Processo Metropoli

METROPOLIProcesso Metropoli

01. Nota introduttiva

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI ASSISE DI ROMA
(16 maggio 1986)

DELLA SENTENZA DEL PROCESSO “METROPOLI”

Presidente: Dott. SEVERINO SANTIAPICHI;
Giudice: Dott. FERNANDO ATTOLICO;
Pubblico Ministero: Dott. ANTONIO MARINI;
Segretario: Pietro DI GIOVANNANTONIO.

Giudici popolari:
Sig. MAUR0 BONAVENTURA;
Sig. ENRICO GIARE;
Sig. ANTONIO POCHESCI;
Sig. MARINO CECCARINI;
Sig. GUALTIERO RONDINARA;
Sig. MAURO DI BARTOLOMEIS.

SENTENZA contro:
1) PIPERNO FRANCESCO nato a Catanzaro il 5.1.1942
res. Campo dei Fiori n. 42 Roma.
LATITANTE CONTUMACE

2) PACE LANFRANCO nato a Fagnano Alto il 1.1.1947
res, via Pisa n. 20 Roma
LATITANTE CONTUMACE

E altri

Il processo “Metropoli” si apre il 26 giugno 1986, preparato da una istruttoria del giudice Amato lunga 1018 pagine e presentata il 31 marzo 1981. Il processo si occupa sostanzialmente dei rapporti tra il progetto della rivista “Metropoli” e alcuni suoi redattori, in particolare Pace e Piperno, con l’organizzazione Brigate Rosse, ipotizzando quindi che tra Potere Operaio – di cui i due erano stati leader -, Autonomia Operaia e BR vi fosse una connessione stretta, anzi un tentativo di unificazione di tutte le formazioni armate.
Il ruolo svolto da Piperno e Pace durante il sequestro Moro, i contatti con i socialisti e con Morucci, il tentativo di trovare una mediazione per la trattativa, venivano interpretati, sebbene note le differenze, come un accordo e un tentativo di sovvertire lo Stato. Le ‘prove’ stavano negli articoli scritti sulla rivista e su pubblicazioni ad essa connesse.
Il 9 febbraio 1984 il giudice Imposimato aveva completato una seconda istruttoria sul “caso Metropoli”. Attraverso dichiarazioni di pentiti l giudice era convinto di poter dimostrare che Piperno e Pace erano stati tra i promotori del sequestro Moro, che avevano agito per costringere lo Stato a cedere al ricatto delle BR, e che intendessero egemonizzare tutte le organizzazioni armate.
Il processo entra nella fase dibattimentale solo nell’autunno del 1986, presidente Severino Santiapichi. I testimoni, Morucci, Franceschini, Azzolini, Bonisoli, Faranda, i pentiti Savasta e Fioroni, il giornalista Bocca, vennero ascoltati fino alla primavera del 1987. Alcuni continuarono a spiegare la storia delle Brigate Rosse e il rapporto che essi avevano con i “teorici” del movimento, altri parlarono delle loro conoscenze su Pace e Piperno e sui loro tentativi durante il sequestro.
Il 21 luglio 1987 la Corte emise la sentenza. Dall’iniziale accusa di responsabilita’ penale per la morte dei membri della scorta di Moro, si arrivo’, criticando la requisitoria per esagerazioni e carenze, ad una condanna per attivita’ sovversive. Gli ‘atti specifici’ non dimostravano in alcun modo una connessione tra il progetto “Metropoli” e le Brigate Rosse.

02. Progetto “Metropoli”

Nell’abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99 e presso la sede della Cooperativa “Linea di Condotta”, editrice della rivista “Metropoli”, di “Pre-print” venivano rinvenute due fotocopie di un “promemoria per la discussione sul giornale” datato 10 marzo 1977, contenente numerose correzioni manoscritte.
Nel documento si sosteneva la necessità di guardare oltre l’autonomia e anche di “progettare oltre il potere”, per poi tornare al potere operaio come determinazione di una “grande tattica” del più generale processo strategico di “liberazione comunista”, aggiungendo che “il giornale deve essere interno al movimento, e per questo è necessario che si realizzi un accordo politico tra il più largo numero di organismi, frazioni a gruppi che compongono l’autonomia operaia”.
Distinta l’autonomia in “organizzata” e “diffusa”, si forniva una precisa definizione “dell’autonomia organizzata” intesa come “insieme di frazioni comuniste rivoluzionarie che si collocano all’interno di alcune discriminanti di fondo che hanno una molteplicità di forme; dall’organizzazione formale complessa ad una rete coordinata e centralizzata di comitati, al gruppo combattente”.
“Elemento comune è l’internità delle frazioni ai contenuti strategici dell’autonomia di classe come fondamento della prospettiva comunista del progetto rivoluzionario”
Al finanziamento del giornale avrebbero provveduto le componenti rappresente nella redazione.
L’accordo politico fra il più largo numero di organismi, frazioni e gruppi organizzati doveva “concretizzarsi “in una forma di cooperazione effettiva , (dunque, non solo di solidarietà e appoggio) sul terreno del finanziamento iniziale del progetto e dell’impegno di compagni” (nel lavoro redazionale, e in quello “a monte” e “a valle” di esso).
L’iniziativa si attuava con l’uscita della Rivista Metropoli e del suo supplemento “Pre-print”.
Vi prestavano la loro opera come “redattori”, Piperno, Pace, Scalzone, Zagato, Maesano, Virno, Castellano e De Feo.
Il tenore di molti articoli (inneggianti alla lotta armata, all’uso della violenza per disarticolare il sistema e “allargare le crepe” apertasi “nel cuore dello Stato”, legittimava a ritenere che “la funzione speculare” sia di “Metropoli” che di “Pre-print” fosse quella di “diffondere” il programma antistituzionale, di sostenere, collegare, aggregare i più vari gruppi armati e non, che costituivano ed alimentavano in Italia la sovversione, la violenza politica a tutti i livelli, il terrorismo.
Basta soffermarsi su due degli scritti tra i più significativi.
Quello intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia” di Franco Piperno, in cui tra l’altro, è dato leggere:
“L’affare Moro ha segnato, infatti, per molti versi, il punto più alto e, ad un tempo, i limiti del terrorismo. Esso è oggi costretto a scegliere – o si fissa e, magari, si perfeziona come pratica separata popolar-giustizialista, con forme, tempi ed obiettivi quasi privati, per esempio insistendo sulla ossessiva tematica della scarcerazione dei prigionieri. In questo caso, come è già accaduto in altri paesi, il fenomeno della violenza politica finirà col collocarsi dentro la variegata casistica dell’insofferenze sociali nel tardo capitalismo – uno dei costi sociali che il dominio quotidianamente paga, o meglio, fa pagare per la propria sopravvivenza – oppure esso trapassa a forme di guerriglia in senso proprio – inseguendo consapevolmente un suo radicamento dentro la nuova spontaneità. Questo, però, comporta una profonda ristrutturazione dell’organizzazione militare, la cui capacità di durare ed estendersi viene affidata alle “complicità sociali” più che all’autosufficienza dell’organizzazione stessa.
Va da sé che un successo in questo piano comporterebbe un salto nella capacità offensiva della lotta armata”. “Non si può, infatti, dimenticare che “l’espropriazione della lotta” e dell’iniziativa di massa interviene laddove il movimento cozza contro ostacoli che non riesce a rimuovere con azioni adeguate”; e, inutilmente sazio del suo buon diritto, non si attrezza per imporlo; sicché la sua tensione si consuma in una vuota “coazione a ripetere”, che è solo prologo di impotenza e passività.
Ecco perché coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo 1977 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo rivoluzionario”.
E quello intitolato “Piazza Navona, cominciamo a discuterne” di Paolo Virno (n° 1 di “Metropoli”) in cui tra l’altro l’autore, nel rilevare come l’azione di Piazza Nicosia avesse segnato “un punto di svolta” “rispetto a tutta l’esperienza politico-militare delle B.R., via Fani inclusa”, nel senso “del passaggio, consapevolmente perseguito, da un modello operativo terroristico a uno guerrigliero” formulava riserve sulla congruità della nascente “forma-guerriglia” rispetto agli obiettivi da perseguire.
” (…) riferirsi in modo stringente alle qualità dei comportamenti sovversivi del lavoro vivo, potenziandone l’impatto e garantendone “le forze contrattuali”, l’iniziativa armata procede linearmente in un’opera di destabilizzazione del sistema dei partiti. L'”autonomia del politico” è, per così dire, il suo più vero presupposto. La D.C. non è colpita in quanto articolazione del rapporto di produzione, da esso diffusamente legittimata, ma come “superfetazione del Potere, come Partito borghese, come Macchina elettorale”.
A questo punto, osservava l’autore, come maggior efficacia politica avesse avuto “l’uccisione del padrone di casa Schittini”, pur avendo richiesto detta operazione “un impegno organizzativo assai minore rispetto a quello di Piazza Nicosia”.
In essa, in vero, era stato introdotto un “criterio di misura” dell’efficacia politica dell’azione armata, “unità di misura data, nel caso specifico, dal rafforzamento del movimento per la casa” e, più in generale, dalle conquiste materiali… economiche, normative, ottenute da strati proletari col concorso dell’iniziativa guerrigliera.
“Metropoli”, insomma, si presentava nel mondo dell’eversione, come un’organizzazione armata a livello nazionale facente capo a Piperno, Scalzone, Pace (v. dich. int. Enzo Pasini Gatti).
Dirà Marco Barbone (ud., 14/X/80) che l’interesse in lui suscitato da un articolo apparso sulla rivista “Pre-print” a firma di Oreste Scalzone sulla “unidimensionalità combattente delle microfrazioni organizzate”, in cui si adombrava l’ipotesi di una “possibile organizzazione, nella quale convivessero vari livelli, tra cui quello sociale delle lotte disgregate pubbliche e quello illegale… finalizzati alla destrutturazione dello Stato”, lo aveva spinto a contattare, “tramite un militante di Pio, qualcuno del giro di Metropoli”. Era stato così che aveva conosciuto il De Feo, da cui aveva appreso che in realtà la rivista “Metropoli” era la facciata legale dell’organizzazione, caratterizzata, altresì, da un livello illegale costituito da gruppi di persone che si proponevano di realizzare una serie di azioni armate incruente, quali rapine per autofinanziamenti o iniziative (…) inquadrabili in un progetto di liberazione dei detenuti da portare avanti.
Gli aveva, altresì, accennato il De Feo ad un traffico di armi.
Dopo qualche tempo, nel dicembre ’79, vi era stata una riunione in un Centro evangelico in Milano, cui avevano partecipato, su invito del De Feo, il Barbone e Daniele Laus, in rappresentanza di “Guerriglia Rossa”, presenti altre quattro persone componenti – a loro dire – “del nucleo di coordinamento di Metropoli”. In essa era stato proposto a Barbone e al suo gruppo di commettere alcune rapine per finanziare la rivista e far fronte alle esigenze economiche dei detenuti e, in definitiva, di entrare nella loro organizzazione.
Barbone e i suoi avevano colto l’occasione per rappresentare le necessità di arricchire e migliorare, il loro armamento e, a tal fine, non
avevano esitato a chiedere in prestito (ottenendoli) a “quelli di Metropoli” un mitra AK 47 Kalashinskov, una pistola cal. 9 e un revolver cal. 38. Dette armi erano state poi, da “guerriglia rossa” utilizzate per compiere rapine in banca – (v. dich. Barbone, (ud., 15.X.80).
Continuava il Barbone a proposito delle conversazioni avute con il De Feo:
“Io e il Laus gli facevamo presente che ci sembrava eccessivo il prezzo pagato da Metropoli per quel progetto, riferendoci ai numerosi arresti operati nell’ambito della redazione della rivista, dacché l’Autorità Giudiziaria aveva individuato questa quale organo del Partito armato”. “Intendevamo riferirci agli arresti di Virno, Castellano, Scalzone, Maesano, Piperno e Pace”. “La risposta del De Feo fu che in effetti il prezzo era stato alto ma che quello era il momento storico per tentare di realizzare, comunque, il loro progetto”.
A proposito delle “spaccature” della colonna romana delle B.R., con l’uscita di Morucci e Faranda, De Feo gli aveva confidato che da parte di “Metropoli” vi era stato un tentativo di mediazione tra i morucciani da un lato e le B.R. dall’altro. Un esponente di “Metropoli” si era incontrato in un bar romano con rappresentanti delle B.R. che per suo tramite avevano cercato di ottenere la restituzione delle armi che Morucci “scorrettamente” si era portato con sé.
Costui, avendo mostrato di tergiversare, sarebbe stato minacciato dal brigatista.
Da quei discorsi – proseguiva Barbone – “argomentammo che il gruppo di Metropoli, approfittando ed inserendosi in processi di disgregazione o ricomposizione organizzativa in atto sia nelle B.R. che in P.L. avesse tentato di porsi come gruppo egemone dell’una e dell’altra struttura, sia pure a livello solo ideologico.
Di tal ché si era reso evidente che “Minervino, De Feo e gli altri di “Metropoli” costituivano “solo l’appendice milanese (e probabilmente non l’esaurivano) di un più vasto progetto di cui gli stessi… avevano parlato e che era portato avanti, ed era stato promosso, da persone importanti quali, appunto, i redattori arrestati nell’inchiesta romana”
De Feo – precisava ulteriormente Barbone nell’interrogatorio reso al P.M. di Padova il 19.5.1981 “parlava del giornale “Metropoli” come di un laboratorio politico di definizione delle nuove linee del programma sovversivo.
…Sull’Autonomia e come punto di riferimento di una vasta organizzazione che si andava costruendo, la cui struttura illegale doveva avere prevalentemente compiti logistici attinenti al finanziamento. Era stato, comunque, respinto, dal Barbone e dai suoi l’invito ad entrare nell’organizzazione di Metropoli, non avendo essi riportato un’impressione positiva del De Feo sotto il profilo delle capacità di dirigenza politica ed avendo avuto, per di più, l’impressione che in definitiva il loro reclutamento sarebbe potuto essere finalizzato ad una mera utilizzazione nel compiere rapine per il finanziamento del giornale.

