava (ud. 13.X.86) di aver ricevuto proprio da Scalzone la proposta di una fornitura di armi, proposta da lui girata in Direzione di colonne, ma non accolta, ritenendo all’epoca le B.R. estremamente pericoloso “acquisire armi passando per contatti politici con altri gruppi che non fossero di stretta unità politica, cioè di totale convergenza politica, di unificazione in pratica”.
E sarà proprio Gigetto Dell’Aglio a puntualizzare che “con l’acquisto di quelle armi Scalzone pensava di farsi una posizione di forza e prestigio rispetto ad altre organizzazioni armate (B.R.-P.L.) di cui avrebbero
potuto più agevolmente condizionare le scelte politiche, in guisa da realizzare ciò che gli stava più a cuore:
“assumere la direzione politica dell’intero panorama della lotta armata in Italia”. Il suo atteggiamento politico era di stampo “istituzionale”, nel senso dell’utilizzabilità di apparati legali di informazione per creare il “Contropotere” di un’organizzazione in termini di “Stato” nello Stato.
Di qui “la massima importanza” attribuita al ruolo della rivista “Metropoli”.

Fin dal 1977 – dichiarava Morucci – si era parlato con Lanfranco Pace di fondare una rivista teorica-pratica a carattere nazionale. A tal fine si sarebbe rilevata una vecchia testata della sinistra, denominata “Tempi moderni” ma il progetto non era andato in porto per dissensi intervenuti sull’impostazione politica da dare alla rivista stessa.
In proseguo, nel ’78, l’idea era stata ripresa a seguito del “radicale mutamento dell’orizzonte politico di intervento” dovuto all'”immissione enorme di nuove soggettività sul terreno della conflittualità sociale”, donde l’esigenza da tutti avvertita di approfondire “l’elaborazione teorica” e, dunque, di varare una rivista. Ma anche in questa prospettiva si erano venute delineando due tendenze di fondo: quella facente capo a Toni Negri intese ad “esaltare i caratteri specifici di questa nuova soggettività” “cioè del proletariato giovanile”, ritenendo che fossero di per sé “dirompenti… antistatali, e che, quindi, avrebbero portato dette soggettività “ad impattare contro le istituzioni”; e l’altra volta a porre “un problema di maggiore selettività”, “di un approfondimento teorico …. di selezione di continuità” espressi dalle anzidette soggettività, meritevoli di essere maggiormente sviluppate “con la decantazione di quelle di mera ribellione abbastanza spontanea e selvaggia”.
La difficoltà di composizione di queste due linee di tendenza aveva ridotto l’area di iniziativa a pochi soggetti avvinti più che “da una continuità politica”, da “una continuità amicale”, taluni di essi riprendendo l’attività politica dopo “le scintille del ’77”, (come Piperno, che negli anni precedenti aveva ripreso l’insegnamento in Calabria e Pace impegnato fra “le ricerche del CERPET” e “le partite a poker fino alle 5 del mattino”) col muovere dal tentativo di analizzare il fenomeno sociale scaturito dai moti del ’77, “traendo delle indicazioni di carattere teorico per l’avviamento di un’attività politica all’interno della nuova confluttualità sociale”.
Il tentativo posto in atto dallo stesso Morucci, già nel ’77, di coinvolgere le B.R. nell’iniziativa editoriale, nell’assunto che la nuova rivista, pur non potendo evidentemente proporre integralmente le linee politiche dell’organizzazione, si sarebbe, comunque, potuta rendere portatrice di un’elaborazione teorica” tendente ad “una maggiore aggregazione politica”, “ad una maggiore attenzione ai problemi organizzativi”, di “selezione degli obiettivi” e, dunque, alla costituzione di un terreno politico all’interno del movimento che avrebbe potuto permettere alle B.R. “di radicarcisi, di integrarsi, di crescere, di portare avanti il proprio reclutamento con una critica allo spontaneismo come a sé stesso, che avrebbe potuto porre incisivamente “il problema della selezione degli obiettivi”, la “necessità di dare una struttura organizzata ai bisogni espressi dal nuovo soggetto sociale, non aveva avuto esito felice. Le B.R. non avendo mai accettato “di veicolare la propria linea politica sotto mentite spoglie” si erano dichiarati contrari alla proposta del Morucci, nella considerazione che la rivista, pur raggiungendo un più elevato numero di lettori, avrebbe pur sempre finito col rapprensentare e proporre una linea politica diversa da quella delle B.R.
Parimenti contrari si erano dichiarati ad analoga proposta portata avanti dal Morucci nell’agosto ’78, nel corso di riunioni di Direzione di colonne tenutosi in quel di Mogliano.
Era stato ripreso, infatti, l’antico progetto di varare una rivista di carattere “teorico, riflessivo, critico”.
Era stato Pace a parlaglierne in epoca successiva alla sua fuoriuscita dalle B.R., nel corso di un incontro in cui aveva avanzato la proposta di un’intervista alle B.R. per conto di una rete televisiva straniera (ABC o NBC).
Ma l’indisponibilità dell’organizzazione a “mantenere rapporti politici prolungati” con chi non condivideva “integralmente” la propria linea politica, era informata a salda fermezza.
Nel proseguo del dibattito intorno alle B.R., facendosi viappiù insistente la comune presa di posizione di Morucci e Faranda sulle necessità di coniugare la “pratica di lotta armata” alla “conflittualità sociale” che si esprimeva in quegli anni e, quindi, di costituire un “fronte largo, esteso (MPRO) di nuclei in parte clandestini e in parte legali interni all’anzidetta conflittualità, posizione in netto contrasto con “l’estremo verticismo nella scelta degli obiettivi e nella pratica militare dell’organizzazione”, si era addivenuti all’insanabile frattura enfatizzata dal gesto del Gallinari che, sbattendo su un tavolo del “covo” di Mogliano un numero di “Pre-print”, riportante un articolo di Piperno intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia”, aveva apostrofato duramente i due dissidenti, contestando loro di essere stati sempre portatori all’interno dell’organizzazione della linea politica dei loro “vecchi amici”, estranea ai postulati dell’organizzazione stessa;
Quanto alla c.d., “area Metropoli”, opinava il Morucci trattarsi dell’estensione convenzionale della denominazione di un gruppo di persone operanti in Milano, di cui egli, peraltro, non conosceva né la struttura né i legami organizzativi, pur non potendo escludere che esso fosse articolato in due apparati, uno interessato ad “attività politica”, l’altro ad “attività paralegali” e che quest’ultimo potesse aver contribuito a finanziare il viaggio del Folini in Medio Oriente, per l’acquisto delle armi.
Nessuna considerazione, comunque, riscuotevano presso le B.R. persone come Scalzone, Negri, Piperno e Pace, ritenuti “chiacchieroni, gente che parlava di lotta armata tanto per parlarne”, ignare della disciplina leninista, dei rigori di un’organizzazione clandestina. Certo sarebbe azzardato sostenere l’unitarietà e l’univocità della linea politica dei redattori all’interno della costituenda rivista, non foss’altro che mentre uno Scalzone aveva continuato a mantenere una propria “soggettività” politica, persone come Piperno e Pace avevano cessato per un certo periodo di fare politica attiva, di tal ché a distanza di alcuni anni era prevedibile che avessero maturato un tipo di elaborazione teorica, distaccato dalla quotidianità, dai fenomeni contigenti.
Stante la continuità della linea politica dello Scalzone egli, Morucci, era in grado di prospettare un maggiore accostamento del “proprio discorso politico” a quello dello stesso Scalzone (più che a quello di Piperno), un discorso, appunto, di tipo “movimentista”.
L’obiettivo da perseguire, in sostanza, era lo stesso, pur prospettandoselo da diverse angolazioni, lui, Scalzone dal Movimento ed egli dalle B.R.: quello, cioè, di pervenire ad una capacità di organizzazione sul terreno militare abbastanza alta senza perdere “la capacità di internità alla conflittualità sociale”.
Sarebbe, dunque, azzardato quanto meno ritenere che egli, Morucci, fosse stato portatore della tesi di Piperno e Pace nell’ambito delle B.R., ove si consideri che i due, proprio per “la posizione distaccata” da cui valutavano il fenomeno del ’77”, per non esserne rimasti coinvolti in prima persona, avevano finito per ritenere le B.R. una “variabile impazzita”, “incontrollabile”, del tutto sganciata dalle dinamiche interne del movimento, da una logica interna alla conflittualità sociale”.
Ciò non di meno, seppur scollegate dal processo rivoluzionario, le B.R. incidevano su quel processo, riverberandosi la loro attività di attacco al cuore dello Stato all’interno del fenomeno di conflittualità sociale; di tal ché appariva opportuno, anzi necessario “assumere” quella “variabile indipendente” e cercare di comprendere come la stessa potesse svilupparsi all’interno della situazione italiana, avendo riguardo, quanto meno al “positivo” “effetto disarticolante” che esse avrebbe potuto avere a livello istituzionale.
Ecco, dunque, che il “portato oggettivo” della “coniugazione”, esaltata da Piperno sulle colonne di “Pre-print” in definitiva si sostanziava nella disarticolazione dello Stato e nell’apertura di un processo rivoluzionario.

Con riferimento all’accennato articolo di F. Piperno intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia”, apparso su “Pre-print” da Dicembre ’78, Paolo Virno, redattore di “Metropoli”, detto scritto accomunando a quello di suo pugno comparso sul n° 1 di “Metropoli” con il titolo “Piazza Nicosia, cominciamo a discuterne”, spiegava che in essi si era inteso formulare una critica di fondo alle Brigate rosse: quella appuntantesi sulle divergenze della lotta armata da essa sostenuta “dalle logiche del movimento”, nel senso “aberrante” di coltivare una “prospettiva di guerra di lunga durata, di guerra civile e di contropotere” senza rispondere sostanzialmente alle “istanze di fondo del movimento”, contraddicendo, in definitiva, l’immagine che esse intendevano offrire di sé stesse come “di una forza guerrigliera radicata fra le masse popolari”.
Sia nell’articolo di Piperno che nel proprio, erano formulate mere valutazioni critiche dell’operato delle BR in relazione alle esigenze “della realtà sociale italiana”, non intendendosi né da parte di Piperno sottolineare nulla più di “un’ipotesi di rivoluzione comunista” tesa a guadagnarsi un varco tra la “potenza militare dispiegata dall’apparato BR in via Fani e il movimento di massa”, né da parte sua fare l’elogio dell’attentato al “padrone di casa” Schettini.
Di notevole interesse, soprattutto per ciò che concerne la situazione romana, si rivelavano le dichiarazioni di Canfanelli Massimo, qualificato esponente della lotta armata e militante delle B.R.. Aveva egli appreso da Andrea Morelli e dal De Feo informazioni sul c.d. “progetto Metropoli” e su quel che i suoi “promotori” (Piperno, Pace, Scalzone, Virno, Castellano, Accascina e lo stesso De Feo) si proponevano, creando un’organizzazione capace di egemonizzare ed indirizzare tutte le formazioni esistenti ed operanti nella lotta armata, compresi i gruppi dell’Autonomia organizzata.
Questo progetto era stato all’inizio finanziato attraverso canali legali ed in particolare attraverso un centro di ricerche denominato CERPET. In un secondo momento, soprattutto attraverso rapine compiute dal “braccio armato” dall’organizzazione, diretto da Scalzone, De Feo e Morelli.
Per quanto concerne i finanziamenti legali, invece, asseriva il Canfanelli di aver sentito dire da Rosati, Davoli, De Feo e Morelli, che gli stessi erano stati ottenuti anche mediante commesse affidate al CERPET da Enti Pubblici, grazie alle sollecitazioni di esponenti politici legati da vincoli di amicizia con Pace e Piperno.
“Seppi da De Feo e Morelli” – continuava il Canfanelli -” che essi avevano partecipato alle riunioni della Direzione di Metropoli, nel corso delle quali si era discusso il bilancio del progetto e così sia dei finanziamenti legali che di quelli provenienti da rapine (v. int. 5/6/1982 e int. 2.12.1982 G.I. Roma, vol. V F.5.).
Aggiungiamo che alcune delle armi procurate dal Folini in Medio Oriente e gestite a Milano dai Co.Co.Ri. erano pervenute a lui nel periodo in cui militava nell’M.C.R., movimento avviato da Morucci e Faranda dopo la loro uscita dalle B.R.

Del ruolo di “Metropoli” e dei suoi massimi esponenti parlava anche Emilio Libera – (ud. 25.11.1986).
Era stato il Seghetti ad attribuire a Morucci e Faranda il ruolo di “infiltrati” nelle B.R., portatori della linea politica di Piperno e Pace. Forse per sminuire la portata del loro contributo all’interno dell’organizzazione col definirne la posizione politica priva di caratteri di originalità e ancorata a tradizioni movimentiste di stampo poteroperaistico.
A sua volta Lombino Maurizio, dopo aver dichiarato al G.I. di Bergamo di non essere in grado di affermare se la rivista “Metropoli” fosse o meno finanziata con danaro, provento di rapine, potendo, anzi, “escludere la cosa” sulla base di quanto gli risulta circa l’esistenza “di canali legali ed istituzionali” di finanziamento “almeno a partire dalla trasformazione della rivista in Centro Studi economico-sociale”, nell’interrogatorio svolto dal G.I. di Roma il 6/5/82, parlando della rivista “Metropoli” testualmente dichiarava: “Circa il finanziamento della rivista Metropoli, posso affermare che esso avveniva in due modi: sia attraverso le operazioni di finanziamento illegale (rapine, furti, ecc.) – l’organizzazione aveva imposto la centralizzazione di qualsiasi provento di rapine che i coordinamenti e le loro cellule riuscissero a realizzare – sia attraverso finanziamenti legali ed istituzionali”.
Ciò era conseguenza del fatto che in seno all’organizzazione era venuta riproducendosi “in via progettuale” quella duplicità di interventi che già aveva caratterizzato l’attività di altre organizzazioni; da un lato il livello militare, compartimentato e “federalizzato” facente parte delle strutture dei coordinamenti e dall’altro il livello pubblico e legale costituito dalla rivista “Metropoli”.
Per converso Giorgio Accascina già Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa “Linea di condotta”, costituita nel novembre 1978 allo scopo di pubblicare la rivista “Metropoli” e “Pre-print” dichiarava che il varo della rivista era stato preceduto da un dibattito sull’impostazione politica della stessa in rapporto alle “nuove tematiche” espressa “dal movimento del ’77”.
Lungi dal proporsi di essere il coagulo di tutta la lotta armata in Italia, l’argomento era stato, tuttavia, oggetto “di critica in positivo” da parte del giornale, nel senso di fare apparire la lotta armata espresso peculiare della situazione italiana, piuttosto che un fenomeno indotto dai Paesi dell’est o gestito dai servizi segreti.
Quanto al documento rinvenuto nell’abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99, attribuito allo Scalzone, asseriva l’Accascina che esso riproduceva solo gli intendimenti del suo autore, non certo quelli della redazione e tanto meno il proprio intendimento nel varare l’iniziativa editoriale.
Nessun collegamento vi era tra “Metropoli” e la casa editrice “Lirici”, dove egli prestava la propria attività.
Né riunioni politiche si erano mai svolte nella sede di via del Babuino, 96 anche se alcuni amici, tra cui i componenti della cooperativa, si recavano talora a trovarla.
Quanto ai finanziamenti del giornale di provenienza illegale nulla l’Accascina mostrava di sapere come anche delle militanze di Pace ed altri redattori in formazioni eversive.
Teneva a ribadire essere stato “Metropoli” finanziato esclusivamente con i proventi della vendita dello stesso giornale; e a tal fine produceva un pro-memoria illustrante il “meccanismo circolare” utilizzato per sovvenzionare il giornale, articolato in anticipi che venivano versati dal distributore per ogni numero della rivista, e in crediti che venivano concessi dai vari fornitori, con allegati taluni elementi, compresa una certificazione dei curatori fallimentare attestante l’avvenuto fallimento della Società “Linea di condotta”.
Ma, ad onta delle dichiarazioni riduttive dell’Accascina, il G.I., sulla sorte delle deposizioni assunte e dei riscontri documentali acquisiti tra cui la conclusione che “il progetto Metropoli non fosse un piano astratto ed utopistico, ma l’espressione di una concreta organizzazione, avente il suo centro politico-ecologico a Roma e numerose articolazioni armate, operanti sotto sigle diverse in varie regioni italiane” e che “nella prospettiva strategica della riunione di tutte le organizzazioni armate esistenti in Italia, gli ispiratori del progetto “Metropoli” attribuivano un ruolo fondamentale alla rivista.

