Perché abbiamo rapito il giudice Sossi

Perché abbiamo rapito il giudice SossiPerché abbiamo rapito il giudice Sossi

L’Espresso pubblica un’intervista nella quale le Br, oltre a ripetere alcuni concetti già espressi nei due precedenti documenti politici (settembre 1971 e gennaio 1973), danno una spiegazione sugli obiettivi, le ragioni e i modi del sequestro Sossi. L’intervista è di Mario Scialoja, che in seguito sarà interrogato dal magistrato.

L’Espresso, 16 maggio 1974

Perché tra i rappresentanti della controrivoluzione avete scelto proprio Sossi?
«Per tre motivi. 1. Perché è contro il gruppo 22 Ottobre che per la prima volta si sono messe a punto le tattiche e le contromosse dell’antiguerriglia. Questi modi di operare del potere ci interessavano particolarmente. Sossi in quanto “uomo del potere” ne era al corrente. Dunque poteva raccontarceli. E ce li ha raccontati. 2. Perché Sossi è un magistrato e la magistratura in questo momento è l’anello più debole, anche se il più vivo, della catena del potere. 3. Perché Sossi è un bersaglio dell’odio proletario, avendo egli “fabbricato” le prove e le accuse contro i compagni comunisti del gruppo 22 Ottobre, ed essendo stato nella sua pur breve carriera un persecutore fanatico della sinistra rivoluzionaria».

Quando avete deciso il sequestro? L’operazione è stata preparata a lungo?
«Abbiamo lavorato un anno a questa azione. Abbiamo atteso però le conclusioni del processo d’appello prima di metterla a segno perché nella sinistra qualcuno credeva ancora possibile fare qualcosa legalmente. Non è stato così. I giudici non hanno neppure preso in considerazione la tesi dell’omicidio preterintenzionale, non hanno voluto saperne di scavare sulla questione Gadolla, e cioè hanno fatto la loro parte in quello che a tutti gli effetti può essere definito il primo importante processo di regime. Rossi e compagni sono stati condannati per motivi politici. La sentenza volutamente rispondeva al bisogno del potere di scoraggiare e terrorizzare chiunque avesse per l’animo di intraprendere la strada della lotta armata. Bisognava invertire la tendenza e noi lo abbiamo fatto».

Perché avete deciso di agire adesso? Solo per motivi tecnici oppure per un riferimento preciso al referendum? Oppure come i tupamaros pensate che il momento migliore per attaccare è quello in cui la credibilità delle istituzioni è scesa più in basso?
«Evidentemente non può essere un criterio esclusivamente tecnico a consigliare un’azione come l’arresto di Sossi e tutto ciò che ne è conseguito. Abbiamo deciso di intervenire in questo momento perché in questo momento si preparano i giochi per la seconda repubblica. E perché portare l’attacco allo stato è oggi indispensabile per rompere l’accerchiamento della lotta operaia. Noi valutiamo che sia in incubazione un progetto di stravolgimento delle istituzioni repubblicane che va nel senso, pur salvando le apparenze e gli scenari della democrazia borghese, di realizzare nel periodo successivo al referendum una situazione che potremmo definire di “fascismo neogollista”. In questa luce vanno interpretate anche le perquisizioni alla sede dei centri Sturzo di Torino e del Crd (Comitato di resistenza democratica) di Milano. L’obiettivo fondamentale è stato quello di iniziare una ricostruzione organica di quelle forze, persone e organizzazioni che in questo momento stanno gettando “clandestinamente” le basi della seconda repubblica. Ora però, questo progetto per compiersi ha bisogno di una condizione fondamentale: una forte concentrazione di tutti i poteri a partire da quello politico. Il referendum doveva perciò essere nelle intenzioni del “partito della seconda repubblica” l’occasione per verificare le sue capacità di controllo e di manovra sulle forze dell’opposizione e il grado di accettazione e di subordinazione di queste ultime. Così è stato. La nostra organizzazione, però, rifiutando la scelta “tattica” del “compromesso”, propria dei partiti della sinistra costituzionale, con l’azione Sossi ha cercato di impedire la ricomposizione completa delle contraddizioni che si erano aperte nel regime in seguito alla repressione delle lotte operaie in questi ultimi anni. Se, come riteniamo, la crisi di regime è prima di tutto crisi di egemonia della borghesia sul proletariato, il compito delle forze rivoluzionarie deve essere quello di approfondire questa crisi e condurla verso il punto più basso, costruendo nello stesso tempo e nella lotta gli strumenti politico-militari necessari a consentire uno sbocco rivoluzionario».

