Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna – Documento di CERCHIO SPEZZATO

cerchio spezzatoNon c’è rivoluzione senza liberazione della donna

Documento di CERCHIO SPEZZATO – Trento 1971

 

Noi siamo un gruppo di compagne che più o meno hanno vissuto tutte in prima persona l’esperienza politica del movimento studentesco e dei successivi gruppi politici che rappresentano un superamento del movimento stesso. Come per un gran numero di studenti in generale, è stata questa l’esperienza che ci ha posto di fronte la prospettiva concreta e la possibilità di rovesciare un sistema sociale fondato sull’oppressione e sullo sfruttamento. Ma noi, non solo come studentesse, ma in quanto donne, avevamo affidato molto di più a questa prospettiva di liberazione; nel medesimo tempo ci eravamo illuse che il gruppo politico, l’agire da militante, fosse un mezzo per porre fine ad una ulteriore e precisa discriminazione che passa all’interno della società capitalistica: l’oppressione dell’uomo sulla donna. Ci siamo illuse che automaticamente la presa di coscienza generale dell’oppressione di classe ci ponesse di fronte ai problemi allo stesso modo dei compagni. Questa illusione è stata smentita dalla pratica politica e dall’esperienza. Non c’è uguaglianza tra disuguali: una disuguaglianza fondata su basi materiali precise e che dà all’oppressore strumenti di potere non può essere superata dalla « buona volontà ».

I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione: noi siamo « la donna del tal compagno », quelle di cui non si conoscerà mai la voce, limitate al punto di arrivare a crederci realmente inferiori. L’analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una elite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne. Spesso la compagna è l’oggetto su cui il compagno riversa tutte le frustrazioni che accumula all’interno della società borghese e nello stesso movimento politico; per cui la donna, oltre ad assorbire le contraddizioni del maschio e a dare il suo contributo nell’unico modo in cui esso è accettato (volantinatrice, dattilografa, o – quando il caso è più felice – consigliera privata del compagno che parla alle riunioni) si vede costretta anche a mantenerlo sul piano economico per permettergli di fare politica, perché, tra i due, lui si ritiene l’unico soggetto in grado di farla. La conseguenza è che essa si vede accusata di auto-estraniarsi dalle vicende politiche, di viverle di riflesso o di non vivere affatto. Così si creano le condizioni materiali per la sua inferiorità e le si rinfacciano una incapacità e stupidità costituzionali.

In un ambiente come il nostro, in particolare, la parola – maggior strumento di affermazione – è diventata lo strumento della nostra esclusione. Come i proletari noi non sappiamo parlare, soprattutto quando dobbiamo misurarci su un linguaggio sempre maschile, sempre elaborato da altri, su cose portate avanti sempre da altri. Ci siamo trovate nella condizione di chi è sempre un passo più indietro e siamo state trascinate dentro l’inutile gioco della competizione ricavandone solo frustrazioni. Oppure, non abbiamo accettato questo gioco e ci siamo ritenute inferiori, quelle che in fondo ci capiscono poco, cui non resta che accettare la posizione di chi ne sa di più. Ma in tutto questo processo è cresciuta anche la coscienza e caduta l’ultima illusione.

«La necessità di rinunciare all’illusione sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni». (MARX)

A un certo punto abbiamo incominciato ad uscire dalla falsa convinzione che il problema è « mio », individuale e abbiamo visto che è l’iter della maggioranza delle compagne. Questo ci ha portato ad analizzare il .nostro. problema in quanto donne seppure nel ruolo specifico di studentesse che comporta certi privilegi:
– lontane dal nostro ambiente di provenienza nella maggior parte dei casi;
– libertà da ogni costrizione tradizionale (famiglia),
– minimale indipendenza economica (presalario, non avere altro obbligo che mantenere se stesse)
– possibilità, in alcuni casi, di esimersi da obblighi « femminili» (mediante la mensa ad esempio);
– libertà sessuale nella misura in cui viviamo lontane da ambienti ideologicamente costrittivi o abbiamo possibilità di informazioni riguardo a metodi anticoncezionali;
– un’attività politica che ci permette di uscire dal nostro stretto «particulare».