Ma ritornando alla scissione determinatasi in senso ai Co.Co.Ri. , spiegherà il Costantini, nell’udienza dibattimentale del 27/X/80, le ragioni che l’avevano determinata. Nel corso del dibattito svoltosi in seno a detta organizzazione a seguito dell’omicidio dell’on. Moro, nell’autunno del 1978, si erano venute profilando diverse linee politiche.
Già nell’estate si era deciso a livello di Direzione di “uscire” con una nuova rivista, il cui primo numero era stato denominato “Pre-print”.
Si era discusso, al riguardo, se coltivare il discorso della solita struttura articolata in due livelli, uno legale, l’altro clandestino; ovvero “irrobustire” l’attuale struttura centrale clandestina. Scalzone aveva rilevato l’opportunità di dare più spessore ad interventi di carattere politico. L’ipotesi “Metropoli” era ispirata al fine di coinvolgere un arco di forze, all’interno delle sinistre, il più ampio possibile, partendo da “situazioni di movimento di lotta”, per evitare “fughe in avanti (di organizzazioni quali B.R. e P.L.) ed arrivare ad una sorta di “federazione, di “azione concertata” inserita “in un unico disegno politico”
Doveva essere il giornale “in un’area al dibattito politico” egemonizzata dai CO.CO.RI. per condizionare “unitamente ad avere operazioni politiche, un discorso più complessivo di lotta armata in Italia”.
Ma oramai le altre organizzazioni avevano tracciato la loro linea politica (alimentando una costante situazione di belligeranze contro lo Stato), dimostrando la propria “potenza di fuoco”, la “forza dirompente di annientamento” delle loro iniziative armate.
Il numero zero di “Pre-print” era stato, così, pubblicato con il danaro provento di rapine poste in essere dalle strutture armate di Co.Co.Ri., prima che si addivenisse al suo scioglimento. Della redazione della nascente rivista facevano parte militanti di detta struttura che avevano partecipato ad azioni di finanziamento (Morelli, Farsi, Zagato). Precisava il Costantini che quel primo numero del giornale era venuto a costare parecchi milioni poiché, “nonostante il flusso di danaro che proveniva a Scalzone, costui aveva le mani bucate” e dava soldi a tutti, “a chi per un volantino”, “a chi per un manifesto, a chi “per altro… ”
Ciò non di meno egli continuava a richiamare l’attenzione di B.R. e P.L su quel nuovo spazio, su cui si sarebbe dovuto riaprire il dibattito politico a vari livelli, legale ed illegale.
Da qui l’importanza dell’acquisto delle armi importate in Italia dal Folini e pervenute all’Organizzazione nell’autunno 1978; esse sarebbero servite per “darsi una patente di credibilità” ed acquisire “un peso superiore” nel panorama eversivo italiano.
Altro importante contributo alla ricostruzione della vicenda “Metropoli” veniva da Balducchi Ernesto; leader del nucleo militare, deciso a riprendere, dopo lo sfaldamento dei Co.Co.Ri., “un discorso di intervento politico a livello di collettivi di territorio.
Fin dal convegno di Bologna del 1977, dirà il Balducchi nell’udienza dibattimentale, del 24.2.87, in riunioni di coordinamento dell’area di Autonomia, si era evidenziato l’intendimento di “costituire un organo unitario, che esprimesse la tendenza” più radicale che il movimento viveva in quel momento”, un organo di stampa che raccogliesse le istanze dei vari gruppi, che ad esso potessero far riferimento”.
Nel corso del dibattito l’assunto era stato vivacemente contrastato da quanti ritenevano che non fosse necessaria “una struttura a sintetizzare” il nuovo livello di scontro, ma che fosse sufficiente un unitario “livello di coscienza”. Un’iniziativa editoriale unitaria postulante un’area di consenso più vasta si sarebbe potuta finanziare da sola. Tutt’al più i Co.Co.Ri. avrebbero potuto finanziare un “loro” strumento editoriale magari aperto a collaborazioni esterne, qualora lo avessero ritenuto utile e producente ai loro obiettivi.
Confermava il Balducchi l’avvenuto acquisto di armi da parte dell’organizzazione, importate dal Folini da Paesi del Medio Oriente.
Si era ritenuto quanto mai necessario dotarsi di “armi pesanti” per “alzare il tiro”. Era stata stanziata una somma considerevole (circa 60 milioni) e dallo stesso Balducchi era stato predisposto l’occorrente per il trasporto dello stock di armi da Otranto a Fiumicino e da qui a Milano, dove erano rimasti in custodia nell’abitazione del Costantini.
In seguito, dopo la scissione verificatasi in seno ai CO.CO.RI., le varie frazioni si erano riprese le armi, andandole a ritirare direttamente dal deposito in cui erano rimaste in giacenza per circa due mesi.
Aggiungeva il Balducchi che se soldi provento di rapine, erano stati spesi dal suo nucleo per l’acquisto delle armi, non ne erano stati certo spesi per finanziare una rivista, ma semmai per l’acquisto di volantini, opuscoli, ecc.
D’altronde, all’atto dello scioglimento dei Co.Co.Ri. egli e i suoi neppure sapevano che era già in attività la redazione di “Metropoli”.
A conferma del doppio livello in cui si muoveva l’organizzazione dei Co.Co.Ri. soccorreva le dichiarazioni di Costa, che dei Co.Co.Ri. era stato uno dei fondatori (ud. 27/X/86).
A Milano l’organizzazione svolgeva “un’attività politica pubblica, di agitazione sindacale, di proposta politica pubblica” ancorché di tipo estremistico, sostenuta “da una struttura di tipo militare.
Gli faceva da “pendente” il gruppo romano, avente una diversa conformazione, che aveva finito col dissolversi nel 1978 in coincidenza con i fatti di via FANI, prestando saltuariamente la propria collaborazione in funzione “di appoggio al gruppo milanese, (come, ad esempio, in occasione dell’importazione di armi dal Libano).
Del gruppo militare facevano parte Costantini, Balducchi, Palmero, Farsi, Gasser ed altri.
La Direzione, formata tra gli altri da Scalzone, Del Giudice, Morelli, aveva compito di “discussione e indirizzo politico”. Era “una struttura coordinata”.
Egli, Costa, aveva la disponibilità del danaro, che doveva servire per acquistare armi, finanziare le operazioni “militari”, retribuire i membri stipendiati del nucleo militare.
Rammentava che, all’atto della scissione dei Co.co.Ri era stata consegnata a Scalzone “come buonuscita” la somma di venti milioni provento di rapine, che quegli aveva chiesto per la rivista.
D’altronde tra il gruppo di Scalzone e quello propriamente militare, era intervenuta una tacita intesa, per cui egli non si sarebbe opposto all’importazione di armi dal Libano, purché non gli si fossero frapposti ostacoli al varo della rivista. Egli pensava, attraverso un organo editoriale, di costruire, un nuovo partito rivoluzionario della sinistra”, che tendenzialmente avrebbe dovuto assorbire tutte le “frange armate” dai gruppi armati del terrorismo alle frange legali più estremiste”.
Comunque, all’atto della scissione, oltre alla menzionata somma di danaro, il gruppo di Scalzone si era portato via tre fucili mitragliatori, alcune armi corte (pistole a tamburo, ecc.), materialmente ritirate da Farsi e Morelli.
Un altro militante dei Co.co.Ri, Gasser Alberto, parlando di rapine e azioni di disarmo compiute con Palmero, Balducchi, ed altri esponenti poi confluiti in “Metropoli”, si soffermava in modo circostanziato sul tema dell’introduzione di armi dal Medio Oriente. Avevano partecipato all’operazione Folini, Costa Maurizio, Balducchi Ernesto, Palmero Piergiorgio ed altri milanesi.
Le armi erano arrivate a bordo della barca di Folini ad Otranto e da qui erano state trasferite sulla stessa barca, via terra, a Fiumicino.
In detta località erano state prelevate da lui stesso, da tale “Giovanni”, e da Balducchi, Palmero, “Ilario ” (Andrea Morelli) capo militare del “progetto Metropoli” e dei due militanti delle colonne romane e portate mediante capaci borse alla stazione Termini, da dove tutti erano poi partiti per Milano. Tre erano state le operazioni di trasferimento, tra Roma, Ostia e Milano, delle armi, comprendenti: 15 mitra Kalasnikov, un fucile di precisione MI, col. 33 un Fal lanciagranate, circa novanta bombe a mano tipo ananas, circa settanta bombe a mano lisce, lanciagranate a granate “energe”, un bazooka, due pistole Browing cal. 9, una notevole quantità di munizioni, tritolo e detonatore.
Le armi erano state poi divise tra le varie fazioni formatesi dalle spaccature dell’Organizzazione: una parte si era coagulata intorno a Scalzone “Ilario”, “Aldo” ed altri, impegnati nella realizzazione della rivista “Metropoli”; un’altra parte attorno a Maurizio Costa, entrato in seguito a far parte di P.L. .
Dopo le spaccature il Gasser aveva avuto rapporti con “Aldo” “Ilario ” e Scalzone.
“Aldo” gli aveva spiegato che la nuova organizzazione (c.d. Metropoli) si proponeva di realizzare “una riaggregazione delle forze rivoluzionarie sfruttando gli ambiti istituzionali a disposizione e riempiendo un vuoto storico nel campo dell’Autonomia, costituito dall’assenza in un comune patrimonio culturale”.
Un ruolo importante avrebbe dovuto avere, a tale fine, “l’omonima rivista aperta al contributo delle varie forze”.
“Era contemplato il mantenimento di un organo clandestino ed armato ma in chiave difensiva oltre che a fini di finanziamento.
Precisava Gasser in dibattimento (ud. 18.3.1987), iniziato quando ancora erano in vita, che “il discorso Metropoli” iniziato quando ancora erano in vita i Co.co.Ri.,aveva preso corpo in epoca successiva al loro scioglimento.
Si era registrato “un innalzamento del livello di scontro in Italia. Indotto dal tipo di azioni che venivan compiute da alcune organizzazioni armate come le B.R. e P.L. ed una estrema frammentazione del “movimento di lotta armata”, privo di quella compattezza ed omogeneità utili a conferirgli l’incidenza dovuta nel perseguimento degli obiettivi rivoluzionari”. Di conseguenza il problema che Scalzone poneva era quello di creare “un polo di riferimento di tutte le microfrazioni impegnate nella lotta armata” attraverso, appunto, una rivista (“Metropoli”) destinata a fornire “un’area di dibattito politico” per la ricostruzione del movimento armato (ud. 10.11.86 f. 106)
Confermava le dichiarazioni di Costa quanto ai soldi dati a Scalzone e compagni per il finanziamento della rivista, oltre a quelli spesi per il pagamento delle armi importate dal Folini. Dopo la scissione, tra il gruppo di Scalzone e le altre frazioni era riservato un rapporto di collaborazione operativa, di tal che del provento di rapine compiute in comune da elementi delle varie frazioni, ogni gruppo faceva della propria quota l’uso che voleva senza interessarsi dell’uso che altri facevano delle loro.
Il confronto con Balducchi, (ud. 18.3.87) il quale continuava a sostenere che mai soldi erano stati dati a Scalzone o a chi per lui per finanziarie la rivista, Gasser retterava di aver saputo di una consegna di danaro fatta a Scalzone o a Farsi o a Morelli per la rivista.
La versione fornita dal Gasser veniva ampliata da Sandino Sergio il quale nell’interrogatorio del 30/6/82 (e in quello del 1/7/82) svolti dal P.M. di Milano, riferiva del primo viaggio, cui egli aveva partecipato, compiuto in barca da Folini in Libano nell’estate ’78 preceduto da un incontro preparatorio a Roma fra lo stesso Folini e militanti dei Co.co.Ri.
Il viaggio era avvenuto, seguendo una rotta lungo le coste della Grecia, passando per Cipro, fino al porto di Beirut.
Prima dell’arrivo a Cipro egli, Sandino, era dovuto rientrare in Italia per riprendere l’attività lavorativa.
Dopo qualche giorno, però, aveva raggiunto a Damasco il Folini.
Insieme si erano recati a Beirut dove l'”Armando” (tale il nome di battaglia del Folini, altrimenti chiamato Corto maltese) aveva incontrato esponenti arabi e palestinesi del luogo.
Erano, quindi, rientrati a Cipro per prelevare la barca che vi era stata portata da Folini dopo la sosta a Citere e, raggiunta Beirut, vi avevano caricato le armi, aiutati da alcuni palestinesi.
Da Beirut erano tornati a Cipro, proseguendo per Rodi, ove erano stati raggiunti da Balducchi, pervenuto in aereo al locale aeroporto.
Da Rodi il Balducchi era, poi, ripartito in aereo per Roma e il Sandino per Milano.
Tutte le armi erano passate nelle disponibilità dei Co.Co.Ri. ed erano state, poi, divise tra il gruppo confluito in Metropoli e quello passato a P.L.
Nei primi del 1979 aveva il Folini organizzato un secondo viaggio in Libano per l’acquisto di un secondo carico di armi. Metropoli aveva concorso concretamente al finanziamento del viaggio (ciò gli era stato riferito dallo stesso Folini e dal Merendino (v.).
Oltre ad altre organizzazioni, quali Pac, Guerriglia rossa (facenti capo a Barbone), ed il gruppo di Del Giudice, di cui lo stesso Sandino faceva parte.
Negava, comunque, costui in dibattimento, (ud. 10/11/1986) che i soldi, provento di rapine cui egli aveva partecipato per il gruppo “Del Giudice” fossero mai confluiti nel finanziamento di una rivista.
Del secondo viaggio di Folini in Medio Oriente parlava Merendino Finocchiello Antonino, nell’interrogatorio svolto dal P.M. di Milano il 10/7/82. “Esso era stato finanziato con denaro provento di rapine commesse dall’organizzazione Co.co.Ri. Metropoli”. Le armi acquistate erano mitragliette, pistole, varie bombe a mano, munizioni varie ed esplosivi.
Tra le armi acquisite da “Metropoli” alcune erano passate all’MCR. (Movimenti comunisti rivoluzionari) costituiti da Morucci e Faranda, dopo la loro uscita dalle B.R. e precisamente:
1) un fucile mitragliatore marca MR0 fabbricato nel 1974, matr. 3371;
2) un fucile Winchester a pompa cal. 16;
3) un fucile mitragliatore tipo Colt cal. 227 mod. SPI, con matricole abrase e due caricatori vuoti;
4) un fucile automatico Breda cal. 12 matr. SLC25548 con canna tagliata;
5) una pistola cal. 22 marca (…)
6) un revolver privo di matricola
7) armi ed esplosivo di vario tipo tutti sequestrati dalla Polizia.
Da rilevare, al riguardo, che il Savasta nell’interrogatorio reso al G.I. di Roma il 15/2/1982 (vol. 5, F. 13, G. 62) aveva riferito che una parte delle armi di Metropoli erano state messe a disposizione delle B.R. tramite Morucci, che parlava a nome di Piperno e Pace.
“Ricordo che nel settembre/ottobre ’78, quando facevo parte della Direzione della colonna romana, appresi da Morucci che era arrivato in Italia un carico di armi proveniente dal Medio Oriente, tra le quali diversi Kalashnikov.
Morucci disse che una parte di queste armi potevano essere fornite alla nostra organizzazione (B.R.), la quale avrebbe ricevuto le armi senza che fosse pagato alcun prezzo, ma con l’impegno politico di stringere i rapporti con le altre organizzazioni combattenti esistenti in Italia, tra le quali Prima Linea e i gruppi armati orbitanti nell’area di Metropoli. Si discusse di questa proposta di Morucci nella Direzione di colonna, nella quale era noto che effettivamente era giunto un carico di armi che era nelle disponibilità di Piperno, Pace e Scalzone. Dopo un ampio dibattito si decise di rifiutare la proposta di Morucci per evitare condizionamenti politici.
Le circostanze inerenti al citato traffico di armi del Folini e di un gruppo di scalzoniani facenti parte dei Co.Co.Ri. venivano confermate da importanti dichiarazioni confessorie rese all’Autorità giudiziaria di Roma da Cereda Pierangelo, Squadrani Marcello (v. ud. 10/11/86), Graziani Paola e Cianfanelli Massimo.
Costoro consentivano di acquisire ulteriori elementi di conoscenza sulla struttura e l’attività dei “Co.Co.Ri. Metropoli” ed, in particolare, sul ruolo di personaggi di rilievo quali Ernesto Balducchi, Andrea Morelli, Domenico De Feo, Pietro Del Giudice ed altri.
Granata Anna Maria, nell’interrogatorio reso al P.M. di Milano il 9.3.1981 affermava che, intorno alla seconda metà del 1978, Folini Maurizio detto “Corto maltese” ovvero “Armando”, parlando con lei e il suo convivente Alfredo Azzaroni, aveva dichiarato di essere amico di Oreste Scalzone.
Aveva, altresì, vantato conoscenze in Libano e collegamenti con il colonello Gheddafi in Libia. Costui si era detto interessato all’installazione di una radio o una libreria in una città come Napoli, collocata al centro dell’area mediterranea.
Il Folini aveva aggiunto che la contropartita di quel finanziamento doveva essere un appoggio logistico da parte della popolazione napoletana per uno sbarco di armi che egli stesso avrebbe portato con la sua barca o con una barca presa a noleggio nell’estate del 1979. In quello stesso periodo in cui erano avvenuti i contatti di Azzaroni e Granata con Scalzone, costui stava realizzando il progetto della rivista “Metropoli”, al quale erano interessati anche Domenico De Feo e Claudio Minervino.
Successivamente (20.3.81) la Granata precisava che la conoscenza del Folini era avvenuta tramite Scalzone.
Aggiungeva che i compagni napoletani, ai quali lei ed Azzaroni si erano rivolti per l’appoggio logistico nello sbarco delle armi previsto dal Folini sulla costa napoletana, avevano replicato che non intendevano essere strumentalizzati da persone come Scalzone e Lanfranco Pace, del quale ultimo, in particolare, dicevano che fosse una “longa manus” delle B.R. all’interno dell’Autonomia.
Circa l’organizzazione del trasporto di armi, la Granata riferiva di avere rivisto il Folini nel settembre ’78 a Milano ed in quella occasione costui aveva annunciato che lo sbarco delle armi era avvenuto.
La Granata parlava anche delle trattative tra Folini e Marocco per la vendita di un “Kala”, affermando di aver avuto da Scalzone conferma del trasporto da parte di Folini del carico di armi, nell’estate del 1978, in una località del Lazio.
Granata concludeva di aver incontrato Folini al “Millibar” (insieme a De Feo e Scalzone, e nell’occasione a costoro egli aveva chiesto di partecipare al seminario su “Metropoli” in programma dopo breve tempo, ma ne aveva ricevuto un reciso rifiuto.
Con Folini, la Granata aveva conosciuto Andrea Morelli, amico di Scalzone e tale Bruno Pastori, interinato alla preparazione di bozze della rivista “Pre-print”.
Azzaroni Alfredo, interrogato dal P.R. di Milano il 18.3.81, confermava tutte le dichiarazioni anzidette, aggiungendo che lo Scalzone gli aveva confermato la militanza di Folini nei Co.Co.Ri., di cui lo stesso Scalzone era stato uno dei massimi dirigenti a livello nazionale.
Il quadro delineato dalla Granata a da Azzaroni, trovava, altresì riscontro nelle dichiarazioni rese dal Pasini Gatti Enrico, terrorista dissociato dalla lotta armata.
Costui affermava di aver conosciuto nei primi mesi del 1979 una persona soprannominata “Corto maltese”, che gli aveva detto di essere in grado di procurare grossi quantitativi di armi di provenienza prevalentemente libica.
In occasione di un’incontro svoltosi (in un ristorante di Milano, costui gli aveva riferito di avere militato nelle U.C.C. per coltivare in seguito simpatie per l’Autonomia organizzata.
Vantava la sua amicizia con Oreste Scalzone e prospettava come obiettivo delle sue aspirazioni “il coagularsi delle file dell’autonomia” per un nuovo impulso di lotta.
Si era parlato, altresì, del giornale “Metropoli” e dell’impostazione che se ne sarebbe data, riassunta nella formula “vele e cannoni” con evidente riferimento all’articolazione in due livelli, uno legale ed un altro “di lotta armata”.
A proposito delle armi importate, il Folini gli aveva detto che esse avevano, altresì, “un costo politico”, essendo condizionata la loro fornitura da parte dei libici all’assicurazione che sarebbero state cedute “a movimenti insurrezionalisti e non ad organizzazioni del tipo B.R. o P.L.”.

