Per un’analisi delle culture antagoniste Considerazioni introduttive sul “caso” del ’77

Per un’analisi delle culture antagonistePer un’analisi delle culture antagoniste

Considerazioni introduttive sul “caso” del ’77

di DANILO MARISCALCO

Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe […] essere di valore inestimabile per lo storico integrale.

Antonio Gramsci

1. “Stracci e rifiuti”

La parzialità caratterizzante ogni esposizione di singoli eventi del processo storico potrebbe essere considerata, nel caso dei gruppi sociali subalterni, una forma di rappresentazione corrispondente alla vicenda, sempre “disgregata ed episodica”[1], dei soggetti indagati: tale frammentarietà storica, determinata dall’iniziativa che le classi dominanti oppongono alla tendenza all’unificazione dei gruppi sui quali esse esercitano il dominio, secondo Antonio Gramsci impone allo studioso un’accumulazione “molto grande di materiali spesso difficili da raccogliere”[2]. La produzione culturale del “movimento del ’77”, a un’analisi che non sia finalizzata alla mera ricognizione quantitativa delle testimonianze materiali e immateriali, sembra offrire oggetti significativi di una tendenza sociale: significativi nella misura in cui essi hanno “fatto presa”[3] in un recente passato che, parafrasando Benjamin, sembra intrattenere una “intesa segreta” con il nostro presente[4]. Le qualità specifiche di quella esperienza, alle quali il presente lavoro forse aprirà spazi di affioramento, possono essere individuate in un’indagine che consideri alcuni suggerimenti metodologici gramsciani:

“Bisogna […] studiare: 1) il formarsi obbiettivo dei gruppi sociali subalterni, per lo sviluppo e i rivolgimenti che si verificano nel mondo della produzione economica, la loro diffusione quantitativa e la loro origine da gruppi sociali preesistenti, di cui conservano per un certo tempo la mentalità, l’ideologia e i fini; 2) il loro aderire attivamente o passivamente alle formazioni politiche dominanti, i tentativi di influire sui programmi di queste formazioni per imporre rivendicazioni proprie e le conseguenze che tali tentativi hanno nel determinare processi di decomposizione e di rinnovamento o di neoformazione; 3) la nascita di partiti nuovi dei gruppi dominanti per mantenere il consenso e il controllo dei gruppi subalterni; 4) le formazioni proprie dei gruppi subalterni per rivendicazioni di carattere ristretto e parziale; 5) le nuove formazioni che affermano l’autonomia dei gruppi subalterni ma nei vecchi quadri; 6) le formazioni che affermano l’autonomia integrale ecc.”[5]

Un impegno che, nell’esposizione, pretende considerazioni preliminari sui concetti, sugli “stracci” e sui “rifiuti” utilizzati nei giorni della ricerca[6].

Sono state indagate le pratiche culturali, e in particolare le attività caratterizzate da un’apparente e rilevata connotazione “artistica”[7], del movimento antagonista del ’77 nelle loro condizioni sociali di emersione. Il termine “antagonista” riconduce il subalterno gramsciano alla concezione marxista della storia e sostituisce la definizione di “avanguardia” utilizzata, come si osserverà in seguito, per indicare le “frange” del movimento che più di altre in quegli anni hanno percorso la strada illuminata dalle esperienze artistiche del primo Novecento; esso, lungi dal definire un vago conflitto “ideale” tra il soggetto che qualifica e i gruppi dominanti, materialisticamente colloca i fatti analizzati nel conflitto “reale” tra capitale e lavoro-sapere sociale, nella tendenziale contraddizione tra rapporti di produzione determinati e sviluppo delle forze produttive che può incarnarsi nella lotta politica tra le classi[8]. Le medesime intenzioni scientifiche hanno suggerito l’esclusione del termine “creatività” – anch’esso più volte accostato al linguaggio di una presunta e circoscritta “ala” del movimento e presente, nei testi del ’77, soltanto nell’accezione, sviluppata nel terzo capitolo, di scrittura-pratica “trasversale” –, il cui uso “incontrollato” tormentava Benjamin[9] e in cui è possibile rintracciare una “natura” idealistica comune ad altre categorie tipiche degli studi sui fatti culturali; fra di esse l’arte, nel confronto con gli oggetti che pretende di definire, sembra mostrare i segni più evidenti di una tradizione che, affermava Marx, “pesa come un incubo sul cervello dei viventi”[10]. La persistenza di tale categoria nel presente lavoro, nonostante le imprescindibili considerazioni, suggerite anche dalle pratiche antagoniste del ’77, sulle esperienze dei movimenti contemporanei e sugli sviluppi delle tecnologie elettroniche e informatiche e dei mezzi di comunicazione e di produzione culturale, che sembrano smentire il suo valore definitorio, da un lato permette un confronto con la tradizione e il senso comune, e dall’altro stimola un approfondimento dell’efficacia specifica[11], emergente in questa ricerca, degli elementi che nel materialismo storico, secondo la nota metafora architettonica, sono collocati, e in certe deviazioni economicistiche paralizzati, nella regione sovrastrutturale[12].

Le sovraesposte operazioni appagano intenzioni scientifiche determinate. In generale i concetti teorici, nella misura in cui agiscono o pretendono di agire in vario modo nei diversi processi sociali, hanno o inseguono un’efficacia pratica e definiscono, nel loro insieme, una determinata prospettiva. Gli oggetti indagati, nella coscienza, mutano, anche radicalmente, al mutare di quella, così come in pittura, per esempio, una prospettiva anamorfica costruisce un’immagine difficilmente riconducibile, da un punto di vista tradizionale, alle raffigurazioni dominanti di oggetti determinati[13]. La posizione dalla quale i fatti, in questa occasione espositiva, vengono osservati è definita, in parte, dall’elaborazione teorica e dall’attività pratica del “movimento del ’77”, entrambe rintracciabili nei frammenti, rimossi dalla storiografia ufficiale ma proposti nel terzo capitolo del presente lavoro, da esso ereditati. Questa apparente “regressione” o “coincidenza”, testimonianza possibile dell’attualità di quelle esperienze, in prima istanza coinvolge la rappresentazione della composizione sociale del movimento. Nella forma proposta da Alberto Asor Rosa essa mostra differenze soggettive irriducibili alla categoria di gruppo sociale, in tal modo esorcizzando il corpo della ricerca dallo “spettro” già evocato del subalterno gramsciano: “Nelle occupazioni si realizza un coacervo insolito, […] ci sono i cosiddetti precari, i lavoratori docenti di seconda o terza categoria, […] gli studenti massificati e al tempo stesso sbandati, marginalizzati e sotto utilizzati, spesso con problemi di occupazione alle porte, […] che nessuno sa bene da dove vengano e nessuno sa dove vadano, quegli studenti che il sistema scolastico italiano produce a getto sempre più continuo”[14]. Nella forma proposta dallo stesso movimento essa invece sembra presentare un gruppo sociale economicamente e politicamente definibile, il cosiddetto “proletariato giovanile”. Già nel 1975 il collettivo bolognese A/traverso esponeva nella propria rivista un’analisi del suo “formarsi obbiettivo” che di fatto appagava alcune esigenze metodologiche formalizzate da Gramsci nelle note sui subalterni:

“Rimuovere l’autonomia, distruggerne i contenuti, è l’obiettivo politico di questo passaggio, a cui la crisi deve essere finalizzata. Ma questo passaggio richiede l’espulsione di forza lavoro dalla fabbrica; e precisamente l’espulsione dello strato sociale più radicalmente e coscientemente indisponibile al lavoro salariato; a questo è finalizzato l’attacco che il capitale ha portato, in questo ultimo anno, contro l’occupazione operaia. Il progetto è quello di espellere dal luogo produttivo non semplicemente un’avanguardia politica, ma un intero strato sociale, non semplicemente cacciar fuori dalla fabbrica i livelli organizzati dell’autonomia, ma cacciar fuori centinaia di migliaia di giovani scolarizzati, assenteisti, egualitari incazzati e coscienti. Contro questo strato sociale è stata messa in funzione la cassa integrazione, la disoccupazione, il lavoro saltuario, la sottoccupazione. Ma in questo modo si crea uno strato vastissimo di proletariato giovanile mobile, che si aggira per le metropoli dell’area europea. La cassa integrazione sul 93% del salario in Italia, il licenziamento col 100% del salario ultimo percepito in Germania, il lavoro saltuario, la collettivizzazione. Movimento è lo strato sociale che si muove”[15].

