Risoluzione della Direzione Strategica Aprile ‘75

brigate rosseRisoluzione della Direzione Strategica Aprile ‘75

Tratto dalla rivista “Controinformazione”

IMPERIALISMO E INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

“ Gli Stati Uniti hanno scelto di essere il nemico mortale di tutti i governi di popolo, di tutte le mobilitazioni della coscienza socialista scientifica ovunque nel mondo, di tutti i movimenti antimperialisti della terra. La loro storia negli ultimi 50 e più anni, le caratteristiche intrinseche delle loro strutture fondamentali, la loro dinamica politica, economica e militare fanno degli Stati Uniti il prototipo della controrivoluzione fascista internazionale ”.
George L. Jackson

Iniziamo questa relazione con una citazione del grande combattente afroamericano assassinato dai gorilla imperialisti nel carcere di San Quentin perché essa nella sua essenzialità coglie il cuore di una questione per noi fondamentale: la questione dell’imperialismo.
I termini generali del problema li possiamo riassumere come segue.
L’imperialismo è un sistema di dominio mondiale al cui centro stanno gli Stati Uniti, al centro dei quali stanno le grandi compagnie multinazionali ed i loro interessi. Questo sistema si è negli anni articolato e stratificato per aree funzionali di produzione e consumo che sono nello stesso tempo aree politiche e militari.
I paesi del “ Vecchio Continente ” compongono un’importante area economica, politica e militare dell’imperialismo. Questa area, da un punto di vista capitalistico sostanzialmente omogenea, in termini strategici viene definita “sistema democratico occidentale ”.
Negli ultimi tempi, dopo la lotta di liberazione vittoriosa del Vietnam e della Cambogia, dopo la crisi di Cipro e del Medio Oriente questo “sistema”, insieme al Giappone è diventato il banco di prova dell’intero sistema imperialista.
Ciò vuol dire che è in Europa principalmente che sempre più si giocherà la permanenza e lo stravolgimento degli equilibri mondiali sanciti dalla seconda guerra mondiale.
L’unità economica, politica e militare sotto il segno atlantico di quest’area in altri termini è decisiva per gli Stati Uniti. E lo è a tal punto che non è affatto azzardato sostenere che dal punto di vista “ amerikano ” (che non è solo quello degli USA ma anche quello dei suoi alleati atlantici), il “sistema democratico occidentale” costituisce in questa congiuntura una totalità strategica (politica, economica, militare) che non ammette mutilazioni e che non tollera modifiche di sostanza.
L’Italia, in quanto componente organica di questo sistema e dunque del sistema mondiale imperialista capeggiato dagli USA, si trova in una posizione estremamente importante perché:
— con la crisi di regime che la travaglia, costituisce un fattore di crisi dell’intero schieramento imperialista;
— per la grande influenza che ha il PCI costituisce un punto di forza dello schieramento sociale-imperialista e dopo i recenti fatti portoghesi ciò non va affatto trascurato;
— per la forza non trascurabile del movimento rivoluzionario può trasformarsi in un’area rivoluzionaria dirompente dell’Europa.
Questa situazione è oltremodo eccellente per le forze rivoluzionarie del nostro paese perché a livello mondiale l’imperialismo è scosso da violente convulsioni e tutto fa pensare che il peggio non è ancora venuto. La crisi che attraversa, senza dubbio è la più grave dopo la seconda guerra mondiale, è nello stesso tempo economica, politica e militare.
Economica perché è crisi ciclica di sovrapproduzione in presenza di un’inflazione galoppante e di un disordine finanziario e monetario mai registrato. Politica poiché scatena i fattori d’instabilità d’alcuni regimi subalterni e attivizza la lotta operaia, proletaria e rivoluzionaria delle classi oppresse tanto negli USA che in Europa. Militare poiché determina uno scollamento crescente dalla NATO e la defezione di alcuni importanti paesi.
Forza scatenante della crisi sono state le lotte dei popoli e delle classi che con determinazione rivoluzionaria hanno opposto una resistenza ideologica, politica e armata alle sue pretese egemoniche planetarie.
Più precisamente le contraddizioni che hanno costretto l’imperialismo alla “ crisi ”, alla difensiva e dunque ad entrare nella fase storica della sua dissoluzione sono tre:
— i paesi che lottano per la loro liberazione e per il comunismo;
— il social-imperialismo sovietico anch’esso interessato al controllo di aree strategiche, al rastrellamento di materie prime, a nuovi mercati e sbocchi per i suoi investimenti;
— le lotte operaie e il decollo di guerriglie proletarie nei suoi centri industriali e metropolitani.
E’ la complessa dialettica tra queste contraddizioni che spinge irreversibilmente verso una ridefinizione dei rapporti di forza tra imperialismo, social-imperialismo e forze rivoluzionarie e che dunque alimenta, nel mondo capitalista occidentale in generale, e in Italia in particolare, condizioni oggettivamente favorevoli alla crescita dell’iniziativa apertamente rivoluzionaria. Sta alle classi rivoluzionarie e alle loro avanguardie politiche e militari cogliere l’occasione.
Sul teatro europeo l’imperialismo reagisce alla sua crisi rincorrendo tre obbiettivi fondamentali:
— favorisce un processo di controrivoluzione globale e aperta contro ogni forza a lui antagonista;
— ridimensionare all’interno di ogni paese la forza della classe operaia e ristabilire rapporti di forza favorevoli alle classi dirigenti locali “sicuramente atlantiche ”;
— scoraggiare le velleità autonomistiche che si sono fatte strada in alcuni paesi per ricondurli sotto l’“ala americana ”.
Manovre economiche e servizi segreti lavorano assiduamente in questa prospettiva. L’uso della “crisi petrolifera” è solo l’ultimo esempio, anche se alla prova dei fatti si è dimostrata un’arma a doppio taglio.
Perché se da un lato l’inflazione selvaggia, la recessione produttiva e il pericolo di una vera e propria depressione hanno consentito il ricatto politico (“se volete colmare il disavanzo del deficit petrolifero e rimettere in sesto, almeno in parte, le bilance dei pagamenti coi nostri prestiti dovete liquidare senza incertezze le spinte “comuniste” che erodono alla base la stabilità dei regimi politici”); dall’altro hanno acutizzato tensioni di classe e così favorito le spinte rivoluzionarie.
Appare chiaro tuttavia che “crisi dell’imperialismo” nell’immediato non vuoi dire “crollo”, ma controrivoluzione globale imperialista e cioè:
a) ristrutturazione dei modelli economici di base;
b) ristrutturazione delle funzioni economiche entro una divisione internazionale del lavoro e dei mercati rigidamente pianificata;
c) riadeguamento delle strutture istituzionali, statali e militari dei regimi meno stabili e più minacciati entro la cornice dell’ordine imperialista.
Affermare che l’Italia è l’anello debole del “sistema democratico occidentale” vuol dunque anche dire che è il paese in cui la controrivoluzione si scatenerà più forte e l’intero sistema imperialista si assumerà la responsabilità di questo processo. Ciò significa che il proletariato italiano a misura in cui s’intensifica la guerra di classe nel paese, non si troverà a “fare i conti” solo col suo nemico interno, bensì con l’intera organizzazione economica, politica e militare dell’imperialismo.
Si vuol dire, più in generale, che la guerra di classe rivoluzionaria nelle metropoli europee è immediatamente anche guerra di liberazione antimperialista, perché l’emancipazione di un popolo in un contesto imperialista deve fare i conti con la repressione imperialista.
Non esistono “vie nazionali” al comunismo, perché non esiste nella nostra epoca la possibilità di sottrarsi singolarmente al sistema di dominio imperialista. Di fronte alla richiesta di potere che sta alla base dei movimenti di forze comuniste che operano sul continente europeo, la contro rivoluzione imperialista assume una specificità differente solo per forma e per intensità: non per qualità.
Che differenza c’è tra la CDU e la DC? Strauss non è certo diverso da Fanfani!
Per questo insieme di motivi l’internazionalismo proletario è la nostra prima bandiera di lotta; l’area continentale è lo scenario d’insieme entro il quale vanno studiate “le leggi della condotta della guerra che influiscono sulla situazione di insieme della guerra”; il territorio nazionale è il teatro operativo della nostra guerriglia; i poli di classe industriali e metropolitani i punti di forza e di irradiamento della guerra civile rivoluzionaria.

ASPETTI ECONOMICI DELLA CRISI DI REGIME

Premesso che la crisi è il risultato della contraddizione che ha opposto le forze produttive ai rapporti di produzione capitalistici e cioè dell’antagonismo espresso con continuità dalle lotte operaie degli ultimi sei anni, vediamone la specificità economica.
La crisi economica attuale presenta tre caratteri principali:
— è crisi di sovrapproduzione o meglio di sottoconsumo: dopo la forte espansione degli anni 1950-1960 (miracolo economico) siamo entrati in una fase caratterizzata da un forte squilibrio tra quantità di merci prodotte o producibili e assorbimento del mercato. Questo è l’aspetto storico dell’attuale crisi;
— è crisi in presenza di un forte aumento dei costi delle materie prime, tra cui il petrolio.
Questo ha come effetto che, nella misura in cui il prezzo del macchinario aumenta, in conseguenza dell’aumento di prezzo sia delle materie prime che lo compongono, sia delle materie ausiliarie al suo funzionamento, proporzionalmente diminuisce il saggio medio di profitto.
L’aumento del costo delle materie prime produce inoltre la riduzione o l’arresto dell’intero processo di riproduzione del capitale, sia perché il ricavato della vendita delle merci è insufficiente a riprodurre tutti gli elementi costitutivi della merce stessa, sia perché viene resa impossibile la continuazione del processo riproduttivo su una scala corrispondente all’allargamento tecnico di esso;
— è crisi in presenza di una forte caduta di saggio medio di profitto. Questo è l’aspetto specifico della crisi economica attuale.
E importante analizzare le conseguenze che questa forte caduta di saggio medio di profitto ha prodotto e produrrà sulla struttura economica e politica del sistema. Se la caduta tendenziale del saggio medio di profitto è una caratteristica fondamentale del processo capitalistico (in quanto tende sempre più ad aumentare il capitale costante in rapporto al capitale variabile) in Italia in quest’ultimo decennio (1966-1974) questa caduta tendenziale ha subito un notevole processo di accelerazione dovuto soprattutto al sorgere prepotente dell’industria chimica, come industria imperialista multinazionale (Montedison). L’industria chimica è caratterizzata infatti da un saggio di plusvalore elevato (cioè valori alti della produttività per ogni singolo operaio), ma da un saggio medio di profitto bassissimo.
Questo porta a far sì che è sempre più difficile per il capitalista chimico reperire all’interno del processo di produzione stesso i capitali necessari alle ristrutturazioni tecnologiche e quindi deve ricorrere all’indebitamento.
Ma data la grande quantità di capitale finanziario, diventa sempre più difficile rastrellare questi fondi all’interno del mercato finanziario privato (finanziarie private e azionariato) per cui deve ricorrere ai prestiti statali. In tal modo nasce per il capitalista chimico la necessità di stabilire buoni rapporti con l’apparato statale per ottenere questi prestiti alle condizioni più vantaggiose.
Di qui a trasformare l’apparato statale in una struttura strettamente funzionale alle sue esigenze di sviluppo, il passo è breve ed anzi assolutamente necessario.
Lo stato assume quindi, in campo economico, le funzioni di una grossa banca al servizio dei grandi gruppi imperialistici multinazionali.
Dal modo in cui lo Stato-banca rastrella “a livello sociale” questi capitali necessari (che non sono altro che plusvalore complessivo “assegnato” alle multinazionali) nasce il forte processo inflazionistico caratteristico dello sviluppo capitalistico attuale nella fase dominata dai grandi gruppi imperialisti multinazionali.
E chiaro che il processo qui esemplificato per il settore chimico, vale per ogni altro settore in cui domina la struttura capitalistica multinazionale (cioè vale per la Montedison, come per la FIAT, come per la Pirelli) e vale per ogni funzione dello Stato (economica, politica, militare). Lo Stato diventa espressione diretta dei grandi gruppi imperialistici multinazionali, con polo nazionale. Lo Stato diventa cioè funzione specifica dello sviluppo capitalistico nella fase dell’imperialismo delle multinazionali; diventa: Stato Imperialista delle Multinazionali.
Il capitalismo italiano quindi cerca di usare la crisi attuale per costruire lo Stato imperialista delle multinazionali. Cioè anche in Italia si tenta di percorrere il modello americano-tedesco.

