Operazione “Francis”, il tassello mancante del “lodo Moro” L’ultimo segreto della Prima Repubblica

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L’ultimo segreto della Prima Repubblica

Operazione “Francis”. Questo il nome in codice del viaggio a bordo della barca a vela battezzata “Papago” di Massimo Gidoni, psichiatra di Falconara (Ancona) all’epoca appartenente alle Brigate Rosse, organizzato nell’estate del 1979 da Mario Moretti, nome di battaglia Maurizio, in quel momento capo indiscusso dell’organizzazione terroristica che quindici mesi prima aveva messo in ginocchio lo Stato italiano con il sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro. Moretti si imbarca sul “Papago” insieme al capo della colonna genovese delle BR, Riccardo Dura, e a un anonimo dipendente del Comune di Venezia, militante dell’organizzazione, inquadrato nel fronte logistico veneto, Sandro Galletta. Moretti, Dura e Galletta salperanno con il monoscafo da dieci metri dello skipper Gidoni a ferragosto del 1979 dal porticciolo di Numana, località sulla Riviera del Conero, destinazione Libano, via Cipro. Per l’esattezza: un minuscolo arcipelago composto da un isolotto di nome Nakheel (Palma o anche Isola dei Conigli, in arabo Araneb) e una manciata di scogli a poche miglia a Nord-Est dal quartiere di El-Mina, il distretto portuale di Tripoli, città a 85 km a nord dalla capitale Beirut. Al riparo di Al-Ramkin (o Fanar, Isola del Faro, questo il nome dell’isolotto più lontano dalla costa), il “Papago” venne raggiunto da una motobarca libanese con equipaggio palestinese. Quell’incontro in mare tra quattro brigatisti italiani e un gruppo di estremisti palestinesi nasconde l’ultimo tassello mancante del cosiddetto “lodo Moro”. Il randez-vous, infatti, servì per trasbordare sullo yacht di Gidoni un carico di armi, munizioni ed esplosivi palestinesi da trasportare e mettere in sicurezza nel nostro Paese. In particolare, vennero stipati sul “Papago” circa sei quintali di esplosivo al plastico, detonatori a miccia, elettrici e inneschi al fulmicotone. Quel carico andò a costituire il deposito strategico dell’FPLP di George Habbash in Italia.

 

Il caso volle che, circa tre mesi dopo – il 14 novembre 1979 – con l’arresto di Abu Anzeh Saleh, il capo dell’FPLP in Italia, fermato dai carabinieri il giorno precedente a Bologna perché coinvolto nel trasporto dei due lanciamissili Sam-7 Strela sequestrati nei pressi del porto di Ortona (Chieti) una settimana prima, il Fronte popolare di Habbash non solo vide decapitato il comando della sua struttura militare clandestina in Europa, ma soprattutto perse il controllo del suo arsenale in Italia in uno dei frangenti più critici per la causa palestinese e per la storia stessa del Libano.

Ecco perché il mancato rispetto della clausola “non trattenere” (e cioè l’aver trattenuto Saleh in carcere) prevista dall’accordo tra governo italiano e dirigenza palestinese ebbe a costituire, di fatto, il movente alla base della ritorsione compiuta contro il nostro Paese con l’attentato del 2 agosto 1980.

 


Dal “Papago” ai missili di Ortona

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Il filo conduttore di questo intrigo internazionale parte proprio dal racconto che alcuni ex brigatisti fecero ai magistrati su quel misterioso viaggio di Mario Moretti in Libano e del contesto nel quale maturò l’accordo tra BR e OLP che portò all’Operazione “Francis”. Ma la novità non è tanto la ricostruzione della peraltro già misconosciuta vicenda del “Papago”, quanto il misterioso percorso che fecero quei sei quintali di esplosivo palestinese spediti dal Libano e introdotti in territorio italiano un anno prima della strage di Bologna.

Nessuno, prima d’ora, aveva mai ricomposto le tessere del mosaico, collegando il trasporto del T4 palestinese con il sequestro dei missili di Ortona che portò alla cattura di tre esponenti dell’Autonomia operaia di Roma (Daniele Pifano, leader del collettivo di via dei Volsci, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Luciano Nieri) e soprattutto all’arresto del giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh, alla “crisi diplomatica” che scoppiò tra governo italiano e Comitato Centrale dell’FPLP, alle sempre più pressanti e pesanti richieste di Habbash trasformatesi in esplicite minacce di ritorsione e puntualmente registrate dai nostri servizi d’intelligence e sicurezza (rispettivamente, il Sismi del generale Giuseppe Santovito e, soprattutto, l’Ucigos del prefetto Gaspare De Francisci che ancora l’11 luglio del 1980 segnalava per iscritto al direttore del Sisde, generale Giulio Grassini, l’allarme in corso circa possibili azioni ritorsive da parte dell’FPLP per la mancata scarcerazione di Saleh) con l’esplosione dell’ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna.

L’analisi delle varie informazioni e testimonianze, confrontate soprattutto con il resto dell’impianto della “Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980”, da me depositata insieme a Lorenzo Matassa in Commissione Mitrokhin il 23 febbraio 2006, ha permesso di svelare quello che potrebbe essere l’ultimo segreto della Prima Repubblica.

 


Appuntamenti strategici a Bologna

«Una prima informativa [sull’intero quadro dei rapporti internazionali tenuti dalle Brigate Rosse, nda] me l’aveva data lo stesso [Mario] Moretti poco tempo dopo lo sbarco delle armi provenienti dal Libano nell’estate ’79, in occasione di alcuni nostri incontri a Bologna. A quel tempo tenevo i contatti con l’Esecutivo quale responsabile della costituenda Colonna Sarda e in questa veste incontravo Moretti nel capoluogo emiliano. C’era un appuntamento strategico quindicinale sul piazzale della stazione ai portici di fronte, nei pressi di un giornalaio che si trova al termine dei portici stessi sulla sinistra. In queste occasioni, Moretti mi riferiva di una struttura con sede a Parigi, che agiva a livello internazionale, tenendo i contatti tra le varie formazioni di guerriglia europee e i vari movimenti di liberazione dei Paesi del terzo mondo. Disse che proprio grazie all’intermediazione di questa struttura era stato possibile il contatto con l’OLP, che aveva fornito le armi che erano giunte in Italia dal Libano via Cipro. Mi fece un discorso di ampio respiro, che si può sintetizzare come segue».

