Storia del femminismo in Italia

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Scrivere oggi di femminismo significa coniugare storia e memoria; due dimensioni per altro strettamente intrecciate fra loro. La storia delle donne è infatti, prioritariamente, memoria di sé, riparata dalla marginalità in cui la colloca la storiografia ufficiale; è quindi indispensabile che essa si collochi in spazi di visibilità e accessibilità per tutti.
Va poi sottolineato che la pratica femminista ha impresso in profondità caratteri e soggettività di biografie di una generazione di donne.
Stiamo parlando delle protagoniste del movimento femminista in Italia che si è manifestato alla fine degli anni Sessanta e diffuso, con diverse modalità, nel decennio successivo.
Il movimento delle donne si è definito neofemminista nel ribadire il legame ideale con il primo femminismo di fine Ottocento, ma ovviamente, forte è stata la frattura fra il suffragismo, il riformismo dei movimenti femminili del secondo dopoguerra ed il femminismo degli anni Settanta. [1] Ragionare sulle appartenenze che hanno segnato l’inizio e la formazione dell’identità del femminismo italiano vuol dire riconoscere alcune radici nel radicalismo americano degli anni Sessanta e nel femminismo anglosassone e vederne le tracce e le contaminazioni. Il riferimento è alle note iniziative promosse dal Movimento per la pace e dal Movimento per i diritti civili che hanno avuto come luogo principale le Università, a partire da Berkeley in California dal 1964. Dal movement americano viene una  pratica che consiste in un nuovo modo di fare politica, fondato sulla partecipazione al gruppo, scaturita da un’esigenza comune che si condivide e con obiettivi immediati. Una modalità che non prevede gerarchie poiché la reale partecipazione presuppone la responsabilità individuale nelle  decisioni collettive.
Inoltre questa modalità di fare politica promuove gruppi che si uniscono per condizioni affini, in genere disagio, contraddizioni, conflitti e per azioni che da queste si sviluppano.
Secondo elemento del radicalismo americano da considerare è la valorizzazione di ciò che causa la discriminazione: essere nero o essere donna è un dato permanente, non contingente; costitutivo della propria identità. Si è neri o donne, da sempre e per tutta la vita. La pratica dell’autocoscienza e il separatismo ne sono gli esiti politici. [2] Altro dato forte è quello di mettere al centro la persona che viene prima di obiettivi organizzativi, politici, economici; il femminismo italiano lo mutuerà nella pratica del partire da sé e nella rivendicazione che il personale è politico.
In altri termini si può affermare che, più in generale, nei paesi occidentali di tipo capitalistico nuove identità sociali diventano visibili, da sommerse o escluse che erano e tendono a trasformarsi in soggetti politici, in grado di negoziare un nuovo rapporto con la società intera.
Queste istanze si correlano ad eventi politici degli anni Sessanta come la guerra nel Vietnam, la rivoluzione cubana ad opera di Fidel Castro, l’azione guerrigliera di Che Guevara, vissuti ed agiti con grande passione soprattutto dai giovani come momenti di lotta contro chi prevarica.
Le donne, in questi stessi anni, cominciano a prendere coscienza di essere subordinate in una società a dominanza maschile e di vivere una notevole contraddizione fra l’immagine esaltata da pubblicità, mass media che le rappresentano come mogli e madri felici – loro ruolo naturale – e la realtà in cui sono escluse dall’esercizio del potere e da condizioni egualitarie.