MODIFICAZIONI SUL TESSUTO DI CLASSE

Vediamo le conseguenze che la caduta del saggio medio di profitto produce sulla struttura di classe.
Nei settori dove il saggio di profitto ha valori estremamente bassi, si nota una diminuzione assoluta di forza-lavoro utilizzata. Ad esempio per la Montedison, nel periodo 1966-71, nel settore chimico, si hanno investimenti in impianti fissi per 600 miliardi, con un notevole aumento rispetto agli anni precedenti ed una diminuzione di forza-lavoro da 70.761 a 70.661 unità. Questa tendenza è più che confermata anche negli ultimi quattro anni.
D’altra parte il sistema capitalistico in quanto anche produttore di merce forza-lavoro, produce un forte aumento della popolazione complessiva.
Basti pensare Che all’inizio del 1800 la popolazione della terra era calcolata intorno ad un miliardo di unità; con l’avvento del sistema capitalistico si ha in 150 anni una quadruplicazione della popolazione mondiale (attualmente siamo intorno ai 4 miliardi).
Da tutto ciò si può trarre una generalizzazione: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto produce una diminuzione della forza-lavoro utilizzata in rapporto alla popolazione complessiva: cioè di fronte ad un aumento costante della popolazione complessiva non si ha proporzionalmente un aumento della forza-lavoro utilizzata.
Abbiamo detto in precedenza che l’aspetto specifico della crisi economica attuale è la forte caduta del saggio medio di profitto. Quindi si può sostenere che l’attuale crisi produrrà una notevole diminuzione della forza-lavoro utilizzata in rapporto alla popolazione complessiva.
Questo fenomeno avverrà in modo sempre più accelerato e sarà una caratteristica stabile del nostro sviluppo economico.
Tutto ciò produce e produrrà sul tessuto di classe modificazioni stabili che si possono così schematizzare.
Rispetto alla popolazione complessiva si avrà:
a) una diminuzione continua di salariati con occupazione stabile;
b) un aumento dell’“esercito di riserva” (serbatoio in cui attingere nei momenti di espansione), cioè dei salariati con occupazione instabile (vedi attualmente l’uso della cassa integrazione);
c) un aumento di quella parte di popolazione che sarà espulsa in modo definitivo dal processo capitalista (gli emarginati).
Quest’ultimo fenomeno finora non si era manifestato in termini acuti grazie all’emigrazione che ha significato per tutto un certo periodo lo sbocco alla sovrapproduzione di forza-lavoro. Attualmente, data la forte caduta a livello internazionale del saggio medio di profitto, questa valvola di sfogo non può più funzionare. Gli emigrati tornano a casa per ripopolare le fila dei disoccupati e dei sottoccupati e cioè, in definitiva, degli emarginati.
Rispetto ai comportamenti di classe si può così ipotizzare:
— salariati con occupazione stabile
Una parte di questi riflette il livello di coscienza immediata che è di difesa della loro condizione di salariati (equo salario). Costoro formano la base materiale del riformismo.
Un’altra parte, ed è lo strato più produttivo, quello in cui lo sfruttamento si accentua sempre più (l’operaio della catena), sviluppa una coscienza rivoluzionaria, cioè l’abolizione del lavoro salariato e la distruzione della società capitalistica.
— emarginati
Gli emarginati sono un prodotto della società capitalistica nella sua attuale fase di sviluppo ed il loro numero è in continuo aumento. Sono utilizzati dalla società capitalistica, in quanto società dei consumi, come consumatori.
Sono però consumatori senza salario. Da questa contraddizione nasce la “ criminalità ”.
L’utilizzo “economico” della criminalità da parte del capitalismo sta nel fatto che essa contribuisce alla distruzione della merci necessarie per continuare il ciclo. Per intenderci si potrebbero benissimo costruire automobili a prova di ladro, ma ciò va contro gli interessi della FIAT.
Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la coscienza borghese: estremo individualismo, aspirazione ad un sempre maggior “consumo”.
Un’altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria d’abolizione della loro condizione d’emarginati, da cui l’abolizione della società fondata sul lavoro salariato.
— esercito di riserva
Per quanto riguarda l’esercito di riserva, i livelli di coscienza sono dati dall’intreccio dei livelli di coscienza riscontrabili all’interno dei salariati con occupazione stabile e degli emarginati.

IL PROGETTO POLITICO DEMOCRISTIANO

Se gli anni 1970-1974 sono stati caratterizzati da forti contraddizioni all’interno della borghesia (per esemplificare scontro Montedison-FIAT), contraddizioni che hanno spaccato verticalmente la struttura dello Stato, dei partiti, delle forze sindacali, il periodo attuale sembra caratterizzato da una raggiunta fase di “armistizio” fra i vari gruppi capitalistici italiani: cioè di fronte all’acutizzarsi della crisi, i vari gruppi capitalistici hanno serrato le fila. Armistizio non significa però fine delle contraddizioni all’interno del fronte borghese, significa semplicemente un congelamento momentaneo di queste contraddizioni, congelamento che si manifesta attraverso un raggiunto accordo (anch’esso di carattere momentaneo) sulla spartizione di potere fra i più forti gruppi borghesi. In questa chiave sono da interpretarsi l’accordo raggiunto al vertice della Confindustria nella primavera 1974 (Agnelli presidente e Cefis vicepresidente), l’unità stabilitasi intorno a Fanfani delle più forti correnti DC (Fanfaniani, Dorotei, Andreottiani, ecc.), l’attuale composizione e funzione del governo Moro.
Sarebbe comunque un errore pensare che le contraddizioni che dividono il fronte della borghesia siano contraddizioni di carattere antagonista.
Esse sono semplicemente varianti tattiche dello stesso progetto: la costruzione dello Stato Imperialista delle Multinazionali. L’essenza del conflitto intercapitalistico sta semplicemente in questo: quale sarà il gruppo imperialista multinazionale che, guidando il progetto di costruzione dello Stato Imperialista, si assicurerà la fetta più grossa di potere.
Il progetto politico della DC, che trova in questo momento il suo più autorevole interprete in Fanfani, mira a fare della DC stessa l’asse portante di questo progetto dello Stato Imperialista.
Ponendosi in ogni momento come gestore dell’“armistizio” raggiunto, la DC cerca di essere l’elemento di continua mediazione dialettica fra gli interessi dei vari gruppi capitalisti.
Nelle intenzioni della DC si dovrà realizzare così, all’interno di un processo caratterizzato da contraddizioni nello schieramento borghese e da un forte scontro tra borghesia e proletariato, la costruzione “pezzo su pezzo” dello Stato Imperialista e alla fine di questo processo una completa integrazione tra DC e Stato Imperialista.
E’ chiaro che questo processo però non avverrà in modo certamente pacifico, ma andrà assumendo sempre più i caratteri della “guerra civile”.
Questo anche, e soprattutto, per la profonda crisi d’egemonia che costringe la borghesia, le sue rappresentanze politiche e le istituzioni dello Stato a risolvere sempre più le contraddizioni di classe per mezzo della forza, utilizzando cioè l’intero apparato di coercizione e solo quello.
Più in particolare il progetto politico democristiano, apertamente sostenuto anche da Tanassi, da Sogno e da Almirante, si propone di costruire intorno al blocco integralista della DC un più vasto e articolato “blocco storico” apertamente reazionario e controrivoluzionario, funzionale alla costruzione dello Stato Imperialista.
Le elezioni amministrative di giugno e ancor più le prossime elezioni politiche sono giocate in questa prospettiva di lungo periodo. E così pure i “temi” dominanti della propaganda politica in queste sinistre campagne elettorali non hanno un carattere contingente come dimostrano di credere i revisionisti, ma sono anch’essi una tappa della costruzione “pezzo su pezzo” dello Stato Imperialista.
Emblematica, al riguardo, è la questione dell’“ordine pubblico” e della guerra alla “criminalità politica” che più che a guadagnare voti, punta alla militarizzazione preventiva del territorio e della lotta di classe ovvero è direttamente strumentale alla necessità di ricostruire un quadro di valori di massa che consentano la ristrutturazione e la concentrazione di tutti i poteri dello Stato nella prospettiva della guerra civile controrivoluzionaria. Perché questa è la strada, l’unica strada, che la Democrazia Cristiana indica e percorre per far fronte alla crisi di Regime. Al di là delle apparenze “conciliari”, ciò che la DC vuole è uno scontro aperto fra le forze rivoluzionarie e progressive ed il blocco storico controrivoluzionario. Essa cerca una spaccatura verticale che emargini ed annienti le forze ostili alla ristrutturazione imperialista dello Stato di Regime. Essa si propone di garantire ai padroni delle multinazionali imperialiste:
1) — il rafforzamento delle strutture e dell’organico militari nei due sensi di una funzionalizzazione ai progetti NATO e della specializzazione antiguerriglia contro la sovversione interna
2) — la creazione di una “magistratura di regime” e l’irrigidimento dei provvedimenti penali su quei capitoli particolarmente inerenti alla guerra di classe, dalle norme sulla detenzione delle armi, a quelle sulla carcerazione preventiva, al fermo di polizia, al confine, alle pene esemplari per i militanti rivoluzionari;
3) — l’adozione di misure “preventive” come la militarizzazione delle grandi città, delle istituzioni degli uomini più esposti del regime.
E più in generale, proprio per realizzare questi obbiettivi col minor numero di contraddizioni essa punta ad una precisa riforma costituzionale, all’elezione diretta del presidente della repubblica e ad un decisivo aumento di potere dell’Esecutivo: in breve alla cosiddetta “repubblica Presidenziale”.
Ristrutturare lo Stato per battere il movimento operaio sul terreno della guerra civile: questa è l’essenza del progetto politico democristiano.

IL PATTO CORPORATIVO

Il tentativo di costruire legami corporativi tra la classe imprenditoriale del regime e le organizzazioni sindacali dei lavoratori è funzionale più di quanto si creda alla formazione dello Stato Imperialista.
Agnelli, in quanto portavoce dell’interno padronato, lo aveva anticipato nel suo primo discorso da Presidente della Confindustria, quando sostenne la necessità di “addivenire ad un patto sociale che, a 30 anni dall’aprile ‘45, ridefinisca gli obiettivi nazionali del popolo italiano in vista degli anni ‘80 e ‘90. Non si tratta però di un patto tra sindacati – imprenditori – governo”.
Lo ha ribadito anche quest’anno: “La durezza della crisi economica, le sue complicazioni di ordine sociale e l’esigenza di un sollecito ritorno allo sviluppo, prospettano all’organizzazione industriale obbiettivi di carattere generale che sono in larga parte comuni alle organizzazioni dei lavoratori. Ritengo che sindacati e rappresentanza imprenditoriale si trovino davanti al medesimo problema: quello della costruzione di un quadro generale fatto di scelte e indirizzi che non favoriscano il consumo passivo, la rendita e l’accumulazione parassitaria, bensì l’iniziativa e la capacità”.
Secondo Agnelli dunque le maggiori forze industriali – multinazionali del Paese si dovrebbero assumere una responsabilità più diretta nella gestione del potere fissando una serie di principi politici e soluzioni tecniche per realizzare una gestione “concordata” della crisi oggi, e della ripresa domani con le Confederazioni sindacali e con il Governo.
Ciò che ci interessa è che il “patto sociale” viene giustificato non in funzione “anticongiunturale”, dunque come accordo tattico, ma come esigenza avanzata e perciò come progetto di stabilizzazione per gli anni ‘80!
L’operazione d’ingabbiamento che esso presuppone può essere definito: incorporazione organica della classe operaia dentro il capitale e dentro lo Stato. Essa segue la logica che la classe operaia per salvare se stessa, deve salvare il padrone; per salvare il padrone deve salvare lo Stato; per salvare lo Stato, deve assumersi i costi economici della riconversione produttiva ed i sacrifici della ristrutturazione imperialista. E’ una logica miserabile e val la pena di tenerne conto solo perché essa è fatta propria dai vertici sindacali e da quelli del Partito Comunista.
La falsità delle argomentazioni portate a giustificazione del “patto corporativo” sta in questo:
— si identifica l’interesse operaio con l’interesse di sviluppo del grande capitale multinazionale e l’interesse delle multinazionali con l’interesse nazionale;
— si contrabbanda per disposizione riformistica l’esigenza di riconversione produttiva del grande capitale;
Il “patto corporativo” riferito alla fabbrica vuole nascondere una realtà che da anni le avanguardie operaie chiamano “fascismo di fabbrica” e cioè una ristrutturazione del ciclo e dell’organizzazione del lavoro con i suoi risvolti di:
a) rottura della rigidità della forza-lavoro (mobilità: distruzione sistematica dei nuclei di avanguardia; maggior utilizzo degli impianti; intensificazione dello sfruttamento);
b) militarizzazione dell’apparato di dominio (corporativizzazione dei dirigenti, dei quadri dei capi; sindacalismo giallo; utilizzo dei fascisti per i “lavori sporchi”; spionaggio ).
Rispetto alla lotta operaia una conseguenza decisiva del “patto” è dunque una più moderna concezione della repressione: sindacalista e poliziotto, spionaggio padronale e controllo sindacale si fondono in un unico disegno di annientamento della autonomia e dell’antagonismo.
Un esempio è la tendenza, già dimostratasi in molte fabbriche dove la lotta autonoma è particolarmente incisiva, che vede gli esecutivi sindacali e le direzioni del personale impegnati a collaborare per l’identificazione dei “provocatori” con l’obiettivo specifico della loro eliminazione mediante licenziamento o denuncia alla magistratura.
In sostanza, questa proposta corporativa è decisamente reazionaria. Essa prefigura una dittatura feroce nei confronti delle forze di classe rivoluzionarie; e a misura in cui essa si afferma in fabbrica, tende a proiettarsi sul terreno politico generale chiudendo ogni spazio alla guerra di classe rivoluzionaria.