«La struttura francese, subito dopo [il sequestro e l’uccisione di] Moro, attraverso un qualche suo rappresentante, aveva espresso a Moretti l’apprezzamento per quanto le BR avevano fatto, e l’invito alle stesse BR a de regionalizzarsi e a porsi espressamente in una prospettiva internazionale. Moretti aggiunse che la spedizione di armi dal Libano era stata preceduta da un’altra importazione di armi dalla Francia via terra, avvenuta attraverso un valico della Liguria, tra la fine del ’78 e gli inizi del ’79. Tra le due spedizioni avvenne il colloquio Moretti-struttura francese di cui ho parlato sopra. Nel corso di esso, il rappresentante della struttura aveva invitato Moretti a un maggiore impegno delle BR nel sostegno della lotta di liberazione nazionale dei palestinesi. Moretti dichiara la sua disponibilità a questo progetto e promette che le BR attueranno alcuni attentati contro obiettivi israeliani e terranno depositi di armi a disposizione dei palestinesi. Chiese però in cambio un maggior sostegno da parte dell’OLP alle BR, sia sotto forma di invio di armi, sia sotto forma di assistenza ai latitanti, sia sotto forma di accessibilità a campi di addestramento militare. In conseguenza di ciò, il rappresentante della struttura francese promuove un incontro, a Parigi, a tre, al quale partecipa il ministro degli interni dell’OLP. All’esito di questo incontro il ministro degli interni palestinese si riserva di dare una risposta dopo aver interpellato “le père”, ovvero Arafat. Avviene così un secondo incontro tra gli stessi personaggi e il ministro degli interni palestinese comunica l’approvazione da parte di Arafat al progetto di collaborazione BR-OLP. Questo progetto stava particolarmente a cuore al ministro palestinese, il quale era un marxista – chiamava infatti Moretti “compagno” – e diceva che i marxisti nell’ambito dell’OLP erano in minoranza, ma avevano un rilevante peso. Si delineava così lucidamente un progetto marxista rivoluzionario internazionale, che passava attraverso l’OLP».

 


Savasta “il sovietico” vuota il sacco

È uno dei passaggi più delicati del lungo interrogatorio reso l’8 giugno 1982 da Antonio Savasta, nato a Roma il 30 dicembre 1955, maturità classica, renitente alla leva, celibe, militante delle Brigate Rosse dalla fine del 1976, nome di battaglia Diego, membro “regolare” (cioè passato in clandestinità) dal settembre del 1978 quando entra nella direzione della colonna romana dell’organizzazione terroristica capeggiata da Mario Moretti. Con la “caduta” (cioè l’arresto, avvenuto il 24 settembre 1979) di Prospero Gallinari, Savasta entra nel Fronte logistico e dal maggio del 1980 passa «nel Veneto alla locale direzione di colonna, che aveva come basi Treviso e Mestre». A verbalizzare questo vero e proprio debriefing del brigatista ormai dissociato è il giudice istruttore del Tribunale di Roma, Rosario Priore, nell’ambito del terzo filone d’inchiesta sul caso Moro.

Savasta decide di abbandonare la lotta armata e collaborare con la giustizia poche ore dopo la sua cattura, avvenuta il 28 gennaio 1982 nel blitz del NOCS nel covo di via Ippolito Pindemonte, nel quartiere Guizza, a Padova, che portò alla liberazione del generale statunitense, James Lee Dozier, sottocapo di Stato Maggiore del Comando Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (FTASE) di stanza a Verona. L’ufficiale americano era stato rapito nella sua abitazione da un commando della colonna veneta delle BR nel pomeriggio del 17 dicembre 1981. Insieme a Savasta, finiscono in manette anche la sua compagna di allora, Emilia Libera, e altri tre brigatisti presenti al momento dell’incursione delle teste di cuoio della polizia di Stato: Cesare Di Lenardo, Giuseppe Ciucci e Manuela Frascella. Al momento dell’arresto, Savasta era latitante dal 1980 perché colpito da un mandato di cattura della Procura della Repubblica di Pescara per una serie di rapine.

Nell’interrogatorio del 6 febbraio 1982 davanti ai magistrati della Procura di Milano, Savasta traccia il suo curriculum di terrorista: «Fino al settembre-ottobre ’79 ho militato nella colonna romana prima come irregolare e poi come regolare, ma non sono mai stato capo colonna. Tra il settembre-ottobre del ’79 fui inviato in Sardegna per costituire quella colonna pur continuando a far parte della colonna romana del fronte logistico. Tornai a Roma per far parte a tempo pieno della colonna romana dopo la sparatoria del febbraio alla stazione di Cagliari nel corso della quale fu ferita Emilia Libera [avvenuta il 15 febbraio 1980]. Nel maggio dell’80, fui inviato nel Veneto come regolare della colonna veneta».

Le rivelazioni di Savasta squarciano il velo sull’ultimo segmento mancante del cosiddetto “lodo Moro”. Il brigatista romano, che nel medesimo verbale di interrogatorio reso a Priore ammette senza esitazioni che all’interno dell’organizzazione aveva fama di «filosovietico» (sulla discussione nata in sede di Esecutivo sulla possibilità di coltivare contatti anche con elementi bulgari manovrati dai servizi segreti sovietici, dichiara: «Io, che già avevo fama di filosovietico, ero favorevole. Dissi che questo rapporto col KGB lo avevamo già avuto attraverso i contatti con l’Hyperion, con la RAF e con l’OLP e che tanto valeva la pena renderlo esplicito e immediato»), spiega nel dettaglio come nacque l’accordo logistico con l’FPLP di Habbash, la logistica del trasporto delle armi e dell’esplosivo dal Libano all’Italia e le modalità di impiego dell’arsenale strategico dei palestinesi. Inoltre, il ruolo di Savasta si arricchisce di ulteriore importanza se lo mettiamo in relazione al gruppo Carlos, nome in codice Separat. A seguito di una perquisizione segreta effettuata il 25 agosto 1979 dal servizio di sicurezza ungherese presso la base operativa di Carlos a Budapest, venivano rinvenute le annotazioni personali del capo di Separat in cui, fra gli altri, emergevano i nomi di Antonio Savasta, Abu Anzeh Saleh e un altro italiano collegato alla colonna veneta delle Brigate Rosse, Alessandro Girardi. Questi soggetti figuravano come contatti operativi – proprio nell’agosto del 1979 – tra il gruppo Carlos, le BR e l’FPLP in Italia nella calda estate del “Papago”.

Il SISMI, in un rapporto dell’8 giugno 1995 redatto sulla base di un documento segreto della polizia di sicurezza ungherese del 19 maggio 1995 in cui venivano riassunte le informazioni tratte dai microfilm dell’agenda di Carlos, riferiva che il nome di Savasta figurava accanto al suo numero di telefono. Questo è un particolare molto importante. Come abbiamo visto, infatti, il brigatista romano – in quel periodo, agosto-settembre 1979 – nonostante fosse “regolare” da circa un anno era ancora “pulito”, cioè non ancora ricercato dalla polizia né colpito da provvedimenti di cattura o di altra natura. Il servizio segreto militare italiano sottolineava un altro particolare: Savasta era figlio di un appuntato della Polizia di Stato, per cui la sua utenza era considerata da Carlos e dai suoi luogotenenti, in particolare da Johannes Weinrich, particolarmente sicura per mantenere i contatti con l’organizzazione italiana.