Juliet Mitchell, protofemminista inglese in un testo di grande diffusione in Italia scriveva che in tutte le società dove sono sorti i movimenti di liberazione delle donne si riscontrano analoghe discriminazioni contro di loro. La somiglianza tra le varie posizioni femminili è importante per lo sviluppo del movimento in questi paesi e spesso anzi ne costituisce il presupposto. Si tratta sempre infatti di paesi industrializzati, giacché nelle zone rurali e agricole il Movimento di liberazione non si è sviluppato. In Italia, ad esempio, è presente soprattutto nelle città del Nord… [3] Come accennato, sono state le americane a percepire per prime la matrice sessista dell’essere oppresse in quanto donne, vale a dire una prima coscienza di essere e sentirsi subordinate ed una successiva di specifica oppressione.
In una prima fase nel movimento dei diritti civili, degli studenti sembra prevalere un’idea di parità, di eguaglianza; ne rappresentano una spia quegli elementi che tradizionalmente sono attribuiti alle donne, come l’importanza dei sentimenti nelle relazioni e la fantasia, esaltati nello stile di vita degli hippies. Poco dopo negli Stati Uniti, ma anche in Italia, il fare politica delle donne si connota di caratteristiche proprie, vi è la consapevolezza di essere escluse dal potere anche nella militanza di sinistra. Si scopre che si è oggetto di discriminazione pure da parte dei compagni di lotta e il nuovo femminismo centra l’analisi sulla contrapposizione fra i sessi ed arriva all’elaborazione del pensiero della differenza di genere.
In Italia tuttavia il femminismo si caratterizzerà, almeno in una sua prima fase, nella pratica della doppia militanza: nel partito politico e nel gruppo e/o nel movimento femminista.
Ancor prima di fare queste scelte va precisato che aree comuni fra il movimento degli studenti ed il femminismo furono la volontà di mettere in discussione tutto, il prendere la parola, l’urgenza del cambiamento.
Dopo il maggio parigino del 1968, quando sembrava che la rivoluzione fosse imminente, in Italia gli studenti si muovono per costituire nuove alleanze politiche con gli operai e danno forma a inediti gruppi politici di estrema sinistra. Fra il 1968 e il 1969 nascono Lotta continua, Avanguardia operaia, Potere operaio.
In questa trasformazione furono presenti anche molte ragazze con la convinzione che l’obiettivo comune fosse abbattere il capitalismo e la liberazione delle donne e dei proletari fossero convergenti.
In un secondo momento le giovani donne si resero tuttavia conto di essere marginali nel movimento, con ruoli subalterni e soggette ai compagni maschi. Un’espressione riassume bene questa presa di coscienza: da angeli del focolare ad angeli del ciclostile.
Tale consapevolezza ha aperto la strada del separatismo e dell’affermazione della specificità a seguito della interpretazione di genere della società e del rapporto uomo-donna; la lotta di classe non ingloba anche la lotta fra i sessi.
Molti gruppi femministi nascono quindi dalle nuove formazioni politiche e dal movimento studentesco ma troviamo anche fin dal 1966 l’origine di alcune aggregazioni autonome come il Demau (Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale) e Rivolta femminile.
Come si è detto inoltre, determinante fu la diffusione, lettura e discussione di alcuni testi delle femministe americane e anglosassoni.
Ci riferiamo in particolare a: La mistica della femminilità di Betty Friedan, La condizione della donna di Juliet Mitchell, Sesso contro sesso o classe contro classe? di Evelyn Reed, La politica del sesso di Kate Millet, La dialettica dei sessi di Shulamith Firestone, L’eunuco femmina di Germane Greer, ed anche Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (pubblicato però nel 1949).
Siamo nei primi anni Settanta ed in forte affinità con le analisi sostenute dai testi citati si pubblicano : il Manifesto di Rivolta femminile e Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi.
E qui si apre il percorso che seguirà il movimento femminista italiano negli anni Settanta.

