Ordine nero, guerriglia rossa di Guido Panvini – Einaudi Torino 2009

Ordine nero, guerriglia rossa

Guido Panvini, “Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta (1966-1975)”

2009 | Italian | ISBN-10: 8806194496 | 311 pages | PDF | 7 MB

La novità dell’opera di Panvini sta nell’aver voluto puntare la sua ricerca sulle origini della violenza politica nell’Italia degli anni ‘60/’70. I migliori lavori storiografici che hanno approfondito il decennio hanno spesso eluso il tema della violenza e le sue origini. Come contrappasso a questa lacuna storiografica, si è poi finito per applicare semplificazioni giornalistiche a un periodo complesso della nostra storia. Non è un caso che in questi anni si è definito quel decennio, in modo alternato, come gli anni della “meglio gioventù” o gli “anni di piombo”, come fossero letture inconciliabili.

Lo stesso autore, nella introduzione, cita Giovanni Moro, che scrivendo di quel decennio su un suo lavoro editoriale, Anni settanta, (Einaudi 2007), “vedeva anche albe (…) e non solo tramonti”. E continuando, Panvini scrive “E’ forse giunto il momento, allora, di una lettura che restituisca la complessità di quel decennio, luci e ombre assieme”.

Panvini con coraggio affronta un tema così impegnativo con una grande ricerca sulle fonti, utilizzando gli archivi dei partiti e quelli istituzionali, quelli di pubblica sicurezza e soprattutto scavando tra i documenti politici dell’estrema sinistra e dell’estrema destra per finire tra gli atti parlamentari d’inchiesta e sentenze di tribunale.

L’importanza di questo lavoro risiede nel aver affrontato un tema che stava diventando un vero tabù storiografico.

Osservazioni

La tesi che l’autore ci sottopone, individua la radice del terrorismo italiano nella trasformazione della violenza politica in militarizzazione, tra la destra neofascista e la sinistra estraparlamentare.

A questa tesi vorrei fare due osservazioni:

  • Rischio di una lettura speculare tra neofascismo e sinistra extraparlamentare. Perché si rischia di legittimare la lettura degli “opposti estremismi” che in quel decennio la DC utilizzò causando gravi conseguenze. E’ in verità lo stesso autore che smentisce la tesi degli “opposti estremismi” citando cifre, riportando le parole di Bobbio e Taviani e le farneticazioni del prefetto di Milano, Libero Mazza (v. “rapporto Mazza” in Crainz, Il paese mancato, Donzelli, 2005). Questo non vuol dire negare che ci fosse una sinistra rivoluzionaria che mettesse all’odg l’uso della violenza e un richiamo più o meno retorico alla resistenza tradita. La sinistra extraparlamentare veniva da una miriade di riviste e collettivi, che nella seconda metà degli anni ’60 analizzano la situazione italiana e internazionale in molteplici modi e letture, attraverso i nuovi strumenti di indagine sociale e culturale. Quaderni Piacentini, Quaderni rossi, Classe operaia, rappresentarono ad esempio, esperienze, tra le tante, che, nella loro diversità, daranno spazio a un gran numero di nuovi intellettuali, fuori dalla visione dell’intellettuale organico, che il Pci togliattiano, aveva deformato dall’originaria formula gramsciana. La violenza era quindi vista inizialmente in un’ottica rivoluzionaria, di cambiamento storico-sociale. Come il contesto internazionale sembrava indicare, con le rivoluzioni in Cina, America Latina e le decolonizzazioni africane e con lo stesso conflitto dei neri in Usa. A destra le dinamiche erano opposte. Oltre a mantener vivo il riferimento al fascismo, forte erano i legami con i poteri forti (burocrazie, esercito, servizi, grande capitale). La stessa violenza che si esprimeva contro la sinistra politica e sindacale, era indirizzata al ristabilimento di quello che Crainz chiama “blocco d’ordine”. Non è un caso che il convegno del 1965 (“Guerra rivoluzionaria”) dell’istituto Pollio presso l’hotel Parco dei Principi, parteciparono personaggi legati al mondo anticomunista, in particolare militari di alto grado, imprenditori, politici, giornalisti, e neofascisti, e l’anno successivo, Rauti e Giannettini, produrranno una pubblicazione dal titolo “Le mani rosse sulle forze armate”, con l’obiettivo di spostare ancora più a destra l’orientamento dei militari. Rispetto all’inizio della periodizzazione che Panvini usa (1966-1975), fino all’inizio degli anni settanta i due antagonisti in campo non sono equiparabili né per natura né per obiettivi. Solo successivamente, utilizzando l’ipotesi dell’“ombra deformata del nemico” di Crainz o della militarizzazione del conflitto di Panvini è possibile “ipotizzare” la lotta armata e il “terrorismo” della seconda metà degli anni settanta. Ma per capire la genesi della violenza politica in Italia occorre, secondo me, mettere in campo un terzo soggetto.
  • Il ruolo dello stato, attraverso la cosiddetta “strategia della tensione”. Credo per arrivare a parlare di “strategia della tensione”, senza essere dietrologi, vada recuperata la lettura di Claudio Pavone (“Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato”, Bollati Boringhieri, 1995) in cui vengono evidenziati fattori di continuità dello stato fascista, permanenze della burocrazia e dell’applicazione delle leggi del ventennio e al fallimento dell’epurazione, aggiungendoci la difficile attuazione della Costituzione. La continuità dello stato, con il fallimento dell’epurazione, introduce sin dal ’45 una repubblica inquinata che in ogni suo passaggio troverà ostacoli al proprio sviluppo democratico. Il primo centro-sinistra cede in un contesto segnato dal “rumore di sciabole”, richiamato da Nenni, rispetto al piano Solo del generale De Lorenzo nell’estate del 1964. Nel 1965, come ricorda Crainz “non può stupire la composizione di un convegno promosso nel 1965 a Roma dall’Istituto Pollio, istituto di storia e strategia militare collegato allo stato maggiore delle forze armate. Aveva come tema la Guerra rivoluzionaria, ispirato da un idea di fondo: che l’attacco mosso dal comunismo all’occidente avesse i tratti nuovi di una guerra di penetrazione nei gangli vitali della società. L’obiettivo era la radicalizzazione del conflitto forgiando un nuovo tipo di soldato controrivoluzionario. Si ipotizzano gruppi di autodifesa, infiltrazione nei gruppi sovversivi, e soprattutto collaborazione tra forze armate e civili. Acconto ad alti esponenti dell’esercito partecipano al convegno Pino Rauti (esponente di spicco del Msi), Guidi Giannettini (colonnello del Sid e sostenitore del Msi), e altri nomi che ritroveremo indagati per la strage di Piazza Fontana. Nella strategia della tensione rientra a pieno titolo la gestione dell’ordine pubblico. Emblematica la vicenda della morte dell’agente di polizia Annarumma, morto per una dissennata gestione della piazza (v. G. Pansa, Annarumma, in Le bombe di Milano AAVV, Guanda 1970, ristampa, Bur, 2009) durante lo sciopero dei sindacati della casa il 19 novembre 1969, e le dichiarazioni irresponsabili del Presidente Saragat. (in Crainz, op. cit.). Il 12 dicembre 1969 esplode la bomba nella banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana, dopo i depistaggi (la falsa pista anarchica e la morte di Pinelli, con l’arresto di Valpreda) si arriva lentamente al gruppo dei neofascisti veneti Freda e Ventura. Quest’ultimo aveva forti legami con Giannettini, facendo emergere rapporti stretti tra servizi segreti e gruppi neofascisti. Per questo blocco politico militare, il colpo di stato dei colonnelli in Grecia nel 1967, rappresenterà un modello da guardare come riferimento. Un anno dopo Piazza Fontana, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il principe Julio Valerio Borghese, comandante della X Mas durante la Rsi nel 1944-45, tentò un farsesco colpo di stato che durò alcune ore coinvolgendo un battaglione della forestale, un ex gruppo di paracadutisti guidati dal futuro deputato del Msi Saccucci. Al di là della manovra grossolana che portò il principe ad occupare il ministero degli interni per poche ore, si evidenziò i legami di Borghese con servizi e militari. In un quadro in cui lo squadrismo fascista opera liberamente soprattutto a Milano, il prefetto Mazza attraverso un suo “rapporto” chiede nei fatti la messa fuori legge dei gruppi extraparlamentari di sinistra e del movimento studentesco. Sia la questura che la prefettura milanese sembrano considerare il diritto a manifestare una “malintesa libertà” che facilmente degenera in “licenza, arbitrio, sopraffazione (…) caos, anarchia”. L’obiettivo della strategia della tensione è la costruzione di un partito dell’ordine, come avrebbe riconosciuto Andreotti un trentennio dopo parlando dei nessi fra servizi segreti, tentativi di colpo di stato e ed eversione neofascista:“credo che ci fosse nei servizi segreti e in alcuni apparati la convinzione di essere impegnati in una guerra sacra. E che tutto quel che poteva passare per anticomunista fosse meritorio.” Nel 1971 altro convegno su Guerra non ortodossa e difesa, promosso dall’istituto di studi militari, con il patrocinio dell’Associazione di studi parlamentari  per le forze armate. Parteciperanno figure emblematiche dal generale Liuzi a Rodolfo Pacciardi (punto di riferimento per le forzature presidenzialiste, compreso il “golpe bianco” di Edgardo Sogno del 1974), e ancora i partecipanti del convegno del 1965 come Giannettini. Il tutto con gli auguri del ministro della difesa Tanassi e l’adesione della destra Dc come Bartolo Ciccardini. Anche la magistratura in larga parte si arrocca a destra contribuendo al depistaggio delle indagini sulle stragi e sulle trame neofasciste. Una figura di rilievo è il procuratore generale Giovanni Colli, fra i referenti di Sogno. Nel 1973 emerge la rete della Rosa dei Venti collegata a una struttura parallela del Sid. Viene alla luce anche la pericolosità del Mar (movimento di azione rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli con azioni violente in chiave anticomuniste. Notizie di cui il ministero degli interno era a conoscenza dal 1970. Il 1974 rappresenta il culmine ma anche l’epilogo della strategia della tensione e vede come sostiene Crainz lo sgretolamento del “blocco d’ordine”. La bomba neofascista del 1973 uccide l’agente Marino togliendo alla destra sostegni importanti, così come la strage di Brescia del maggio 1974 e quelle del treno “Italicus” (agosto).

Sicuramente utile il lavoro di Panvini che recupera la periodizzazione (1966-1975) di S. Tarrow (Democrazia e disordine : movimenti di protesta e politica in Italia, 1965-1975,Laterza, 1990) individuando in un periodo precedente alla strage di piazza Fontana le origini della violenza.

La speranza è che al coraggio dell’autore, seguano altri studi sullo stesso argomento che possano portare avanti la ricerca che, come il dibattito ha dimostrato, appassiona non solo gli addetti ai lavori ma cittadini che in quegli anni non erano neppure nati.

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Ordine nero, guerriglia rossa di Guido Panvini – Einaudi Torino 2009 was last modified: febbraio 7th, 2015 by glianni70.it

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