Quelli di Via Fani – Gli uomini della scorta (Dossier Moro)

quelli di via faniQuelli di Via Fani – Gli uomini della scorta

Il 16 marzo 1978 gli uomini della scorta di Moro vengono uccisi da un comando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Fani e via Stresa, a Roma.
Questa è la storia di cinque persone, poliziotti e carabinieri che hanno dato la loro vita per proteggere il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro: eroi del quotidiano, dimenticati troppo in fretta che in questa puntata raccontiamo attraverso i ricordi dei loro familiari.
Erano ragazzi semplici, padri affettuosi, mariti presenti, figli e fratelli adorati. Carabinieri e poliziotti con un forte senso di responsabilità nei confronti del servizio e dello Stato, uccisi mentre compivano il loro dovere.

Domenico Ricci era un appuntato dei carabinieri e aveva 42 anni; Giulio Rivera era un agente di polizia di 25 anni, Francesco Zizzi, era un vice brigadiere di polizia e aveva 30 anni; Raffaele Iozzino era un agente di polizia di 25 anni; Oreste Leopardi era un maresciallo dei carabinieri di 52 anni. Per le loro famiglie, dopo 29 anni di silenzio, di dolore e di ricordi, la ferita è ancora aperta non solo perchè hanno perso i loro cari, non solo perchè il tempo non può cancellare il dolore, ma perchè sono stati lasciati soli.

APPROFONDIMENTO

Domenico Ricci
Il carabiniere Domenico ricci, Nasce a San Paolo di Jesi, in provincia di Ancona, nel 1934. Abile motociclista, entra a far parte della scorta di Moro alla fine degli anni Cinquanta. Diviene il suo autista di fiducia e non lo lascia fino alla morte. Il 16 marzo 1978 si trova al posto di guida della Fiat 130 su cui viaggiava il Presidente della DC. A 42 anni lascia una moglie e due bambini.

La moglie Maria Ricci, racconta: ?Lui sapeva del pericolo che correva, era molto preoccupato. Mi diceva sempre – Stai tranquilla, tu pensa ai bambini. Ho saputo della sua uccisione dalla radio e sono svenuta. Quando mi sono ripresa c’era la mia vicina ad assistermi. La casa si è riempita immediatamente di gente: non capivo più niente. Il giorno dei funerali, vedendo i politici, ho avuto solo una grande rabbia perché vedevo quelle persone’era come se non gli interessasse la morte di quei cinque uomini. E poi la disperazione: guardavo i figli, li abbracciavo’non pensavo a me, ma a lui che non li avrebbe più visti e a loro che non avrebbero più visto il padre. Ci siamo conosciuti a Staffolo, a casa dei nostri genitori. Mi disse -Tu mi piaci, vorrei fidanzarmi con te. All’inizio non volevo. Poi mio padre mi disse che era una brava persona e così ci siamo fidanzati per circa otto anni. Poi ci siamo sposati. Era un uomo adorabile. Per lui, il primo figlio era un dono di Dio. Ogni volta che andava a parlare con le maestre portava una rosa. Quando mio marito parlava del suo lavoro con il Presidente Moro, sembrava avesse vinto un terno a lotto. Infatti aveva dei bellissimi rapporti d’amicizia con tutta la famiglia Moro. Durante questi vent’anni ho provato tanta disperazione, tanta rabbia ed angoscia. Per me è stata una lotta atroce. Ma avevo fatto una promessa a mio marito. Gli giurai che avrei cresciuto i nostri figli come voleva lui.?

Oreste Leonardi
Oreste Leonardi nasce nel 1926 a Torino. Mentre frequenta il II ginnasio, Oreste rimane orfano del padre che muore durante la seconda guerra mondiale. Da quel momento decide di terminare gli studi e di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Dopo aver lavorato in diverse sedi, viene inviato a Viterbo. Lì diviene istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo e nel 1963 viene chiamato come guardia del corpo dell’On. Aldo Moro. Il maresciallo Leonardi era l’ombra di Moro, la sua guardia del corpo più fedele: quel 16 marzo del 1978, trovandosi nel sedile anteriore della macchina del Presidente, vicino al posto di guida, è proprio lui a compiere un tentativo estremo per proteggere Moro con il proprio corpo.
A 52 anni ha lasciato una moglie e due figli.

