Rilettura critica della storia delle BR e del rapimento di Aldo Moro

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Nel rileggere 18 anni di lotta armata in Italia ci si accorge che ogni tanto, qua e là, rimangono dei buchi neri nel terrorismo rosso, buchi coperti anche di segreti, spesso inconfessabili, di chi contro quella stagione di utopie rivoluzionarie e sanguinarie ha esercitato l’arma della repressione in nome dello Stato, ma anche di chi a Sinistra ha assistito alla gestazione ed alla nascita del fenomeno BR. A parziale conferma di ciò e nella stessa direzione del mio pensiero – per quanto sarebbe comprensibile se a qualcuno sembrasse inopportuno fare della mera dietrologia con quanto affermato da un ex terrorista – vanno le parole di Patrizio Peci, primo “pentito” delle Brigate rosse: “Lo stato allora [agli inizi dell’attività brigatista] – poi non più – ti lasciava gli spazi per poter sperare nella vittoria […] lo stato poteva avere interesse a lasciare spazio alla lotta armata. Interessi velati, e magari contrapposti, ma certamente tesi a creare confusione. Altrimenti la lotta al terrorismo sarebbe stata più immediata e aspra. Ci avrebbero stroncato subito, come hanno fatto quando gli è parso il momento”. Il fatto è che non ritengo ammissibile parlare di dietrologia quando in ballo ci sono anche dei morti ammazzati, ma soprattutto quando perfino a distanza di 25-30 anni dagli accadimenti continuano ad amergere nuovi frammenti di verità fino ad ora nascoste. Analizzando la storia della folle epopea brigatista, ci si accorge che sono presenti con una certa costanza degli accadimenti “particolari”, delle coincidenze strane, così prodigiosamente tempestive, da far supporre – pur nella scarsità di prove certe – degli interventi esterni ben mirati in una determinata direzione.
Non possiamo però esimerci dall’aprire una finestra su una certa parte della Sinistra italiana, ed in modo particolare su quell’area “dura” che dal 25 Aprile 1945 (ma forse sarebbe meglio far risalire il tutto alla c.d. “Svolta di Salerno”) non ha mai smesso di sognare la rivoluzione. Un grigio alone di mistero e di ‘indicibilità’ avvolge ancora certi aspetti degli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale ed in particolare gli avvenimenti che riguardano l’evoluzione di quella che fu Resistenza una volta finita la guerra. Basti pensare alle violente polemiche che il volume scritto da Pansa (Il sangue dei vinti) ha provocato. Questo ha probabilmente due ordini di ragioni: il primo concerne il fatto che la Resistenza, in quanto elemento decisivo e fondante della Repubblica, ha assunto e continua ad avere -per certi aspetti giustamente- un alone di mito. Il partigiano che combatte per la libertà dal nazi-fascismo fa parte della storia, del costume e del sentire comune della maggior parte degli Italiani. Il mito del partigiano è dunque un elemento fondamentale dell’Italia post-fascista anche perchè aiuta -se così si può dire- a “ripulire” gli italiani dalla macchia costituita dal diffuso sostegno al regime di Mussolini e -perchè no- da quel brusco cambio di alleanze (che per taluni fu un vero tradimento o, come la chiama Elena Aga Rossi, una “morte della Patria”) che fu l’8 Settembre. Il secondo aspetto che non consente una tranquilla trattazione dell’argomento “Resistenza dopo la fine della Resistenza” è invece decisamente meno nobile, e riguarda direttamente la storia del PCI, un partito che -è bene ricordarlo- ebbe poi un ruolo fondamentale nella sconfitta del terrorismo nostrano, ma che dall’immediato dopo-guerra ha mantenuto un reale dualismo al proprio interno: un lato ufficiale fieramente democratico, l’altro nascosto e con delle mai dome velleità insurrezionali. Detto per inciso, per 50 anni hanno convissuto all’interno del PCI due anime frontalmente contrapposte, e se è vero che l’ala dura che faceva riferimento a Pietro Secchia venne pesto messa in minoranza, è anche vero che soldi provenienti da Mosca sono continuati ad arrivare in Via delle Botteghe oscure fino a tempi relativamente recenti (vedere pubblicazioni di Victor Zaslavsky), e che una parte del PCI ha continuato ad avere con il blocco sovietico un atteggiamento di “vicinanza” nonostante i vari allontanamenti e strappi che via via il partito ufficialmente faceva dal PCUS. Non possiamo, in qualità di ricercatori, esimerci dal sottolineare come almeno 2000 uomini dalla fine della guerra sono passati dai campi di addestramento in Cecoslovacchia, e di questi una buona parte era costituita da ex partigiani che si erano macchiati di crimini nel dopoguerra e che per sfuggire alla giustizia italiana erano stati fatti scappare in quel paese con l’aiuto del PCI. Non possiamo non notare come già nel ’52 il Sifar avesse scoperto che questi uomini frequentavano corsi di addestramento al sabotaggio, psicologia individuale e di massa, preparazione di scioperi e disordini di piazza, l’uso delle armi; come trasmissioni in lingua italiana provenissero da Praga (Radio Italia Oggi) con il preciso scopo di fornire una controinformazione comunista e che gli stessi uomini che gestivano le trasmissioni avevano teorizzato una insurrezione rivoluzionaria per il 1951 (abortita per una fuga di notizie che allarmò, e non poco, i nostri servizi segreti); come l’addestramento di giovani comunisti italiani sia proseguito fino a tutti gli anni ’70, quindi ben dopo il seppur pesante strappo operato dal PCI dopo la fine della ‘Primavera di Praga’. La domanda che ci si deve porre, in relazione all’argomento di questa pubblicazione, riguarda dunque i rapporti che le Brigate Rosse possono aver avuto con l’area dei Secchiani e con l’Stb (servizio segreto cecoslovacco) nei loro 15 anni di storia, se quel passaggio simbolico di armi dalle mani dei vecchi partigiani alle nascenti BR di cui parla Franceschini non nasconda in realtà anche un passaggio di contatti ed aiuti con i paesi di oltrecortina e con la Cecoslovacchia in primis, se con la morte di “Osvaldo” Feltrinelli nelle BR siano confluiti solo i membri dei suoi GAP o anche tutta la rete di contatti internazionali che l’editore-guerrigliero aveva. La storia la si scrive leggendo gli avvenimenti a 360°, senza paraocchi politici o ideologici, così se è corretto considerare l’influenza che gli USA, la CIA, certi ambienti filo-atlantici e l’area neo-fascista hanno avuto nella storia repubblicana, è anche corretto considerare la fazione che ad essi era contrapposta, comprese le eventuali ‘macchie’; non per infangare ma per studiare a fondo, per capire.
Tutto il percorso evolutivo delle Br è caratterizzato, a cominciare dai suoi albori, dalla presenza di infiltrati di varia natura; ciò, se non fosse abbondantemente provato da riscontri e testimonianze, risulterebbe inoltre perfino facile da ipotizzare alla luce del fatto che forze di varia natura erano riuscite ad insinuarsi con successo già negli ambienti più “caldi” del periodo storico che della lotta armata fu un po’ la culla: il ’68. E’ da considerare che già nell’estate 1967 la CIA aveva promosso la “Chaos Operation” per contrastare il movimento non violento e pacifista americano che si batteva per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam. Quindi aveva deciso di estenderla su scala internazionale, in particolare in Europa, per contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del vecchio continente, inquinandone gli assunti anti-autoritari e non violenti. L’operazione consisteva anche nell’infiltrazione, a scopo di provocazione, nei gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici, trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti, castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con l’obbiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad esasperare le tensioni politico-sociali con azioni aggressive, così da determinare un rifiuto dell’ideologia comunista e favorire spostamenti “a destra” (secondo la logica di “destabilizzare per stabilizzare”). In tale direzione – dunque una conferma di quanto detto – va anche un rapporto dedicato alla contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto in forma riservata proprio nell’ambito della “Operazione Chaos” dall’Ufficio Affari riservati del Viminale: “almeno all’origine si deve rilevare la spinta di qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA] che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco”. Un ulteriore dato interessante lo ritroviamo nella lettura del resoconto sulla riunione del coordinamento delle forze di polizia che si tenne a Colonia il 19 Gennaio 1973 e dedicata al problema dell’infiltrazione nei gruppi terroristici Br e RAF e nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Risulta infatti evidente che l’intendimento dei vari servizi segreti non era quello di predisporre semplici confidenti o informatori ma anche veri e propri terroristi, in grado di arrivare al vertice del gruppo da infiltrare. E che dire delle strane “premonizioni” avute dall’allora capo del SID, Miceli, nel 1974? Egli, interrogato innanzi al giudice tamburino nel settembre di quell’anno dichiarò con una inquietante lungimiranza: “Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare soltanto di quegli altri”.
Alla luce di ciò, non appare sconvolgente scoprire che le infiltrazioni all’interno delle Br cominciarono piuttosto presto. La prima talpa di cui si hanno notizie certe fu Marco Pisetta; già compagno di Renato Curcio e di Mara Cagol alla libera università di Trento, grazie alla sua testimonianza (il suo memoriale, che sosterrà essergli stato ispirato direttamente da uomini dei servizi segreti, fornirà una prima e importante fonte, anche cronologica, di dati sulla nascita della Br) il 2 Maggio 1972 venne individuata la principale base milanese delle Br, in Via Boiardo, ed arrestato un primissimo nucleo di brigatisti. Ma all’interno delle Br l’Ufficio Affari Riservati del Viminale era riuscito ad infiltrare un altro agente, ed anzi era stato proprio questo – nome di battaglia “Rocco” – a prelevare materialmente il giudice Sossi insieme ad Alfredo Bonavita per portarlo alla così detta “Prigione del Popolo”. Francesco Marra, questo il nome di battesimo di “Rocco”, era un paracadutista addestratosi in Toscana e in Sardegna all’uso delle armi e con una sorta di specializzazione nella pratica delle “gambizzazioni” (della quale faranno ampio ricorso le Br nel corso degli anni) prima di entrare nelle Brigate Rosse; in seguito, a differenza di Pisetta, la doppia identità di Marra non è venuta alla luce, ed il suo nome è rimasto fuori da tutti i processi, stranamente coperto anche dal brigatista Alfredo Bonavita dopo il suo pentimento. Per sua stessa ammissione, Marra si era infiltrato nelle Br per conto del brigadiere Atzori, braccio destro del Generale dei Carabinieri Francesco Delfino. Tra gli avvenimenti “strani” della vita delle Br è impossibile non menzionare anche l’infiltrazione da parte dei Carabinieri di Silvano Girotto, la terza infiltrazione all’interno del gruppo nei suoi primi quattro anni di vita, un’ulteriore defayans della banda di Curcio e compagni che dimostra come a confronto con l’esperienza ed il mestiere del servizio di sicurezza dello stato – o quantomeno di parte di esso – le prime Brigate Rosse possano essere tranquillamente definite come “Tupamaros all’amatriciana”. Reso noto dai rotocalchi come “Frate Mitra”, Girotto era un ex francescano con dei trascorsi – a dire il vero poco chiari – di guerrigliero in Bolivia ma che tra le forze extraparlamentari (Lotta Continua in primis) godeva di una fama di tutto rispetto, e che riuscì a far catturare in un sol colpo due capi storici delle Brigate Rosse del calibro di Alberto Franceschini e Renato Curcio, l’8 Giugno 1974. Come racconta lo stesso Franceschini “Frate mitra appena rientrato in Italia cercò subito di entrare in contatto con le Br […] si fece precedere da alcune lettere dei dirigenti del Partito Comunista di Cuba in cui si attestava di essere addestrato alla guerriglia e vantò rapporti anche con i Tupamaros. La cosa non poteva non interessarci”.