IL “ COMPROMESSO STORICO ”

Nella sinistra ufficiale non vi è comprensione delle profonde trasformazioni strutturali e politiche che stanno compiendo per opera della DC e della Confindustria all’interno della controrivoluzione globale imperialista.
Soprattutto il PCI dimostra la sua incapacità ad indicare una strategia di classe alternativa. La linea ribadita al XIV° Congresso ne è una dimostrazione definitiva. La “strategia” del Compromesso Storico affonda i suoi presupposti in due incomprensioni decisive: il carattere guerrafondaio dell’imperialismo, e il carattere reazionario e imperialista della DC.
Berlinguer, questo Kautskj in sedicesimo, indica come tendenza a livello mondiale e scorge perfino conferme dal comportamento degli USA, la politica della “coesistenza” e della “cooperazione” giungendo a profetizzare “un sistema di cooperazione e integrazione così vasto da superare progressivamente la logica dell’imperialismo e del capitalismo e da comprendere i più vari aspetti dello sviluppo economico e civile dell’intera umanità”. Non c’è antagonismo per Berlinguer tra imperialismo, social-imperialismo e rivoluzione, ma contraddizioni in via di soluzione “pacifica” e “civile”.
La realtà lo smentisce.
La tendenza generale oggi nel mondo è quella che indicano i compagni cinesi: è la rivoluzione.
Imperialismo e social-imperialismo si trovano sempre più spesso in aperta contraddizione e le guerre di liberazione dei popoli conoscono nuove vittorie. Così è in Vietnam, in Cambogia o per altro verso in Portogallo.
Anche per quel che riguarda l’Italia l’idillio filocapitalistico di Berlinguer non ha limiti di pudore. Con un’operazione teorica assai lontana dal materialismo storico e dialettico, egli propone il “compromesso con le masse popolari cattoliche” ovvero, fuor di perifrasi, con la Democrazia Cristiana di cui trascura o addirittura nega il carattere imperialista, antinazionale e antipopolare che da trent’anni fa di questo partito l’anima e il cervello di tutte le spinte più reazionarie e fasciste che si registrano con intensità sempre crescente nel Paese.
A tal punto si diserta dal marxismo e dal leninismo, si sconfina dall’analisi di classe che la contraddizione principale viene ormai presentata come contraddizione tra “democratici” e “antidemocratici”, dove i primi sono tutti coloro che agiscono nell’area costituzionale, e i secondi tutti gli altri, non importa se i fascisti, rivoluzionari od operai che perseguono obiettivi di lotta “particolaristici” o “corporativi”.
La funzione che il PCI si assegna dunque, è quella di recuperare all’interno del “sistema democratico” tutte le spinte antagoniste del proletariato stravolgendole in termini riformisti.
Il “compromesso storico” infatti non presuppone un antagonismo strategico rispetto al programma di realizzazione dello Stato imperialista (nello Stato imperialista “democristiano” ci saranno un po’ più poliziotti; in quello del PCI un po’ meno, ma solo perché ognuno dovrà essere poliziotto di se stesso), ma si presenta semplicemente come diversa formula per la gestione del potere: di quel potere.
Il “compromesso storico” non corrisponde ad un bisogno politico di classe, ma più riduttivamente ad un tornaconto opportunista di uno strato di classe che dal rafforzamento del sistema imperialista, realizza alcuni miserabili vantaggi.
Per questo il PCI si oppone ormai violentemente al movimento rivoluzionario e alle forze di classe da cui quest’ultimo trae forza ed alimento.
Per questo i disegni revisionisti verranno certamente sconfitti. Non bisogna tuttavia sottovalutare la funzione ambivalente che nei tempi brevi la linea del “compromesso storico” svolge entro la crisi di regime:
— da un lato costituisce un potente fattore di crisi politica del regime; incute terrore ed accelera contraddizioni nei settori più conservatori e più reazionari:
— dall’altro evita che il Paese diventi ingovernabile, e cioè ostacola lo sviluppo della guerra di classe.
Perché ciò significa che, mentre i settori conservatori o reazionari preoccupati dalla piega degli avvenimenti progettano e alimentano disegni di sopravvivenza apertamente controrivoluzionari, larghi settori del movimento operaio e popolare rimangono catturati nella trappola paralizzante della linea del “compromesso”. E questa linea, congelando le forze di classe ritarda ed ostacola la presa di coscienza a livello di massa della necessità della guerra, e questo proprio nel momento in cui la situazione è assai favorevole per le forze rivoluzionarie.
Quando si dimentica che sono gli sfruttati che devono volere la guerra, si è scelto per la pace dei padrone!!

PORTARE L’ATTACCO AL CUORE DELLO STATO

La nostra linea, entro questo quadro generale di progetti e di contraddizioni resta quella di unificare e rovesciare ogni manifestazione parziale dell’antagonismo proletario in un attacco convergente al “cuore dello Stato”.
Essa prende l’avvio della considerazione del tutto evidente che è lo Stato imperialista nel suo farsi, a garantire ed imporre il progetto complessivo di ristrutturazione e dunque anche i progetti particolari, e che perciò al dì fuori del rapporto classe operaia-Stato, non si dà, come del resto non è mai data, lotta rivoluzionaria.
Obiettivo intermedio è il collasso e la crisi definitiva del regime democristiano, premessa necessaria per una “svolta storica” per il comunismo.
Compito principale dell’azione rivoluzionaria in questa fase è dunque la massima disarticolazione politica possibile tanto del regime, che dello Stato. E cioè il massimo sviluppo possibile di contraddizioni tra le istituzioni e, all’interno di ognuna di esse, tra i diversi progetti tattici di soluzione della crisi e all’interno di ciascuno di essi.
Il passaggio ad una fase più avanzata di disarticolazione militare dello Stato e del Regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di motivi:
1) la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al “punto di tracollo”;
2) l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata seppure ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio ad una nuova fase della guerra.
La distruzione del nemico e la mobilitazione politica e militare delle forze popolari non possono che andare di pari passo. Il rafforzamento del potere proletario è in altri termini condizione e premessa del passaggio alla fase più avanzata della disarticolazione militare del regime e dello stato nemico.

