Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 9. L’assalto giudiziario al cielo della politica

L'assalto giudiziario al cielo della politicaNemici dello Stato

Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo

9. L’assalto giudiziario al cielo della politica

 

…si pone per fondamento nel Milanese che vi sia un corpo di Giudici Padroni della Legge e questo è il Senato cui spetta il giudicare delle sostanze, della vita, della fama dÈ cittadini o secondo la Legge, o contro la Legge, o fuori della Legge […] Venne finalmente lo spirito, quel ben augurato spirito curiale che vi riscosse, che vi illuminò, che fece conoscere il decoro d’un Tribunale maggior delle Leggi, d’un Tribunale che in questo senso può chiamarsi illegittimo, d’un Tribunale il quale riunendo in sé le due Persone del Legislatore e del Giudice fa vedere la fallacia dell’opinione del cancelliere Francesco Bacone e del Presidente Montesquieu i quali osarono asserire che dovunque queste due persone trovinsi riunite ivi è vero Dispotismo.
Pietro Verri, Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese, 1763

 

È tanto difficile quanto superfluo raccontare qui la storia dell’inchiesta su “Tangentopoli”, toponimo della città dei corrotti e dei concussi. Quello che ci preme è indicare i punti di continuità e/o di frattura con le emergenze precedenti, soprattutto per quanto riguarda il ruolo delle procure e i loro rapporti col resto della magistratura e con gli altri poteri dello stato, nonché con gli organi di informazione.
Per i motivi tratteggiati nell’Introduzione, si esplicita finalmente lo scontro, covato per tutti gli anni Ottanta, tra il ceto politico governativo e le procure dove si registra l’egemonia di Magistratura Democratica (corrente vicina al Pds, di cui già facevano parte i più zelanti e spregiudicati repressori del “terrorismo”).
Mani Pulite è l’apice del giustizialismo, dello strapotere dei Pm, della praesumptio culpae, dell’abuso della carcerazione preventiva, della trasformazione dei magistrati in eroi-giustizieri popolari, immacolati e impavidi. Le violazioni e gli abusi sono gli stessi di sempre: mandati di cattura “a grappolo”, lievitazione delle imputazioni in base all’estensione dei concetti di “concorso” e “contiguità”, abuso della carcerazione preventiva, torture psicologiche agli inquisiti etc. La novità è il fatto che le vittime sono i potenti di ieri, il che produce un’ipermediatizzata, collettiva richiesta di crucifige. La magistratura inquirente ne è come inebriata, la “consonanza con la società civile” la porterà ben oltre i limiti del suo “mandato speciale” anti-governativo.
L’indiscusso regista dell’inchiesta è Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo della procura di Milano, anche se il frontman è il sostituto procuratore Antonio Di Pietro (ex-poliziotto), seguito a ruota dai colleghi Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Gerardo D’Ambrosio e alcuni gregari. Tutti costoro formano il c.d. pool “Mani Pulite”.
Non c’è da stupirsi che l’offensiva parta da Milano: negli anni Ottanta quella città è stata la capitale indiscussa dell’arroganza yuppie, del rampantismo craxiano-berlusconiano, dell’oltremodo ripugnante subcultura “paninara”, del finto “liberismo” all’italiana (presunti “genii dell’imprenditoria” protetti dallo stato partitocratico per mezzo di concessioni e favori clientelari).
È prevedibile l’osanna con cui molti salutano la caduta del Caf e dei suoi odiosi mandarini. A parte i “garantisti” di consorteria, sono pochissimi a denunciare il clima da “circo mediatico-giudiziario”. Soprattutto a sinistra, domina il Pensiero Unico basato sulla falsa antinomia “onesti”-“corrotti”. Personalmente, noi ci accorgiamo che le cose non sono come sembrano quando Sergio Cusani e Bettino Craxi nominano come difensori due noti “avvocati compagni”, entrambi veterani dei processi politici anni ’70-’80, rispettivamente Giuliano Spazzali ed Enzo Lo Giudice.
Vediamo quali sono i tratti distintivi dell’assalto giudiziario.
Per prima cosa, si esplicita in forme plateali la tendenza dei magistrati a una nuova forma di populismo, alla ricerca diretta del consenso delle folle. Il pool di Milano rilascia dichiarazioni che non hanno precedenti nemmeno nella grottesca storia di questo paese: in data 14/7/1993, a un dibattito presso il Lions Club di Vigevano Colonne (PV), Piercamillo Davigo spiega che la carcerazione preventiva è necessaria “sennò la gente s’incazza”.
Va dunque letta in quest’ottica l’ininterrotta sinergia coi media e, più nello specifico, la violazione continua e spudorata dell’art. 329 del cpp (segretezza degli atti d’indagine compiuti dal Pm). Ogni giorno ai cronisti vengono consegnati – da persone interne al Palazzo di Giustizia di Milano – stralci di verbali, atti di indagine, appunti presi durante riunioni del Pool. In tal modo gli indagati vengono messi alla gogna prima di una qualunque sentenza di condanna, anzi, prima ancora di un effettivo rinvio a giudizio. L’espressione “avviso di garanzia” è sulla bocca di tutti, basta riceverne uno per essere aggiunti alla lista dei linciabili.
La presunzione di colpevolezza degli indagati serve a far salire l’indice di gradimento personale dei magistrati del Pool, a cui presto nessuno oserà più opporsi, ché “lo sanno tutti che hanno ragione loro”, “perché non li lasciano scavare nel torbido?” etc. Ne deriva una impunità del pool – e degli altri procuratori da prima pagina – che il giudice Vittorio Sgroj denuncerà ad un plenum del Csm il 28/9/1994:

Ogni giorno si assiste a una serie di condotte che, se non provenissero da magistrati che vanno spesso sui giornali, potrebbero interessare i titolari dell’azione disciplinare. C’è il timore che qualche magistrato possa aver acquisito un’immunità disciplinare… Mi chiedo quale titolare dell’azione disciplinare possa ritenersi libero di esercitarla senza correre il rischio che la propria azione possa esser giudicata una ritorsione. (cit. in: Giancarlo Lehner, Attentato al governo Berlusconi, Mondadori 1997, p.103)

Protetti dalla propaganda forcaiola che essi stessi alimentano, i magistrati si abbandonano a un’odiosa disumanizzazione del nemico. Le dichiarazioni più violente le rilascia sempre Davigo, come questa del 22/4/1994:

Come predatori abbiamo catturato una selvaggina che non era ancora abbastanza veloce per sfuggirci. Ma finiremo per creare inequivocabilmente una specie di corruttori più abili, più astuti, tra i superstiti scampati ai nostri artigli. A noi, come agli antibiotici, si opporranno ceppi virali sempre più resistenti. (Ibidem, pp.126-127)

Non può non tornare alla mente la bolla di Gregorio IX con la quale si fondava l’Inquisizione: “Il dovere del governo che ci siamo assunti ci esorta a catturare le piccole volpi, ovvero gli eretici [che distruggono] la vigna del Signore, ed estirparli definitivamente da quella” (27/5/1234).
Nonostante (anzi, complice) il nuovo cpp, si continua a procedere “per denuntiationem” anziché “per accusationem”. L’ennesima riprova si ha nel maggio 1993, quando Borrelli dirama un appello radiofonico, un vero e proprio invito alla delazione anonima e generalizzata, che produce la dura reazione del direttivo della Camera Penale di Milano:

Un invito contrario ad un elementare principio di civiltà, secondo cui coloro che formulano accuse debbono assumersene la responsabilità… l’iniziativa del procuratore della Repubblica… può condurre ad un incontrollabile moltiplicarsi delle delazioni [che possono] riportare il nostro Paese ad epoche oscure in cui nessuno poteva sentirsi sicuro, oggetto com’era di processi sorti da spie interessate ad accattivarsi, spesso per motivi inconfessabili, la protezione delle autorità di polizia… (cit. in: Giancarlo Lehner 1995, op. cit., p.41)