Dopo alcuni tentennamenti i brigatisti si fecero convincere ad incontrare Girotto, e durante il terzo incontro, a Pinerolo, la trappola dei Carabinieri scattò inesorabile. I lati oscuri riscontrabili in merito a questo arresto sono diversi: anzi tutto bisogna fare riferimento ad una telefonata ricevuta dalla moglie dell’avvocato – con note simpatie brigatiste – Arrigo Levati che mise in preallarme l’organizzazione sui rischi di quell’ultimo appuntamento. Da più parti, ivi compresi i diretti interessati, si ipotizza che gli autori di quella telefonata furono gli agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano, da sempre interessato alle attività delle Br per via dell’instabilità che la loro azione terroristica avrebbe potuto portare ad un governo – quello italiano, appunto – che da tempo stava seguendo una linea in politica estera definibile come filo-araba. A confermare questa ipotesi ci sono i racconti degli stessi terroristi, (Moretti e Peci) i quali affermano che già nel 1974 il Mossad si era fatto vivo con l’organizzazione offrendo armi e denaro, in più, per rompere la loro iniziale diffidenza, gli posero – come si suole dire – su di un piatto d’argento l’indirizzo del nascondiglio del “traditore” Pisetta, che era stato portato dalla polizia italiana in Germania. Alla luce di questi elementi non ritengo impossibile dare credito alla veridicità di questa ipotesi, una congettura che, tra le altre cose, è condivisa sia da Giorgio Bocca sia – però solo indirettamente – dal Generale Delfino, ma che non cambia l’interessante realtà delle cose: attorno alle Br ruotavano, fin dall’inizio, tutta una serie di interessi particolari, anche molto differenti tra loro. E’ un fatto, comunque, che la telefonata di avvertimento ci fu veramente, e fu lo stesso Moretti ad essere incaricato di darsi da fare per cercare di rintracciare Curcio prima dell’appuntamento con Girotto; una ricerca che però si rivelò vana, come altrettanto vane e poco convincenti sono – a mio modesto parere – le spiegazioni fornite da Moretti per giustificare il suo fallimento in quella occasione. E poi, come ha scritto Franceschini, pur conoscendo ora e luogo dell’appuntamento arrivò con un’ora di ritardo, quando eravamo già stati arrestati”. Come afferma sempre Franceschini: “Quella era la seconda volta che i servizi di sicurezza avrebbero potuto arrestare tutti i brigatisti e porre fine all’esperienza delle Br […] noi avevamo concordato con Girotto di dare vita a una scuola di addestramento, da lui diretta, alla cascina Spiotta, dove nel giro di un mese tutti gli appartenenti all’organizzazione, un po’ alla volta, avrebbero partecipato ad un breve corso di addestramento. Se chi lo aveva infiltrato avesse chiesto a Girotto di continuare a stare al gioco dopo un mese sarebbe stato in grado di far arrestare non solo me e Curcio, ma tutti i brigatisti. E il fatto che questo non sia avvenuto è la riprova che l’organizzazione delle Br poteva tornare comoda per qualcuno delle alte sfere dei servizi di sicurezza e del potere”. Si deve fare menzione anche del vertice che i dirigenti delle Br avevano avuto giorni prima a Parma, una riunione durante la quale era stato deciso di estromettere Moretti dal “Comitato Esecutivo” per via dell’intransigenza dimostrata durante la trattativa per la liberazione di Sossi. Questa dato va tenuto presente allorché alcuni osservatori – e Sergio Flamigni tra tutti – ritengono che Mario Moretti non abbia volutamente rintracciato Curcio e Franceschini il giorno del loro arresto. L’ipotesi si accredita maggiormente se si considerano altre due (chiamiamole così) “stranezze”: prima di tutto il fatto che se i Carabinieri avessero aspettato solamente qualche ora in più sarebbero stati in grado di annientare tutta la dirigenza delle Brigate Rosse arrestando, appunto, anche Moretti. La seconda cosa bizzarra è che nonostante durante le proprie esposizioni davanti alla “Commissione Moro” il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa abbia parlato chiaramente di foto scattate a tutti i brigatisti durante i primi incontri con Frate Mitra (e Moretti era presente al 2° di quegli incontri), le foto segnaletiche su Moretti non comparvero mai al processo di Torino contro il “nucleo storico” delle Br, ed in più egli non sarà coinvolto in nessuna inchiesta giudiziaria prima del caso Moro. Insomma, le sue foto segnaletiche erano note alle forze di polizia almeno quanto la sua identità, però – misteriosamente – non fecero la loro apparizione ufficiale se non molto più tardi. La conclusione cui si vuole arrivare, e che appare tanto perfida per lucidità quanto logica, è che per un motivo o per un altro le forze dell’ordine lasciarono volutamente in libertà Mario Moretti, in modo che egli potesse riorganizzare le Br a modo suo, seguendo cioè una logica di spietata “militarizzazione”, base di partenza necessaria per una svolta sanguinaria del gruppo. Proprio come voleva il Mossad. Per correttezza vanno menzionate altre ipotesi plausibili circa il mancato avvertimento di Curcio da parte di Moretti: la prima va obbligatoriamente in contro a quanto raccontato dallo stesso Moretti, e secondo la quale lui avrebbe profuso il massimo impegno nella ricerca dei suoi compagni di avventura, ma solo il caso avrebbe influito negativamente sulla sua caccia. L’altra ipotesi che mi viene di fare, in vero trascurata dagli altri osservatori, è che Moretti abbia di sua volontà evitato di avvertire della trappola il duo Franceschini-Curcio in virtù dell’estromissione dal Comitato Esecutivo impostagli nella riunione di Parma. E’ – la mia – un’ipotesi che, volendo considerare anche l’aspetto umano della storia, collegando quindi il tutto al risentimento personale ed all’ambizione di Moretti, si pone a cavallo tra chi sostiene la completa mala fede del futuro leader del gruppo e chi invece si dice convinto delle sue buone intenzioni. In direzione opposta si va invece considerando un altro fatto. Nella riunione di Parma, infatti, erano state altre le cose interessanti al vaglio delle Br, e di ciò parla lo stesso Renato Curcio nel suo libro-intervista “A viso aperto”. Raccontando la storia della sua prima cattura, Curcio dice che Mario Moretti, che doveva avvertirlo del pericolo che correva, “non ritiene necessario agire subito perché sa che io e Franceschini stiamo lavorando a un certo libricino in una casa di Parma e che da quel posto non mi sarei mosso fino a sabato notte o domenica mattina”. Alla domanda di Scialoja ” Di che libricino si trattava?”, Curcio rispose: ” Avevamo compiuto un’incursione negli uffici milanesi di Edgardo Sogno impadronendoci di centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri [ insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto “Golpe bianco” preparato dall’ex partigiano liberale con l’appoggio degli americani ]. Giudicavamo quel materiale esplosivo e lo volevamo raccogliere in un documento da rendere pubblico. Purtroppo avevamo tutto il malloppo con noi al momento dell’arresto e così anche quella documentazione preziosa finì in mano ai carabinieri. Qualche anno dopo, al processo di Torino, chiesi al presidente Barbaro di rendere noto il contenuto del fascicolo che si trovava nella mia macchina quando mi arrestarono e lui rispose imbarazzato: “Non si trova più” […] Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari “. Sarebbe interessante invece sapere qualcosa di più su quella sparizione. Anche in questo caso, l’intervento provvidenziale dell’infiltrato Girotto, oltre ad arrestare Franceschini e Curcio, servì a recuperare delle carte “imbarazzanti”, dello stesso tipo dei memoriali e dei resoconti dell’interrogatorio di Moro nella Prigione del popolo… A questo punto un’altra supposizione nasce spontanea: l’arresto di Pinerolo da parte dei Carabinieri scattò in quanto essi sapevano della enorme pericolosità delle carte cadute in mano delle Br e dunque dovevano recuperarle in ogni modo? In questa ipotesi altri due scenari si aprono innanzi a noi: col primo si considera che fu dunque merito di quell’arresto “urgentemente anticipato” se Moretti ed il resto delle Br si salvarono dalla cattura. Il secondo considera poi la sicurezza con la quale i Carabinieri, arrestando Curcio e Franceschini, agirono al fine di trovare – assieme a loro – i fogli in questione. In questo caso chi altro della Direzione Strategica – se non Moretti – era a conoscenza del fatto che quelle carte erano proprio in viaggio per Pinerolo (e dunque può aver fatto una “soffiata”)? Quella di Moretti è dunque una figura centrale nell’analisi del fenomeno Br, in primis perché ha vissuto quasi l’intera avventura del gruppo [girando – tra le altre cose – impunemente per lo stivale durante il rapimento Moro nonostante fosse il nemico pubblico n°1], poi perché a lui è legata la gestione del rapimento di Aldo Moro, apoteosi di quelle “coincidenze” particolari di cui adesso parleremo. E’ da sottolineare come nel 1970 Nel 1970 un gruppo fuoriuscito dal CPM e composto, oltre che da Moretti, da Corrado Simioni, Prospero Gallinari, Duccio Berio e Vanni Mulinaris, andò a creare una struttura “chiusa e sicura”, superclandestina che potesse entrare in azione, come racconta Curcio, “…quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati”. Dopo poco tempo il gruppo (fatti salvi Moretti e Gallinari) si trasferì a Parigi dove, sotto la copertura della scuola lingue Hyperion, agiva – secondo alcuni – come una vera centrale internazionale del terrorismo di sinistra. I contatti tra Moretti e il Superclan continuarono nel corso degli anni 12, ed è singolare sia il fatto che a gestire il rapimento Moro fu proprio il duo Moretti-Gallinari, lo stesso che rappresentò nel corso degli anni l’ala più militarista e sanguinaria delle Br, sia che la stessa scuola aprì un ufficio di rappresentanza a Roma in via Nicotera 26 [nello stesso edificio dove avevano sede alcune società di copertura del SISMI] poco prima del rapimento del leader DC per poi chiuderla immediatamente dopo, nell’estate del ’78. Sulla “questione Moretti” Franceschini parla chiaro: ” Non ho sempre pensato che Moretti fosse una spia “, ” La prima persona che mi ha detto questo è stato Renato [Cucio, ndr.]. Era nel 1976 alle Carceri Nuove di Torino e Curcio era stato da poco arrestato per la seconda volta: Il dubbio era nato proprio dalla dinamica del suo arresto. Dai sospetti di Curcio ebbe origine un’inchiesta interna fatta da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, i quali aprirono un’istruttoria che però non portò ad alcun risultato”, ma un’altra inchiesta era già stata aperta “da Giorgio Semeria “, che già dall’esterno aveva avuto il sospetto “che Mario fosse una spia per una serie di cose avvenute a Milano”. Franceschini racconta anche, che dopo il suo arresto (nel 1974) fu interrogato dal giudice Giancarlo Caselli che gli mostrò le foto degli incontri con frate Mitra “Le foto in cui c’ero io – dice Franceschini – e una foto con Moretti indicato con un cerchietto. Mi chiese se lo conoscevo e risposi di no. Lui si mise a ridere e mi disse: “Se non lo conosce, almeno si ponga il problema del perché l’operazione è stata fatta quando c’era lei e non quando c’era quella persona” “. Riporto questa testimonianza perché trovo doveroso completare il quadro, ad ogni modo non è difficile ipotizzare che usando quelle parole il giudice Caselli avesse avuto in mente, in qual momento, altre mire; resta comunque il fatto che alcune di quelle foto non sono più state trovate. Da citare infine una frase pronunciata dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di fronte alla Commissione Moro: “…le Brigate rosse sono una cosa, le Brigate rosse più Moretti un’altra “. Prima di passare oltre mi è sembrato quantomeno doveroso citare l’ex capo dell’ufficio “D” del SID Generale Maletti, ed in particolare una sua intervista rilasciata al settimanale Tempo nel giugno 1976 in merito alle Br: “Nell’estate del 1975 […] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio […] sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili, anche per censo e cultura e con programmi più cruenti […] questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere […] arruolavano terroristi da tutte le parti, e i mandanti restavano nell’ombra, ma non direi che si potessero definire “di sinistra” “. Il culmine delle “stranezze” inerenti le Brigate rosse lo ritroviamo però nel rapimento dell’On. Moro. I 55 drammatici giorni del sequestro dello statista DC furono segnati fin dall’inizio da una serie incredibile di “coincidenze”. Iniziamo col dire che quella mattina del 16 Marzo 1978, giunta in via Fani l’auto di Aldo Moro (una normalissima “auto blu”, incredibilmente non blindata se consideriamo il periodo e l’importanza del personaggio) e quella della scorta vengono bloccate da un commando delle Brigate Rosse che apre il fuoco. In pochi istanti fu la strage: vengono uccisi gli agenti Iozzino, Ricci e Rivera, Francesco Zizzi, gravemente ferito, morirà poco dopo, il maresciallo Leonardi viene freddato mentre girato su di un fianco cerca di far da scudo all’onorevole. Aldo Moro venne prelevato a forza e trascinato in una FIAT 128 blu scuro targata “Corpo Diplomatico” che in breve si dileguò. Il trasbordo del presidente DC – secondo la testimonianza diretta di un’involontaria spettatrice dell’accaduto – avvenne piuttosto lentamente, una calma quasi surreale visto ciò che era appena accaduto. Intanto al numero 109 di Via Fani, un altro fortuito spettatore – Gherardo Nucci – scatta dal balcone di casa una dozzina di foto della scena della strage a pochi secondi dalla fuga del commando; dopo i primi scatti il Nucci sente il rumore delle sirene e vede arrivare sul posto un auto della polizia seguita poi da altre. Di quelle foto, consegnate quasi subito alla magistratura inquirente dalla moglie, non si saprà più nulla; qualche “manina” le ha fatte sparire. A tale proposito è da sottolineare come quelle foto, che evidentemente avevano immortalato qualcosa (o meglio qualcuno) di importante, furono al centro di strani interessamenti da parte di un certo tipo di malavita, la ‘drangheta calabrese, di cui avremo modo di parlare in seguito e che ad una prima analisi sembrerebbe un’intrusione completamente fuori luogo trattandosi di terrorismo di sinistra, dunque politico. Ecco, ad esempio, uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio di Sereno Freato, “uomo ombra” di Moro, nel caso specifico egli stava parlando con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro:
Cazora: “Un’altra questione, non so se posso dirtelo”.
Freato: “Si, si, capiamo”
azora: “Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo”
Freato: “Quelle del posto, lì ?”
Cazora: “Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perchè uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù”
Freato: “E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove ?”
Cazora: “No, no ! dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro”
Freato: “Capito. E’ un pò un problema adesso”
Cazora: “Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare ?”
Freato: “Bisogna richiedere un momento, sentire”
Cazora: “Dire al ministro”
Freato: “Saran tante !”

Traspare lampante dunque la preoccupazione di certi ambienti malavitosi calabresi, le foto scattate dalla terrazza di casa Nucci avrebbero potuto portare gli inquirenti su di un sentiero piuttosto pericoloso sia per la persona loro “cara”, sia per la precisa ricomposizione dello scenario di quella tragica mattina. Ecco poi un altro singolare accadimento: lo stesso giorno dell’eccidio di via Fani alle ore otto di mattina la notizia che stava per essere compiuta un’azione terroristica ai danni di Moro fu diffusa da un’emittente radiofonica, Radio Città Futura, da parte del suo animatore Renzo Rossellini. Poiché non si può pensare ad una divinazione, né appare credibile che si trattasse della conclusione di un ragionamento politico collegato agli avvenimenti parlamentari che nella stessa giornata sarebbero avvenuti (l’inizio del dibattito alla Camera dei deputati sulla fiducia al governo di solidarietà nazionale), non resta che concludere che, nonostante la rigida compartimentazione di tipo militare che caratterizzava le Br (il famoso “cubo di acciaio” di cui ha parlato tra gli altri anche Prospero Gallinari) da qualche crepa le notizie sulla preparazione dell’agguato fossero filtrate nell’area magmatica degli ambienti dell’Autonomia Romana (con cui Rossellini era in contatto), che oggi sappiamo fossero stati abbondantemente infiltrati da parte delle forze dell’ordine. Tra l’altro la sede della radio era distante pochi passi da quella del “Collettivo di Via dei Volsci”, sede storica dell’Autonomia romana. Lo stesso Rossellini il 4 ottobre ’78 dichiarò in una intervista al quotidiano francese Le Matin (ma successivamente apparve anche su “Lotta Continua”) che: “spiegavo che le Br avrebbero in tempi molto ravvicinati, poteva anche essere lo stesso giorno, compiuto un’azione spettacolare, e tra le ipotesi annunciavo anche la possibilità di un attentato contro Moro”. Successivamente Rossellini smentì il contenuto dell’intervista, l’annuncio quel 16 Marzo era però stato ascoltato da diversi testimoni, casualmente non dal Centro di ascolto dell’Ucigos (che registrava ed ascoltava tutte le radio private…) che incredibilmente interruppe la registrazione dalla 8,20 alle 9,33. Un’altra cosa che salta subito agli occhi è la particolarità della data scelta dalle Br per portare a termine l’azione, un giorno simbolo per tutti i nemici del c.d. Compromesso Storico. Le testimonianze dei brigatisti dissociati, anche su questa scelta, non fanno alcuna chiarezza: Valerio Morucci – uno dei componenti del gruppo di fuoco – riferendo sull’accaduto ha affermato in più di un’occasione che quello in pratica era solo un tentativo, e che nel caso l’auto di Moro quella mattina non fosse giunta, le Br avrebbero aspettato anche il mattino dei giorni seguenti. Di fatto però la sera prima dell’agguato vennero squarciate le gomme del fioraio che ogni mattina sostava in Via Fani, e ciò rende sicuro che l’azione fosse stata programmata per il 16 Marzo. Come però le Br potessero essere sicure del passaggio di Moro e della sua scorta da quella via proprio quella mattina, alla luce del fatto che il percorso veniva cambiato tutte le mattine, resta tutt’oggi un mistero. Compiuta la strage e sequestrato Moro i terroristi riuscirono a dileguarsi grazie ad una sorprendente coincidenza: una volante della polizia stazionava come ogni mattina in Via Bitossi nei pressi del giudice Walter Celentano, luogo dove stavano per sopraggiungere le auto dei brigatisti in fuga; proprio qualche istante prima dell’arrivo dei brigatisti, un ordine-allarme del COT (centro operativo telecomunicazioni) fece muovere la pattuglia. In via Bitossi era parcheggiato il furgone con la cassa di legno sulla quale sarebbe stato fatto salire Moro. Un tempismo perfetto. I brigatisti avevano la certezza che quella volante si sarebbe spostata ? L’unica certezza cui possiamo fare appello per questa circostanza è che tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto verrà trovato un appunto recante il numero di telefono del commissario capo Antonio Esposito (affiliato alla P2…), in servizio guarda caso proprio la mattina del rapimento. Secondo il racconto degli esecutori, il commando brigatista, una volta effettuato un cambio di auto nella già citata Via Bitossi, con il sequestrato chiuso in una cassa contenuta in un furgone guidato da Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era Morucci, fa perdere le proprie tracce. Le Br per portare a termine il sequestro del segretario del maggior partito politico italiano e fronteggiare eventuali posti di blocco fecero uso solamente di due auto, veramente strano se si considera che per rapire Valeriano Gancia le stesse Br ne avevano usate tre. I dubbi si fanno insistenti se si pensa che, sempre secondo il racconto fatto dai terroristi, il trasbordo dell’On. Moro sul furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via Montalcini avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una delle più trafficate e per giunta piena zeppa di esercizi commerciali a quell’ora già aperti, mentre il furgone che doveva ospitare il rapito (e del quale, al contrario delle altre auto usate, non verrà mai ritrovata traccia) era stato lasciato privo di custodia, in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in doppia fila, le Br avrebbero compromesso tutta l’operazione. Adriana Faranda in merito a questo particolare – anche di fronte alla Commissione stragi – ha risposto che in caso di contrattempi di questo tipo Moretti avrebbe portato il prigioniero alla prigione del popolo con l’auto che aveva in quel momento, un’affermazione alla quale non mi sento di credere visto l’inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e considerando che, come hanno più volte dimostrato dimostrato, non erano affatto degli sprovveduti. Non è però difficile ipotizzare che i brigatisti vogliano coprire qualche altro compagno che magari non stato ancora identificato. Poco dopo la strage un tempestivo black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in tutta la zona tra via Fani e via Stresa, impedendo così le prime fondamentali chiamate di allarme e coprendo di fatto la fuga delle Br. Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni de Matteo – ma anche per gli stessi brigatisti – l’interruzione venne provocata volontariamente, tutto il contrario di quanto sostenuto dall’allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al ” sovraccarico nelle comunicazioni “. Su questo punto i brigatisti hanno affermato che il merito di tale interruzione era da attribuirsi a dei “compagni” che lavoravano all’interno della compagnia telefonica. Però coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle 16:45) la struttura della SIP che era collegata al servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in stato di allarme, proprio come doveva accadere in situazioni di emergenza quali crisi nazionali internazionali, eventi bellici e…atti di terrorismo. Una strana premonizione visto che era giusto il giorno prima del rapimento di Moro. Un mistero inerente al giorno del rapimento riguarda poi la sparizione di alcune delle borse di Moro. Secondo la testimonianza di Eleonora Moro, moglie del defunto presidente, il marito usciva abitualmente di casa portando con se cinque borse: una contenente documenti riservati, una di medicinali ed oggetti personali; nelle altre tre vi erano ritagli di giornale e tesi di laurea dei suoi studenti. Subito dopo l’agguato sull’auto di Moro vennero però rinvenute solamente tre borse. La signora Moro in proposito ha delle precise convinzioni: ” I terroristi dovevano sapere come e dove cercare, perché in macchina c’era una bella costellazione di borse “. Nonostante l’enorme quantità di materiale brigatista sequestrato negli anni successivi all’interno delle numerose basi scoperte, delle due borse di Moro non è mai stata rinvenuta traccia, un fatto di rilievo se si considera soprattutto il contenuto dei documenti che il presidente portava con se. Corrado Guerzoni, braccio destro dell’onorevole Moro, ha affermato che con ogni probabilità quelle borse contenevano anche la prova che il coinvolgimento del presidente DC nello scandalo Lockheed era stato frutto di una “imboccata” fatta dal segretario di stato americano, Kissinger. Un punto, questo, da tenere molto in considerazione, come suggerito dalle tesi del Partito Operaio Europeo. Questo delle borse scomparse (e dei documenti da esse contenute…) è un punto sul quale l’alone di mistero tarda a scomparire, tant’è che nea relazione del presidente della Commissione stragi del Luglio ’99, il senatore Pellegrino continua ad indicarlo come di cruciale importanza. Chi era veramente presente quella mattina in via Fani? Le Commissioni parlamentari hanno ormai confermato, tanto per riportare alcuni nomi alquanto “particolari”, che quella mattina alle nove, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c’era un colonnello del SISMI, il colonnello Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione (cioè di quella divisione del Sismi che controllava Gladio…).
