Per il Comunismo, Brigate Rosse

Per il Comunismo, Brigate Rosse Per il Comunismo, Brigate Rosse

analisi storica di un fenomeno italiano

di robertobartali.it

«…sull’ordine delle decine erano i militanti clandestini [cioè i c.d. Regolari], dieci volte tanti i militanti non clandestini [i c.d. Irregolari], moltiplicate ancora per dieci ed otterrete il numero dei fiancheggiatori». Così Mario Moretti, uno dei capi storici, descrive l’organico delle Brigate Rosse, la più forte formazione terroristica che abbia mai calcato le scene della nostra storia repubblicana, un gruppo che con le sue azioni spesso sanguinarie e clamorose ha caratterizzato la cronaca nera e giudiziaria dello stivale per almeno 15 anni. La c.d. Area della contiguità alle Br era però assai ampia, e come ha affermato di recente Germano Maccari: «si resterebbe stupiti se si conoscessero i nomi di coloro che, in quegli anni, si sentivano onorati di avere in casa terroristi e che possono anche rivestire ruoli di rilievo nella società italiana». Facendo uso delle loro stesse parole potremmo comunque dire: «Chi sono dunque le BR? Sono gruppi di proletari che hanno capito che per non farsi fregare bisogna agire con intelligenza, prudenza e segretezza, cioè in modo organizzato. Hanno capito che non serve a niente minacciare a parole di tanto in tanto esplodere durante uno sciopero. Ma hanno capito anche che i padroni sono vulnerabili nelle loro persone, nelle loro case, nella loro organizzazione, che gruppi clandestini di proletari organizzati e collegati con la fabbrica, il rione, la scuola e le lotte possono rendere la vita impossibile a questi signori».