La moglie, Ileana Leonardi ci racconta: ?Quella mattina mio marito si è alzato, mi ha portato, come sempre, il caffè a letto e prima di uscire ha aperto l’armadio per prendere le pallottole. Gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto -Così, per sicurezza-. Ad un certo punto mi ha chiamato una mia cugina e per chiedermi dove fosse Oreste: evidentemente aveva sentito qualcosa alla radio. All’inizio nessuno sapeva con precisione come fossero andate le cose. Dopo poco abbiamo saputo che i ragazzi della scorta erano morti tutti. Non mi hanno fatto muovere da casa fino a quando non ci sono stati i funerali. Il giorno dei funerali, penso che se lo ricordino tutti, per noi è stato un incubo tremendo. La mattina dopo mi sono alzata presto e sono andata sola al cimitero per stare un po’ in pace con mio marito. Ci siamo conosciuti a Viterbo, durante una festa di carnevale. Ci siamo piaciuti subito, tanto che il dicembre successivo ci siamo sposati. Quando iniziò a fare la guardia del corpo dell’On. Moro, era entusiasta. Mio marito era innamorato del Presidente. Tra di loro nacque un rapporto d’amicizia e di fiducia così forte che l’On. Moro voleva che Oreste dormisse nella stanza accanto alla sua quando si recavano all’estero. La nostra disperazione è derivata anche dal fatto che durante tutti questi anni ci siamo trovati soli. Lo Stato non ci ha messo a disposizione psicologi, come si usa fare adesso. ?

Francesco Zizzi
Francesco Zizzi, nasce a Fasano, in provincia di Brindisi, nel 1948. Entrato nella Pubblica Sicurezza nel 1972, quattro anni dopo vince il concorso per la scuola allievi sottufficiali di Nettuno. Il 16 marzo del 1978 è il suo primo giorno al servizio della scorta di Moro. Si trova nell’alfetta che precede la macchina dell’Onorevole, seduto al posto del passeggero.
Muore a trent’anni come vice brigadiere di polizia, durante il trasporto all’ospedale Gemelli di Roma.

Adriana Zizzi, la sorella di Francesco ci racconta: ?Quella mattina ha sostituito un suo collega; quello era il suo primo giorno di servizio. Provo tanto orrore nell’immaginare la violenza che ha subito in Via Fani. Ero in casa quella mattina. La notizia me la diede mio suocero. Non della morte mio fratello, ma del fatto che avessero rapito l’On. Moro. Mi dispiacqui molto, ma non pensai minimamente che potesse essere capitato qualcosa a mio fratello. Io non sapevo che faceva parte della scorta di Moro. Francesco è stato trasportato al Gemelli subito dopo l’attentato a Via Fani ed è morto alle 12.30. Nel tardo pomeriggio abbiamo raggiunto Roma: la città era deserta, non c’era nessuno per strada. Andammo al Viminale e qualcuno ci indicò il nome dell’albergo che dovevamo raggiungere. Arrivati in albergo ancora ignari, abbiamo trovato i familiari degli altri caduti, tutti in pianto; c’era un clima terribile: lì ho capito che era morto mio fratello. Mia madre è stata l’ultima ad uscire dalla camera mortuaria: ha ottenuto di rimanere sola con il figlio. Francesco era un ragazzo molto socievole, amabile, allegro. Frequentavamo insieme l’istituto magistrale, facendo la spola da Fasano a Conversano. In macchina era sempre allegro. Aveva una passione: amava cantare e si esibiva con la chitarra. Quando decise di entrare in polizia lo fece solo per provare. Non c’era il suo progetto di vita. Gli diedero come prima sede Parma. Nel febbraio del ’78 era già stato trasferito a Roma. Chiese il trasferimento lì perché era fidanzato con una ragazza di Latina, Valeria. Ottenne quel trasferimento e fu la fine. Per lunghi anni mi sono sentita diversa, come se portassi un marchio. Ancora succede che le persone mi identifichino come la sorella di Francesco Zizzi. E questa cosa mi turba, mi turba ancora. Mi da agitazione, inquietudine. In questi anni la nostra vita è stata cadenzata anniversari, ricorrenze, manifestazioni, monumenti. Sicuramente queste iniziative ci fanno piacere perché possa rimanere la memoria di questi poveri caduti, un messaggio educativo per nuove generazioni. Per noi però, tutto riapre nei nostri cuori una ferita che non si è mai rimarginata.?