03. Rapporti di Piperno e Pace con le BR

Nel corso delle indagini di P.G. seguite all’attentato alla sede del Comitato romano della D.C. in Piazza Nicosia l’attenzione degli investigatori si rivolgeva, sulla scorta di idonee indicazioni, su un appartamento sito al IV piano di uno stabile di viale Giulio Cesare, n° 47, occupato da Conforto Giuliana, ex militante del disciolto P.O., la quale “da notizie riservatissime”, sembrava avere ospitato una coppia di presumibili clandestini.
In data 29 maggio 1979, dopo accurati servizi di appostamento, venivano arrestati in quell’abitazione i latitanti Morucci Valerio e Faranda Adriana, trovati in possesso di un vero e proprio arsenale di armi oltre che di un ingente quantitativo di moduli di patenti, carte di identità in bianco, documenti di provenienza illecita, già falsificati o da falsificare, timbri ed altri strumenti di contraffazione, giubbetti antiproiettili, ecc.
Nella camera da letto di una delle bambine della Conforto veniva recuperata una borsa contenente una “Skorpion” cal. 7,65, di fabbricazione cecoslovacca, con matricola abrasa , con relativi caricatori e munizioni e con il silenziatore applicabile, oltre che ad una bomba a mano, detonari ed altro.
Nella circostanza la Conforto dichiarava “di ospitare la coppia, da lei occasionalmente conosciuta al Pincio, sin dalla precedente Pasqua e di non aver mai nutrito sospetti sia sulla vera identità dell’uomo e della donna, presentatasi come “Enrico” e “Gabriella” sia di quanto da loro posseduto.
Ma, successivamente, nell’interrogatorio svolto dal P.M. la Conforto ammetteva che i due giovani le erano stati “segnalati” dal Piperno, suo collega nell’ateneo calabrese, e descritte come “persone oneste e corrette” che prestavano la loro opera “nella rivista Metropoli o nella rivista “Pre-print” collaborando con lo stesso Piperno “alla sua attività politica” ed a quella del suo gruppo e cioè di Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed altri”.
Processati con rito direttissimo dal Tribunale di Roma, Morucci e Faranda venivano condannati alla pena complessiva di anni sette di reclusione e L. 2.000.000 di multa, mentre la Conforto veniva assolta per i d.p. (sent. 4/7/1979 passava in giudicato).
Dalle ammissioni degli interessati si riusciva a stabilire che alle vicenda non era estraneo Lanfranco Pace.
Costui per primo aveva parlato con la donna, anche a nome di Piperno, sollecitandola ad accogliere “anche per un breve periodo una coppia di compagni” che “avrebbero potuto aver noie con la giustizia”.
Incontratasi successivamente con il Piperno presso l’Università dell’Aquila, Giuliana Conforto si era lasciata convincere per le garanzie da costui fornitele “in relazione col compito comportamento dei due”, a prestare il suo assenso al trasferimento in casa sua di “Enrico” e Gabriella.
Nel corso di quel dibattimento (ud. 20.6.79) la Conforto, a contestazione del Tribunale, dichiarava che “avendo saputo dal Piperno che i due potevano essere ricercati” essendo stati i loro nomi trovati dalla Polizia “su un’agenda sospetta”, aveva con essi concordato di dare, in caso di necessità, la versione del casuale incontro al Pincio.
Piperno, interrogato dal G.I., dopo la sua estradizione dalla Francia offriva una versione differente.
Era stato Pace ad avvertirlo, nel corso di un incontro avvenuto a Roma, dell’ospitalità accordata dalla Conforto a Morucci e Faranda, in virtù del suo interessamento.
La circostanza gli era, in seguito, stata confermata dalla stessa Conforto in occasione di un incontro avuto con costei a L’Aquila.
Col Pace egli si era doluto dell’iniziativa, essendogli sembrato che la Conforto avesse inteso utilizzare l’accordata ospitalità a Morucci a Faranda come “elemento di scambio” per un suo eventuale interessamento al suo trasferimento all’università dell’Aquila.
In un confronto con la Conforto (27/X/79 G.I.) F. Piperno negava quanto da costei asserito in ordine ad una telefonata che egli le avrebbe fatto, chiedendole ospitalità per i suoi due amici. E la Conforto replicava:
“Ho la certezza assoluta che le telefonate di presentazione è stata fatta da F. Piperno”.
Interrogato il Pace dal G.I. il 24.1.1980 ammetteva di avere aiutato Morucci e Faranda a trovare provvisorie sistemazioni, su richiesta della stessa Faranda, che a lui si era rivolta verso la fine di gennaio o ai primi di febbraio 1979, preoccupata dalla propria sicurezza personale e di quella del Morucci, dopo la loro uscita dalle B.R.
Dopo averli sistemati per qualche giorno nell’abitazione di una persona che non intendeva nominare, aveva chiesto ad Aurelio Candido, giornalista del “Messaggero” di ospitarli in casa sua per qualche giorno, ottenendone l’assenso.
Ma l’ospitalità si era protratta per due-tre settimane.
Altro alloggio egli aveva procurato loro presso altra persona che non intendeva nominare.
Ed infine li aveva introdotti presso Giuliana Conforto, da lui conosciuta a Cosenza nel 1977, in occasione dei lavori di un Convegno.
“Era un sabato sera” – proseguiva testualmente il Pace “e a quattr’occhi le chiesi se poteva fare un favore a me e a Franco Piperno ospitando per un po’ di tempo Enrico e Gabriella. Feci il nome di Franco Piperno perché la mia conoscenza con la Conforto era superficiale, mentre sapevo che Piperno era suo amico. La Conforto mi chiese chi fossero ed io risposi che erano due compagni latitanti, ma non per reati gravi”.
Specificava il Pace di aver riferito a Piperno la circostanza solo dopo l’accordata ospitalità.
Ma Piperno già ne era stato informato dalla Conforto nel corso di un incontro avuto con lei nell’università dell’Aquila.
In data 23.1.1980 si presentava spontaneamente al G.I. a rendere le sue dichiarazioni il giornalista grafico de “Il Messaggero”, Aurelio Candido.
Egli aveva conosciuto Pace tramite Stafania Rossini, collaboratrice esterna del giornale. Un giorno Pace lo aveva avvicinato chiedendogli di ospitare nella sua abitazione due suoi amici intransito per Roma, “che avevano problemi di alloggio”.
Pur restìo ad accogliere le richieste, non conoscendo egli ancora bene il Pace, aveva acconsentito. L’ospitalità si era protratta alcuni giorni e a termine le due persone, da lui conosciute con i nomi di “Enrico” e “Gabriella” si erano allontanati, lasciandogli sul tavolo dello studio un biglietto di ringraziamento non firmato e le chiavi dell’appartamento.
In seguito, dopo l’arresto di Morucci e Faranda, nel vedere in redazione le loro foto, era rimasto come “folgorato” nel riconoscere le sembianze delle persone da lui ospitate.
Si era premurato a parlarne a Gianfranco Spadaccia, esprimendogli “in termini quanto mai generici, i suoi dubbi sui predetti. Lo Spadaccia gli aveva consigliato di riflettere, prima di “evitare inutili allarmismi”.
Successivamente, nei primi giorni di gennaio 1980 aveva appreso dal collega De Nardo Evangelista del servizio “cronache giudiziarie” di essere nella “lista del 21 Dicembre”.
Spaventato si era recato nuovamente dallo Spadaccia per raccontargli “per filo e per segno” l’episodio della ospitalità e dell’intermediazione di Pace (circostanza questa non riferita gli prima, perché gli era parsa trascurabile). Insieme a Spadaccio, nel cuore della notte (tra i giorni 4 e 5 gennaio ’80), era andato a trovare Marco Pannella per chiedergli il da farsi. Questi lo aveva consigliato di stendere per iscritto la storia di quanto gli era successo e di consegnare il documento ad un notaio, prima di presentarsi al Magistrato. Ciò per motivi precauzionali.
L’on. Marco Pannella, presentatosi spontaneamente a questa Corte (ud. 7.4.87) il giorno successivo a quello della deposizione di Candido, confermava le circostanze, assumendosi la responsabilità di aver consigliato il compagno di Partito di annotare tutto quanto riuscva a ricordare della vicenda, per consegnare poi il documento, recante le annotazioni ad un notaio. Non si sarebbero, invero, da parte sua (di Candido) potete riferire al Magistrato “sospetti”, “illazioni”, “elucubrazioni”, ma solo “cose sapute”. Ogni altro elemento presuntivo e quant’altro potesse riflettere mere considerazioni personali, ancorché “assurde”, e “cervellotiche” andava più opportunatamente esposto per iscritto in un atto riservato.
E sempre a fini precauzionali – proseguiva il parlamentare radicali – “contro situazioni di rischio oggettivo” sarebbe stato opportuno, poi, preparare la notizia dell’affidamento dell’atto al notaio, assumendosi essere in esso consegnato il “saputo” ed il “riflettuto” sulla vicenda di cui egli, Candido, era stato inconsapevole protagonista.