Per questo abbiamo deciso di riunirci autonomamente, prendere in mano fino in fondo e in prima persona la nostra condizione, uscire dal ghetto individuale dell’oppressione e porla come problema sociale, quindi politico. Tale decisione è collegata al fatto che l’uomo si è sempre considerato l’unico soggetto politico valido; fatto che ha portato ad una insicurezza da parte della donna: insicurezza che essa può superare soltanto recuperando autonomamente analisi, contenuti, metodi e obiettivi che più rispondono alla sua situazione specifica, la cui specificità è invece quasi costantemente negata dai compagni.
Ma non è stato un processo facile, perché la lunga abitudine a identificarsi con l’uomo, il nostro oppressore, agiva da potente freno. nessuna di noi è esente dall’educazione ricevuta in famiglia e dalle continue pressioni che l’intera società maschile esercita su di noi. Molte compagne hanno avuto « paura» di venire a fare riunioni soltanto fra donne, sotto intendendo un grande disprezzamento di sé. E la decisione di escludere in una prima fase i maschi è stata una precisa presa di posizione politica. Ogni oppresso deve prima affermarsi nella libertà della sua ribellione e accettare da questa posizione di forza il confronto. Includere i maschi ci costringeva a misurarci di nuovo sul terreno e coi metodi del nostro oppressore.

In quanto donne noi viviamo forme specifiche di oppressione di cui soltanto noi abbiamo esperienza. In quanto donne abbiamo la possibilità dì far diventare la nostra oppressione punto di partenza per la nostra liberazione.
Le donne sono la metà dell’umanità. La nostra oppressione trascende le occupazioni e le classi. Ad esempio, se si prende in considerazione la reale esistenza di maggior sfruttamento della donna proletaria rispetto all’uomo proletario (tutti riconoscono il doppio sfruttamento della donna proletaria) non si riesce a capire ciò se si ritrova la ragione di questo fatto solo nella sua generica appartenenza alla classe proletaria e non si vede, oltre al suo «essere di classe», anche il suo «essere di sesso diverso ».  Se quindi un certo tipo di sfruttamento è basato sulla discriminazione sessuale, esso fa di tutte le donne una casta oppressa. Ci sembra che il termine di « casta» sia particolarmente indicato per caratterizzare la situazione di tutte .le donne. La nostra società, oltre ad essere divisa in classi ‘presenta anche una situazione castale in cui sono costrette a vivere determinate persone a causa di caratteristiche fisiche ben identificabili come il sesso e il colore. Alla casta si è assegnati fin dalla nascita e non è possibile uscirne con nessun tipo di azione individuale.

Le donne e i neri. Il sesso e il colore

Il processo di liberazione del popolo nero ci ha fatto sempre più prendere coscienza della nostra reale situazione e delle strettissime analogie che esistono tra loro e noi. Essere donna come essere nero è un fatto biologico, una condizione fondamentale. Come il razzismo la supremazia maschile permea tutti gli strati di questa società e si rafforza sempre di più.
La società capitalistica, nel momento in cui afferma teoricamente gli stessi diritti per uomini e donne mette in evidenza tutta la contraddizione imita in ciò che afferma. Come per il proletario l’unica libertà è quella di diventare schiavo salariato, così per la donna l’unica libertà è quella di restare all’interno della sua casta.

Il capitalismo, dopo aver sfruttato indiscriminatamente donne uomini e bambini (nella prima fase dell’industrializzazione) utilizzando il rapporto di dipendenza della donna rispetto all’uomo, l’ha espulsa dal processo produttivo ricacciandola nella famiglia. La donna è diventata sempre più schiava domestica, produttrice di lavoro domestico educatrice di bambini. Il lavoro delle donne all’interno della famiglia (produzione dei figli, cura dei bambini, lavoro casalingo) si presenta come un tipo di lavoro che non ha valore di scambio. Esso rappresenta una massa enorme di produzione socialmente necessaria di cui la classe capitalistica fruisce in termini di profitti.
L’uomo è il soggetto concreto che permette questo gioco a favore del sistema: in cambio ne riceve la possibilità di dominare le donne. Quando la donna si presenta sul mercato della ‘ forza lavoro è forza lavoro di tipo particolare: sottopagata nel posti dequalificati « esercito di riserva» al servizio delle varie fasi capitalistiche, lavorante a domicilio. Inoltre la partecipazione della donna alla produzione non mette in discussione il suo ruolo sociale «femminile». Tutta la legislazione che tende a proteggere la donna sul posto di lavoro ha in effetti lo scopo di non mettere in discussione il suo ruolo all’interno della famiglia.
Di fatto il matrimonio è l’unica via per la sua sopravvivenza: legarsi a un uomo che la mantenga dando in cambio il proprio corpo, i figli e le cure domestiche è l’unica possibilità che le è aperta. Il sistema capitalistico copre la costrizione al matrimonio con l’ideologia del ruolo di madre, angelo del focolare, educatrice di bambini.
La nostra stessa sessualità è stata mortificata a tal punto da negare la legittima felicità a cui la donna tende. Le donne sono state definite ed educate «passive» anche se nei rapporti «liberati» le si richiede un’attività che serva di nuovo al piacere dell’uomo. Il prezzo di questo è per molte donne l’insoddisfazione sessuale. La sessualità è talmente funzionale all’uomo che molte donne vivono la loro frigidità come stato normale.
La scienza ha costruito teorie del tutto a-scientifiche sulla nostra pelle: quelli che sono i prodotti di una situazione di oppressione dell’uomo sulla donna vengono cristal1izzati come «caratteristiche naturali femminili». Nessuno considera seriamente che la donna ha una sua sessualità che non necessariamente coincide coi meccanismi di soddisfazione dell’uomo. Il nuovo concetto di «libero amore», l’ideologia che sostiene la libertà di amare sia da parte dell’uomo che della donna, è senz’altro un passo in avanti che però perde la sua positività quando, diventa pretesto per ricreare, con minor difficoltà, le stesse strutture oggettivizzanti tipiche del rapporto sessuale borghese. Come nel rapporto sessuale la donna non si pone come soggetto, ma è «l’altro», così nella vita sociale vive di riflesso: è soltanto ciò che l’uomo decide che sia. La donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei; è l’inessenziale di fronte all’essenziale.