LA GUERRIGLIA URBANA

La guerriglia urbana gioca un ruolo decisivo nell’azione di disarticolazione politica del Regime e dello Stato. Essa colpisce direttamente il nemico e spiana la strada al movimento di resistenza.
E’ intorno alla guerriglia che si costruisce ed articola il movimento di resistenza e l’area dell’autonomia e non viceversa.
Allargare quest’area vuol dire in primo luogo sviluppare l’organizzazione della guerriglia, la sua capacità politica e di fuoco.
Sono sbagliate tutte quelle posizioni che vedono la crescita della guerriglia come conseguenza dello sviluppo dell’area legale o semi legale della cosiddetta “autonomia”.
È bene far chiarezza su questo punto. Entro quella che viene definita “area dell’autonomia” si ammucchiano e stratificano posizioni diversissime. Alcuni, che definiscono la loro collocazione all’interno dello scontro di classe per via “soggettiva”, si riconoscono parte di questa area più per imporre al suo interno bisogni e problemi ad essa, e cioè per “recuperarla su1 terreno della politica”, che a favorirne la progressiva definizione rivoluzionaria, strategica, tattica ed organizzativa.
A nostro giudizio, l’intera questione va affrontata a partire dallo strato di classe che più d’ogni altro subisce l’intensificazione dello sfruttamento, conseguente ai progetti di ristrutturazione capitalistica ed imperialistica.
Teoria rivoluzionaria è teoria dei bisogni politico—militari di “liberazione” di questo strato di classe. Solo esso infatti esprime in potenza, se non ancora in coscienza, (che vuol dire organizzazione) l’universalità degli interessi di classe.
Solo intorno ai suoi bisogni possono essere organizzati e assunti i bisogni degli strati sociali emarginati dal processo di ristrutturazione e possono essere battuti i propositi revisionisti, riformisti o corporativi di quella parte di classe operaia che trova tornaconto, anche se miserabile, nel rafforzamento dei sistema di dominio imperialista.
Le “assemblee autonome” non sono l’avanguardia di questo strato di classe poiché esprimono, oggi, un’interpretazione molto parziale e soprattutto settoriale dei suoi bisogni.
Al loro sorgere esse hanno costituito un fattore decisivo nel processo di superamento del “gruppismo”, ma oggi rischiano di finire esse stesse nel culo di sacco di quell’impostazione. Ciò che predispone a questo pericolo è il “feticcio della legalità” e cioè l’incapacità di uscire dalla falsa contrapposizione tra “legalità” e “illegalità”. In altre parole le assemblee autonome non riescono a porre la questione dell’organizzazione a partire dai bisogni politici reali e così finiscono per delimitare questi ultimi entro il tipo d’organizzazione legale che si sono date.
Tagliando il piede per farlo entrare nella scarpa!
Alcuni, maggiormente consapevoli della contraddizione in cui si dibattono, giungono ad ammettere un dualismo d’organizzazione e così a riproporre l’improponibile teoria del “braccio armato” nell’antica logica fallimentare terzinternazionalista.
Ma, pena l’estinzione della loro funzione rivoluzionaria, esse in questa nuova situazione devono fare un salto dialettico se vogliono rimanere aderenti all’assunto fondamentale di organizzare, sul terreno della guerra di classe, l’antagonismo proprio dello strato “oggettivamente” rivoluzionario.
Fuori di questa prospettiva non c’è che minoritarismo o subalternità al revisionismo.
La guerriglia urbana organizza il “nucleo strategico” del movimento di classe, non il braccio armato.
Nella guerriglia urbana non ci sono contraddizioni tra pensare ed agire militarmente e dare il primo posto alla politica. Essa svolge la sua iniziativa rivoluzionaria secondo una linea di massa politico-militare.
Linea di massa per la guerriglia non vuol dire, come qualcuno fraintende, “organizzare il movimento di massa sul terreno della lotta armata”, o perlomeno non vuol dire questo momento.
Nell’immediato, l’aspetto fondamentale della questione rimane la costruzione del Partito Combattente come reale interprete dei bisogni politici e militari dello strato di classe “oggettivamente” rivoluzionario e l’articolazione d’organismi di combattimento a livello di classe sui vari fronti della guerra rivoluzionaria.
La differenza non è da poco e vale la pena di esplicitarla poiché essa nasconde una divergenza sulla questione dell’organizzazione che non è secondaria.
La sostanza della divergenza sta nel fatto che la prima tesi appiattisce fino a dissolverla, l’organizzazione nel “movimento”, che nello stesso tempo viene gonfiato fino a raggiungere dimensioni mitiche; la seconda concepisce organizzazione e movimento come realtà nettamente distinte e in perenne dialettica tra loro.
Il Partito Combattente è partito di quadri combattenti. E dunque reparto avanzato e armato della classe operaia e perciò nello stesso tempo distinto e parte organica di essa.
Il movimento è una realtà complessa e disomogenea in cui coesistono e si combattono molteplici livelli di coscienza. E’ impensabile, e soprattutto impossibile, “organizzare” questa molteplicità di livelli di coscienza “sul terreno della lotta armata”. Vuoi perché questo terreno, pur essendo strategico, non è ancora quello principale; vuoi perché il nucleo che costruisce il Partito combattente, e cioè le BR, non ha certamente maturato le capacità politiche, militari e organizzative necessarie allo scopo.
Non si tratta di “organizzare il movimento di massa sul terreno della lotta armata”, ma di radicare l’organizzazione della lotta armata e la coscienza politica della sua necessità storica nel movimento di classe.
Questo rimane il principale obbiettivo del Partito combattente in costruzione in questa fase.
Per l’insieme di motivi che abbiamo discusso il livello di scontro adeguato a questa fase resta quello della propaganda armata.
Gli obiettivi principali dell’azione di propaganda armata sono tre:
— creare il maggior numero possibile di contraddizioni politiche all’interno dello schieramento nemico e cioè disarticolarlo, disfunzionalizzarlo;
— battere la pista al movimento di resistenza praticando terreni di scontro spesso sconosciuti ma non per questo meno essenziali;
— organizzare lo strato di classe avanzato nel Partito e in organismi di combattimento a livello di classe sui vari fronti della guerra.
La propaganda armata realizzata attraverso l’azione di guerriglia indica una fase della guerra di classe e non come qualcuno ritiene una “forma di lotta”. A questa fase segue quella della “guerra civile guerreggiata”, in cui compito principale dell’avanguardia armata, sarà quello di disarticolare, anche militarmente, la macchina burocratica e militare dello Stato e spezzarla.
L’assalto al carcere di Casale per la liberazione di un compagno chiarisce il concetto nel senso che quest’azione di propaganda armata:
— ha prodotto una disarticolazione profonda dello Stato: ribaltamento della campagna di propaganda con cui tentava di darci per “spacciati”; vanificazione dei progetti democristiani di un “processo esemplare” sotto le elezioni; accentuazioni delle contraddizioni tra magistratura e CC, tra magistratura di Milano e di Torino, tra alti gradi e bassi gradi della magistratura; tra DC e altre forze politiche e via elencando;
— ha battuto la pista al movimento di resistenza nei due sensi di aver realizzato una parola di ordine del programma rivoluzionario (liberazione dei prigionieri politici) e perciò aver creato un clima di fiducia nella massa dei prigionieri politici oltre che tra le avanguardie rivoluzionarie; aver esplorato un nuovo terreno di scontro ed aver tratto indicazioni ed esperienza che nei prossimi tempi risulteranno decisivi;
— ha creato le premesse reali per organizzare l’avanguardia rivoluzionaria rinchiusa nelle carceri del regime su un programma rivoluzionario d’attacco allo Stato.
Ora evidentemente tocca al Partito combattente dentro e fuori delle carceri trasformare le premesse in strutture, le potenzialità rivoluzionarie liberate in potere proletario armato.
Su quale terreno deve svilupparsi la nostra iniziativa tattica?
Essi sono definiti in tre parole d’ordine fondamentali:
1) SPEZZARE I LEGAMI CORPORATIVI TRA LA CLASSE DIRIGENTE INDUSTRIALE E LE ORGANIZ-ZAZIONI DEI LAVORATORI
2) BATTERE LA DC CENTRO POLITICO E ORGANIZZATIVO DELLA REAZIONE E DEL TERRORISMO
3) COLPIRE LO STATO NEI SUOI ANELLI PIU’ DEBOLI

SPEZZARE I LEGAMI CORPORATIVI TRA LA CLASSE DIRIGENTE INDUSTRIALE E LE ORGANIZZAZIONI DEI LAVORATORI

Sul terreno della lotta operaia il nodo da sciogliere, e dunque anche il punto centrale del programma di lotta, è il “patto corporativo”: il rapporto Confindustria-Confederazioni-Governo come asse portante della ristrutturazione capitalistica e come elemento fondamentale dello Stato corporativo imperialista delle multinazionali.
È molto importante, ma non è sufficiente in questa prospettiva, intensificare i movimenti autonomi di lotta contro ogni aspetto della ristrutturazione così come ci appare “immediatamente” con la Cassa integrazione, la mobilità del lavoro, i licenziamenti e l’intensificazione forsennata dello sfruttamento.
Questi livelli di scontro vanno nella direzione giusta e assumono un carattere offensivo nella misura in cui riescono a rompere la “gabbia” sindacale e a mettere in scacco, cioè a minare, la capacità di controllo delle Confederazioni.
Ma l’attacco deve essere esteso soprattutto alla struttura politico-militare del comando; perché la Confindustria riformata è il maggior centro dell’iniziativa padronale; perché essa si serve delle organizzazioni “sindacali” dei dirigenti, dei quadri, dei capetti e degli operai con la testa da padrone come cinghie di trasmissione della nuova ideologia e come centri di organizzazione corporativa.
Disarticolare a fondo questa “cinghia” esplicitandone struttura, modo, funzionamenti e legami con i centri di potere politico e col disegno generale, è un’esigenza immediata della lotta rivoluzionaria. Finora abbiamo condotto l’epurazione a livello della produzione. Da oggi in avanti si rende necessario investire anche livelli amministrativi, dirigenziali o direttamente padronali più ampi.
Disarticolare questa trama vuol dire farne saltare la funzione politica e militare. Infatti, la tendenza corporativa nel suo farsi, porta con sé l’esigenza e l’organizzazione della repressione violenta dell’antagonismo di classe e cioè di chi non accetta il suicidio revisionista.
Di conseguenza la funzione del comando va sempre più specializzandosi anche in questa direzione.
La raccolta di informazioni sui nuclei di avanguardia operaia, lo spionaggio politico, l’infiltrazione, la provocazione e ogni altro genere di lavoro controrivoluzionario vengono portati a nuovi livelli di efficienza.
Si tratta di non lasciarli funzionare, di anticiparli, neutralizzarli e punire con la durezza opportuna chiunque si assuma la responsabilità del loro funzionamento.

BATTERE LA DC CENTRO POLITICO E ORGANIZZATIVO DELLA REAZIONE E DEL TERRORISMO

Sul terreno politico è la DC che va combattuta e battuta perché essa è il vettore principale del progetto di ristrutturazione imperialista dello Stato e il punto d’unificazione del fascio di forze reazionarie e controrivoluzionarie che unisce Fanfani a Tanassi, a Sogno, a Pacciardi, ad Almirante, ai gruppi terroristici.
La DC è il nemico principale.
Essa è il partito organico della borghesia, della classe dominante e dell’imperialismo. E’ il centro politico e organizzativo della reazione e del terrorismo. E’ il motore della controrivoluzione globale e la forma portante del fascismo moderno: il fascismo imperialista.
Non ci si deve lasciar ingannare dalle professioni di fede “democratica e antifascista” che talvolta vengono da taluni dirigenti di questo partito, perché esse rispondono al bisogno tattico di mantenere aperta la finta dialettica tra “fascismo” e “antifascismo” che consente alla DC di rastrellare voti facendo credere che contro il pericolo “fascista” sia meglio la “democrazia riformata”, e cioè lo Stato imperialista.
Il problema delle avanguardie rivoluzionarie è quello di fare chiarezza sull’intero gioco colpendo collegamenti, connivenze e progetti.
La DC non è solo un partito ma l’anima nera di un regime che da 30 anni opprime le masse operaie popolari del Paese. Non ha senso comune dichiarare la necessità di battere il regime e proporre nei fatti un “compromesso storico” con la DC.
Ne ha ancora meno chiacchierare su come “riformarla”. La Democrazia Cristiana va liquidata, battuta e dispersa. La disfatta del regime deve trascinare con sé anche quest’immondo partito e l’insieme dei suoi dirigenti.
Com’è avvenuto nel ‘45 per il regime fascista e per il partito di Mussolini. Liquidare la DC e il suo regime è la premessa indispensabile per giungere ad un’effettiva “svolta storica” nel nostro paese.
Questo è il compito principale del momento!

COLPIRE LO STATO NEI SUOI ANELLI PIU DEBOLI

La questione dello Stato è quella che più ci differenzia dalle forze revisioniste e pararevisioniste che lavorano instancabilmente a perfezionare questa macchina antiproletaria.
Con Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao anche noi diciamo che:
“spezzare la macchina burocratica e militare dello Stato è la condizione preliminare d’ogni reale rivoluzione proletaria”.
La lotta contro il corporativismo, il fascismo e il regime non può essere disgiunta dall’azione diretta contro le istituzioni dello Stato e rivolta, in questa fase, alla loro massima disarticolazione politica.
“Disarticolazione politica” e non “erosione propagandistica della credibilità democratica” perché questo Stato in via di ristrutturazione è già lo Stato della guerra civile.
Per questo è necessario conseguire risultati sul terreno della liberazione dei compagni detenuti politici; della rappresaglia contro la struttura militare delle carceri; contro l’antiguerriglia in tutte le sue articolazioni; contro la magistratura di regime; contro quei settori del giornalismo che si distinguono nella “guerra psicologica”.
L’attualità di questa prospettiva è più che dimostrata dai livelli raggiunti dall’azione controrivoluzionaria nei nostri confronti e nei confronti di tutte quelle forze che si sono mobilitate sul terreno della guerra di classe; e dagli eccellenti risultati politici che sono seguiti all’operazione Sossi (peraltro non conclusa) e all’assalto al carcere di Casale Monferrato.

A queste linee si uniformerà la nostra presenza nel movimento rivoluzionario e la nostra iniziativa di guerriglia e di costruzione del potere proletario. Ma un’ultima cosa è importante aggiungere: è necessario superare ogni tensione particolaristica e ogni spirito di setta.
Noi crediamo nella necessità di “unirsi al popolo per unire il popolo” nella guerra di classe per il comunismo.
E in questa prospettiva combattiamo e lottiamo per l’unità del movimento rivoluzionario.

Da “Lotta armata per il comunismo”

CRISI E RIVOLUZIONE

Alcuni compagni hanno realizzato quest’approfondimento politico-economico sulla prima parte della “Risoluzione della Direzione Strategica” di aprile.
Lo presentiamo a tutta l’organizzazione per la discussione e lo studio.

Per affrontare l’analisi della crisi economica attuale sono necessari alcuni accenni al problema dell’accumulazione.
Questo problema è stato fra i più dibattuti perché a seconda della soluzione che se ne da, ne deriva una diversa interpretazione della crisi e delle cause che la determinano.
Per i riformisti le crisi del capitale sono puri accidenti, eliminabili attraverso una “giusta programmazione” del capitalismo.
Per essi il passaggio al Socialismo si pianifica mediante uno sviluppo equilibrato del capitalismo.
Ma per i rivoluzionari:
“ La critica non è una passione del cervello, ma è il cervello della passione. Essa non è un coltello da anatomico, ma un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, ed essa non vuole confutarlo, ma annientarlo, perché lo spirito di quelle condizioni di vita è già confutato”
(K. Marx).
Allora per i rivoluzionari che usano l’analisi marxista le crisi fanno parte della natura stessa del Capitale e sono necessarie al suo sviluppo.
E’ nella crisi che si pone concretamente la possibilità della conquista del potere.
Per i rivoluzionari, affinché i rapporti di produzione capitalistici possano essere distrutti, è necessario l’intervento di chirurgia ostetrica della Rivoluzione.

