Situazionismo. Per un’economia politica dell’immaginario

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
A decenni di distanza dal ’68 torniamo a parlare del Situazionismo. Ciò è dovuto al fatto che non se ne può fare a meno: del resto, è della sua «vittoria» che si parla e si scrive (M. Morelli 1995). Il problema, tuttavia, è che i Situazionisti, in un certo senso, hanno vinto vincendo e, per altro verso, hanno vinto perdendo. Ciò fa sì che, da un lato, vi sia chi insiste sul senso, ovvero su ciò che in un movimento si proietta, per propria forza critica, al di là della circoscrizione del suo tempo; da un altro lato, si nota come la critica decostruente e anticipatoria del Situazionismo si sia sciolta in una cultura più o meno di sinistra, a sua volta più o meno di potere. E’ successo come al Marx di cui parla Vaneigem: per il suo valore d’uso, la critica si converte in dominio.

Il Situazionismo era fondamentalmente la pratica teorica della consapevolezza dei processi in atto e quindi critica-progetto che tendeva a superare, nella prospettiva di un cambiamento, l’assetto capitalistico della produzione, gli sviluppi della scienza e le modalità di vita della quotidianità. Si trattava di un grado massimo di consapevolezza dei processi che non è riscontrabile in nessun tempo successivo. Il rapporto con l’oggi va a delinearsi in questa direzione, per notare come gli esiti del capitalismo odierno comportino un ‘omologazione della filosofia e della politica pertinente a un grado minimo, questa volta, della consapevolezza dei processi in atto.

La critica situazionista offriva una prospettiva di analisi che, prevedendo gli sviluppi del capitalismo, cominciava a porsi il problema della complessità, relativa sia ai nuovi modi di produzione capitalistica che ai corrispondenti mutamenti tecno-comunicativi. Ci troviamo di fronte a una complessità strategica del sistema basata sul cambiamento strumentale^ sulla velocità gestita in una prospettiva di spaesamento e di frammentazione ,atta a spazzar via anche spiragli di consapevolezza dell’alienazione.

Qualcosa di analogo all’ambito «dromoscopico» dì Virilio. I situazionisti hanno posto in essere l’ultima, per il momento, grande narrazione fenomenologica relativa a un’area vitale della complessità. Mentre altri, come Luhman, preferiranno trattare la complessità come razionalizzazione strumentale dell’esistente. In ogni caso questa complessità ha la sua principale dimensione strategica nel dominio dell’immateriale di cui parla Bernocchi nel suo recente libro sul ’68. E a proposito delle nuove tecnologie della virtualità va intanto rilevato che esse fanno emergere unitamente a nuovi feticismi della merce, alle socialità sognate, all’abolizione delle contraddizioni della prassi mediante una mercantilizzazione generalizzata e spettacolare in cui la merce contempla se stessa in un mondo creato da se stessa (Debord 1967), anche possibili spazi di comunicazione liberata che vanno opportunamente recuperati e disegnati di là da ogni inteff-azione tecnologica e/o spettacolare.

Il Situazionismo è qualcosa da cui ripartire. Certo è ingombrante con le sue scissioni, le sue polemiche, con l’ostentazione delle sue «certezze». Debord è stato ucciso molte volte prima di uccidersi e Vaneigem resiste in Francia producendo libri notevoli che in Italia vengono accuratamente evitati. Il problema è che si sente il bisogno di una narrazione distinta e non omologata.

Oggi lo spazio dei discorsi è occupato da quelli di cui parla Lacan: il discorso del Padrone, dell’Università, dell’Isterico… Ridurre il Situazionismo a citazione, a scontato presupposto o a forme folkloriche di attualizzazione è un modo di seppellirlo. La necessità quindi di rileggere i Situazionisti, come è stato fatto, in modo evolutivo, per altre grandi narrazioni negli anni ’60. Una necessità che valga a re-istituire punti di riferimento critico rispetto all’esistente e al consolidamento strategico dell’esistente. La teoria critica situazionista si presenta, a trent’anni di distanza, come qualcosa che va ripensato senza intenti divulgativi, nostalgici o commemorativi. In tal senso è già stato provveduto in modo ampio e gratificante.
P.S.

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Situazionismo. Per un’economia politica dell’immaginario was last modified: gennaio 4th, 2015 by glianni70.it

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