Come si è svolto il processo?
«Abbiamo interrogato il prigioniero Sossi sulle iniziative che ha preso e il significato politico di ognuna di esse. Non si è trattato tanto di un interrogatorio poliziesco ma di capire come ragionano gli uomini più esposti del potere e di che uomini si servano quelli meno esposti. Sossi è un buon “tecnico” ma non ha una grande autonomia politica. Un ottimo strumento per le sporche manovre. Attraverso gli interrogatori siamo riusciti a ricostruire fatti, persone e metodi propri del fascio di forze della controrivoluzione».

Renderete noto l’interrogatorio?
«Renderemo noto volta a volta ciò che serve nella lotta che stiamo conducendo. Renderemo noti inoltre i nomi degli infiltrati e dei confidenti nei gruppi della sinistra extraparlamentare genovese. Sempre che a questi gruppi interessi saperlo!».

Vi sarà una sentenza? Sulla base di quali elementi deciderete cosa fare di Sossi e cosa chiederete in cambio?
«Una sentenza contro Sossi ne presuppone un’altra contro il potere che lo ha pilotato, e questa ancora un’altra contro lo stato. E’ allo stato perciò che abbiamo chiesto uno scambio tra il prigioniero politico Sossi e i compagni del 22 Ottobre. Non accetteremo controproposte. Rifiuteremo ogni offerta di un riscatto in denaro. La vita di un uomo non può essere comprata».

Vi aspettavate da parte dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare (Manifesto, Lotta Continua, ecc.) una così violenta condanna? Come la spiegate?
«Nel ’71 rispondendo ad un’altra intervista dicevam “Non ci interessa sviluppare una sterile polemica ideologica. Il nostro atteggiamento nei confronti dei gruppi extraparlamentari è innanzitutto determinato dalla loro posizione sulla lotta armata. In realtà nonostante le definizioni che essi si attribuiscono; al loro interno prospera una forte corrente neopacifista con la quale non abbiamo niente a che spartire ed anzi riteniamo che si costituirà al momento opportuno in una forte opposizione all’organizzazione armata del proletariato. Mentre invece un’altra parte di militanti accetterà questa prospettiva; con essi il discorso è aperto”. Oggi possiamo aggiungere che a misura in cui il loro ruolo di forze subalterne ai partiti del Compromesso si è fatto più marcato ed evidente, la contraddizioni al loro interno si sono fatte più violente. Il caso Sossi ha messo in piazza la profondità di queste contraddizioni».

Non vi ponete il problema, come si ponevano i tupamaros, di mantenere buoni i rapporti con le altre organizzazioni rivoluzionarie?
«I buoni rapporti con le altre organizzazioni rivoluzionarie presuppongono “altre organizzazioni rivoluzionarie”. Evidentemente non è il caso dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare. Esiste però un’area di forze realmente rivoluzionarie, tutta interna al proletariato industriale delle grandi fabbriche, rispetto alla quale abbiamo stabilito un confronto politico ricco di sviluppi».

Pensate che la lotta armata in un paese a capitalismo avanzato come l’Italia e con il partito comunista più forte d’Europa, abbia veramente delle possibilità di sviluppo e di successo? Perché?
«La lotta armata è oggi un’esigenza che nasce dalle grandi fabbriche urbane. E un bisogno politico di quelle avanguardie della classe operaia che hanno rifiutato il riformismo come progetto di stabilizzazione del sistema. Sono queste avanguardie che, con le loro lotte hanno incrinato la struttura di comando dei padroni nelle officine, fatto saltare i meccanismi del terrore e dell’egemonia borghese e cioè hanno aperto e resa acuta la crisi di regime. Inoltre andiamo incontro ad una radicalizzazione dello scontro politico e sociale e noi crediamo che la sinistra subirà inevitabilmente, con il progredire di questo scontro, un processo di polarizzazione in cui la discriminante sarà la posizione sulla lotta armata. In questo processo verrà coinvolto anche il Pci o per lo meno la sua anima comunista».

Credete comunque che l’azione armata di un gruppetto di avanguardia sganciato dalle masse abbia un’utilità?
L’azione armata di un gruppetto sganciato dalle masse certo non ha possibilità di sorta. Altro è l’azione di un’avanguardia armata anche se molto piccola. Le Br non sono un gruppo. La nostra iniziativa armata è il frutto di un costante lavoro all’interno dello strato più avanzato dell’autonomia operaia in tutte le più grandi fabbriche del Nord. Un lavoro cominciato quattro anni fa alla Pirelli. Un lavoro poco clamoroso ma certamente decisivo nel processo di formazione di una reale avanguardia rivoluzionaria».