[1] Lo storico Eric Hobsbawn ha definito il femminismo l’unica vera rivoluzione del XX secolo.
[2] A. M. Crispino, Le radici culturali del neo femminismo, in Esperienza storica femminile nell’età moderna e contemporanea, parte seconda, Unione Donne Italiane, Circolo La Goccia, Roma, 1989: 31.
[3] J. Mitchell, La condizione della donna, Torino, Einaudi, 1972: 44.

 

La Storia siamo noi – Storia del femminismo in Italia – Prima parte


Storia del femminismo in Italia – Prima parte by Radio Rock Revolution

 

La Storia siamo noi – Storia del femminismo in Italia – Seconda parte


Storia del femminismo in Italia – Seconda parte by Radio Rock Revolution

 

La lunga battaglia delle donne, dal dopoguerra al boom economico, per ottenere gli stessi diritti e le stesse opportunità degli uomini, a partire dal diritto di voto, all’istruzione, al lavoro, dipinge una storia a più colori, fatta di speranze e delusioni.

Gli anni Settanta: al centro della riflessione dei movimenti femministi c’è la diversità del pensiero femminile, un’identità da difendere e la lotta è su tanti fronti. La politica, il sindacato, le associazioni. Le parole diventano slogan: “Donna è bello”, “Donne non si nasce ma si diventa” e ancora tute le battaglie di quegli anni: la sessualità, il divorzio, l’aborto. Ma soprattutto il sogno di allargare i confini della politica e di cambiare la società.

 

Per capire la storia, bisogna sprofondare nel passato, nella memoria, anche quando nel passato non riusciamo a intravedere il futuro, anche quando i fatti non sembrano intessuti da una stessa mano e non sembrano andare verso un’unica direzione.

Siamo nel 1990: esce il film Thelma e Louise , la storia di due donne con cui identificarsi è facile perché, nella sostanza, esse rappresentano tutte le donne. Le protagoniste sono due ragazze della provincia americana, due amiche che decidono di partire per qualche giorno e lasciarsi alle spalle i mariti possessivi e una vita che non le soddisfa. Per la prima volta Thelma e Louise rifiutano ciò che quotidianamente vivono, per la prima volta decidono, almeno per un periodo, di non accontentarsi di ciò che hanno. Ma subito la loro vacanza si trasforma in un dramma: Louise uccide un uomo che tenta di abusare di Thelma. Le due donne si danno alla fuga convinte che nessuno le avrebbe aiutate, che sarebbero anzi state incolpate, proprio come in colpa sono, agli occhi della società, tutte le donne che subiscono violenze. La loro, allora, oltre a essere una fuga reale, diventa una fuga simbolica, la fuga da una società maschile e maschilista, addirittura da un mondo che non comprendono e da cui non si sentono comprese. Ma la storia di queste due donne faceva da cornice e forse costituiva il compimento di una storia cominciata due decenni prima.

Negli anni Settanta le donne, nelle società a capitalismo avanzato, hanno, dopo lunghe lotte, conquistato il diritto allo studio e il diritto al lavoro. Ma, attraverso il movimento femminista, attraverso la pratica dell’autocoscienza, al centro della loro riflessione sta la diversità del pensiero femminile, un modo diverso delle donne di considerare il proprio corpo, la propria sessualità, i rapporti familiari, quelli con le loro madri. La loro lotta è su tanti fronti: la politica, tradizionalmente intesa, il sindacato, le associazioni. Le loro parole d’ordine risuonano ormai come slogan in tutte le piazze in cui sono presenti: “Donna è bello, donna non si nasce, si diventa”.

Le donne ormai sembrano aver fatto propria una sottile inquietudine, un’impalpabile angoscia: non si sentono comprese e capite a sufficienza, vivono ancora situazioni familiari tradizionali che riproducono quelle vissute con il padre e la madre, non riescono a vivere pienamente la propria sessualità, forse neppure a comprenderla. Racconta Lea Melandri, storica: “Non è un caso che le donne si riuniscano nelle case, potrebbe apparire come una regressione, un passo indietro nel loro percorso di emancipazione ma in realtà esse toccano temi che sono sempre stati considerati marginali, temi non politici”.

Ma allora che cosa vuole esattamente questo nuovo movimento delle donne, quello che ai mariti e alla Chiesa aveva dimostrato negli anni Sessanta che le donne sapevano essere qualcosa di più che mogli e madri’ L’Italia degli anni Sessanta offriva opportunità agli uomini ma anche alle donne, faceva sognare un futuro da fantascienza, un illimitato benessere. Ma a guardare più in profondità, e facendo un passo indietro, a cominciare dal secondo dopoguerra, l’Unione Donne Italiane (legata al PCI) aveva capito che bisognava aiutare le donne a riorganizzarsi, insegnar loro la quotidiana attività casalinga, la cura dei figli; e ancora, procurare pensioni alle casalinghe, assicurare alle donne il diritto allo studio e al lavoro. Negli anni Sessanta e Settanta, però, le donne hanno conquistato tutto questo: e allora’ Spiega Maria Luisa Boccia, filosofa: “ Io sono “nata emancipata” l’emancipazione femminile era ormai naturale, era una conquista storica ormai acquisita… A questo punto che significato aveva essere donna’ Essere donna sembrava non contare nulla oppure contare in una dimensione privata, ristretta fra le mura domestiche, una dimensione, peraltro, tutt’altro che semplice. …Se le donne sono uguali agli uomini, che cosa significa, allora, essere donna?”