A seguito delle pubblicazioni su “Metropoli” nel giugno 1979 di un fumetto, disegnato da Madando Giuseppe sull’agguato di via Fani e sulle catture dell’on. Aldo Moro in cui erano rilevabili “a posteriori” una serie di elementi all’epoca del tutto ignoti ed, in particolare, le sembianze del parlamentare socialista, on. Signorile, il Magistrato inquirente decide di procedere alla sua audizione.
Precisava l’on. Signorile che, in effetti, durante l’ultima fase del sequestro dell’on. Moro, il P.S.I. aveva sviluppato una linea politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso un atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell’on. Moro.
E nello sforzo “di capire se una linea del genere poteva essere considerata come suscettibile di sviluppi positivi”, si era cercato, nel contesto “di altri tentativi”, un interlocutore “per una eventuale reazione positiva da parte delle Brigate rosse”.
Ne aveva parlato, allora, al Direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, suo buon amico, il quale, nel manifestargli “la sua contrarietà ad ogni trattativa”, gli aveva accennato ad una serie di autorevoli informatori (tra i quali Franco Piperno e Oreste Scalzone), cui era solito ricorrere per i servizi affidatigli, il suo collaboratore dell’insufficienza del solo atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e ciò in coerenza con le posizione assunte dalle B.R. la necessità di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle B.R. come interlocutore politico”. Il Piperno aveva sostenuto “che la richiesta della liberazione di ben tredici detenuti non aveva – a suo giudizio – un valore assoluto, prevalendo il significato politico che poteva rilevarsi da un atto che implicasse quel riconoscimento di fatto, al quale le B.R. ambivano”.
Il Piperno, comunque, aveva tenuto sempre, ad escludere, ogni suo contatto con esponenti delle B.R. “limitandosi a dire che poteva capirli, nel senso che poteva intendere come funzionava il sistema mentale o meglio il codice di valori dei brigatisti”. Aveva, altresì, posto in evidenza che l’iniziativa “del P.S.I. non era di per sé sufficiente a sbloccare la situazione, ma che occorreva un altro tipo di intervento che avesse caratteristiche, ufficiali od ufficiose, di maggiore rappresentatività”.
Nell’occasione si era parlato “delle possibilità che allora si agitavano e cioè degli interventi di Amnesty International, della Croce Rossa, del Vaticano e della stessa D.C. ma in termini molto generici”.
Dichiarava lo Zanetti (int. 26/6/79) in proposito che Piperno aveva asserito che, a suo parere, “le B.R. non avevano interesse politico ad uccidere Moro e che molto dipendeva da quello che poteva essere “inventato” non tanto dal P.S.I. quanto dalla D.C.” che doveva prendere e rendere pubblica “qualche interessante iniziativa”.
Nel prendere atto che uno degli argomenti trattati nel corso del primo incontro con il Piperno – la liberazione di tredici detenuti – doveva necessariamente essere successivo all’emissione, in data 24/4/78, del comunicato n° 7 recante la relativa richiesta, il Signorile dichiarava essere agevolmente collocabile la data del primo incontro in un giorno immediatamente successivo al 24/4/78.
A meno che detto argomento non fosse stato trattato nel corso di un secondo incontro da lui avuto con Piperno.
A detto incontro, cui aveva partecipato il Pace si era delineato “con maggiore precisione il ruolo che poteva essere assunto dalla D.C. o da un suo autorevole esponente”.
L’intervento di un qualificato rappresentante del Partito di maggioranza
relativa, nelle trattative in corso, sarebbe valso a conferire alle B.R. un tacito riconoscimento come interlocutore ufficiale dello Stato.
Gli incontri – precisava il Signorile – da lui avuti con il Piperno ben potevano essere stati tre, anziché due. Comunque egli ricordava bene che l’ultimo abboccamento verificatosi “nel periodo compreso tra il 24 aprile e il 5 maggio 1978 e, comunque, prima del comunicato n° 9” era stato sollecitato telefonicamente dal Piperno che, con aria preoccupata, aveva insistito sulle “necessità di un urgente atto visibile da parte della D.C. per salvare la vita dell’on. Moro o almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R.… per interrompere i termini” (frase testualmente usata dal Piperno).
L’on. Signorile, dopo aver informato il segretario del suo Partito, si era rivolto il 6 maggio al sen. Amintore Fanfani per “una presa di posizione anche se cauta, senza far riferimento, peraltro, ai discorsi con Piperno”.
Il sen. Fanfani aveva telefonato al Presidente del gruppo dei senatori democristiani, Giuseppe Bartolomei, “chiedendogli – nell’ambito del comunicato della Delegazione D.C. – di fare un accenno all’esigenza di non trascurare nulla per salvare la vita dell’on. Moro”.
E il giorno seguente agenzie di stampa e giornali avevano “pubblicato una dichiarazione in tal senso del sen. Bartolomei”.
Conforme, in proposito, era la deposizione del Presidente del Senato, Fanfani (dep. 28/6/79), il quale, dinanzi alla prospettazione di uno scambio tra l’on. Moro e “un prigioniero comunista” e della utilità di una “sua pubblica dichiarazione che facesse conoscere come la D.C. riduceva le sue opposizioni ad una ipotesi di scambio”, aveva replicato che “il problema riguardava le Autorità competenti dello Stato e che nella sua veste istituzionale non intendeva “pregiudicare” la libertà di decisione sia del Governo che della D.C.”.
Aveva così pensato di rivolgersi all’on. Bartolomei, Presidente del gruppo D.C. al Senato, per chiedergli un suo pubblico intervento capace di produrre “l’effetto di non far precipitare la situazione”.
Della vicenda egli aveva avvertito subito la Presidenza della Repubblica “dato che l’on. Signorile aveva aggiunto che l’avv. Giuliano Vassalli sarebbe stato in condizioni di indicare qualche persona che poteva eventualmente essere scambiata con l’on. Moro”.
Il lunedì successivo (8/5/78) l’on. Craxi aveva chiesto di vederlo; nella circostanza il Segretario del P.S.I. aveva espresso “la sua viva preoccupazione” ed aveva ripetuto “che mentre auspicava un approfondimento del problema giuridico dello scambio, sarebbe stato quanto mai utile, per non dire indifferibile, qualche manifestazione pubblica di attenuato rigore da parte della D.C. intorno al noto problema”.
Il sen. Fanfani aveva promesso che in sede di Direzione della D.C. – già convocata – avrebbe “senz’altro preso la parola per invitare ad un approfondimento di una così grave questione”.
L’on. Bettino Craxi (dep. 26/6/79) spiegava, a sua volta, che in una prima fase, “aderendo ad una sollecitazione della signora Eleonora Moro” aveva convocato l’avv. Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti nel processo che si stava celebrando a Torino, per pregarlo “di prendere contatti con i suoi clienti” e di acquisire “elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso”. “Attraverso le notizie che si erano raccolte” i socialisti avevano “maturato la convinzione che senza una contropartita la sorte di Moro era segnata”.
Vi erano stati “frequenti” incontri con l’avv. Guiso, dai quali si erano “ricavati suggerimenti e valutazioni ma nessun dato di fatto determinante”.
L’on. Craxi affermava, ancora di avere autorizzato Claudio Signorile agli approcci con militanti della c.d. “Autonomia” ed anzi egli stesso si era incontrato, il 6 maggio 1978, con Lanfranco Pace che si era appunto qualificato come “aderente del Movimento di Autonomia”: costui era stato accompagnato all’Hotel “Raphael” dove egli alloggiava dal sen. Antonio Landolfi.
Durante la conversazione, il Pace aveva sostenuto “che secondo la sua valutazione, la situazione stava precipitando e che bisognava fare qualcosa”.
Ad una sua esplicita richiesta se avrebbe potuto avere contatti con i brigatisti, aveva risposto che ciò sarebbe stato molto difficile.
E che, comunque, sarebbe occorso “l’intervento di un esponente della D.C.”.
In sede di confronto con il Pace, Craxi specificava che “a conclusione del discorso”, aveva soggiunto che “per smuovere la D.C.” avrebbe “dovuto avere in mano… una prova che Moro fosse ancora in vita” e che, a tal fine, “sarebbe stato utile ricevere uno scritto dell’on. Moro con la frase convenzionale “misura per misura””.
Sentito dal G.I. in data 28/6/79 Antonio Landolfi dichiarava di avere incontrato “per caso” il Pace il 6 maggio ’78 verso le ore 12, nella zona tra piazza Navona ed il Pantheon. Costui gli aveva manifestato “l’opinione che, se il P.S.I. avesse insistito nella posizione di esperire qualsiasi tentativo per salvare la vita dell’on. Moro, si sarebbe potuto aprire qualche spiraglio”.
Egli allora poiché tale la “linea del suo Partito”, lo aveva invitato a “continuare la conversazione con il Segretario del Partito”.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno si erano entrambi recati a trovare l’on. Craxi, che alloggiava nell’Hotel “Raphael”.
Il Pace, da lui presentato come un noto esponente dell’Autonomia romana, dopo aver escluso di essere un brigatista, aveva ribadito gli stessi argomenti svolti con lui, evidenziando l’importanza della “funzione che, a suo giudizio, ed a giudizio dei suoi amici e degli appartenenti al suo gruppo politico, poteva assumere il P.S.I. perché si arrivasse ad una soluzione del problema Moro”; aggiungendo che “la situazione era bensì grave, ma ancora suscettibile di una soluzione positiva, se i socialisti avessero potuto esprimere una iniziativa ancora più chiara ed esplicita”.
Craxi aveva risposto che si ponevano due problemi: uno concernente la prova dell’esistenza in vita dell’on. Moro; l’altro concernente “la possibilità di sapere se, una volta che dallo Stato fosse venuto un atto di clemenza, questo sarebbe stato tale da provocare un atteggiamento, da parte di chi deteneva prigioniero l’on. Moro, positivo al fine di creare le condizioni per la salvezza della sua vita”.
E allora altro non restava da fare che “ricercare un segnale, un messaggio del tipo “misura per misura””.
Pace aveva concluso che per lui sarebbe stato molto difficile fornire assicurazioni al riguardo.
Interrogato dal G.I. dopo il suo arresto e l’avvenuta estradizione dalla Francia, il Piperno dichiarava che gli incontri con l’on. Signorile erano avvenuti su sollecitazione del Dr. Zanetti, Direttore dell’Espresso e per il tramite del Dr. Mieli.
Nonostante le perplessità da lui avvertite ad incontrarsi con esponenti di Partiti politici, aveva accolto al richiesta.
L’incontro con Signorile e Scialoia era avvenuto a casa dello Zanetti in un periodo successivo al 24/4/78 (data in cui era già stati diffusi i comunicati n° 7 e n° 8 con i quali i terroristi avevano avanzato precise condizioni per il rilascio dell’on. Moro proponendo uno scambio con tredici prigionieri politici già condannati o imputati per delitti commessi a scopo di estorsione.
Il parlamentare socialista, nell’accennare a detta proposta da lui ritenuta inaccettabile, aveva ventilato l’ipotesi della liberazione di un solo detenuto in gravi condizioni di salute. Aveva, peraltro, accennato l’on. Signorile “all’iniziativa di Amnesty International e al problema delle carceri speciali”, chiedendogli cosa ne pensasse. Egli aveva risposto che erano iniziative apprezzabili e suscettibili, comunque, di essere prese in considerazione.
In seguito aveva avuto altri due incontri con l’on. Signorile, su sua sollecitazione. All’ultimo di detti incontri aveva partecipato “di sua iniziativa” il Pace.
A detta di quest’ultimo (int. G.I. 19/2/80) era stato, invece, il Piperno a “pregarlo” di intervenire all’incontro sollecitato dall’on. Signorile.
Ciò era avvenuto la mattina dello stesso giorno del casuale incontro in Piazza Navona con il sen. Landolfi e del successivo incontro con il Segretario del P.S.I. on. Bettino Craxi
Secondo quanto dichiarato da Morucci (int. 13/X/1986) Lanfranco Pace, entrato nelle B.R. nel settembre/ottobre 1977, ne era uscito all’incirca nel successivo mese di dicembre.
Introdotto inizialmente in una “struttura di dibattito”, dopo il fallimento del progetto di una rivista nazionale, che rispondesse all’esigenza di offrire un’elaborazione teorica ai problemi maturati nei tre anni precedenti (dal ’74 al ’77) a seguito del mutamento dell’orizzonte politico, allorché si era trattato di passare ad un livello superiore di coinvolgimento nell’organizzazione, aveva mostrato di non impegnarsi nei compiti affidatigli, disertando gli appuntamenti, compresi quelli c.d. “di recupero” che si sarebbero protratti fino al gennaio 1978.
In effetti Pace, per il breve periodo in cui aveva militato nelle B.R., aveva mostrato di considerare queste “una variabile assolutamente indipendente nel quadro del movimento nazionale”. Variabile che “portava avanti una linea monca”, cioè esclusivamente “militare”, estranea “alle lotte sociali e politiche” e alle nuove problematiche maturate nel ’77.
In quel contesto socio-politico era ravvisabile da una parte “l’estremo spontaneismo delle manifestazioni giovanili”; dall’altra “l’estrema sintesi organizzativa… del gruppo armato clandestino”. Per ricomporre in un quadro unitario detta divaricazione e congiungere “i due monconi del movimento rivoluzionario” non restava che integrare la lotta armata nel tessuto delle nuove conflittualità sociali. Alla realizzazione di un tale progetto Pace intendeva muovere “dall’interno del movimento”; egli, Morucci, dalle B.R., ritenendole “una scelta obbligata”.
Sia egli che la Faranda erano, in seguito, entrati in rotta di collisione con l’organizzazione per avere reiteratamente prospettato l’esigenza di una lotta armata fondata non “sullo scontro” tra le B.R. e lo Stato, ma più legata “ai contenuti della conflittualità che si esprimeva in quegli anni”.
Dopo l’operazione Moro la frattura si era espansa, anche a seguito del dibattito sull’esigenza di costituire “un fronte largo, esteso, di nuclei in parte clandestini e in parte legali interni alla conflittualità sociale e disponibili a “portare avanti la pratica della lotta armata”.
Era intendimento dei due “dissidenti” “usare il veicolo dell’M.P.R.O. per indurre un accostamento delle B.R. all’area dell’anzidetta conflittualità e, dunque, all’analisi dei fenomeni sociali e politici che si esprimevano in quegli anni”.
Dal momento della conclusione dell’operazione Moro fino all’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R. si era, dunque, sviluppato il loro “disagio politico” avvertito dapprima “in termini di disaccordo politico”, quindi come “determinazione di un antagonismo politico”, “di una linea alternativa”, “della necessità di un’elaborazione alternativa a quella proposta dall’organizzazione” (v. atti parlamentari comm. parl. di inchiesta sulla strage di via Fani, Doc. XXIII, n° 5, vol. X, p. 624 sgg.).
Significativo, al riguardo, il testo di un documento rinvenuto nell’abitazione di viale G. Cesare, all’atto dell’arresto di Morucci e Faranda, dal titolo “Fase, passato, presente e futuro, un contributo critico” (rep. 2129), in cui, tra l’altro, è dato leggere:
“questa esigenza di lettura e comprensione… delle lotte operaie e proletarie” che si era inteso “sviluppare internamente e con il metodo corretto della discussione e della elaborazione collettiva” in direzione di colonna, era stato, “invece, arbitrariamente interpretato come linea politica contrapposta all’organizzazione”. Da qui “la condanna” della “cricca di rinnegati”, all’isolamento, al confino, all’annientamento, alla criminalizzazione e la denuncia dei loro “comportamenti deviazionistici piccolo borghesi”, della “manovra” che “da lungo tempo era in atto” e del “gioco diretto da Scalzone o da chissacchì” che, avrebbe anche scritto “il documento” che aveva dato origine alla diaspora.
“L’attuazione di questa macabra strumentazione è una conseguenza della costituzione di uno Stato “dentro” lo Stato, costruito in modo tanto accuratamente “speculare” da farlo crescere altrettanto stupido.
La malafede dell’organizzazione quando afferma che avremmo “colpito” in modo del tutto inaspettato, è dimostrata dal fatto che il giorno dopo che avevamo esposto compiutamente la nostra posizione (su espressa richiesta della Direzione dell’O.) posizione che il compagno dell’esecutivo, incaricato dell’ “indagine conoscitiva” aveva subito definito fuori della linea o della storia dell’organizzazione, due compagni della Direzione di colonna si sono precipitati a casa nostra dicendo che per “garanzia” e mancanza di fiducia dovevano fare inventario immediato del materiale in nostro possesso e trasferirci subito dopo nel luogo di “confino”.
Ma lo “spazio politico” di un “carcere del popolo” riservato questa volta a dei compagni “non in linea” non ci è sembrato francamente sufficiente per condurre la nostra battaglia. Preferiamo lasciare il provvedimento di “confino politico” alla Magistratura, alla Legge Reale, alla Polizia che ne esprime le direttive”.
Per quanto ci riguarda, abbiamo assunto nei confronti della “nuovissima”
polizia del proletariato il medesimo atteggiamento che tutti i compagni che combattono in nome e per la conquista della libertà e del comunismo, hanno da sempre riservato a tutte le polizie.
E il nostro diritto di continuare a combattere non ci sarà negato da una burocrazia neostalinista che si fregia arbitrariamente del titolo di “partito del proletariato” e prefigura un regime a fronte del quale il Capitalismo e la sua “falsa” democrazia rappresentano certo un paradiso terrestre.
Altro fatto rivelatore di questa malafede è che ancora prima di quell’esposizione, compagni della D.d.C. avevano già affermato all’interno delle strutture di lavoro che saremmo usciti in tre o quattro.
Comunque, nel diffidare coloro che avevano lanciato simili “calunnie” dal proseguire in inaccettabili atteggiamenti “quali la folle scompartimentazione di tutti i compagni usciti”, “le visite domiciliari fatte …da ricercati o da altri che potrebbero esserlo presto”, il sollecitare “l’appoggio del movimento (peraltro fermamente negato)”, il parlare “con compagni non dell’organizzazione” della “fuga, con furto di due banditi” – gli autori dell’analisi precisavano che, sebbene “in posizione politica alternativa a quella dell’O.”, non se ne proponevano, però, la “distruzione”, perchè “si porterebbe dietro la perdita di un riferimento essenziale per la costruzione di un processo unitario di Partito, fatto che darebbe la stura a comportamenti anarchici e dispersivi sulla diffusione endemica e disgregata della guerriglia”

