STUDENTI ! da “POTERE OPERAIO” – Bologna, febbraio 1968

da "POTERE OPERAIO" - Bologna, febbraio 1968STUDENTI !

da “POTERE OPERAIO” – Bologna, febbraio 1968

La prima cosa che la scuola insegna allo studente è che la sua è una condizione di privilegio; tutto nella scuola serve ad alimentare una prospettiva illusoria: domani sarà un tecnico, avrà posizione, stipendio, carriera, la laurea fa diventare «qualcuno», per non parlare poi delle frottole che gli si fanno bere sulla «formazione» e la cultura.
Se lo studente si vedesse, con la sua laurea o il suo diploma in mano, in cerca di una occupazione che non viene, o a fare il cronometrista o il sorvegliante di reparto, o a ripetere centinaia di volte in un giorno la stessa operazione, o confuso nella schiera di colletti bianchi della burocrazia del grande capitale pubblico e privato: chi glielo farebbe fare di tirare avanti la sua esistenza di studente?
La realtà è questa: che il capitale ha bisogno di una massa sempre crescente di forza lavoro qualificata; per questo, mentre continua ad attingere dagli strati a più basso reddito forza lavoro grezza, operai che cominciano a produrre plusvalore a 14-15 anni, dall’altro lato utilizza la scuola come gigantesco corso di addestramento per i suoi tecnici, quadri medi e dirigenti. Tutto questo va pianificato: una scuola adatta a preparare la classe dirigente di ieri va trasformata radicalmente per il nuovo compito che il capitale le assegna: anche il piano Gui è un aspetto di quel processo di adattamento della società alle esigenze del capitale che si chiama piano.
1966-’67-’68: anni di lancio del piano capitalistico in Italia, anni di lotte studentesche. Lotte di tipo nuovo per la continuità, la massificazione, la capacità di rilanciarsi da un punto all’altro, dall’Università alla scuola media. Lotte di tipo nuovo per la rapidità con cui superano e mettono da parte gli obiettivi riformistici di razionalizzazione entro i quali gli organismi ufficiali di rappresentanza (leggi: controllo) cercano di incanalare la rabbia degli studenti.
Gli studenti lottano: perché? In primo luogo contro la loro condizione attuale che non è in nessun modo una condizione di privilegio.
Il capitale addossa ancor oggi in massima parte ai redditi familiari il costo di questa manodopera in preparazione: è una operazione economica ? grande risparmio di denaro ? ed una operazione politica: perché in questo modo il capitale si assicura che le vecchie differenze sociali si trasferiscano nelle nuove stratificazioni della classe operaia, ottiene che il perito tecnico figlio di operai e l’ingegnere figlio di papà continuino a sentirsi diversi anche se oggettivamente sono sempre livellati.
Ma questa operazione viene fatta sulla pelle dello studente: che è sempre senza un soldo, e così la carota dei consumi futuri lo mena per il naso fino alla laurea, al diploma, al posto; che diventa maggiorenne ? indipendente economicamente ? quando è quasi vecchio, e intanto è sottoposto nello stesso tempo alla violenza diretta della scuola e a quella indiretta della famiglia ? il ricatto psicologico e morale che viene interiorizzato dallo studente come senso del dovere, come obbligo a «ripagare i sacrifici».
Ma il peggio, per lo studente, è dentro la scuola. Il sistema dei voti e degli esami è taylorismo bello e buono, fondato sul principio di premiare il più svelto e penalizzare il più lento. L’indice di produttività nella scuola diventa sempre più il grado di accettazione delle norme scolastiche stesse, esattamente come nella fabbrica, dove l’operaio più “bravo” è quello che ha interiorizzato più degli altri l’interesse del padrone. Chi può essere infatti lo studente modello?
Non l’individuo intelligente che si rende conto dell’assurdità delle regole del giuoco, della stupidità delle cose che gli vengono insegnate e di coloro che le insegnano, né quello che ha un minimo di vitalità che si ribella contro la violenza esercitata quotidianamente su di lui; bravo è solo quello che cede al ricatto, che si immedesima nel ruolo che famiglia-scuola-società del capitale gli assegnano e per di più accetta di funzionare come allenatore nei confronti di tutti gli altri. I «tempi» di una classe, di un corso, li dà lui. Quelli che non ce la fanno, o perché sono meno «dotati» (svantaggiati socialmente nel punto di partenza) o perché più intelligenti, debbono sgobbare e adeguarsi o essere ricacciati nella massa «senza privilegio» di chi è già direttamente macinato dal capitale nel processo produttivo.
Criterio dell’efficienza, carrierismo, rispetto per le autorità e le istituzioni in generale, imbecillità totale sono gli elementi attraverso i quali la scuola di ogni ordine e grado addestra al consenso al sistema.
Le lotte degli studenti contro la struttura autoritaria della scuola, nella misura in cui non si pongono il falso obiettivo di una democratizzazione della scuola nella società così com’è (che sarebbe solo una forma più mistificata e quindi più funzionale di violenza), rappresentano un rifiuto al consenso, un ele-mento di instabilità sociale del piano.
Altro aspetto del movimento in atto è la critica dei contenuti che la scuola impone. Nella misura in cui li chiarisce come una serie di specializzazioni strettamente funzionali ai bisogni del capitale che si sviluppa, come una serie di tecniche brutalmente al servizio della logica aziendale del massimo profitto, questa critica serve agli studenti in lotta. Costringe gli studenti a riconoscersi anche per questo aspetto come forza lavoro, poiché nessuna alternativa è possibile nell’ambito del sistema: il meccanismo del piano ha permesso di scoprire la mistificazione della «scienza» e della «cultura». A questi valori, definitivamente morti con la vecchia società borghese, crede ormai solo qualche rimbambito umanista.
Le lotte studentesche in occasione del piano devono crescere politicamente come lotte contro il piano.
Il terreno di scontro fondamentale è la fabbrica: la battaglia decisiva contro il piano è quella che la classe operaia conduce per il salario. Ma nel momento in cui il capitale pianifica la società, cerca di farla funzionare tutta quanta come corpo sociale della propria «anima» che è la legge dell’accumulazione, crea una serie di tensioni e di conflitti nuovi; soprattutto sconvolge le vecchie divisioni di ceti e gruppi sociali, unifica oggettivamente grandi masse sociali proletarizzandole.
Qui emerge una indicazione politica chiara: non c’è più bisogno di inventare gli alleati degli operai nei contadini che non esistono più, nei padroncini che hanno interessi di classe opposti ai loro, nei ceti medi non meglio definiti: gli operai hanno già oggi i propri alleati nelle masse degli studenti, che già oggi si ribellano contro il dominio del capitale, prima di passare anche materialmente al suo servizio. La insoddisfazione degli studenti, la loro rabbia, il senso di impotenza che nasce dalla loro condizione di «minorenni» debbono trovare un obiettivo che dia vigore e unità alle loro lotte: salario garantito a tutti gli studenti!
Il capitale ci vuole modellare nella scuola secondo i suoi bisogni, ci vuol fare funzionare già dalla scuola secondaria come rotelle del suo ingranaggio, ci sottopone al lavaggio del cervello e alla violenza delle sue istituzioni?
Facciamogliela pagar cara!
SIAMO FORZA LAVORO: DATECI IL SALARIO!
Bologna, febbraio 1968.
«POTERE OPERAIO»
TIP. NEGRI – BOLOGNA

STUDENTI ! da “POTERE OPERAIO” – Bologna, febbraio 1968 was last modified: gennaio 1st, 2015 by glianni70.it

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