Come lui stesso spiega agli inquirenti, a livello internazionale la linea politica di Savasta «combaciava con quella di Moretti». Prosegue il brigatista pentito: «A mia domanda se l’Urss fosse a conoscenza di tale progetto, il Moretti mi rispose che non poteva non esserlo. Esclamò: “Vuoi che l’Unione Sovietica non sappia che Arafat ci passa le armi?”. Disse che la RAF era ormai nelle mani del KGB. I tedeschi andavano in giro con le VZ 63 [pistola mitragliatrice, calibro 9 mm Makarov] di produzione polacca e non avevano più alcun aggancio con la loro situazione territoriale. In sostanza, Moretti espresse il convincimento che la struttura francese gestisse quel progetto internazionale per conto dell’Unione Sovietica».

 


Entra in scena Abu Ayad

Ma chi mise in contatto Mario Moretti con la centrale di Parigi che gestiva i rapporti con la dirigenza dell’OLP? «Mi risulta – risponde Savasta al giudice istruttore di Genova, Vincenzo Basoli, durante il verbale di interrogatorio del 5 marzo 1982 – che la [Fulvia] Miglietta aveva messo in contatto il Moretti con gli ambienti dell’OLP in Francia, contando su pregresse conoscenze che essa aveva». La brigatista Fulvia Miglietta (nome di battaglia, Nora), membro della direzione della colonna genovese insieme al suo compagno di lotta e di vita Riccardo Dura (nome di battaglia Roberto), era in contatto con tale Jean-Louis Baudet, alias Paul, dell’agenzia d’intelligence privata Le Group che faceva da diaframma con i vertici dell’OLP. Anche Giovanni Senzani si avvalse delle conoscenze della Miglietta per entrare in contatto con la centrale internazionale in Francia. «Moretti – prosegue Savasta nel verbale di interrogatorio reso al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, il 26 marzo 1982 – non mi ha mai indicato con precisione l’ubicazione precisa topograficamente cui faceva riferimento quando andava a Parigi; mi risulta, comunque, che in questa città egli avesse la disponibilità di una casa e tenesse i contatti con un Centro di Latitanza Internazionale. Si faceva riferimento a un numero telefonico di un certo “Louis” che, però, era una informazione privilegiata del [Vincenzo] Guagliardo, della [Anna Laura] Braghetti e del Moretti». “Louis” verrà poi identificato proprio in Jean-Louis Baudet, ufficiale di collegamento tra la centrale di Parigi e il servizio di sicurezza di Al-Fatah.

Ma chi era il ministro degli interni palestinese che aveva contatti con Mario Moretti? Risponde Savasta: «Il capo dei servizi segreti dell’OLP», cioè Abu Ayad, alias Salah Khalaf, il numero due di Fatah e capo del servizio di sicurezza palestinese. L’accordo tra Moretti e Ayad prevedeva che la barca italiana, prima di approcciare la costa libanese, facesse scalo a Cipro. «Quanto alle armi – prosegue Savasta nel verbale dell’8 giugno 1982 – esse arrivarono, come ho detto, via Cipro e i palestinesi posero come condizione che le BR le gestissero in modo da non far risalire alla loro provenienza. Proprio a tal fine fu scelta Cipro come località di consegna e questa riguardava solo armi di produzione occidentale. A Cipro, secondo quanto mi disse Moretti, al momento dei saluti i brigatisti salutarono a pugno chiuso, mentre l’equipaggio palestinese alcuni salutarono a pugno chiuso, altri con l’indice e il medio divaricati, nel classico saluto palestinese. Le armi del carico destinate al deposito palestinese in Italia riportavano scritta, con gesso o vernice blu, una F che sta per Fronte. Dovrebbero essere quelle del deposito del Montello vicino a Treviso».

 


Dal Libano al Veneto

Ulteriori particolari sul viaggio del “Papago” Savasta li fornisce a Guido Papalia, procuratore della Repubblica di Verona, nel verbale del 1° febbraio 1982: «Ricordo che subito dopo il fatto Moro, l’OLP ha avuto contatti con le BR. Io in quel tempo ero ancora un irregolare. I contatti chiesti direttamente dall’OLP si ebbero in Francia tramite Mario Moretti. In Francia sapevamo che vi era una organizzazione che aiutava tutti i guerriglieri dei vari Paesi […] A noi sembrò strano che Arafat cercasse dei contatti nel periodo in cui sembrava che la sua politica tendesse a un avvicinamento ai Paesi europei. Vi erano stati infatti poco tempo prima gli incontri non ufficiali dello stesso Arafat con Aldo Moro. Proprio per questo pensammo che poteva trattarsi di un tranello tesoci dai servizi segreti per catturare qualcuno di noi. Il dubbio venne chiarito dal rappresentante dell’OLP il quale spiegò che all’interno dell’OLP e proprio all’interno della stessa linea politica di Arafat vi era una tendenza di alcuni contraria all’avvicinamento ai Paesi europei, anzi contraria all’abbandono della lotta armata nei confronti di Israele. Per questo motivo il contatto con noi era stato chiesto per costituire un fronte di lotta contro Israele tramite attentati che dovevano essere compiuti da noi e dalla RAF in Germania contro rappresentanti sionisti residenti in questi due Paesi. A seguito di ciò l’OLP inviò delle armi ed esplosivo al plastico, detonatori, Mk2 Ananas, mitra Sterling L2A3, con cartucce calibro 9 parabellum FN/75, fucili mitragliatori RPD [Ruchnoy Pulemyot Degtyaryova, di fabbricazione sovietica], Kalashnikov, lanciagranate anticarro RPG di fabbricazione sovietica, cartucce per mitra AK47 Kalashnikov cal. 7.62 e proiettili 7.62 Nato. Vi erano anche FAL di fabbricazione belga. Per il prelievo di queste armi fu inviata una barca all’isola di Cipro. Si scelse Cipro per evitare che in caso di incidente il fatto potesse essere addebitato all’OLP e, quindi, compromettere le relazioni tra l’OLP e i Paesi europei. Sulla barca c’era Moretti munito di un passaporto intestato a Iannelli Maurizio. La barca fu allontanata dal porto principale di Cipro perché vi erano delle navi da guerra e fu dirottata in una darsena minore dove vennero controllati i documenti di Moretti […] La barca che era lunga più di 10 metri era del tipo da regata con la chiglia a punta e aveva quattro posti letto […] All’epoca la barca era di proprietà di un medico psichiatra o psicologo marchigiano che era sentimentalmente legato a una ragazza marchigiana che fu successivamente arrestata e indicata dalla stampa come “la talpa del Ministero di Giustizia” [si trattava di Lucia Reggiani di Ancona, all’epoca compagna di Massimo Gidoni]. Le armi furono portate in un porto del Veneto, non so se Mestre o Venezia e di lì trasportate in casa di un militante BR di Mestre figlio di un poliziotto che prestava servizio penso a Mestre […] Le armi furono distribuite fra le varie colonne e la maggior parte anzi preciso che tra le armi a noi consegnate vi era una parte che dovevamo custodire per conto dell’OLP. Questa parte di armi la custodivamo per una metà circa in un deposito di Montello in provincia di Treviso e per un’altra metà in un luogo in Sardegna».