Ma, tornando a Pace, dichiarava il Morucci
(ud. 15/X/86, f.88) che nel corso dei 55 giorni di prigionia dell’on. Moro, l’aveva incontrato in un ristorante di Trastevere, dove egli e Adriana Faranda si erano recati a pranzare.
Non si era trattato di “un incontro accidentale”, chè Pace faceva loro la “posta” nella zona già da alcuni giorni. E per questo anzi essi lo avevano rimproverato, dato che i suoi tentativi di porsi in contatto con loro avrebbero potuto condurre la Polizia sulle loro tracce, tanto più che alcuni giorni prima egli era stato “coinvolto” in una retata insieme ad altre persone della sinistra extraparlamentare.
Pace era “curioso” di conoscere i reali intendimenti delle B.R. sulla sorte che sarebbe stata riservata all’on. Moro, esternando nel contempo “anche le preoccupazioni di Piperno” in ordine alla piega che avrebbe potuto prendere la vicenda. Li aveva, altresì, informati di avere incontrato “alcuni esponenti politici” interessati ad avere delucidazioni sull’ “universo brigatista” e a decrittare il linguaggio e i comunicati delle B.R..
Essi, di rimando, si erano limitati a manifestare il loro parere e cioè che occorreva “un pronunciamento politico” da parte della D.C., Partito che le B.R. identificavano, all’epoca, con lo Stato.
La preoccupazione del Piperno – ad avviso di Morucci – era sostanzialmente quella, condivisa da molti, della possibilità di far proseguire, comunque, il processo rivoluzionario; di talchè il ruolo svolto dalle B.R., sia pure avulso dalle esigenze del Movimento, sarebbe potuto essere quello di produrre “effetti destabilizzanti del quadro politico”.
Il Morucci aveva, così, riferito al Moretti, esponente dell’ala intransigente dell’organizzazione, l’incontro avuto con Pace. Costui, pur non dimostrandosi eccessivamente turbato, nel dichiarare la propria contrarietà ad ogni trattativa che non fosse chiara, di pubblico dominio, aveva replicato che l’unico interlocutore ufficiale delle B.R. sarebbe dovuta essere la D.C..
Ribadiva il Morucci quanto dichiarato alla Commissione inquirente per la strage di via Fani (v. atti parl. Comm. Doc. XXIII, n° 5, vol. X, p.621) in relazione alle scadenze della fase attuativa della gestione del sequestro del Presidente della D.C..
In sostanza si era deciso di stringere i tempi (eseguendo la condanna a morte il nove maggio anzichè il dieci) per esservi stati segnali di un’incipiente “apertura della D.C. nei confronti del suo interlocutore”; di un’apertura, tuttavia, estremamente generica e, comunque, inappagante.
La liberazione, infatti, di un solo prigioniero politico avrebbe posto in difficoltà l’organizzazione che si sarebbe potuta trovare esposta al rischio di rifiutare, come insufficiente, l’eventuale contropartita sulla pelle di “un prigioniero comunista”. Più che di un atto formale implicante il riconoscimento politico delle B.R. come interlocutore ufficiale dello Stato, si sarebbe trattato di un’iniziativa unilaterale dello Stato stesso volto alla ricerca di una soluzione incruenta della vicenda (v. ud. 9/3/87, f. 169).
D’altronde il discorso dell’on. Bartolomei ad Arezzo, la vicinanza in quei giorni alla famiglia Moro del sen. Fanfani, il quale era apparso “estremamente sensibile a tentare una via, che non fosse quella a livello governativo”, potevano essere senz’altro interpretati come “segnali di un’interlocuzione politica”, ma talmente generica da non essere ritenuta meritevole di considerazione ai fini pratici. Detti segnali, tuttavia, sarebbero stati sufficienti a “mettere nei guai” l’esecutivo per le ragioni dianzi accennate (f. 166).
Senza considerare che, al tempo, si sarebbe potuti “rimanere impastati nella capacità mediatrice della D.C.”.
Comunque, concludeva sul punto il Morucci, la decisione dell’Esecutivo di uccidere l’on. Moro era stata comunicata loro fin dal 3 o 4 maggio e da quel momento l’esecuzione era stata differita di giorno in giorno.
Spiegava, altresì, Morucci (ud. 13/X/86) che sia egli che la Faranda avevano manifestato sin dall’inizio la loro contrarietà all’operazione Moro, ritenendo che essa sarebbe stata suscettibile di determinare una divaricazione nettissima “tra intervento organizzativo e dinamica della conflittualità sociale”. In altri termini l’organizzazione non si sarebbe dovuta “arroccare” su “una posizione di chiusura organizzativa”; ma avrebbe dovuto cercare “di diluire le proprie istanze organizzative all’interno della dinamica di conflittualità sociale”.
Essi erano, tuttavia, rimasti nell’organizzazione, ritenendo che solo dall’interno sarebbe stato possibile determinare o, quanto meno, esperire un tentativo di “regolare questa totale tangenzialità della linea che si stava affermando”, nella consapevolezza dell’effetto dirompente che gli eventi che ne sarebbero potuti scaturire avrebbero avuto “nella dinamica interna delle relazioni sociali” del Paese (v. atti Comm. parl. strage di via Fani, Doc. XXIII, n°5, vol. X, f. 625).
Ove la “linea” da essi propugnata si fosse affermata vincente, ne sarebbe derivato un rafforzamento delle rispettive posizioni in seno alle B.R. e indirettamente – al dire di Savasta (int. G.I. Roma 9/2/1982) – di quelle di Piperno e Pace, “dagli altri ritenuti i veri artefici di quella linea politica”.
Dichiarava il Savasta nel corso dell’interrogatorio svolto dal P.M. di Padova il 10/2/1982: “Dal dibattito politico che all’interno della Direzione della colonna romana seguì alla conclusione dell’operazione Moro potei desumere che gli organi direttivi dell’organizzazione ed anche il Pace ed il Piperno erano stati concordi nell’innalzamento del livello di scontro, cui era diretta l’operazione stessa, anche se poi si verificarono sostanziali divergenze sulla gestione finale del sequestro, che, come ho già precisato, avrebbe dovuto concludersi – secondo le tesi politiche prospettate dal Morucci – con il rilascio del prigioniero.
In seguito, ad operazione definita, si sarebbe parlato di un tentativo di “infiltrazione” nelle B.R., tramite Morucci e Faranda e lo stesso Pace, già militante della “brigata servizi” (int. G.I. Roma 14/2/82).
L’articolo “Dal terrorismo alla guerriglia” di F. Piperno aveva scatenato un’aspra polemica in direzione di colonna nel corso di una riunione tenutasi in una base di Moiano.
Erano presenti lo stesso Savasta, Seghetti, Piccioni, Gallinari, Morucci e Faranda e Balzarani.
Gallinari, sbattendo il giornale sul tavolo e indicando l’articolo, aveva contestato a Morucci e Faranda di essere i portatori da sempre di una linea politica estranea a quella delle B.R.. Si era venuta, in pratica, maturando la convinzione che quello della conduzione delle trattative “tra Pace e Piperno e il P.S.I.” fosse stato il momento di “ingerenza politica” dei due “per assumere la Direzione di tutto il movimento combattente e in particolare delle B.R. (int. G.I. Roma 23/4/82).
In seguito, maturando il dissidio, Moretti aveva convocato una riunione della Direzione di colonna allo scopo di aprire un dibattito approfondito sulle “ragioni politiche del contrasto” e di pervenire ad un chiarimento. Al termine di detta riunione Morucci e Faranda erano stati invitati ad esprimere in un documento scritto il loro definitivo giudizio “su tutto l’operato politico dell’organizzazione” (int. Savasta G.I. Cagliari 27/2/82). Documento che sarebbe stato fatto girare all’interno come contributo al dibattito.
Poco dopo Morucci e Faranda avevano “dato le dimissioni dalla colonna”, dicendo di non riconoscerne più l’autorità.
L’esecutivo, stante la gravità delle situazioni, aveva deciso di “risolvere drasticamente la questione” ingiungendo ad entrambi il recarsi a preparare il documento richiesto in una base dell’organizzazione e di approntare una lista di quanto avevano in dotazione.
Da quella base erano, però, riusciti a fuggire con l’aiuto di Pace (int. Faranda ud. 2/3/87) portando con sè armi, strumenti di falsificazione e documenti vari, lasciando la scritta: “no, al fermo di polizia”.
Contemporaneamente erano usciti dalle B.R.
Massimo Cianfanelli, Norma Andriani, Carlo Drogi e Arnaldo Maj.
Gli “ex-compagni” allarmati, senza perdere tempo, avevano provveduto a contattare tutti i gruppi estremistici contigui per informarli dell’accaduto e delle ripercussioni negative che sarebbero derivate in caso di aiuti prestati ai transfughi.
Ma le polemiche erano continuate senza placarsi nemmeno dopo l’arresto di Morucci e Faranda.
“Ricordo” – aggiungeva Cianfanelli – “che successivamente all’uscita dalle B.R. mi incontrai con Gallinari in un bar nei pressi di Piazza di Spagna, su richiesta di Savasta e Libera, che erano venuti a trovarmi a casa.
Gallinari era chiaramente interessato al mio reinserimento nell’Organizzazione e soprattutto al recupero delle armi portate via dal Morucci . Il Gallinari mi disse che questi e Faranda erano due banditi e che si erano lasciati manovrare da personaggi ambigui quali Piperno e Pace, anche prima e durante il sequestro Moro. Risposi al Gallinari che non sapevo nulla dei rapporti tra Morucci e Faranda e Piperno e Pace…Cercai d’accordo con Gallinari di combinare un appuntamento tra la Faranda e uno delle B.R.. Dopo qualche giorno rividi Morucci, che io incontravo di frequente, e parlai sia della questione delle armi che di altre questioni legate ai problemi dell’organizzazione dell’ “M.C.R.” (che inizialmente doveva chiamarsi “M.C.C.”, Movimento comunista combattente), sia dei suoi rapporti con Piperno e Pace, anche dopo il suo ingresso nelle B.R..
Il Morucci rispose che li aveva incontrati e che ciò peraltro non significava niente in quanto egli era legato a loro da antica amicizia. In quella stessa occasione o in altre circostanze, Rosati disse che Piperno e Pace si erano detti contrari all’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R., poichè costoro dovevano continuare la loro battaglia per un diverso indirizzo politico all’interno dell’organizzazione”.
Comunque sia di Piperno che di Pace – precisava il Cianfanelli nell’udienza del 17/2/87 (S. III) – se ne era sempre data all’interno delle B.R. una valutazione negativa, essendo essi considerati, nulla più che “grilli parlanti, cioè gente che amava parlare, amava starsene in finestra a guardare…con velleità di potere sugli altri”.

Con l’opuscolo intitolato “Brigate Rosse n°7 Luglio 1979: dal campo dell’Asinara” allegato al volantino di esaltazione dell’omicidio del maresciallo Domenico Taverna, nella vicenda si erano voluti inserire pure “i militanti prigionieri”, i quali si erano scagliati contro Valerio Morucci e Adriana Faranda, qualificandoli “neofiti della controgguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione”, contro il “barone Piperno” e tutti i “sedicenti autonomi” che “dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alla lotta più truculenta e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame le loro rivendicazioni di innocenza”.
In realtà, al dire di uno dei “capi storici” delle Brigate rosse, Alberto Franceschini (ud. 17/XII/86), il contrasto di fondo era essenzialmente un “contrasto sui modi diversi di concepire l’organizzazione” in rapporto col “Movimento”.
Ed era un contrasto che passava anche all’interno del gruppo del carcere.
Tant’è che tracce se ne rinvenivano nel comunicato n°19 emesso nel corso del “processo di Torino”, in cui vi era un richiamo “a un ritorno alla lotta di massa” e ad un suo “rapportarsi alla realtà”. Ed in precedenza, in un comunicato emesso a Bologna nel febbraio-marzo 1977, donde era rilevabile una critica allo “spontaneismo”, come all’ “organizzativismo” inteso come “tendenza a concepire l’organizzazione separata dal movimento”.
Ma la pubblicazione su “Lotta Continua”, dopo l’arresto del Morucci, nei primi mesi del ’79, di un documento a firma di costui e della Faranda in cui si tentava di avvalorare la linea da loro propugnata all’interno delle B.R. con il richiamo a quella originaria dei “Padri storici” (quale consegnata nel menzionato comunicato n°19), aveva fatto temere che il silenzio degli stessi “Padri storici” sarebbe potuto essere interpretato come confermativo dell’assunto dello stesso Morucci. E che, per tal verso, ne fosse potuta derivare una loro strumentalizzazione nel contesto di “diatribe esterne” a loro affatto estranee. Tanto estranee, che, al momento in cui essi avevano stilato quel documento, ignoravano che Morucci e Faranda erano usciti dall’organizzazione a seguito del dissenso maturatosi all’interno.
Ciò non di meno l’organizzazione stessa quel documento aveva “gestito”
in seguito, nell’autunno dello stesso anno, per sostenere la linea ufficiale (v. ud. 17/XII/86).
Affermava Franceschini l’inconsistenza di quanto sostenuto dal Buonavita, che a quel dibattito all’interno del carcere dell’Asinara non aveva neppure partecipato (all’epoca, infatti, era detenuto altrove) e cioè che l’iniziativa di Morucci era stata interpretata come pilotata dal Piperno (e dal P.S.I. che ne era alle spalle) e, in quanto tale, ritenuta pericolosa per l’Organizzazione.
Conforme era la deposizione sul punto di Lauro Azzolini, coautore del documento dell’Asinara. La linea di Morucci e Faranda non era “una linea peregrina”, potendo, per contro, “intaccare a certi livelli l’organizzazione”. Sarebbe stato, dunque, opportuno che il dibattito fosse continuato all’interno dell’organizzazione senza addivenire ad una rottura traumatica.
Tanto più che le motivazioni di fondo delle posizioni di Morucci e Faranda scaturivano “dal profondo dell’organizzazione” e, dunque, meritavano di essere sviluppate “nell’internità della stessa”.
Tali considerazioni avevano determinato i reclusi a compilare quel “volantino”, dopo l’uscita su “Lotta continua” del documento morucciano.
(…)
Dopo l’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R. taluni dei militanti ortodossi dell’organizzazione avevano chiesto a Pace, di incontrare Piperno, convinti che i due dissidenti fossero in contatto con lui.
Essi ritenevano il Piperno e lo stesso Pace responsabili di quanto accaduto, della spaccatura, cioè, determinatasi nell’organizzazione.
Il Piperno – al dire di Morucci – si era subito recato all’appuntamento e in quell’occasione probabilmente era stato minacciato.
Interessante al riguardo la deposizione resa dal Savasta (int. G.I. Roma 9/2/82): “un altro episodio che dimostra gli stretti legami esistenti tra Piperno e Pace, Morucci e Faranda, è costituito dal fatto che subito dopo la fuga di Morucci e Faranda, i componenti della Direzione di colonna Seghetti, Gallinari, Balzarani, Piccioni ed io stesso ci rivolgemmo al Pace, in occasione di un incontro che avvenne casualmente presso il bar Fassi, per chiarire la questione dei rapporti delle B.R. con Morucci e Faranda e della restituzione delle armi (v. anche atti comm. parl. strage via Fani int. Savasta 6/7 aprile 1982).
In quella occasione si prese un accordo per un successivo incontro che si sarebbe dovuto tenere a casa del Piperno o in una casa messa a disposizione dal Piperno. In effetti questo incontro ci fu realmente. Ad esso parteciparono Moretti, Balzarani, Pace e Piperno. Nel corso della riunione, di fronte alle accuse di Moretti e Balzarani, Piperno e Pace non negarono di avere sempre mantenuto rapporti personali e politici con Morucci e Faranda, dei quali sostenevano di ignorare il rifugio.
Essi affermarono che “Metropoli” avrebbe sempre sostenuto, come aveva fatto fino a quel momento, l’azione delle B.R., rispetto alle quali essi si ponevano in un’azione di sostegno ideologico e politico.
Qualche tempo dopo la rivista “Metropoli” pubblicava un articolo nel quale si parlava dell’attentato a Schittini, sul quale si formulava un giudizio positivo”(v. pagg. precedenti 102 e 103 della presente sentenza).
Interessante, altresì, la deposizione del Buonavita resa al G.I. di Roma il 7/3/83 (v. anche int. Emilia Libera, vol.5, F.9, S.29):
“A proposito del Piperno noi detenuti delle B.R. del carcere di Palmi sapemmo che il comitato esecutivo della nostra organizzazione valutava negativamente l’opera dello stesso Piperno, poichè tramite gli uomini a lui legati, presenti nella nostra organizzazione, egli generava fratture e contraddizioni. Il comitato esecutivo, decise, pertanto, di intervenire molto duramente contro Piperno. Il Gallinari riuscì a mettersi in contatto con lui in un bar di Roma e parlando al nome dell’esecutivo gli intimò di non proseguire nella sua manovra diretta a mettere il suo cappello politico alle B.R. e nel contempo richiese la restituzione delle armi e del materiale che Morucci e Faranda avevano portato con loro sottraendolo all’organizzazione”. Ciò – aggiungeva il Buonavita – aveva appreso leggendo una relazione che Seghetti e Gallinari avevano predisposto per la brigata di campo del carcere di Palmi “circa la situazione della colonna romana”.

Una conferma di notevole rilevanza dell’esistenza di un rapporto mai definitivamente reciso dal Pace con esponenti delle B.R. proviene dalla stessa voce del Morucci (ud. 9/3/87), il quale dichiarava di avere appreso che, dopo la loro uscita dall’organizzazione, Moretti aveva incaricato Seghetti di cercare Pace, nella speranza che costui potesse stabilire dei contatti tra le B.R. e P.L.. Il Pace, invero, non aveva verosimilmente cessato di avere collegamenti con ex militanti di P.O. confluiti nell’una e nell’altra organizzazione.
Seghetti si era mostrato recalcitrante a contattare il Pace, ma Moretti aveva insistito nella sua richiesta, forse perchè convinto che Pace fosse la persona più idonea, il canale “meno rischioso” a tal fine.
Pur in difetto di un accordo politico con P.L., stanti le differenze di ordine tattico e strategico – spiegava Morucci – identico era l’obiettivo da perseguire: “il capovolgimento dell’ordine sociale” e in vista di tale obiettivo “era necessario accorciare le distanze, realizzando accordi operativi utili a costituire un unico fronte combattente comunista”.
Anche per Savasta (int. P.M. Padova 5/2/82) Pace era un “canale obbligato” per stabilire un contatto tra B.R. e P.L., tanto “obbligato” che la decisione di ricorrere a lui era stata adottata in Direzione di colonna (atti Comm. parl. strage via Fani, sedute 6-7 aprile . v. Fasc. int.ri Savasta). Già in passato si era inteso “ampliare il fronte di combattimento” e costituire un’unità di attacco alla D.C. nel contesto della c.d. “campagna di primavera”.
“Nell’ultima fase del sequestro Moro” – precisava Sandalo Roberto – ” vi furono almeno due riunioni a Milano tra esponenti delle Brigate rosse ed esponenti di P.L.”. Secondo quanto riferitogli da Marco Donat Cattin “per le B.R. si presentarono Azzolini e, pare, Franco Bonisoli; per il P.L. parteciparono lo stesso Donat Cattin e Nicola Solimano”.
Oltre a discutere in generale, le B.R. “chiesero un aiuto squisitamente militare all’organizzazione P.L. per rompere l’accerchiamento; cioè, si sentivano un po’ il fiato sul collo. Portare avanti quell’operazione nella Capitale e avere gli occhi puntati di tutte le forze dell’ordine comportava grossi problemi logistici e di spostamenti. Pertanto, poichè P.L. era abbastanza radicata nel nord-Italia, era stato chiesto che l’organizzazione facesse una serie di operazioni a Milano, a Torino, in altri luoghi, ove era presente, per distogliere l’attenzione dalla Capitale, proprio in supporto militare alla campagna che le B.R. stavano conducendo”.
Marco Donat Cattin e Nicola Solimano però, “rifiutarono la proposta, affermando che la loro organizzazione non condivideva l’attacco alla D.C. e di conseguenza il sequestro di Aldo Moro”. Ed espressero nettamente una valutazione negativa dell’operazione, non giudicando opportuno “alzare il livello di scontro” contro la D.C.