L’immagine della donna, negli anni che precedettero la contestazione del 1968, variava in modo considerevole fra Nord e Sud della penisola, fra strati sociali agiati e ceti disagiati. Fu Pier Paolo Pasolini, intellettuale, regista, poeta a intercettare, attraverso una serie di interviste, il “senso comune” di allora, in particolare nell’Italia meridionale. Chiede Pasolini a un passante: “ Che cos’è l’onore sessuale’”Ecco la risposta: “Secondo me la donna è evangelica, angelicata, proprio come la intendeva Dante”. Anche dal punto di vista del diritto familiare, il divario fra i due sessi rimaneva enorme se è vero che un uomo poteva chiedere l’annullamento del matrimonio in caso di sterilità della moglie mentre di un marito impotente si diceva che “non ne aveva colpa”. Spiega il sociologo Franco Ferrarotti: “Fino a tempi recenti il diritto familiare prevedeva che il marito fosse capo unico della casa e, se lo riteneva giusto, poteva anche somministrare qualche ceffone alla moglie”. Secondo la giornalista Liliana Madeo l’Italia “era ancora un paese molto sessuofobo, molto discriminatorio fra uomo e donna”. Insomma, sembra proprio che in questa società le donne rimangano il Secondo sesso, come sostiene Simone de Beauvoir, la più importante esponente dell’esistenzialismo francese. “Forse l’obiettivo della donna non è più quello di integrarsi negli assetti sociali esistenti, sostiene nel 1966 il Demau, il primo collettivo femminista italiano.

Iniziano ad arrivare in Italia i primi libri delle femministe americane e nell’aria si diffonde quel problema che non ha nome, quel problema che la giornalista Betty Freedan ha per prima messo in rilievo: le donne americane, anche quelle più privilegiate, rinchiuse nelle loro belle case, nelle loro gabbie dorate, si sentono incomplete, deluse, ingannate, nonostante le conquiste fatte. In realtà il malessere è insieme più profondo e più diffuso, è il malessere che sfocerà nella contestazione del 1968, un disagio che i governi non riusciranno a contenere.

Il “movimento” sarà irriverente, provocatorio, chiederà una cultura nuova per una realtà che dovrà essere diversa. A Berkeley, a Parigi, in Italia, i giovani vorranno “ribaltare tutto”, lottare contro le guerre ingiuste; si ribelleranno contro l’autoritarismo nelle istituzioni e nella famiglia, rifiuteranno la ricchezza ottenuta a spese dei paesi poveri o degli operai alienati alla catena di montaggio, rifiuteranno ogni forma di repressione, a cominciare da quella sessuale; lotteranno per una società senza più tabù né pregiudizi.

Insieme agli studenti, a lottare ci sono anche le studentesse che rifiutano i loro padri e le loro madri, accusate di aver dato troppo alla famiglia e di aver ottenuto molto poco. Le donne, già molto diverse dalle loro madri, in verità, nella rivoluzione degli studenti, hanno mansioni subalterne. Continua Franco Ferrarotti : “Nel nostro paese, tradizionalmente, c’è la Madre, poi c’è la Maddalena. Purtroppo la cultura mediterranea, ma non solo quella, ha oscillato fra la Madonna purissima vergine e madre e la prostituta”. La trasformazione del ruolo della donna nell’ambito del “movimento” sembra avere esiti paradossali: la donna non ha più un solo “padrone” ma tanti e rabbia e delusione si fanno strada fra le studentesse. Ma insieme anche nuove idee e aspettative che nascono, in realtà, proprio in quegli anni. La funzione delle donne, la loro immagine, in quegli anni potrebbe essere considerata contraddittoria ma, come spiega Lea Melandri la realtà è più complessa: “ Credo che il contesto rappresentato dal movimento degli studenti nella scuola, ma non solo quello, insieme al movimento non autoritario abbia influito sulla nascita del femminismo nel senso che molte delle donne che facevano politica negli anni Settanta hanno cominciato a riunirsi in gruppi di sole donne e hanno avviato la pratica dell’autocoscienza; esse provenivano, quindi, proprio da quei movimenti e lottavano per la condivisione di un progetto rivoluzionario, per un cambiamento radicale, per una rivoluzione che parlava del qui ed ora, della vita quotidiana, dei rapporti rivoluzionari; ma le donne hanno riscontrato subito che non era previsto un cambiamento dei ruoli sessuali. Le donne avevano la funzione di sempre”. E’ questo il momento in cui le donne dicono “basta”: senza cambiare i rapporti fra i due sessi dell’umanità non si può cambiare la società. Nasce allora il nuovo movimento per la liberazione delle donne; le femministe invadono le piazze, abbandonano i gruppi politici maschili, formano i nuovi collettivi femministi che rapidamente si moltiplicano in tutta Italia: a Trento, a Milano, a Roma, a Gela, a Napoli, e se all’inizio ammettono anche gli uomini, poi li escludono risolutamente. E’ anche quello il momento in cui nei collettivi femministi iniziano a parlare le donne; esse hanno finalmente centrato il problema: “Perché essere una donna fra donne non ha valore nella società in cui viviamo; una donna ha valore solo quando si relaziona a un uomo, come sorella di, come madre di, come compagna di, come moglie di.