1. IL PROBLEMA DELL’ACCUMULAZIONE

Se analizziamo il processo di riproduzione, e quindi l’accumulazione del Capitale Sociale, cioè del capitale complessivo della società, ci troviamo immediatamente di fronte ad una contraddizione: come può il plusvalore sociale, che è sotto forma di merci, trasformarsi in denaro e poi riconvertirsi in nuovi mezzi di produzione (mezzi di produzione addizionali) e nuova forza lavoro, dati i rapporti di mercato capitalistici, e quindi come può, aversi una riproduzione allargata, che è la base ed il fine del sistema capitalistico?
Consideriamo il Capitale Sociale C = c + v + pv nel suo processo di riproduzione; possiamo distinguerlo in due sezioni, la sezione I, a cui appartengono tutti i capitali che producono mezzi di produzione (macchine, etc. ..) e la sezione II a cui appartengono i capitali che producono beni di consumo, che entrano cioè nel consumo individuale dell’operaio e del capitalista. Dal punto di vista del mercato avremo una domanda di mezzi di produzione uguale a (c) e di beni di consumo uguale a (v + pv/x), dove con (pv/x) indichiamo la parte di plusvalore consumata sotto forma di beni di consumo dai capitalisti.
Resta quindi sempre una parte del plusvalore (cioè pv — pv/x) che a prima vista non può realizzarsi all’interno del mercato, cioè attraverso la vendita convertirsi in denaro e trasformarsi poi in mezzi di produzione addizionali.
In tal modo, ogni accumulazione, e così pure ogni processo di riproduzione allargata, appaiono impossibili in un ambiente esclusivamente capitalistico.
Gli economisti borghesi (da Ricardo, alla scuola riformista tedesca di Otto Bauer, fino ai giorni nostri) danno a questo problema una risposta apparentemente semplicissima: i capitalisti si scambiano tra di loro i mezzi di produzione e i beni di consumo eccedenti, in tal modo possono allargare la produzione all’infinito, tranquillamente e senza scosse (confondendo così la produzione capitalistica che è produzione di merci-valori di scambio – in produzione di valori d’uso).
Secondo costoro quindi le crisi di sovrapproduzione, che periodicamente sconvolgono il sistema capitalistico, sono crisi di sproporzionalità, dovute al fatto che una delle due sezioni del capitale sociale ha prodotto troppo rispetto ai bisogni dell’altra, quindi con una buona programmazione (se è “democratica” tanto meglio) il sistema capitalistico potrebbe soddisfare crescendo progressivamente senza crisi, tutti i bisogni della “società”. Da qui i socialdemocratici tedeschi del primo novecento (Bernstein & Company) ricavarono la conclusione che la rivoluzione non è necessaria, perché inserendosi gradualmente nelle strutture statuali borghesi e introducendovi l’idea “geniale” della programmazione si può giungere tranquillamente al Socialismo.
(I vari Berlinguer nostrani ci appaiono più odiosi dei riformisti di allora semplicemente perché vogliono propinarci le stesse cazzate, senza avere la loro dignità teorica).
Non occorre perdere troppo tempo per dimostrare i profondi errori insiti in tale posizione. Già Marx Io ha fatto a più riprese, dimostrando l’inconsistenza teorica di quegli economisti borghesi (Ricardo, Say, etc.) da lui definiti “apologeti del capitalismo” (come si vede sul fronte del riformismo niente di nuovo da 150 anni almeno). Ci limitiamo a riportare alcuni brani dl Marx.

“L’idea (propriamente appartenente a J. Muli) di quell’insulso di Say, adottata da Ricardo, che non sia possibile alcuna sovrapproduzione o almeno nessuna saturazione generale del mercato, poggia sulla tesi che i prodotti sono scambiati contro prodotti (“Teorie del plusvalore” vol. 11, pag. 534, Ed. Riuniti).

“Non va mai dimenticato che nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio e precisamente dell’aumento del plusvalore. Questo è il motivo motore della produzione capitalistica ed è una bella concezione quella, che per abolire le contraddizioni della produzione capitalistica, fa astrazione dalla sua base e la rende una produzione indirizzata al consumo immediato dei produttori)” (Ibidem pag. 536).

“In Ricardo in primo luogo una merce in cui esiste l’antitesi fra valore di scambio e valore d’uso, viene trasformata in semplice commercio di scambio di prodotti, semplici valori d’uso. Si retrocede di fronte non solo dietro la produzione capitalistica, ma sin anche dietro la semplice produzione di merci, e il fenomeno più complicato della produzione capitalistica — la crisi del mercato mondiale — viene negato, negando la condizione prima della produzione capitalistica, cioè che il prodotto è merce, perciò deve rappresentarsi come denaro e passare attraverso il processo di metamorfosi cioè il processo di compravendita … anche il denaro viene allora conseguentemente concepito come semplice intermediario dello scambio dei prodotti, non come una forma di esistenza essenziale e necessaria della merce che deve rappresentarsi come valore di scambio-lavoro generale sociale” (ibidem pag. 543).

“Anzitutto ‘il possesso di altri beni’ non è lo scopo della produzione capitalistica, ma ]‘appropriazione di valore, di denaro, di ricchezza astratta” (ibidem, pag. 545).

Contrapponendosi alle tesi riformiste del suo tempo (che dicevano che il capitalismo grazie alla struttura monopolistica si sarebbe sviluppato senza crisi e sarebbe arrivato “naturalmente” al socialismo, rendendo quindi inutile la rivoluzione), la Luxemburg ne fa una critica serratissima e dimostra che l’accumulazione capitalistica non può procedere senza crisi. Ma il problema dell’accumulazione da ugualmente una risposta sbagliata, affermando che “l’accumulazione in un ambiente esclusivamente capitalistico è impossibile” (“Un’anticritica” in “L’accumulazione del capitale” p. 583) e quindi che l’accumulazione è possibile solo fino a quando esistono al di fuori del sistema capitalistico aree economiche non-capitalistiche, con le quali poter scambiare il plusvalore eccedente. In realtà la Luxemburg anche se sottolinea sempre che il suo è da considerarsi un contributo all’analisi marxista e non una revisione, mette in discussione tutta la teoria di Marx, perché Marx parte sempre dal presupposto che vi sia “il dominio generale ed esclusivo del capitalismo” e che in tale sistema l’accumulazione possa avvenire.
Dalla sua analisi la Luxemburg trae la conclusione che il capitalismo, avendo ormai occupato quasi tutta l’area mondiale, era vicinissimo al punto in cui l’accumulazione non sarebbe più stata possibile e quindi sarebbe automaticamente crollato (definisce infatti l’imperialismo “espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro” in “L’accumulazione del capitale” p. 447).
L’errore principale commesso dalla Luxemburg è quello di considerare il capitale sociale come capitale unico e il saggio generale del profitto come saggio unico di profitto. Con queste premesse è chiaro come l’accumulazione in un ambiente esclusivamente capitalistico non possa avvenire. Marx afferma infatti nei Grundrisse:

“Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare — e dall’attuale punto di vista egli non ha di fronte a sé altro che il lavoro salariato e se stesso — è perciò un assurdo. La repulsione reciproca dei capitali è già implicita nel capitale in quanto valore di scambio realizzato” (Gnindrisse vol. 11, p. 28, Ed. La Nuova Italia).

L’accumulazione in un ambiente capitalistico avviene proprio perché il capitale sociale è una molteplicità di capitali e il saggio generale del profitto è la media di vari saggi particolari di profitto. In tal modo attraverso la lotta di concorrenza fra i vari capitali (i capitali a composizione organica più elevata realizzano, a danno dei capitali a più bassa composizione organica, il valore contenuto nelle loro merci ed anche un sovrapprofitto), si attua l’accumulazione del capitale sociale nel suo complesso. Sempre dai Grundrisse:

“Concettualmente la concorrenza non è altro che la natura interna del capitale, la sua determinazione essenziale che si presenta e si realizza come azione e reazione di una molteplicità di capitali l’uno sull’altro, la tendenza interna non necessita esterna. Il Capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di capitali e perciò la sua autodeterminazione si presenta come azione e reazione reciproca” (Ibidem p. 17).
E ancor più chiaramente in seguito:

“ Riguardo al suo operaio il capitalista sa bene che egli non gli sta di fronte come produttore e consumatore e perciò desidera restringere il più possibile il suo consumo, vale a dire la sua capacità di scambio, il suo salario. Egli si augura naturalmente che gli operai degli altri capitalisti siano il più possibile grandi consumatori della sua merce. Ma il rapporto di ciascun capitalista rispetto ai suoi operai è il rapporto generale tra capitale e lavoro, che è il rapporto essenziale. Ma l’illusione — vera per il singolo capitalista distinto da tutti gli altri, per cui al di fuori dei suoi operai tutto il resto della classe operaia gli sta di fronte in veste di consumatore e di soggetto di scambio, cioè di spenditore di denaro, non come operaio — questa illusione dicevamo nasce proprio da questo. Cioè si dimentica che come ha detto Malthus “proprio l’esistenza di un profitto su una merce presuppone una domanda esterna a quella del lavoratore che la ha prodotta”, e perciò la domanda di questo stesso operaio non può mai essere adeguata. Poiché una produzione mette in moto un’altra e perciò si procura dei consumatori negli operai del capitale altrui, ecco che per ogni singolo capitale la domanda della classe operaia, che è creata attraverso la produzione stessa, figura come domanda adeguata” (ibidem, p. 26).

Non solo l’accumulazione continua ad avvenire nella fase del “dominio generale-assoluto del capitale” ma in questa fase l’accumulazione avviene su una base produttiva più estesa e tra contraddizioni crescenti.
Proprio dal concentrarsi di queste contraddizioni e dal fatto che esse non possono più essere contenute all’interno dei rapporti economici esistenti, non solo nascono le crisi, ma ora esse sono sempre più grandi e distruttive.

Le crisi del mercato mondiale devono essere concepite come il concentramento reale e la perequazione violenta di tutte le contraddizioni dell’economia borghese” (teorie sul plusvalore” p. 552).

Tra tutte le contraddizioni quella tra produzione e consumo sulla base dei rapporti capitalistici è certamente molto importante. E’ essa infatti che costituisce la condizione della sovrapproduzione e quindi racchiude già la possibilità della crisi (la possibilità, ma non la necessità che va ricercata nella produzione del plusvalore e non nella sua realizzazione).

“La sovrapproduzione in modo speciale ha per condizione la legge generale di produzione del capitale, di produrre nella misura delle forze produttive, cioè della possibilità di sfruttare, come una data massa di capitale, una massa di lavoro la più grande possibile senza riguardo per i limiti di mercato esistenti o per i bisogni solvibili, e di realizzare questo per mezzo di un continuo allargamento della riproduzione e della accumulazione, mentre d’altro canto la massa dei produttori rimane limitata alla misura media dei bisogni e deve restare limitata secondo l’organizzazione della produzione capitalistica” (Ibidem p. 577).

Comunque la Luxemburg ha intuito (anche se ne ha poi dato una soluzione teorica sbagliata) che dal momento in cui il capitalismo completa l’occupazione dell’area mondiale e si ha quindi “il dominio generale ed esclusivo del capitalismo” le sue contraddizioni esplodono in tutta la sua violenza.
Questo non significa però che il capitalismo, giunto a questo punto, debba automaticamente distruggersi; significa solo che sviluppandosi oltre produce contraddizioni sempre più favorevoli alla rivoluzione proletaria, che la rivoluzione è sempre più necessaria.