Di notevole interesse, ai fini della ricostruzione della vicenda del traffico di armi, è altresì la dichiarazione resa al G.I. di Torino il 5.3.1981 da Marco Donat Cattin, già militante di P.L. fino all’ottobre 1979, allorché era uscito dall’organizzazione insieme ad altri compagni, a seguito di un dibattito accesosi tra coloro che privilegiavano “il discorso organizzativo” e coloro che optavano per “un collegamento diretto alla realtà sociale”.
Riferiva il Donat Cattin circa una fornitura di armi (forse solo un “Kala”) che era stata fatta a P.L. da appartenenti ad una frazione dei Co.Co.Ri., facenti capo ad Oreste Scalzone, tali Maurizio Costa e Piergiorgio Palmero, in seguito confluiti in P.L. .
E proprio il “livello costituente la struttura militare illegale dei Co.Co.Ri. aveva organizzato un trasporto di armi dal Libano intorno all’estate del 1978; armi che, comunque, non sarebbero state destinate né ai P.L. né alle B.R. ma “a gruppi minori” secondo una strategia “che in una fase storica di non equilibrio, era già stata sperimentata dall’U.R.S.S. in Palestrina”. (Il fine sarebbe stato quello di poter contare su una situazione più complessa nel quadro della lotta armata).
Anche se poi alcune di queste armi erano venute in possesso delle B.R. probabilmente “per rapporti personali” o per l’esigenza avvertita da alcuni settori dei Co.Co.Ri. di instaurare legami con altri gruppi armati.
Altro carico di armi (compresi razzi) era atteso per l’estate del 1979, importato sempre dal Folini. Talune di esse sarebbero pervenute ai “morucciani” tramite Andrea Morelli.
Aggiungeva il Donat-Cattin esser pacifico che i Co.Co.Ri. avessero un loro livello illegale, e che “parti di detto livello” si fosse riprodotto in seno a “Metropoli” all’atto dell’adesione di O. Scalzone e seguaci all’iniziativa editoriale. Detto “livello” aveva eseguito numerosissime rapine ed, in seguito, si sarebbe posto il problema “di un’eccessiva distinzione di compiti e di impegno tra quelli che si impegnavano militarmente e operativamente a quelli che svolgevano soprattutto lavoro politico.
Così continuava il Donat-Cattin:
“Il lavoro politico svolto da questa organizzazione era estremamente intenso e vario, nel senso che compredeva contatti con molte aree e produceva molte iniziative quanto meno a livello di progetti… ”
“erano stati pubblicati riviste e giornali e dallo Scalzone e compagni a lui più vicini era coltivato” il progetto di una grande rivista che sarebbe dovuta essere il polo di riferimento di una vasta area della sinistra, che andasse anche al di là “di quelle dell’Autonomia”.
L’organizzazione si era poi sciolta, in quattro spezzoni: il primo facente capo a Thomas, Palmero ed altri, che sostenevano la necessità di un’organizzazione più rigidamente clandestina, entrò in P.L., seguito nel settembre ’79 dal gruppo di Costa;
il secondo costituito dai (…), era confluito nel già esistente “Centro di Iniziativa Comunista” operante in Padova;
il terzo “rimasto legato a Scalzone e al progetto Metropoli” coltivava “una prospettiva di direzione politica generale dell’intero movimento (comprese le sue componenti armate) piuttosto che la costituzione di un’organizzazione a sé stante (vi faceva parte Del Giudice, leader del circolo “Lenin” di Sesto S. Giovanni);
il quarto, senza precise connotazioni, comprendeva persone di Milano e Torino.
Anche loro di P.L. erano stati contattati da Scalzone per intervenire ad una riunione in cui si sarebbe discusso della formazione della rivista nella quale si sarebbero potute riconoscere “tutte le forze che praticavano la lotta armata”.
Scalzone parlava di questa rivista come di una proposta del suo gruppo agli altri gruppi. Ma l’invito era stato declinato da P.L. che sospettavano tentativi di egemonizzazione della lotta armata da parte dello stesso Scalzone.
A sua volta, Valerio Morucci confermava (ud. 13.X.86) di aver ricevuto proprio da Scalzone la proposta di una fornitura di armi, proposta da lui girata in Direzione di colonne, ma non accolta, ritenendo all’epoca le B.R. estremamente pericoloso “acquisire armi passando per contatti politici con altri gruppi che non fossero di stretta unità politica, cioè di totale convergenza politica, di unificazione in pratica”.
E sarà proprio Gigetto Dell’Aglio a puntualizzare che “con l’acquisto di quelle armi Scalzone pensava di farsi una posizione di forza e prestigio rispetto ad altre organizzazioni armate (B.R.-P.L.) di cui avrebbero
potuto più agevolmente condizionare le scelte politiche, in guisa da realizzare ciò che gli stava più a cuore:
“assumere la direzione politica dell’intero panorama della lotta armata in Italia”. Il suo atteggiamento politico era di stampo “istituzionale”, nel senso dell’utilizzabilità di apparati legali di informazione per creare il “Contropotere” di un’organizzazione in termini di “Stato” nello Stato.
Di qui “la massima importanza” attribuita al ruolo della rivista “Metropoli”.

Fin dal 1977 – dichiarava Morucci – si era parlato con Lanfranco Pace di fondare una rivista teorica-pratica a carattere nazionale. A tal fine si sarebbe rilevata una vecchia testata della sinistra, denominata “Tempi moderni” ma il progetto non era andato in porto per dissensi intervenuti sull’impostazione politica da dare alla rivista stessa.
In proseguo, nel ’78, l’idea era stata ripresa a seguito del “radicale mutamento dell’orizzonte politico di intervento” dovuto all'”immissione enorme di nuove soggettività sul terreno della conflittualità sociale”, donde l’esigenza da tutti avvertita di approfondire “l’elaborazione teorica” e, dunque, di varare una rivista. Ma anche in questa prospettiva si erano venute delineando due tendenze di fondo: quella facente capo a Toni Negri intese ad “esaltare i caratteri specifici di questa nuova soggettività” “cioè del proletariato giovanile”, ritenendo che fossero di per sé “dirompenti… antistatali, e che, quindi, avrebbero portato dette soggettività “ad impattare contro le istituzioni”; e l’altra volta a porre “un problema di maggiore selettività”, “di un approfondimento teorico …. di selezione di continuità” espressi dalle anzidette soggettività, meritevoli di essere maggiormente sviluppate “con la decantazione di quelle di mera ribellione abbastanza spontanea e selvaggia”.
La difficoltà di composizione di queste due linee di tendenza aveva ridotto l’area di iniziativa a pochi soggetti avvinti più che “da una continuità politica”, da “una continuità amicale”, taluni di essi riprendendo l’attività politica dopo “le scintille del ’77”, (come Piperno, che negli anni precedenti aveva ripreso l’insegnamento in Calabria e Pace impegnato fra “le ricerche del CERPET” e “le partite a poker fino alle 5 del mattino”) col muovere dal tentativo di analizzare il fenomeno sociale scaturito dai moti del ’77, “traendo delle indicazioni di carattere teorico per l’avviamento di un’attività politica all’interno della nuova confluttualità sociale”.
Il tentativo posto in atto dallo stesso Morucci, già nel ’77, di coinvolgere le B.R. nell’iniziativa editoriale, nell’assunto che la nuova rivista, pur non potendo evidentemente proporre integralmente le linee politiche dell’organizzazione, si sarebbe, comunque, potuta rendere portatrice di un’elaborazione teorica” tendente ad “una maggiore aggregazione politica”, “ad una maggiore attenzione ai problemi organizzativi”, di “selezione degli obiettivi” e, dunque, alla costituzione di un terreno politico all’interno del movimento che avrebbe potuto permettere alle B.R. “di radicarcisi, di integrarsi, di crescere, di portare avanti il proprio reclutamento con una critica allo spontaneismo come a sé stesso, che avrebbe potuto porre incisivamente “il problema della selezione degli obiettivi”, la “necessità di dare una struttura organizzata ai bisogni espressi dal nuovo soggetto sociale, non aveva avuto esito felice. Le B.R. non avendo mai accettato “di veicolare la propria linea politica sotto mentite spoglie” si erano dichiarati contrari alla proposta del Morucci, nella considerazione che la rivista, pur raggiungendo un più elevato numero di lettori, avrebbe pur sempre finito col rapprensentare e proporre una linea politica diversa da quella delle B.R.
Parimenti contrari si erano dichiarati ad analoga proposta portata avanti dal Morucci nell’agosto ’78, nel corso di riunioni di Direzione di colonne tenutosi in quel di Mogliano.
Era stato ripreso, infatti, l’antico progetto di varare una rivista di carattere “teorico, riflessivo, critico”.
Era stato Pace a parlaglierne in epoca successiva alla sua fuoriuscita dalle B.R., nel corso di un incontro in cui aveva avanzato la proposta di un’intervista alle B.R. per conto di una rete televisiva straniera (ABC o NBC).
Ma l’indisponibilità dell’organizzazione a “mantenere rapporti politici prolungati” con chi non condivideva “integralmente” la propria linea politica, era informata a salda fermezza.
Nel proseguo del dibattito intorno alle B.R., facendosi viappiù insistente la comune presa di posizione di Morucci e Faranda sulle necessità di coniugare la “pratica di lotta armata” alla “conflittualità sociale” che si esprimeva in quegli anni e, quindi, di costituire un “fronte largo, esteso (MPRO) di nuclei in parte clandestini e in parte legali interni all’anzidetta conflittualità, posizione in netto contrasto con “l’estremo verticismo nella scelta degli obiettivi e nella pratica militare dell’organizzazione”, si era addivenuti all’insanabile frattura enfatizzata dal gesto del Gallinari che, sbattendo su un tavolo del “covo” di Mogliano un numero di “Pre-print”, riportante un articolo di Piperno intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia”, aveva apostrofato duramente i due dissidenti, contestando loro di essere stati sempre portatori all’interno dell’organizzazione della linea politica dei loro “vecchi amici”, estranea ai postulati dell’organizzazione stessa;
Quanto alla c.d., “area Metropoli”, opinava il Morucci trattarsi dell’estensione convenzionale della denominazione di un gruppo di persone operanti in Milano, di cui egli, peraltro, non conosceva né la struttura né i legami organizzativi, pur non potendo escludere che esso fosse articolato in due apparati, uno interessato ad “attività politica”, l’altro ad “attività paralegali” e che quest’ultimo potesse aver contribuito a finanziare il viaggio del Folini in Medio Oriente, per l’acquisto delle armi.
Nessuna considerazione, comunque, riscuotevano presso le B.R. persone come Scalzone, Negri, Piperno e Pace, ritenuti “chiacchieroni, gente che parlava di lotta armata tanto per parlarne”, ignare della disciplina leninista, dei rigori di un’organizzazione clandestina. Certo sarebbe azzardato sostenere l’unitarietà e l’univocità della linea politica dei redattori all’interno della costituenda rivista, non foss’altro che mentre uno Scalzone aveva continuato a mantenere una propria “soggettività” politica, persone come Piperno e Pace avevano cessato per un certo periodo di fare politica attiva, di tal ché a distanza di alcuni anni era prevedibile che avessero maturato un tipo di elaborazione teorica, distaccato dalla quotidianità, dai fenomeni contigenti.
Stante la continuità della linea politica dello Scalzone egli, Morucci, era in grado di prospettare un maggiore accostamento del “proprio discorso politico” a quello dello stesso Scalzone (più che a quello di Piperno), un discorso, appunto, di tipo “movimentista”.
L’obiettivo da perseguire, in sostanza, era lo stesso, pur prospettandoselo da diverse angolazioni, lui, Scalzone dal Movimento ed egli dalle B.R.: quello, cioè, di pervenire ad una capacità di organizzazione sul terreno militare abbastanza alta senza perdere “la capacità di internità alla conflittualità sociale”.
Sarebbe, dunque, azzardato quanto meno ritenere che egli, Morucci, fosse stato portatore della tesi di Piperno e Pace nell’ambito delle B.R., ove si consideri che i due, proprio per “la posizione distaccata” da cui valutavano il fenomeno del ’77”, per non esserne rimasti coinvolti in prima persona, avevano finito per ritenere le B.R. una “variabile impazzita”, “incontrollabile”, del tutto sganciata dalle dinamiche interne del movimento, da una logica interna alla conflittualità sociale”.
Ciò non di meno, seppur scollegate dal processo rivoluzionario, le B.R. incidevano su quel processo, riverberandosi la loro attività di attacco al cuore dello Stato all’interno del fenomeno di conflittualità sociale; di tal ché appariva opportuno, anzi necessario “assumere” quella “variabile indipendente” e cercare di comprendere come la stessa potesse svilupparsi all’interno della situazione italiana, avendo riguardo, quanto meno al “positivo” “effetto disarticolante” che esse avrebbe potuto avere a livello istituzionale.
Ecco, dunque, che il “portato oggettivo” della “coniugazione”, esaltata da Piperno sulle colonne di “Pre-print” in definitiva si sostanziava nella disarticolazione dello Stato e nell’apertura di un processo rivoluzionario.