 

04. Motivi della decisione

Nell’assunto dell’ordinanza di rinvio a giudizio e, a monte di questa, nella motivazione della requisitoria dell’Ufficio dell’Accusa, prima ancora della strage di via Fani, del sequestro e dell’omicidio dell’on. Aldo Moro, tra le B.R. e, in particolare, tra una frangia di queste e gli imputati Piperno e Pace, correva un rapporto di stretto collegamento dapprima sotterraneo, poi venuto alla luce in occasione della diaspora del gruppo Morucci e Faranda: un rapporto tale, in questa impostazione, da consentire l’addebitamento al Piperno ed al Pace, attraverso l’intermediazione di costoro, di alcune condotte proprie delle Brigate rosse.
In quest’ottica costante dovrebbe risultare l’intento egemonizzante di Piperno e Pace, del primo sopratutto, in funzione della proclamata necessità di coagulo delle presenze armate in Italia “a sinistra” della sinistra per la realizzazione, variamente interpretata, a seconda dei momenti storici (come prospettiva immediata, vale a dire, in un primo tempo, a Rosolina, per intenderci, come aspirazione più sfumata nel tempo, più in là) della “presa del potere”.
Un intento che, in questa ricostruzione, avrebbe riprova nell’articolarsi delle presenze di Piperno e Pace durante le c.d. “trattative” per la liberazione dell’on. Moro; più particolarmente nella trama degli incontri tessuta dai due odierni imputati con Morucci e Faranda, da un lato, e con Forze politiche istituzionali dall’altro e che troverebbe un’ulteriore riprova, dall’interno delle B.R., nell’accusa di queste a Morucci e Faranda di essere stati da sempre pedine nelle mani di Piperno e Pace; un’accusa esplicitata in un documento delle B.R. che esamina il comportamento dei due transfughi e lo aggancia espressamente al tentativo di egemonia di Piperno e di Pace, alla volontà di questi due soggetti di “mettere il cappello” sopra l’organizzazione armata.
Una linea di ricostruzione di quanto accaduto in questo campo nei c.d. anni “di piombo” nel nostro Paese, che fosse necessariamente attraverso i momenti di contatto tra le varie organizzazioni armate, la evidenziazione del muoversi di queste nel Movimento e il passaggio, attraverso i due, giudicabili di detti momenti di contatto, con al centro quello strumento di accorpamento e di elaborazione teorica unificanti, individuato, in questa prospettiva, nello strumento “Metropoli”.
Proprio questa rivista e il vario far capo ad essa o ai singoli redattori di canali di incontri e di rifornimenti di armi ai vari gruppi eversivi a seguito di inquietanti incontri con aree internazionali costituisce, nell’assunto dell’ordinanza di rinvio a giudizio, il punto fondamentale dal quale prende l’avvio la conclusione di un’ulteriore affermazione che aggancia saldature con finanziamenti di enti pubblici e con responsabilità di indole penale per omicidi a sud di Roma.
Via via in un’ulteriore opera di collegamento più a sud con fasce di criminalità comune organizzata.
C’è indubbiamente un ruotare di Morucci e Faranda attorno alle posizioni di Piperno e c’è anche, nonostante le accuse personali di inaffidabilità, un muoversi di Pace e un rivolgersi a questo vuoi dal Morucci e dalla Faranda anche per la ricerca di luoghi ove continuare la latitanza, vuoi, da parte delle B.R. per ristabilire contatti con altre formazioni armate.
C’è anche un’accertata militanza di Pace nelle B.R. e la costanza di un rapporto con queste pur dopo l’affermata uscita dalle formazioni armate: punti tutti che non sono ovviamente da trascurare e che impongono una disamina particolareggiata dei singoli elementi processuali.
L’estensore della presente sentenza ritiene, però, necessario risalire nel tempo al fine di controllare anzitutto la radice del rapporto Morucci-Faranda da un lato, Piperno e Pace dall’altro e, poi, lo spessore degli elementi probatori a sostegno dell’accusa mossa a Piperno e a Pace di costituzione di banda armata non necessariamente sussumibile sotto la sigla esclusiva delle Brigate rosse.

 

05. Le posizioni di Piperno e Pace

Il nucleo centrale delle imputazioni contestate a Piperno e Pace, quello sul quale, soprattutto, la Corte si è nel corso dell’istruttoria dibattimentale più a lungo soffermata, attiene alla partecipazione dei due imputati alla tragica vicenda Moro.
Va detto che agevolmente potrebbe pervenirsi all’affermazione delle responsabilità dei giudicabili avvalendosi delle “letture” dei comportamenti dei due da parte delle Brigate rosse. Sia, infatti, che ci si soffermi, sulla ragion d’essere del “congelamento” di Morucci e Faranda (sintomatico è lo sbattere della rivista “Pre-print” da parte di Gallinari sul tavolo, come scoperta dei “burattinai”) sia che, muovendo anche da alcune dichiarazioni del Savasta, l’attenzione si sposti sul documento della brigata di campo, non par dubbio che, secondo la valutazione delle B.R., Morucci e Faranda erano legati ombelicalmente a Pace e Piperno, che a loro piacimento li manovravano. Esplicita è, ad esempio, nella dichiarazione di Savasta riassunta nella premessa di Gatto della presunta sentenza, l’affermazione del riferimento anche a Piperno e Pace dell’operazione Moro.
In quest’ottica, il muoversi di Piperno e Pace nella ricerca di soldi con le Forze politiche istituzionali per dare sbocco concreto alle trattative, assume, poi, un forte valore indiziante di una partecipazione alla “gestione” del sequestro, sia pure innestando in questa le trame di una tessitura diversa rispetto a quella del Comitato esecutivo delle Brigate rosse.
Un muoversi, tutto sommato, di una minoranza che, dall’interno attraverso Morucci e Faranda, dall’esterno, attraverso le capacità di sviluppare contatti con Forze politiche istituzionali, tenta la strada di un mutamento nella strategia della banda armata, come prosecuzione di un’antica prospettazione.
Sfuma, allora, il contorno della ricerca di una soluzione “umanitaria” e l’azione si colora per quel dì di un insistere su un mutamento degli obiettivi immediati della banda armata.
In questa prospettazione, nella traduzione di essa in termini di qualificazione giuridica, par chiaro il convergere della gestione del sequestro verso la realizzazione del fine perseguito con lo stesso, il disaccordo, centrandosi soltanto sulla pericolosità (ai fini della stessa organizzazione), dell’innalzamento del livello di scontro, fermo restando il raggiungimento dell’obiettivo di un qualche consistente “riconoscimento” dell’interlocutore armato.
Ed è, in fondo, o può essere un tassello per questo mosaico il fatto riferito dal Morucci del rimprovero mossogli dal Piperno per la fuoriuscita dalle B.R., un timore, quindi, per l’impossibilità di manovrare attraverso presenze non trascurabili nell’interno dell’organizzazione.
Ed ancora a contribuire a questa “lettura” delle risultanze processuali può dare un ragguardevole contributo quanto precisato nel processo da una fonte (il Savasta) circa l’impegno asssunto dal Piperno di sostenere su “Metropoli” la linea delle Brigate rosse.
Una ricostruzione questa delle B.R. avente a monte l’intento di coprire la stessa con un “cappello” che saldasse l’efficienza, geometrica, della potenza armata con le istanze immediate del Movimento.
Sarebbe agevole, peraltro, in questa prospettazione, spiegare il gran muoversi di Pace nella ricerca di contatti politici in funzione quasi di interprete autentico di messaggi delle B.R. Ma, tuttavia, se così facesse, la Corte rinuncerebbe al proprio dovere di valutare le risultanze e adagerebbe la propria decisione su quella adottata dalle B.R.. Già par chiaro, sul punto, anzitutto che il giudizio espresso dalla banda armata era un giudizio, nell’ottica di questa interpretazione del comportamento di Morucci e di Faranda in termini politici.
Esatto è, al riguardo, il rilievo di Franceschini circa l’esigenza di “svilire” al livello di marionette i due dissidenti.
Inoltre, che antecedentemente alla strage di via Fani ci fosse stata una qualche partecipazione del Piperno alla relativa decisione, non risulta neanche dalle dichiarazioni dinanzi accennate rese da Antonio Savasta.
Quivi, infatti, il “dopo”, acquista un valore sintomatico del “prima”, cioè una volta stabilito il collegamento tra la diaspora e Piperno, a questo si fa carico di tutto il comportamento delle “pedine” manovrate.
Ma di queste “pedine” non c’è il processo, un elemento probatorio che consenta alla Corte di ritenere che trattasi effettivamente di pezzi da manovrare, fedeli esecutori di ordini, ubbidienti, pronti a richiedere autorizzazioni ad agire.
Peraltro, la convergenza su posizioni politiche non implica necessariamente subalternità degli uni all’altro.
Non ha rilievo per la Corte ricercare le ragioni profonde del muoversi di Piperno in occasione del tentativo di intrattenere trattative sulla sorte dell’on. Moro. Ad eccezion fatta, però, di una esclusione. Quella relativa, cioè, all’innestarsi dell’attività di Piperno sul filone esclusivo del raggiungimento del risultato perseguito. La Corte non ignora la linea giurisprudenziale tracciata dalla Suprema Corte di Cassazione di termini di responsabilità a titolo di concorso dell’attività di chi svolge, a sequestro avvenuto, un comportamento diretto, comunque, a fare ottenere il vantaggio perseguito con il sequestro stesso (ad esempio il prezzo del riscatto).
Osserva però al riguardo, la Corte, che deve trattarsi, pur sempre, di un’attività che si inserisca con efficienza causale nel mantenimento del sequestro. Là dove il comportamento dell’intervento si limiti a “spiegare”, ad “interpretare” messaggi degli altri, senza alcuna possibilità di incidere direttamente sulla sorte del sequestrato, non par dubbio al Collegio che non si tratti di un’attività concorsuale.
Piperno formulava da anni, sia pure con qualche interruzione, conseguente al “ritiro” cosentino, una data ipotesi politica e la prospettiva anche, ovviamente, per influire sulla linea di sviluppo delle B.R.
Con momenti di avvicinamento od anche, a volte, di contatto più penetrante, ma le risultanze processuali, in primo luogo, le nette affermazioni anche di Bonisoli, consentono di ritenere che il Piperno fu del tutto estraneo all’eccidio di via Fani e alla gestione del sequestro Moro.
Egli agì, durante questo sequestro, preoccupato delle sorti del Movimento, dall’impatto su questo dell’innalzamento del livello di scontro, ponendosi in un’ottica diversa da quanti, per la realizzazione di fini umanitari, lo contattarono.
Ma questo suo agire per un fine diverso rispetto a quello perseguito da alcune Forze istituzionali, non legittima l’inferenza che egli agì “in concorso” con le Brigate rosse.

Il discorso sulla “contiguità” delle aree non si può tradurre nell’affermazione della medesimezza delle aree stesse e, più ancora, per quello che interessa i giudici da vicino, non legittima l’assunzione di responsabilità penale concorsuale.
Se i giudici avessero raccolto adeguato materiale probatorio per coonestare il giudizio espresso, dopo la diaspora, dalle B.R., il risultato del processo sarebbe stato diverso.
Ma il materiale raccolto costituito anche dalle affermazioni dibattimentali di Bonisoli e di Franceschini dimostra, invece, che Piperno restò fuori dall’organizzazione “B.R.” e non fu coinvolto né nella strage di via Fani né nell’uccisione dell’on. Moro. Consegue il proscioglimento con la formula per non aver commesso il fatto da tutte le imputazioni residue rispetto a quelle per le quali già in precedenza, nel corpo di questa stessa sentenza, si è pervenuti all’affermazione di colpevolezza del Piperno o al proscioglimento con una diversa formula.
Diverso è il problema relativo alla posizione di Lanfranco Pace per quanto concerne la responsabilità di questo in ordine alla strage di via Fani, al sequestro e all’omicidio dell’on. Moro e ai reati commessi (diversi, si intende, da quello di banda armata) dalle Brigate rosse e contestati come attività concorsuali al Pace.
Questi, invero, militò sicuramente, per la sua stessa affermazione, avvalorata dalle dichiarazioni di Morucci, nella brigata servizi delle B.R. Una brigata che, nell’organigramma della banda, aveva compiti essenziali per la sopravvivenza e la realizzazione dei fini delittuosi perseguiti dalle bande stesse.
Pace, secondo l’assunto suo e di Morucci, soggiornò, però per un limitato periodo di tempo, in questa struttura, per allontanarsene, quasi “placidamente” poco tempo dopo.
Un allontanamento che avrebbe assunto la dimensione quasi di un “defilarsi” attraverso il mancato rispetto degli appuntamenti anche “di recupero”.
Uno strano ritorno di Pace alla legalità senza alcun rimbrotto ed anche senza alcuna richiesta di “spiegazioni” da parte di un organizzazione che considerava se stessa come particolarmente rigida. Lo strano fu ancora quello che, nonostante la pretesa inaffidabilità (a volte par di capire per la tendenza al gioco del poker), tanto i dissidenti, quanto il nucleo direttivo delle B.R. tornano a contattare Pace per finalità non trascurabili. Uno scopo di aggiornamento della situazione e della ricerca di aiuto anche “per armi e bagagli” (vistosi in ogni caso) da parte di Morucci e Faranda e questo consentirebbe l’approdo “de plano” ad un giudizio di definitivo allontanamento da parte del Pace dall’organizzazione B.R.. Con in più il corollario del muoversi del Pace durante il sequestro dell’on. Moro in una posizione assolutamente esterna rispetto a quella delle B.R.
Di contro, tuttavia, c’è un fatto di particolare rilievo costituito dal ricorso al Pace da parte dei vertici delle B.R. per ristabilire contatti con altre organizzazioni armate. Ne deriva inquietudine su questo ruolo di cucitore di Pace quasi una posizione di supervisione dell’uno e l’altro gruppo; una posizione che non può essere facilmente accantonata specie quando si tengano in considerazione i comportamenti antecedenti del Pace in ordine ai vari tentativi di cucire strappi di condurre ad un’unità e di dotare di armi e di supporti ideologici la lotta armata.
Un ruolo, in ogni caso, che smentisce il giudizio di inaffidabilità non fosse altro che per l’estrema delicatezza dell’incarico affidatogli, la pericolosità dell’espletamento dello stesso e la potenzialità criminosa dell’alleanze da stabilire.
In questa situazione, la Corte deve valutare il peso delle affermazioni relative all’estraneità del Pace ai reati contestategli diversi da quelli della banda armata e soppesarle alla luce della prova di un comportamento oggettivamente di sostegno alla continuità delle B.R. Con possibili inferenze sulla sostanziale permanenza del Pace in seno all’organizzazione, inferenze, tuttavia, a livello di dubbio; tali, appunto, da legittimare un giudizio di proscioglimento con formula dubitativa.

Processo Metropoli was last modified: Gennaio 7th, 2015 by glianni70.it

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6. In un’epoca che ha fame di storie ‘forti’, la lotta armata è l’ultima storia ‘forte’, l’ultima storia in atto che investa una dimensione collettiva, che riguardi tutti, che incida almeno potenzialmente sui destini generali (almeno prima e dopo l’undici settembre; del resto è proprio dopo il 2001 che il tema della lotta armata diventa di successo). Da questo punto di vista non è sbagliato parlare del terrorismo come di un vero e proprio mito della ultracontemporaneità, di cui la narrativa italiana si riappropria quando la Storia si rimette in moto, ma i miti residui continuano a scarseggiare – e quando il feticcio delle Torri crollate, dopo l’undici settembre, assume una dimensione di attualità planetaria, ricca di implicazioni storiche e simboliche (la fine del Postmoderno), se non addirittura metafisiche (l’autodistruzione dell’Occidente)[1].

In più, dal punto di vista della letteratura, la lotta armata degli anni Settanta possiede una sfumatura rivoluzionaria e, per alcuni, un’aura di grandezza che mancano al terrore post-rivoluzionario dei nostri anni, in particolare quello legato al fondamentalismo religioso o allo stragismo mafioso. L’eversione rossa, in particolare, in modo capzioso ma esplicito, si vuole omologa a quella stagione gloriosa e certamente ‘forte’ della storia (anche letteraria) italiana che è stata la Resistenza antifascista; non dimentichiamo che proprio la “Resistenza tradita” ha costituito uno dei miti di fondazione del primo brigatismo rosso – e che il rapporto ‘filiale’ tra Resistenza ed eversione postsessantottesca è stato a sua volta esplorato dalla narrativa italiana: per esempio da Tabucchi, in Dolores Ibarruri versa lacrime amare (nel Gioco del rovescio), o nel più recente Tristano muore. Anche in opere di autori più giovani, nati e cresciuti lontano dalla guerra, si ritrovano tracce di una riflessione sui legami profondi tra l’eredità della Resistenza e i “compagni che sbagliano”, e tra questi e il cuore del Movimento. Insiste in questa direzione Battisti, con evidenti scopi di legittimazione (in Cargo sentimentale  e nell’Ultimo sparo). Ma anche, per esempio, Villalta, in Tuo figlio, o Sartori, in Descrizione di una battaglia, o Rastello, in Piove all’insù:

Ecco: sul lunghissimo corso che va dal cuore della città da una parte, e dall’altra alla valle di Susa, buchi neri, gallerie, ombre e di là la Francia, sul corso dicevo stano sparando, pistole tese in avanti, mani addestrate al tiro e passamontagna nero, e tutti restiamo a guardare dal cancello del parco, e la polizia è fuggita, lontano, fino a Piazza Bernini. E quelli sparano e qualcuno ride, hanno corpi giovani, elastici, e guizzi negli occhi che ricordo e magari non ho visto, guizzi verso di noi che non sappiamo se crederci. Occhi che so di conoscere[2].