Uno “strato sociale”, secondo il collettivo A/traverso, “subito ridotto […] nelle categorie della criminologia, della psichiatria, della sociologia, della spettacolarità”[16], come si osserverà nel capitolo seguente e come “gramscianamente” accade ai gruppi subalterni in movimento intercettati dagli “intellettuali” impegnati “(– per amor di patria! – come si dice) […] a cercar di nascondere le cause di malessere generale […], dando, dei singoli episodi di esplosione di tale malessere, spiegazioni restrittive, individuali, folcloristiche, patologiche ecc.”[17]. Alla concreta emersione del “proletariato giovanile” e alla sua “immanente” individuazione teorica corrispondevano pratiche politiche che ridefinivano le forme tradizionali delle lotte operaie: “Il primo numero di ‘A/traverso’ portava il titolo Piccolo gruppo in moltiplicazione. Era un nuovo modo di intendere l’organizzazione politica. Non più il partito, non più le grandi strutture politicizzate, ma un’organizzazione che nasce dal basso, dalla vita quotidiana, dai rapporti di amore e di amicizia, dal rifiuto del lavoro salariato e dal piacere di starsene insieme”[18]. Fra il 1975 e il 1976 a Milano, e poi a Roma e a Bologna, i costituenti “circoli del proletariato giovanile”, in una prima fase mossi da un’intenzionale autogestione del tempo libero[19], promuovevano occupazioni di stabili – i “centri sociali” –, precorritrici iniziative sulla condizione “precaria”[20], feste come “fatti politici”[21], espropri come “forme […] di riappropriazione della merce”[22]. Nei “materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano” si legge:

“Il movimento del proletariato giovanile, nato dall’esigenza di avere luoghi di ritrovo dove discutere e organizzare per gestire in maniera diversa il tempo libero, ha l’esigenza di andare più avanti, di dire qualcosa sul lavoro, sulla famiglia, sugli altri. Dobbiamo creare la nostra organizzazione, diventare uno strato sociale compatto che esprime il bisogno di comunismo […], che propone già oggi un modo diverso di impostare il rapporto tra uomo e donna, tra individuo e natura, tra vita privata e vita sociale, il lavoro, il tempo libero”[23].

Nella riconfigurata “linea di classe”, come si scriveva nel 1975 in “A/traverso”, acquisivano centralità la “dimensione” quotidiana e la produzione culturale:

“È questa nuova realtà – la formazione di questo esercito proletario scolarizzato, irriducibile alla categoria di esercito industriale di riserva – che ci permette di mettere all’ordine del giorno questioni teorico-politiche legate alla formazione dell’esistenza, al bisogno di liberazione del quotidiano, alla collettivizzazione della scrittura come intervento formativo sulla realtà, non come tematiche collaterali, ma come elementi di ridefinizione complessiva della linea di classe. Non è più sufficiente a questo punto identificare l’avanguardia solo in fabbrica; il movimento produce un’avanguardia socialmente mobile che è la classe operaia non per la sua collocazione nel processo produttivo, ma per la forma della sua esistenza politica, sociale, culturale”[24].

Nel contempo si affermavano le condizioni di una possibile “autonomia integrale”, di una “scissione” dalla rappresentanza istituzionale e dagli interessi generali della produzione capitalistica, di un “potere operaio” come forza sociale costituente:

“Oggi, l’emergenza di uno strato sociale che si è consolidato politicamente sul finire degli anni Sessanta, e che dopo si è disgregato politicamente ma massificato socialmente, rimette in questione il problema del potere, in un modo che è nuovamente irriducibile al soggettivismo organizzativo e socialista. Il potere capitalistico è molto più della semplice macchina di controllo e coordinamento statale; si configura come sistema di dominio articolato su tutto il terreno dei rapporti sociali, è il sistema complessivo degli strumenti di controllo che garantisce la riproduzione del dominio capitalistico sul lavoro. Potere operaio non può significare trasferimento nella macchina statale della rappresentanza politica del proletariato; la classe operaia non ha interesse a una identificazione col funzionamento sociale e produttivo complessivo. Interesse operaio è al contrario la disgregazione dell’apparato di controllo sulla macchina e il rafforzamento dell’autonomia come dislocazione altrove, come trasformazione di sé, della propria figura, da parte delle masse. Per tutta una fase storica ancora, la funzione del capitalismo – come sistema di valorizzazione e di accumulazione, aumento della capacità produttiva del macchinario, riduzione del lavoro necessario – non è esaurita, e interesse operaio è lo sviluppo delle potenzialità che il sistema contiene. La società capitalistica tenta continuamente di costringere i movimenti operai dentro il dominio politico della valorizzazione, potere operaio è capacità di dissociazione dello sviluppo dal dominio politico. Costringere il capitale a rinnovarsi, a ridurre il lavoro necessario, ma impedire la saldatura delle strutture produttive in meccanismo di dominio. Potere operaio è autonomia dallo sviluppo, dentro lo sviluppo. Ma perché questa dialettica funzioni occorre riconoscere non solo che la classe operaia è forza propulsiva dello sviluppo, oggettivamente egemone nel rapporto produttivo, ma anche che è soggettivamente estraneità rispetto allo sviluppo, autosottrazione alla produzione di valore, autocollocazione altrove, rispetto al luogo della produzione, nel luogo del movimento. Il potere va dunque inteso come strumento di questo bisogno e di questa possibilità di autonomia rispetto alla società del lavoro e dello sviluppo, strumento di una estraneità che è separazione, in un luogo in cui è possibile la trasformazione della propria esistenza in movimento”[25].

Il movimento antagonista del ’77 è questo “strato sociale che si muove”, è la prassi politica e culturale dei “giovani proletari” e degli studenti in quanto forza-lavoro cognitiva[26], di soggetti economicamente subalterni, esclusi dalla rappresentanza istituzionale, “non garantiti”[27] ma intellettualizzati, coscienti della propria collocazione sociale e perciò in grado di “autorappresentarsi”, di attivare un processo di emancipazione, di affermare la politicità del “personale” nella “fabbrica diffusa”:

“La nuova figura operaia antagonista del lavoro, presente nella fabbrica diffusa, è l’operaio giovane. Questo è anche completamente estraneo all’ottica sindacale. a) Vuole appropriarsi già oggi dei processi di ristrutturazione in atto per ridurre al minimo le ore di lavoro e per sprigionare al massimo la propria creatività. b) Il comportamento comunista dell’operaio giovane è appropriarsi di tutto quello che produce. Di tutto bisogna espropriare il padrone per servirsene per la propria lotta. c) Tende ad autoridursi i ritmi, perché ha capito che lavorando poco produce già molto di più di quello che gli serve per vivere. Nel tempo che si sottrae alla costrizione della fabbrica riscopre man mano la sua creatività, quella che non può esprimere sul lavoro. d) Rivalutando la propria creatività è portato conseguentemente a combattere tutte le strutture borghesi anche fuori della fabbrica. Tutte le strutture che opprimono il proletariato, che lo obbligano in qualsiasi momento ad accettare la schiavitù del lavoro. La tematica del tempo libero non è più un ripiegamento compiacente sulle lotte passate del movimento americano che il capitalismo giornalmente recupera grazie ai suoi strumenti. La musica, i concerti, l’aborto, gli anticoncezionali sono tutte tematiche che il potere può recuperare in qualsiasi momento, se non isolate da quello che è l’esercizio del potere espresso nella fabbrica, nella scuola, o nel territorio, dal proletariato giovanile. Occorre superare la logica del “personale è politico”, visto a sé, come un momento staccato dall’esercizio del potere in fabbrica o nelle altre situazioni”[28].

Sapere vivo[29], intellettualità di massa o diffusa[30], operaio sociale[31], cognitariato[32], moltitudine[33]: questi, e altri, i caratteri specifici e i “nomi” in tempi diversi attribuiti alle soggettività subalterne materialisticamente emerse nelle recenti trasformazioni sociali e dalle quali il capitale, nella sua vigente configurazione, tendenzialmente concentra l’estrazione di plusvalore. Essi rimandano al concetto marxiano di general intellect[34] formalizzato nei Grundrisse[35](1857-1858), riscoperto in Italia dagli operaisti[36] e sviluppato negli anni Settanta dal movimento autonomo[37]. Nell’opera marxiana quest’ultimo ha rintracciato i “lineamenti” generali di una possibile teoria delle soggettività antagoniste che sembrava essere adeguata all’analisi e allo sviluppo della “crisi” della società fordista. La pratica teoricadel movimento non si è però limitata alla riscoperta, e all’inveramento[38], di quelle indicazioni. Come non aderisce al concreto un’elaborazione dei fatti del “movimento del ’77” limitata all’esaltazione delle relazioni che essi intrattengono con i temi storicizzati delle avanguardie “artistiche” novecentesche, così non giunge a una “approssimazione concreta della realtà”[39] un’esclusiva esposizione dei concetti marxisti sviluppati in quelle esperienze. Dallo studio dei materiali emergono serie di pratiche culturali, in generale coinvolgenti l’uso dei mezzi di comunicazione, e di categorie già formalizzate in alcuni paradigmi teorici, più o meno sistematici, affiorati, o riapparsi, nel Novecento: il general intellect e il desiderio, l’analisi del discorso e la critica dello spettacolo, l’uso del falso e il détournement, il superamento dell’arte e la sua politicizzazione.