Con riferimento all’accennato articolo di F. Piperno intitolato “Dal terrorismo alla guerriglia”, apparso su “Pre-print” da Dicembre ’78, Paolo Virno, redattore di “Metropoli”, detto scritto accomunando a quello di suo pugno comparso sul n° 1 di “Metropoli” con il titolo “Piazza Nicosia, cominciamo a discuterne”, spiegava che in essi si era inteso formulare una critica di fondo alle Brigate rosse: quella appuntantesi sulle divergenze della lotta armata da essa sostenuta “dalle logiche del movimento”, nel senso “aberrante” di coltivare una “prospettiva di guerra di lunga durata, di guerra civile e di contropotere” senza rispondere sostanzialmente alle “istanze di fondo del movimento”, contraddicendo, in definitiva, l’immagine che esse intendevano offrire di sé stesse come “di una forza guerrigliera radicata fra le masse popolari”.
Sia nell’articolo di Piperno che nel proprio, erano formulate mere valutazioni critiche dell’operato delle BR in relazione alle esigenze “della realtà sociale italiana”, non intendendosi né da parte di Piperno sottolineare nulla più di “un’ipotesi di rivoluzione comunista” tesa a guadagnarsi un varco tra la “potenza militare dispiegata dall’apparato BR in via Fani e il movimento di massa”, né da parte sua fare l’elogio dell’attentato al “padrone di casa” Schettini.
Di notevole interesse, soprattutto per ciò che concerne la situazione romana, si rivelavano le dichiarazioni di Canfanelli Massimo, qualificato esponente della lotta armata e militante delle B.R.. Aveva egli appreso da Andrea Morelli e dal De Feo informazioni sul c.d. “progetto Metropoli” e su quel che i suoi “promotori” (Piperno, Pace, Scalzone, Virno, Castellano, Accascina e lo stesso De Feo) si proponevano, creando un’organizzazione capace di egemonizzare ed indirizzare tutte le formazioni esistenti ed operanti nella lotta armata, compresi i gruppi dell’Autonomia organizzata.
Questo progetto era stato all’inizio finanziato attraverso canali legali ed in particolare attraverso un centro di ricerche denominato CERPET. In un secondo momento, soprattutto attraverso rapine compiute dal “braccio armato” dall’organizzazione, diretto da Scalzone, De Feo e Morelli.
Per quanto concerne i finanziamenti legali, invece, asseriva il Canfanelli di aver sentito dire da Rosati, Davoli, De Feo e Morelli, che gli stessi erano stati ottenuti anche mediante commesse affidate al CERPET da Enti Pubblici, grazie alle sollecitazioni di esponenti politici legati da vincoli di amicizia con Pace e Piperno.
“Seppi da De Feo e Morelli” – continuava il Canfanelli -” che essi avevano partecipato alle riunioni della Direzione di Metropoli, nel corso delle quali si era discusso il bilancio del progetto e così sia dei finanziamenti legali che di quelli provenienti da rapine (v. int. 5/6/1982 e int. 2.12.1982 G.I. Roma, vol. V F.5.).
Aggiungiamo che alcune delle armi procurate dal Folini in Medio Oriente e gestite a Milano dai Co.Co.Ri. erano pervenute a lui nel periodo in cui militava nell’M.C.R., movimento avviato da Morucci e Faranda dopo la loro uscita dalle B.R.

Del ruolo di “Metropoli” e dei suoi massimi esponenti parlava anche Emilio Libera – (ud. 25.11.1986).
Era stato il Seghetti ad attribuire a Morucci e Faranda il ruolo di “infiltrati” nelle B.R., portatori della linea politica di Piperno e Pace. Forse per sminuire la portata del loro contributo all’interno dell’organizzazione col definirne la posizione politica priva di caratteri di originalità e ancorata a tradizioni movimentiste di stampo poteroperaistico.
A sua volta Lombino Maurizio, dopo aver dichiarato al G.I. di Bergamo di non essere in grado di affermare se la rivista “Metropoli” fosse o meno finanziata con danaro, provento di rapine, potendo, anzi, “escludere la cosa” sulla base di quanto gli risulta circa l’esistenza “di canali legali ed istituzionali” di finanziamento “almeno a partire dalla trasformazione della rivista in Centro Studi economico-sociale”, nell’interrogatorio svolto dal G.I. di Roma il 6/5/82, parlando della rivista “Metropoli” testualmente dichiarava: “Circa il finanziamento della rivista Metropoli, posso affermare che esso avveniva in due modi: sia attraverso le operazioni di finanziamento illegale (rapine, furti, ecc.) – l’organizzazione aveva imposto la centralizzazione di qualsiasi provento di rapine che i coordinamenti e le loro cellule riuscissero a realizzare – sia attraverso finanziamenti legali ed istituzionali”.
Ciò era conseguenza del fatto che in seno all’organizzazione era venuta riproducendosi “in via progettuale” quella duplicità di interventi che già aveva caratterizzato l’attività di altre organizzazioni; da un lato il livello militare, compartimentato e “federalizzato” facente parte delle strutture dei coordinamenti e dall’altro il livello pubblico e legale costituito dalla rivista “Metropoli”.
Per converso Giorgio Accascina già Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa “Linea di condotta”, costituita nel novembre 1978 allo scopo di pubblicare la rivista “Metropoli” e “Pre-print” dichiarava che il varo della rivista era stato preceduto da un dibattito sull’impostazione politica della stessa in rapporto alle “nuove tematiche” espressa “dal movimento del ’77”.
Lungi dal proporsi di essere il coagulo di tutta la lotta armata in Italia, l’argomento era stato, tuttavia, oggetto “di critica in positivo” da parte del giornale, nel senso di fare apparire la lotta armata espresso peculiare della situazione italiana, piuttosto che un fenomeno indotto dai Paesi dell’est o gestito dai servizi segreti.
Quanto al documento rinvenuto nell’abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99, attribuito allo Scalzone, asseriva l’Accascina che esso riproduceva solo gli intendimenti del suo autore, non certo quelli della redazione e tanto meno il proprio intendimento nel varare l’iniziativa editoriale.
Nessun collegamento vi era tra “Metropoli” e la casa editrice “Lirici”, dove egli prestava la propria attività.
Né riunioni politiche si erano mai svolte nella sede di via del Babuino, 96 anche se alcuni amici, tra cui i componenti della cooperativa, si recavano talora a trovarla.
Quanto ai finanziamenti del giornale di provenienza illegale nulla l’Accascina mostrava di sapere come anche delle militanze di Pace ed altri redattori in formazioni eversive.
Teneva a ribadire essere stato “Metropoli” finanziato esclusivamente con i proventi della vendita dello stesso giornale; e a tal fine produceva un pro-memoria illustrante il “meccanismo circolare” utilizzato per sovvenzionare il giornale, articolato in anticipi che venivano versati dal distributore per ogni numero della rivista, e in crediti che venivano concessi dai vari fornitori, con allegati taluni elementi, compresa una certificazione dei curatori fallimentare attestante l’avvenuto fallimento della Società “Linea di condotta”.
Ma, ad onta delle dichiarazioni riduttive dell’Accascina, il G.I., sulla sorte delle deposizioni assunte e dei riscontri documentali acquisiti tra cui la conclusione che “il progetto Metropoli non fosse un piano astratto ed utopistico, ma l’espressione di una concreta organizzazione, avente il suo centro politico-ecologico a Roma e numerose articolazioni armate, operanti sotto sigle diverse in varie regioni italiane” e che “nella prospettiva strategica della riunione di tutte le organizzazioni armate esistenti in Italia, gli ispiratori del progetto “Metropoli” attribuivano un ruolo fondamentale alla rivista.