“’C’era qualcosa nell’emancipazione che non funzionava e questo qualcosa era legato alla costruzione dell’identità sessuale e della sessualità. Nel parlare di libertà sessuale si allude a un preciso modello di sessualità, si parla del dominio di un sesso sull’altro, del rapporto fra sessualità e maternità. “Esiste una sessualità femminile” continua Melandri, perché storicamente la donna è stata identificata con la madre, non è stata legittimata ad avere una propria sessualità e un proprio piacere; è sempre stata identificata con la procreazione. “Accetteremo forse di rimanere ai margini di ogni rivoluzione, con le donne sempre relegate ai margini della società ?” si chiede il manifesto Rivolta femminile della fiorentina Carla Lonzi. La risposta è no. Alla radice della rivolta oggi c’è la sessualità”. Essa è la sfera nella quale una differenza biologica e anatomica è stata trasformata dagli uomini in una differenza di ruoli sociali e familiari. Afferma ancora Ferrarotti “ Nessuno se lo sarebbe aspettato, si pensava che la donna potesse essere tutt’al più una casalinga, una massaia semianalfabeta. Il movimento femminista ha cominciato oggi a domandarsi che cosa fosse la sessualità femminile, dopo migliaia di anni di silenzio, in che cosa consistesse la sessualità femminile”. Il nuovo movimento ha iniziato a porsi questo problema proprio perché andava scoprendo che la sessualità non si limitava alla pura genitalità, ma consisteva in un insieme di rapporti con gli altri, con i figli, con la vita”.

“Fin’ora il mito della complementarità è stato utilizzato dall’uomo per giustificare il proprio potere, scrive ancora Rivolta femminile. La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti fra collettivi di uomini, non prevede la liberazione delle donne”. Proprio per questo le donne “ribaltano tutto” mentre gli uomini faticano persino a comprendere. La sfida estrema del femminismo degli anni Settanta è stata quella di pensare che si poteva partire dal punto più lontano dalla politica: il corpo, la sessualità, la vita intima, per rimettere in discussione tutto l’impianto della civiltà, tutte le sue istituzioni, tutti i suoi saperi. Afferma una militante dell’UDI: “ Il femminismo immette una novità, che è quella di partire da sé, di non vedere più le donne come una categoria, non le operaie, non le contadine, non le impiegate, non le madri:; tutto questo è in realtà “essere donna”. Anche a partire da quel conflitto che si comincia a nominare a praticare con il proprio compagno, marito, uomo”. Continua Liliana Madeo, giornalista: “ E’ stato un modo nuovo di fare politica, ed è stato anche non capito, molto osteggiato dagli uomini; gli uomini dei partiti davano importanza alla lotta di classe, all’organizzazione del lavoro e le consideravano prioritarie; le donne scoprono che quelle sono cose importantissime, ma che tuttavia esiste un altro filone di ricerca che le tocca internamente, che attraversa il loro vissuto.