Pensate di poter costruire un’alternativa alla gestione sindacale?
«Non si tratta di costruire un’alternativa alla gestione sindacale ma di costruire un quadro politico strategico diverso entro il quale orientare la lotta sindacale».

A quale tipo di organizzazione clandestina di fabbrica mirate?
«I nostri militanti nelle fabbriche operano per favorire la crescita a tutti i livelli dell’autonomia operaia. Siamo convinti, che questa crescita vada nel senso della costruzione di organismi di potere operaio»

Come rispondete a chi, e sono quasi tutti, sulla base del ragionamento del “a chi giova?” sostiene che siete dei provocatori perché oggettivamente fate il gioco delle destre?
«Ci hanno mosso questa critica contemporaneamente il governo e l’opposizione, la destra e la sinistra, quasi tutti appunto! In generale chi ci muove queste accuse da sinistra parte da questo ragionament “Voi intervenite sempre in prossimità di importanti scadenze politiche, dunque…”. Ma può essere la tempestività del nostro intervento oggetto di una critica seria? Certamente no. Un intervento intempestivo sarebbe solo un intervento sbagliato. In realtà ci viene rimproverato il fatto che l’iniziativa armata introduce nel gioco politico istituzionale una variabile non prevista. Che questo faccia il gioco della destra è un’affermazione niente affatto dialettica. Chi fa il gioco della destra, e lo fa fino in fondo, è chi si rifiuta di vedere che è in atto un processo controrivoluzionario; è chi si pone di fronte ad esso compiti solo difensivi; è chi ha rinunciato a costruire e ad opporre un efficace movimento di resistenza».

Come rispondete a chi accettando la vostra collocazione politica sostiene comunque che non vi è nessuna possibilità di sviluppo del vostro disegno rivoluzionario?
«Abbiamo fatto una scommessa con la storia e non l’abbiamo ancora vinta; questo è vero. Ma la nostra esperienza di questi ultimi due anni taglia corto con il pessimismo. È soprattutto esperienza delle lotte operaie: basti ricordare Mirafiori, il blocco di marzo-aprile ‘73, i “fazzoletti rossi” nell’ultimo contratto aziendale. Sono queste lotte, lo strato di avanguardie che esse hanno espresso, che stanno alla base dell’attuale possibilità rivoluzionaria nel nostro paese».

Quali misure adottate per garantirvi dall’infiltrazione di elementi provocatori nel vostro gruppo?
«Il criterio fondamentale è il livello di coscienza politica e di militanza pratica che i compagni che si avvicinano a noi hanno dimostrato nelle lotte di massa. Tutti i nostri militanti hanno lavorato a lungo nel movimento di massa. La composizione sociale della nostra organizzazione è precisa: la quasi totalità dei nostri quadri sono operai. Nessun criterio è però infallibile, dunque neppure questo. Provocatori e confidenti però devono sapere che alla nostra giustizia non si sfugge facilmente…».

Spesso è stato detto che la vostra matrice ideologica è marxista-leninista, cattolica e operaista: vi riconoscete in questo impasto?
«La nostra matrice ideologica è comunista. I nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e le esperienze in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani».

E’ vero che il vostro modello politico-organizzativo è il movimento dei tupamaros?
«No, non è esatto. Nessuna esperienza è ripetibile e l’Italia non è l’Uruguay; della esperienza dei tupamaros abbiamo però tenuto presenti importanti principi di organizzazione come la costruzione per colonne e la compartimentazione».

Potete delineare un vostro modello di organizzazione?
«Il nostro punto di vista è che la lotta armata in Italia debba essere condotta da un’organizzazione che sia diretta espressione del movimento di classe. Il popolo è all’origine di tutto dunque bisogna unirlo, mobilitarlo e armarlo. Lo sviluppo di una prima fase di guerra di guerriglia, in situazioni urbane e nelle grandi metropoli industriali europee ci sembra possibile guardando l’esperienza e i limiti dei primi gruppi armati tedeschi, francesi e italiani a due condizioni: la crescita di momenti reali di potere operaio armato nelle più grandi fabbriche, nei poli di classe più significativi e nei rioni popolari dove maggiormente si concentrano rivolte e sfruttamenti; la costruzione di una “forza regolare strategica” addestrata ad affrontare dal punto di vista della lotta armata tutti i compiti che si presentano ai diversi livelli di scontro».

Mario Scialoja

Perché abbiamo rapito il giudice Sossi was last modified: dicembre 16th, 2014 by glianni70.it

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