Ma le omologie superficiali e i rapporti rapsodici nascondono un’opposizione di fondo, su cui è giusto riflettere: mentre la Resistenza ha offerto subito alla nostra narrativa un innesco narrativo prolifico e potente, la lotta armata, come abbiamo visto, ha faticato a imporsi come tema letterario, e per giunta al prezzo di ingombranti schematismi, e di una lunga fase di silenzio[3].

Si tratta di uno scarto che può spiegarsi in molti modi. Se tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta il grosso della narrativa italiana ha omesso di narrare questo specifico tipo di azione, è stato in parte per ragioni interne al campo letterario stesso – perché quella letteratura era e si voleva più libera da ipoteche spettacolari e di intrattenimento, e più vicina al proprio ‘specifico’ gioco formale. In parte perché l’egemonia postmoderna implicava e quasi teorizzava dal punto di vista tematico, il vuoto di eventi, rigettando temi dal rilievo realistico troppo accentuato o smussandone gli angoli (come nel caso di Tabucchi, in Piccoli equivoci senza importanza). In parte, e forse soprattutto, perché quella azione in particolare –  la violenza fratricida dell’estremismo politico -aveva preso una piega tale, in Italia, da non poter apparire che sgradevole, distruttiva e priva di sbocco, destituita di ogni eroismo antagonista: il “cancro” di cui parla Arbasino in Un paese senza. Certamente la lotta armata non ha costituito materia valida per un racconto epico (se non nei romanzi dell’eversione di destra: Io non scordo di Marconi, Avene selvatiche di Perisier); ma non è bastata nemmeno come materiale per una riflessione, da svolgere con gli strumenti specifici della letteratura. Piuttosto è stata a lungo vissuta dai letterati come un ostacolo creativo, un’amnesia, un “buco nero” (così, alla lettera, l’omicidio Peci, nel romanzo di Silvia Ballestra[4]) che inghiotte tutta la stagione successiva al Sessantotto, e rischia di cancellarne, a sinistra, le conquiste politiche e sociali. Lo notava Fortini nel 1982:

Sono bastati gli ultimi sei o sette anni di terrorismo, di politica della unità nazionale, e di inflazioni e di scandali (…) perché interi blocchi di problemi venissero rimossi e considerati inesistenti non pochi sperimentati principi di interpretazione (…). Ecco perché è assolutamente impossibile, oggi, trasmettere a chi ha diciotto anni una qualche verità non convenzionale su quello che da loro dista appena un decennio (il periodo 1962-1972), quando i loro padri, oggi smarriti e rassegnati quaranteni, li issavano sulle spalle nelle manifestazioni per il Vietnam. (…) Alla lettera, non sappiamo più che cosa abbiamo fatto, chi eravamo, che cosa volevamo, un mese, un anno, dieci ani fa[5].

Ma alla fine degli anni Ottanta e soprattutto durante i Novanta il quadro politico è sufficientemente cambiato perché muti anche il rapporto tra immaginario e anni di piombo. La fine del conflitto sociale, il riflusso, l’esplosione dell’infotainment hanno da un lato svuotato ed estetizzato la violenza, dall’altro reso l’azione estrema un ingrediente appetitoso per ogni impresa narrativa: non serve più la presenza di un’aura, è sufficiente la miscela di violenza e di mistero. La legittimazione della lotta armata come tema narrativo dà conto, in questa fase, di un più complessivo mutamento del rapporto tra letteratura e media, o meglio di un assoggettamento simbolico della prima ai secondi: si comincia a narrare il terrorismo non per obbedire a una tendenza della ricerca letteraria, ma  “proprio perché è stato e continua ad essere oggetto del racconto e dell’analisi mediatica”[6]. Il lungo oblio del trauma sociale da una parte, dall’altra il nuovo bisogno di spettacolarità alimentato dai mezzi di comunicazione di massa creano i presupposti perché non solo la letteratura, e tantomeno solo quella di genere, ma la narrativa tout court prenda a corteggiare frammenti di azione violenta ed eccezionale come fonte di intrattenimento, shock emotivo e ‘presa’ sul pubblico. E’ significativo che proprio gli ex terroristi risultino a lungo i più prudenti nell’andare in questa direzione, i più eufemistici, i meno realisti; e che invece siano gli scrittori di professione – e soprattutto, come vedremo, gli scrittori di genere – ad appropriarsi degli aspetti più aspri della stagione della lotta armata.

C’è un aneddoto, raccontato da Moresco nella seconda edizione di Lettere a nessuno, che testimonia di questo passaggio: dalla rimozione editoriale degli anni di piombo al loro sfruttamento commerciale. Al centro della prima parte del libro la vera storia di Antonio Moresco, e dei suoi inutili  sforzi, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, per trovare una casa editrice disposta a pubblicare il suo primo monumentale romanzo, Gli esordi – che tra le altre cose rielabora episoli legati alla militanza dell’autore in alcuni gruppi extraparlamentari, nella stagione successiva al Sessantotto. Nella seconda parte di Lettere a nessuno si trova una scena, collocata cronologicamente nel 2006, in cui il protagonista, scrittore ormai affermato, consuma un pranzo di lavoro con un suo nuovo potenziale editore:

Alla fine del nostro primo incontro mi butta lì: – Perché non mi fai un romanzo sugli anni Settanta? Sono sicuro che ne verrebbe fuori una cosa fortissima[7].

Per certi versi la fine della rimozione si può considerare un passo avanti, rispetto ai lunghi anni della metaletteratura come forma di evasione o di afasia; ma è anche il segno dell’instaurarsi di una rimozione nuova e più complessiva – la  difficoltà del romanzo di oggi a trovare materia nel quotidiano, a raccontare in profondità ciò che è normale. Una così radicale estetizzazione del terrorismo è anche, in altri termini, il prodotto di un immaginario colonizzato, in cui si sconta la crisi del novel – il suo venire a patti con le leggi spettacolari che monopolizzano la comunicazione contemporanea[8].

7. In un’epoca che ha fame di storie vere, cioè di rielaborazioni narrative di eventi realmente accaduti, la lotta armata offre un repertorio di storie vere – o verosimili. Un fattore che non contrasta ma al contrario integra quello precedente: una storia forte è ancora più forte se è o sembra vera. In questa cornice, i testimoni possono diventare testimonial; scrittori “che c’erano”, e che per questo acquistano una voce più autorevole e talvolta più interessante. Alla crisi italiana del novel corrisponde infatti da noi la fortuna di tutte le cosiddette ‘scritture di frontiera’ – ovvero di forme narrative fluide, disposte a mescolare generi diversi per assorbire da ciascuno di essi diversi tipi di energia semiotica. L’ascesa del tema della lotta armata è anche in parte legato al successo, oggi, di ogni narrazione in prima persona, di ogni racconto testimoniale, di ogni “finto-vero”, di ogni genere misto – cui non possiamo attribuire un rigoroso statuto di realtà. E questo non solo perché il terrorismo lo si è molto raccontato, come abbiamo visto, attraverso un filtro autobiografico e identitario (la vasta memorialistica sugli anni di piombo); ma anche perché quel tema si presta particolarmente alla trascrizione veristica, alla ricerca documentaria, processuale e d’archivo; al trattamento reportage di uno scottante materiale di cronaca – come accade per esempio in De Cataldo. In questo bacino tematico arrivano così a toccarsi i due principali affluenti del cosiddetto non fiction novel italiano: l’inchiesta e il diario, la ricostruzione e la memoria autobiografica – generi più scottanti, più impegnati ma meno strutturalmente impegnativi del romanzo. Del resto fin dall’inizio alcuni di coloro che scrivono di lotta armata italiana lo fanno, quasi giustificandosi, “perché rimanga qualche cosa” – talvolta con lo scopo di colmare una lacuna specifica della nostra letteratura, storicamente “mai molto ricca di queste testimonianze”[9].

Così, tanta narrativa sulla lotta armata si muove su un equilibrio difficile, ma potenzialmente appagante, tra rimozione e ricordo, bisogno di inchiesta e bisogno di indulgenza. Gli anni di piombo sono stati qualcosa di molto intimo, di tipicamente ‘italiano’, che ha smosso grandi passioni e provocato eventi straordinari; ma al tempo stesso, visti dai cittadini e dai lettori di oggi, sono qualcosa di lontano, che non fa più male e non crea più problemi – e che per questo si può fruire turisticamente. Il racconto di quegli anni permette quindi di ottenere contemporaneamente due diversi effetti di realtà – l’autobiografia e il reportage – e due tipi opposti di piacere – il piacere del familiare e quello dell’esotico. In un certo senso, quello che molti narratori hanno provato a fare con il terrorismo, altri narratori lo hanno fatto negli stessi anni con la camorra, giocando più o meno intelligentemente con le maschere del testimone e del letterato – non solo Gomorra, ma anche, per esempio, Lanzetta, De Silva, Cacciapuoti, o il Balestrini di Sandokan (in continuità con lo stile e l’impegno della Grande Rivolta): guardando però risolutamente all’oggi, non a un passato sovraccarico di interpretazioni.

8. Proprio l’intersezione con il fenomeno della scritture di frontiera è oggi alla base di alcune contraddizioni specifiche della narrativa sulla lotta rmata. Paradossalmente, ma fino a un certo punto, questa fiction che si ispira a fatti realmente accaduti presuppone in effetti il lavoro – derealizzante – che i mass media hanno svolto precedentemente su questi stessi fatti. La narrativa letteraria, lo abbiamo visto, arriva sulla lotta armata dopo quella mediatica, e si applica soprattutto ai segni di quella stagione passati attraverso il filtro spettacolare dell’informazioe di massa- ciò che parrebbe, da un punto di vista emotivo, l’esatto contrario della partecipazione emotiva che associamo alla tragedia degli anni di piombo. Il racconto della lotta armata si espone al pubblico contemporaneo come frammento di cronaca bruto e incandescente, ma per essere consumato come tale ha dovuto prima essere digerito dal silenzio, poi reso interessante dalle rielaborazioni che stampa, televisione e cinema ne hanno offerto – mentre la letteratura guardava altrove:

Secondo quelle leggi anche troppo note e sdate della «società dello spettacolo», tutto si è venuto gradatamente trasformando in una sorta di feuilleton: una puntata al giorno, come nei quotidiani dell’Ottocento, e come alla televisione americana, fruite come rappresentazioni; e le apprensioni o le impazienze si sono trasformate in una attenzione da spettatori di «sceneggiato»[10].

La spettacolarizzazione mediatica del terrorismo diventa evidente nei giorni che seguono il rapimento Moro, secondo la testimonianza di Arbasino; ma le dimensioni del processo si colgono bene solo ora, nel dispiegarsi di una immensa produzione narrativa sugli anni di piombo. Soprattutto, oggi siamo in grado di cogliere quanto abbia pesato il lavoro dei media sulle opere scritte da autori più giovani dei terroristi stessi: non solo per le modalità con cui il tema è trattato, ma per la predilezione stessa accordata al tema. Come spesso accade, gli eventi storici più significativi non vengono raccontati per esteso dalla generazione che ha vissuto gli eventi, ma da quella successiva[11]; alla  censura subentra una rivisitazione più o meno interessata; alla fase della testimonianza di prima mano succede quella, formalmente più sofisticata, della rielaborazione – ma mentre la prima nasceva dal’esperienza diretta, ovvero dalle azioni, questa seconda nasce soprattutto dalle suggestioni, ovvero dalle immagini. Immagini viste in tv, sui giornali, ormai anche in rete – e che hanno formato un repertorio condiviso, caotico, in rapporto misterioso ma stretto con la rimozione che lo aveva preceduto.

Ecco che allora nei nuovi romanzi italiani il terrorismo è onnipresente – ma è un terrorismo stravolto dalle interferenze dei mass media, e a volte dalla presenza fisica dei mass media stessi; per esempio in 2005 dopo Cristo, che lega organicamente il tema terroristico a quello della televisione, o in Sono stato io di Beha, sul cui sfondo agisce una satira del giornalismo italiano. E’ difficile che questi libri affrontino direttamente il racconto della violenza; a farlo sono soprattutto i romanzi più vicini agli schemi del picaresco (in particolare quelli che raccontano l’eversione di destra, più inclini come abbiamo visto al taglio epico), o a quelli del noir. Succede infatti nei romanzi di Battisti, o in Tre uomini paradossali di Di Michele; o in Amici e nemici di Spinato, che si esercita sul tema di via Fani offrendone una versione opposta a quella della Peggio gioventù, cui è utile confrontarla – qui tutto è osservato dal punto di vista di Moro, si sentono i rumori, si vede il sangue:

Stava pensando, quando vide il parabrezza frantumarsi all’improvviso. Lo sbriciolarsi muto, eterno e avulso dal fragore che aveva precedeuto e poi seguito quella ragnatela secca, senza suono, che incrinava il vetro e si diramava. Fino a quello schianto. //Sportello spalancato ancora. //Il corpo dell’autista proteso in sua difesa. //La nuca già bagnata, esplosa, appiccicosa, e dietro il vetro, foglie, edera, una canna, cilindro lungo di metallo, che si affaccia. //Adesso sente l’altra raffica, soltanto adesso, ora. //La testa sgocciola qualcosa sulle sue ginocchia[12].

Ma più spesso non è una azione quella che questi testi raccontano, e nemmeno una ‘passività in azione’, alla maniera di Morucci, quanto una fruizione passiva vera e propria, da semplici telespettatori, degli eventi stessi. Chi ha partecipato ai fatti tende a dissolverli nella coltre della letteratura; chi li rappresenta sembra dedurli da una prolungata esposizione alla televisione, ai giornali, o a internet[13]:

E poi guardo lo schermo. E sullo schermo vedo una faccia. Lì per lì quasi non la riconosco. Ma è la faccia di Alice. La sua faccia in fototessera. E improvvisamente sento le parole che sta dicendo il giornalista. “Questa mattina alle cinque le forze dell’ordine hanno circondato a Milano l’edificio dove sotto falso nome viveva la terrorista, pedinata da alcune settimane dalla Digos dopo essere stata notata mentre depositava un pacco di volantini in una cabina telefonica[14].

A destra delle foto di cronaca, una foto-tessera sbiadita dentro un trafiletto: “È morta nel carcere di ***** la terrorista *****, catturata nel corso delle indagini sull’attentato al capo della squadra mobile di Napoli Antonio Ammaturo, avvenuto nel mese di luglio dell’82. Era gravemente malata da tempo. Le cure prolungate non sono valse a nulla”[15].

Intanto guardo il telegiornale con mio padre, come da piccolo: Milano, via Larga, una pistola P38[16].

Nella casa del Cavone la tivù non c’era, perciò lo vennero a sapere dalla radio. Era mattina presto e Alberto stava già studiando con l’apparecchio acceso, ma si interruppe un attimo per ascoltare il notiziario delle nove e mezza. Per poco non cadeva dalla scrivania. «Il presidente della Democrazia Cristiana, onorevole Aldo Moro, è stato rapito a Roma stamane all’uscita dalla sua abitazione»[17].

Dopo la strage della scorta – ecco.  Quella che è inquadrata adesso è la scena dell’agguato – il gruppo di fuoco, che si presume fosse già appostato per un’imboscata sul percorso del corteo[18].

Autori diversi si concentrano sulle medesime immagini forti – vere icone mediatiche, come il corpo di Moro in via Caetani:

Era disteso. il collo torto. /Le gambe rannicchiate in uno spazio angusto./ Gli occhi, le palpebre già chiuse, forse dal prete che aveva appena recitato l’orazione, o dalla mano che aveva ucciso, non si sarebbe mai saputo. L’espressione che, nelle foto, soprattutto negli scatti pubblicati sui giornali durante il rapimento, avevano imparato a riconoscere. /Distante, inerme, assente./Il viso non rasato da più giorni./ Il corpo ancora caldo, disse un medico[19].

A casa della zia di Emilia gurdavamo tutti insieme quelle immagini, quel bianco nero e crudo, guardando la coperta sporca, il corpo raggrinzito, il volto che non sembrava nemmeno più di Moro, la camicia candida abbottonata fino al collo ma senza la cravatta[20].