2. Limiti storiografici

Nel presente testo verranno esposti i risultati di un’indagine che si è confrontata con le domande relative alle circostanze che hanno, se non determinato, accompagnato l’affermazione di questo fenomeno, ma che non vuole offrirsi come paradigma esplicativo di altri fatti, anche se apparentemente analoghi, della storia; nel contempo essa non ha voluto eludere un confronto, che ne avrebbe potuto verificare l’utilità pratica, con le urgenze politiche del tempo presente. La storia, se si adottano le considerazioni marxiane, è un processo da cui “tutt’al più […] è possibile astrarre”[40] le tendenze generali e i relativi eventi, i quali sono storici non in quanto si configurano come semplici “avvenimenti”, ma in quanto si inseriscono, come affermava Althusser, “nelle forme della storicità come tale[41], nelle varie articolazioni sociali. Tale indicazione, tornando a Gramsci e al prodotto intellettuale della sua prigionia, dovrebbe valere anche per i fatti collocati, “ideologicamente”, nella coscienza: “Se è vero che ogni filosofia è l’espressione di una società, dovrebbe reagire sulla società, determinare certi effetti, positivi e negativi: la misura in cui appunto reagisce è la misura della sua portata storica, del suo non essere ‘elucubrazione’ individuale, ma ‘fatto storico’”[42]. Fra le condizioni di questa storicità la “corrente sotterranea del materialismo dell’incontro”[43] e Michel Foucault consideravano anche il caso, l’alea: concetti che seppelliscono ogni forma di filosofia della necessità e scoraggiano i tentativi meramente teorici di previsione “scientifica” della storia. L’analisi del “movimento del ’77”, l’individuazione della sua attualità storica[44], potrebbero però arricchire la “cassetta degli attrezzi” utilizzata dai soggetti impegnati nella trasformazione, dal carattere teorico-pratico inscindibile, del reale. Così rispondeva Foucault, nel 1983, ad alcune domande di Gérard Raulet sulle “linee di fragilità del presente”[45] e sugli spazi che esse aprono all’impegno, pratico, dell’intellettuale:

“A proposito della funzione di diagnosi del presente […] la descrizione deve sempre essere fatta in base ad una sorta di frattura virtuale, che apre uno spazio di libertà, inteso come spazio di libertà concreta, vale a dire di trasformazione possibile […]. Direi quasi che, in un certo senso, il lavoro dell’intellettuale è appunto di enunciare ciò che è, ma facendolo apparire come se potesse non essere, o potesse non essere come è. È questa la ragione per cui una tale designazione ed una simile descrizione del reale non hanno mai il valore di una prescrizione del tipo: ‘poiché accade questo, accadrà quest’altro’. Ma è anche, mi sembra, la ragione per cui il ricorso alla storia […] acquista allora il suo senso, nella misura in cui la storia ha la funzione di mostrare che ciò che è non è sempre stato. La storia mostra, insomma, che le cose si sono sempre formate alla confluenza di incontri casuali, lungo il filo di una storia fragile e precaria, e proprio quelle cose che ci danno l’impressione di essere le più evidenti. Di ciò che la ragione sperimenta come propria necessità, o piuttosto di quel che le diverse forme di razionalità indicano come qualcosa che è loro necessario, di tutto ciò è possibile fare la storia, nonché ritrovare gli intrecci di contingenze da cui procede. Tuttavia ciò non significa che tali forma di razionalità fossero irrazionali, bensì semplicemente che esse poggiavano su uno zoccolo fatto di pratica umana e di storia umana. E poiché sono state fatte, allora – a condizione che si sappia come sono state fatte – potranno anche essere disfatte”[46].

Ulteriori precisazioni teoriche sulle pratiche culturali analizzate vengono suggerite dai frammenti storiografici offerti da alcuni studi sugli operaisti e sugli autonomi italiani. Con quest’ultima definizione vengono convenzionalmente identificati i militanti dell’Autonomia operaia organizzata “battezzati” il 3 e il 4 marzo 1973 a Bologna durante il “Convegno delle Assemblee, dei Comitati e degli Organismi autonomi di fabbrica e di territorio”. Nella convocazione del convegno si legge:

“Il 3 e 4 marzo a Bologna si terrà la riunione nazionale delle forme di Autonomia operaia organizzata. A questa riunione, che viene dopo un incontro a Firenze e successivi incontri organizzativo-politici, partecipano l’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo, della Pirelli, il Comitato di lotta della Sit-Siemens di Milano, l’Assemblea autonoma di Porto Marghera, il Comitato operaio della Fiat-Rivalta di Torino, il Comitato politico Enel e il Collettivo lavoratori e studenti del Policlinico di Roma, i Comitati operai di Firenze e Bologna, l’Uscl di Napoli, le Leghe rosse dei contadini di Isola Capo Rizzuto e Crotone. Quello che è in discussione è un progetto di centralizzazione delle forme organizzate di Autonomia operaia che – dentro la crisi di sistema – diventi la risposta organizzata del movimento all’attacco concentrico della borghesia, dia una soluzione positiva alla crisi dei gruppi e alle settorialità delle singole lotte ed esperienze. Progetto di centralizzazione che verifichi intorno al programma del salario garantito l’omogeneità dell’Autonomia operaia organizzata, partendo dalla pratica dei bisogni come esercizio della democrazia proletaria, e rappresenta un punto di riferimento per il movimento di classe che rifiuta il ricatto della crisi, la democrazia fondata sullo stato del lavoro”[47].

Fra gli obiettivi di questa “centralizzazione dal basso”[48], formalizzata nel documento preparatorio del Convegno, vi era l’intenzionale saldatura della “lotta economica con quella politica rifiutando il riprodursi della separazione, tipica delle organizzazioni della sinistra tradizionale, tra sindacato da una parte e partito dall’altra e che oggi i gruppi, in forme nuove, tendono a ripetere”[49]. Franco Berardi, in un recente testo, ha proposto tre livelli di approfondimento concettuale del termine “autonomia” che nel contempo sciolgono i suoi legami esclusivi con formazioni extra-istituzionali definite, ampliano i suoi limiti temporali e problematizzano i suoi usi correntemente proposti nei tentativi di definizione politica di ogni atteggiamento “radicale” e illegale: 1) “indisponibilità alla mediazione”, emersa già negli anni Sessanta con l’affermazione, nella fabbriche fordiste italiane, delle rivendicazioni di aumenti salariali e di riduzione dell’orario di lavoro avanzate dai giovani operai e inconciliabili con le “responsabilità” ideologicamente attribuite dalla tradizione “comunista” a una classe lavoratrice “storicamente” educata sul rispetto degli interessi generali della società; 2) “rifiuto del lavoro”, ovvero sottrazione quotidiana dallo sfruttamento nel capitalismo industriale e sviluppo di pratiche relazionali e culturali; 3) “alternativa alla rivoluzione”, nella sua concezione dialettica e storicisticamente ruotante intorno al “superamento” delle contraddizioni del capitalismo, e costruzione di una prospettiva conflittuale nella quale la realizzazione di “spazi di vita” non si propone come totalità (il modo di produzione socialista) che “abolisce” una totalità precedentemente dominante cancellandone ogni residuo[50]. Nel presente studio il termine autonomia è utilizzato “in generale” per definire una qualità sociale e politica, una “forma di coscienza”, in una parola una “pratica” che permette la coesione, al livello dell’analisi, delle soggettività antagoniste in movimento negli anni Settanta in Italia non riconducibili al movimento operaio “ufficiale” – incardinato nel “compromesso storico” e nella politica dei “sacrifici”[51] – e ai gruppi extra-parlamentari, e della quale è possibile svelare altri aspetti della sua specificità tracciando, a grandi linee, le vicende di quelle esperienze marxiste “radicali” che già dalla fine degli anni Cinquanta avevano percorso e suggerito, nella teoria e nella pratica, vie alternative alle indicazioni delle formazioni istituzionali della sinistra e che in parte confluirono, assumendo forma comune ma variegata, nei “Quaderni Rossi” (1961-1966). In questa rivista “maturò l’incontro tra un gruppo di giovani torinesi raccolti intorno alla figura di Panzieri […], alcuni romani (Tronti, Asor Rosa, Di Leo, Gobbini), coloro che daranno vita alle esperienze di conricerca (Alquati, Gobbi, Soave), i ‘milanesi’ (Daghini), i veneti (Negri, Zagato), cui si aggiunse qualche fiorentino (Berti, Greppi)”[52], e vennero sviluppati gli approcci teorico-metodologici che avevano intercettato, in spazi di intervento non coperti dal Partito comunista, il tardivo sviluppo del fordismo in Italia e le corrispondenti trasformazioni delle soggettività operaie:

“Furono gruppi di giovani ricercatori militanti a condurre le prime inchieste all’interno delle fabbriche e del mutato contesto produttivo e sociale. Una delle prime inchieste alla Fiat, ad esempio, fu promossa da Carocci nel 1957, vi parteciparono Soave […], Rieser e Mottura, che da lì a qualche tempo avrebbero preso parte ai ‘Quaderni Rossi’. Nello stesso periodo, alcuni attivisti lombardi stavano facendo analoghe esperienze, muovendosi tra le fabbriche milanesi e le campagne in via di industrializzazione della «padania irrigua»: si tratta di Alquati e Gasparotto, che avrebbero portato questo bagaglio di esperienze a Torino nei percorsi di conricerca. L’idea forza di questa pratica, molto evocativa ed estremamente concreta, sta nel superamento della distinzione disciplinare e accademica tra intervistato e intervistatore, per dar vita a un comune processo di produzione di nuova conoscenza e di soggettività politica, di teoria e di organizzazione”[53].