All’interno di questa condizione di subordinazione la donna che crea una via di sopravvivenza individuale ha di fronte solo due alternative:
– accettare la definizione che l’uomo dà di lei: diventare sesso-oggetto, schiava domestica, produttrice di figli che non le appartengono, salariata all’ultimo livello all’interno degli stessi salariati;
– accettare la competizione con il maschio e dirigere tutti i suoi sforzi per cercare di «essere uguale al maschio », con il risultato di diventare « il negro con la testa da bianco », discriminato tra i bianchi ed odiato tra i neri.
In entrambi i casi la donna non riesce a passare attraverso un processo di identificazione con se stessa, non si riconosce cioè come un essere umano «autonomo», ma definisce se stessa sempre in rapporto all’uomo. Sono ambedue tentativi individuali che non mettono in discussione la dipendenza dall’uomo.

L’unica possibilità di liberazione passa attraverso la presa di coscienza collettiva della propria condizione specifica.
Riconoscersi in quanto donna, non più come inferiore, ma come sfruttata è già uscire dal ghetto della propria situazione, porsi come forza politica che mette in discussione i rapporti sociali esistenti.
Solo un movimento organizzato e autonomo delle donne può avviare un effettivo processo di liberazione. Come i neri d’America si riconoscono sfruttati per un fatto che non dipende solo dalla loro appartenenza di classe, ma dal colore della loro pelle e, per uscire dalla loro condizione di subordinazione lottano contro una società che oltre ad essere capitalistica, è anche bianca, così le donne potranno trovare una reale via alla loro liberazione lottando contro la società che, oltre ad essere capitalistica, è maschile.

Chi non si è posto in una tale prospettiva è caduto nei due errori possibili:

  1. negare l’oggettività delle contraddizioni vissute dalla donna come casta e la sua oggettiva potenzialità rivoluzionaria; di conseguenza negare la validità di un movimento di lotta autonomo
  2. cadere in una posizione «femminista» commettendo l’errore di scambiare questa società per l’unica possibile, ponendosi quindi come obiettivo la parità con l’uomo all’interno di questa organizzazione sociale.

Ai compagni che sostengono che solo dopo la presa del potere da parte del proletariato la condizione della donna si risolverà, noi rispondiamo: poiché la donna soffre di contraddizioni oggettive specifiche oggi, è da oggi che può e deve iniziare la lotta per la sua liberazione
A coloro che dicono che con la nostra lotta operiamo una divisione all’interno del popolo noi rispondiamo: la divisione esiste e ci è stata imposta. La nostra lotta vuol fare esplodere la contraddizione (non più razionalizzarla) e tendere ad una reale ricomposizione del proletariato.
Il nostro movimento deve essere un movimento di sole donne, perché noi pensiamo che non può esserci un’unità tra uomini e donne se non c’è prima un’unità tra le donne.
Abbiamo, all’interno della casta delle donne, un problema che è particolare di questa casta e accettiamo il confronto e la collaborazione coi compagni maschi che si rendono conto che noi abbiamo una nostra testa.
Vogliamo riguadagnare la testa che ci è stata tolta.
Decideremo da noi le posizioni politiche e pratiche da prendere. Faremo la teoria e porteremo a termine la pratica. Saremo noi a decidere quali misure, quali strumenti e quali programmi usare per liberarci.

Documento apparso nella forma di ciclostilato e distribuito a Trento nell’Università, dove in seguito si è tenuta un’assemblea tra i gruppi femminili (Cerchio Spezzato) e i gruppi del movimento studentesco trentino.

Scarica il IL CERCHIO SPEZZATO – TRENTO 1971

Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna – Documento di CERCHIO SPEZZATO was last modified: dicembre 2nd, 2014 by glianni70.it

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