03. Rapporti di Piperno e Pace con le BR

Nel corso delle indagini di P.G. seguite all’attentato alla sede del Comitato romano della D.C. in Piazza Nicosia l’attenzione degli investigatori si rivolgeva, sulla scorta di idonee indicazioni, su un appartamento sito al IV piano di uno stabile di viale Giulio Cesare, n° 47, occupato da Conforto Giuliana, ex militante del disciolto P.O., la quale “da notizie riservatissime”, sembrava avere ospitato una coppia di presumibili clandestini.
In data 29 maggio 1979, dopo accurati servizi di appostamento, venivano arrestati in quell’abitazione i latitanti Morucci Valerio e Faranda Adriana, trovati in possesso di un vero e proprio arsenale di armi oltre che di un ingente quantitativo di moduli di patenti, carte di identità in bianco, documenti di provenienza illecita, già falsificati o da falsificare, timbri ed altri strumenti di contraffazione, giubbetti antiproiettili, ecc.
Nella camera da letto di una delle bambine della Conforto veniva recuperata una borsa contenente una “Skorpion” cal. 7,65, di fabbricazione cecoslovacca, con matricola abrasa , con relativi caricatori e munizioni e con il silenziatore applicabile, oltre che ad una bomba a mano, detonari ed altro.
Nella circostanza la Conforto dichiarava “di ospitare la coppia, da lei occasionalmente conosciuta al Pincio, sin dalla precedente Pasqua e di non aver mai nutrito sospetti sia sulla vera identità dell’uomo e della donna, presentatasi come “Enrico” e “Gabriella” sia di quanto da loro posseduto.
Ma, successivamente, nell’interrogatorio svolto dal P.M. la Conforto ammetteva che i due giovani le erano stati “segnalati” dal Piperno, suo collega nell’ateneo calabrese, e descritte come “persone oneste e corrette” che prestavano la loro opera “nella rivista Metropoli o nella rivista “Pre-print” collaborando con lo stesso Piperno “alla sua attività politica” ed a quella del suo gruppo e cioè di Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed altri”.
Processati con rito direttissimo dal Tribunale di Roma, Morucci e Faranda venivano condannati alla pena complessiva di anni sette di reclusione e L. 2.000.000 di multa, mentre la Conforto veniva assolta per i d.p. (sent. 4/7/1979 passava in giudicato).
Dalle ammissioni degli interessati si riusciva a stabilire che alle vicenda non era estraneo Lanfranco Pace.
Costui per primo aveva parlato con la donna, anche a nome di Piperno, sollecitandola ad accogliere “anche per un breve periodo una coppia di compagni” che “avrebbero potuto aver noie con la giustizia”.
Incontratasi successivamente con il Piperno presso l’Università dell’Aquila, Giuliana Conforto si era lasciata convincere per le garanzie da costui fornitele “in relazione col compito comportamento dei due”, a prestare il suo assenso al trasferimento in casa sua di “Enrico” e Gabriella.
Nel corso di quel dibattimento (ud. 20.6.79) la Conforto, a contestazione del Tribunale, dichiarava che “avendo saputo dal Piperno che i due potevano essere ricercati” essendo stati i loro nomi trovati dalla Polizia “su un’agenda sospetta”, aveva con essi concordato di dare, in caso di necessità, la versione del casuale incontro al Pincio.
Piperno, interrogato dal G.I., dopo la sua estradizione dalla Francia offriva una versione differente.
Era stato Pace ad avvertirlo, nel corso di un incontro avvenuto a Roma, dell’ospitalità accordata dalla Conforto a Morucci e Faranda, in virtù del suo interessamento.
La circostanza gli era, in seguito, stata confermata dalla stessa Conforto in occasione di un incontro avuto con costei a L’Aquila.
Col Pace egli si era doluto dell’iniziativa, essendogli sembrato che la Conforto avesse inteso utilizzare l’accordata ospitalità a Morucci a Faranda come “elemento di scambio” per un suo eventuale interessamento al suo trasferimento all’università dell’Aquila.
In un confronto con la Conforto (27/X/79 G.I.) F. Piperno negava quanto da costei asserito in ordine ad una telefonata che egli le avrebbe fatto, chiedendole ospitalità per i suoi due amici. E la Conforto replicava:
“Ho la certezza assoluta che le telefonate di presentazione è stata fatta da F. Piperno”.
Interrogato il Pace dal G.I. il 24.1.1980 ammetteva di avere aiutato Morucci e Faranda a trovare provvisorie sistemazioni, su richiesta della stessa Faranda, che a lui si era rivolta verso la fine di gennaio o ai primi di febbraio 1979, preoccupata dalla propria sicurezza personale e di quella del Morucci, dopo la loro uscita dalle B.R.
Dopo averli sistemati per qualche giorno nell’abitazione di una persona che non intendeva nominare, aveva chiesto ad Aurelio Candido, giornalista del “Messaggero” di ospitarli in casa sua per qualche giorno, ottenendone l’assenso.
Ma l’ospitalità si era protratta per due-tre settimane.
Altro alloggio egli aveva procurato loro presso altra persona che non intendeva nominare.
Ed infine li aveva introdotti presso Giuliana Conforto, da lui conosciuta a Cosenza nel 1977, in occasione dei lavori di un Convegno.
“Era un sabato sera” – proseguiva testualmente il Pace “e a quattr’occhi le chiesi se poteva fare un favore a me e a Franco Piperno ospitando per un po’ di tempo Enrico e Gabriella. Feci il nome di Franco Piperno perché la mia conoscenza con la Conforto era superficiale, mentre sapevo che Piperno era suo amico. La Conforto mi chiese chi fossero ed io risposi che erano due compagni latitanti, ma non per reati gravi”.
Specificava il Pace di aver riferito a Piperno la circostanza solo dopo l’accordata ospitalità.
Ma Piperno già ne era stato informato dalla Conforto nel corso di un incontro avuto con lei nell’università dell’Aquila.
In data 23.1.1980 si presentava spontaneamente al G.I. a rendere le sue dichiarazioni il giornalista grafico de “Il Messaggero”, Aurelio Candido.
Egli aveva conosciuto Pace tramite Stafania Rossini, collaboratrice esterna del giornale. Un giorno Pace lo aveva avvicinato chiedendogli di ospitare nella sua abitazione due suoi amici intransito per Roma, “che avevano problemi di alloggio”.
Pur restìo ad accogliere le richieste, non conoscendo egli ancora bene il Pace, aveva acconsentito. L’ospitalità si era protratta alcuni giorni e a termine le due persone, da lui conosciute con i nomi di “Enrico” e “Gabriella” si erano allontanati, lasciandogli sul tavolo dello studio un biglietto di ringraziamento non firmato e le chiavi dell’appartamento.
In seguito, dopo l’arresto di Morucci e Faranda, nel vedere in redazione le loro foto, era rimasto come “folgorato” nel riconoscere le sembianze delle persone da lui ospitate.
Si era premurato a parlarne a Gianfranco Spadaccia, esprimendogli “in termini quanto mai generici, i suoi dubbi sui predetti. Lo Spadaccia gli aveva consigliato di riflettere, prima di “evitare inutili allarmismi”.
Successivamente, nei primi giorni di gennaio 1980 aveva appreso dal collega De Nardo Evangelista del servizio “cronache giudiziarie” di essere nella “lista del 21 Dicembre”.
Spaventato si era recato nuovamente dallo Spadaccia per raccontargli “per filo e per segno” l’episodio della ospitalità e dell’intermediazione di Pace (circostanza questa non riferita gli prima, perché gli era parsa trascurabile). Insieme a Spadaccio, nel cuore della notte (tra i giorni 4 e 5 gennaio ’80), era andato a trovare Marco Pannella per chiedergli il da farsi. Questi lo aveva consigliato di stendere per iscritto la storia di quanto gli era successo e di consegnare il documento ad un notaio, prima di presentarsi al Magistrato. Ciò per motivi precauzionali.
L’on. Marco Pannella, presentatosi spontaneamente a questa Corte (ud. 7.4.87) il giorno successivo a quello della deposizione di Candido, confermava le circostanze, assumendosi la responsabilità di aver consigliato il compagno di Partito di annotare tutto quanto riuscva a ricordare della vicenda, per consegnare poi il documento, recante le annotazioni ad un notaio. Non si sarebbero, invero, da parte sua (di Candido) potete riferire al Magistrato “sospetti”, “illazioni”, “elucubrazioni”, ma solo “cose sapute”. Ogni altro elemento presuntivo e quant’altro potesse riflettere mere considerazioni personali, ancorché “assurde”, e “cervellotiche” andava più opportunatamente esposto per iscritto in un atto riservato.
E sempre a fini precauzionali – proseguiva il parlamentare radicali – “contro situazioni di rischio oggettivo” sarebbe stato opportuno, poi, preparare la notizia dell’affidamento dell’atto al notaio, assumendosi essere in esso consegnato il “saputo” ed il “riflettuto” sulla vicenda di cui egli, Candido, era stato inconsapevole protagonista.

A seguito delle pubblicazioni su “Metropoli” nel giugno 1979 di un fumetto, disegnato da Madando Giuseppe sull’agguato di via Fani e sulle catture dell’on. Aldo Moro in cui erano rilevabili “a posteriori” una serie di elementi all’epoca del tutto ignoti ed, in particolare, le sembianze del parlamentare socialista, on. Signorile, il Magistrato inquirente decide di procedere alla sua audizione.
Precisava l’on. Signorile che, in effetti, durante l’ultima fase del sequestro dell’on. Moro, il P.S.I. aveva sviluppato una linea politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso un atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell’on. Moro.
E nello sforzo “di capire se una linea del genere poteva essere considerata come suscettibile di sviluppi positivi”, si era cercato, nel contesto “di altri tentativi”, un interlocutore “per una eventuale reazione positiva da parte delle Brigate rosse”.
Ne aveva parlato, allora, al Direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, suo buon amico, il quale, nel manifestargli “la sua contrarietà ad ogni trattativa”, gli aveva accennato ad una serie di autorevoli informatori (tra i quali Franco Piperno e Oreste Scalzone), cui era solito ricorrere per i servizi affidatigli, il suo collaboratore dell’insufficienza del solo atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e ciò in coerenza con le posizione assunte dalle B.R. la necessità di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle B.R. come interlocutore politico”. Il Piperno aveva sostenuto “che la richiesta della liberazione di ben tredici detenuti non aveva – a suo giudizio – un valore assoluto, prevalendo il significato politico che poteva rilevarsi da un atto che implicasse quel riconoscimento di fatto, al quale le B.R. ambivano”.
Il Piperno, comunque, aveva tenuto sempre, ad escludere, ogni suo contatto con esponenti delle B.R. “limitandosi a dire che poteva capirli, nel senso che poteva intendere come funzionava il sistema mentale o meglio il codice di valori dei brigatisti”. Aveva, altresì, posto in evidenza che l’iniziativa “del P.S.I. non era di per sé sufficiente a sbloccare la situazione, ma che occorreva un altro tipo di intervento che avesse caratteristiche, ufficiali od ufficiose, di maggiore rappresentatività”.
Nell’occasione si era parlato “delle possibilità che allora si agitavano e cioè degli interventi di Amnesty International, della Croce Rossa, del Vaticano e della stessa D.C. ma in termini molto generici”.
Dichiarava lo Zanetti (int. 26/6/79) in proposito che Piperno aveva asserito che, a suo parere, “le B.R. non avevano interesse politico ad uccidere Moro e che molto dipendeva da quello che poteva essere “inventato” non tanto dal P.S.I. quanto dalla D.C.” che doveva prendere e rendere pubblica “qualche interessante iniziativa”.
Nel prendere atto che uno degli argomenti trattati nel corso del primo incontro con il Piperno – la liberazione di tredici detenuti – doveva necessariamente essere successivo all’emissione, in data 24/4/78, del comunicato n° 7 recante la relativa richiesta, il Signorile dichiarava essere agevolmente collocabile la data del primo incontro in un giorno immediatamente successivo al 24/4/78.
A meno che detto argomento non fosse stato trattato nel corso di un secondo incontro da lui avuto con Piperno.
A detto incontro, cui aveva partecipato il Pace si era delineato “con maggiore precisione il ruolo che poteva essere assunto dalla D.C. o da un suo autorevole esponente”.
L’intervento di un qualificato rappresentante del Partito di maggioranza
relativa, nelle trattative in corso, sarebbe valso a conferire alle B.R. un tacito riconoscimento come interlocutore ufficiale dello Stato.
Gli incontri – precisava il Signorile – da lui avuti con il Piperno ben potevano essere stati tre, anziché due. Comunque egli ricordava bene che l’ultimo abboccamento verificatosi “nel periodo compreso tra il 24 aprile e il 5 maggio 1978 e, comunque, prima del comunicato n° 9” era stato sollecitato telefonicamente dal Piperno che, con aria preoccupata, aveva insistito sulle “necessità di un urgente atto visibile da parte della D.C. per salvare la vita dell’on. Moro o almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R.… per interrompere i termini” (frase testualmente usata dal Piperno).
L’on. Signorile, dopo aver informato il segretario del suo Partito, si era rivolto il 6 maggio al sen. Amintore Fanfani per “una presa di posizione anche se cauta, senza far riferimento, peraltro, ai discorsi con Piperno”.
Il sen. Fanfani aveva telefonato al Presidente del gruppo dei senatori democristiani, Giuseppe Bartolomei, “chiedendogli – nell’ambito del comunicato della Delegazione D.C. – di fare un accenno all’esigenza di non trascurare nulla per salvare la vita dell’on. Moro”.
E il giorno seguente agenzie di stampa e giornali avevano “pubblicato una dichiarazione in tal senso del sen. Bartolomei”.
Conforme, in proposito, era la deposizione del Presidente del Senato, Fanfani (dep. 28/6/79), il quale, dinanzi alla prospettazione di uno scambio tra l’on. Moro e “un prigioniero comunista” e della utilità di una “sua pubblica dichiarazione che facesse conoscere come la D.C. riduceva le sue opposizioni ad una ipotesi di scambio”, aveva replicato che “il problema riguardava le Autorità competenti dello Stato e che nella sua veste istituzionale non intendeva “pregiudicare” la libertà di decisione sia del Governo che della D.C.”.
Aveva così pensato di rivolgersi all’on. Bartolomei, Presidente del gruppo D.C. al Senato, per chiedergli un suo pubblico intervento capace di produrre “l’effetto di non far precipitare la situazione”.
Della vicenda egli aveva avvertito subito la Presidenza della Repubblica “dato che l’on. Signorile aveva aggiunto che l’avv. Giuliano Vassalli sarebbe stato in condizioni di indicare qualche persona che poteva eventualmente essere scambiata con l’on. Moro”.
Il lunedì successivo (8/5/78) l’on. Craxi aveva chiesto di vederlo; nella circostanza il Segretario del P.S.I. aveva espresso “la sua viva preoccupazione” ed aveva ripetuto “che mentre auspicava un approfondimento del problema giuridico dello scambio, sarebbe stato quanto mai utile, per non dire indifferibile, qualche manifestazione pubblica di attenuato rigore da parte della D.C. intorno al noto problema”.
Il sen. Fanfani aveva promesso che in sede di Direzione della D.C. – già convocata – avrebbe “senz’altro preso la parola per invitare ad un approfondimento di una così grave questione”.
L’on. Bettino Craxi (dep. 26/6/79) spiegava, a sua volta, che in una prima fase, “aderendo ad una sollecitazione della signora Eleonora Moro” aveva convocato l’avv. Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti nel processo che si stava celebrando a Torino, per pregarlo “di prendere contatti con i suoi clienti” e di acquisire “elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso”. “Attraverso le notizie che si erano raccolte” i socialisti avevano “maturato la convinzione che senza una contropartita la sorte di Moro era segnata”.
Vi erano stati “frequenti” incontri con l’avv. Guiso, dai quali si erano “ricavati suggerimenti e valutazioni ma nessun dato di fatto determinante”.
L’on. Craxi affermava, ancora di avere autorizzato Claudio Signorile agli approcci con militanti della c.d. “Autonomia” ed anzi egli stesso si era incontrato, il 6 maggio 1978, con Lanfranco Pace che si era appunto qualificato come “aderente del Movimento di Autonomia”: costui era stato accompagnato all’Hotel “Raphael” dove egli alloggiava dal sen. Antonio Landolfi.
Durante la conversazione, il Pace aveva sostenuto “che secondo la sua valutazione, la situazione stava precipitando e che bisognava fare qualcosa”.
Ad una sua esplicita richiesta se avrebbe potuto avere contatti con i brigatisti, aveva risposto che ciò sarebbe stato molto difficile.
E che, comunque, sarebbe occorso “l’intervento di un esponente della D.C.”.
In sede di confronto con il Pace, Craxi specificava che “a conclusione del discorso”, aveva soggiunto che “per smuovere la D.C.” avrebbe “dovuto avere in mano… una prova che Moro fosse ancora in vita” e che, a tal fine, “sarebbe stato utile ricevere uno scritto dell’on. Moro con la frase convenzionale “misura per misura””.
Sentito dal G.I. in data 28/6/79 Antonio Landolfi dichiarava di avere incontrato “per caso” il Pace il 6 maggio ’78 verso le ore 12, nella zona tra piazza Navona ed il Pantheon. Costui gli aveva manifestato “l’opinione che, se il P.S.I. avesse insistito nella posizione di esperire qualsiasi tentativo per salvare la vita dell’on. Moro, si sarebbe potuto aprire qualche spiraglio”.
Egli allora poiché tale la “linea del suo Partito”, lo aveva invitato a “continuare la conversazione con il Segretario del Partito”.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno si erano entrambi recati a trovare l’on. Craxi, che alloggiava nell’Hotel “Raphael”.
Il Pace, da lui presentato come un noto esponente dell’Autonomia romana, dopo aver escluso di essere un brigatista, aveva ribadito gli stessi argomenti svolti con lui, evidenziando l’importanza della “funzione che, a suo giudizio, ed a giudizio dei suoi amici e degli appartenenti al suo gruppo politico, poteva assumere il P.S.I. perché si arrivasse ad una soluzione del problema Moro”; aggiungendo che “la situazione era bensì grave, ma ancora suscettibile di una soluzione positiva, se i socialisti avessero potuto esprimere una iniziativa ancora più chiara ed esplicita”.
Craxi aveva risposto che si ponevano due problemi: uno concernente la prova dell’esistenza in vita dell’on. Moro; l’altro concernente “la possibilità di sapere se, una volta che dallo Stato fosse venuto un atto di clemenza, questo sarebbe stato tale da provocare un atteggiamento, da parte di chi deteneva prigioniero l’on. Moro, positivo al fine di creare le condizioni per la salvezza della sua vita”.
E allora altro non restava da fare che “ricercare un segnale, un messaggio del tipo “misura per misura””.
Pace aveva concluso che per lui sarebbe stato molto difficile fornire assicurazioni al riguardo.
Interrogato dal G.I. dopo il suo arresto e l’avvenuta estradizione dalla Francia, il Piperno dichiarava che gli incontri con l’on. Signorile erano avvenuti su sollecitazione del Dr. Zanetti, Direttore dell’Espresso e per il tramite del Dr. Mieli.
Nonostante le perplessità da lui avvertite ad incontrarsi con esponenti di Partiti politici, aveva accolto al richiesta.
L’incontro con Signorile e Scialoia era avvenuto a casa dello Zanetti in un periodo successivo al 24/4/78 (data in cui era già stati diffusi i comunicati n° 7 e n° 8 con i quali i terroristi avevano avanzato precise condizioni per il rilascio dell’on. Moro proponendo uno scambio con tredici prigionieri politici già condannati o imputati per delitti commessi a scopo di estorsione.
Il parlamentare socialista, nell’accennare a detta proposta da lui ritenuta inaccettabile, aveva ventilato l’ipotesi della liberazione di un solo detenuto in gravi condizioni di salute. Aveva, peraltro, accennato l’on. Signorile “all’iniziativa di Amnesty International e al problema delle carceri speciali”, chiedendogli cosa ne pensasse. Egli aveva risposto che erano iniziative apprezzabili e suscettibili, comunque, di essere prese in considerazione.
In seguito aveva avuto altri due incontri con l’on. Signorile, su sua sollecitazione. All’ultimo di detti incontri aveva partecipato “di sua iniziativa” il Pace.
A detta di quest’ultimo (int. G.I. 19/2/80) era stato, invece, il Piperno a “pregarlo” di intervenire all’incontro sollecitato dall’on. Signorile.
Ciò era avvenuto la mattina dello stesso giorno del casuale incontro in Piazza Navona con il sen. Landolfi e del successivo incontro con il Segretario del P.S.I. on. Bettino Craxi
Secondo quanto dichiarato da Morucci (int. 13/X/1986) Lanfranco Pace, entrato nelle B.R. nel settembre/ottobre 1977, ne era uscito all’incirca nel successivo mese di dicembre.
Introdotto inizialmente in una “struttura di dibattito”, dopo il fallimento del progetto di una rivista nazionale, che rispondesse all’esigenza di offrire un’elaborazione teorica ai problemi maturati nei tre anni precedenti (dal ’74 al ’77) a seguito del mutamento dell’orizzonte politico, allorché si era trattato di passare ad un livello superiore di coinvolgimento nell’organizzazione, aveva mostrato di non impegnarsi nei compiti affidatigli, disertando gli appuntamenti, compresi quelli c.d. “di recupero” che si sarebbero protratti fino al gennaio 1978.
In effetti Pace, per il breve periodo in cui aveva militato nelle B.R., aveva mostrato di considerare queste “una variabile assolutamente indipendente nel quadro del movimento nazionale”. Variabile che “portava avanti una linea monca”, cioè esclusivamente “militare”, estranea “alle lotte sociali e politiche” e alle nuove problematiche maturate nel ’77.
In quel contesto socio-politico era ravvisabile da una parte “l’estremo spontaneismo delle manifestazioni giovanili”; dall’altra “l’estrema sintesi organizzativa… del gruppo armato clandestino”. Per ricomporre in un quadro unitario detta divaricazione e congiungere “i due monconi del movimento rivoluzionario” non restava che integrare la lotta armata nel tessuto delle nuove conflittualità sociali. Alla realizzazione di un tale progetto Pace intendeva muovere “dall’interno del movimento”; egli, Morucci, dalle B.R., ritenendole “una scelta obbligata”.
Sia egli che la Faranda erano, in seguito, entrati in rotta di collisione con l’organizzazione per avere reiteratamente prospettato l’esigenza di una lotta armata fondata non “sullo scontro” tra le B.R. e lo Stato, ma più legata “ai contenuti della conflittualità che si esprimeva in quegli anni”.
Dopo l’operazione Moro la frattura si era espansa, anche a seguito del dibattito sull’esigenza di costituire “un fronte largo, esteso, di nuclei in parte clandestini e in parte legali interni alla conflittualità sociale e disponibili a “portare avanti la pratica della lotta armata”.
Era intendimento dei due “dissidenti” “usare il veicolo dell’M.P.R.O. per indurre un accostamento delle B.R. all’area dell’anzidetta conflittualità e, dunque, all’analisi dei fenomeni sociali e politici che si esprimevano in quegli anni”.
Dal momento della conclusione dell’operazione Moro fino all’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R. si era, dunque, sviluppato il loro “disagio politico” avvertito dapprima “in termini di disaccordo politico”, quindi come “determinazione di un antagonismo politico”, “di una linea alternativa”, “della necessità di un’elaborazione alternativa a quella proposta dall’organizzazione” (v. atti parlamentari comm. parl. di inchiesta sulla strage di via Fani, Doc. XXIII, n° 5, vol. X, p. 624 sgg.).
Significativo, al riguardo, il testo di un documento rinvenuto nell’abitazione di viale G. Cesare, all’atto dell’arresto di Morucci e Faranda, dal titolo “Fase, passato, presente e futuro, un contributo critico” (rep. 2129), in cui, tra l’altro, è dato leggere:
“questa esigenza di lettura e comprensione… delle lotte operaie e proletarie” che si era inteso “sviluppare internamente e con il metodo corretto della discussione e della elaborazione collettiva” in direzione di colonna, era stato, “invece, arbitrariamente interpretato come linea politica contrapposta all’organizzazione”. Da qui “la condanna” della “cricca di rinnegati”, all’isolamento, al confino, all’annientamento, alla criminalizzazione e la denuncia dei loro “comportamenti deviazionistici piccolo borghesi”, della “manovra” che “da lungo tempo era in atto” e del “gioco diretto da Scalzone o da chissacchì” che, avrebbe anche scritto “il documento” che aveva dato origine alla diaspora.
“L’attuazione di questa macabra strumentazione è una conseguenza della costituzione di uno Stato “dentro” lo Stato, costruito in modo tanto accuratamente “speculare” da farlo crescere altrettanto stupido.
La malafede dell’organizzazione quando afferma che avremmo “colpito” in modo del tutto inaspettato, è dimostrata dal fatto che il giorno dopo che avevamo esposto compiutamente la nostra posizione (su espressa richiesta della Direzione dell’O.) posizione che il compagno dell’esecutivo, incaricato dell’ “indagine conoscitiva” aveva subito definito fuori della linea o della storia dell’organizzazione, due compagni della Direzione di colonna si sono precipitati a casa nostra dicendo che per “garanzia” e mancanza di fiducia dovevano fare inventario immediato del materiale in nostro possesso e trasferirci subito dopo nel luogo di “confino”.
Ma lo “spazio politico” di un “carcere del popolo” riservato questa volta a dei compagni “non in linea” non ci è sembrato francamente sufficiente per condurre la nostra battaglia. Preferiamo lasciare il provvedimento di “confino politico” alla Magistratura, alla Legge Reale, alla Polizia che ne esprime le direttive”.
Per quanto ci riguarda, abbiamo assunto nei confronti della “nuovissima”
polizia del proletariato il medesimo atteggiamento che tutti i compagni che combattono in nome e per la conquista della libertà e del comunismo, hanno da sempre riservato a tutte le polizie.
E il nostro diritto di continuare a combattere non ci sarà negato da una burocrazia neostalinista che si fregia arbitrariamente del titolo di “partito del proletariato” e prefigura un regime a fronte del quale il Capitalismo e la sua “falsa” democrazia rappresentano certo un paradiso terrestre.
Altro fatto rivelatore di questa malafede è che ancora prima di quell’esposizione, compagni della D.d.C. avevano già affermato all’interno delle strutture di lavoro che saremmo usciti in tre o quattro.
Comunque, nel diffidare coloro che avevano lanciato simili “calunnie” dal proseguire in inaccettabili atteggiamenti “quali la folle scompartimentazione di tutti i compagni usciti”, “le visite domiciliari fatte …da ricercati o da altri che potrebbero esserlo presto”, il sollecitare “l’appoggio del movimento (peraltro fermamente negato)”, il parlare “con compagni non dell’organizzazione” della “fuga, con furto di due banditi” – gli autori dell’analisi precisavano che, sebbene “in posizione politica alternativa a quella dell’O.”, non se ne proponevano, però, la “distruzione”, perchè “si porterebbe dietro la perdita di un riferimento essenziale per la costruzione di un processo unitario di Partito, fatto che darebbe la stura a comportamenti anarchici e dispersivi sulla diffusione endemica e disgregata della guerriglia”