2. TEORIA DELLA CRISI

Abbiamo visto precedentemente come nel processo di riproduzione allargata, e quindi nell’accumulazione, sono già insite tutta una serie di contraddizioni che determinano la possibilità delle crisi, cioè è possibile che ad un certo momento dello sviluppo tutte queste contraddizioni sfocino violentemente in un processo di crisi. Ora ciò che vogliamo dimostrare è che la crisi non solo è possibile, ma all’interno dei rapporti capitalistici è necessaria, che lo sviluppo capitalistico, la sua accumulazione può avvenire solo attraverso successivi momenti di crisi.
La possibilità generale della crisi è la metamorfosi formale del capitale stesso (cioè il fatto che la merce deve essere trasformata in denaro), la separazione temporale e spaziale di compra e vendita.
Ma questa non è mai la causa della crisi. Perché non è altro che la forma più generale della crisi, quindi la crisi stessa nella sua espressione più generale. Si cerca la sua causa, si vuole appunto sapere perché la sua forma più astratta, la forma della sua possibilità, dalla possibilità diventa realtà. (ibidem, p. 587).
Prima di affrontare direttamente questo problema alcune precisazioni.
Quando si parla di sovrapproduzione di capitale non s’intende semplicemente sovrapproduzione di merci individuali (quantunque la sovrapproduzione di capitale determini sempre sovrapproduzione di merci), ma sovraccumulazione di capitale, cioè sovrapproduzione di mezzi di produzione e di sussistenza, in quanto questi possano operare come capitale.

“Vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai ad un determinato saggio di profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore ed il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti la produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza continue esplosioni. Non viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche, che hanno un carattere antitetico” (Capitale III (I) p. 315).

Si ha sovrapproduzione relativa quando la sovrapproduzione abbraccia un settore produttivo o solo alcuni settori, sovrapproduzione assoluta quando investe l’intera area capitalistica; inoltre la sovrapproduzione relativa prepara sempre la sovrapproduzione assoluta, per cui la nostra analisi si riferisce alla sovrapproduzione assoluta.

“Si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale qualora il capitale addizionale delta C destinato alla produzione capitalistica fosse uguale a zero. Ma lo scopo della produzione capitalistica è l’autovalorizzazione del capitale, ossia l’appropriazione del plusvalore, la produzione di plusvalore, di profitto. Non appena dunque il capitale fosse accresciuto in una proporzione tale rispetto alla popolazione operaia, che né il tempo di lavoro assoluto fornito da questa popolazione operaia potesse essere prolungato, né il tempo di plusvalore relativo potesse essere esteso (quest’ultima eventualità non sarebbe d’altro lato possibile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse così forte da determinare una tendenza di rialzo dei salari), quando dunque il capitale accresciuto producesse una massa di plusvalore soltanto equivalente od anche inferiore a quella prodotta prima del suo accrescimento, allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale; ossia il capitale accresciuto C più delta C non produrrebbe un profitto maggiore o produrrebbe un profitto minore di quello dato dal capitale C, prima del suo accrescimento di delta C” (Capitale voi. III (I) p. 307-308).

Il processo d’accumulazione capitalistica si attua con un aumento continuo della composizione organica del capitale sociale, quindi con una diminuzione tendenziale del saggio di profitto (Il plusvalore cresce sempre meno del capitale anticipato (c + v).
Si giunge perciò necessariamente un certo momento del processo in cui, supponendo che il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo non possano più essere estesi, la massa del plusvalore sociale è diventata troppo piccola rispetto al capitale complessivo accumulato, e quindi questa massa di plusvalore non è più in grado di valorizzare l’intera base produttiva, per cui l’accumulazione, il processo di riproduzione allargata, deve interrompersi.
E’ quindi la legge fondamentale dello sviluppo capitalistico la caduta del saggio di profitto, che determina la necessità della crisi.

“Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di profitto, genera una legge che, ad un datò momento, si oppone inconciliabilmente al suo sviluppo e che quindi essere superata per mezzo di crisi” (ibidem p. 315).

All’interno dell’area investita dalla sovrapproduzione assoluta, si ha una crisi generale della struttura produttiva e creditizia. Solo una parte del capitale esistente e precisamente quella a composizione organica più elevata, quindi più concorrenziale — potrà continuare a valorizzarsi concentrandosi a spese degli altri capitali, mentre un’altra parte è esportata al di fuori dell’area, in zone ove il saggio di profitto è più alto e può essere investito più produttivamente (base economica della nascita dell’imperialismo).

“Quando il capitale C viene inviato all’estero questo non avviene perché sia assolutamente impossibile impiegarlo nel paese, ma perché all’estero può venire impiegato ad un saggio di profitto più elevato. Ma questo capitale è effettivamente superfluo rispetto alla popolazione operaia occupata e a quel determinato paese in generale, come tale esso sussiste accanto ad un relativo eccesso di popolazione e, fornisce un esempio di come questi due fenomeni coesistono e sono dipendenti tra di loro” (ibidem, p.3 13).

In tal modo il capitale supera la crisi aumentando il suo grado di concentrazione, cioè con una maggior concentrazione organica, e ampliando la sua base produttiva e di mercato mediante l’allargamento dell’area stessa.

“E a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso verrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata” (Ibidem p. 312).

E’ quindi attraverso successivi momenti di crisi che il capitalismo estende sempre più il suo dominio e questa tendenza all’espansione è una necessità che deriva dal suo nodo di produzione stesso. Il capitalismo non può esistere senza espansione. E’ evidente allora che dal momento in cui il sistema capitalistico distruggendo tutti i modi di produzione precedenti (feudalesimo, ecc.) si è esteso su tutta l’area mondiale (“Inizio del dominio generale ed esclusivo del capitalismo”2 periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale) tutte le sue contraddizioni si inaspriscono ulteriormente. Infatti ora ogni merce è prodotta all’interno di un rapporto di produzione capitalistico, ogni mercato è un mercato capitalistico, per cui ogni capitalista realizza il valore della sua merce sempre più a spese di un altro capitalista: allora i monopoli diventano necessari e indispensabili per stabilire il controllo del mercato e la “libera concorrenza” diviene una concorrenza sempre più feroce tra monopoli; la composizione organica dei capitali si eleva sempre più velocemente, per aumentare il plusvalore estorto e diminuire i prezzi delle proprie merci; la caduta del saggio di profitto è sempre più rapida e le crisi sono sempre più distruttive e catastrofiche, l’allargamento della base produttiva di un’area in crisi può avvenire soltanto occupando un’altra area capitalistica e quindi le guerre interimperialistiche per una nuova spartizione del mondo diventano indispensabili per ogni ulteriore sviluppo. Mai come ora l’essenza del modo di produzione capitalistico “produrre per distruggere, distruggere per poter produrre” appare in tutta la sua assurdità.

3. LA CRISI ECONOMICA ATTUALE

L’attuale crisi economica che coinvolge il sistema capitalistico nel suo complesso è crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto all’intera area capitalistica occidentale. Per capirne a fondo la specificità e quindi gli sbocchi inevitabili che dovrà assumere, sono indispensabili alcune considerazioni.

Il capitale monopolistico multinazionale

L’esito del secondo conflitto mondiale ha determinato la spartizione del mondo in due grandi aree: quella occidentale, sotto il dominio dell’imperialismo USA, e quella orientale, sotto il dominio del socialimperialismo URSS. Se elemento costitutivo fondamentale dell’imperialismo è stato sin dal suo sorgere il capitale monopolistico, è solo però con la II guerra mondiale che si ha il definitivo affermarsi su tutta l’area occ. del capitale monopolistico multinazionale: i grandi gruppi monopolistici superano definitivamente i loro confini nazionali per spaziare liberamente su tutta l’area, anzi la struttura multinazionale diventa ora fattore necessario ed indispensabile per ogni ulteriore possibilità di accumulazione3. E’ infatti grazie alla struttura multinazionale che si possono sfruttare pienamente i diversi saggi di profitto presenti nell’area, e realizzare così quegli enormi sovrapprofitti che sono il dato caratteristico dell’accumulazione nella fase imperialistica.
Le varie aree nazionali sopravvivono ora come retroterra delle multinazionali. Cioè per ogni multinazionale l’area nazionale, in cui essa è nata e si è sviluppata, diventa il suo punto di forza, la zona in cui essa gode di una posizione di monopolio quasi incontrastato. Quando parliamo di multinazionali quindi sottintendiamo sempre multinazionali con polo nazionale e per esemplificare usiamo i termini multinazionali americani, tedesche, ecc.; così pure quando parliamo di dominio dell’imperialismo USA sull’area occ. intendiamo dominio delle multinazionali americane (a conferma di questo dominio è sufficiente un dato: nel 1974 tra le 100 multinazionali più forti 80 erano americane)!
In questa fase quindi nell’area occ. la contraddizione intercapitalistica principale non è più tra aree nazionali (come è stato fino alla II guerra mondiale) ma tra grandi gruppi multinazionali. Con questo non vogliamo negare l’esistenza anche di contraddizioni tra le varie “nazioni” capitalistiche, ma pensiamo che queste contraddizioni siano sempre il riflesso di contraddizioni ben più profonde tra gruppi multinazionali.
Il passaggio alla struttura multinazionale come fattore stabile e necessario, ha determinato inoltre un notevole sviluppo delle forze produttive su scala mondiale. Si è elevata la composizione organica media e si è accelerata, di conseguenza, la velocità di caduta del saggio generale del profitto.
Tutto ciò ha aggravato ulteriormente le contraddizioni capitalistiche ed avrebbe portato ancor più velocemente a crisi ed esplosioni violente del tessuto economico, se non fossero intervenute una serie di controtendenze a rallentarne lo sviluppo.
Si badi bene: per controtendenze intendiamo un insieme di fenomeni che, tentando di opporsi all’esplosione delle contraddizioni, possono tutt’al più frenarne lo sviluppo, ma non negarle. Possono, cioè ritardare la crisi, ma non evitarla (tutto ciò è confermato dal fatto che nonostante tutti gli sforzi dei vari “esperti” borghesi il sistema è precipitato ugualmente in una crisi violentissima). Tra queste controtendenze ne analizziamo due: la “società dei consumi” e lo “Stato-banca”, perché da parte borghese se ne fa un gran parlare come di “toccasana” che dovrebbero risolvere tutte le contraddizioni del capitalismo e da parte riformista si tenta addirittura di contrabbandarle come grandi innovazioni che possono portare, “se ben guidate”, al socialismo.

LA SOCIETA’ DEI CONSUMI

Già Marx individua come una delle cause che si oppone alla caduta del saggio di profitto, lo sviluppo della produzione di quelli che definisce beni di lusso.

“D’altro lato però sorgono nuove industrie, soprattutto per la produzione dei beni di lusso, le quali si fondano proprio su quella sovrappopolazione relativa che si trova sovente disoccupata in seguito alla preponderanza del capitale costante in altri rami di produzione, poggiano a loro volta sulla preponderanza di quegli elementi di lavoro vivo che solo gradualmente percorrono la stessa evoluzione degli altri rami di produzione. In entrambi i casi il capitale variabile assume una notevole importanza rispetto al capitale complessivo ed il salario rimane al di sotto della media, cosicché tanto il saggio quando la massa del plusvalore risultano eccezionalmente elevati in questi rami di produzione. E poiché il saggio generale del profitto è formato dal livellamento dei saggi di profitto nei particolari rami di produzione, anche in questo caso la medesima causa che provoca la tendenza alla caduta del saggio di profitto agisce da contrappeso a questa tendenza e ne paralizza l’effetto in grado maggiore o minore (Capitale, III (I) p. 290).

L’enorme sviluppo delle forze produttive nell’attuale fase dei monopoli multinazionali ha reso sempre più acuta la contraddizione tra aumento della concentrazione capitalistica e dimensioni ristrette della sua base produttiva che ha portato, in tal modo, a tassi di sovrappopolazione molto elevati. Sviluppando al massimo nei paesi capitalistici avanzati la produzione dei beni di lusso (“società dei consumi”), utilizzando a tal fine gli enorme sovrapprofitti realizzati mediante la struttura multinazionale, si è cercato di aumentare il più possibile la base produttiva, e si è ridotta (anche se solo parzialmente) la sovrappopolazione eccedente.
Ma lo stesso sviluppo accelerato delle forze produttive ha fatto scendere molto velocemente anche in questi rami il saggio di profitto. Il suo effetto di controtendenza è andato quindi sempre più perdendo di forza e nel momento di crisi si è trasformato anzi in un fattore di aggravamento della crisi stessa (infatti le produzioni di “beni di lusso” sono state investite dalla crisi per prime: basti pensare alla crisi dell’industria automobilistica).
Quindi la “società dei consumi” non è il prodotto di un capitalismo riformato che tende al socialismo e per questo “innalza il tenore di vita degli operai”, ma l’estremo tentativo di un capitalismo sempre più agonizzante che cerca disperatamente di sfuggire alla morsa delle sue contraddizioni.