Il Montello è un colle (altitudine massima 371 metri sul mare) a Nord di Treviso che si estende da Est a Ovest dall’abitato di Nervesa della Battaglia a Montebelluna.

 


Sbarca l’Unifil, salpa “Francis”

Ma perché la dirigenza palestinese rischiò quel trasporto di armi dal Libano all’Italia proprio in quel momento in cui Arafat cercava non solo appoggi, ma soprattutto il riconoscimento politico dell’OLP da parte dei principali Paesi europei (non va dimenticato che le prime elezioni fra gli allora nove Stati membri per eleggere il Parlamento Europeo si tennero tra il 7 e il 10 giugno 1979)? Nel rispondere a questa domanda ci viene in soccorso il collega Giorgio Guidelli di Pesaro, giornalista del “Resto del Carlino”, col suo volumetto “Porto d’armi. Indagine sui rapporti BR-Palestinesi” (Edizioni Quattroventi, Urbino giugno 2012), che riporta una serie di colloqui con Massimo Gidoni, citandolo come il «professore del Papago». Si legge a pagina 49: «In quali acque s’avventura il Papago? Negli anni Settanta com’è messo il Libano? La missione UNIFIL parte con due risoluzioni dell’Onu, la 425 e la 426. L’approvazione è del ’78, tre giorni dopo il sequestro di via Fani, 19 marzo. Perché la missione? Dopo un attacco arabo-palestinese allo Stato d’Israele, l’esercito della stella di David penetra in Libano. Che per anni è stata una terra baciata da Dio: ex colonia, ricca, s’è trovata in mezzo alla questione mediorientale. Gli israeliani agiscono in forza: prendono il Sud. Le risoluzioni Onu hanno scopi precisi: forza di mediazione nel Libano del Sud, al confine con Israele». Guidelli ha ragione. Il 19 marzo 1978, tre giorni dopo la strage di via Fani, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votava le risoluzioni 425 e 426 con le quali, rispettivamente, si istituiva l’UNIFIL (United Nation Interim Force in Lebanon), con l’immediato cessate il fuoco e il ritiro da parte di Israele delle proprie forze dal territorio libanese, e venivano fissate le linee-guida dell’operazione UNIFIL. A queste, tuttavia, vanno aggiunte altre quattro risoluzioni sempre del Consiglio di Sicurezza dell’ONU:

  • La 427 del 3 maggio 1978: incremento del contingente UNIFIL da quattromila a seimila uomini.
  • La 434 del 18 settembre 1978: rinnovo del mandato UNIFIL di quattro mesi, fino al 19 gennaio 1979.
  • La 444 del 19 gennaio 1979: rinnovo del mandato UNIFIL per un periodo di cinque mesi, fino al 19 giugno 1979.
  • La 450 del 14 giugno 1979: estensione del mandato UNIFIL per altri sei mesi, fino al 19 dicembre 1979.

Questa è la cornice di diritto internazionale nella quale si muove l’Operazione “Francis”. Con l’aumentare della pressione in Libano da parte del contingente internazionale, la dirigenza palestinese, in particolare l’FPLP di Habbash con l’appoggio di Abu Ayad, ottiene il via libera da parte di Arafat per spostare e mettere in sicurezza parte delle proprie riserve strategiche, sottraendole alla minaccia israeliana e della stessa UNIFIL, spostando l’arsenale in Italia, Paese nel quale è in vigore il “lodo”. Da qui gli accordi tra Ayad e Moretti e il successivo viaggio del “Papago”.

Prosegue Guidelli: «La partecipazione italiana alla spedizione parte nel luglio del 1979. Le armi vengono caricate sul “Papago” un mese dopo, nell’agosto 1979. Tra l’altro, in zona agisce uno squadrone di elicotteri dell’Esercito. L’hanno piazzato a Naquora. È il reparto dell’Aviazione dell’Esercito (Aves) che aderiva all’UNIFIL». I quattro brigatisti si imbarcano, aggiunge Guidelli, «e vanno in bocca alla balena. Quando Israele mette a ferro e fuoco il Libano, l’OLP e, per di più, c’è il terzo incomodo: l’Esercito italiano e i carabinieri». Per l’autore di “Porto d’armi” lo scenario è chiaro: «L’esercito italiano è in Libano dal 1979. Laggiù spedisce gli elicotteri dell’Aves, impiegati per la missione UNIFIL. È questo il contesto in cui il “Papago” parte da Numana e approda in Medio Oriente. Quella del “Papago” non è un’operazione qualunque. Deve importare armi dagli arabi dell’OLP. Portarle in Italia e smistarle alle organizzazioni terroristiche d’Europa. E non solo. L’Italia prese parte a UNIFIL, in Libano, proprio dall’agosto del ’79, mese in cui il “Papago” navigò nel mezzo del Mediterraneo, fino ai luoghi della guerra e della missione Onu». E secondo Gidoni, il professore del “Papago, qualcuno, al porticciolo di Numana, sapeva in anticipo della missione di Moretti in Libano. «Tanto da chiamare ad Ancona, riferire e allertare le forze dell’ordine, che incontrarono i colleghi dietro agli scogli, mentre sorvegliavano uno dei principali latitanti italiani placidamente dormire nel “Papago”. Non a caso, l’invito di chi stava lì, a presidiare, fu di andarsene via che “tanto ci avrebbero pensato loro”. Perché sapere e non intervenire?». Risposta: perché sono in vigore gli accordi previsti dal “lodo” segreto.

 


Parla Sandro Galletta

«Moretti mi fece presente che vi era una necessità di reperire dall’estero delle armi per l’organizzazione e volle sapere da me la disponibilità a compiere un viaggio per poter seguire il trasporto di un certo quantitativo di armi […] Seguendo le sue disposizioni mi recai in treno fino ad Ancona e da qui proseguii in pullman fino a Numana, nel cui porto vi era l’imbarcazione che doveva portarci a destinazione. A Numana trovai il Moretti, il Riccardo Dura e un certo Massimo che era il proprietario dell’imbarcazione di nome “Papago” e lo skipper dello stesso».