Affrontare un argomento come la storia delle Br significa andare a toccare un tratto assai particolare della storia d’Italia; la particolarità sta nel fatto che tuttora, a più di dieci anni di distanza dalle ultime azioni delle così dette cellule impazzite, parlare del terrorismo di sinistra – e non – nel nostro paese provoca un mare di discussioni, polemiche, imbarazzi, forse perfino paure, segno evidente che si va a toccare una ferita non ancora rimarginata. C’è imbarazzo a sinistra, nelle file del PCI-PDS adesso DS, quel tipo d’imbarazzo che può avere un genitore che ha visto proprio figlio prendere una strada sbagliata; si perché molti di quei giovani che nel tempo entrarono a far parte delle Br avevano avuto dei trascorsi nella federazione giovanile del PCI, n’erano stati militanti prima e contestatori “da sinistra” poi, e sarebbe toccato ai vertici del PCI stesso – come disse anche Aldo Moro in uno dei suoi ultimi interventi in Parlamento – far rientrare la loro protesta all’interno dei canali rappresentativi istituzionali (i Partiti ufficiali). L’imbarazzo viene poi dal fatto che le Br parlavano del Partito Comunista Italiano come di una vecchia e sclerotizzata struttura burocratica che aveva dimenticato il fine stesso della propria esistenza, la lotta per il Comunismo, un ideale per il quale tanti partigiani avevano combattuto, arrivando in qualche caso al sacrificio estremo [secondo lo studioso R. Del Carria 358.000 furono i combattenti della Resistenza e circa 72.500 i caduti], ed aveva accettato di entrare a far parte dell’odiato “sistema”. Disagio, ma forse sarebbe più corretto dire preoccupazione, provò certamente anche l’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro: un gruppo terroristico che si definiva “comunista” stava cercando di mandare all’aria il progetto al quale aveva dedicato degli anni (il c.d. “Compromesso storico), e la linea di totale intransigenza verso una trattativa con i terroristi (la c.d. “linea della fermezza”) era obbligatoria e dovuta anche al fatto che un eventuale riconoscimento politico delle Brigate Rosse avrebbe probabilmente comportato un avvicinamento da parte di una certa fetta del suo partito non completamente immuni ai richiami rivoluzionari del gruppo fondato da Curcio e Franceschini. Sempre d’imbarazzo si deve parlare per ciò che riguarda il Ministero degli Interni, dicastero che ha impiegato più di dieci anni per fermare l’azione di decine e decine di gruppi armati che hanno terrorizzato un intero paese, e che è accusato da più parti d’eccessivo lassismo nei confronti dei fermenti rivoluzionari. In molti pensano, infatti, che il così detto “Partito Armato” non abbia costituito una vera minaccia per lo stato, che esso ha potuto operare a lungo compiendo imprese così clamorose, solo grazie alla tolleranza (e in qualche frangente connivenza) di alcuni settori dei servizi di sicurezza, di quegli stessi servizi che avrebbero dovuto combatterlo. L’obbiettivo politico di tale tolleranza era quello di creare difficoltà a quella Sinistra che era ormai alle soglie del governo, di creare un clima di “destabilizzazione stabilizzante” per il sistema democratico, un metodo basato in altre parole sulla creazione di una tensione emotiva nella popolazione tale da spingere gli elettori a preferire il “certo” (la DC) all’incerto (il PCI), o, in ogni caso, a favorire dei flussi elettorali verso Destra. Per parlare del fenomeno brigatista è infatti quasi obbligatorio analizzare anche il periodo storico che lo ha preceduto, che lo ha – in un certo senso – covato, almeno per quanto riguarda la sua fase storica iniziale, mi riferisco a quel 1968, che con i suoi ideali rivoluzionari, il suo spirito, le sue manifestazioni, e perché no, le sue violenze, ha finito con l’essere considerato un vero e proprio spartiacque della società contemporanea. È poi certo, ad esempio, che l’estremismo-terrorismo italiano che si è sviluppato negli anni ’70 ha avuto una sua radice anche nel mondo cattolico, è un fenomeno che gli stessi cattolici hanno riconosciuto e denunciato. Di formazione ed origini cattoliche sono stati alcuni dei maggiori leader della contestazione studentesca prima e del terrorismo poi. Le cause furono molte e diverse tra loro: alcune dipesero dall’arretratezza del dibattito culturale religioso, altre dal tipo di formazione e dal modo di pensare dei cattolici, altre ancora dal ribellismo morale, conforme allo spirito cristiano, che in certi casi, ed in conformità alla sua origine deduttiva – alla stregua dell’ideologia comunista – può mutarsi anche in violenza fisica. Mi è parso assai interessante anche seguire l’evoluzione delle Br, che nate come una sorta di Robin Hood della classe operaia, e dunque reale espressione di una seppur esile base sociale, hanno finito con il distaccarsi totalmente dalla realtà, per esempio, della fabbrica, giungendo ad un isolamento causato, in buona parte, anche dal ricorso sistematico all’omicidio perfino contro giudici democratici, operai, sindacalisti di provata fede comunista. è così, infatti, che si è passati dai comizi volanti tenuti in quartieri popolari come il Lorenteggio a Milano, «…quando decine di bandiere addobbarono tetti e finestre», a oscure fasi di isolamento dovute in parte alla rigida compartimentazione voluta da Moretti e in parte alla spietata caccia all’uomo, seguita all’assassinio di Aldo Moro, da parte dei reparti comandati dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma – come ha detto giustamente Donatella Della Porta – questi sono i rischi e le conseguenze della vita in clandestinità. Una prima indicazione sulle dimensioni del fenomeno armato di sinistra in Italia tra il 1969 e il 1989 è quella relativa alle persone inquisite per banda armata: si tratta di un vero e proprio esercito, costituito da oltre 4 mila persone, prevalentemente uomini (76,9%) ma anche da numerose donne (23,1%). Un numero particolarmente significativo, soprattutto se si considera l’aspetto totalizzante, anche in termini personali, che la scelta della clandestinità e del ricorso allo scontro armato rappresentava. Inoltre, gli inquisiti rappresentano soltanto una parte minoritaria dei giovani che in quegli anni hanno militato, da interni o da semplici simpatizzanti nelle organizzazioni armate di sinistra: le cronache di quegli anni, oltre a cimentarsi costantemente con la descrizione degli organigrammi e delle tecniche di reclutamento adoperate dalle organizzazioni armate, citando stime di diversa provenienza, parlano di 15-20 mila, ma anche di oltre 50 mila giovani e meno