LO STATO BANCA

La caduta accelerata del saggio di profitto rende inoltre sempre più difficile per i grandi gruppi imperialistici reperire all’interno del loro stesso processo di produzione il capitale necessario alle ristrutturazioni tecnologiche. Essi quindi sono costretti a ricorrere in misura sempre maggiore all’indebitamento (nel 68 per le 700 maggiori imprese italiane i debiti ammontavano al 46% del loro bilancio complessivo, nel 74 sono passati al 55%). Ma data la grande quantità di capitale finanziario occorrente, diventa anche sempre più difficile rastrellare questi fondi all’interno del mercato finanziario (la “ crisi della borsa” è infatti un elemento endemico e strutturale dei paesi capitalistici più sviluppati)! Si deve quindi ricorrere a prestiti statali. Lo Stato assume così in campo economico la funzione di una grande banca al servizio dei gruppi imperialistici multinazionali. Dal modo con cui lo Stato-banca rastrella a livello sociale questi capitali necessari (che non sono altro che plusvalore sociale “assegnato” alle multinazionali) nasce il processo inflazionistico permanente, caratteristico dell’attuale sviluppo capitalistico.
Gli stessi economisti borghesi sono disposti a riconoscere che l’inflazione è oggi inseparabile dallo sviluppo capitalistico. Quando però si tratta di definire le cause o ricorrono a fumose teorie incomprensibili a loro stessi, oppure si rifanno alla teoria classica di Ricardo.
Secondo essa l’aumento dei prezzi (cioè l’inflazione) sarebbe determinata da un’eccedenza di banconote rispetto alla quantità delle merci. Quindi causa dell’inflazione sarebbero le lotte salariali degli operai che avrebbero fatto aumentare “sconsideratamente” la quantità delle banconote rispetto alla quantità delle merci.
La tesi politica che si nasconde dietro una simile teoria è fin troppo evidente: o gli operai lavorano di più aumentando la produzione e quindi la quantità delle merci prodotte oppure si deve necessariamente aumentare il prezzo delle merci stesse, per riequilibrare la loro quantità con la quantità delle banconote.
Marx in “Per la critica dell’economia politica” e nel “Capitale III (II)” dimostra ampiamente l’inconsistenza scientifica ditali argomenti. Basti qui ricordare:
a) che la quantità di banconote in circolazione è sempre inferiore alla quantità di merci (infatti una banconota, in quanto mezzo di circolazione, fa sempre circolare una quantità di prodotti il cui valore complessivo è sempre superiore a quello della banconota stessa).
b) che il valore del denaro è determinato dal rapporto tra quantità di banconote e riserva aurea e non tra quantità di banconote e quantità di merci.
Quindi può esservi un processo inflazionistico dovuto ad una diminuzione di valore del denaro (che determina necessariamente un aumento del prezzo delle merci). Questa diminuzione di valore del denaro è dovuta però ad una diminuzione della riserva aurea (ad es. una certa quantità di oro è stata inviata all’estero per pagare debiti internazionali, e questo fatto compare costantemente nei momenti di crisi) oppure ad un aumento della quantità di banconote circolanti rispetto alla riserva aurea che è rimasta invariata. Ora insieme a questo fenomeno inflazionistico “classico” si ha anche un processo inflazionistico “specifico” dovuto alla struttura monopolistica dell’economia ed al relativo intervento dello Stato. Il meccanismo è il seguente: i gruppi monopolistici per contrastare la caduta del loro saggio di profitto, alzano i prezzi delle loro merci (possono farlo proprio grazie alla struttura monopolistica che gli permette di stabilire un controllo sui mercati) e data la centralità dei monopoli nel tessuto economico complessivo un aumento di prezzo delle loro merci determina un processo inflazionistico generale; lo Stato con la “politica dei redditi” camuffata dietro paraventi che si chiamano di volta in volta “compatibilità”, “salvaguardia dell’interesse nazionale”, ecc., e attuata con il consenso più o meno esplicito dei sindacati e dei partiti “operai”, tenta di fissare un limite massimo ai salari operai. Contemporaneamente, mediante l’aumento della tassazione diretta e indiretta, che si traduce sempre in un aumento dei prezzi al consumo, esso rastrella quel plusvalore sociale che attraverso il “credito agevolato” convoglia verso i gruppi monopolistici (lo Stato diventa cioè il regolatore del saggio generale del profitto).
Si crea così “coscientemente” un processo inflazionistico “controllato” che erode i redditi di strati piccoli e medio borghesi (i cosiddetti ceti parassitari) e che soprattutto determina una riduzione progressiva del salario reale operaio (il che equivale ad estrazione di plusvalore da parte questa volta del capitalista-Stato).
Che questo processo inflazionistico sia inevitabile lo ammettono, anche se a denti stretti, gli stessi borghesi:
“E’ inevitabile che l’economia americana cresca più lentamente che nel passato. Le città e gli stati, il mercato ipotecario, i piccoli affari e i consumatori riceveranno tutti di meno di quanto vorrebbero, perché la salute degli USA dipende essenzialmente dalla salute delle grandi imprese e banche: i grandi creditori e i grandi debitori. Eppure sarà una pillola amara da ingoiare per molti americani l’idea di disporre di meno perché le grandi imprese possano disporre di più. E ciò soprattutto perché è del tutto evidente che se le grandi banche e le grandi imprese sono le vittime più appariscenti dei mali dell’inflazione, ne sono anche in larga misura la causa” (da “Business Week” del 12/10/74).
L’intervento dello Stato nell’economia quindi, ben lungi dal presentarsi come “il portatore delle istanze di progresso e di rinnovamento di tutta la società”, ne fa emergere sempre più chiaramente la sua funzione di garante dello sviluppo capitalistico, la sua natura specifica di strumento di classe.
Nella crisi attuale gli “strumenti inflazionistici” sono utilizzati al massimo grado (infatti l’inflazione ha raggiunto tassi di aumento del 20%); sempre più frequentemente grandi gruppi monopolistici alzano, con la preventiva autorizzazione dello Stato, il prezzo delle loro merci (vedi gli ultimi “ritocchi di listino” Fiat-Montedison-Pirelli), la tassazione diretta e indiretta è ogni giorno più pesante (“riforma fiscale”, aumenti dei telefoni, dei trasporti, ecc.!), il credito agevolato è sempre più selettivo (nel 1974 in Italia 9 grandi imprese da sole si sono aggiudicate il 55% dei prestiti a lungo e medio termine ed il tasso medio sui debiti onerosi, cioè gli interessi che si devono pagare sui prestiti a breve termine, è stato per le migliaia di imprese di piccole dimensioni del 19%, mentre per le 700 imprese di grandi dimensioni dell’11,4%; inoltre rispetto al 73 per le piccole imprese è aumentato di ben l’8%, da 11% a 19%, mentre per le grandi imprese solo del 3,7%, da 7,7% a 11,4%). (Dalla relazione annuale di Mediobanca).
Gli economisti borghesi fanno infatti un gran affidamento sull’intervento dello Stato per risolvere la crisi attuale. Felix G. Rohatyn, dello staff dirigente di molte grandi multinazionali tra cui L’ITT, scrive sul “New York Times” dell’1.12.74: “La RFC (è come il nostro IRI) deve diventare parte integrante della nostra struttura economica, non solo fornitore di crediti in ultima istanza ma uno strumento di salvataggio e di stimolazione. Essa non dovrebbe investire permanentemente in una determinata singola impresa. Dovrebbe rimanere un ente d’investimenti o sul piano della compartecipazione o come creditore, fino a quando possa, nel pubblico interesse, disimpegnarsi dall’impresa in cui investe e immettere i mezzi finanziari nei normali canali di mercato o fino a quando i meccanismi di mercato siano in grado di funzionare efficacemente.
La RFC dovrebbe quindi di fatto divenire un fondo circolante che interviene dove non esistono altre alternative e che si ritira quando il pubblico interesse è stato servito e possono di nuovo operare le normali forze di mercato”.
Come sempre i borghesi vedono la crisi come “crisi finanziaria” determinata dalla “sproporzionalità” degli investimenti e s’illudono quindi che con investimenti addizionali attuati dallo Stato (il capitalista sociale) si possa “riproporzionare” il sistema. Ma l’aspetto finanziario è solo la forma immediata in cui si presenta la crisi, è un suo effetto, per cui intervenendo a questo livello s’influisce su un aspetto secondario non sulla causa della crisi (che è la sovrapproduzione di capitale rispetto al basso saggio di profitto).
L’intervento dello Stato ha evitato infatti il grande crollo finanziario tipo ’29, ma ha prodotto in compenso il risultato:
a) che la crisi finanziaria, invece di presentarsi immediatamente concentrata in tutta la sua esplosività, percorre strettamente sviluppata lo svolgersi della crisi;
b) che la concentrazione capitalistica avviene in modo “pianificato” ma non per questo meno violento e caotico che se fosse lasciata ai normali meccanismi di mercato (sono sotto gli occhi di tutti i milioni di disoccupati, i fallimenti sempre più frequenti di aziende piccole e grandi, ecc.);
Per questo siamo fermamente convinti che questi provvedimenti sortiranno l’effetto contrario a quello sperato: cercando di diluire le contraddizioni senza poterle risolvere, in realtà le concentrano in misura sempre maggiore facendole diventare sempre più esplosive.
Le prime avvisaglie della crisi si ebbero alla fine degli anni ‘60 con i forti contrasti tra le potenze capitalistiche occidentali nel campo finanziario (la convertibilità del dollaro, la rivalutazione dell’oro, la ridefinizione dei trattati di Bretton-Woods, ecc.).
La situazione andò poi aggravandosi progressivamente fino a precipitare nel ‘73, anno in cui inizia il crollo contemporaneo della produzione industriale in tutti i paesi capitalistici occidentali; dal 73 a metà del ‘75 si è avuto il seguente calo della produzione:
Stati Uniti – 16%
Germania occ. – 15%
Francia – 12%
Giappone – 31%
Gran Bretagna – 8%
Italia – 17%

(questi fatti da soli dimostrano nel modo più evidente come la crisi attuale sia crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto alla intera area occidentale e cancellano di un sol colpo tutte le “idiozie finanziarie” degli esperti borghesi).
All’imperialismo occidentale si pone quindi di nuovo il dramma ricorrente della produzione capitalistica: ampliare la sua area per poter ampliare la sua base produttiva.
Infatti rimanere ancora rinchiuso nell’area occidentale, significa per il capitalismo accumulare contraddizioni sempre più laceranti: la concentrazione crescerebbe in modo acceleratissimo, il saggio di profitto raggiungerebbe valori bassissimi, la base produttiva sarebbe sempre più ristretta, la disoccupazione aumenterebbe notevolmente. A brevissimi e apparenti momenti di ripresa seguirebbero perciò fasi recessive sempre più gravi. Si avrebbe un processo di crisi permanente e sempre più distruttivo. Gli economisti borghesi che sperano in un rilancio della produzione in USA, Giappone, Germania Occ., che determini “per simpatia” una ripresa produttiva di tutta l’area occidentale, non capiscono che la ripresa dei paesi capitalistici più forti può avvenire solo a spese di quelli più deboli.
Questo “rilancio” aggraverebbe quindi ulteriormente le contraddizioni. Si pone perciò all’imperialismo occidentale la necessità improrogabile di allargare la sua area. Questo allargamento può avvenire solo a spese dell’area socialimperialista e porterà perciò inevitabilmente allo scontro diretto USA-URSS (Polo centrale di questo scontro sarà l’Europa). Gli scontri parziali a cui stiamo assistendo (Medio Oriente, Portogallo, ecc.) non sono che i prodromi dell’imminente scontro generale.
Questa è la prospettiva storica che il capitale monopolistico pone a breve termine a se stesso e al movimento rivoluzionario. All’interno di questa prospettiva la posizione del proletariato non può che presentarsi come urto generale e decisivo con il dominio capitalistico e la sua direttiva tattica non può che essere fissata da questa prospettiva storica: O GUERRA DI CLASSE NELLA METROPOLI IMPERIALISTA O TERZA GUERRA IMPERIALISTA MONDIALE.