Ma fermiamoci un momento: siamo negli anni Settanta, anni durissimi per l’Italia, gli anni di piombo, e se la storia del femminismo può sembrare un’altra storia, una storia separata dagli scontri, dalle bombe, dagli attentati, dalla tensione usata dai neofascisti per attaccare la democrazia e poi dalla lotta armata delle Brigate rosse contro lo Stato mentre i governi per trovare una soluzione si avvitano su loro stessi, ed esplode anche la crisi energetica, i negozi chiudono e le strade la sera si fanno deserte, se, insomma, la storia delle donne può sembrare un’altra storia, non c’è nessuno, in quegli anni, che non provi una profonda angoscia, una continua paura.

E poi, nel 1978, quando il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro ad opera delle BR segna quasi l’epilogo di quegli anni bui, esplode un caso che sembra la scena ultima della storia della liberazione delle donne. E’ il 1978, il mese di maggio. Nell’aula di un tribunale italiano si svolge un processo per stupro, ma forse è più corretto dire Il Processo per Stupro. Era uno dei primi processi in cui la vittima denunciava coloro che le avevano usato violenza. E questo accadeva perché la giustizia si muoveva solo allorquando la vittima denunciava gli stupratori: ma spesso, occorre dirlo, una ragazza violentata non andava dalla polizia. Per vergogna, per pudore, per paura. Perché, ancora, la violenza sessuale veniva considerata una violenza contro la dignità personale e non contro la persona e quindi i processi di questo tipo si facevano estremamente complessi.

In aula era presente anche la RAI che nel 1979 trasmise il processo in televisione. Spiega Tina Lagostena Bassi, avvocato della vittima: “Ricordo che la gente era sconvolta, perché nessuno immaginava realmente quello che avveniva dentro un’aula giudiziaria dove la giustizia era violenta quanto gli stupratori”. Risuonavano le parole dell’ accusa: “ Vi siete messa voi in questa situazione, se questa ragazza fosse stata a casa non le sarebbe accaduto nulla”. Molte cose stavano cambiando ma in materia di violenza sulle donne la realtà era ancora molto arretrata e maschilista.

Che cosa, allora, stava veramente cambiando? Il referendum sul divorzio del 1974, che segnò l’approvazione della legge sul divorzio, rappresentò una svolta di enorme portata per una società fin ad allora dominata dal cattolicesimo. La riforma del diritto di famiglia del 1975 asseriva che i coniugi hanno diritti e responsabilità uguali di fronte alla legge. Nel 1978 raggiunsero il culmine le manifestazioni delle donne che chiedevano una legge che rendesse l’aborto libero e gratuito, che permettesse alle donne di accedere a strutture pubbliche o a ospedali, manifestazioni che esprimevano la voglia delle donne di decidere da sole della propria vita e della stessa maternità. L’approvazione della legge sull’aborto (legge 194) segnò un momento difficile nei rapporti fra il movimento femminista e il PCI. Spiega ancora Nuzzo, militante dell’UDI.” La vera rottura con la sinistra e con il PCI è avvenuta con quella che si chiamava allora la doppia militanza, la rottura con il PCI è avvenuta con la 194 perché il PCI non era favorevole all’autodeterminazione della donna. Avrebbe voluto una commissione di medici che valutasse se la donna avesse diritto o no ad abortire. Su questo punto si creò un conflitto molto forte e l’UDI prese una posizione netta in favore dell’autodeterminazione”. Finiva così l’epoca dei cosiddetti “cucchiai d’oro” (i ginecologi che facevano abortire le donne clandestinamente chiedendo lauti compensi) e cominciarono a nascere i primi consultori, in cui le donne si confrontavano apertamente con il ginecologo e venivano aiutate nella loro dolorosa scelta.

Facciamo un altro passo indietro: è il settembre del 1975 quando ha luogo quello che da allora venne chiamato il massacro del Circeo, quando due ragazze, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti vengono violentate e massacrate di botte da tre ragazzi della “Roma bene”. La Lopez muore, Donatella Colasanti sopravvive e denuncia gli stupratori. Il massacro del Circeo fu forse il primo fenomeno mass-mediatico, il primo momento di enorme impatto sull’opinione pubblica.

Ma le donne ormai non sono più sole. Fra infinite contraddizioni, stanno diventando anch’esse protagoniste della storia. E questo processo si rivelerà senza ritorno.

Storia del femminismo in Italia was last modified: dicembre 1st, 2014 by glianni70.it

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