giovani direttamente o Indirettamente legati al fenomeno armato di sinistra. La caratterizzazione fortemente generazionale del fenomeno armato, come si evince chiaramente dalla distribuzione per età degli inquisiti per banda armata al momento dell’arresto, vede una forte prevalenza della componente giovanile: gli inquisiti con una età superiore ai 35 anni non raggiungono infatti il 10% del totale. La classe di età tra i 21 e i 25 anni, quella degli universitari e dei giovani lavoratori, risulta essere la più rappresentata con il 32,2% degli arrestati; di poco minore è la consistenza (28,1%) della classe successiva (26-30 anni), concentrandosi dunque complessivamente in queste due fasce, oltre il 60% del fenomeno. Un’altra caratterizzazione del fenomeno armato di sinistra, considerandone pienamente rappresentativa la distribuzione dei dati relativa ai soli inquisiti e arrestati, è data dalla equidistribuzione tra i diversi livelli di scolarizzazione, che testimonia una composizione particolarmente articolata e diversificata. Nonostante l’elevato numero di mancate informazioni per questa variabile (32,3%), è possibile osservare che la componente degli universitari (23,1%) risulta la più rappresentata, ma soltanto di poco superiore a quella dei militanti con il diploma di scuola media superiore (21,8%) o con la scuola dell’obbligo (20,4%). Una conferma di quanto evidenziato in relazione alla composizione sociale si rileva osservando la distribuzione relativa alla attività lavorativa degli inquisiti: i due gruppi che presentano la concentrazione maggiore, confermando la particolare composizione del fenomeno armato, sono quello degli operai e quello degli studenti, entrambi con il 16%. Gli altri percorsi professionali che registrano valori significativi sono quello degli impiegati (7,3%), degli insegnanti (4,3%), dei lavoratori nei servizi (4,6%) e dei professionisti (3,7%). In considerazione delle istanze di mutamento e di trasformazione sociale promosse dalle organizzazioni armate di sinistra, risulta essere sottorappresentata la componente dei disoccupati (3,9%) e dei precari (1,7%); questa mancata presenza sembra da attribuire sia ai canali ed ai sistemi di reclutamento adottati sia, ad una certa difficoltà mostrata dal fenomeno armato di sinistra – pur con alcune significative eccezioni (si veda, ad esempio, l’esperienza dei NAP o le numerose campagne per le carceri) – di avvicinare le componenti sociali più marginali. Eppure a rileggere 18 anni di lotta armata in Italia ci si accorge che ogni tanto, qua e là, spuntano dei buchi neri nel terrorismo rosso, buchi coperti anche di segreti, spesso inconfessabili, di chi contro quella stagione di utopie rivoluzionarie e sanguinarie ha esercitato l’arma della repressione in nome dello stato. A parziale conferma di ciò e nella stessa direzione del mio pensiero – per quanto comprenderei benissimo se a qualcuno sembrasse inopportuno fare della mera dietrologia con quanto affermato da un ex terrorista – vanno le parole di Patrizio Peci , primo “pentito” delle Br: «Lo stato allora [ agli inizi dell’attività brigatista ] – poi non più – ti lasciava gli spazi per poter sperare nella vittoria […] lo stato poteva avere interesse a lasciare spazio alla lotta armata. Interessi velati, e magari contrapposti, ma certamente tesi a creare confusione. Altrimenti la lotta al terrorismo sarebbe stata più immediata e aspra. Ci avrebbero stroncato subito, come hanno fatto quando gli è parso il momento». Particolarmente interessante mi è poi parsa anche la lettura del resoconto sulla riunione del coordinamento delle forze di polizia che si tenne a Colonia il 19 Gennaio 1973 e dedicata al problema dell’infiltrazione nei gruppi terroristici Br e RAF e nei gruppi dell’estrema sinistra extraparlamentare. In questo ambito infatti lo stesso Franceschini, recentemente, ha affermato che le infiltrazioni all’interno delle Br non dovevano risultare poi così difficili: la prova della purezza di un aspirante brigatista consisteva infatti nell’osservare il “candidato” durante una rapina (o esproprio proletario, come veniva chiamata in quegli anni), perché se se qualcosa fosse andato storto e magari fossero arrivate le forze dell’ordine, era evidente che l’aspirante doveva essere un infiltrato. Ma i vertici delle Br non sono però mai arrivati ad ipotizzare un livello superiore di infiltrazione, un livello ove cioè un agente – pur di arrivare ai massimi livelli dell’organizzazione – sarebbe arrivato perfino ad uccidere. Ed è invece proprio questo che i servizi segreti avevano progettato. Da i verbali della riunione di Colonia risulta infatti evidente che l’intendimento dei vari servizi segreti non era quello di predisporre semplici confidenti o informatori, bensì veri e propri terroristi, completamente liberi di agire e così in grado di arrivare al vertice del gruppo da infiltrare; la cosa risulterà parecchio interessante, soprattutto alla luce delle novità che negli ultimi tempi sono saltate fuori sul rapimento dell’On. Aldo Moro. Esempi lampanti di “intrusioni esterne” sono presenti in diverse occasioni lungo tutta la folle epopea brigatista e, soprattutto, durante i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, punto più alto di efficienza delle Br e – allo stesso tempo – punto più basso di efficienza dello stato; un momento nel quale delle incredibili coincidenze, spesso troppo strane per non far pensare ad un disegno, si ergono alte e ben visibili per un qualsiasi osservatore non distratto. Ma di questo avrò modo di parlare. Ultima curiosità che mi preme porre in evidenza riguarda l’incredibile lavoro da vero e proprio servizio di intelligence fatto da una organizzazione rivoluzionaria, Avanguardia Operaia, con tanto di schede personali frutto di incrocio di dati. Fin dai primi anni ’70 il gruppo aveva maturato la convinzione che provocatori e confideti dei servizi segreti, della CIA o di altri apparati dello Stato si fossero infiltrati all’interno del nascente ‘partito armato’, oltre che nei gruppi di estrema sinistra. E’ altresì curioso rilevare come i maggiori sospetti erano rivolti verso tal Corrado Simioni, di cui sentiremo parlare e che era indicato come persona legata all’intelligence statunitense, e come successivamente proprio l’ex responsabile della Commissione di Cotroinformazione di Avanguardia Operiaia, ua vlta smessi i panni del rivoluzionario si sia trasferito in Israele.

Per il Comunismo, Brigate Rosse was last modified: dicembre 27th, 2014 by glianni70.it

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