Si tratta di un modo di rappresentazione che deve farci riflettere. Gran parte del corpus  narrativo recente sugli anni della lotta armata insiste sull’iconografia del terrorismo, e soprattutto del brigatismo, nelle forme e nei modi in cui è penetrata repertorio nell’immaginario italiano degli ultimi decenni. E tutto questo nonostante la nota autoreferenzialità del linguaggio brigatista, e nonostante il fatto che i documenti visivi prodotti direttamente dai terroristi restino tutto sommato scarsi – a dispetto del loro bisogno di pubblicità, della loro perversa pedagogia di massa (“colpirne uno per educarne cento”). Tra i pochi testi mediatici autoprodotti le foto di Moro in carcere oppure, sul declinare della parabola terrorista, l’interrogatorio di Roberto Peci:

Gli interrogatori – vere e proprie torture che, man mano che i giorni passavano, mostravano la loro ossessiva spietatezza – erano stati filmati e registrati. L’ostaggio era stato fotografato. Era stato ripreso mentre canzoni comuniste gracchiavano da un magnetofono in sottofondo, con alle spalle una bandiera delle Brigate Rosee fitta di proclami a far da sinistra scenografia. Il set non era stato smontato, e la videocamera manovrata dai pazzi non era stata spenta, neanche durante la lettura della condanna a morte. Persino dell’esecuzione, avvenuta in un casolare abbandonato nella campagna romana, era stata presa una fotografia[21].

Le videocassette sulle quali il protagonista di Libera i miei nemici (2005) di Rocco Carbone ha registrato il processo alla sua allieva brigatista risentono forse della vicenda di Roberto Peci; di certo Silvia Ballestra si interroga in modo specifico su questo episodio, e lo collega a suo modo a una rivoluzione del costume che passa appunto attraverso il rapporto con i media:

Verso la fine dei cinquantaquattro gironi di prigionia di Roberto Peci, i suoi carcerieri, il criminologo Giovanni Senzani e Roberto Buzzati, oltre a registrare su nastro gli interrogatori, filmano con una videocamera Telefunken (una delle prime, di pregio, di prezzo) pure la lettura della sentenza di morte e, man mano che spediscono questi materiali a Radio Radicale, ad alcuni giornalisti, a un paio di onorevoli, alla segreteria del Psi e al Tg Uno: la messa in onda sulla televisione pubblica è una condizione per salvare la vita dell’ostaggio. (…) Ma il presidente della Rai Sergio Zavoli si rifiuta di trasmettere un tale messaggio motivando la sua scelta con la volontà di non creare un precedente. Di non fare da megafono ai terroristi. Come scriverà Buzzatti, è stato Senzani a dire che bisognava “riappropriarsi dei mezzi della comunicazione sociale”./ E’ la prima volta, in Italia, che la posta in gioco è lo spettacolo, che la vita d’una persona viene appesa alla comunicazione televisiva. Il fatto che Roberto Peci di mestiere montasse le antenne, in quegli anni in cui tutti cominciavano ad avere la televisione in casa, vi dà molto da pensare [22].

Il brigatismo passa, ma la televisione resta, e cambia la memoria e l’identità stessa degli anni di piombo. Per quanto sembri assurdo, l’interesse narrativo per la lotta armata è quindi anche un fenomeno vintage, analogo ad altri fenomeni di revival – come si capisce leggendo ad esempio I giorni della Rotonda, ma soprattutto Il tempo materiale di Vasta. Sottolineare nel racconto dettagli di moda degli anni Settanta rivela che anche se nel romanzo parla al presente –  da Palermo, nel 1978 – il punto di vista del narratore è in realtà anacronistico; che ciò che si racconta è soprattutto un frammento d’infanzia:

In questi giorni vedo in televisione le immagini di via Fani – i morti coperti con i lenzuoli bianchi, i commissari con i pantaloni larghi alla caviglia, i carabinieri con l’uniforme scura e il lampo abbagliante della bandoliera che camminano tra i bossoli o inginocchiati a disegnare i perimetri col gesso[23].

I maschi quasi tutti provvisti di baffi, le ragazze magre magre. Camicie e camicette dagli sbizzi superbi e pantaloni vagamente a zampa, qualche pullover attillato e jeans comprati da Micmac, giacché l’altra jeanseria del paese era d’un noto fascista e andava boicottata. Mocassini e scarpe morbide. e d’estate zoccoli e ciabatte infradito. Occhiali a goccia dalle lenti colorate, verdi o azzurre; montature così diverse da quelle del decennio precedente, ch’erano talmente scure e massicce, in bachelite e d’osso, e t’invecchiavano di dieci anni! Queste no, erano leggere e le vedevi nei bei film americani e francesi, quelli comicamente parafascisti con Clint Eastwood o quelli più universitari e sessuali con Dustin Hoffmann[24].

In Anni Settanta, Giovanni Moro descrive un decennio caratterizzato da una speciale patologia della memoria[25]: forse alcune delle opere recenti su quel periodo rispondono a quella patologia con una cura omeopatica, che ricorre a piccole dosi di un vasto repertorio mentale accumulatosi negli anni e stoccato dai mass media. Ecco che allora il terrorismo può diventare materiale di recupero nostalgico, dopo essere stato oggetto di romanzo storico[26].

Per tutte queste ragioni, resta difficile sottrarsi all’impressione che, almeno presso gli autori più giovani, la rilettura degli anni Settanta si presti a raccontare non tanto dei fatti, quanto delle narrazioni precedenti (non solo letterarie); a riprodurre, magari patinandole,  immagini famose; a girare intorno a interpretazioni e a oggetti immobili, piuttosto che ad elaborarne di nuovi. Mentre sembra parlare di uno scottante passato, molta narrativa contemporanea parla forse del modo in cui i mass media agiscono nel presente; del modo in cui lo assorbono nella dimensione estetica per ottenerne suggestioni, emblemi e miti:

«Covo» l’ho letto nelle storie della banda Bassotti: bene, è come ritrovare il mondo colorato di Walt Disney, e abitarci[27].

In questa cornice è proprio il romanzo di Vasta a rivelarsi il più profondo e consapevole. Se il tema nascosto del suo libro è quello della ricerca di una identità e di un linguaggio, è significativo che i ragazzini terroristi protagonisti del Tempo materiale attingano il loro speciale alfabeto proprio dai cascami della cultura di massa:

Sollevo da terra uno dei sacchi che ha portato Bocca, tiro fuori dischi e riviste e spargo tutto sul tavolo.// Le posture le prendiamo da qui, dico. Dai cantanti. Dalle pubblicità. Anche dagli attori. E dalla televisione e dal cinema. E lo facciamo per vendetta: perché appropriandoci di Celentano che in Yuppi du fa il falco trasformiamo la miseria in utilità.// Fammi capire meglio, dice Bocca. Noi prendiamo una forma famosa, fuori la lasciamo così com’è ma ne modifichiamo il contenuto. Giusto?// Esatto, confermo. Prendiamo le posture idiote che tutti conoscono e le facciamo diventare messaggi in codice[28].

9. In un’epoca che ha fame di divertimento, e che lo cerca dappertutto, la lotta armata offre suspense, e la presenta in forme che si lasciano facilmente catturare dagli schemi del romanzo di consumo. La fortuna del terrorismo come tema romanzesco ed elemento drammaturgico incontra qui una tendenza più complessiva, che investe da ormai trent’anni tutta la letteratura, e l’arte in genere: la sua tendenza a farsi, sempre più, intrattenimento, e quindi a intensificare i suoi rapporti con l’arte di consumo, rovesciando in spirito di emulazione gli antichi complessi di superiorità. Un avvicinamento che determina due processi apparentemente contraddittori, ma in realtà complementari, su cui la teoria letteraria giustamente deve interrogarsi: da un lato un rafforzamento, nelle nuove scritture, delle marche di genere – e per esempio un enorme aumento di letteratura poliziesca, o meglio Krimi (per usare la formula tedesca, più inclusiva e opportuna); dall’altro una tendenza a confondere i confini di genere stesso, a farne esplodere i codici; a inglobare e mescolare i generi all’interno di opere ibride, fatte apposta per somigliare all’incessante dinamismo e alla seduzione proteiforme della comunicazione di massa.

In Italia, in particolare, il Krimi è stato il genere forse più sfruttato dalla narrativa degli ultimi due decenni. Non solo Camilleri o Carofiglio (più orientati al ‘giallo’) o Faletti (soprattutto thriller), casi eclatanti di autori di genere capaci di vendere milioni di copie – rispettivamente dentro e fuori il salotto buono della letteratura italiana; anche e soprattutto, per la sua capacità di articolarsi in vere e proprie serie, il noir o giallo ‘sociale’, impegnato e realistico (neo-noir secondo una sbrigativa etichetta): Carlotto, De Cataldo, Lucarelli, certo Genna, Dazieri, Biondillo, oltre allo stesso Battisti, sono solo alcuni dei nomi implicati. Si tratta di un settore cruciale dell’editoria letteraria italiana, ideale per contenere e sviluppare tutti gli elementi di cui abbiamo parlato fino ad ora: strutture collaudate (di genere, appunto) che rispondono a un bisogno diffuso di storytelling, e in cui sovente si intrecciano fictionnon fiction, tensione e impegno, intrattenimento e indagine, piacere del noto e gusto turistico dell’altrove[29]. Il neo-noir vende e si impone perché tiene viva quell’ipoteca realista ed eticamente responsabile che tradizionalmente la letteratura triviale tendeva ad eludere – ma insieme conserva, dell’arte di massa, la leggibilità e il vigore.

Ebbene, l’ambito del Krimi, e il neo-noir in particolare, hanno cominciato a nutrirsi, da ormai una decina d’anni, della drammaturgia della lotta armata, in modo spesso compulsivo, fino a creare “une sorte de genre litteraire à part, que l’on peut décliner à l’infini de manière plus ou moins heureuse”[30]. Abbiamo visto che esiste perfino un noir degli ex militanti del partito armato: non solo Battisti, ma anche Franceschini (La borsa del presidente, 1997) e Morucci (Klagenfurt 3021, 2005; Il caso e l’inganno. Le indagini del commissario Amidei, 2006).

E’ proprio osservando questa vasta area del noir ambientato nell’estremismo politico, sempre impegnato e sempre antagonistico rispetto alle conclusioni ufficiali, che emergono effetti ulteriori di quell’impasto tra letteratura e mass media cui accennavamo prima, in generale, a proposito della rilettura narrativa degli anni di piombo. E’ infatti abbastanza evidente come l’impegno civile che è tipico del neo-noir, il suo legarsi volentieri  a ipotesi di riletture anticonformistiche della lotta armata, risultino simmetrici al bisogno dei media di spettacolarizzare la storia, e di farne racconto appagante. Questa enfasi è premiata non solo dal mercato – come è logico che sia – ma anche da una parte della critica, che vi ha visto il tentativo di colmare quel vuoto italiano di romanzo popolare che già Gramsci aveva denunciato a suo tempo, quando chiedeva agli scrittori italiani di provare a fare come Balzac, Hugo o Dostoevskij: di passare da un uso meccanico, “di intrigo sensazionale”, a un uso “lirico”, e cioè esteticamente raffinato, delle scritture di genere[31].

Purtroppo a questa operazione corrisponde, nella maggior parte dei casi, una nuova banalizzazione – diciamo meglio un depotenziamento del tema terroristico. Giocano un ruolo, certo, le ipoteche più tipiche della letteratura di consumo: l’indifferenza o la scarsa attenzione agli aspetti formali, la tendenza a ridurre gli spessori, l’inclinazione alle convenzioni e agli stereotipi, specialmente nella costruzione dei personaggi principali. Di qui forse l’assenza di un ‘personaggio terrorista’ sfaccettato e non bozzettistico, potente e credibile, nel quale magari identificarsi, con tutta la ambivalenza del caso. Poi la mancanza di personaggi antagonisti di spessore[32]; le vittime come semplici “bersagli”, utili solo a far andare avanti la storia[33]. Ma altri limiti diffusi non fanno parte del repertorio del genere, e sanno semplicemente di Midcult: penso al ricorso a schemi psicanalitici elementari, perlopiù edipici, specie nell’ambito dei conflitti familiari scatenati dalla lotta armata – un aspetto ricorrente, tematizzato come tale nei libri di Villalta, Doninelli, Tavassi La Greca, De Michele, Culicchia, Baliani[34]:

A volte mi sembra che questa storia si potrebbe raccontare anche in un altro modo, come uno scontro tra padri e figli. Leggendo con attenzione la biografia dei terroristi, si scopre che soprattutto all’inizio della lotta armata, la maggior parte di loro proviene dalla tradizione comunista di fabbrica, dalle sezioni di partito, da famiglie antifasciste, partigiane. Oppure dal cattolicesimo estremo, dal cristianesimo militante[35].

Vasta è forse il solo a risolvere in modo brillante l’opposizione tra genitori e figli nel racconto della lotta armata. Ci riesce scegliendo una formula antirealistica, che ammutolisce i padri, traforma i terroristi in ragazzini, rovescia gli schemi abusati delle giustificazioni e delle abiure:

Avevo voglia di essere colpevole, dice.//E’ una parola che mi piace. Colpevole. Anche se non ho mai il coraggio di esserlo. Invidio a Scarmiglia la capacità di essere colpevole. Perché di questo si tratta, di una capacità: non tutti possono essere colpevoli; è un destino, ed è un compito.// Cosa vuoi dire, mi domanda Bocca?// Che mi andava di fare una cosa che per gli altri è sbagliata ma che per me in quel momento era giusta. Anzi no, non giusta: semplicemente ne avevo bisogno[36].

10. Mettiamo tra parentesi i limiti che sono, o tendono a essere, di tutta la letteratura di consumo ( e sorvoliamo anche anche sul fatto che quello del Krimi non è il solo contenitore di consumo che la lotta armata solleciti: Tornavamo dal mare, di Luca Doninelli, contiene molti ingredienti tipici dell’intrattenimento intimista, a sfondo sentimentale). Soffermiamoci invece su un problema specifico, che riguarda il trattamento del terrorismo nell’ambito del neo-noir. Una volta immessa negli schemi del genere, l’energia di fatti tragici realmente accaduti rischia di stemperarsi nell’idea che tutto è fiction, che tutto è riducibile a racconto spettacolare, che tutto obbedisce a scansioni narrative precostituite – le quali per il loro stesso carattere romanzesco rischiano di suonare falsificanti. Il noir sociale insiste molto, ad esempio,  sul tema del complotto, cui oppone un antagonismo astratto, depositario di valori morali; e spesso interpreta tutti gli anni di piombo attraverso questo schema. Ma quello del complotto risulta ormai, come è noto, un luogo classico dell”intrigo sensazionale” del feuilleton, e oggi anche dell’immaginario postmoderno, per non dire del senso comune[37]. Usando gli anni di piombo per proporre una controstoria del passato italiano, il neo-noir rischia di fabbricare piuttosto una specie di “anti-storia”[38], che comprime le contraddizioni reali del passato e del presente nelle maglie di una trama a effetto. Se conserva una sua forza di protesta, questo tipo di narrativa arretra sul piano dell’elaborazione di una verità non precostituita e vagamente autoassolutoria come, appunto, quella del complotto. Ci si può allora legittimamente domandare, con Raffele Donnarumma, se, “mentre si prestano così bene a intenti di denuncia”, gli schemi del noir non siano troppo vincolanti e in fondo estranei all’esigenza di conoscere in modo profondo e veramente spregiudicato che è propria del romanzo in senso forte[39]. C’è qualcosa di paradossalmente tranquillizzante nel sentirsi spettatori passivi di un intreccio magari appassionante di cause ed effetti che comunque non possiamo controllare, in una Storia agita da forze oscure spesso incarnate da un Grande Vecchio – un mito speculare e opposto a quello brigatista del SIM –  il cui disegno reazionario passa sopra le teste di vitime innocenti e lettori progressisti. Un effetto del genere si determina nei primi libri di Giuseppe Genna – per esempio Nel nome di Ishmael (2003) o in Amici e nemici (2004) di Spinato; in opere di ricostruzione – La borsa del presidente (1997) di Franceschini e Samueli – o in trame futuribili (Montanari, La verità bugiarda; Babette Factory, 2005 dopo Cristo; Lucarelli, Buio rivoluzione); in un corposo  best-seller come Romanzo criminale (2002) di De Cataldo, ma anche in un racconto breve come Il battito d’ali d’una farfalla a New York può provocare un tifone a Pechino, nella raccolta L’angelo nero (1991) di Antonio Tabucchi. In tutti questi casi l’elemento rassicurante prende il sopravvento su quello problematico: invece di rappresentare il conflitto politico in termini autenticamente romanzeschi, come lo scontro tra due o più forze storiche, tra due o più ragioni concorrenti, si tende a offrirne una rappresentazione semplificata e manichea – appagante dal punto di vista spettacolare,  ma conoscitivamente ed emotivamente sedativa. Non si fanno i conti con il male, perché il male sono gli altri; non si tenta di abbracciare una complessità, ma si accetta, nella messa in scena dei “misteri d’Italia”, la sostanziale inconoscibilità di Tutto. Una soluzione al fondo derealizzante, che funziona altrettanto bene al cinema, dove le richieste di spettacolarizzazione sono ancora più forti che in letteratura[40].