L’intera inchiesta è partita dalle dichiarazioni di un “pentito” (Mario Chiesa, Psi, presidente del Pio Albergo Trivulzio), e allo stesso modo prosegue: le chiamate di correo (estorte con la custodia cautelare o contrattate fin dall’inizio) sostituiscono completamente l’attività investigativa. Mentre i “pentiti de luxe” alla Silvano Larini ricevono un trattamento di favore, chi non vuole fare nomi (quei nomi) riceve lo stesso trattamento subito dal presidente dell’Eni Gabriele Cagliari.
Cagliari viene arrestato nella notte tra l’8 e il 9/3/1993. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal Gip di Milano Italo Ghitti su richiesta del Pm Gherardo Colombo. L’accusa è di corruzione e finanziamento illecito ai partiti in relazione al contratto per la fornitura all’Enel di turbine Ansaldo (gruppo Eni). Nei due giorni successivi, Cagliari subisce due interrogatori, durante i quali ammette le proprie responsabilità per gli episodi contestati, e riferisce di altre vicende di cui lo stesso Pm era ignaro. La difesa presenta immediata istanza di revoca della custodia cautelare, e in subordine ne chiede la sostituzione con gli arresti domiciliari.
Cagliari sta per compiere 67 anni, non è certo socialmente pericoloso, ha già confessato quindi non intende inquinare le prove, né vi è concreto pericolo di fuga. Eppure il Gip Ghitti gli nega libertà e arresti domiciliari, con le motivazioni del “pericolo di reiterazione dei fatti” e della “persistenza di legami personali posti alla base dei reati contestati”. Non vi è traccia della “concretezza” richiesta dal codice di procedura penale, pure sbilanciato a favore dell’accusa. Cagliari si è subito dimesso dalla carica di presidente dell’Eni, come può “reiterare” i fatti?
Il 16 marzo Cagliari viene interrogato per la terza volta dal Pm Colombo, e ribadisce quanto già dichiarato, aggiungendo alcuni dettagli. Al termine dell’interrogatorio, la difesa presenta una nuova istanza di libertà, incredibilmente rigettata dal Gip Ghitti, con le stesse motivazioni della volta precedente. Il quarto interrogatorio avviene il 25 marzo. Terza istanza di libertà, rigettata dal dott. Ghitti… con fotocopia della motivazione precedente!
Cagliari è in carcere da quasi un mese, e non ha più niente da confessare. L’1 aprile, la difesa richiede formalmente che gli vengano contestati i fatti per cui si ritiene necessaria la sua permanenza in carcere. Nessuna risposta. Ventidue giorni dopo, il 26 aprile, Ghitti emette una seconda ordinanza di custodia cautelare, stavolta per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti, in relazione a fatti già ammessi da Cagliari. Da notare che la prova del reato di falso in bilancio è di natura esclusivamente documentale, quindi non “inquinabile” ex post. La carcerazione preventiva non ha alcuna motivazione plausibile..
Si prosegue con nuovi interrogatori, nuove istanze di libertà puntualmente respinte da Ghitti con motivazioni implausibili. Nel frattempo, la nuora di Cagliari muore di cancro, giovanissima, lasciando un figlio piccolo. Cagliari è distrutto, chiede di poter andare al funerale ma non gli viene concesso, a meno che non sia ammanettato e sotto scorta armata. Un’umiliazione feroce e gratuita, che Cagliari non si sente di subire di fronte ad amici e parenti.
Quasi allo scadere dei termini, arriva la terza ordinanza di custodia cautelare, per fatti relativi al progettato accordo assicurativo Eni-Sai. Stavolta il Gip è il dott. Maurizio Grigo; anch’egli respingerà diverse istanze di libertà presentate dalla difesa. A Cagliari viene fatto capire che, come “salvacondotto”, deve fare il nome di Craxi, cosa a cui acconsente il 15 luglio, dopo più di quattro mesi di carcere, quando è ormai in uno stato di nera disperazione. Il Pm Fabio De Pasquale si dichiara finalmente soddisfatto, promette a Cagliari la libertà e vista l’ora tarda si accorda per proseguire l’interrogatorio il giorno dopo. Ma l’indomani l’interrogatorio non prosegue, né Cagliari esce dal carcere. De Pasquale parte per le vacanze in Sicilia. Il ministro Conso dirà poi che l’imputato è stato “dimenticato” in galera.
Il 19 luglio Cagliari apprende che, nonostante le promesse, il Pm ha espresso parere contrario alla scarcerazione. Il giorno dopo si suicida soffocandosi con un sacchetto di plastica. Nella sua ultima lettera alla famiglia, riportata dai giornali, scrive:

…i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente […] siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la sua propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima, o alcune ore prima […] Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia. Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere […] È una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta. Le responsabilità per colpe che posso aver commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta. […] vi abbraccio tutti insieme, per l’ultima volta. Il vostro sposo, papà, nonno, fratello.

A due mesi di distanza si suicida anche il deputato socialista Sergio Moroni, che lascia una lettera al presidente della camera Giorgio Napolitano:

…quando la parola è flessibile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta […] a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna.

La notizia dei due suicidi fa il giro del mondo, Time e Newsweek titolano rispettivamente: “Giustizia fuori controllo?” e “Come cani in un canile”. Nell’articolo di Newsweek si può leggere:

I magistrati italiani godono di poteri che non devono sottostare alle regole che si ritrovano nei sistemi legali di stampo anglosassone… La regola dell'”Habeat corpus”, che prevede che le persone non debbano sottostare alla carcerazione preventiva se non sono state formalmente imputate di un crimine, in Italia non esiste… I magistrati di Mani Pulite hanno regolarmente incarcerato gli uomini nel mirino delle loro indagini fino a farli confessare (Lehner 1995, op. cit. p.47).

Più tardi, la condotta del pool verrà stigmatizzata in un rapporto sull’Italia del Comitato per i Diritti dell’Uomo (12/7/1994) e in uno del Comitato contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti (24/4/1995). Nonostante le polemiche, D’Ambrosio commenta i suicidi affermando che “si può morire anche di vergogna”.
Ad ogni modo, vicende come quella di Cagliari dimostrano che molti Gip sono totalmente appiattiti sui Pm, in tutto e per tutto organi ausiliari dell’accusa. Lo ammetterà e denuncerà lo stesso Ghitti, (tardivamente) ravvedutosi e dissociatosi dalle posizioni del pool di Milano, in un’intervista a “La Repubblica” del 27/9/1994. Alcuni avvocati difensori denunceranno il loro Gip per abuso d’ufficio, richiedendo l’intervento disciplinare del Csm, che disporrà qualche trasferimento.
Terminate l’istruttoria e l’udienza preliminare, il diritto di difesa viene negato anche al dibattimento, come giustamente fa notare Craxi (curiosamente, usando la terza persona):

…violando le regole che fissano i criteri di precedenza per la fissazione del calendario dei processi, solo per i processi contro Craxi, i tribunali hanno fissato in tempi rapidissimi ed a pioggia, e soprattutto contestualmente, tutti i processi a suo carico, con ciò paralizzando una seria attività difensiva. L’imputato gravemente ammalato ha documentato, con una serie di certificati, rilasciati da diverse autorità mediche italiane e straniere e confermate dagli organi consolari, il suo legittimo impedimento. Senza disporre alcun accertamento medico legale i giudici hanno disatteso la documentazione medica e dichiarata la contumacia dell’imputato! (processi Eni/Sai – Ambrosiano – Enimont – M.M. – Cariplo) …all’imputato Craxi, mai interrogato nella fase delle indagini preliminari che si sono svolte alle sue spalle ed alle spalle dei difensori, non viene dato avviso dell’udienza preliminare. Né vengono avvisati i difensori nonostante regolare nomina con contestuale elezione di domicilio. Gli avvocati, prima dell’udienza conosciuta per caso, protestano per iscritto e fanno recapitare la prova documentale dell’esistenza della nomina e dell’elezione di domicilio. Il p.m. non transige: “Craxi è irreperibile e ciò è prova di sua ‘fuga deliberata’, dunque deve essere subito arrestato”. La richiesta del pm viene respinta. (Processo Intermetro Roma) …si assiste alla scelta preordinata da parte dei p.m. delle sezioni giudicanti fino al punto che il processo viene assegnato allo stesso giudice che, in precedenza, aveva condannato nel processo principale per gli stessi fatti i coimputati! (Ambrosiano). I p.m. aggirando con artifizi le norme che debbono garantire i criteri d’obbiettività e di casualità nella scelta dei collegi giudicanti, operano in modo da scegliere essi il collegio… Craxi, in un processo celebratosi a carico di altro imputati, e nel quale pertanto egli non era imputato, risulta anch’egli condannato con menzione nel dispositivo di sentenza, pubblicamente letto davanti alla Tv […] È stato inventato a Milano il processo per interposta persona a mezzo di giudice interposto! (Processo Enimont). …Violazione dell’art.27 della Costituzione. Per Craxi è stato restaurato il principio aborrito della responsabilità oggettiva in quanto segretario politico del PsI che “non poteva non sapere” […] Addirittura è stata resuscitata la “responsabilità per fatto altrui” di medioevale memoria. (Bettino Craxi, Il caso C. parte seconda, Quaderni di Critica Sociale, Milano 1995 pp.71-74).