Con l’esperienza dei “Quaderni Rossi” e di “Classe operaia” (1964-1967), nata per iniziativa del gruppo riunito intorno a Mario Tronti, si iniziarono a definire i temi del rifiuto del lavoro (industriale)[54] e del sabotaggio che problematizzavano le ipotesi sull’apparente passività del proletariato e che verranno rilanciati nel movimento autonomo degli anni Settanta:

“La storia dell’‘autonomia’ è costituita da un arco di esperienze politiche articolate e difformi che si snodano per tutto l’arco degli anni settanta e la cui identità ruota attorno all’idea-forza del ‘rifiuto del lavoro’ […]. ‘Rifiuto del lavoro’ vuol dire che dentro la struttura e la gerarchia dei rapporti sociali comandati dal lavoro salariato vive sempre un tessuto di comunicazione e organizzazione, che detiene informazioni, conoscenza, ‘saperi’, che a esse si contrappone e a cui è alternativo. È una struttura sociale che nasce nella lotta, per la lotta – per più soldi, meno lavoro, per un lavoro meno nocivo, o pesante, per ‘stare meglio’, o comunque per non morire di fabbrica – ma che è già potere, ‘sulla’ produzione e ‘di’ produzione, perché è fatta esattamente degli stessi elementi che compongono la prestazione lavorativa, solo che ha il segno rovesciato, quello della non collaborazione, della sottrazione di risorse e disponibilità. La conoscenza del ciclo produttivo di parte operaia, la capacità di fermarsi, sottrarsi, sabotare è la scienza della resistenza, con la sua capacità di impatto, sempre, sulla distribuzione della ricchezza e l’organizzazione del lavoro. Come dire che il potere sociale, la conoscenza sociale, sono divisi tra comando e resistenza, e i rapporti sociali sono spezzati, organizzati insieme dal lavoro e dalla lotta contro di esso, e la produzione non è dinamica neutrale, ‘economia’, ma luogo di scontro e mediazione tra questi due poteri nemici. Non c’è soltanto sfruttamento in questa società, ma anche autonomia da esso e lotta. Quante risorse sociali siano comandate dentro la gerarchia costruita dal rapporto di lavoro salariato e quante si ordinino viceversa attorno all’emergenza dei bisogni autonomi di classe, non è mai cosa definitiva una volta per tutte, ma costituisce l’oggetto di quella lotta politica che va sotto il nome di sviluppo e crisi. In questa accezione, il discorso è già tutto dentro i ‘Quaderni Rossi’ di Panzieri e Tronti”[55].

Le pratiche di sabotaggio corrispondenti al rifiuto del lavoro per gli operaisti erano attivate dai cosiddetti operai massa, dequalificati rispetto agli operai di mestiere e adeguati a una catena di montaggio che richiedeva mansioni standardizzate, “perlopiù migranti dal Sud Italia […], mediamente più scolarizzati dei classici operai della Fiat”[56], emergenti nello sviluppo della società fordista in Italia e figure qualitativamente centrali in quella fase dell’antagonismo fra le classi. Gli scontri di Piazza Statuto (7-9 luglio 1962), nell’ipotesi degli operaisti che animeranno “Classe operaia”, materializzarono politicamente quella categoria sociale: “Piazza Statuto è […] evento paradigmatico, che […] fa emergere con forza soggettività, tensioni e conflitti già esistenti. Chi non li aveva colti prima, non li capisce nemmeno dopo. Il Partito comunista e il sindacato si affrettarono a parlare di una provocazione ordita dai padroni utilizzando provocatori e teppisti prezzolati. Ciò era facilmente dimostrabile, si sosteneva […], perché costoro […] non si comportavano come operai”[57]. Dopo il ’68, movimento che sembrava sfuggire agli strumenti efficacemente utilizzati da quegli studiosi nell’individuazione dell’operaio massa, e forse per questo relativamente ignorato[58], nel “clima che porterà all’autunno caldo del ’69, figure e temi accumulatisi in ‘Quaderni rossi’ e ‘Classe operaia’ si raccoglieranno intorno a ‘La classe’, settimanale che uscì per circa tre mesi”[59] e che preparò la nascita di Potere operaio (1969), ovvero “la teoria operaista che si fa politica di massa”[60]. La fine di questa esperienza nel 1973 si inserisce in un generale e a volte intenzionale processo di dissolvimento dei gruppi extra-parlamentari nel movimento autonomo, che nella sua forma “diffusa” agirà nel ’77[61]: “Abbiamo rifiutato il gruppo e la sua logica per essere nel movimento reale”[62], affermava il gruppo di Potere operaio nella propria rivista. Il rifiuto del lavoro e della rappresentanza istituzionale – come luogo di rimozione dello sfruttamento dal quale bisognava “separare” la politicità del quotidiano[63] –, l’analisi delle tendenze di sviluppo del capitale e delle loro relazioni con le soggettività antagoniste – che aveva prodotto l’individuazione dell’operaio sociale nella riconfigurata composizione delle classi –, l’attenzione per i Grundrisse marxiani ma anche per i mezzi di comunicazione, “prodotti” nell’esperienza operaista, caratterizzeranno l’autonomia degli anni Settanta. Franco Piperno, sostando in una recente intervista al livello specifico delle pratiche culturali, ha rintracciato nelle trasmissioni radio clandestine di Potere operaio il precedente diretto di Radio Alice:

“Avevamo già pensato in quegli anni alla radio, abbiamo fatto qualche trasmissione pirata. Feltrinelli ci aveva dato alcune apparecchiature di Radio Gap; […] nel quartiere di San Lorenzo a Roma facevamo le trasmissioni quando c’era il giornale radio più seguito; […] andavamo su tetti tranquilli, sempre tramite giri di compagni, là montavamo l’antenna, aspettavamo le otto, quando tutta la gente era davanti alla televisione interrompevamo la trasmissione, restava l’immagine ma invece il sonoro era nostro. Ciò aveva avuto un effetto straordinario sui quartieri romani. Una volta c’era anche Bifo in una di queste trasmissioni; poi facevamo anche cose divertenti, alternando voci maschili, femminili, gente più o meno giovane […]. È da lì che è cominciata l’idea della radio libera, che poi in realtà esploderà nel periodo ’76-77 soprattutto con Bologna e Radio Alice”[64].

Lo stesso Bifo[65], insieme ad altri fondatore del collettivo A/traverso, dell’omonima rivista e di Radio Alice, ha evidenziato la continuità relativa che unisce almeno una “fase” dell’esperienza di Potere operaio al “movimento del ’77”:

“Mi è sempre un po’ dispiaciuta l’identificazione di Po come organizzazione, ma era invece […] un nucleo di elaborazione teorica, cioè era il luogo nel quale un certo numero di persone che provenivano dalle esperienze più differenti elaborava ipotesi, teorie, cose di ogni genere, che poi trovavano la verifica politica nel movimento, ma che non si dovevano sovrapporre al movimento. Ovviamente la mia era un’impostazione (così si definiva allora, così credo che possiamo definirla) di tipo spontaneista […]. Il problema di questa sorta di differenziazione tra esperienza di movimento e momento dell’elaborazione è certamente entrato in crisi a partire dal gennaio del 1970, quando c’è stato il convegno (o congresso, non so) di Firenze, il primo di Potere operaio. […] nel ’77 però la continuità con i temi di Potere operaio è assolutamente lineare, cioè dal mio punto di vista l’esperienza fatta fra il ’67 e il ’71, comunque l’esperienza di quella che io considero la fase essenziale di Po, quella precedente alla svolta leninista, riemerge pura e puntuale nel momento in cui a Bologna si determina una situazione di movimento, ossia dopo il ’75. E “A/traverso”, che io faccio con un gruppetto di persone, alcune delle quali uscite dalla fine di Potere operaio, riprende i temi dello spontaneismo operaista pre-convegno di Firenze”[66].