Alla fine, nella maggior parte dei casi e magari contro le buone intenzioni di molti autori, il neo-noir italiano ha badato soprattutto a sfruttare il terrorismo come serbatoio di eventi, e come occasione di protesta. Magari in buona fede, ma spesso con esiti di falsa coscienza. L’autore che meglio ha saputo applicare agli anni di piombo gli schemi del ‘giallo’ è stato quello che li ha usati per primo, con più intelligenza: Leonardo Sciascia.

11. Se quanto detto sopra vale soprattutto per la letteratura che gioca con gli schemi di consumo, cosa ha fatto invece la letteratura maggiore, quella non di genere ma di ‘ricerca’ – ciò che siamo abituati a considerare arte vera e propria, e realismo autentico?
Se si pensa a quelli che consideriamo gli scrittori più importanti degli ultimi vent’anni si rischia di scoprire che nei loro romanzi più recenti la lotta armata è praticamente assente, o che comunqe resiste alla narrazione organica. Arbasino avevano raggiunto esiti di rilievo occupandosi del terrorismo ‘in diretta’, ad esempio nel fatidico 1978, con In questo stato – ma lo aveva fatto proprio scartando la forma-romanzo, e preferendole il modulo del “libretto di conversazioni” (e “romanzo-conversazione” sarà nel 1980 Un paese senza):

Mi sono ancora convinto che la struttura formale più adatta stavolta non fosse tanto un romanzo «classico» e «storico» come Fratelli d’Italia, composto durante il «boom», oppure un romanzo «a frammenti mobili», come il Super-Eliogabalo, composto nel ’68, ma appunto questa performance tutta corale, aperta, spalancata, registrazione e appropriazione «personale» e «politica» rimescolata con gli infiniti paragoni e rinvii che emergono spontanei o coatti dalla cultura, dalla letteratura, dai precedenti storici, dalle analogie inevitabili, dalle conversazioni continue fra la gente per questi interi due mesi[41].

In questo stato si muove soprattutto sul terreno della satira, come farà dieci anni dopo Rugarli con La troga; dal canto suo Sciascia definiva Il contesto “una parodia”[42]. Anche per Domenico Starnone le (nuove) Brigate rosse non sono che un pretesto narrativo al servizio di uno schema satirico. A un primo livello, l’obiettivo polemico di Prima esecuzione è costituito dalle incertezze della borghesia intellettuale progressista, che ha attraversato gli anni della lotta armata e del riflusso attenta soprattutto a non farsi domande troppo impegnative su se stessa- Più che a ritrarre vecchio e nuovi brigatismi, il libro esprime dapprima le scissioni,  l’opacità, la violenza latente di un personaggio che somiglia molto all’autore; poi si dedica all’autore stesso, che entra in scena come artefice del racconto che stiamo leggendo. Il personaggio, Domenico Stasi, in equilibrio impossibile fra sogni di eversione e disprezzo dell’ordine costituito; l’autore, Domenico Starnone, incerto tra opera aperta e racconto ‘giallo’:

Le pistole,  le scatole di proiettili. Nei libri c’erano, anche nei film; ma nelle valigie di Luciano, quasi trent’anni fa, non ne avevo trovati. Se adesso, per adattare quell’episodio alla storia di Stasi, ce li volevo mettere nessun me lo impediva, ma avrei dovuto scegliere più decisamente di scrivere un racconto di genere. In quel caso avrei accantonato ciò che era veramente mio (la scuola, Luciano, Nadia, la loro relazione a metà anni settanta, la crisi, le valigie) e avrei inventato e basta, passando subito – o almeno dopo essermi informato sulle marche delle armi da fuoco, sui calibri – a scene d’azione, di sangue, col ritmo dei thriller, poliziotti, terroristi e la trama al solito oscura dei servizi segreti[43].

A un secondo livello infatti, e in modo più mediato dalla forma, a trovarsi sotto attacco in Prima esecuzione è proprio il romanzo realista e impegnato, disposto al compromesso con la letteratura di consumo. Il libro di Starnone comincia come racconto ‘giallo’, ma finisce come testo autoriflessivo e e metaletterario; poco per volta la tensione del racconto lascia il posto a un’opera aperta, destrutturata e problematica – in odio al realismo superficiale del neo-noir alla moda e ai suoi stereotipi del genere, apertamente ridicolizzati:

Sentivo uno strattone ingannatore che mentre mi trascinava per la storia di genere, un thrillet politico con armi, agguati, sangue, contraddittoriamente mi impediva l’andamento teso, drammatico, che volevo darle e lo stravolgeva in sarcasmo[44].

“Era un uomo che da tempo non provava più emozioni vere, si limitava a riviverle con un piacere distante”[45]: l’atteggiamento ironico e la tendenza a collocarsi ai margini del fenomeno terroristico sono comunque significativi di una difficoltà della narrativa più consapevole ad affrontare direttamente gli eventi forti e collettivi. Si direbbe che più che parlare degli anni di piombo, la migliore letteratura degli ultimi anni si sia limitata a impiegarne alcuni frammenti. Non li ha illuminati frontalmente, ma ne ha sfiorato l’ombra, facendone avvertire la presenza cupa, elettrica, atmosferica.

Rinvii alla violenza terroristica sono così presenti come ellissi, in Servabo di Pintor; come antefatto e brusio in Occidente per principianti di Nicola Lagioia; come residuo onirico e misterioso, fuori da ogni verosimiglianza, negli Esordi di Moresco (e ancor più sistematicamente nel Tempo materiale  di Vasta). Oppure presenti come dettaglio, sullo sfondo di una storia che nega il senso stesso di quella ipotesi rivoluzionaria: la strage che si consuma nella stazione di Bologna, mentre poco lontano il protagonista di Scuola di nudo è impegnato con quattro ragazzi in una anodina orgia omosessuale. L’eredità degli anni di piombo, in romanzi come questi, agisce nella direzione opposta a quella che abbiamo descritto fin qui: non come nostalgia dell’azione spettacolare, e proposta (spesso velleitaria) di astratti valori civili, ma come rumore di fondo, in un clima di incertezza morale e politica. “Le parole dividono, l’azione unisce”: uno dei motti dei terroristi baschi dell’Eta spiega bene, sia pure indirettamente, perché il grande romanzo, perfettamente adatto a esprimere punti di vista contrastanti e tutti validi, non abbia vita facile di fronte ad eventi eclatanti come gli atti terroristici, che sollecitano reazione emotive e scelte nette, e che interrogano soprattutto dulle dinamiche del fare. Di fronte alle azioni forti il romanzo spesso si ritrae; i momenti che isola e indaga sono altri, avvengono altrove, non sopportano schematismi (e spesso non sono nemmeno vere e proprie azioni, ma il sogno, il rimpianto o l’ombra di un’azione). Se la comunicazione si serve della lotta armata come di un serbatoio spettacolare ricco di gesti esteriori, immagini forti e nudi fatti, il romanzo tende piuttosto a mettersi a lato della Storia; a parlare di impotenza, a illuminare ciò che non si vede.


[1] Cfr. al riguardo J. Baudrillard, L’esprit du terrorisme, Les Editions Galilée, Paris 2002, e D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani, Milano 2007.

[2] L. Rastello, Piove all’insù, Torino, Bollati Boringhieri 2006,  p. 104.

[3] “Le asimmetrie tra le due fasi sono radicali, anche se non sono mancate affatto letture che hanno insistito interessatamente sulle continuità. Ma almeno una di queste asimmetrie si è imposta nell’opinione comune dei critici: mentre esiste una letteratura della Resistenza vastissima e che, nella sua disuguaglianza, accoglie alcune opere canoniche del Novecento, non esiste alcun romanzo italiano in cui si possa riconoscere, per consenso unanime, il romanzo di quel decennio [1968-1978]”. R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 439.

[4] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, Rizzoli, Milano 2009.

[5] F. Fortini, Il controllo dell’oblio (1982), in Id., Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Milano, Garzanti 1985, pp. 131-132 e 136. Ringrazio Guido Mazzoni per avermi segnalato questo articolo.

[6] R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, cit., p. 447.

[7] A. Moresco, Lettere a nessuno, Einaudi, Torino 2008, p. 695.

[8] “La prosa del mondo ha accesso al racconto solo se si piega alle leggi del delitto, del complotto, del mistero, dell’orrore” (R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne, cit., p. 36): la lotta armata ha permesso a molti scrittori, di diversa estrazione, di tenere aperto questo accesso.

[9] A. Arbasino, In questo stato, Garzanti, Milano 1978, p. 7.

[10] Ivi, p. 6.

[11] Ancora Fortini: “la sola storia veramente traumatica è, sempre, quella cui dobbiamo la nostra nascita” (F. Fortini, Il controllo dell’oblio, cit., p. 133).

[12] G. Spinato, Amici e nemici, Fazi, Roma 2004, pp. 15-16.

[13] “Gli occhi dei personaggi fissi sui televisori sono sintomatici dell’atteggiamento  degli autori verso questi fatti di sangue”: D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 60 (e in generale pp. 59-63).

[14] G. Culicchia, Il paese delle meraviglie, Garzanti, Milano 2004, p. 311.

[15] G. M. Villalta,  Tuo figlio, Mondadori, Milano 2004, p. 58.

[16] L. Rastello, Piove all’insù, cit., p 107.

[17] B. Arpaia, Il passato davanti a noi, cit., p. 345.

[18] G. Spinato, Amici e nemici, cit., p. 42.

[19] Ivi, p. 210.

[20] B. Arpaia, Il passato davanti a noi, cit., p. 438.

[21] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, Rizzoli, cit., pp. 34-35.

[22] Ivi, pp. 365-366.

[23] G. Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, Roma 2008, p. 48.

[24] S. Ballestra, I giorni della Rotonda, cit., p. 48.

[25] G. Moro, Anni Settanta, Einaudi, Torino 2007, pp. 22-23.

[26] La nostalgia funziona bene in letteratura, come funziona bene in altri depositi dell’immaginario: la rilettura della lotta armata  è diventata in tempi recenti un fenomeno eclatante non solo nel romanzo, ma anche al cinema (Calopresti, Labate, Martinelli, Bellocchio, Placido, Di Maria) e in televisione (Lucarelli, Minoli). Nella moda, perfino – e non solo in Italia: nel 2001 la rivista patinata tedesca Tussi-Deluxe confeziona un servizio in cui modelli e modelle riprendono le pose di celebri foto di terroristi della RAF, elevati (o ridotti?) a icone cool (P-E. Finzi, Introduction, in T. Elsaesser, Terrorisme, mythes et représentations. La RAF, de Fassbinder aux T-shirts Prada-Meinhof, éditions tausend augen, Paris 2005, p. 5).

[27] L. Rastello, Piove all’insù, cit., p.87.

[28] G. Vasta, Il tempo materiale, cit. , pp. 125-126.

[29] Cfr. A. Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 96-106.

[30] P. Girard, L. Scotto, J.-C. Zancarini, Littèrature et «temps des rèvoltes», in Aa. Vv., L’Italie des années de plomb. Le terrorisme entre histoire er mémoire, sous la direction de M. Lazar er M.-A. Matard-Bonucci, Autrement, Paris 2010, p. 277.

[31] A. Gramsci, Derivazioni culturali del romanzo d’appendice (Q. 5), in Id., Letteratura e vita nazionale, Editori riuniti, Roma 1991, p. 142.

[32] D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 38.

[33] Ivi, pp. 39-47.

[34] Edipismo e teoria del complotto (all’ombra di Gladio) si fondono in libri come La forza del passato di Sandro Veronesi, Tre uomini paradossali di Girolamo De Michele, Piove all’insù di Luca Rastello. Di un inconscio politico parricida che pervade già il Sessantotto e che finisce poi col cristallizzarsi sia nelle testimonianze di alcuni brigatisti, sia in molta narrativa sulla lotta armata parla A. Tricomi, Killing the Father: Politics and Intellectuals, Utopia and Disillusion, in Imagining Terrorism, cit., pp. 16-29.  Sul terrorismo come “affare di famiglia” cfr D. Paolin, Una tragedia negata, cit., p. 77.102, e soprattutto R. Donnarumma, Storia, immaginario, letteratura, pp. 458-461.

[35] M. Baliani Corpo di stato, Rizzoli, Milano 2003, p. 22.

[36] G. Vasta, Il tempo materiale, cit., p. 58.

[37] “Conspiracy […] is the poor person’s cognitive mapping in the postmodern age; it is a degraded figure of the total logic of late capital, a desperate attempt to represent the latter’s system, whose failure is marked by its slippage into sheer theme and content”. F. Jameson, Cognitive Mapping, in Id., Marxism and the Interpretation of Culture, a cura di C. Nelson and L. Grossberg , Macmillan Education, Basingstoke 1988, p. 356; cit. in A. O’ Leary, Moro, Brescia, Conspiracy: The Paranoid Style in Italian Cinema, in Imagining Terrorism, cit., p. 48. Secono O’ Leary “conspiracy aspires to such epistemological effectiveness, but fails. It aspires to know, to explain, but the knowledge it provides and the closure (the overdetermination) of its explanations is the parody of an authentic charting of the individual’s relation to the complexity”. Sull’argomento cfr. anche R. Ceserani, L’immaginazione cospiratoria, in Aa. Vv., Cospirazioni, Trame: Atti della Scuola Europea di Studi Comparati, a cura di S. Micali, Le Monnier, Firenze 2003, in particolare p. 16.

[38] R. Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne, cit., pp. 33-34.

[39] Ivi, 35-36.

[40] L’ipoteca è antica, e pesa soprattutto sul cinema di genere italiano, poliziesco e thriller: “La teoria del complotto, la trama dei poteri, l’impossibilità non solo di contrastare la cospirazione antidemocratica, ma di comprenderne le stesse finalità rappresentano un leitmotiv  della filmografia, italiana e non, di quel periodo [gli anni Settanta]”. Ma non ne è esente neppure il nostro cinema cosiddetto di denuncia – da Rosi a Giordana – che ha contribuito a sua volta a creare un immaginario in cui la teoria del complotto semplifica  le contraddizioni della lotta politica. Cfr. G. Panvini,  Il “senso perduto”. Il cinema come fonte storica per lo studio del terrorismo italiano, in C. Uva, Schermi di piombo, cit., 110. Nello stesso volume cfr. anche E. Carocci, Il terrorismo e la “perdita del centro”. Cineasti italiani di fronte alla catastrofe, pp- 120-125. e l’intervista a Francesco Piccioni, in particolare p. 229.

[41] A. Arbasino, In questo stato, cit., p. 7.

[42] “Praticamente, ho tenuto per più di due anni questa parodia nel cassetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più”. L. Sciascia, Nota a Id. Il contesto, Einaudi, Torino 1971, p. 122. Ingredienti satirici anche in Todo modo (1974), a sua volta legato, secondo il Pasolini di Descrizioni di descrizioni, alla strategia della tensione: “I tre delitti sono le stragi di Stato, ma ridotte a immobile simbolo”: P. P. Pasolini, Leonardo Sciascia, Todo modo (1975), in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, t. secondo, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 2223-2224.

[43] D. Starnone, Prima esecuzione, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 40-41.

[44] Ivi, p. 77.

[45] Ivi,  p. 127.

 

L’articolo è uscito su LPLC il 17 settembre 2012 e faceva parte del numero 64 di «Allegoria»

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