A Francesco Zizzi hanno dedicato la Caserma della Polizia di Stato di Fasano.

Giulio Rivera
Giulio Rivera, nasce nel 1954 a Guglionesi, in provincia di Campobasso. Nel 1974 si arruola nella Pubblica Sicurezza e viene chiamato al servizio della scorta di Aldo Moro. Il 16 marzo si trova alla guida dell’alfetta che precede la macchina del Presidente. Muore a 24 anni all’istante, crivellato da otto pallottole.

Ci ha raccontato Carmela Rivera, sorella di Giulio: ?Quella mattina ha fatto le cose di sempre: si è alzato, preparato e andato dall’On Moro. Mi telefonò mia cugina e mi disse che avevano rapito Aldo Moro e che avevano annientato la scorta, ma ancora non sapevamo come fosse accaduto e se qualcuno fosse ancora vivo. Nessuno ci disse niente. Partimmo subito per Roma. Lungo la strada, durante il primo posto di blocco ci fermarono e quando seppero che eravamo i Rivera ci fecero le condoglianze. Dalla sua morte, quando ho qualche problema, vado davanti la foto di mio fratello e gli chiedo di risolverlo. Così mi sento più tranquilla. Se solo chiudo gli occhi e lo rivedo in quella bara’non è piacevole. A casa non ho una sua foto in divisa: non riesco a sopportarlo.?

Angelo Rivera, fratello di Giulio, ci racconta: ?Quel giorno sono tornato a casa prima perché mia moglie era incinta. Quando sono arrivato l’ho vista piangere e mi ha detto che mio fratello era morto. Sono subito partito per Roma. Dopo il Viminale ci portarono in Via Fani e ci fecero vedere dov’era accaduto il fatto. Il 18 marzo l’ho visto nella camera ardente. Del funerale ricordo una gran confusione. Erano tutti e cinque vicini. Poi i giornalisti, le telecamere e le grida di noi parenti’ Si faceva voler bene da tutti, specialmente dai bambini. Poi ha deciso di fare la domanda in polizia ed è partito. Il 19 marzo, dopo i Funerali di Stato abbiamo rifatto in paese le cerimonie funebri, con lutto cittadino. A volte mi sveglio la mattina e senza dire a nessuno vado al cimitero per stare solo con lui.?

Raffaele Iozzino
Raffaele Iozzino nasce in provincia di Napoli, a Casola, nel 1953. Nel 1971 si arruola nella Pubblica Sicurezza, frequenta la scuola di Alessandria e viene successivamente aggregato al Viminale e quindi comandato alla scorta dell’On. Moro. Il 16 marzo del 1978 si trova nel sedile posteriore dell’alfetta che precede la macchina del Presidente. Muore come agente di polizia a solo 25 anni.

Ciro Iozzino, fratello della vittima, ci racconta: ? Quella mattina si accingevano a fare la loro buona giornata di lavoro, assicurando la massima protezione all’On. Moro. Io ero tra i campi ad aiutare mio padre. Avevo la radiolina accesa quando, purtroppo, interruppero le trasmissioni per dare la notizia del sequestro. Capii subito che quel giovedì era di servizio. Durante quei momenti atroci, mio fratello riuscì a scendere dalla macchina, forse non visto da qualcuno di loro e riuscì a sparare dei colpi rotolando per terra. Non servì a niente perché il fuoco incrociato dai tre lati non gli permise di fare altro. Ci mettemmo subito in contatto con i Carabinieri ma nessuno sapeva niente. Solo dopo qualche ora vennero i carabinieri di Cragnano per portarci a Roma. Da quando lo vidi nella camera ardente, ce l’ho sempre davanti agli occhi. Me lo ricordo come se fosse oggi.?