Guglielmi, che dipendeva direttamente dal generale Musumeci – esponente della P2 implicato in vari i depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna – ha confermato che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall’incrocio con via Fani, perché, com’egli stesso ha detto: ” dovevo andare a pranzo da un amico “. Dunque, benché si possa definire quantomeno “singolare” presentarsi a casa di un amico alle nove di mattina per pranzare, sembra addirittura incredibile che nonostante a duecento metri di distanza dal colonnello ci fosse un finimondo di proiettili degno di un film western, egli non sentì nulla di ciò che era avvenuto ne tanto meno poté intervenire magari solo per guardare cosa stesse accadendo. Ma il particolare più inquietante è che il Guglielmi non era un gladiatore qualsiasi, bensì colui che nel campo di addestramento sardo di Capo Marragiu si occupava dell’addestramento delle truppe per le azioni di comando… A dire il vero l’incredibile presenza a pochi metri dal luogo della strage di Guglielmi è stata rivelata solo molti anni dopo l’accaduto, nel 1991, da un ex agente del SISMI – Pierluigi Ravasio – all’On. Cipriani, al quale lo stesso confidò anche che il servizio di sicurezza disponeva in quel periodo di un infiltrato nelle Br: uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma il cui nome di copertura era “Franco” ed il quale avvertì con mezz’ora di anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Ad ogni modo resta il dato di fatto, perché ormai appurato, che la mattina del rapimento di Aldo Moro un colonnello dei Servizi segreti si trovava nei pressi di via Fani mentre veniva uccisa la scorta e rapito il presidente della DC e in più lo stesso ha taciuto questo importante fatto per più di dieci anni. Per la verità oggi sappiamo anche che alcune precise segnalazioni su di un possibile attentato a Moro erano pervenute ai Servizi segreti, per esempio un detenuto della casa circondariale di Matera aveva segnalato che “è possibile il rapimento di Moro”; la soffiata venne riferita alla locale sezione dei Servizi, ma, secondo quanto riferito dal generale Santovito (P2) essa giunse al SISMI centrale solamente a sequestro già avvenuto. È quantomeno singolare che una segnalazione così precisa, e che avrebbe dovuto riguardare una personalità così importante per la vita politica del paese, abbia seguito un iter burocatico così lento invece di attivare immediatamente delle efficaci procedure di controllo. Evidentemente, e la presenza di Guglielmi in Via Fani lo dimostra, all’interno dei Servizi c’è chi aveva dato credito alla soffiata, ma invece di prevenire era andato a controllare lo svolgimento dei fatti. Del resto il collega di Guglielmi, da cui l’agente segreto si sarebbe dovuto recare per pranzo, interrogato, ha confermato che egli si era effettivamente presentato nella sua abitazione ma ha anche dichiarato che non era da lui atteso, perchè non era affatto programmato un pranzo. L’ultima clamorosa novità inerente il fatto che qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le Brigate Rosse volevano rapire Moro è emersa – a dire il vero qualche anno fa – dall’oceano del web, in un sito costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie, che aveva compiti operativi oltre confine: trecento uomini superaddestrati, che si muovevano all’interno delle strategie della Nato. Arconte, sardo di Cabras, raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul suo sito www.geocities.com/Pentagon/4031). Arruolatosi nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per entrare nei corpi speciali dell’Esercito. Passò poi al Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della marineria mercantile. Intervistato Arconte, l’agente G.71, parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse: “Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d’Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c’era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c’era l’ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le Br, con l’obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro”. E qui, ecco il mistero: il documento è del 2 marzo ’78 e viene consegnato a Beirut il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato. Recentemente una perizia ha confermato che il documento “a distruzione immediata” che è stato fornito da Arconte è originale. Insomma, Gladio sapeva, e con buon anticipo, che Moro stava per essere rapito. Ma torniamo alla mattna della strage. Come ormai accertato anche in sede parlamentare, un tiratore scelto addestratissimo armato di mitra a canna corta, risolse gli aspetti più difficili e delicati della difficile operazione: con una prima raffica, sparata a distanza ravvicinata, colpì i carabinieri Leonardi e Ricci seduti nei pressi di Moro, lasciando però illeso l’onorevole DC. Fu un attacco militare di estrema precisione: la maggioranza dei colpi (49 su di un totale di 93 proiettili ritrovati dalle forze dell’ordine) sparata da una sola arma, un vero e proprio “Tex Willer” descritto dai testimoni (tra i quali un esperto di armi, il Lalli) come freddo e di altissima professionalità. Gli esperti hanno sempre concordato sul fatto che non poteva essere un autodidatta delle Br; nessuno dei membri del commando aveva una capacità tecnica di sparare come quello che alcuni testimoni hanno definito appunto “Tex Willer” ed invece, secondo le perizie, praticamente tutti i colpi letali furono sparati da uno solo dei membri del commando. A ciò si somma il fatto che, secondo una perizia depositata in tribunale, in Via Fani non si sparò solamente da un lato della strada (quello cioè dove si trovavano i quattro brigatisti i cui nomi sono ormai noti), mentre tale ricostruzione è sempre stata negata dai diretti interessati. L’azione, definita degli esperti come “un gioiello di perfezione, attuabile solo da due categorie di persone: militari addestrati in modo perfetto oppure da civili che si siano sottoposti ad un lungo e meticoloso addestramento in basi militari specializzate in azioni di commando”, risulta veramente straordinaria se si pensa che, come ha testimoniato Adriana Faranda (anch’ella in azione quel giorno): “gli addestramenti all’uso delle armi da parte dei brigatisti erano estremamente rari perché era considerato pericoloso spostarsi fuori Roma”. La stessa Faranda ha però recentemente aggiunto che: ” …era convinzione delle Brigate rosse che la capacità di usare un’arma non era tanto un presupposto tecnico ma piuttosto di volontà soggettiva, di determinazione, di convinzione che si metteva nel proprio operato”. Insomma, una – poco credibile – apologia del “fai da te” a dispetto dell’estrema difficoltà dell’azione. Nata quasi venti anni fa dal lavoro di Zupo e Recchia autori del libro “Operazione Moro”, la figura di del superkiller è stata ripresa, acriticamente in tutte le successive inchieste. Zupo e Recchia affermano: ” Il lavoro da manuale è stato compiuto essenzialmente da due persone una delle quali spara 49 colpi l’altra 22 su un totale di 91 […] il superkiller quello dei 49 colpi, quasi tutti a segno, quello che ha fatto quasi tutto lui, viene descritto con autentica ammirazione dal teste Lalli anche lui esperto di armi”. La perizia balistica identifica sul luogo dell’agguato 91 bossoli sparati da 4 armi diverse. Ed effettivamente 49 bossoli si riferiscono ad un’arma e 22 ad un’altra. Occorre però notare che più volte la perizia mette in evidenza la parzialità delle risultanze data la vastità del campo d’azione e la ressa creatasi subito dopo il fatto: ” Non è da scartarsi nella confusione del momento, che curiosi abbiano raccolto od asportato bossoli, o che essi calpestati o catapultati da colpi di scarpa od altro siano rotolati in luoghi ove poi non sono stati più trovati (ad esempio un tombino) ed infine che i bossoli proprio non siano caduti a terra perché trattenuti dentro eventuali borse, ove era trattenuta l’arma che sparava “. Bisogna quindi precisare che 91 non sono i colpi sparati, ma soltanto i bossoli ritrovati sul terreno. Tenendo presente che i colpi sparati potrebbero essere molti di più dei 91 bossoli ritrovati, il fatto che 49 colpi sono stati sparati da un’unica arma acquista un valore del tutto relativo. Se dai bossoli, poi, si passa all’analisi dei proiettili, il dato diventa ancor più aleatorio. La perizia, infatti, afferma: ” I proiettili ed i frammenti di proiettili repertati sono relativamente molto pochi, un quarto circa dei proiettili che si sarebbero dovuti trovare in relazione al numero dei bossoli. Non tutti i proiettili, e forse la maggior parte, nello stato come sono, abrasi, dilaniati, deformati e scomposti sono utili per definire le caratteristiche della presumibile arma”. Quanto poi all’affermazione dei 49 colpi quasi tutti a segno le risultanze balistiche dicono: ” Nei cadaveri in particolare a fronte di almeno 36 ferite da armi fuoco sono stati repertati soltanto 13 proiettili calibro 9 mm 8 di cui sparati da un’arma e 5 da un’altra “. Come si può notare quindi è cosa certa, ed emerge dalla perizia, la presenza in Via Fani di un terrorista che esplode un numero veramente rilevante di colpi. L’altro elemento che è servito per creare la figura del superkiller è l’ormai famosa testimonianza del benzinaio Lalli che afferma: ” Ho notato un giovane che all’incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa 15 colpi poi faceva un passo indietro per allargare il tiro e sparava in direzione di un’Alfetta […] L’uomo che ha sparato con il mitra, dal modo con cui l’ha fatto mi è sembrato un conoscitore dell’arma in quanto con la destra la impugnava e con la sinistra sopra la canna faceva in modo che questa non s’impennasse inoltre ha sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e precisi”. Lalli parla quindi di una persona esperta nel maneggiare le armi, nulla può chiaramente dire sulla precisione del killer. Ma è veramente indecifrabile questo personaggio che maneggia così bene le armi? Nella sua dichiarazione, Lalli assegna all’esperto sparatore un posto ben preciso: ” egli è situato all’incrocio con Via Stresa “. Secondo le ricostruzioni quella posizione è occupata da Valerio Morucci. Perché allora ci sono dubbi sull’identità del brigatista? Evidentemente Morucci potrebbe anche possedere le qualità “tecniche” indicate dal Lalli. Per sincerarcene diamo uno sguardo alla sua “carriera”: Morucci entra in Potere Operaio all’inizio degli anni settanta, come responsabile del servizio d’ordine ed è tra i primi a sollecitare una militarizzazione del movimento. Nel febbraio del 1974 è arrestato dalla polizia svizzera perché in possesso di un fucile mitragliatore e cartucce di vario calibro. Alla fine del 1976, al momento dell’entrata nelle Br, devolve all’organizzazione diverse pistole, munizioni, e la famosa mitraglietta skorpion, già usata nel ferimento Theodoli, ed in seguito utilizzata per uccidere Moro. Come componente della colonna romana delle Br partecipa a quasi tutti gli attentati che insanguinano Roma nel 1977. Infine, quando insieme con la Faranda esce dalle Br, pur essendo ormai un isolato senza concrete prospettive militari, decide di riprendersi le proprie armi. Un vero arsenale formato da pistole, mitra e munizioni rinvenuto in casa di Giuliana Conforto al momento del suo arresto, il 29 Maggio 1979. A conferma del rapporto quasi maniacale che Morucci ha con le armi ci sono moltissime testimonianze di compagni brigatisti. Carlo Brogi, un militante della colonna romana nel processo Moro afferma: ” Morucci aveva con le armi un rapporto incredibile, anche perché, come lui stesso mi ha detto, molte delle armi che aveva portato via le aveva portate lui nell’organizzazione provenendo dalle F.A.C. e che queste armi erano il risultato d’anni di ricerche per modificarle, per trovare i pezzi di ricambio, insomma erano sue creature. Pertanto per lui separarsene era un insulto a tutto il suo lavoro”. Credo che, viste le caratteristiche di Morucci, affermare che fosse in grado di maneggiare correttamente un fucile sia davvero il minimo. Però Morucci – ed è stato confermato più volte anche in Commissione stragi – ha affermato che il suo mitra si inceppò dopo 2 o 3 colpi. Dunque egli non può essere il super killer e probabilmente è anche sbagliata la ricostruzione fatta circa la posizione dei vari brigatisti in Via Fani; se a ciò si aggiunge il fatto che nessuno degli altri membri del commando aveva una preparazione da “commando”, la domanda sorge spontanea: ma allora chi era il “Tex Willer” ? I “misteri” sull’azione militare non sono però finiti. In via Fani, dei 93 colpi sparati contro la scorta dell’onorevole Moro, furono raccolti trentanove bossoli sui quali il perito Ugolini, nominato dal giudice Santiapichi nel primo processo Moro, disse quanto segue: ” Furono rinvenuti colpi ricoperti da una vernice protettiva che veniva impiegata per assicurare una lunga conservazione al materiale. Inoltre questi bossoli non recano l’indicazione della data di fabbricazione “. In effetti vi era scritto “GFL”, Giulio Fiocchi di Lecco, ma il calibro non veniva indicato – come normalmente fanno invece le ditte costruttrici – e nemmeno la data di fabbricazione di quei bossoli. Il perito affermò che ” questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva veniva usata per garantire la lunga conservazione del materiale. Il fatto che non sia indicata la data di fabbricazione è un tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionali “. Alla luce di tali rilievi, mi chiedo come sia potuto accadere che in via Fani fossero usati proiettili di questo tipo. In ogni caso, sarebbe interessante sapere come mai questo tipo di proiettili finirono nelle mani delle Brigate rosse e di quel commando che assassinò la scorta di Aldo Moro. Un altro ragionamento poi avvalora la tesi del killer estraneo alle Brigate rosse. Per quale ragione i terroristi del gruppo di fuoco indossavano delle divise dell’ALITALIA? Quello fu effettivamente un accorgimento abbastanza singolare, talmente strano da richiamare l’attenzione dei passanti anziché distoglierla. La spiegazione che viene da trovare risiede nel fatto che forse non tutti i brigatisti del commando si conoscevano fra loro, così la divisa serviva appunto al reciproco riconoscimento, in pratica per non spararsi a vicenda. Una conferma dunque della teoria del Killer “esterno”. Ma chi poteva essere questo killer professionista ? Due persone piuttosto ben informate, Renato Curcio e Mino Pecorelli, in merito a tale questione hanno parlato di “occasionali alleati” delle Br; gruppi legati alla delinquenza comune che avrebbero per l’occasione “prestato” alcuni uomini per portare a termine quella strage. E quale luogo migliore delle carceri italiane avrebbe potuto fungere da punto di incontro da due realtà tanto diverse ? E’ infatti al loro interno che si parlò molto del sequestro (o comunque di un attentato) di un’alta personalità politica, tanto che il SISMI ne era stato debitamente informato in tempo utile [un detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il SISMI che le Brigate rosse stavano progettando un simile sequestro]. Il riferimento che Mino Pecorelli fa sul suo giornale “OP” a Renato Curcio non appare quindi casuale, perché proprio lui potrebbe aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso. Certi indizi puntano direttamente in Calabria. Di questo parere sembra essere oggi anche Francesco Biscione che afferma: ” probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell’area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato “. E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso: ” La presenza del Moretti è accertata – scrive – a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l’hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l’hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi – prosegue Biscione – questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all’insaputa del resto dell’organizzazione tant’è che quando l’informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati “. Il terzo è stato rivelato da Gustavo Selva: dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro ” nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese, Aurelio Aquino, e trovato in possesso di molte banconote segnate dalla polizia perché parte del riscatto del sequestro Costa operato dalle Br “. E’ ovvio che con quei soldi le Br potrebbero aver pagato alla ‘ndrangheta qualche partita di armi, ma anche il “prestito” di un killer professionista. Il forte sospetto resta dunque intatto. Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l’appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte: ” Come avviene il contatto Mafia-Br-Cia-Kgb-Mafia. I capi Br risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B.R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza “; anche volendo considerare tutto questo una mera illazione si può comunque, in questo caso, concordare con Francesco Biscione che considera come l’appunto si riferisce ad un’ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l’esistenza in Calabria di un terminale decisivo, sebbene di incerta definizione, dell’intera operazione del sequestro Moro. In questo modo trova una logica spiegazione la probabile presenza in via Fani di un killer di “alta professionalità”, un professionista che il pentito calabrese Saverio Morabito ha indicato in Antonio Nirta, detto “due nasi” per la sua capacità di usare la lupara, anche se alcune testimonianze più recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono, anch’egli calabrese ed esperto tiratore tutt’oggi latitante; l’incorgnita comunque resta. Le teorie e le supposizioni sul nome del Killer lasciano però il tempo che trovano di fronte ai fatti: quella mattina del 16 Marzo 1978 le Brigate rosse vennero aiutate, e da più parti, a compiere un’azione troppo più grande delle loro capacità. Ed anche Alberto Franceschini continua ad esternare forti dubbi in merito. Ultima particolarità da annotare riguardo alla tragica giornata del 16 Marzo 1978 è una deposizione di Nara Lazzarini, segretaria di Licio Gelli, fatta nel 1985 al processo Pazienza-Musumeci; la Lazzarini ha ricordato infatti che la mattina della strage di Via Fani il Gran Maestro della P2 ricevette la visita di due persone all’Hotel Excelsior di Roma, e durante il colloquio a Gelli sfuggirono le seguenti parole: ” Il più è fatto “. Può non voler dire nulla, è però una testimonianza attendibile e come tale la riporto. E’ ormai “verità processuale” (il che non vuol dire che sia verità) che Aldo Moro sia stato tenuto prigioniero, per tutti i 55 giorni del sequestro, nell’appartamento all’interno 1 di via Montalcini 8, nel quartiere Portuense, a Roma. Un primo accenno ad una prigione di Moro era comparsa in un fumetto pubblicato all’inizio di giugno del 1979 dal primo numero di “Metropoli”, periodico dell’Autonomia operaia. Nel fumetto (disegni di Beppe Madaudo, sceneggiatura di Melville, pseudonimo usato da Rosalinda Socrate) la tavola con l’interrogatorio di Moro era preceduta da una didascalia che diceva: ” Mentre a via Fani cominciano le indagini, nella stanza interna di un garage del quartiere Prati comincia l’interrogatorio di Moro “. Interrogato, Madaudo disse di aver ricalcato il disegno da “Grand Hotel”. Certo è che in quel fumetto saltavano fuori notizie allora sconosciute, segno evidente che gli ambienti dell’Autonomia non erano poi così male informati. Dopo la versione disegnata, il primo a parlare della prigione dello statista DC è stato il pentito Patrizio Peci, che ha raccontato però di aver appreso che Moro fu tenuto nascosto nel retrobottega di un negozio poco fuori Roma. La versione di Peci venne in seguito smentita da Antonio Savasta, catturato il 28 gennaio 1982 alla fine del rapimento Dozier. Il Savasta cominciò subito a collaborare e disse di aver saputo che Moro venne tenuto prigioniero in un appartamento di proprietà di Anna Laura Braghetti. All’inizio l’attenzione degli inquirenti si concentrò sull’appartamento che era stato del padre in via Laurentina 501, ma poco dopo le indagini si orientarono su via Montalcini, una casa acquistata nel giugno 1977 per 50 milioni circa, e dove Anna Laura Braghetti si era trasferita nel dicembre dello stesso anno. Due anni dopo anche Valerio Morucci e Adriana Faranda hanno confermato che Moro trascorse tutta la sua prigionia nell’appartamento abitato non solo dalla Braghetti ma anche da Prospero Gallinari, e frequentato da Mario Moretti e da – ma lo si è saputo molto dopo – Germano Maccari, il fantomatico “Ingegner Altobelli”. Prima cosa bizzarra è il fatto che il 5 luglio 1980 il giudice Ferdinando Imposimato apprese che l’UCIGOS, nell’estate 1978, aveva svolto indagini sulla Braghetti e via Montalcini. L’appunto sulle indagini gli venne consegnato il 30 Luglio, ma era in forma anonima e non conteneva i nomi di chi aveva svolto le indagini. Sempre a tale proposito, nel febbraio 1982 sul quotidiano “La Repubblica” Luca Villoresi scrisse: ” Sono passati pochi giorni dalla strage di via Fani quando alla polizia arriva una prima segnalazione, forse una voce generica, forse una soffiata precisa […] ma all’interno 1 di via Montalcini 8 gli agenti non bussano “. Nel 1988 si venne poi a sapere che verso la metà di luglio 1978, pochi mesi dopo il sequestro, l’avv. Mario Martignetti (che sembra lo avesse saputo da una coppia di suoi parenti) segnalò all’On. Remo Gaspari che una Renault 4 rossa come quella in cui le Br lasciarono il cadavere di Moro era stata vista in via Montalcini 8 nel periodo del rapimento ed era scomparsa dopo la morte di Moro. Gaspari informò il ministro Rognoni il quale attivò le indagini subito affidate all’UCIGOS. In seguito, l’ispettrice dell’UCIGOS incaricata del caso ha riferito che dalle indagini era emerso che, fino al giugno 1978, con la Braghetti abitava un uomo che si faceva chiamare Ingegner Altobelli. L’ispettrice disse anche che, ritenendo che una perquisizione a due mesi dalla morte di Moro avrebbe dato esito negativo e avrebbe insospettito la Braghetti, preferì farla pedinare per cercare di arrivare ad Altobelli o scoprire se frequentava gruppi eversivi. I pedinamenti durarono fino alla metà di Ottobre ma ebbero risultati negativi perché la Braghetti usciva puntualmente per recarsi al lavoro e al ritorno a casa faceva cose normali. Il 16 ottobre 1978, un appunto dell’UCIGOS informò la magistratura che gli inquilini dell’interno 1 non destavano sospetti. I pedinamenti e le richieste di informazioni sul suo posto di lavoro (di cui la Braghetti viene a sapere) spinsero però la terrorista ad entrare in clandestinità e a lasciare (il 4 ottobre ’78) l’appartamento, che nel frattempo aveva venduto ad una signora (moglie del segretario particolare dell’ex ministro Ruffini). Nell’agosto 1978 la Braghetti ebbe un’accesa disputa con l’ex inquilino dell’appartamento, Gianfranco Ottaviani, che aveva mantenuto la disponibilità della cantina; la Brigatista scardinò la porta della cantina e l’ex inquilino chiamò immediatamente la polizia. Per una lite banale la brigatista rischiò così un pericoloso intervento della polizia. Ma invece proprio quella lite venne usata dall’UCIGOS per spiegare che la Braghetti e Altobelli, che risultava trasferito in Turchia da qualche mese per motivi di lavoro, non erano sospettabili, perché altrimenti avrebbero evitato la lite con l’intervento del 113. Solo nel 1993 si è arrivati alla vera identità del così detto “quarto uomo”, Germano Maccari, che sembra proprio essere quell’ing. Altobelli a cui erano intestate le utenze di luce e gas, come lui stesso ammette nel 1996. Stranamente l’individuazione di Maccari avvenne proprio lo stesso giorno in cui trapelarono dalla stampa le dichiarazioni di Saverio Morabito secondo il quale Antonio Nirta, killer della mafia calabrese e confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino, era stato ” uno degli esecutori materiali del sequestro dell’on. Aldo Moro ” . Molto interessante mi è parsa una circostanza apparsa nel suo recente libro “Il delitto Moro” da Francesco Biscione, e riguardante il fatto che nelle immediate vicinanze di via Montalcini, a pochi passi dal covo delle Br, abitavano numerosi esponenti della Banda della Magliana. L’elenco è molto dettagliato: ” In via G. Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Luciano Mancini; in via Luparelli 82 (a 230 passi dalla prigione del popolo) abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del Boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 (a 150 passi) abitava Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere P2ista Carboni); infine in via Montalcini al n°1 c’era Villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra “. In effetti la “Prigione del Popolo” era situata proprio nel quartiere romano della Magliana, una zona notoriamente controllata in modo capillare da quel particolare tipo di malavita collegato, come poi si è saputo con certezza, a settori dei servizi segreti, alla P2 e all’eversione nera. Se davvero Aldo Moro è stato tenuto nel territorio della Banda della Magliana per tutto il periodo del sequestro, appare altamente improbabile che la malavita della zona non ne fosse venuta a conoscenza. Ma lo Stato si stava dando da fare per rintracciare la “Prigione del Popolo”? Ad un osservatore inesperto i numeri sembrerebbero dire di si. Dalla relazione della Commissione Moro emerge che dal 16 marzo al 10 maggio ’78 vennero attuati 72.460 posti di blocco di cui 6.296 nella sola Roma; effettuate 37.702 perquisizioni domiciliari di cui 6.933 nelle case dei cittadini della capitale; controllate 6.413.713 persone (cioè circa un italiano ogni 10) impegnando ogni giorno 13.000 uomini delle forze dell’ordine con l’ausilio di 2.600 automezzi. Questa enorme mobilitazione non portò apparentemente a nulla, anzi, nel periodo del rapimento Moro le Br commisero 2 omicidi, 6 ferimenti, 5 incendi di auto ed un attentato contro una caserma dei Carabinieri. Come ha affermato il Procuratore generale di Roma Pascalino: «Tante volte si fanno azioni dimostrative per tranquillizzare la popolazione […] non posso spiegarlo, non sta a me spiegare perchè si prferì fare operazioni di parata anzichè ricerche. E in quei giorni si fecero operazioni di parata». Però non ho usato il termine “apparentemente” a caso: nonostante tutto le forze di polizia il 3 aprile ’78 era riuscita a fermare o individuare molti personaggi legati o vicini alle Br. tanto per fare alcuni nomi importanti si potrebbero citare Valerio Morucci, Adriana Faranda, Bruno Seghetti. Incredibilmente però queste operazioni di controllo non ebbero alcun seguito di indagine. Per quanto riguarda la gestione del rapimento, il campo si ristringe, diminuiscono drasticamente le prove e di contro aumenta il numero di indizi e deduzioni logiche possibili. Due avvenimenti accaduti il 18 aprile segnarono a mio avviso gli sviluppi successivi del rapimento proprio in questa direzione: la misteriosa scoperta del covo di via Gradoli ed il quasi contemporaneo ritrovamento del falso comunicato n°7. La scoperta di una base delle Br in Via Gradoli avvenne in un modo casuale ma alquanto strano: i pompieri furono chiamati dagli inquilini dei piani inferiori per una perdita d’acqua dall’appartamento dove andava a dormire il leader delle Br, Mario Moretti (colui che interrogò Aldo Moro). L’ipotesi che ho cercato di avvalorare – come sempre tra mille difficoltà e poche prove certe – è che quel covo, sia stato “bruciato” da qualcuno [servizi segreti? Un infiltrato? Oppure dei brigatisti contrari all’uccisione di Moro?] grazie al trucchetto della doccia rivolta verso il muro per permettere a chi di dovere di recuperare le carte di Moro riguardanti la P2, Gladio e tutto ciò che era probabilmente contenuto nelle sue borse scomparse nonché le confessioni fatte dal presidente alle Br. Un’altra teoria riguarda il fatto che la scoperta del covo di via Gradoli fu in qualche modo pilotata dallo stesso Moretti per indurre un certo stato d?animo nell’organizzazione, per forzare la mano con i propri compagni e farli convincere che non c’era più tempo. Comunque sia, il tutto venne fatto in modo assai rumoroso per permettere agli inquilini di essere informati per tempo dalla TV e poter così continuare a gestire il rapimento. Serviva però un diversivo, qualcosa che distogliesse l’attenzione generale dal covo; ecco che lo stesso giorno “qualcuno” fece ritrovare il falso comunicato N°7, quello dove si sosteneva che il cadavere di Aldo Moro si trovava in fondo al Lago della Duchessa. Allo stesso tempo questa doppia operazione ha probabilmente segnato in modo decisivo il rapimento, nel senso che questo era un chiaro avvertimento rivolto alle stesse Br: “Guardate che possiamo prendervi quando vogliamo, che non vi venga in mente di far concludere il sequestro in un modo differente da quello indicato dal falso comunicato perché potreste pagarlo caro…”. Dunque mentre il comunicato arrivava al Viminale, i vigili del fuoco arrivavano in via Gradoli: le due messinscene che procedettero in perfetta sincronia, due “sollecitazioni” fatte affinché il sequestro si concludesse rapidamente e nella maniera più idonea. Nello stesso comunicato – oltre a suggerire ai brigatisti quale fosse l’epilogo più opportuno del rapimento – si trovano infatti dei precisi “segnali” che dovevano indirizzare le Br in tale direzione, come l’accenno alla morte di Moro mediante suicidio, proprio come era accaduto ai capi della RAF in Germania nel carcere di Stammheim. Non è affatto credibile poi che l’appartamento di Via Gradoli 96 sia stato lasciato da Moretti e Barbara Balzerani nelle condizioni in cui è stato descritto nei verbali della polizia: bombe a mano sparse sul pavimento, un cassetto messo in bella mostra sul letto e contenente una pistola mitragliatrice, documenti e volantini disseminati ovunque [proprio come se qualcuno avesse messo sottosopra il covo per cercare qualcosa…]. E pare perfino incredibile che le forze dell’ordine si siano comportate in un modo così “rumoroso” (volanti giunsero a sirene spiegate e immediatamente si formò una piccola folla di curiosi e giornalisti) subito dopo la scoperta del covo, quando invece dopo il ritrovamento della base di Robbiano di Mediglia avevano atteso con la massima discrezione il rientro dei terroristi arrestandoli uno dopo l’altro. A mio avviso, l’occulta regia della duplice manovra del 18 Aprile poté procedere liberamente all’interno del covo predisponendo una messinscena, allo stesso tempo diffuse un comunicato falso ma “tecnicamente” verosimile, chiaro segnale di una perfetta conoscenza dei retroscena del sequestro e di come le Br e Moretti lo stessero conducendo. Appare comunque quantomeno bizzarra anche la scelta (effettuata da Moretti nel 1975) di Via Gradoli come luogo adatto a stabilirvi un covo delle Br, e non un covo qualsiasi, ma il primo e principale punto di riferimento dei brigatisti a Roma, abitato nell’ordine da Franco Bonisoli, Carla Brioschi, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Mario Moretti e Barbara Balzerani ma noto anche ad altri brigatisti. La bizzarria risiede nel fatto che via Gradoli era una strada stretta e circolare, lunga seicento metri e con un solo accesso-uscita sulla via cassia; dopo un breve tratto rettilineo di appena cento metri la strada disegnava un circuito di mezzo chilometro e ritornava al breve tratto “obbligatorio”, dal quale si poteva agevolmente controllare gli spostamenti di tutti gli abitanti della via, l’esatto opposto, dunque, delle normali cautele adottate normalmente dai brigatisti. Caso vuole poi che al n° 89 di via Gradoli, nell’edificio che fronteggiava – dalla parte opposta della strada – il civico 96 con il covo delle Br, abitava il sottufficiale dei Carabinieri Arcangelo Montani, agente del