Nel presente testo il termine autonomia, in definitiva, circoscrive la tendenza sociale incarnata, nella sua prima emersione antagonista di massa, nel “proletariato giovanile” degli anni Settanta, come affermava il collettivo A/traverso: “A/traverso è una rivista che esce dal maggio 1975 e che si propone come rivista PER l’autonomia. Autonomia intesa non come organizzazione, ma come tendenza storica latente concretizzata in uno strato sociale estraneo all’ideologia del lavoro e al rapporto di prestazione, emergente nel processo di formazione del movimento di liberazione dal lavoro”[67].

La concentrazione di pratiche politiche e culturali precedentemente emerse e la radicalizzazione del conflitto sociale nel 1977 giustificano, nell’analisi, l’astrazione del “movimento del ’77” e l’individuazione della sua relativa “autonomia”; tale operazione autorizza l’esposizione di un’utile, anche se incompleta, cronologia dei “principali” fatti del ’77:

“24 gennaio – occupazione della Facoltà di Lettere di Palermo contro l’applicazione, da parte del Senato accademico, della circolare del ministro della Pubblica Istruzione Franco Maria Malfatti (3 dicembre 1976) che limita gli accessi alle sessioni degli esami universitari[68]

1-14 febbraio – occupazioni di molte Facoltà e cortei studenteschi in tutta Italia

1 febbraio – ferimento, nell’Ateneo romano, dello studente Guido Bellachioma durante un incursione fascista

2 febbraio – manifestazioni antifasciste in diverse città italiane. A Roma l’Autonomia operaia e diversi studenti, diretti verso una sede del Fronte della gioventù, si scontrano con la polizia: restano feriti gli studenti Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna e l’agente Domenico Arboletti

17 febbraio – comizio di Luciano Lama presso La Sapienza a Roma. Scontri tra studenti e servizio d’ordine del Partito comunista e “cacciata” del segretario della Cgil dall’Ateneo

26 febbraio – riunione del coordinamento nazionale degli studenti universitari

1 marzo – ferimento, con colpi di arma da fuoco, di due studenti nei pressi del liceo romano Mamiani

11 marzo – aggressione ai danni di alcuni studenti del movimento durante un’assemblea di Comunione e Liberazione a Bologna. Cariche dei carabinieri nei pressi dell’Ateneo bolognese e uccisione del militante di Lotta Continua Francesco Lorusso. Proteste spontanee e scontri in tutta la città

12 marzo – scontri e manifestazioni a Roma, Bologna, Milano, Napoli, Palermo, Firenze, Reggio Emilia, Catania e in altre città. Incursione della polizia nella sede di Radio Alice a Bologna e interruzione delle trasmissioni

14 marzo – arresto di alcuni redattori di Radio Alice nella sede di Radio Ricerca aperta

16 marzo – manifestazione a Bologna del Pci e della Dc contro i disordini ‘causati’ dal movimento autonomo

7 aprile – esplosione di un ordigno nello studio privato del ministro degli Interni Francesco Cossiga a Roma nel giorno delle manifestazioni per l’anniversario dell’uccisione del militante autonomo Mario Salvi

21 aprile – scontri a Roma durante un intervento della polizia finalizzato allo sgombero dell’Università. Muore l’agente Settimio Passamonti

29 aprile – seconda riunione del coordinamento nazionale degli studenti universitari

12 maggio – uccisione da parte della polizia della diciannovenne Giorgiana Masi durante una manifestazione organizzata a Roma dai Radicali per l’anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio

14 maggio – scontri a Milano tra autonomi e polizia e uccisione dell’agente Antonio Custra

1 luglio – appello degli intellettuali francesi (Sartre, Foucault, Guattari, Deleuze, Barthes e altri) contro la repressione subita da operai e studenti italiani

23-25 settembre – convegno contro le repressioni a Bologna

29 settembre – ferimento, con colpi di arma da fuoco, della militante Elena Pacinelli in piazza Igea a Roma

30 settembre – uccisione, in viale Medaglie d’Oro, del militante comunista Walter Rossi durante una manifestazione antifascista nei pressi di una sezione del Msi a Roma

1 ottobre – scontri a Torino durante le manifestazioni di protesta per l’omicidio di Walter Rossi. Lo ‘studente-lavoratore’ Roberto Crescenzio muore nell’incendio di un bar, rivendicato dalle Squadre proletarie territoriali

3 ottobre – ferimento, con colpi di arma da fuoco, di un appuntato di polizia durante gli scontri successivi al funerale di Walter Rossi a Roma

20 ottobre – scontri a Roma dopo il divieto imposto dalla Questura a una manifestazione indetta per la morte, nel supercarcere di Stammheim (Germania Federale), di Andreas Baader, Gundrum Enslin e Carl Raspe, militanti della tedesca Rote Armee Fraktion (Raf). Assalto al commissariato di polizia del quartiere San Lorenzo con colpi di arma da fuoco e danneggiamento degli automezzi

31 ottobre – occupazione del palazzo dell’Acea a Roma contro l’elevato costo della luce

12 novembre – scontri nei pressi di Campo de’ Fiori a Roma tra l’Autonomia operaia e le forze dell’ordine. Chiusura da parte della polizia di Radio Onda Rossa e di Radio Città Futura

12 novembre – scontri a Milano tra manifestanti e polizia dopo il divieto imposto dalla Questura a un corteo organizzato per l’anniversario della strage di piazza Fontana. Assalto alle sedi dell’Elettrolux e di alcune sezioni della Dc e del Msi

25 novembre – ferimento, con colpi di arma da fuoco, di un redattore di Radio Città Futura da parte dell’organizzazione neofascista Giustizia nazionale rivoluzionaria”

Con la definizione “movimento del ’77” potrebbero essere cronologicamente identificate le esperienze antagoniste concretizzatesi tra le mobilitazioni studentesche stimolate dalla circolare del ministro Malfatti e gli scontri di novembre, anche se Berardi ha individuato già nel “convegno contro le repressioni” una “chiusura”, un’involuzione politica e culturale delle pratiche antagoniste:

“Settembre fu il momento in cui quella prospettiva si chiuse. È il mese del ‘convegno contro la repressione’ […]. Quel convegno avrebbe dovuto essere […] un’apertura del movimento […] verso l’Europa delle controculture […]. Invece finì per essere una chiusura provinciale nei settarismi […] della burocrazia dei vari settori dell’Autonomia organizzata, una regressione verso leninismi scaduti da decenni”[69].

Nel periodo delimitato da questi fatti è possibile individuare una rilevante produzione culturale degli antagonisti; elementi significativi dei caratteri specifici che nel presente lavoro vengono attribuiti alle pratiche culturali “in” movimento possono però essere rintracciati già nei primi anni Settanta, nella fase di “crisi” della società fordista, annunciata dal crollo del sistema di Bretton Woods, dallo shock petrolifero del 1973, dalla tendenziale saturazione del mercato dei prodotti durevoli e dall’affermazione sociale di prassi e atteggiamenti alternativi al capitale[70] incarnati da riconfigurate soggettività subalterne, alla quale corrispose una “crisi”, “interna” alla sinistra, della rappresentanza istituzionale e un arretramento delle organizzazioni politiche extra-parlamentari. Tali considerazioni saranno sviluppate nell’esposizione dello studio condotto anche su alcuni materiali prodotti prima e dopo il 1977 ma riconducibili alla tendenza sociale che qui viene formalizzata.



[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (1929-1935), edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 2007, vol. iii, Q. 25, § 2, p. 2283.

[2] Ibidem.

[3] Secondo i principi della “corrente sotterranea del materialismo dell’incontro”, o aleatorio, individuati da Louis Althusser già in Democrito ed Epicuro ed esposti dal materialista francese durante gli ultimi anni della sua pratica teorica, in ogni fatto storico è possibile rintracciare un incontro “casuale”, che “ha fatto presa”, di elementi che, come atomi, cadevano astratti e paralleli nel “vuoto” precedente la “deviazione”. Cfr. Louis Althusser, Le courant souterrain du matérialisme de la rencontre (1982), in Id., Ecrits philosophiques et politiques, tome i, Stock/Imec, Paris 1994; trad. it. La corrente sotterranea del materialismo dell’incontro, in Id., Sul materialismo aleatorio, a cura di Vittorio Morfino e Luca Pinzolo, Mimesis, Milano 2006, pp. 37-75. Questo scritto di Althusser, originariamente, era privo di titolo.

[4] Cfr. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, cit., p. 76.

[5] Gramsci, Quaderni del carcere, cit., vol. iii, Q. 25, § 5, p. 2288.

[6] “Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire. Solo da mostrare. Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, non per farne l’inventario, ma per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli” (Walter Benjamin, Das Passagenwerk [1927-1940], Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1982; trad. it. I “passages” di Parigi, Einaudi, Torino 2002, vol. i, p. 514).

[7] L’analisi degli studi che hanno inquadrato le pratiche culturali del “movimento del ’77” nel paradigma artistico è esposta nel secondo capitolo.