Insomma, Craxi si trova a dover subire, in una forma attenuata, il trattamento abitualmente riservato a centinaia di (presunti) “terroristi” negli anni Settanta.

 

***

 

La figura di Di Pietro meriterebbe una trattazione a parte: osannato come un salvatore della Patria dalla plebe (“il popolo dei fax”) e soprattutto dalla canaglia (i vari agitatori di forche e cappi), vincitore di ogni sondaggio di popolarità, difeso e coccolato dai media che lo corazzano da qualunque critica, chiunque lo tocchi è colpevole di crimen lesae majestatis. Eppure ce ne sarebbero di domande a cui dovrebbe rispondere, in primis sui veri motivi delle sue dimissioni dalla magistratura (6/12/1994), sui suoi scazzi col resto del pool a proposito dell’avviso di garanzia a Berlusconi… Ma non è questa la sede. Qui è più appropriato rendere conto delle posizioni di Borrelli. È soprattutto per colpa del procuratore capo che l’iniziale giustizialismo di supplenza escresce in disfunzionale ipertrofia del potere giudiziario. Ripercorriamo le principali tappe di questo “sconfinamento”.
Partiamo dalla vicenda del “decreto Conso”, emesso il 6/3/1993 allo scopo di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti. Nel linguaggio della propaganda manipulitista, si tratta del famoso “colpo di spugna”. Il pool inizia a fare pressioni, prendendo platealmente le distanze dall’operato del governo, facendo comparsate su tutte le tv nazionali. La conseguenza è che il presidente Scalfaro non firma la conversione in legge. Il dott. Borrelli, a chi gli chiede perché dei tecnici esclusivamente preposti a intervenire sui fatti-reato indichino invece valori di riferimento collettivi e si preoccupino del consenso, risponde appellandosi al “fattore morale”:

Un conto è lavorare con la consapevolezza o l’illusione di trovarsi in consonanza con la coscienza legalitaria del popolo in nome del quale pronunciamo i nostri provvedimenti, altro è sentirsi circondati dalla sfiducia o dal disprezzo (“Corriere della sera”, 3/10/1993).

Il pool ricorre alla stessa strategia durante la “parentesi” del governo Berlusconi. Il 27/3/1994 , dopo una parossistica campagna elettorale condotta a colpi di messianesimo degradato, di vetero-anticomunismo e di “garantismo” strumentale, il clan capitalistico perdente riesce a impadronirsi dell’esecutivo. Subito dopo l’insediamento del governo, Borrelli comincia a descrivere scenari di apocalisse istituzionale e folle oceaniche che domandano a gran voce il governo dei giudici:

…dovrebbe accadere un cataclisma per cui resta solo in piedi il presidente della Repubblica che, come supremo tutore, chiama a raccolta gli uomini della legge. E soltanto in quel caso noi potremmo rispondere. Non basterebbe certo… una folla oceanica raccolta sotto i nostri balconi. Ma a un appello di questo genere, del capo dello Stato, si potrebbe rispondere con un “servizio di complemento”, questo sì… (“Corriere della sera”, 1/5/1994)