SISMI. Ma i servizi segreti non si limitavano solamente a controllare la via, via avevano addirittura stabilito un proprio ufficio; di questo un ex militante di Potere operaio aveva avvisato le Br, ma esse, una volta localizzato con precisione quell’ufficio, decisero incredibilmente di mantenere ugualmente il covo in quella strada. Tornando ai giorni del rapimento, una delle possibili implicazioni logiche che la scoperta “accidentale” del covo comportò fu quella di far diventare anche la prigione di via Montalcini piuttosto insicura, dunque è possibile – anzi, assai probabile – che Moro sia stato portato velocemente in un altro covo-prigione. Le carte di Moro all’interno del covo “bruciato” furono forse ritrovate, ma probabilmente non nella loro totalità, e la cosa dovette suscitare le ire degli interessati, tant’è vero che – ma qui forse le mie ipotesi diventano troppo fantasiose – chi nel corso degli anni ne è stato probabilmente in possesso è stato in qualche modo eliminato (Pecorelli e Dalla Chiesa, tanto per fare due nomi). Con il duplice messaggio del 18 Aprile, rivolto chiaramente al vertice Br, la gestione del sequestro entrò in una nuova fase; non c’era altro tempo, le Brigate rosse non avevano più la possibilità di proseguire la “campagna di primavera” da loro progettata ma dovevano piegarsi a delle volontà indiscutibilmente superiori: apparati “deviati” dello stato ed il loro occasionale “braccio destro”, la “Banda della Magliana” cui apparteneva Chichiarelli. Come vedremo, molti indizi ci indirizzano proprio in questo sentiero. Ma esiste un’altra ipotesi da valutare. Come sostenuto dal recente volume ‘Il Misterioso intermediario’ di Fasanella e Rocca: “A lasciare aperta la doccia potrebbe essere stato lo stesso Moretti. E usando la logica capovolta, che spiega molti episodi di queste trame occulte, se ne può comprendere anche il perché. Il capo brigatista si era impossessato della gestione del sequestro, esautorando di fatto i compagni. Forse voleva che ai militanti giungesse il messaggio che a Roma non c’era più nessun nascondiglio sicuro, visto che era stata scoperta perfino la base del capo; e che di conseguenza, bisognava affrettarsi a portare Moro fuori città”. Ma se il 18 Aprile ’78 fu la data dalla quale cambiò materialmente la gestione del rapimento, il momento in cui venne presa – e da più parti – la decisione di intervenirvi direttamente fu con ogni probabilità immediatamente successiva, e precisamente quando venne resa nota la prima lettera di Moro a Cossiga, in cui sollecitava la trattativa con le Br invocando la ragion di stato e non motivi umanitari. Quella lettera doveva restare segreta e nelle intenzioni di Moro doveva servire ad aprire un canale diretto per la trattativa. Invece Mario Moretti la allegò al comunicato numero 3 delle Br, in cui si annunciava che il processo a Moro stava continuando ” con la piena collaborazione del prigioniero “, e la fece recapitare ai giornali. A quel punto probabilmente si attivarono molti servizi segreti: quelli occidentali per proteggere gli eventuali segreti rivelati da Moro, quelli orientali per carpirli. I primi promettendo salvacondotti ai brigatisti; i secondi aiuti e appoggi alla rivoluzione. Una conferma che la base Br di Via Gradoli 96 – “centrale operativa” del sequestro Moro – fosse nota a molti si ebbe pochi giorni dopo il rapimento di Moro, quando cinque agenti del commissariato “Flaminio Nuovo”, guidati dal maresciallo Domenico Merola perquisirono appunto gli appartamenti di via Gradoli 96. Durante il primo processo, Merola racconta che l’ordine era venuto, la sera prima dell’operazione, dal commissario Guido Costa. ” Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case. – dice il maresciallo ai giudici – era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che li’ viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi “. ” Fui io a disporre i controlli dei mini appartamenti della zona – conferma il vice questore Guido Costa – in seguito ad un ordine impartito dal questore, che allora era Emanuele De Francesco. L’esito dell’operazione fu negativo “. La data della mancata perquisizione del covo è il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento, almeno secondo la relazione informativa scritta da Merola e consegnata da De Francesco ai giudici solo nel 1982, perché fino a quel momento non era stato possibile trovarla. Nell’estate del 1978, il giornalista Sandro Acciari scrisse sul “Corriere della sera” che tra il 16 e il 17 marzo, alla segreteria del ministero dell’Interno era arrivata una segnalazione anonima dell’esistenza di un covo delle Br in via Gradoli e che il ministro Cossiga aveva incaricato il capo della polizia Parlato di disporre perquisizioni nella zona. Parlato, interrogato dal giudice Achille Gallucci aveva smentito questo fatto. Nel 1982, al processo, Acciari disse di aver appreso la notizia, a livello di indiscrezione, negli ambienti del palazzo di giustizia, e di avere avuto conferma da Luigi Zanda, all’epoca addetto stampa del ministro dell’Interno Cossiga. Acciari ha precisato però di aver saputo in seguito dallo stesso Zanda che nella loro conversazione telefonica ci fu un equivoco, perché Zanda credeva che Acciari si riferisse alla vicenda della seduta spiritica in cui emerse il nome “Gradoli”. Anche il giornalista Mino Pecorelli, ucciso un anno dopo in circostanze ancora oscure, e anche lui presente nelle liste della P2, scrisse sul numero del 25 aprile 1978 del suo settimanale “OP”: ” Nei primi dieci giorni dopo il sequestro di Moro, in seguito ad una soffiata preziosa, via Gradoli e in modo speciale lo stabile numero 96 erano stati visitati ben due volte da squadre di polizia. Ma davanti alle porte degli appartamenti trovati disabitati, i poliziotti avevano desistito. Avevano bussato doverosamente anche alla porte dell’appartamentino-covo e non ricevendo l’invito ad entrare se n’erano andati “. Prima di procedere oltre mi preme sottolineare quanto affermato da Flamigni sulle fonti di Pecorelli (già affiliato alla P2 ma ai tempi del rapimento ‘dissociato’): “la rete informativa e le fonti di Pecorelli durante i 55 giorni del sequestro Moro risulteranno documentate dalle agende del giornalista. Vi erano annotati contatti, telefonate e incontri […] soprattutto con appartenenti ai servizi segreti: dal P2ista Umberto D’Amato (esperto di intelligence, consigliere del ministro dell’interno e capo della Polizia), a Vito Miceli (ex capo del SID, affiliato alla P2) dal generale Maletti (P2) al capitano Labruna (P2) al capitano d’Ovidio (P2)”. Ma c’erano anche incotri con i magistrati Infelisi e DeMatteo, con avvocati, con politici di varie forze politiche, con il venerabile maestro Licio Gelli. Le informazioni a sua disposizione erano dunque sempre di primissima mano. Tra le vicende inusuali accadute durante i 55 giorni del rapimento Moro è da menzionare – se non altro per il nome dei presenti – anche quella del 2 aprile 1978. Nella casa di campagna di Alberto Clò a Zappolino, alle porte di Bologna, si riunì un gruppo di professori universitari con tanto di mogli e bambini. Erano presenti l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi con la moglie Flavia, Alberto, Adriana, Carlo e Licia Clò, Mario Baldassarri e la moglie Gabriella, Francesco Bernardi, Emilia Fanciulli. Secondo i racconti, per allentare la noia di una giornata di pioggia, a qualcuno dei partecipanti venne la bizzarra idea di tenere una seduta spiritica. I partecipanti avrebbero quindi evocato gli spiriti di don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira chiedendo loro dove si trovasse la prigione di Aldo Moro. Gli spiriti – incredibilmente – formarono le parole Bolsena-Viterbo-Gradoli e indicarono anche il numero 96. Secondo i racconti dei partecipanti, fu proprio il terzo nome ad incuriosirli, tanto da prendere un atlante per controllare se esistesse una località chiamata Gradoli. Il 4 aprile, a Roma per un convegno, Prodi parlò di questa indicazione a Umberto Cavina, capo ufficio stampa della DC, che la trasmise a Luigi Zanda, addetto stampa del ministro dell’Interno, il quale fece un appunto per il capo della polizia, Giuseppe Parlato. Parlato ordinò di perquisire la zona lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina. Il rastrellamento della zona viene effettuato il 6 aprile, senza risultati. Nel luglio 1982, al processo, Eleonora Moro, moglie di Aldo Moro, ha raccontato che, quando venne a sapere della seduta spiritica (in quell’occasione, la signora Moro dice però che l’indicazione Gradoli venne fuori ” due o tre giorni dopo il rapimento ” e questo contrasta con la data indicata per la seduta spiritica), riferì ” la cosa all’on. Cossiga e ad un funzionario che credo fosse il capo, il responsabile delle indagini, ma non ricordo come si chiamasse. Chiesi loro – continua la signora Moro – se erano sicuri che a Roma non esistesse una via Gradoli e perché avessero pensato subito, invece, al paese Gradoli. Mi risposero che una tale via non c’era sulle pagine gialle della città. Ma quando se ne andarono da casa, io stessa volli controllare l’elenco e trovai l’indicazione della strada. In seguito mi dissero che erano stati a vedere in quella zona, ma avevano trovato solo alcuni appartamenti chiusi. Si giustificarono dicendo che non potevano sfondare le porte di ogni casa della strada “. Il giorno dopo Giovanni Moro, figlio di Aldo, conferma che fu Cossiga a sostenere che via Gradoli non esisteva nello stradario di Roma. Cossiga ha però escluso di essere lui la persona che negò l’esistenza di via Gradoli. Nel 1995, la relazione sulle stragi e il terrorismo presentata dal presidente della commissione parlamentare Giovanni Pellegrino sostenne che l’indicazione di Gradoli era filtrato negli ambienti dell’Autonomia bolognese e il riferimento alla seduta spiritica non era altro che un trasparente espediente di copertura della fonte informativa. A parziale conferma di ciò sta anche la testimonianza di Giulio Andreotti che, davanti alla Commissione, ha detto: ” non credo alla storia di Gradoli a cui si arrivò con la seduta spiritica. Quell’indicazione venne dall’Autonomia operaia di Bologna. Non lo si disse per non dover inguaiare qualcuno “. Pochi giorni dopo, Bettino Craxi intervenne sul caso Moro sostenendo che ” nessuno può credere alla tesi della seduta spiritica dal momento che le notizie su via Gradoli si seppero da ambienti legati strettamente all’organizzazione terroristica. Gli stessi che ci diedero notizie anche di via Montalcini “. ” Gradoli – ha confermato in quei giorni l’avv. Giancarlo Ghidoni, difensore di molti esponenti dell’autonomia bolognese – era una parola che nell’ambiente di Autonomia Operaia si sussurrava. L’organizzazione all’epoca del sequestro Moro premeva perché lo statista non fosse ucciso e fosse liberato. L’Autonomia era molto preoccupata, voleva che cessassero certe attività, convinta che il fucile stesse sopravanzando la testa, e che certe cose andassero a danno della sinistra rivoluzionaria […] Una persona, di cui non posso ovviamente rivelare il nome, mi disse: “Hanno detto che Moro è a Gradoli. Intendeva proprio il paesino del viterbese dove andarono a cercare Moro, non la via romana con lo stesso nome. Evidentemente le informazioni che aveva erano parziali” “. Infine, da una nota della DIGOS del 19 agosto 1978, che riprende un appunto precedente dell’UCIGOS, risulta che via Gradoli era sotto controllo già in epoca precedente al sequestro Moro per la segnalazione nella strada della ripetuta presenza di un furgone Volkswagen di proprietà di Giulio De Petra, militante di Potere Operaio, il cui numero telefonico era nell’agenda di Morucci. Le cose non devono però sorprendere; in effetti Valerio Morucci era ritenuto un valido appoggio “militare” da parte di tutte l’ala dura dell’ormai disciolto Potere Operaio, pochi però sanno che egli agiva d’intesa con Piperno e Pace svolgendo il ruolo di cerniera tra le Br e l’Autonomia nell’ambito della progettata unificazione di tutte le organizzazioni armate, al fine di rendere praticabile ” l’irlandizzazione della capitale “. Nel 1997 l’on. Enzo Fragalà, chiedendo l’audizione di Prodi in commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e il terrorismo, ha detto: ” in via Gradoli vi erano quattro interni 11, due civici 96 con due scale ciascuna. Vi furono indicazioni diverse fra DIGOS e commissariato Flaminio Nuovo sulle scale da perquisire; vi sono legami di società intestatarie di alcuni interni 11 e altre società collegate con il ministero dell’Interno e con il Sisde; all’interno del covo Br fu ritrovato il numero di telefono dell’immobiliare Savellia, società di copertura del Sisde; perché non si é indagato sui mini-appartamenti di via Gradoli 96 e 75 intestati all’ex capo della polizia Parisi e sui rapporti tra Domenico Catracchia, già amministratore del palazzo, e lo stesso Parisi ? “. All’Immobiliare “Savellia” era intestato anche un palazzo in via di Monte Savello (vicino al ghetto ebraico e a via Caetani), di cui c’erano tracce in un appunto di Moretti. L’8 marzo 1998, l’ex deputato socialista Falco Accame, criticando la mancata attuazione del “piano Paters”, segnalò l’appartamento di via Gradoli come riconducibile alla società immobiliare Savellia, società di copertura del SISDE. Secondo Accame, come per Fragalà, ” i mini appartamenti di via Gradoli, numeri 96 e 75, erano intestati all’ex capo di polizia “. Attualmente l’Immobiliare Savellia risulta di proprietà del Sovrano Ordine di Malta. In Via Gradoli i servizi segreti italiani disponevano però anche di un ufficio; la cosa venne riferita alle Br da un’ex militante di Potere Operaio, ma nonostante questo, i brigatisti decisero di mantenere ugualmente il loro covo in quella strada, in barba a qualsiasi legge della logica e della sicurezza (tanto più che nella stessa via Gradoli c’era anche un covo frequentato da estremisti di destra) 46. Anche questo fatto risulta essere piuttosto strano. C’è però un’altra pista da seguire: c’era qualcuno che all’interno delle Brigate rosse riteneva talmente sbagliata l’operazione in progetto da tentare di farla fallire avvertendo in anticipo le forze istituzionali ? Un’ipotesi da fare è che all’interno delle Brigate rosse vi fosse un partito della trattativa che mirava alla salvezza della vita di Moro e che questo gruppo, oltre a discutere per tentare di far maggioranza sulla propria opinione, abbia messo addirittura lo Stato sulle tracce, per esempio, del covo di via Gradoli. Infatti, scoprire quel covo avrebbe significato arrivare subito a Moretti. Ed a via Gradoli fu mandata per ben tre volte la Polizia ed addirittura fu fatta arrivare a Prodi ed a Clò l’indicazione “Gradoli”, che poi fu mistificata con la famosa seduta spiritica di cui tutti sappiamo. E’ vero che vi era questo partito della trattativa (altrimenti detto “ala Movimentista”) all’interno delle Brigate rosse il quale, ritenendo politicamente disastrosa l’uccisione di Moro, tentò in tutti i modi di far scoprire il covo di via Gradoli, alla fine addirittura col telefono della doccia in cima ad un manico di scopa messo contro il muro per far allagare l’appartamento di modo che, visto che non se ne poteva più di uno Stato che non riusciva a scoprire il covo, fossero almeno i pompieri ad arrivarvi, trovando sul muro steso il drappo delle Brigate rosse e sul tavolo tutte le armi affinché fosse chiarissima l’indicazione che si trattava proprio di un covo dei terroristi? E’ bene ricordare che la porta del covo non era stata scassinata e inoltre che per motivi di sicurezza, era abitudine dei brigatisti non avere più di due chiavi di ogni covo, dunque siccome Via Gradoli 96 era in quel periodo frequentata solo da Moretti e da Barbara Balzerani, è logico supporre che solamente loro avessero le chiavi. Questa spiegazione è supportata – ovviamente – dalla Faranda, cioè da colei che (assieme a Morucci) potrebbe