A parlare è Sandro Galletta, nato a Venezia il 9 settembre 1947, separato, perito elettrotecnico, impiegato presso l’amministrazione del Comune di Venezia con la qualifica di ufficiale tecnico. Galletta è entrato nel fronte logistico delle BR e opera nel Veneto insieme all’irriducibile Nadia Ponti (nome di battaglia Marta), Vincenzo Guagliardo, figlio di emigranti siciliani in Tunisia, a Michele Galati, e dove Moretti decise di mettere in piedi questa struttura di appoggio proprio per poter gestire lo sbarco, la custodia e la distribuzione dell’arsenale palestinese. Secondo Savasta, Galletta era legato ai gesuiti. Il verbale è quello redatto dal Reparto Operativo dei carabinieri di Venezia, il 3 febbraio 1982.

«Partimmo da Numana senza che venissi reso edotto della destinazione, che a quanto posso immaginare era a conoscenza unicamente del Moretti e dello skipper. Dopo aver fatto due tappe in località a me rimaste sconosciute, giungemmo in prossimità delle coste libanesi di primo mattino, dove avvenne il trasbordo delle armi da una imbarcazione locale alla nostra. Siamo ripartiti immediatamente e senza fare nessuno scalo giungemmo nella costa pugliese e precisamente a Tricase [a Capo di Leuca, in provincia di Lecce], dove io sbarcai e, dopo aver raggiunto la prima stazione ferroviaria, in autostop, presi il treno e feci ritorno a Venezia. Questo mio sbarco anticipato era dovuto alla necessità di organizzare l’arrivo dell’imbarcazione a Venezia e di avvertire mio cugino Varisco Andrea, da Venezia, dell’arrivo del carico. Il giorno prefissato, mi sono recato assieme alla persona che qualche volta avevo visto assieme alla Nadia Ponti e che ho indicato come Guagliardo, alla diga di San Nicola, a bordo di un caccia-pesca. Giunse la barca e io la pilotai attraverso il canale di Tre Porti per giungere in prossimità della confluenza di detto canale con quello di San Felice e quello che porta a Burano. Prendemmo quest’ultima direzione, passammo di fronte a Burano e Torcello e, passata quest’ultima località, imboccammo il canale che porta a Porte Grandi [frazione del Comune di Quarto d’Altino]. Percorso un certo tratto, deviammo a sinistra seguendo il canale che a quanto ne so dovrebbe portare in prossimità di Altino. Ad un certo momento dovemmo attraccare l’imbarcazione in quanto il fondale era troppo basso per la stessa e, dato che il carico della stessa, vi era il pericolo che andassi in secca. Poco dopo sopraggiunse il mototopo guidato da Andrea Varisco e si provvide a trasbordare il carico in questa imbarcazione. Andrea Varisco ripartì con il Guagliardo e da quel momento non seppi più nulla circa la loro destinazione e quella delle armi. Eseguita l’operazione guidai Massimo, il Moretti e il Dura presso le darsene del diporto velico di Punta Sabbioni».

 


L’inventario dell’arsenale palestinese

Prosegue il verbale d’interrogatorio di Galletta: «In Libano, dopo che eravamo partiti, iniziò l’operazione di stivamento, nei gavoni della barca, delle armi. Aperti gli involucri, ove erano contenute le armi, ebbi modo di constatare che i tipi da noi caricati erano i seguenti:

  • mitra Sterling (circa 150 pezzi, muniti di due caricatori per arma, ricurvi, completi di cinghia e baionetta in fodero).
  • Una decina di Fal di fabbricazione belga, ultima generazione completa di bipede e tromboncino lancia granate e rispettivi caricatori e relativo munizionamento cal. 7.62 Nato.
  • Due mitragliatrici leggere tipo RPG o RHD, munite di tre piede, una di fabbricazione russa e una cinese, stesso modello, con due singoli caricatori a tamburo completo di munizionamento cal. 7.63 Tokarev.
  • Una cassa contenente sei granate a razzo a carica cava (simili a quelle dei bazooka).
  • Due tubi lanciatori per dette granate.
  • Due cassette di munizioni calibro nove lungo, in legno, tipo militare.
  • Due cassette di bombe a mano tipo ananas.
  • Circa cinque o sei quintali di esplosivo plastico.
  • Una confezione di detonatori elettrici.
  • Una confezione di detonatori a miccia.
  • Circa venti granate Energa antiuomo.
  • Circa venticinque involucri contenenti missili di due diversi tipi, uno portava indicazioni per essere utilizzato da aerei, probabilmente di fabbricazione francese, l’altro era un tipo di missile, di uso prettamente terra-terra, idoneo a partire senza rampa di lancio o tubo lanciatore, ma semplicemente appoggiato a un terrapieno o a qualsiasi punto d’appoggio, dati che l’innesco era elettrico e le alette erano protette e dello stesso diametro del corpo del missile».

 

«Durante il viaggio di ritorno – aggiunge Galletta – raccolsi le confidenze che il Moretti mi fece spontaneamente e seppi perciò che solo in piccola parte queste armi erano destinate all’Italia, quale compenso per il lavoro svolto, secondo gli accordi intercorsi e di cui non conoscevo l’esatto contenuto. Il rimanente quantitativo doveva essere recapitato a organizzazioni straniere: sicuramente l’IRA e forse anche al braccio militare dell’ETA basca. È possibile che piccoli quantitativi fossero destinati a organizzazioni mitteleuropee. In Italia, dovevano essere suddivise secondo le seguenti quantità: ad ogni colonna andavano assegnati cinque o sei Sterling, un Fal completo di granate Energa, un certo quantitativo di bombe a mano, tipo ananas, un certo quantitativo di munizionamento cal. 9 lungo e un modesto quantitativo di plastico con relativi detonatori elettrici e a miccia».