[8] In questa prospettiva i “movimenti antagonisti” sono qualitativamente diversi dai fenomeni sociologicamente e genericamente iscritti nella definizione “movimenti sociali”. Un’introduzione all’analisi dei movimenti sociali è offerta in Donatella della Porta e Mario Diani, Social Movements: An Introduction, Blackwell, Oxford 2006.

[9] Ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica Benjamin afferma che le sue tesi sulle tendenze artistiche contemporanee “eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero –, concetti la cui applicazione incontrollata (e per il momento difficilmente controllabile) induce a un’elaborazione fascista del materiale concreto” (Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cit., p. 19).

[10] “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia mondiale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia; la seconda volta come farsa […]. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi. E proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; prendono a prestito da loro i nomi, le parole d’ordine, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia mondiale” (Karl Marx, Der 18te Brumaire des Louis Napoleon [1851-1852], in “Die Revolution”, i [1852]; trad. it. Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, Edizioni in lingue estere, Mosca 1947, p. 9). Con tali affermazioni Marx non intende limitare l’efficacia specifica delle forme ideologiche del passato a un processo sovrastrutturale di conservazione sociale o reazionario; nella stessa opera egli infatti offre un esempio concreto che problematizza il rapporto intercorrente tra la tradizione e le epoche di crisi rivoluzionaria: “Gli eroi nonché i partiti e le masse della vecchia Rivoluzione francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di istaurare la moderna società borghese. […] per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla al mondo erano però stati necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a sé stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica […]. La resurrezione dei morti servì dunque in quelle rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma” (ivi, pp. 10-11).

[11] “La teoria dell’efficacia specifica delle sovrastrutture […] resta in gran parte da elaborare” (Louis Althusser, Contradiction et surdétermination. Notes pour une recherche, in “La Pensée”, 106, 1962; ripubblicato in Id., Pour Marx, Maspero, Paris 1965; trad. it. Contraddizione e Surdeterminazione, in Id., Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 94).

[12] Non sembrano emergere dubbi, nell’elaborazione matura di Marx ed Engels, sull’incidenza delle forme ideologiche nel processo storico. Se ne L’ideologia tedesca esse si configurano ancora come “riflessi” del processo reale della vita degli uomini (cfr. Karl Marx e FriedrichEngels, Die deutsche Ideologie. Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Repräsentanten Feuerbach, B. Bauer und Stirner, und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten [1845-1846], in K. Marx, F. Engels. Historisch-kritische Gesamtausgabe. Werke, Schriften, Briefe, Abt. i, Bd. v, v. Adoratskij, Berlin 1932; trad. it. L’ideologia tedesca. Critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, Editori Riuniti, Roma 1958, p. 23), nella nota Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica emerge al contrario il loro carattere “materiale”: nelle epoche di rivoluzione sociale, determinate dalla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione non più corrispondenti al grado di sviluppo delle prime, “le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche […] permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo” (Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie. Vorwort, Dunker, Berlin 1859; trad. it. Prefazione [1859] a Per la critica dell’economia politica, cit., p. 11). Il sopracitato passo de Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, in questa prospettiva, contiene un esempio della possibile connotazione rivoluzionaria della produzione “artistica”.

[13] Sulla esigenza scientifica di “costruzione” degli oggetti indagati negli studi sui fatti culturali e sociali cfr. Roland Barthes, Le bruissement de la langue. Essais critiques iv, Seuil, Paris 1984; trad. it. Il brusio della lingua. Saggi critici iv, Einaudi, Torino 1988, p. 86: “Per fare dell’interdisciplinarità, non basta prendere un ‘soggetto’ (un tema) e intorno a esso chiamare a raccolta due o tre scienze. L’interdisciplinarità consiste nel creare un oggetto nuovo, che non appartenga a nessuno”. Cfr. anche Michele Cometa, Studi culturali, Guida, Napoli 2010, p. 200: “La ‘scienza che non ha nome’ non può limitarsi a essere una scienza dell’elusione di se stessa e, per conseguenza, teorizzare un mero occasionalismo, la pura ‘applicazione’, rinunciando, come ogni scienza che si rispetti, a costruire il proprio oggetto. Sì, costruire, perché sulla base di quanto detto sinora, si può esplicitare quanto segue: le scienze della cultura sono tattiche di sopravvivenza nel mare della globalizzazione”. Al livello della filosofia marxista, l’interesse per “l’oggetto” indagato è centrale negli studi condotti negli anni Sessanta da Althusser su Il Capitale: la definizione della sua differenza specifica permetteva di riconoscere, nell’ipotesi del materialista francese, la scoperta scientifica e la corrispondente rivoluzione filosofica di Marx (cfr. Louis Althusser, L’objet du Capital, in Louis Althusser, Jacques Rancière, Pierre Macherey, Roger Establet e Etienne Balibar, Lire le Capital, Maspéro, Paris 1965, tome ii; trad. it. L’oggetto del Capitale, in Louis Althusser e Etienne Balibar, Leggere il capitale, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 77- 214).

[14] Alberto Asor Rosa, Le convulsioni dell’università, in “l’Unità”, 11 febbraio 1977; ripubblicato in Id., Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana, Einaudi, Torino 1977, p. 58.

[15] “A/traverso”, settembre 1975.

[16] Collettivo A/traverso, Alice è il diavolo. Sulla strada di Majakovskij: testi per una pratica di comunicazione sovversiva, a cura di Luciano Cappelli e Stefano Saviotti, L’Erba Voglio, Milano 1976; ripubblicato con il titolo Alice è il diavolo. Storia di una radio sovversiva, a cura di Franco Berardi e Ermanno Guarneri, ShaKe, Milano 2002, p. 99.

[17] Gramsci, Quaderni del carcere, cit., vol. iii, Q. 25, § 1, p. 2280. L’elaborazione gramsciana non era ignorata nel “movimento del ’77”: “Liberare l’intelligenza, fare della intelligenza forza di liberazione. Compagni, studiamo, pensiamo, scopriamo, c’è bisogno di tutta la nostra intelligenza” (“Finalmente il cielo è caduto sulla terra. La Rivoluzione è a metà”, marzo 1977).

[18] Collettivo A/traverso, Alice è il diavolo, cit., p. 10.

[19] “I primi eventi accadono a Milano tra il 1975 e il 1976 quando consistenti strati giovanili delle estreme periferie della metropoli danno spontaneamente vita a forme originali di aggregazione a partire dalla critica della miseria del loro esistente […]. Per tutti […] esiste il problema del ‘tempo libero’, un tempo vissuto come obbligo coatto al vuoto, alla noia, all’alienazione” (Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’orda d’oro. 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, a cura di Sergio Bianchi, Feltrinelli, Milano 1997, p. 509).

[20] “La condizione che noi giovani viviamo è sempre più aggravata dall’avanzare della crisi che i padroni impongo ai proletari col carovita e la disoccupazione, perciò le possibilità di trovare un posto di lavoro per un giovane si riducono sempre di più: i lavori precari senza libretto di lavoro, sottopagati, ci mantengono in una condizione sempre più precaria di sussistenza” (Aa.Vv., Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano, Squilibri, Milano 1977; il brano citato è stato ripubblicato in Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., p. 510).

[21] “Il movimento giovanile a Milano è cresciuto e ha trovato momenti di unità proprio nelle feste […]. La festa, soprattutto quando celebra la sconfitta del tuo nemico, è oggi un fatto politico, un modo per rendere politico il personale e personale il politico. La festa è la celebrazione della vittoria su chi ti opprime […]. Le feste rappresentano oggi momenti di vittoria con la solitudine e la noia a cui ti costringe la borghesia” (ivi, p. 517).

[22] Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., p. 513. Cfr. anche Collettivo A/traverso, Alice è il diavolo, cit., p. 9: “Gennaio 1976 […]. Si diffondono le autoriduzioni: decine di migliaia di giovani […] si riuniscono in gruppi nel centro delle città, entrano nei grandi magazzini, prendono gli oggetti di lusso esposti sui banconi ed escono senza pagare. Vanno al cinema gratuitamente, senza passare dalla cassa. Si siedono ai tavoli dei ristoranti di lusso, mangiano e bevono e poi svaniscono senza onorare il conto”.

[23] Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., p. 511.

[24] “A/traverso”, settembre 1975.

[25] Ibidem.

[26] Cfr. “Il corrispondente operaio”, febbraio 1977, numero unico edito da “A/traverso”.

[27] Klemens Gruber, in un testo del 1989, ha affermato che la definizione “non garantiti” negli anni Settanta era riferita, specificamente, a quelle masse giovanili non rappresentate dal Partito comunista: “L’iscrizione al Pci garantiva, perlomeno nelle grandi città industrializzate del nord, un posto di lavoro fisso” (Klemens Gruber, Die zerstreute Avantgarde. Strategische Kommunikation im Italien der 70er Jahre, Böhlau, Wien 1989; trad. it. L’avanguardia inaudita. Comunicazione e strategia nei movimenti degli anni Settanta, Costa & Nolan, Milano 1997, p. 19).