Ma, tornando a Pace, dichiarava il Morucci
(ud. 15/X/86, f.88) che nel corso dei 55 giorni di prigionia dell’on. Moro, l’aveva incontrato in un ristorante di Trastevere, dove egli e Adriana Faranda si erano recati a pranzare.
Non si era trattato di “un incontro accidentale”, chè Pace faceva loro la “posta” nella zona già da alcuni giorni. E per questo anzi essi lo avevano rimproverato, dato che i suoi tentativi di porsi in contatto con loro avrebbero potuto condurre la Polizia sulle loro tracce, tanto più che alcuni giorni prima egli era stato “coinvolto” in una retata insieme ad altre persone della sinistra extraparlamentare.
Pace era “curioso” di conoscere i reali intendimenti delle B.R. sulla sorte che sarebbe stata riservata all’on. Moro, esternando nel contempo “anche le preoccupazioni di Piperno” in ordine alla piega che avrebbe potuto prendere la vicenda. Li aveva, altresì, informati di avere incontrato “alcuni esponenti politici” interessati ad avere delucidazioni sull’ “universo brigatista” e a decrittare il linguaggio e i comunicati delle B.R..
Essi, di rimando, si erano limitati a manifestare il loro parere e cioè che occorreva “un pronunciamento politico” da parte della D.C., Partito che le B.R. identificavano, all’epoca, con lo Stato.
La preoccupazione del Piperno – ad avviso di Morucci – era sostanzialmente quella, condivisa da molti, della possibilità di far proseguire, comunque, il processo rivoluzionario; di talchè il ruolo svolto dalle B.R., sia pure avulso dalle esigenze del Movimento, sarebbe potuto essere quello di produrre “effetti destabilizzanti del quadro politico”.
Il Morucci aveva, così, riferito al Moretti, esponente dell’ala intransigente dell’organizzazione, l’incontro avuto con Pace. Costui, pur non dimostrandosi eccessivamente turbato, nel dichiarare la propria contrarietà ad ogni trattativa che non fosse chiara, di pubblico dominio, aveva replicato che l’unico interlocutore ufficiale delle B.R. sarebbe dovuta essere la D.C..
Ribadiva il Morucci quanto dichiarato alla Commissione inquirente per la strage di via Fani (v. atti parl. Comm. Doc. XXIII, n° 5, vol. X, p.621) in relazione alle scadenze della fase attuativa della gestione del sequestro del Presidente della D.C..
In sostanza si era deciso di stringere i tempi (eseguendo la condanna a morte il nove maggio anzichè il dieci) per esservi stati segnali di un’incipiente “apertura della D.C. nei confronti del suo interlocutore”; di un’apertura, tuttavia, estremamente generica e, comunque, inappagante.
La liberazione, infatti, di un solo prigioniero politico avrebbe posto in difficoltà l’organizzazione che si sarebbe potuta trovare esposta al rischio di rifiutare, come insufficiente, l’eventuale contropartita sulla pelle di “un prigioniero comunista”. Più che di un atto formale implicante il riconoscimento politico delle B.R. come interlocutore ufficiale dello Stato, si sarebbe trattato di un’iniziativa unilaterale dello Stato stesso volto alla ricerca di una soluzione incruenta della vicenda (v. ud. 9/3/87, f. 169).
D’altronde il discorso dell’on. Bartolomei ad Arezzo, la vicinanza in quei giorni alla famiglia Moro del sen. Fanfani, il quale era apparso “estremamente sensibile a tentare una via, che non fosse quella a livello governativo”, potevano essere senz’altro interpretati come “segnali di un’interlocuzione politica”, ma talmente generica da non essere ritenuta meritevole di considerazione ai fini pratici. Detti segnali, tuttavia, sarebbero stati sufficienti a “mettere nei guai” l’esecutivo per le ragioni dianzi accennate (f. 166).
Senza considerare che, al tempo, si sarebbe potuti “rimanere impastati nella capacità mediatrice della D.C.”.
Comunque, concludeva sul punto il Morucci, la decisione dell’Esecutivo di uccidere l’on. Moro era stata comunicata loro fin dal 3 o 4 maggio e da quel momento l’esecuzione era stata differita di giorno in giorno.
Spiegava, altresì, Morucci (ud. 13/X/86) che sia egli che la Faranda avevano manifestato sin dall’inizio la loro contrarietà all’operazione Moro, ritenendo che essa sarebbe stata suscettibile di determinare una divaricazione nettissima “tra intervento organizzativo e dinamica della conflittualità sociale”. In altri termini l’organizzazione non si sarebbe dovuta “arroccare” su “una posizione di chiusura organizzativa”; ma avrebbe dovuto cercare “di diluire le proprie istanze organizzative all’interno della dinamica di conflittualità sociale”.
Essi erano, tuttavia, rimasti nell’organizzazione, ritenendo che solo dall’interno sarebbe stato possibile determinare o, quanto meno, esperire un tentativo di “regolare questa totale tangenzialità della linea che si stava affermando”, nella consapevolezza dell’effetto dirompente che gli eventi che ne sarebbero potuti scaturire avrebbero avuto “nella dinamica interna delle relazioni sociali” del Paese (v. atti Comm. parl. strage di via Fani, Doc. XXIII, n°5, vol. X, f. 625).
Ove la “linea” da essi propugnata si fosse affermata vincente, ne sarebbe derivato un rafforzamento delle rispettive posizioni in seno alle B.R. e indirettamente – al dire di Savasta (int. G.I. Roma 9/2/1982) – di quelle di Piperno e Pace, “dagli altri ritenuti i veri artefici di quella linea politica”.
Dichiarava il Savasta nel corso dell’interrogatorio svolto dal P.M. di Padova il 10/2/1982: “Dal dibattito politico che all’interno della Direzione della colonna romana seguì alla conclusione dell’operazione Moro potei desumere che gli organi direttivi dell’organizzazione ed anche il Pace ed il Piperno erano stati concordi nell’innalzamento del livello di scontro, cui era diretta l’operazione stessa, anche se poi si verificarono sostanziali divergenze sulla gestione finale del sequestro, che, come ho già precisato, avrebbe dovuto concludersi – secondo le tesi politiche prospettate dal Morucci – con il rilascio del prigioniero.
In seguito, ad operazione definita, si sarebbe parlato di un tentativo di “infiltrazione” nelle B.R., tramite Morucci e Faranda e lo stesso Pace, già militante della “brigata servizi” (int. G.I. Roma 14/2/82).
L’articolo “Dal terrorismo alla guerriglia” di F. Piperno aveva scatenato un’aspra polemica in direzione di colonna nel corso di una riunione tenutasi in una base di Moiano.
Erano presenti lo stesso Savasta, Seghetti, Piccioni, Gallinari, Morucci e Faranda e Balzarani.
Gallinari, sbattendo il giornale sul tavolo e indicando l’articolo, aveva contestato a Morucci e Faranda di essere i portatori da sempre di una linea politica estranea a quella delle B.R.. Si era venuta, in pratica, maturando la convinzione che quello della conduzione delle trattative “tra Pace e Piperno e il P.S.I.” fosse stato il momento di “ingerenza politica” dei due “per assumere la Direzione di tutto il movimento combattente e in particolare delle B.R. (int. G.I. Roma 23/4/82).
In seguito, maturando il dissidio, Moretti aveva convocato una riunione della Direzione di colonna allo scopo di aprire un dibattito approfondito sulle “ragioni politiche del contrasto” e di pervenire ad un chiarimento. Al termine di detta riunione Morucci e Faranda erano stati invitati ad esprimere in un documento scritto il loro definitivo giudizio “su tutto l’operato politico dell’organizzazione” (int. Savasta G.I. Cagliari 27/2/82). Documento che sarebbe stato fatto girare all’interno come contributo al dibattito.
Poco dopo Morucci e Faranda avevano “dato le dimissioni dalla colonna”, dicendo di non riconoscerne più l’autorità.
L’esecutivo, stante la gravità delle situazioni, aveva deciso di “risolvere drasticamente la questione” ingiungendo ad entrambi il recarsi a preparare il documento richiesto in una base dell’organizzazione e di approntare una lista di quanto avevano in dotazione.
Da quella base erano, però, riusciti a fuggire con l’aiuto di Pace (int. Faranda ud. 2/3/87) portando con sè armi, strumenti di falsificazione e documenti vari, lasciando la scritta: “no, al fermo di polizia”.
Contemporaneamente erano usciti dalle B.R.
Massimo Cianfanelli, Norma Andriani, Carlo Drogi e Arnaldo Maj.
Gli “ex-compagni” allarmati, senza perdere tempo, avevano provveduto a contattare tutti i gruppi estremistici contigui per informarli dell’accaduto e delle ripercussioni negative che sarebbero derivate in caso di aiuti prestati ai transfughi.
Ma le polemiche erano continuate senza placarsi nemmeno dopo l’arresto di Morucci e Faranda.
“Ricordo” – aggiungeva Cianfanelli – “che successivamente all’uscita dalle B.R. mi incontrai con Gallinari in un bar nei pressi di Piazza di Spagna, su richiesta di Savasta e Libera, che erano venuti a trovarmi a casa.
Gallinari era chiaramente interessato al mio reinserimento nell’Organizzazione e soprattutto al recupero delle armi portate via dal Morucci . Il Gallinari mi disse che questi e Faranda erano due banditi e che si erano lasciati manovrare da personaggi ambigui quali Piperno e Pace, anche prima e durante il sequestro Moro. Risposi al Gallinari che non sapevo nulla dei rapporti tra Morucci e Faranda e Piperno e Pace…Cercai d’accordo con Gallinari di combinare un appuntamento tra la Faranda e uno delle B.R.. Dopo qualche giorno rividi Morucci, che io incontravo di frequente, e parlai sia della questione delle armi che di altre questioni legate ai problemi dell’organizzazione dell’ “M.C.R.” (che inizialmente doveva chiamarsi “M.C.C.”, Movimento comunista combattente), sia dei suoi rapporti con Piperno e Pace, anche dopo il suo ingresso nelle B.R..
Il Morucci rispose che li aveva incontrati e che ciò peraltro non significava niente in quanto egli era legato a loro da antica amicizia. In quella stessa occasione o in altre circostanze, Rosati disse che Piperno e Pace si erano detti contrari all’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R., poichè costoro dovevano continuare la loro battaglia per un diverso indirizzo politico all’interno dell’organizzazione”.
Comunque sia di Piperno che di Pace – precisava il Cianfanelli nell’udienza del 17/2/87 (S. III) – se ne era sempre data all’interno delle B.R. una valutazione negativa, essendo essi considerati, nulla più che “grilli parlanti, cioè gente che amava parlare, amava starsene in finestra a guardare…con velleità di potere sugli altri”.