Nel successivo verbale d’interrogatorio del 4 febbraio 1982, sempre davanti ai carabinieri del Reparto Operativo di Venezia, Galletta aggiunge: «A maggior specificazione delle modalità con le quali eseguimmo l’arrivo a Venezia e lo sbarco delle armi portate dal Medio Oriente, preciso che lo studio e la fissazione dell’itinerario intralagunare fu fatto da mio cugino, Varisco Andrea, così come l’indicazione del punto dello sbarco. Da qui la necessità che sbarcassi prima che la barca [il “Papago”] arrivasse a Venezia per venire a conoscenza del piano». Il giorno seguente, il 5 febbraio 1982, Galletta è sentito a verbale dai magistrati della Procura della Repubblica di Venezia: «Alla partenza non avevo esperienza di navigazione a vela che peraltro l’ho acquisita durante il viaggio. Moretti non aveva nessuna esperienza. Riccardo Dura era un ottimo timoniere [aveva prestato servizio militare in Marina Militare]. Il proprietario era invece un ottimo skipper. Lo skipper era chiamato Massimo; ritengo che fosse il suo nome di battesimo, visto che non c’era nessun motivo di chiamarlo con un soprannome e che anch’io ero chiamato con il mio nome di battesimo. Il mio passaporto era autentico, altrettanto penso quello dello skipper; non so a chi fossero intestati i passaporti di Moretti e Dura […] All’andata abbiamo fatto tappa a Brindisi e a Cipro; a Brindisi non abbiamo lasciato documenti alla Capitaneria. Ricordo che la navigazione non ha presentato problemi, praticamente eravamo tutti capaci di fare il punto nave con bussola e log. a Cipro, il cui porto principale è stato localizzato con un radiogoniometro giocattolo, abbiamo sostato un giorno e quindi ci siamo spostati, sostando per altri quattro giorni nella rada adiacente. In questa rada, il cui nome forse potrei riconoscere esaminando una carta nautica, abbiamo consegnato i documenti alla Capitaneria di Porto. Il Moretti scese a terra ed ebbe un incontro con una persona che presumo araba; quando tornò a bordo ci disse che eravamo arrivati in anticipo. Come ho detto, dopo quattro giorni navigammo verso le coste libanesi; il viaggio di avvicinamento durò alcuni giorni e buttammo l’ancora, anzi ci mettemmo alla cappa, controllando l’abbrivio con il motore. Detta manovra durò alcune ore, così stazionammo al largo di una città che certamente faceva parte della costa libanese e che si distingueva una fortezza. Ora che ricordo la missione aveva nome “Francis”. Verso le 10.30 del mattino del giorno dopo in cui arrivammo presso le coste libanesi si avvicinò una imbarcazione del tipo gozzo genovese [un cabinato di 13-14 metri] con alcuni uomini armati; fu proferita la parola d’ordine che era “Wolid” uolid (così pronunciata). Le armi erano confezionate con involucri più disparati, giornali, tela da sacco, cartone, ed alcune erano sciolte […] Le armi e le munizioni furono consegnate senza pretendere corrispettivi in denaro: in definitiva chi ce le consegnò pretese solo in controprestazione che una parte delle stesse fosse custodita dall’organizzazione e fatta successivamente pervenire ad altri gruppi terroristici europei; in proposito ricordo che per evitare confusione, le armi non in dotazione alle Brigate Rosse furono all’atto della consegna contrassegnate con segni di color azzurro. Durante il viaggio via mare sul quale ho ampiamente riferito, il Moretti ebbe a parlare di contatti con compagni francesi e tedeschi».

Galletta spiegherà agli inquirenti come approcciarono la costa dell’isola di Cipro dal lato Sud, puntando sul radiofaro di Akrotiri: «Abbiamo sostato un giorno a Limassol, quindi abbiamo proseguito per Larnaca. A Larnaca la Capitaneria i ha richiesto i documenti la prima volta; ritengo che sia stato pertanto nel porticciolo di Larnaca che il Moretti abbia avuto il contatto con la persona “levantina” che ho già indicato. Da Larnaca la rotta è stata per la costa libanese per 100 o 120 gradi».

Il 28 settembre 1982, davanti al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, Galletta ritorna con la mente al “Papago”: «Nel mettere a posto le armi nei gavoni il Moretti mi disse di fare attenzione in quanto le armi contrassegnate con un fregio blu e una cassa con su scritto “Francis” non erano delle BR e che piuttosto solo una minima parte delle altre era in dotazione per l’organizzazione». La circostanza sarà confermata da Galletta in un successivo interrogatorio, sempre davanti al giudice Mastelloni, il 16 dicembre 1982: «Confermo quanto già dichiarato a proposito della destinazione di una aliquota delle armi ad altre organizzazioni terroristiche europee. Preciso però che di tale circostanza venni a conoscenza casualmente e precisamente quando, sulla via del ritorno, accingendomi a dare una razionale collocazione all’interno della barca delle varie casse, Moretti intervenne e indicandomi una cassa che portava scritto col gesso azzurro la parola “Francis”, cioè la sigla della missione, mi avvertì che le armi contenute in detta cassa dovevano essere tenute a parte».

 


La gestione del deposito strategico palestinese

Una volta sbarcato il carico nei pressi di Quarto d’Altino, inizia la fase più delicata per le Brigate Rosse e cioè quella della gestione del deposito strategico dei palestinesi in Italia. Ma da quale fazione palestinese era arrivato quell’arsenale? Risponde Marina Bono, nata a Treviso il 22 marzo 1960, militante delle Brigate Rosse, membro della colonna veneta, nome di battaglia Nadia, moglie di Gianni Francescutti, nome di battaglia Marcello, un veterano dell’estremismo rosso nel Triveneto. Nadia è interrogata dal sostituto procuratore di Venezia, Stefano Dragone, il 19 febbraio 1982: «Galati mi ha confidato che all’inizio il motivo principale dell’impianto della struttura organizzativa della struttura della organizzazione nel Veneto fu la organizzazione dello sbarco, la custodia e la distribuzione di varie armi pesanti, in conseguenza dei collegamenti internazionali di cui il Moretti disponeva a Parigi con altre organizzazioni. Detti collegamenti hanno così permesso, sempre a dire del Galati, l’arrivo nel Veneto di razzi anticarro e di missili. Proprio per organizzare questi arrivi, nell’estate del 1979 la [Emanuela] Bugitti aveva affittato delle case a Jesolo, ove hanno dimorato i militanti della organizzazione interessati al problema, tra cui sicuramente [Rocco] Micaletto. Queste armi, secondo quanto riferito dal Galati, provenivano tutte dai palestinesi dell’OLP di Arafat, anche se poi materialmente erano consegnate dalla fazione di Habbash». La Bono, come spiega Savasta, si allontanò «dall’organizzazione assieme al Francescutti per formare la colonna “Due Agosto”».

Secondo Michele Galati, nato a Verona nel 1952, nome di battaglia Andrea, altro componente della direzione di colonna veneta che poi decise di lasciare la lotta armata e collaborare con la giustizia, dopo il trasporto delle armi e degli esplosivi da Quarto d’Altino sino al Terraglio con un furgone, il carico venne nascosto nella casa di due coniugi a Treviso utilizzata in un primo momento come deposito. Poi l’arsenale verrà sotterrato in una località segreta sul colle Montello. Savasta sul punto è preciso: «Il ritrovamento delle armi della colonna, sul Montello, è avvenuto su mia indicazione. Dette armi furono ivi sepolte dal sottoscritto, dal [Roberto] Vezzà, dal Francescutti e mi pare anche dalla Bono». Roberto Vezzà, nome di battaglia Fabio, è un altro membro della colonna veneta che insieme alla Bono e Francescutti, intorno al novembre del 1981, decideranno di costituire la colonna scissionista “Due Agosto”.