4. STRUTTURA DI CLASSE NELLA
FASE DEI MONOPOLI MULTINAZIONALI

“L’accumulazione del capitale si realizza in un costante mutamento qualitativo della sua composizione, in un costante aumento della sua parte costitutiva costante … questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile, accelerata con l’aumento del capitale totale e più rapida della sua propria crescita, si presenta invece dall’altro lato come una crescita assoluta della popolazione operaia sempre più rapida di quella del capitale variabile, dei mezzi cioè che le danno lavoro.
L’accumulazione capitalistica piuttosto produce in continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria energia e alla propria entità, ( … una popolazione operaia relativa), o piuttosto (una sovrappopolazione operaia relativa), cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua ossia supplementare” (Capitale I, p. 456-6 Ed. Newton-Compton).

Questa è la legge della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico.
L’alto livello di composizione organica dell’attuale fase dei monopoli multinazionali determina tassi di sovrappopolazione relativa estremamente elevati e nei paesi capitalistici più sviluppati ci troviamo addirittura in presenza di una tendenza alla diminuzione assoluta della popolazione attiva e, all’interno di essa, alla diminuzione degli operai. Alcuni dati.

ITALIA

1901-1921: la popolazione attiva pur aumentando in valore assoluto scende dal 48% al 46,5% della popolazione totale con una diminuzione percentuale di 1,5%
1921-1938: dal 46,5% al 42,8%, con una diminuzione percentuale di 3,7% (continua però ad aumentare in valore assoluto)
1951-1971: dal 41,7% al 35,5% con una diminuzione percentuale del 6,2%

Come si vede il tasso di popolazione attiva è andato diminuendo con velocità sempre crescente (quindi il tasso di sovrappopolazione relativa è aumentato sempre più velocemente), arrivando a toccare la punta più alta di 6,2% negli ultimi venti anni.
Nel periodo 1951-71 abbiamo per la prima volta una diminuzione assoluta della popolazione attiva che passa da 19.800.000 nel 51, a 19.600.000 nel 61, a 19.500.000 nel 71.

Il numero degli operai (industria, edilizia, agricoltura) nel periodo 1961-71 (e proprio in questa fase si formano e si sviluppano in Italia i primi grossi monopoli multinazionali, es. Montedison ecc.) diminuisce per la prima volta in valore assoluto, passando da 8.400.000 a 7.200.000. Inoltre per la prima volta il numero degli operai dell’industria resta costante in un decennio di espansione economica (1961: 4.300.000 — 1971: 4.300.000) e questo significa già di per sé una tendenza alla diminuzione. Infatti se analizziamo più specificatamente i dati, vediamo che in Lombardia regione pilota della economia nazionale, nel periodo 63-68 (fase di notevole espansione economica) abbiamo una diminuzione assoluta degli operai dell’industria (-80.000 unità) (da uno studio di Sylos Labini pubblicato su Quaderni di sociologia n. 4,1972).

USA

Fase d’espansione economica. La classe operaia della industria tessile diminuisce del 33%; nei settori metallurgico, legno, distillerie, calzature si ha una caduta dell’occupazione oscillante dal 10 al 25%.
(da “ Lavoro e occupazione in Usa” di Harry Bravermann, Monthley Rewiew, Luglio 1975).

Per tentare di mantenere elevata la popolazione attiva assistiamo nei paesi capitalistici più sviluppati ad un’espansione dei lavori “improduttivi” (servizi, commercio, ecc.) e ciò può essere fatto grazie a sovrapprofitti ma nonostante tali espedienti essa tende costantemente a diminuire in valore assoluto.
Rispetto alla popolazione quindi, lo sviluppo capitalistico nella fase dei monopoli multinazionali è caratterizzato dalla tendenza alla diminuzione assoluta della popolazione attiva, ed in particolare del numero degli operai e dal progressivo, aumento di quella parte della popolazione definitivamente esclusa dal processo produttivo (gli emarginati).
Ciò comporta modificazioni tendenzialmente stabili del tessuto di classe.

Classe operaia

Se per la classe operaia si manifesta la tendenza alla diminuzione assoluta, si deve però tenere ben presente che questa diminuzione è accompagnata da una concentrazione e un livellamento sempre crescenti della classe operaia stessa quindi da una crescita di forza e combattività.

Esercito di riserva

“Alla produzione capitalistica non è assolutamente sufficiente la quantità di forza lavorativa che mette a disposizione il naturale aumento della popolazione. Per godere di un libero gioco le è indispensabile tendenza alla diminuzione assoluta, si deve però tenere ben presente che questa diminuzione è un esercito industriale di riserva indipendente da questo limite naturale” (Capitale I, p. 469, ed. N.C.).

L’esercito di riserva assolve cioè la funzione di serbatoio regolatore della forza-lavoro rispetto alle esigenze di sviluppo del capitale (nei momenti di crisi si espande, nei momenti di boom viene riassorbito dallo sviluppo della produzione).
Nella sua forma “classica” si presenta come sovrappopolazione fluttuante, latente, stagnante.
La sovrappopolazione stagnante è formata dagli operai con occupazione “irregolare”, occupati in piccole industrie, nel lavoro a domicilio, ecc. La sovrappopolazione latente è formata da quegli operai agricoli che, essendo espulsi dallo sviluppo capitalistico dell’agricoltura (caratteristica dell’agricoltura capitalistica è infatti la diminuzione assoluta degli operai impiegati nel procedere dell’accumulazione), attendono di passare nel proletariato industriale.
La sovrappopolazione fluttuante è formata da quegli operai che, licenziati da grandi industrie per l’elevata composizione organica ivi raggiunta attendono di essere riassunti da altre industrie in espansione.
Nella sua forma “classica” l’esercito di riserva si presenta quindi come collocazione temporanea dell’operaio espulso dalla produzione, in attesa di esservi reinserito alla prossima fase espansiva.
Ora invece l’espulsione dell’operaio dalla produzione assume carattere di stabilità, la “disoccupazione tecnologica” è diventata cioè un elemento stabile dello sviluppo monopolistico multinazionale (in USA il tasso di disoccupazione del 6% che caratterizzò gli anni di recessione 1949-50 è divenuto il tasso di disoccupazione stabile nel periodo di prosperità della fine anni ‘60).
Tutto ciò ha modificato la forma dell’esercito di riserva.
Anche la “scuola di massa” assolve oggi la funzione di serbatoio regolatore della forza-lavoro rispetto alle esigenze di sviluppo del capitale.
Essa, grazie alla sua struttura “frazionata” (media inferiore — superiore, università), può nei momenti di espansione economica gettare sul mercato del lavoro la quantità richiesta di forza-lavoro qualificata e nelle fasi di recessione, assorbirla al proprio interno. (Nei momenti di crisi economica abbiamo infatti aumenti notevoli del tasso di scolarità).
Secondo quest’ipotesi anche gli studenti fanno parte del nucleo centrale dell’esercito di riserva nella fase dei monopoli multinazionali.
Quest’ipotesi inoltre fornisce una base strutturale per spiegare le lotte studentesche di questi anni.

GLI EMARGINATI

Sono un prodotto della società capitalistica nella sua attuale fase di sviluppo e il loro numero è in continuo aumento. Sono utilizzati dalla società capitalistica, in quanto società dei consumi, come consumatori. Sono però consumatori senza salario. Da questa contraddizione nasce il forte incremento della “criminalità”, che caratterizza attualmente i paesi capitalistici avanzati.
Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la coscienza borghese (consumistica): estremo individualismo, aspirazione ad un sempre maggior “consumo”.
Un’altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria, cioè l’abolizione della loro condizione d’emarginati, da cui l’abolizione della società fondata sul lavoro salariato. In questo quadro va vista la funzione del “carcere”. Il carcere ha innanzitutto la funzione generale di strumento terroristico nei confronti dei proletari per tenerli legati alla produzione, oltre che con la fame, anche con la paura.
Rispetto agli emarginati ha la funzione di serbatoio di raccolta.
In carcere poi si è avuta storicamente la presa di coscienza rivoluzionaria di una parte degli emarginati. Questo per i seguenti motivi:
1. costretti a vivere in comunità, si può superare la mentalità individualista;
2. scontrandosi con la repressione più brutale (botte, celle d’isolamento, trasferimenti in carceri più punitivi, manicomi) si comincia a prendere coscienza della propria condizione e quindi della necessità di organizzarsi per lottare.
Di qui può sorgere la presa di coscienza nei confronti di tutta la società. Già Marx ha individuato nella diminuzione assoluta degli operai una delle contraddizioni più laceranti del capitalismo, giunto ad un elevato grado di sviluppo.

“Uno sviluppo delle forze produttive che avesse come risultato di diminuire il numero assoluto degli operai, che permettesse in sostanza a tutta la nazione di compiere la produzione complessiva in un periodo minore di tempo, provocherebbe una rivoluzione perché ridurrebbe alla miseria la maggior parte della popolazione ” (Capitale III (I) p. 321 Ed. Riuniti).

E’ dunque l’alto sviluppo delle forze produttive nella fase dei monopoli multinazionali che pone gli studenti e gli emarginati al fianco della classe operaia nella lotta per il comunismo.
Ciò significa che la classe operaia resta comunque il nucleo centrale e dirigente nella rivoluzione comunista e sarebbe un gravissimo errore pensare che gli studenti e gli emarginati possano sostituirsi ad essa con una loro teoria al di fuori del programma comunista (per questo ogni teoria della “rivoluzione degli studenti” o della “rivoluzione degli emarginati” si presenta come farsa controrivoluzionaria).

Ai compagni che affrontano per la prima volta la teoria economico-politica marxista consigliamo come lettura preliminare il seguente testo: “GUIDA ALLA LETTURA DEL CAPITALE”, Collettivo di storici C. Marx, Berlino Ovest, MUSOLINI Editore. Collana: Teoria e storia di classe. Lire 1.500.

* * * *

Note

1. L’ipotesi fatta che il plusvalore assoluto e relativo ad un certo punto del processo non possano più estendersi è validissima. Per il prolungamento del plusvalore assoluto esistono certamente limiti fisici (il fatto che la giornata lavorativa non può superare un certo numero di ore senza distruggere la forza lavoro) e d’altra parte l’introduzione di tre turni di otto ore rende praticamente impossibile un ulteriore prolungamento del tempo di plusvalore assoluto (3 x 8 = 24 ore). Per il prolungamento del plusvalore relativo sappiamo che esso dipende dal crescere della composizione organica del capitale, ma abbiamo visto che nel momento di crisi la composizione organica non può aumentare, per cui anche il plusvalore relativo non può essere esteso.
Inoltre i momenti di crisi sono sempre preceduti da fasi di forte espansione economica, che determinano una tendenza al rialzo dei salari (vedi gli aumenti salariali ottenuti dalla classe operaia italiana negli anni 1960-68) per cui anche questo fatto impedisce ulteriormente la possibilità di aumentare il plusvalore relativo.
2. La fase del dominio generale ed esclusivo è quella in cui il capitalismo ha esteso il suo modo di produzione su tutta l’area mondiale. Ora cioè non esistono praticamente più aree economiche autonome rispetto al sistema capitalistico.
Ciò non significa che non sopravvivano più forme e strati sociali precapitalistici, ma ora queste forme e questi strati sono tutti interni allo sviluppo capitalistico stesso e quindi regolati dalle sue leggi economiche (il “sottosviluppo” è funzionale allo “sviluppo”).
3. Per comprendere la base economica e la funzione dell’imperialismo è utile una periodizzazione storica dello sviluppo capitalistico.

1860-1873: Apogeo della libera concorrenza.

In questo periodo si ha il dominio del capitale inglese sull’area mondiale. E’ l’età d’oro del capitalismo in cui il sistema funziona “spontaneamente”, grazie alle normali forze di mercato.
L’esportazione di capitale è essenzialmente esportazione di capitale merce. Iniziano le prime conquiste coloniali Il capitalismo si va diffondendo in Europa e in America del Nord.

1873-1900: Fase del colonialismo.

Risoluzione della Direzione Strategica Aprile ‘75 was last modified: dicembre 28th, 2014 by glianni70.it

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