Con l’opuscolo intitolato “Brigate Rosse n°7 Luglio 1979: dal campo dell’Asinara” allegato al volantino di esaltazione dell’omicidio del maresciallo Domenico Taverna, nella vicenda si erano voluti inserire pure “i militanti prigionieri”, i quali si erano scagliati contro Valerio Morucci e Adriana Faranda, qualificandoli “neofiti della controgguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione”, contro il “barone Piperno” e tutti i “sedicenti autonomi” che “dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alla lotta più truculenta e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame le loro rivendicazioni di innocenza”.
In realtà, al dire di uno dei “capi storici” delle Brigate rosse, Alberto Franceschini (ud. 17/XII/86), il contrasto di fondo era essenzialmente un “contrasto sui modi diversi di concepire l’organizzazione” in rapporto col “Movimento”.
Ed era un contrasto che passava anche all’interno del gruppo del carcere.
Tant’è che tracce se ne rinvenivano nel comunicato n°19 emesso nel corso del “processo di Torino”, in cui vi era un richiamo “a un ritorno alla lotta di massa” e ad un suo “rapportarsi alla realtà”. Ed in precedenza, in un comunicato emesso a Bologna nel febbraio-marzo 1977, donde era rilevabile una critica allo “spontaneismo”, come all’ “organizzativismo” inteso come “tendenza a concepire l’organizzazione separata dal movimento”.
Ma la pubblicazione su “Lotta Continua”, dopo l’arresto del Morucci, nei primi mesi del ’79, di un documento a firma di costui e della Faranda in cui si tentava di avvalorare la linea da loro propugnata all’interno delle B.R. con il richiamo a quella originaria dei “Padri storici” (quale consegnata nel menzionato comunicato n°19), aveva fatto temere che il silenzio degli stessi “Padri storici” sarebbe potuto essere interpretato come confermativo dell’assunto dello stesso Morucci. E che, per tal verso, ne fosse potuta derivare una loro strumentalizzazione nel contesto di “diatribe esterne” a loro affatto estranee. Tanto estranee, che, al momento in cui essi avevano stilato quel documento, ignoravano che Morucci e Faranda erano usciti dall’organizzazione a seguito del dissenso maturatosi all’interno.
Ciò non di meno l’organizzazione stessa quel documento aveva “gestito”
in seguito, nell’autunno dello stesso anno, per sostenere la linea ufficiale (v. ud. 17/XII/86).
Affermava Franceschini l’inconsistenza di quanto sostenuto dal Buonavita, che a quel dibattito all’interno del carcere dell’Asinara non aveva neppure partecipato (all’epoca, infatti, era detenuto altrove) e cioè che l’iniziativa di Morucci era stata interpretata come pilotata dal Piperno (e dal P.S.I. che ne era alle spalle) e, in quanto tale, ritenuta pericolosa per l’Organizzazione.
Conforme era la deposizione sul punto di Lauro Azzolini, coautore del documento dell’Asinara. La linea di Morucci e Faranda non era “una linea peregrina”, potendo, per contro, “intaccare a certi livelli l’organizzazione”. Sarebbe stato, dunque, opportuno che il dibattito fosse continuato all’interno dell’organizzazione senza addivenire ad una rottura traumatica.
Tanto più che le motivazioni di fondo delle posizioni di Morucci e Faranda scaturivano “dal profondo dell’organizzazione” e, dunque, meritavano di essere sviluppate “nell’internità della stessa”.
Tali considerazioni avevano determinato i reclusi a compilare quel “volantino”, dopo l’uscita su “Lotta continua” del documento morucciano.
(…)
Dopo l’uscita di Morucci e Faranda dalle B.R. taluni dei militanti ortodossi dell’organizzazione avevano chiesto a Pace, di incontrare Piperno, convinti che i due dissidenti fossero in contatto con lui.
Essi ritenevano il Piperno e lo stesso Pace responsabili di quanto accaduto, della spaccatura, cioè, determinatasi nell’organizzazione.
Il Piperno – al dire di Morucci – si era subito recato all’appuntamento e in quell’occasione probabilmente era stato minacciato.
Interessante al riguardo la deposizione resa dal Savasta (int. G.I. Roma 9/2/82): “un altro episodio che dimostra gli stretti legami esistenti tra Piperno e Pace, Morucci e Faranda, è costituito dal fatto che subito dopo la fuga di Morucci e Faranda, i componenti della Direzione di colonna Seghetti, Gallinari, Balzarani, Piccioni ed io stesso ci rivolgemmo al Pace, in occasione di un incontro che avvenne casualmente presso il bar Fassi, per chiarire la questione dei rapporti delle B.R. con Morucci e Faranda e della restituzione delle armi (v. anche atti comm. parl. strage via Fani int. Savasta 6/7 aprile 1982).
In quella occasione si prese un accordo per un successivo incontro che si sarebbe dovuto tenere a casa del Piperno o in una casa messa a disposizione dal Piperno. In effetti questo incontro ci fu realmente. Ad esso parteciparono Moretti, Balzarani, Pace e Piperno. Nel corso della riunione, di fronte alle accuse di Moretti e Balzarani, Piperno e Pace non negarono di avere sempre mantenuto rapporti personali e politici con Morucci e Faranda, dei quali sostenevano di ignorare il rifugio.
Essi affermarono che “Metropoli” avrebbe sempre sostenuto, come aveva fatto fino a quel momento, l’azione delle B.R., rispetto alle quali essi si ponevano in un’azione di sostegno ideologico e politico.
Qualche tempo dopo la rivista “Metropoli” pubblicava un articolo nel quale si parlava dell’attentato a Schittini, sul quale si formulava un giudizio positivo”(v. pagg. precedenti 102 e 103 della presente sentenza).
Interessante, altresì, la deposizione del Buonavita resa al G.I. di Roma il 7/3/83 (v. anche int. Emilia Libera, vol.5, F.9, S.29):
“A proposito del Piperno noi detenuti delle B.R. del carcere di Palmi sapemmo che il comitato esecutivo della nostra organizzazione valutava negativamente l’opera dello stesso Piperno, poichè tramite gli uomini a lui legati, presenti nella nostra organizzazione, egli generava fratture e contraddizioni. Il comitato esecutivo, decise, pertanto, di intervenire molto duramente contro Piperno. Il Gallinari riuscì a mettersi in contatto con lui in un bar di Roma e parlando al nome dell’esecutivo gli intimò di non proseguire nella sua manovra diretta a mettere il suo cappello politico alle B.R. e nel contempo richiese la restituzione delle armi e del materiale che Morucci e Faranda avevano portato con loro sottraendolo all’organizzazione”. Ciò – aggiungeva il Buonavita – aveva appreso leggendo una relazione che Seghetti e Gallinari avevano predisposto per la brigata di campo del carcere di Palmi “circa la situazione della colonna romana”.

Una conferma di notevole rilevanza dell’esistenza di un rapporto mai definitivamente reciso dal Pace con esponenti delle B.R. proviene dalla stessa voce del Morucci (ud. 9/3/87), il quale dichiarava di avere appreso che, dopo la loro uscita dall’organizzazione, Moretti aveva incaricato Seghetti di cercare Pace, nella speranza che costui potesse stabilire dei contatti tra le B.R. e P.L.. Il Pace, invero, non aveva verosimilmente cessato di avere collegamenti con ex militanti di P.O. confluiti nell’una e nell’altra organizzazione.
Seghetti si era mostrato recalcitrante a contattare il Pace, ma Moretti aveva insistito nella sua richiesta, forse perchè convinto che Pace fosse la persona più idonea, il canale “meno rischioso” a tal fine.
Pur in difetto di un accordo politico con P.L., stanti le differenze di ordine tattico e strategico – spiegava Morucci – identico era l’obiettivo da perseguire: “il capovolgimento dell’ordine sociale” e in vista di tale obiettivo “era necessario accorciare le distanze, realizzando accordi operativi utili a costituire un unico fronte combattente comunista”.
Anche per Savasta (int. P.M. Padova 5/2/82) Pace era un “canale obbligato” per stabilire un contatto tra B.R. e P.L., tanto “obbligato” che la decisione di ricorrere a lui era stata adottata in Direzione di colonna (atti Comm. parl. strage via Fani, sedute 6-7 aprile . v. Fasc. int.ri Savasta). Già in passato si era inteso “ampliare il fronte di combattimento” e costituire un’unità di attacco alla D.C. nel contesto della c.d. “campagna di primavera”.
“Nell’ultima fase del sequestro Moro” – precisava Sandalo Roberto – ” vi furono almeno due riunioni a Milano tra esponenti delle Brigate rosse ed esponenti di P.L.”. Secondo quanto riferitogli da Marco Donat Cattin “per le B.R. si presentarono Azzolini e, pare, Franco Bonisoli; per il P.L. parteciparono lo stesso Donat Cattin e Nicola Solimano”.
Oltre a discutere in generale, le B.R. “chiesero un aiuto squisitamente militare all’organizzazione P.L. per rompere l’accerchiamento; cioè, si sentivano un po’ il fiato sul collo. Portare avanti quell’operazione nella Capitale e avere gli occhi puntati di tutte le forze dell’ordine comportava grossi problemi logistici e di spostamenti. Pertanto, poichè P.L. era abbastanza radicata nel nord-Italia, era stato chiesto che l’organizzazione facesse una serie di operazioni a Milano, a Torino, in altri luoghi, ove era presente, per distogliere l’attenzione dalla Capitale, proprio in supporto militare alla campagna che le B.R. stavano conducendo”.
Marco Donat Cattin e Nicola Solimano però, “rifiutarono la proposta, affermando che la loro organizzazione non condivideva l’attacco alla D.C. e di conseguenza il sequestro di Aldo Moro”. Ed espressero nettamente una valutazione negativa dell’operazione, non giudicando opportuno “alzare il livello di scontro” contro la D.C.