Il nome della nuova colonna alimenta immediatamente una serie di sospetti e pensieri dietrologici, ma la versione ufficiale sulla nascita della “Due Agosto” e sull’origine di quel nome sarebbe un’altra. Le prime crepe nel gruppo veneto si aprirono durante il sequestro dell’ingegnere Giuseppe Tagliercio, direttore generale del Petrolchimico di Porto Marghera, rapito il 20 maggio 1981 a Mestre da un commando quasi interamente formato da membri della colonna Annamaria Ludmann – Cecilia. La storia di questa vicenda controversa e ancora oggi in larga parte poco conosciuta l’ha ricostruita Nicola Rao nel suo ultimo saggio “Colpo al cuore” (Sperling & Kupfer, Milano 2011): «Gli scissionisti veneto-friulani, guidati da Francescutti, non avevano deposto le armi. Sognavano azioni di propaganda armata sempre nel settore fabbriche. Ma quando arrivò loro la notizia che il “centro” stava per rapire un generale americano in Veneto, capirono che la bufera era sul punto di arrivare. E per far sapere a tutti che loro con quella follia non c’entravano niente, decisero di uscire allo scoperto. Il 15 dicembre lasciarono centinanti di volantini davanti al cantiere navale Breda di Porto Marghera. Poi telefonarono all’Ansa di Venezia, annunciando che due copie degli stessi comunicati si trovavano in una cabina telefonica di piazza XXVII Ottobre a Mestre. Erano volantini di tre pagine, intestati Brigate Rosse, Colonna 2 Agosto. L’ennesima scissione. Nel documento si affermava che “per superare i limiti della campagna Tagliercio e sviluppare i contenuti positivi, la parte più matura della colonna Annamaria Ludmann – Cecilia si riorganizza con il nome di “colonna 2 agosto”. Vogliamo infatti ricordare a tutti quel 2 agosto 1970 in cui, in lotta per ‘più soldi meno lavoro’, non ci siamo limitati a incrociare le braccia, ma abbiamo sconfitto 5.000 teste di legno, liberando Marghera della loro presenza”».

Questa la versione ufficiale, cristallizzata nel comunicato del 15 dicembre 1980, sulla nascita della Colonna Due Agosto. Ma, come avremo modo di vedere più avanti, dietro questa verità di facciata si nascondevano ben altri motivi, connessi alla gestione delle armi e degli esplosivi palestinesi trasportati in Italia dal Libano con il “Papago”.

 


I “banditi” della Due Agosto

Resta il fatto che l’arsenale palestinese venne sepolto sul Montello da Savasta insieme ai tre militanti che poi andranno a costituire l’ala scissionista “Due Agosto” e che – già prima del sequestro del generale Dozier (17 dicembre 1981 – 28 gennaio 1982) – gran parte del deposito strategico palestinese non aveva mai lasciato la zona di Treviso, mentre – come abbiamo visto – altre aliquote erano state nei mesi precedenti trasportate in Sardegna o distribuite ad altre colonne nazionali. Le armi destinate a Roma vennero trasportate in treno dallo stesso Savasta nel novembre del 1979, «con una valigia 36 ore».

Savasta: «Nel volantino della colonna Annamaria Ludmann – Cecilia [la brigatista della colonna genovese rimasta uccisa durante il blitz dei carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova, il 28 marzo 1980], divulgato in replica al volantino della Due Agosto nel quale si annunciava ufficialmente l’avvenuta scissione, venivano mosse accuse di furto in relazione alle armi nei confronti dei compagni della colonna scissionista. Tale accusa si spiega siffattamente: avendo il sottoscritto necessità di tornare in possesso delle armi di cui sopra (che peraltro detenevamo per conto dei palestinesi) mi portai sul posto senza però riuscire a rintracciare esattamente il punto ove erano state interrate. Poiché stavamo preparando il sequestro Dozier e non avevamo molto tempo a disposizione ci rivolgemmo agli altri perché ci mettessero in condizione di recuperarle, ma essi ci rifiutarono qualunque collaborazione. Per queste ragioni li definimmo “ladri”». Nell’interrogatorio reso al procuratore Papalia di Verona il 2 febbraio 1982 Savasta torna sulla vicenda: «In uno dei comunicati durante il sequestro Dozier ci scagliammo contro quelli della Due Agosto, chiamandoli “banditi” perché le armi dell’OLP nascoste a Montello erano state nascoste da quelli della Due Agosto e io non sapevo trovare il luogo del nascondiglio. Richiesti di restituire le armi, quelli della Due Agosto si rifiutarono e perciò noi li chiamammo “banditi”».

Resta un mistero determinare quanto esplosivo al plastico dei palestinesi sia stato accantonato nel nascondiglio di Montello, rispetto ai sei quintali del carico iniziale sbarcato dal “Papago”, e quanto ne venne ritrovato dopo l’arresto di Savasta. Una sorta di inventario delle armi e dell’esplosivo venne redatto da Nadia Ponti, relativamente all’aliquota trasportata in Sardegna. Dagli appunti della brigatista si scopre che le armi indicate sotto la sigla DEP S erano quelle appartenenti ai palestinesi e che la quantità di esplosivo in seguito sequestrata non superava i 30 kg, rispetto ai circa 50 kg portati dal Veneto. Il luogo dove venne nascosta questa aliquota era una grotta nei pressi del monte Albo di Lula, nella Baronia settentrionale, tra i Comuni di Lula e Siniscola, in provincia di Nuoro, un po’ nell’entroterra rispetto alla costa orientale della Sardegna. Alcune armi, tra cui un mitra Sterling, erano avvolte con carta di giornale (venne ritrovato un foglio del Corriere della Sera del 15 dicembre 1979 e un altro giornale con scrittura araba).