essere l’artefice di un tale piano essendo il duo notoriamente contro un epilogo tragico del rapimento Moro. Dagli atti del processo “Metropoli” traspare (a mio avviso perfino in modo un pò eccessivo) che Morucci e Faranda erano pedine in mano a Piperno, leader dell’Autonomia, e guarda caso è proprio dalle file dell’Autonomia che provenivano tutti i “messaggi” a favore degli inquirenti (da quello di Radio città futura a quello emerso nella seduta spiritica di Prodi). Dunque Morucci e la Faranda, nel periodo di circa due mesi in cui lo avevano abitato, avevano fatto delle copie della chiave che apriva il covo di Via Gradoli ? Furono loro ad architettare il tutto ? E’ una possibilità, è in quanto tale la riporto, però oggettivamente non mi sento di dargli troppo peso, anche e soprattutto in considerazione della “coincidenza” temporale con il ritrovamento del falso comunicato n° 7, vero punto di svolta del sequestro. A dire il vero c’è un’altra possibilità, cioè che effettivamente il nome Gradoli sia stato fatto saltar fuori proprio come riferimento al paesino di Gradoli -sito nella zona di Bolsena- e poi effettivamente rastrellato da circa 2000 agenti, perché l’operazione di polizia in quel paese serviva a dare l’allarme agli occupanti di via Gradoli che, infatti, dopo poco abbandonarono il covo. A questa ipotesi mi sento di rispondere che in questo caso i brigatisti avrebbero certamente evitato di abbandonare il covo con tutto il materiale che vi è stato poi ritrovato, armi e documenti in primis, e poi la perquisizione del paesino è un pò troppo antecedente. A questo punto sorge però spontanea un’altra domanda: a Moretti e alla Balzerani deve aver fatto piuttosto paura sentire che la polizia stava perlustrando un posto con lo stesso nome della via ove si recavano a dormire, questo però solo usando la logica, una logica che gli avrebbe dovuto suggerire di abbandonare velocemente quel covo, un logica che invece non li ha guidati, se è vero com’è vero che i due brigatisti hanno dormito in quell’appartamento fino alla sera precedente la sua scoperta. Come potevano essere sicuri che la polizia non sarebbe arrivata e avrebbe messo sotto sopra anche la Via Gradoli dopo il paesino Gradoli del Viterbese ? Fu incoscenza o certezza ? L’8 maggio 1978, alla vigilia dell’uccisione di Aldo Moro: il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina un articolo, firmato da Sandro Acciari e Andrea Purgatori, che parlava di elenchi trovati nel covo Br di via Gradoli, scoperto il 18 aprile. Gli elenchi di cui si parlava sarebbero stati due: uno contenente nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l’altro di esponenti della DC a livello regionale, provinciale e comunale. L’articolo rendeva noti anche alcuni dei nomi contenuti nel primo elenco: Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe, Publio Fiori. Del secondo elenco era citato solo Girolamo Mechelli (ferito in un attentato il 26 aprile 1978), la cui presenza nelle liste venne però smentita dalla DIGOS, che così confermò implicitamente l’esistenza degli elenchi. Il giorno dopo, il 9 maggio, mentre tutti i giornali si occupavano della vicenda, il Corriere della sera pubblicò un altro articolo sullo stesso argomento e vennero fatti anche i nomi di Gustavo Selva e dell’on. Giacomo Sedati (DC). Il 10 maggio i giornali furono completamente occupati dalla notizia dell’avvenuta uccisione di Moro, verificatasi il 9, e quindi la serie di rivelazioni si interruppe. Naturalmente questi elenchi, trovati in un covo Br, vennero ritenuti una “schedatura” di potenziali vittime di attentati, un’ipotesi rafforzata dal fatto che Fiori era già stato ferito in un agguato, il 2 novembre 1977. Nel 1978 però erano ancora sconosciuti gli elenchi dei presunti iscritti alla P2 [ poi trovati dalla Guardia di Finanza a Castiglion Fibocchi nel 1981 ] e nessuno poteva far caso ad un qualsiasi legame esistente tra quei nomi. Solo adesso possiamo notare infatti che, a parte Sedati, i nomi delle altre cinque persone (su sei), Corbi, Principe, Finocchiaro, Fiori e Selva comparivano anche nelle liste della P2, composta, in effetti, soprattutto da politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, come l’elenco trovato in via Gradoli. E’ una coincidenza un po’ strana, soprattutto se si pensa che la stessa mattina del 18 aprile, giorno della scoperta del covo di via Gradoli, “qualcuno” architettò il falso comunicato del lago della Duchessa. Il falso comunicato, preparato da Toni Chichiarelli (falsario legato alla banda della Magliana) e tutto ciò che logicamente ne sarebbe seguito, sembra dunque essere stato organizzato anche per distrarre l’attenzione generale dal materiale ritrovato in via Gradoli. Se però questo materiale si trovava in via Gradoli insieme ad un elenco di iscritti e funzionari locali della DC, è probabile che provenisse da quelle famose borse di Moro che sembrano non esser mai state ritrovate (i brigatisti – o meglio Gallinari che ne fu incaricato – hanno detto di aver bruciato tutte le carte di Moro) e che poteva contenere informazioni su apparati dei servizi segreti paralleli e altre organizzazioni di sicurezza allora sconosciute (Gladio, P2, ecc…). Assolutamente incredibile – anche a detta della Commissione Moro – fu poi il ritardo con il quale venne studiato il materiale ritrovato all’interno del covo di Via Gradoli: un’analisi attenta avrebbe infatti permesso alle forze di polizia di arrivare facilmente alla tipografia Triaca di Via Foà, ove le Br stampavano tutto il loro materiale e dove lo stesso Moretti spesso passava. Le forze di pubblica sicurezza giunsero all’individuazione della tipografia soltanto dopo la conclusione del rapimento di Aldo Moro. Obbligatorio adesso fare un excursus sulla figura del falsario Toni Chichiarelli, colui che scrisse il falso comunicato n°7, ed a questo proposito nulla mi è sembrato meglio delle parole con cui il defunto On. Cipriani argomentò le sue scoperte di fronte alla Commissione Parlamentare: ” Toni Chichiarelli è un personaggio romano legato alla banda della Magliana, con tutto ciò che ne consegue: conosciamo infatti i collegamenti della banda della Magliana con la mafia, con la destra eversiva e con i servizi segreti, in particolare con la persona del generale Santovito che guarda caso faceva parte di uno dei comitati di crisi. Toni Chichiarelli era anche in contatto con un informatore, un agente del Sisde, tale Dal Bello, un personaggio di crocevia anche con la malavita romana, con i servizi segreti e la banda della Magliana. Toni Chichiarelli interviene nella vicenda Moro dimostrando di essere un personaggio assai addentro alla vicenda stessa (questo è quanto scrive il giudice Monastero che ha condotto l’istruttoria sull’assassinio di Toni Chichiarelli), come dimostrano due episodi. Il primo, che è stato chiarito, è il seguente: Toni Chichiarelli è l’autore del comunicato n.7, il falso comunicato del Lago della Duchessa; ed è anche l’autore del comunicato n.1 in codice, firmato Brigate rosse-cellula Roma sud. Toni Chichiarelli fece trovare un borsello su un taxi, all’interno di questo borsello erano contenuti alcuni oggetti che facevano capire che lui conosceva dal di dentro la vicenda Moro. Fece trovare infatti nove proiettili calibro 7,65 Nato, una pistola Beretta calibro 9 (e si sa che Moro è stato ucciso da undici colpi, dieci di calibro 7,65 e uno di calibro nove); fece trovare dei fazzoletti di carta marca Paloma, gli stessi che furono trovati sul cadavere di Moro per tamponare le ferite; fece trovare quindi una serie di messaggi in codice, e una serie di indirizzi romani sottolineati; fece trovare dei medicinali e anche un pacchetto di sigarette, quelle che normalmente fumava l’onorevole Moro; inoltre un messaggio con le copie di schede di cui farà ritrovare poi l’originale in un secondo episodio. Vi è un secondo aspetto. Dopo la rapina della Securmark, ad opera della banda della Magliana con Toni Chichiarelli come mente direttiva, quest’ultimo fa trovare – lo scrive il giudice Monastero – una busta contenente un altro messaggio con gli originali di quattro schede riguardanti l’on. Ingrao ed altri personaggi. Questa volta, come dicevo, ci sono gli originali: si tratta di schede relative ad azioni che erano state programmate e previste; fa trovare però anche un volantino falso di rivendicazione delle Brigate rosse. Il giudice poi scrive: “Si rinveniva una foto Polaroid dell’onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro”. Viene eseguita una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo, delle Polaroid non si fanno i negativi; è quindi una foto originale di Moro in prigione che Chichiarelli, dopo l’episodio del borsello, fa ritrovare in questo secondo messaggio, con le schede originali che riguardano Pietro Ingrao, Gallucci, il giornalista Mino Pecorelli, che sarà in seguito ucciso, e l’avvocato Prisco “. Anche volendo ignorare buona parte delle coincidenze riscontrate e tutte le deduzioni fattibili, resta intatta una domanda: come mai ad un certo punto del rapimento Moro si iniziano a trovare tracce che portano direttamente alla Banda della Magliana ? Il bello è che la pista legata a questa feroce banda romana non si esaurisce, ma riguarda anche la morte di Aldo Moro. Ai miei occhi, infatti, è sempre stata poco credibile la versione raccontata dalle Br secondo la quale Moretti, che aveva discusso con il presidente DC per 55 lunghi giorni, con una freddezza fuori dal normale comunica al prigioniero che verrà liberato, poi gli spara a sangue freddo con due armi differenti perché la prima si inceppa, poi sale sulla Renault rossa e porta il cadavere dello statista fino a Via Caetani, poi non contento va a scrivere il comunicato conclusivo del rapimento. No, riesce veramente difficile credere a questa novella di un Moretti “superuomo”. La verità forse è altrove, anche per altri motivi. Vediamo dunque cosa dicono gli appunti di Luigi Cipriani sul come venne ucciso il presidente della Democrazia cristiana: ” Degli 11 colpi i primi due [sono stati sparati] col silenziatore, gli altri quando era già morto. Perché questo rituale? Dopo i primi due colpi Moro ha agonizzato per 15 minuti. Solo i primi due colpi hanno lasciato tracce sulla Renault, Moro è stato ucciso in macchina e portato altrove ? “. A conferma dei dubbi evidenziati dai quesiti che si poneva Cipriani, Francesco Biscione ha scritto: “…laddove la comune versione dei brigatisti lasciava trasparire una falla che nasconde verosimilmente una menzogna è nella narrazione delle modalità con cui l’ostaggio sarebbe stato ucciso “. Non è il solo che, a posteriori, si affianca a Luigi Cipriani. Nella sentenza del cosiddetto Moro-quinquies gli stessi magistrati giudicanti non possono esimersi dall’evidenziare il loro scetticismo sulla versione fornita dai brigatisti rossi sottolineando, ad esempio, l’impossibilità da parte dei carcerieri di ” ritenere in anticipo che l’on. Moro, chiuso in una cesta da dove poteva avere una discreta percezione della situazione ambientale, non essendo né narcotizzato né imbavagliato, avrebbe continuato remissivamente a tacere senza chiedere aiuto nemmeno lungo il tragitto per le scale fino al box, pur percependo voci come quella della Braghetti. Non si comprende – scrivono ancora i magistrati – come i brigatisti abbiano accettato un simile e gratuito rischio quando avrebbero potuto facilmente evitarlo ad esempio uccidendo l’on. Moro nella sua stessa prigione e trasportandolo poi da morto; ed incredibile sembra il fatto che si sia programmata l’esplosione di una serie di colpi, quanti risultano dalle perizie, in un box che si apriva nel garage comune degli abitanti dello stabile, essendo noto che anche i colpi delle armi silenziate producono rumori apprezzabili che potevano essere facilmente percepiti da persone che si trovassero a passare, così come furono distintamente percepiti dalla Braghetti “. Alle condivisibili considerazioni dei giudici del quinto processo Moro, dobbiamo aggiungere il rilievo che i colpi sparati con il silenziatore furono soltanto due. E gli altri 9, esplosi senza il silenziatore, non li ha avvertiti nessuno? Ne erano così certi i brigatisti rossi Mario Moretti e Germano Maccari ? E, infine, perché lasciare Aldo Moro agonizzante per altri 15 lunghissimi minuti, come conferma la perizia medico-legale, senza che un rantolo, un gemito, un grido disperato sia veramente uscito dalla bocca di un uomo morente e ferito ? In conclusione, ” anche su questo punto, la versione delle Brigate rosse non sta in piedi, o almeno zoppica fortemente […] un uomo che, senza essere narcotizzato, senza essere legato ed imbavagliato, si fa infilare in una cesta, deporre nel portabagagli di un’auto, ricevere nel corpo due pallottole che lo lasciano in vita per altri 15 minuti; e in tutto questo tempo non tenta la disperata reazione di chi non ha più nulla da perdere, effettivamente non è credibile “. La passività di Aldo Moro, se mai ci fu, può trovare solo logica e coerente spiegazione in due fattori: il luogo dove si trovava, solitario, dove il suo urlo disperato si sarebbe perso nel silenzio; il numero dei suoi uccisori, tale da scoraggiarne a priori ogni tentativo di fuga o reazione violenta 51. ” Un testimone – scriveva Cipriani – vide una Renault rossa presso la spiaggia di Fregene col posteriore aperto. La perizia sulla sabbia dei pantaloni di Moro confermò che il litorale corrisponde a quello. Sabbia trovata in molte parti dei vestiti, calze, scarpe e sul corpo compreso bitume e sulle ruote della Renault. Sul battistrada – concludeva Cipriani – fu trovato un frammento microscopico di alga analogo ad altro rinvenuto sul corpo “. E gli accertamenti ulteriori confermano pienamente questa realtà: ” Le risultanze tecniche – ricorda Biscione – riguardano innanzitutto la sabbia e i frammenti di flora mediterranea trovati nelle scarpe, negli abiti e sul corpo di Moro, come pure sulle gomme e sui parafanghi dell’auto di Moretti rinvenuta in via Caetani. Le tracce sugli abiti e sulle scarpe lascerebbero pensare ad una permanenza o ad un passaggio presso il litorale romano (la perizia giudica quel tipo di sabbia proveniente da una zona compresa tra Focene e Palidoro) “. Mario Moretti e compagni, quindi, affermano il falso, come asseriva giustamente perentorio Luigi Cipriani nei suoi appunti: ” Savasta e Morucci mentono [o forse non sono a conoscenza della verità ndr.] dicendo che la sabbia era un depistaggio…”. Concorda con l’ex parlamentare di Democrazia Proletaria anche Francesco Biscione, il quale scrive: ” …lascia fortemente perplessi la machiavellica spiegazione di Morucci (confermata da Moretti e ribadita anche dalla Braghetti nel corso del processo Moro-quater) secondo la quale ai primi di maggio 1978 alcuni militanti [la Faranda e la Balzerani] furono incaricati di andare a reperire sulle spiagge del litorale laziale acqua marina, sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe di Moro per depistare le indagini successive al ritrovamento del cadavere…”. Quali vantaggi si proponessero di ricavare i brigatisti facendo credere agli inquirenti ed all’opinione pubblica di aver custodito Aldo Moro sul litorale laziale piuttosto che in un appartamento al centro di Roma ? A mio parere nessuno. C’è poi la testimonianza di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere-paracadutista, ex addetto all’ufficio sicurezza interna della VII sezione del Sismi a Roma, che venne resa allo stesso Luigi Cipriani. L’ex agente del Sismi e componente delle Stay-behind affermò che “il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini vennero fermate, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, mentre i rapporti che quotidianamente venivano compilati furono bruciati…”. Francesco Biscione, pur con cautela, non può fare a meno di rilevare che ” se si pensa che nel maggio 1991, allorché fu raccolta l’intervista, era