 

04. Motivi della decisione

Nell’assunto dell’ordinanza di rinvio a giudizio e, a monte di questa, nella motivazione della requisitoria dell’Ufficio dell’Accusa, prima ancora della strage di via Fani, del sequestro e dell’omicidio dell’on. Aldo Moro, tra le B.R. e, in particolare, tra una frangia di queste e gli imputati Piperno e Pace, correva un rapporto di stretto collegamento dapprima sotterraneo, poi venuto alla luce in occasione della diaspora del gruppo Morucci e Faranda: un rapporto tale, in questa impostazione, da consentire l’addebitamento al Piperno ed al Pace, attraverso l’intermediazione di costoro, di alcune condotte proprie delle Brigate rosse.
In quest’ottica costante dovrebbe risultare l’intento egemonizzante di Piperno e Pace, del primo sopratutto, in funzione della proclamata necessità di coagulo delle presenze armate in Italia “a sinistra” della sinistra per la realizzazione, variamente interpretata, a seconda dei momenti storici (come prospettiva immediata, vale a dire, in un primo tempo, a Rosolina, per intenderci, come aspirazione più sfumata nel tempo, più in là) della “presa del potere”.
Un intento che, in questa ricostruzione, avrebbe riprova nell’articolarsi delle presenze di Piperno e Pace durante le c.d. “trattative” per la liberazione dell’on. Moro; più particolarmente nella trama degli incontri tessuta dai due odierni imputati con Morucci e Faranda, da un lato, e con Forze politiche istituzionali dall’altro e che troverebbe un’ulteriore riprova, dall’interno delle B.R., nell’accusa di queste a Morucci e Faranda di essere stati da sempre pedine nelle mani di Piperno e Pace; un’accusa esplicitata in un documento delle B.R. che esamina il comportamento dei due transfughi e lo aggancia espressamente al tentativo di egemonia di Piperno e di Pace, alla volontà di questi due soggetti di “mettere il cappello” sopra l’organizzazione armata.
Una linea di ricostruzione di quanto accaduto in questo campo nei c.d. anni “di piombo” nel nostro Paese, che fosse necessariamente attraverso i momenti di contatto tra le varie organizzazioni armate, la evidenziazione del muoversi di queste nel Movimento e il passaggio, attraverso i due, giudicabili di detti momenti di contatto, con al centro quello strumento di accorpamento e di elaborazione teorica unificanti, individuato, in questa prospettiva, nello strumento “Metropoli”.
Proprio questa rivista e il vario far capo ad essa o ai singoli redattori di canali di incontri e di rifornimenti di armi ai vari gruppi eversivi a seguito di inquietanti incontri con aree internazionali costituisce, nell’assunto dell’ordinanza di rinvio a giudizio, il punto fondamentale dal quale prende l’avvio la conclusione di un’ulteriore affermazione che aggancia saldature con finanziamenti di enti pubblici e con responsabilità di indole penale per omicidi a sud di Roma.
Via via in un’ulteriore opera di collegamento più a sud con fasce di criminalità comune organizzata.
C’è indubbiamente un ruotare di Morucci e Faranda attorno alle posizioni di Piperno e c’è anche, nonostante le accuse personali di inaffidabilità, un muoversi di Pace e un rivolgersi a questo vuoi dal Morucci e dalla Faranda anche per la ricerca di luoghi ove continuare la latitanza, vuoi, da parte delle B.R. per ristabilire contatti con altre formazioni armate.
C’è anche un’accertata militanza di Pace nelle B.R. e la costanza di un rapporto con queste pur dopo l’affermata uscita dalle formazioni armate: punti tutti che non sono ovviamente da trascurare e che impongono una disamina particolareggiata dei singoli elementi processuali.
L’estensore della presente sentenza ritiene, però, necessario risalire nel tempo al fine di controllare anzitutto la radice del rapporto Morucci-Faranda da un lato, Piperno e Pace dall’altro e, poi, lo spessore degli elementi probatori a sostegno dell’accusa mossa a Piperno e a Pace di costituzione di banda armata non necessariamente sussumibile sotto la sigla esclusiva delle Brigate rosse.

 

05. Le posizioni di Piperno e Pace

Il nucleo centrale delle imputazioni contestate a Piperno e Pace, quello sul quale, soprattutto, la Corte si è nel corso dell’istruttoria dibattimentale più a lungo soffermata, attiene alla partecipazione dei due imputati alla tragica vicenda Moro.
Va detto che agevolmente potrebbe pervenirsi all’affermazione delle responsabilità dei giudicabili avvalendosi delle “letture” dei comportamenti dei due da parte delle Brigate rosse. Sia, infatti, che ci si soffermi, sulla ragion d’essere del “congelamento” di Morucci e Faranda (sintomatico è lo sbattere della rivista “Pre-print” da parte di Gallinari sul tavolo, come scoperta dei “burattinai”) sia che, muovendo anche da alcune dichiarazioni del Savasta, l’attenzione si sposti sul documento della brigata di campo, non par dubbio che, secondo la valutazione delle B.R., Morucci e Faranda erano legati ombelicalmente a Pace e Piperno, che a loro piacimento li manovravano. Esplicita è, ad esempio, nella dichiarazione di Savasta riassunta nella premessa di Gatto della presunta sentenza, l’affermazione del riferimento anche a Piperno e Pace dell’operazione Moro.
In quest’ottica, il muoversi di Piperno e Pace nella ricerca di soldi con le Forze politiche istituzionali per dare sbocco concreto alle trattative, assume, poi, un forte valore indiziante di una partecipazione alla “gestione” del sequestro, sia pure innestando in questa le trame di una tessitura diversa rispetto a quella del Comitato esecutivo delle Brigate rosse.
Un muoversi, tutto sommato, di una minoranza che, dall’interno attraverso Morucci e Faranda, dall’esterno, attraverso le capacità di sviluppare contatti con Forze politiche istituzionali, tenta la strada di un mutamento nella strategia della banda armata, come prosecuzione di un’antica prospettazione.
Sfuma, allora, il contorno della ricerca di una soluzione “umanitaria” e l’azione si colora per quel dì di un insistere su un mutamento degli obiettivi immediati della banda armata.
In questa prospettazione, nella traduzione di essa in termini di qualificazione giuridica, par chiaro il convergere della gestione del sequestro verso la realizzazione del fine perseguito con lo stesso, il disaccordo, centrandosi soltanto sulla pericolosità (ai fini della stessa organizzazione), dell’innalzamento del livello di scontro, fermo restando il raggiungimento dell’obiettivo di un qualche consistente “riconoscimento” dell’interlocutore armato.
Ed è, in fondo, o può essere un tassello per questo mosaico il fatto riferito dal Morucci del rimprovero mossogli dal Piperno per la fuoriuscita dalle B.R., un timore, quindi, per l’impossibilità di manovrare attraverso presenze non trascurabili nell’interno dell’organizzazione.
Ed ancora a contribuire a questa “lettura” delle risultanze processuali può dare un ragguardevole contributo quanto precisato nel processo da una fonte (il Savasta) circa l’impegno asssunto dal Piperno di sostenere su “Metropoli” la linea delle Brigate rosse.
Una ricostruzione questa delle B.R. avente a monte l’intento di coprire la stessa con un “cappello” che saldasse l’efficienza, geometrica, della potenza armata con le istanze immediate del Movimento.
Sarebbe agevole, peraltro, in questa prospettazione, spiegare il gran muoversi di Pace nella ricerca di contatti politici in funzione quasi di interprete autentico di messaggi delle B.R. Ma, tuttavia, se così facesse, la Corte rinuncerebbe al proprio dovere di valutare le risultanze e adagerebbe la propria decisione su quella adottata dalle B.R.. Già par chiaro, sul punto, anzitutto che il giudizio espresso dalla banda armata era un giudizio, nell’ottica di questa interpretazione del comportamento di Morucci e di Faranda in termini politici.
Esatto è, al riguardo, il rilievo di Franceschini circa l’esigenza di “svilire” al livello di marionette i due dissidenti.
Inoltre, che antecedentemente alla strage di via Fani ci fosse stata una qualche partecipazione del Piperno alla relativa decisione, non risulta neanche dalle dichiarazioni dinanzi accennate rese da Antonio Savasta.
Quivi, infatti, il “dopo”, acquista un valore sintomatico del “prima”, cioè una volta stabilito il collegamento tra la diaspora e Piperno, a questo si fa carico di tutto il comportamento delle “pedine” manovrate.
Ma di queste “pedine” non c’è il processo, un elemento probatorio che consenta alla Corte di ritenere che trattasi effettivamente di pezzi da manovrare, fedeli esecutori di ordini, ubbidienti, pronti a richiedere autorizzazioni ad agire.
Peraltro, la convergenza su posizioni politiche non implica necessariamente subalternità degli uni all’altro.
Non ha rilievo per la Corte ricercare le ragioni profonde del muoversi di Piperno in occasione del tentativo di intrattenere trattative sulla sorte dell’on. Moro. Ad eccezion fatta, però, di una esclusione. Quella relativa, cioè, all’innestarsi dell’attività di Piperno sul filone esclusivo del raggiungimento del risultato perseguito. La Corte non ignora la linea giurisprudenziale tracciata dalla Suprema Corte di Cassazione di termini di responsabilità a titolo di concorso dell’attività di chi svolge, a sequestro avvenuto, un comportamento diretto, comunque, a fare ottenere il vantaggio perseguito con il sequestro stesso (ad esempio il prezzo del riscatto).
Osserva però al riguardo, la Corte, che deve trattarsi, pur sempre, di un’attività che si inserisca con efficienza causale nel mantenimento del sequestro. Là dove il comportamento dell’intervento si limiti a “spiegare”, ad “interpretare” messaggi degli altri, senza alcuna possibilità di incidere direttamente sulla sorte del sequestrato, non par dubbio al Collegio che non si tratti di un’attività concorsuale.
Piperno formulava da anni, sia pure con qualche interruzione, conseguente al “ritiro” cosentino, una data ipotesi politica e la prospettiva anche, ovviamente, per influire sulla linea di sviluppo delle B.R.
Con momenti di avvicinamento od anche, a volte, di contatto più penetrante, ma le risultanze processuali, in primo luogo, le nette affermazioni anche di Bonisoli, consentono di ritenere che il Piperno fu del tutto estraneo all’eccidio di via Fani e alla gestione del sequestro Moro.
Egli agì, durante questo sequestro, preoccupato delle sorti del Movimento, dall’impatto su questo dell’innalzamento del livello di scontro, ponendosi in un’ottica diversa da quanti, per la realizzazione di fini umanitari, lo contattarono.
Ma questo suo agire per un fine diverso rispetto a quello perseguito da alcune Forze istituzionali, non legittima l’inferenza che egli agì “in concorso” con le Brigate rosse.

Il discorso sulla “contiguità” delle aree non si può tradurre nell’affermazione della medesimezza delle aree stesse e, più ancora, per quello che interessa i giudici da vicino, non legittima l’assunzione di responsabilità penale concorsuale.
Se i giudici avessero raccolto adeguato materiale probatorio per coonestare il giudizio espresso, dopo la diaspora, dalle B.R., il risultato del processo sarebbe stato diverso.
Ma il materiale raccolto costituito anche dalle affermazioni dibattimentali di Bonisoli e di Franceschini dimostra, invece, che Piperno restò fuori dall’organizzazione “B.R.” e non fu coinvolto né nella strage di via Fani né nell’uccisione dell’on. Moro. Consegue il proscioglimento con la formula per non aver commesso il fatto da tutte le imputazioni residue rispetto a quelle per le quali già in precedenza, nel corpo di questa stessa sentenza, si è pervenuti all’affermazione di colpevolezza del Piperno o al proscioglimento con una diversa formula.
Diverso è il problema relativo alla posizione di Lanfranco Pace per quanto concerne la responsabilità di questo in ordine alla strage di via Fani, al sequestro e all’omicidio dell’on. Moro e ai reati commessi (diversi, si intende, da quello di banda armata) dalle Brigate rosse e contestati come attività concorsuali al Pace.
Questi, invero, militò sicuramente, per la sua stessa affermazione, avvalorata dalle dichiarazioni di Morucci, nella brigata servizi delle B.R. Una brigata che, nell’organigramma della banda, aveva compiti essenziali per la sopravvivenza e la realizzazione dei fini delittuosi perseguiti dalle bande stesse.
Pace, secondo l’assunto suo e di Morucci, soggiornò, però per un limitato periodo di tempo, in questa struttura, per allontanarsene, quasi “placidamente” poco tempo dopo.
Un allontanamento che avrebbe assunto la dimensione quasi di un “defilarsi” attraverso il mancato rispetto degli appuntamenti anche “di recupero”.
Uno strano ritorno di Pace alla legalità senza alcun rimbrotto ed anche senza alcuna richiesta di “spiegazioni” da parte di un organizzazione che considerava se stessa come particolarmente rigida. Lo strano fu ancora quello che, nonostante la pretesa inaffidabilità (a volte par di capire per la tendenza al gioco del poker), tanto i dissidenti, quanto il nucleo direttivo delle B.R. tornano a contattare Pace per finalità non trascurabili. Uno scopo di aggiornamento della situazione e della ricerca di aiuto anche “per armi e bagagli” (vistosi in ogni caso) da parte di Morucci e Faranda e questo consentirebbe l’approdo “de plano” ad un giudizio di definitivo allontanamento da parte del Pace dall’organizzazione B.R.. Con in più il corollario del muoversi del Pace durante il sequestro dell’on. Moro in una posizione assolutamente esterna rispetto a quella delle B.R.
Di contro, tuttavia, c’è un fatto di particolare rilievo costituito dal ricorso al Pace da parte dei vertici delle B.R. per ristabilire contatti con altre organizzazioni armate. Ne deriva inquietudine su questo ruolo di cucitore di Pace quasi una posizione di supervisione dell’uno e l’altro gruppo; una posizione che non può essere facilmente accantonata specie quando si tengano in considerazione i comportamenti antecedenti del Pace in ordine ai vari tentativi di cucire strappi di condurre ad un’unità e di dotare di armi e di supporti ideologici la lotta armata.
Un ruolo, in ogni caso, che smentisce il giudizio di inaffidabilità non fosse altro che per l’estrema delicatezza dell’incarico affidatogli, la pericolosità dell’espletamento dello stesso e la potenzialità criminosa dell’alleanze da stabilire.
In questa situazione, la Corte deve valutare il peso delle affermazioni relative all’estraneità del Pace ai reati contestategli diversi da quelli della banda armata e soppesarle alla luce della prova di un comportamento oggettivamente di sostegno alla continuità delle B.R. Con possibili inferenze sulla sostanziale permanenza del Pace in seno all’organizzazione, inferenze, tuttavia, a livello di dubbio; tali, appunto, da legittimare un giudizio di proscioglimento con formula dubitativa.

Processo Metropoli was last modified: gennaio 7th, 2015 by glianni70.it

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