[28] “Rosso”, 1 “nuova serie”, ottobre 1975.

[29] Cfr. Gigi Roggero, La produzione del sapere vivo. Crisi dell’università e trasformazione del lavoro tra le due sponde dell’atlantico, ombre corte, Verona 2009.

[30] “Chiamiamo intellettualità di massa l’insieme del lavoro vivo post-fordista (non già, si badi, qualche settore particolarmente qualificato del terziario) in quanto esso è depositario di competenze cognitive non oggettivabili nel sistema di macchine” (Paolo Virno, General intellect, in Adelino Zanini e Ubaldo Fadini [a cura di], Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione, Feltrinelli, Milano 2001, p. 149).

[31] “Quando si dice operaio sociale si dice fino in fondo, con estrema precisione, che da questo soggetto si estrae plusvalore. Quando parliamo di operaio sociale parliamo di un soggetto che è produttivo; e quando diciamo che è produttivo diciamo che è produttivo di plusvalore, mediatamente o immediatamente. E quando diciamo che è produttivo di plusvalore mediatamente o immediatamente ci riferiamo ad una composizione di classe dentro la quale la figura dell’operaio sociale diventa una figura estremamente rilevante. E quando parliamo di una composizione di classe tale, parliamo ovviamente dei due aspetti che sempre la composizione di classe rivela. Vuol dire da un lato che esiste una struttura capitalistica, un rapporto capitalistico di produzione che […] determina una serie di nessi produttivi che comprendono, recuperano, mediatizzano settori sociali, rapporti sociali come tali, cioè rapporti che sono esterni alla struttura diretta di fabbricazione dei prodotti. Dall’altra parte, l’aspetto soggettivo, cioè il fatto che ormai il rapporto di fabbrica, il rapporto operaio è sentito, vissuto, agito, sul terreno della socialità (Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo [1979], a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tommasini, ombre corte, Verona 2007, p.18).

[32] “Cognitariato è il flusso di lavoro semiotico socialmente diffuso e frammentato, visto dal punto di vista della sua corporeità sociale” (Franco Berardi, La fabbrica dell’infelicità. New economy e movimento del cognitariato, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 94).

[33] Cfr. Michael Hardt e Antonio Negri, Empire, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) 2000; trad. it. Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Bur, Milano 2007, pp. 364-382. Cfr. anche, degli stessi autori, il successivo Multitude. War and Democracy in the Age of Empire, The Penguin Press, New York 2004; trad. it.Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano 2004.

[34]General intellect […]: la forma generale dell’intelligenza umana nel suo divenire forza produttiva, nella sfera del lavoro sociale complessivo e della valorizzazione capitalistica” (Berardi, La fabbrica dell’infelicità, cit., p. 95).

[35] Cfr. Karl Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (1857-58), Marx-Engels-Lenin Institut, Moskau 1939-1941; trad. it. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. 1857-1858, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. ii , p. 403.

[36] Dai Grundrisse, integralmente pubblicati in Italia nel 1968 dall’operaista Enzo Grillo per La Nuova Italia, era già stato estratto e pubblicato dai redattori dei “Quaderni Rossi” il cosiddetto “frammento sulle macchine”, tradotto da Renato Solmi. Cfr. “Quaderni Rossi”, 4, 1964.

[37] L’utilizzo nel presente lavoro di alcuni concetti dell’operaismo italiano corrisponde alla “fortuna critica” che essi hanno ottenuto nelle esperienze antagoniste emerse negli anni Settanta. Sergio Bianchi riconduce tale affermazione teorica all’efficacia dimostrata dagli strumenti operaisti della “inchiesta operaia” e della “conricerca” nell’individuazione delle tendenze di sviluppo del capitale e della centralità politica, in quella fase della lotta tra le classi, dell’operaio sociale (cfr. Sergio Bianchi, Introduzione a Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti [a cura di], Settantasette. La rivoluzione che viene, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 41-43).

[38] Cfr. il paragrafo 4.1 del presente lavoro.

[39] Gramsci, Quaderni del carcere, cit., vol. iii, Q. 12, § 1, p. 1519.

[40] Cfr. Marx e Engels, L’ideologia tedesca, cit., pp. 23-24.

[41] Louis Althusser, Contradiction et surdétermination (Notes pour une recherche).Annexe, in Id., Pour Marx, cit.; trad. it. Contraddizione e Surdeterminazione. Annesso, in Id., Per Marx, cit., p. 105. Questo Annesso non era presente nella prima pubblicazione dell’articolo.

[42] Gramsci, Quaderni del carcere, cit., vol. ii, Q. 7, § 45, p. 894.

[43] Cfr. Althusser, La corrente sotterranea del materialismo dell’incontro, cit, pp. 37-75.

[44] “Lo storicismo si accontenta di stabilire un nesso causale fra momenti diversi della storia. Ma nessun fatto, perché causa, è perciò storico. Lo diventerà solo dopo, postumamente, in seguito a fatti che possono esserne divisi da millenni. Lo storico che muove da questa constatazione cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione dei fatti come un rosario. Coglie la costellazione in cui la sua propria epoca è entrata con un’epoca anteriore affatto determinata. E fonda così un concetto del presente come del ‘tempo attuale’, in cui sono sparse schegge di quello messianico” (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, cit., p. 86).

[45] Michel Foucault e Gérard Raulet, Structuralism and Post-Structuralism: An Interview with Michel Foucault, in “Telos”, xvi, 55, 1983; trad. it. Strutturalismo e post-strutturalismo, in Michel Foucault, Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969-1984, a cura di Mauro Bertani, Einaudi, Torino 2001, p. 321.

[46] Ivi, pp. 321-322. Sull’impegno pratico di Foucault cfr. Michele Cometa, Michel Foucault, quando gli intellettuali rischiavano e manifestavano per i reclusi, in “Liberazione”, 28 giugno 2009.

[47] Convocazione del Convegno delle Assemblee, dei Comitati e degli Organismi autonomi di fabbrica e di territorio (febbraio 1973); ora in Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, Roma 2007-2008, vol. ii, p. 66.

[48] Relazione introduttiva in preparazione del convegno, in “Potere operaio de lunedì” (1973); ripubblicata in Bianchi e Caminiti, Gli autonomi, cit., vol. ii, p. 72.

[49] Ivi, p. 73.

[50] Cfr. Franco Berardi, Genesi e significato del termine “autonomia” (2006), in Bianchi e Caminiti, Gli autonomi, cit., vol. ii, pp. 40-47.

[51] Negli anni Settanta la convergenza tra Pci e Dc, mossa dalla comune linea di “austerità” proposta “contro” la crisi economica, aveva fondamenti ideologici e politici: “L’espressione ‘compromesso storico’ nasce nel 1973, dopo una riflessione sull’esperienza del golpe fascista in Cile da parte del gruppo dirigente comunista. Ma sarebbe assai improprio pensare che questa formulazione e questo concetto costituissero una innovazione radicale, una svolta nella politica del Pci. Al contrario, il ‘compromesso storico’ rappresenta la traduzione in termini politico-istituzionali di una strategia lungamente elaborata e coerentemente assunta dal Pci fin dal 1946; questa strategia assume nel tempo varie formulazioni, come ‘via italiana al socialismo’, ‘politica di nuove maggioranze’, ma il suo filo di continuità è costituito da una ricerca costante di un equilibrio fra pratica riformista e linguaggio ideologico rivoluzionario […]. Il 1973 rappresenta indubbiamente l’anno chiave in questo processo di divaricazione tra avanguardie operaie e Partito comunista […]. Il Pci ricevette un segnale […] dal colpo di stato fascista cileno: non è possibile andare a uno scontro frontale con la borghesia, anche se si è forza di maggioranza, perché questo provocherebbe una reazione di tipo fascista, e dunque bisogna proporre al maggior partito della borghesia un compromesso che rappresenti la congiunzione fra tutte le forze sociali del paese in una prospettiva di solidarietà nazionale. Niente di più distante dalle tensioni che attraversavano l’intero corpo sociale” (Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., pp. 469, 470-471). La prima formalizzazione dell’ipotesi del “compromesso storico” venne offerta da Enrico Berlinguer in un lungo articolo, pubblicato in tre numeri di “Rinascita” del 1973 (28 settembre, 5 e 12 ottobre), su politica internazionale, “via italiana al socialismo” e alleanze sociali alla luce dei fatti cileni: “Dalla sommaria ricapitolazione che abbiamo fatto della composizione sociale e della condotta politica della Dc risulta che questo partito è una realtà non solo varia, ma assai mutevole […]. Si tratta […] di agire perché pesino sempre di più, fino a prevalere, le tendenze che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari […]. La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano” (Enrico Berlinguer, Alleanze sociali e schieramenti politici. Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, 3, in “Rinascita”, xxx, 40, 12 ottobre 1973).

[52] Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero (a cura di), Gli operaisti, DeriveApprodi, Roma 2005, p. 15.