pressoché sconosciuto il ruolo svolto durante il sequestro di Moro dalla banda della Magliana, si è portati a dubitare che le parole di Ravasio siano frutto di pura fantasia (semmai, per una certa brutalità nei riferimenti si sarebbe indotti a credere che egli fosse a conoscenza di questa vicenda non per averla vissuta in prima persona, bensì per averne avuto notizia da altri)…”. Che il racconto di Pierluigi Ravasio sia quantomeno credibile lo dimostrano non solo il preciso riferimento fatto alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi, suo diretto superiore al Sismi, in via Fani il 16 marzo 1978, quanto soprattutto le tracce di sabbia e bitume trovate sui vestiti, il corpo di Aldo Moro e la Renault rossa sulla quale venne poi trasportato in via Caetani. Bisogna anche rilevare, a favore della veridicità di quanto narrato dall’ex agente del Sismi, che le sue dichiarazioni, divulgate da Cipriani, caddero in un momento in cui l’intervento della malavita nel sequestro Moro veniva dato per certo, un fatto ormai acquisito ma datato ad operazione di prelievo avvenuta e considerato cessato, a seguito delle pressioni esercitate dai nemici politici dell’esponente democristiano prigioniero, entro i primi giorni di aprile del 1978. Anche il “premio” concesso ai delinquenti della Magliana dallo Stato e dai suoi apparati è perfettamente verosimile: ” Come ricompensa per il rapimento e la gestione del caso Moro – ha raccontato Ravasio – il Sismi consentì alla banda di compiere alcune rapine impunemente. Una avvenne nel 1981 all’aeroporto di Ciampino, quando i malavitosi travestiti da personale dell’aeroporto sottrassero da un aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica. Una seconda avvenne nei pressi di Montecitorio dove furono aperte molte cassette di sicurezza e da alcune, appartenenti a parlamentari, furono sottratti documenti che interessavano il Sismi “. Fatti che ci riportano alla rapina alla Brink’s Securmark ed a quella strana rivendicazione che ebbe con tutta probabilità il valore di un avvertimento allo Stato perché non perseguisse i suoi autori. Un solo punto, nel racconto di Pierluigi Ravasio, suscita perplessità ed interesse insieme: la pretesa che il sequestro fu organizzato e gestito da ” ex detenuti e malavitosi “, dal suo inizio alla sua conclusione. Sappiamo, viceversa, che i brigatisti rossi in via Fani c’erano, come furono presenti durante tutte le fasi dell’operazione, eliminazione fisica di Aldo Moro compresa, sebbene su questo punto la verità venne presumibilmente esposta in forma criptica, da un ex appartenente alle Stay-behind che, con le sue rivelazioni, si era già esposto molto alle reazioni ed alle rappresaglie dello Stato. Dunque c’è un tassello che non ha ancora trovato la sua collocazione ufficiale, è il tassello determinante, quello che da solo sarebbe in grado di spiegare ciò che è rimasto di totalmente oscuro – ma non di insolubile – nel sequestro di Aldo Moro: i brigatisti rossi guidati da Mario Moretti, furono obbligati a cedere il loro ostaggio con tutta la documentazione da lui prodotta nei giorni della prigionia, agli “amici” della banda della Magliana ? Ha fondamento concreto questa intuizione di Luigi Cipriani, poggiata su indizi concreti e da lui esposta di fronte alla commissione parlamentare ? Cipriani aveva individuato in Antonio Chichiarelli la figura chiave per comprendere la reale dinamica del sequestro di Aldo Moro e del suo omicidio. Il mio personale punto di vista è che probabilmente ci fu un passaggio di mano dalle Br alla banda della Magliana, e che le altre organizzazioni malavitose (Mafia, Camorra, la banda di Francis Turatello), che all’inizio del rapimento erano state “attivate” dal mondo politico per ritrovare Moro, ad un certo punto – dopo aver fatto il loro compito – vennero bloccate. E di questo fatto sono sicuri perfino i membri della Commissione parlamentare d’inchiesta. D’altronde lo dimostrano le molte testimonianze: durante i 55 giorni le organizzazioni malavitose si erano mobilitate – affiancando le polizie ufficiali – nella ricerca del leader DC su precisa richiesta dei vari esponenti politici dell’ex “scudo crociato”. Dopo poche settimane, improvvisamente, Mafia, Camorra e ndrangheta si ritirarono, lasciando ai loro emissari nella capitale il compito di compiacere la volontà del potere politico. Dai primi di Aprile, la parola d’ordine divenne quella lanciata, senza mezzi termini a Francesco Varone, a casa di Frank Coppola: ” Quell’uomo deve morire “. Probabilmente, una volta certe delle sorti di Moro, le cosche ritirarono i loro scagnozzi. ” Un’accurata lettura – ricorda Francesco Biscione – di documenti giudiziari quali intercettazioni telefoniche e altri riscontri ha consentito al giudice Giovanni Salvi di stabilire che attorno al 10 aprile cessò del tutto l’attivazione di Cosa nostra “. A conferma di questo percorso, narrato a più riprese anche da alcuni pentiti, si aggiunge poi la testimonianza di Raffaele Cutolo che riferisce come Nicolino Selis gli disse che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis – racconta Cutolo – la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze. Dopo aver proposto l’ubicazione della “prigione del popolo” ad alcuni esponenti della DC, l’ex boss della camorra si sentì dire: ” Fatti gli affari tuoi “. Dunque siamo in possesso di un paio di indizi che indicano la strada indicata all’inizio del ragionamento. A questo punto del discorso si inserisce perfettamente anche la domanda posta da Michela Cipriani, moglie del defunto deputato di Democrazia Proletaria: ” Perché [ parlando delle Br ] non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata? “. Eppure, nel terzo comunicato del 29 marzo 1978, i brigatisti avevano annunciato trionfanti che l’interrogatorio di Aldo Moro “…prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando […] proprio sul ruolo – prosegue il comunicato – che le centrali imperialiste hanno assegnato alla DC, sulle strutture e gli uomini che gestiscono il progetto controrivoluzionario, sulla loro interdipendenza e subordinazione agli interessi imperialisti internazionali, sui finanziamenti occulti, sui piani economici-politici-militari da attuare in Italia […] il prigioniero politico Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue illuminanti risposte. Le informazioni che abbiamo così modo di reperire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario che saprà farne buon uso nel prosieguo del processo al regime che con l’iniziativa delle forze combattenti si è aperto in tutto il paese “. Quindi nella primissima fase del rapimento le Br, di fronte ad un Moro che gli raccontava situazioni cui probabilmente non osavano nemmeno sperare, cantano vittoria. Poi però – incredibilmente – si assistette ad un repentino cambio di rotta. Un’allucinante retromarcia delle Br si nota – è bene dirlo – già nel comunicato n°6 del 15 aprile 1978, prima quindi che venisse inviato ai brigatisti – come afferma nel suo libro Francesco Biscione – il messaggio del 18 Aprile che di fatto imponeva loro di uccidere Aldo Moro. Mario Moretti ed i suoi compagni informarono infatti che: ” l’interrogatorio di Aldo Moro è terminato. Rivedere trenta anni di regime democristiano, ripercorrere passo passo le vicende che hanno scandito lo svolgersi della controrivoluzione imperialista nel nostro paese, riesaminare i momenti delle trame di potere, da quelle pacifiche a quelle più sanguinarie, con cui la borghesia ha tessuto la sua offensiva contro il movimento proletario, individuare attraverso le risposte di Moro le responsabilità della DC, di ciascuno dei suoi boss, nell’attuazione dei piani voluti dalla borghesia imperialista e dei cui interessi la DC è sempre stata massima interprete, non ha fatto altro che confermare delle verità e delle certezze che non da oggi sono nella coscienza di tutti i proletari…”. La deduzione che viene da fare è che evidentemente a Moretti, attraverso chissà quali canali, erano già giunte pressioni di una certa entità, interferenze tali da far tremare la dirigenza delle Br. I brigatisti fecero dunque intendere in modo esplicito che Aldo Moro aveva parlato di tutto e di tutti, però conclusero in una forma oscura: ” Non ci sono segreti che riguardano la DC, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato delle multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato…” 60. Ma il messaggio per la DC, lo Stato ed i suoi apparati istituzionali era lampante: Mario Moretti ed i brigatisti rossi che hanno gestito il sequestro Moro informavano che non avrebbero rivelato niente di quanto appreso. ” Non ci sono segreti che riguardano la DC ” scrissero, quindi ” cosa mai si potrà dire al proletariato che già non sappia ? “. Alla luce del memoriale ritrovato nel 1990 a Milano, nel covo di Via Montenevoso, e dello studio compiuto da Biscione [agli atti processuali], sappiamo che non era certamente così. Esaminando in dettaglio le dichiarazioni contraddittorie rese dai brigatisti su questo specifico punto si giunge alla conclusione che, con molta furbizia, alcuni di loro possono aver mantenuto segreti il memoriale ed il suo contenuto per poi usarlo come merce di scambio quando se ne fosse presentata la necessità nell’ambito di una futura trattativa in campo giudiziario. Ed il trattamento carcerario riservato ad alcuni di loro dal 1987 in poi (ad esempio a Mario Moretti e Barbara Balzerani) avvalorava questa ipotesi: per quanto non sia poco il tempo che hanno passato in prigione, si deve convenire che è molto poco rispetto a quanto avrebbero dovuto effettivamente trascorrere. Salta agli occhi per esempio la differenza tra un Moretti che si è fatto a malapena 20 anni di carcere essendo condannato a più ergastoli per vari reati di sangue, ed un Franceschini che si è fatto poco meno pur non avendo mai sparato un solo colpo di pistola. Forse la differenza l’hanno fatta proprio quei segreti sul caso Moro che Moretti, tacendo, ha posto a suo favore sul piatto della “bilancia giudiziaria” ? Come non sottolineare poi la mancanza delle registrazioni degli interrogatori di Moro. I nastri registrati – che avrebbero fatto conoscere meglio l’andamento dei colloqui e lo sviluppo delle strategia posta in essere da Moro – non si sono mai trovati; i brigatisti affermano di aver distrutto il tutto per motivi di sicurezza, ma questa affermazione appare assai poco credibile. Poiché si da per acquisito che ad interrogare lo statista DC fu Moretti, e poiché Moretti si era già esposto, bruciandosi, con la lunga telefonata fatta alla famiglia del sequestrato, non ha alcun senso nascondere la voce dell’interrogante per impedirne una eventuale identificazione, a meno che gli interrogatori non siano stati fatti da una persona del tutto diversa (ancora sconosciuta ed importante, dunque da proteggere) dai brigatisti finora noti. La presenza insistente della malavita, impegnata a gestire il sequestro di Aldo Moro rivestendo il duplice ruolo di fiancheggiatore dello “Stato sotterraneo” (che lo voleva morto) e dei brigatisti rossi che non sapevano più cosa fare, può essere provata dal comunicato n°7 del 20 aprile 1978 che ” appare allo stesso tempo – scrive Biscione – l’ultimo della prima serie ed il primo della seconda… – perché – […] iniziava da parte delle Brigate rosse l’offensiva sulla trattativa: il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione dei prigionieri comunisti. La DC dia risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre disponibili; seguiva l’ultimatum: 24 ore di tempo per una risposta a partire dalle ore 15 del 20 aprile “. Erano passati solo due giorni dal comunicato del lago della Duchessa, redatto da Toni Chichiarelli ed ispirato, scrivono gli stessi brigatisti su indicazione di Aldo Moro ” da Andreotti ed i suoi complici “, ed i carcerieri del presidente della Democrazia cristiana abbandonano l’alta politica e passano al concreto : ” Il comunicato n°7 è anche il primo – rileva Biscione – che non porta in chiusura lo slogan consueto “portare l’attacco allo Stato imperialista”, ma “libertà per tutti i comunisti imprigionati” “. Un segnale preciso a quanti in carcere attendevano che si realizzasse lo scopo primario dell’operazione Moro: la liberazione dei detenuti ed allo stesso tempo un modo per tenere buoni i membri del nucleo storico. Dunque la minaccia venne recepita da Moretti, il quale rivolse anch’egli un messaggio rassicurante ai detenuti, non solo comunisti ma anche malavitosi. Avevano – ed in questo ha probabilmente ragione Biscione – indubbiamente compreso, insieme al resto, l’ordine di uccidere Aldo Moro, ma sottolineavano l’inutilità del gesto se questo fosse stato eseguito senza avere ottenuto almeno la scarcerazione dei detenuti, divenuta l’obiettivo primario di un sequestro che aveva invece prodotto, sul piano politico, frutti eccezionali come la confessione del presidente della Democrazia cristiana su fatti e misfatti del sistema di potere italiano. Considerato però che di questa confessione i brigatisti non avrebbero mai potuto fare uso, ed avendo pubblicamente annunciato questa loro rinuncia, la scarcerazione di un numero ragionevole di detenuti avrebbe permesso loro di salvare le apparenze e di riportare un simulacro di vittoria restituendo vivo Aldo Moro. Da qui la cancellazione, in tutta fretta, dello slogan ” portare l’attacco al cuore dello Stato imperialista ” con l’unico che potesse avere un significato per coloro che stavano in galera, ” libertà per tutti i comunisti imprigionati “. Così nel comunicato n°8 le Br chiesero la liberazione di 13 detenuti, in questo modo venne segnata, definitivamente, la sorte di Aldo Moro, e per motivi opposti a quelli che gli storici ufficiali ritengono. Questi ultimi, difatti, sono convinti che ” l’insostenibile richiesta dello scambio tredici contro uno, rendeva ancor più fioca la voce già flebile e minoritaria dei sostenitori della trattativa. Che il significato del comunicato n°8 fosse l’attestazione di una posizione nuova che, contrariamente a varie ragionevoli aspettative, manifestava che si stava andando verso l’esecuzione dell’ostaggio fu dunque – conclude Biscione – una considerazione abbastanza diffusa “. Secondo i calcoli dei brigatisti, fissando in tredici il numero dei liberandi, davano prova di quella ragionevolezza che li avrebbe condotti a condurre, finalmente, una trattativa riservata e diretta con la Democrazia cristiana per poi stabilire con Piazza del Gesù un accordo di cui solo una parte avrebbe avuto pubblicità; l’altra parte avrebbe dovuto rimanere segreta, uno di quegli scambi “all’italiana” destinati ad essere taciuti per sempre da entrambe le parti. Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che quella compiuta da Mario Moretti e dai suoi compagni (la richiesta di uno scambio 13 ad 1) sia stata una mossa per chiudere ogni possibilità ad ogni altra probabile trattativa e, quindi, poter procedere all’esecuzione di Aldo Moro scaricandone ogni responsabilità sulla Democrazia cristiana. Così probabilmente non fu, e per convincersene è sufficiente riascoltare la telefonata che, con totale e stupefacente imprudenza, un Mario Moretti al colmo dell’agitazione nervosa, fece a casa della famiglia Moro il 30 Aprile 1978: ” Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione ” dice Mario Moretti che usa un tono giustificatorio ” sa, una condanna a morte non è una cosa sulla quale si possa prendere alla leggera […]”. “Non possiamo fare altrimenti…”, conclude un Moretti che appare nella posizione di chi subisce una decisione, non l’assume e tanto meno la impone. Egli si rivolse alla famiglia forse perché credeva che Eleonora Moro potesse contare qualcosa, dimostrò di essere informato sui movimenti che i congiunti del presidente avevano fatto, a riprova che riteneva la “carta umanitaria” essenziale, perché era l’ultima cosa che gli è rimasta in mano essendo stato costretto a rinunciare all’altra, la più importante, quella decisiva: le rivelazioni di Moro su uomini e fatti. L’ultimo tentativo lo fece, per loro conto, Daniele Pifano che incontrò il rappresentante del Procuratore generale Pietro Pascalino, il sostituto procuratore Claudio Vitalone, e gli propose lo scambio di uno contro uno, un detenuto magari malato contro Aldo Moro e, ricevuto un rifiuto, ripiegò sul suggerimento della “soppressione delle norme restrittive dei colloqui dei carcerati con i familiari”. Ma ormai la questione Moro era irrimediabilmente arrivata al capolinea. Lo “Stato parallelo” non si era esposto in prima persona ma aveva fatto ricorso ad un altro tipo di “occasionali alleati”, la spietata Banda della Magliana cui Tony Chichiarelli era legato. Ciò venne confermato anche dall’on. Benito Cazora, recentemente scomparso: ” …recentemente – scriveva Luigi Cipriani – il senatore Cazora ha confermato al magistrato romano che sta indagando sulle trattative condotte durante il sequestro Moro, che si ebbe coscienza del fatto che il presidente della DC fosse “custodito” dalla Banda della Magliana “. L’ex parlamentare di Democrazia proletaria poté così legittimamente avere una ulteriore e definitiva conferma della sua tesi e di quanto aveva dichiarato il 14 settembre 1978 al quotidiano Repubblica il senatore democristiano Giovaniello, molto vicino ad Aldo Moro ed alla sua famiglia: ” Quando sapemmo che Moro stava per essere affidato a criminali comuni per il terribile atto conclusivo, facemmo le cose più impensabili per arrivare prima degli altri, ma senza fortuna “. Nel sequestro di Aldo Moro fu dunque un livello di potere occulto, e non Mario Moretti ed i suoi compagni, a stabilire tempi e modalità della prigionia e, infine, della sua morte. Lo stesso Stato che Aldo Moro conosceva come debole, insicuro, pronto a compromessi di ogni sorta, aveva improvvisamente risposto con una fermezza ed una decisione fino ad allora sconosciute; il destino dello statista DC era segnato, questo lui lo capì bene, come traspare evidente dalle sue ultime lettere, pesantissime quanto profetiche nei confronti di un partito – la DC – che pensava di conoscere come nessun altro. Durante il sequestro era accaduto qualcos’altro di molto, troppo, pericoloso: Aldo Moro stava parlando di tutto e tutti: delle trattative segrete per la nascita del centro-sinistra, del tentativo di golpe di De Lorenzo, della strage di P.zza Fontana, del ruolo della DC nella strategia della tensione, della riforma dei servizi segreti, dell’affare “Lockeed”, dei piani anti-guerriglia previsti per il nostro paese dalla NATO, del sistema di potere e di sostentamento economico del colosso democristiano. Il rischio che queste verità venissero alla luce in quegli anni era veramente pesante, un rischio troppo elevato per i sostenitori e gli oltranzisti dell’alleanza atlantica, gli unici effettivi artefici della politica interna italiana. Fu così, il presidente della Democrazia cristiana si ritrovò schiacciato dalla forza delle due superpotenze, dei loro alleati e dalle loro reciproche paure, ansie dalle quali vennero liberate dalle “ignare” Brigate rosse proprio con il sequestro. ” L’agguato di via Fani, l’eccidio della scorta ed il sequestro dell’onorevole Moro, lo scenario tragico dei luoghi della strage appena consumata, la rivendicazione e i successivi comunicati delle Br, la prigionia di Moro in un luogo sconosciuto e il processo cui questi veniva sottoposto, gli appelli sempre più pressanti e drammatici dell’ostaggio, il disconoscimento ufficiale della loro “autenticità”, il rifiuto della trattativa, la sterile polemica che si aprì tra i fautori di questa e i sostenitori della fermezza, l’immane mobilitazione dell’apparato istituzionale di sicurezza, l’avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo, il macabro rinvenimento della salma di Moro in un luogo centrale della capitale dello Stato, equidistante dalle sedi dei due maggiori partiti presenti in Parlamento, le dimissioni del Ministro dell’Interno: queste furono le tessere che composero il mosaico visibile degli eventi, dove il delitto Moro, valutato come fatto storico, apparve come il momento di maggiore intensità offensiva del partito armato e, specularmente, come il momento in cui lo Stato si rivelò più impotente nel dare risposta appena adeguata all’aggressione eversiva “. Questo il parere espresso dalla Commissione Stragi durante l’ultima legislatura, un giudizio che pur non apparendo del tutto asettico, certamente non si lascia andare a nessun tipo di accusa diretta. E’ esistito dunque (e, data la portata degli indizi, è proprio sotto gli occhi di tutti) un “lato oscuro”, una sorta di mondo sotterraneo e parallelo a quello ufficiale che ha operato incessantemente sia lungo la vita delle Br, sia – e con maggiore visibilità ed incidenza – nei 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. Anche la commissione parlamentare [della XII legislatura] sul caso Moro, pur con tutte le sue consuete e dovute cautele, è giunta ad affermare ad esempio che: ” le nuove acquisizioni consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile (come già affermato in alcune delle relazioni di minoranza della Commissione Moro, in particolare quella dell’onorevole Sciascia) il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro “. O ancora che: “…inizialmente la criminalità organizzata si era attivata e sia stata attivata dall’esterno per favorire la liberazione di Moro: e che tale intervento si arrestò per valutazioni interne alla criminalità organizzata e per input esterni probabilmente coincidenti. Analogamente impressionante è la convergenza di indicazioni verso un intreccio fitto – e non ancora pienamente disvelato – di ambigui rapporti che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e della criminalità locale al mondo di uno oscuro affarismo, ad esponenti politici, ad appartenenti alla Loggia P2, a settori istituzionali, in particolare dei servizi segreti “. Le Br che avevano progettato il sequestro di Aldo Moro con il ferreo convincimento che il mondo politico italiano avrebbe implorato pietà per la sua vita, si erano con ogni probabilità ritrovati nella condizione opposta: loro a cercare di salvare l’ostaggio ed il mondo politico – o almeno una parte di esso – a livello sotterraneo, a pretendere la sua morte senza condizioni. E con ogni probabilità quelle “15 gocce di Atropina”, come citava un appunto rinvenuto in Via Gradoli e scritto da Mario Moretti, servirono alle Br per anestetizzare Moro e portarlo via dal covo prigione di Via Montalcini; forse proprio per consegnarlo alla Banda della Magliana. Sebbene – come sempre – manchino le prove per dimostrare che anche l’assassinio di Aldo Moro sia da far rientrare tra le interferenze attuate in Italia dal c.d. “oltranzismo atlantico”, è certamente un dato di fatto che nel 1978, poco dopo l’assassinio di Aldo Moro, l’auspicato intervento del capitalismo occidentale e dei suoi investimenti avvenne massiccio. Le autorità monetarie consentirono a numerose banche Usa di aprire filiali nel nostro paese (Manifactures Hannover trust, Inrving trust Company, Wells fargo) con relativi sportelli (Security pacific). Alcune banche estere, tedesche americane e svizzere, dirottano i risparmi dei loro clienti verso la borsa di Milano. Tutti i titoli azionari – compresi quelli delle industrie decotte – subirono aumenti rilevanti: le Montedison salirono del 102%, le SNIA del 60,8%, Acqua marcia del 70,8%, Rinascente del 95,2%, le Fiat aumentarono del 40,5% superando per la prima volta le tremila lire. Un vero pompaggio di ottimismo nel capitalismo italiano, proprio nel momento in cui i governi di unità nazionale entravano in crisi e l’assassinio di Moro rimetteva in moto le forze della destra DC. Anche questa fu una semplice coincidenza ? Mino Pecorelli, già nell’ottobre del 1978, aveva scritto che il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, sapeva tutto: ” perché non ha fatto nulla ? […] Il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto. E qui sorge il rebus – ironizzava Pecorelli – quanto in alto ? magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?…” . A chi si riferiva il direttore di “OP” ? Manco a dirlo anche su questo punto le opinioni degli osservatori divergono: ” non paiono esservi dubbi sul fatto – si affretta a scrivere Francesco Biscione – che la “loggia di Cristo in Paradiso” alla quale il ministro si sarebbe rivolto per avere lumi sul da farsi fosse la P2 “. Stefano Fratini -sul suo sito internet- afferma invece che ” Mino Pecorelli si riferiva a quella che egli stesso definiva la “Loggia vaticana”, una loggia massonica di cui possedeva un elenco di nomi di cardinali ed alti dignitari ecclesiastici, completo di numero di matricola e data di iniziazione (nel numero di “OP” del 12 settembre 1978 Pecorelli pubblicò un elenco di affiliati alla loggia vaticana fra i quali, per limitarci ad un esempio, compariva il nome del cardinale Sebastiano Baggio, indicato come “Seba, numero di matricola 85/2640 e data di iniziazione il 14 agosto 1957″). Loggia o non loggia, il riferimento alle gerarchie ecclesiastiche è trasparente; inequivocabile dunque il fatto che anche dal Sacro Soglio qualcuno impose ad un Papa forse troppo debole l’avallo alla condanna di Aldo Moro”. Difficile dire chi abbia ragione; a far pendere la bilancia dalla parte delle tesi di Fratini stanno tuttavia alcune frasi scritte da Aldo Moro e presenti più di una volta tra le 93 lettere manoscritte ritrovate nel 1990 nel covo di via Monte Nevoso a Milano [mentre le Br ne fecero recapitare solo 30 durante il sequestro]. “La chiave è in Vaticano”, scrisse infatti lo statista DC, e di nuovo: ” il Papa ha fatto un pò pochino…”. Concludo ancora con le parole dell’informatissimo Mino Pecorelli: “L’agguato di Via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale integrato nel sistema occidentale. L’obiettivo primario è senz’altro quello di allontanare il PCI dall’area di potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo. Perchè è comunque interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, dl comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente governare un paese industriale. Ciò non è gradito agli americani […] e ancor meno è gradito ai sovietici […] Ancora una volta la logica di yalta è passata sulle teste delle potenze minori. e’ Yalta che ha deciso Via Mario Fani”. Teorie, illazioni, supposizioni, castelli accusatori privi di fondamenta per la loro quasi totalità direbbe un giurista. Tutta la ricostruzione della storia delle Br, come ho cercato di mostrare, è costellata da precise interferenze . Emerge limpida una sola verità: non si hanno certezze. La realtà è ancora là, tutta da dimostrare. E’ vero, esiste – ed è alquanto palese – un preciso sentiero indicato dagli indizi che ho riscontrato, però le prove certe e documentabili permangono in numero troppo esiguo per poter emettere delle sentenze, per avvalorare una tesi in modo definitivo. L’avventura brigatista, ed in questo concordo con la Commissione Gualtieri, non può e non deve considerarsi ancora materia per gli storici, ciò almeno fino a quando i dati a nostra disposizione non consentiranno di colmare i diversi vuoti di conoscenza che riguardano l’azione delle Br e quella dello Stato (ma soprattutto di chi ha agito nel nome suo…). Dalla morte di Aldo Moro sono passati 25 anni, sono stati fatti cinque processi (ed un sesto è in preparazione), i cosiddetti ‘anni di piombo’ sono finiti, la classe politica che in quegli anni governava l’Italia è stata spazzata via dall’esplosione di quel fenomeno giudiziario passato alla storia come “tangentopoli”, molti dei brigatisti che parteciparono all'”Operazione Friz” hanno dichiarato come conclusa ed irripetibile l’esperienza della lotta armata e delle Brigate rosse, eppure di tanto in tanto emergono nuovi fatti, prove non emerse prima d’ora, testimonianze sconosciute o sottovalutate che costringono di volta in volta gli studiosi a riscrivere la storia e la magistratura ad aprire nuove indagini. L’ultima sconvolgente novità è emersa recentemente grazie alle rivelazioni di Antonino Arconte, ex agente segreto (nome in codice G71 VO 155 M, cioè agente della struttura Gladio, anno addestramento 1971, Marina Militare, Volontario numero 155) appartenente alla “Seconda Centuria Lupi” della struttura Stay Behind. Lo stesso Arconte definisce la struttura di intelligent di cui faceva parte come ‘Gladio delle Centurie’, gruppo appartenente ad un servizio segreto di cui si ignorava perfino l’esistenza, il SIMM (Servizio Informazioni Marina Militare) che aveva compiti operativi solo all’estero. Uomini super-addestrati che si muovevano all’interno delle strategie della Nato ed in linea con modelli operativi ispirati a quelli della CIA. Analizzando il racconto di Arconte, emerge come la ‘Gladio delle Centurie’ fosse una struttura ben diversa da quella ‘Gladio’ la cui esistenza venne svelata in Parlamento da Giulio Andreotti il 2 agosto 1990: non una rete di agenti ideata per fronteggiare una possibile invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia, ma una struttura informativa e operativa che agiva esclusivamente oltre confine, veri e propri reparti irregolari operanti fuori da quanto previsto dalla Costituzione e al di fuori della dipendenza dal Capo dello Stato, che, per l’Art. 87 della Costituzione, è il Capo delle Forze Armate.Arconte ha raccontato come i primi giorni di Marzo 1978 ricevette l’ordine di partire per una missione in Medio Oriente con il compito di ” ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria D’Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme. Ma c’era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut “. Si imbarcò così il 6 Marzo dal porto di La Spezia sul mercantile ‘Jumbo Emme’. A Beirut Arconte incontrò l’agente G-219 e una volta tornati sulla nave gli consegnò il plico; al suo interno vi era un foglio di carta azzurra firmato dal capitano di vascello Remo Malusardi della X Divisione “S.B.” (Stay Behind) della direzione del personale del Ministero della Marina e conteneva un ‘ordine a distruzione immediata’. Il documento porta la data del 2 marzo 1978, e cioè 14 giorni prima del rapimento dell’On. Moro e dell’uccisione della sua scorta, ed ordinava ai ‘gladiatori’ di prendere contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro. Contravvenendo agli ordini l’agente G-219 non distrusse il foglio e lo conservò fino a quando, verso i primi di luglio del 1995, decise di consegnarlo proprio ad Arconte durante un incontro avvenuto ad Olbia. Mario Ferraro venne trovato impiccato a casa sua, a Roma, un mese dopo questo incontro. L’ordine a distruzione immediata, autenticato dal notaio Angozzi, di Oristano, è stato recentemente sottoposto ad una perizia per verificarne l’autenticità. La risposta del perito è stata: ” Il documento di Arconte è compatibile con l’epoca dei documenti di raffronto “, quindi dimostra che ambienti dei sevizi segreti erano al corrente del sequestro Moro prima che avvenisse, e anziché dare l’allarme si predisponevano a iniziative legate allo scenario del dopo-sequestro. Il ministro della Difesa non ha risposto alle interpellanze parlamentari (una delle quali del senatore Giulio Andreotti) sulla vicenda, nonostante sia trascorso un anno dalla loro presentazione e nonostante ripetuti solleciti. Come dicono gli inglese “The story continues…”. Ma fino a quando non si riuscirà a fare piena luce sui lati oscuri, finché continueranno ad esistere dubbi e ad emergere nuove verità sulla ‘Prima Repubblica’ questa continuerà a gettare un’ombra sul presente, e non ci potrà essere una vera transizione verso la “Seconda Repubblica”.

di Roberto Bartoli

Rilettura critica della storia delle BR e del rapimento di Aldo Moro was last modified: gennaio 27th, 2015 by glianni70.it

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