Da parte sua, Roberto Buzzattii sottolinea come «le armi del deposito in Sardegna appartenevano direttamente ai palestinesi. Ciò implicava necessariamente che un impiego da parte dell’organizzazione fosse preceduto da una richiesta di autorizzazione ai palestinesi […] Osservo che il deposito di armi palestinesi nel territorio italiano doveva essere stato fatto in origine in previsione di azioni palestinesi su questo territorio. In quel caso, attraverso contatti con la organizzazione, avrebbero recuperato quelle armi». Secondo un appunto manoscritto sequestrato alle Brigate Rosse e allegato al verbale di interrogatorio del 13 gennaio 1982 reso da Gino Aldi (nome di battaglia, Valerio), il brigatista legato all’ala di Giovanni Senzani (nome di battaglia, Antonio), arrestato dalla Digos di Roma la notte tra l’8 e il 9 gennaio 1982 nel covo di via Pesci insieme a Susanna Berardi (nome di battaglia, Gaia), la quantità di esplosivo T4 occultata in Sardegna ammontava a 40 kg + 10 e, nell’ultima colonna a destra dello schema compare l’annotazione “kg 10 portati via”. L’appunto, come spiega Aldi agli inquirenti, sarebbe stato redatto da Stefano Petrella (nome di battaglia, Jacopo), un altro componente del gruppo Senzani che – dai primi anni Settanta – prima di entrare alle Brigate Rosse aveva militato nel collettivo di via dei Volsci di Daniele Pifano insieme a Sandro Padula (nome di battaglia, Roberto). Aldi attribuisce a Jacopo un episodio a dir poco inquietante. «A proposito del Petrella – dichiara Aldi nel verbale d’interrogatorio del 20 gennaio 1982 reso al sostituto procuratore Domenico Sica – riferisco un episodio singolare, di cui non posso dare il significato: mi chiese di valutare quanto esplosivo fosse necessario per far saltare in aria una casa isolata e abbandonata. Mi disse che, nella casa, si sarebbe concentrata parecchia gente convocata per mezzo di una specie di parola d’ordine e che poi avremmo dovuto far saltare tutti per aria». Sempre secondo Aldi, Petrella era in possesso di circa sette kg di esplosivo al plastico.

Sul trasporto del materiale dal Veneto alla Sardegna, Emilia Libera dichiara: «Non avendo basi in Sardegna, eravamo costretti a viaggiare continuamente, spesso trascorrendo la notte in traghetti e ritornando la notte successiva, oppure dormendo in ovili, all’aperto. Nell’ambito di tale periodo, il lavoro più importante che svolgemmo consistette nel trasferimento in Sardegna di un grosso contingente di armi fornito all’organizzazione dall’OLP. Il trasferimento fu effettuato con una 127 da Diego e da Roberto (Dura) che si imbarcarono a Genova per Olbia, ove io ero arrivata poco prima per attenderli».

Poi la brigatista passa al delicato tema della scissione della Due Agosto: «Nel settembre 1981, venne deciso che io dovevo spostarmi in Veneto per cercare di eliminare i contrasti insorti nella colonna veneta. In quel periodo facevano parte della direzione di colonna veneta, Savasta, Fabrizio [Cesare Di Lenardo], Marcello (Francescutti) ed una donna col nome di battaglia Nadia [Marina Bono]. Nel mese di novembre i due dissidenti Marcello e Nadia se ne andarono e formarono la colonna Due Agosto».

 


I collegamenti con Separat

Come abbiamo visto, il 25 agosto 1979 (proprio mentre il “Papago” è al largo delle coste del Libano) il servizio di sicurezza ungherese entra segretamente nella base operativa di Separat a Budapest e fotografa l’agenda personale di Carlos. Nello sviluppare informazioni e numeri di telefono, le autorità ungheresi si imbattono, in particolare, in tre nomi di particolare interesse per lo scenario italiano: Antonio Savasta, Abu Anzeh Saleh e Alessandro Girardi. Quest’ultimo è un geometra di Venezia, nato il 21 maggio 1946, alias Abu Ziad Nidal, che dall’ottobre del 1972 è in contatto con Saleh. Girardi, il 19 gennaio del 1975, prese parte con Carlos e Johannes Weinrich (alias Steve) all’attentato all’aeroporto parigino di Orly contro aerei della El Al (la compagnia di bandiera israeliana) e ad un piano contro l’ambasciata di Israele a Parigi. In particolare, si occupò di raccogliere intelligence operativa sui due obiettivi israeliani, agli inizi del 1975. Militante dell’FPLP, Girardi nell’agosto del 1974 sarebbe stato inviato in Libano per partecipare a un corso speciale nel campo di Ham a Beirut gestito dal Fronte popolare da dove sarebbe dovuto partire per Israele per un periodo di sei mesi. Il geometra veneziano – proprio perché citato nei documenti della STASI (la polizia segreta dell’allora DDR) e dalle stesse autorità ungheresi come l’elemento di raccordo tra il gruppo Carlos e le Brigate Rosse, impiegato nelle attività di supporto logistico e di traffico delle armi – potrebbe essere l’anello di congiunzione tra Separat e il gruppo di brigatisti scissionisti che poi formeranno la colonna Due Agosto.

Il ruolo di Girardi in Veneto potrebbe, inoltre, spiegare la presenza proprio a Verona dello stesso Saleh il 12 novembre del 1979, appena 24 ore prima di essere fermato a Bologna dai carabinieri nell’ambito dell’inchiesta sul trasporto dei due lanciamissili Sam-7 Strela sequestrati a Ortona la settimana precedente, il 7 novembre. Non solo. Sempre a Verona, risulta aver preso alloggio Thomas Kram, il 22 aprile del 1980 all’Hotel Mazzanti. Tutte queste “coincidenze” dimostrano come in Veneto, e in particolare nell’area di Verona, era attiva in quel periodo una cellula dell’organizzazione di Saleh che, dopo il suo arresto e con l’inizio delle sempre più insistenti pressioni di Habbash, venne attivata per riprendere il controllo del deposito strategico dell’FPLP custodito dalle BR e nascosto in provincia di Treviso.

Facendo un rapido calcolo, basandoci sui dati oggi disponibili, sottraendo al carico iniziale i 30 o 50 kg citati negli appunti dei brigatisti, mancano all’appello dai 470 ai 570 kg di T4. Che fine ha fatto quella mezza tonnellata di esplosivo ad alto potenziale al plastico dei palestinesi?

 


Domande senza risposta

Come abbiamo visto, il quantitativo più ingente di questo carico di esplosivo sembra non aver mai lasciato il Veneto, anche se poi non è stato ritrovato e recuperato l’intero quantitativo nonostante le puntuali indicazioni fornite da Savasta dopo il suo arresto e successivo pentimento.

A distanza di 32 anni, una serie di domande attendono ancora una risposta. Dove è finita quella massa di esplosivo palestinese e, se rimase in territorio italiano, come e dove venne impiegato? Chi aveva accesso al deposito di Montello per conto dei palestinesi, dopo l’arresto di Saleh? Perché il capo dell’FPLP in Italia, 48 ore prima di essere arrestato, era a Verona? Qual è il motivo della presenza di Thomas Kram a Verona il 22 aprile del 1980? Perché l’esplosivo trasportato con il “Papago” non è mai stato messo in relazione con quello impiegato per l’attentato del 2 agosto 1980 a Bologna?

 

Gian Paolo Pelizzaro

 

Operazione “Francis”, il tassello mancante del “lodo Moro” L’ultimo segreto della Prima Repubblica was last modified: dicembre 28th, 2014 by glianni70.it

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