[53] Ivi, pp. 13-14.

[54] “C’è un punto cruciale nell’antagonismo dei movimenti della seconda metà degli anni Settanta che dirime la tradizione della sinistra, ed è la critica politica del lavoro. Dentro di essa si condensa la concezione che l’economia non è area neutrale di individui e delle loro dinamiche di riproduzione, ma campo di lotte tra soggettività antagoniste, classe e capitale. Dentro di essa precipita il rifiuto d’essere forza-lavoro a partire dalla coscienza della propria forza autonoma” (Lanfranco Caminiti, Introduzione a Bianchi e Caminiti [a cura di], Settantasette, cit., p. 54).

[55] Lucio Castellano, L’autonomia, le autonomie, in Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., pp. 448-449.

[56] Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., pp. 15-16.

[57] Ivi, p. 16. Cfr. anche Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., pp. 132-134: “I sindacati dopo il successo del 23 giugno, indicono lo sciopero contrattuale per il 7, 8, 9 luglio […]. Il primo colpo lo dà la Fiat che la vigilia dello sciopero firma con la Uil e il Sida (sindacato giallo della Fiat) un accordo separato che concede alcuni aumenti salariali ma niente su orario di lavoro, ritmi e tempi, revisione delle norme disciplinari […]. Sabato mattina […] lo sciopero è totale e generale: una città intera si ferma. Verso la fine del pomeriggio cominciano a formarsi assembramenti intorno alla sede della Uil in piazza Statuto, dentro cui sono asserragliati i sindacalisti dell’accordo separato, presidiati dalla polizia […]. Molti gli operai giovani, quegli stessi che avevano tirato gli scioperi nelle fabbriche […]. A ogni ora che passa aumentano, diventano migliaia […]. Verso le 16 di sabato 7 luglio iniziano i caroselli della polizia, le sassaiole, gli scontri corpo a corpo, le manganellate, i fermi, i lacrimogeni […]. Dalle 19 alle 4 di notte gli scontri non hanno praticamente sosta, sempre più violenti […]. Alle 11 di domenica 8 luglio migliaia di persone sono di nuovo intorno in piazza Statuto […]. Il lunedì, 9 luglio, di nuovo […]. Per il terzo giorno consecutivo, dalle 11 alle 2 di notte, scontri ininterrotti tra dimostranti e polizia […]. Alle 2 di notte di martedì 10 luglio, un esercito di polizia e carabinieri riesce a conquistare la piazza e a tenerla. Gli scontri di Piazza Statuto sono terminati”.

[58] Cfr. Intervista a Mario Tronti, in Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., p. 302: “ho guardato il ’68 alla finestra, […] perché a noi che venivamo dall’esperienza delle lotte operaie sembrava francamente un movimento minore […]. Già il fatto che lì si parlasse di potere studentesco faceva un po’ ridere a noi che avevamo parlato di potere operaio”. Cfr. anche Intervista a Toni Negri, in Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., p. 246: “Noi avevamo in mano alcune leggi operaie della lotta che funzionavano benissimo, ma l’universo non ce lo facevano vedere. […] a un certo punto bisognava rompere e questo è avvenuto dopo il ’68”.

[59] Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., p. 19. Sul cosiddetto “autunno caldo del ’69” cfr. Balestrini e Moroni, L’orda d’oro, cit., pp. 278-348.

[60] Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., p. 19.

[61] Cfr. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, cit., pp. 111-134. Nel 1973 anche il Gruppo Gramsci propugnava lo scioglimento delle formazioni extra-parlamentari e l’organizzazione dell’autonomia operaia (cfr. Gruppo Gramsci, Una proposta per un diverso modo di fare politica, in “Rosso”, i, 7, dicembre 1973).

[62] “Potere operaio”, 50, settembre 1973.

[63] Cfr. “A/traverso”, ottobre 1975: “Nel corso degli anni Sessanta la politica aveva consolidato in termini materialistici il suo rapporto con l’esistenza delle masse; era stata la scoperta della politicità del salario, il rifiuto della divisione fra economico e politico, a fondare la politica in termini materialistici. Questo nesso è andato perduto; la politica ha perduto il suo legame materialistico, e ora assistiamo a una unilateralizzazione degli ambiti. Unilateralità e disgregazione del quotidiano (separato dalla politica). Unilateralità e istituzionalizzazione della politica (separata dal quotidiano). Ma come negli anni Sessanta ‘Classe operaia’ ha superato questa separatezza idealistica assumendo con forza unilaterale ma dialettica il terreno del salario, affermando la separazione e la politicità, così oggi è giusto essere unilaterali per superare l’unilateralità, per rifondare il terreno del movimento, affermando la separazione del quotidiano (contro l’istituzione), ma anche la sua politicità. La storia della politica istituzionale è storia di una rimozione; l’istituzione è il luogo in cui viene sistematizzato il dominio dell’organizzazione capitalistica del lavoro sui bisogni materiali irriducibili dell’altro (il lavoro vivo in lotta con se stesso). Ma la rimozione si determina secondo una logica. La logica del capitalismo è quella dello sfruttamento, ovvero della sottrazione di segmenti di vita, di tempo operaio. L’altro, il soggetto che possiede questo tempo e che ne viene espropriato, è la classe operaia, il cui tempo viene espropriato per essere contrapposto. La politica istituzionale è il luogo in cui lo sfruttamento viene occultato, e in cui l’altro, la classe sfruttata, e irriducibilmente altra, viene spettacolarizzato, raffigurato come istituzione, come interlocutore, sussunto nella logica contrattuale. Cioè rimosso (in quanto irriducibile). Ciò che la politica istituzionale rimuove, però, cresce ugualmente, perché rappresenta un bisogno insopprimibile e irriducibile. Cresce, però, su un terreno che non è possibile riconoscere immediatamente come ‘politico’. Ma comportamenti nuovi si sedimentano, fino al punto in cui l’esistenza trasformata, e il soggetto omogeneamente ridefinito, invade il terreno della politica, esplodendo in modo da ridefinire quel terreno, esercitando (fin quando l’istituzione non ristabilisce il suo equilibrio, rimuovendo di nuovo l’autonomia del soggetto) il potere dell’estraneità”.

[64] Intervista a Franco Piperno, in Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., p. 268.

[65] Pseudonimo di Franco Berardi.

[66] Intervista a Franco Berardi (Bifo), in Borio, Pozzi e Roggero (a cura di), Gli operaisti, cit., pp. 78-79, 86.

[67] “A/traverso”, giugno 1977.

[68] “Più precisamente, la circolare Malfatti introduce due livelli di laurea, suddivide i docenti in due ruoli distinti (ordinari e associati), crea una rigida gerarchia negli organi di gestione, assegnando ampi poteri ai professori ordinari, aumenta le tasse universitarie, introduce un severo controllo dei piani di studio e abolisce gli appelli mensili, raggruppando tutti gli esami in due sole sessioni (estiva ed autunnale) e vietando di sostenere più esami nella stessa materia, smantellando così la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal Sessantotto. La reazione degli studenti è immediata. Soprattutto gli ultimi punti, riguardanti gli esami e i piani di studio, sono interpretati come la prima mossa di un processo controriformista. Le occupazioni partono dall’università di Palermo, il primo ateneo ad applicare la circolare. L’agitazione si estende poi rapidamente a molti altri atenei e si infiamma, il primo febbraio 1977, quando i fascisti del Fuan (l’organizzazione studentesca dell’Msi) irrompono alla Sapienza di Roma, dove si sta tenendo un’assemblea contro la circolare Malfatti, e sparano, ferendo gravemente uno studente del collettivo di Lettere, Guido Bellachioma. Il giorno seguente, un corteo studentesco esce dalla Sapienza e attacca una sede del Fronte della gioventù, dandola alle fiamme. Poco dopo, a piazza Indipendenza, il corteo è disperso a colpi di mitra dalla polizia. Ma anche gli studenti sono armati e nello scontro a fuoco restano a terra tre feriti gravi, due studenti e un poliziotto. Il giorno stesso la Commissione Pubblica istruzione della Camera sospende a tempo indeterminato la circolare Malfatti” (Giulio Palermo, L’università dei baroni. Centocinquant’anni di storia tra cooptazione, contestazione e mercificazione, Punto rosso, Milano 2011, pp. 61-62).

[69] Franco Berardi, Pour en finir avec le jugement de dieu, in Bianchi e Caminiti (a cura di), Settantasette, cit., p. 175.

[70] Cfr. Christian Marazzi, Bioökonomie und Biokapitalismus, in Vittoria Borsò e Michele Cometa (a cura di), Die Kunst, das Leben zu “bewirtschaften”. Biós zwischen Politik, Ökonomie und Ästhetik, transcript, Bielefeld 2013, pp. 39-52.

Per un’analisi delle culture antagoniste Considerazioni introduttive sul “caso” del ’77 was last modified: gennaio 7th, 2015 by glianni70.it

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