L’altro fratello di Raffaele, Vincenzo Iozzino ci ha raccontato: ?Quella mattina ero solo; ho acceso la televisione e davanti a me si è aperto un quadro terrificante: la prima immagine che vidi fu un corpo a terra con un lenzuolo bianco sopra. Quello era proprio Raffaele. Eravamo una modesta famiglia di campagna, all’interno di un piccolo paese: siamo sempre stati molto uniti Prima di morire, mio fratello ci raccontò che c’era la speranza che Moro diventasse Presidente della Repubblica e quindi ci disse che il suo lavoro sarebbe migliorato. Dalla sua morte, si è persa la tranquillità familiare; durante i primi tempi c’erano continui litigi tra di noi, causati dall’angoscia di tutti.?

4 marzo 2007: lettera aperta dei familiari delle vittime
Il 27 febbraio 2007 la puntata speciale di Studio Aperto dedicata a ‘Il ritorno delle brigate rosse’ e condotta da Claudio Martelli, ha mandato in onda una lunga intervista a Alberto Franceschini, fondatore storico del gruppo terroristico nel lontano 1970 insieme a Renato Curcio.
Lo speciale e stato realizzato proprio in via Fani nel luogo in cui venne rapito Moro e rimasero uccisi gli uomini della sua scorta.

Il 4 marzo 2007, i familiari delle vittime hanno inviato a diverse testate una lettera aperta per commentare le immagini e le parole ascoltate durante l’intervista. E cosi l’ hanno commentata: ?Tale proiezione ci ha riportato indietro di trent’anni, a quel terribile giorno in cui le nostre vite si fermarono insieme a quelle dei nostri cari, ci ha inorridito vedere un terrorista accanto alla lapide che ricorda l’eccidio, ci ha disgustato sentirlo parlare di Brigate Rosse proprio in quel luogo di ‘memoria storica’ per la Nazione tutta. Silenziosamente sino ad oggi, in quanto educati dai nostri caduti nel rispetto delle Istituzioni e nel credo cristiano, abbiamo taciuto sui vari accadimenti degli ultimi tempi. Abbiamo silenziosamente osservato Sergio D’Elia, ex terrorista di Prima linea, essere eletto segretario di presidenza della Camera dei deputati, abbiamo fissato l’ex terrorista Susanna Ronconi essere nominata alla Consulta nazionale delle tossicodipenze, abbiamo assistito l’ex brigatista Barbara Balzerani, nè dissociata nè pentita, ottenere la libertà condizionata nonostante il parere negativo espresso da noi familiari al Magistrato di Sorveglianza (parere che data la nostra discrezionalità non è mai stato dato in pasto alla stampa), ed ora, infine, siamo costretti ad assistere all’esaltazione mediatica dell’ex BR Franceschini proprio sul luogo in cui vennero uccisi gli uomini della scorta di Moro (come purtroppo vengono ormai ricordati i cinque agenti, precipitati nel limbo della dimenticanza comune). Abbiamo avuto sempre la massima discrezione, nel rispetto dei valori e delle Istituzioni, assistendo in cristiano silenzio al ritorno, in primo piano, degli ex terroristi. Li abbiamo guardati presentare libri, tenere convegni, salire in cattedra, entrare a far parte delle Istituzioni stesse, assistere, infine, all’ennesima loro ‘escalation mediatica’ in puro stile ?al-qaediano? sul proprio ricordo di quegli anni, come se quella stagione avesse avuto per protagonisti, agli occhi dei telespettatori, i soli componenti della lotta armata.?
Con sdegno, rammarico e commozione i familiari della Strage di via Fani.

 

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