Trascorrono pochi mesi, e il pool scatena la memorabile canea contro il decreto Biondi sulla custodia cautelare. Si tratta in effetti di un provvedimento squilibrato se non iniquo, poiché esclude la possibilità di carcerazione preventiva soprattutto per determinati reati (finanziamento illecito ai partiti, corruzione etc.) in genere commessi da soggetti “forti” (politici, imprenditori), lasciando al loro destino la stragrande maggioranza dei soggetti deboli. Il 13/7/1994 gli italiani assistono a un proclama televisivo di Di Pietro a nome del pool, praticamente a reti unificate, consistente in una ricattatoria richiesta di essere trasferiti ad altro incarico. Per Toutatis e per Belenos, tutti in piazza contro il “decreto salvaladri”! Quest’ultimo viene ritirato in virtù di un’indecente gazzarra demagogica e mediatica. [1] Cernobbio (Co), 3/9/1994: ad un convegno della Confindustria, Di Pietro presenta una bozza di disegno di legge, ufficialmente scritta da Davigo. Si tratta di una proposta interamente basata su incentivi alla delazione: perdono per chi confessa tutto, inversione dell’onere della prova per tutti gli altri. Al di là degli ovvii contenuti, l’impressione è che il pool voglia condizionare – se non proprio usurpare – il potere legislativo (di solito riservato a chi ha un mandato elettorale), e dialogare senza intermediari con la grande imprenditoria. Solo D’Ambrosio – il più vicino al Pds – prende apertamente le distanze, dichiarando: “Queste cose le devono fare e gestire i politici. Mi sembra che questa iniziativa debordi un po’…”. Pochi giorni dopo (27/9/1994), ad un convegno organizzato dalla rivista “Micromega”, Davigo deborda ancora un po’ e promette di “rivoltare l’Italia come un calzino”.
Più o meno negli stessi giorni, il guardasigilli Biondi, in seguito alle ripetute “fughe di notizie” e violazioni del segreto d’indagine, ordina un’ispezione ministeriale delle attività del pool. Il 21/11/1994 Borrelli scrive una lettera al Csm, chiedendo

se in presenza di anomalie penalmente rilevanti nella conduzione delle inchieste amministrative, i magistrati del pubblico ministero abbiano l’obbligo ovvero la facoltà di promuovere l’iscrizione della notizia di reato nel registro degli indagati.

Alle orecchie di molti commentatori, questa suona come un’intimidazione agli ispettori. In data 5/5/1995 Filippo Mancuso, ex-magistrato e ora guardasigilli dell’esecutivo “tecnico” succeduto al governo Berlusconi, avvia un’azione disciplinare contro Borrelli, D’Ambrosio, Colombo e Davigo. Nella sua lettera alla procura generale della cassazione scrive:

Atteggiamenti, quelli così assunti dai predetti quattro magistrati… [che] dimostrano fino all’evidenza la partecipazione di tutti e quattro ad una maligna e studiata iniziativa di insieme, con valore di intenzionale sbarramento intimidatorio alla libertà morale degli ispettori […] si è di fronte ad un enorme caso di abuso continuato della posizione d’ufficio. (Lehner 1995, op. cit., pp.212-213)

Quanto ai risultati dell’inchiesta, ecco uno stralcio della relazione degli ispettori:

Non si escludono possibili eccessi e forzature, soprattutto in riferimento all’uso del carcere preventivo. Non si esclude che in alcune vicende sia mancata quell’umana pietas che non può e non deve mai essere disgiunta dalla giustizia. Potrebbe anche essere mancato, a volte, quel massimo grado di prudenza e di misura che deve, in ogni caso, sempre richiedersi quando si esercita il potere di incidere sulla libertà altrui. Sarebbe stato forse anche necessario un maggiore distacco dalla notorietà… (“La Repubblica”, 10/5/1995)

Il linguaggio è molto cauto, schermato da una barriera di “forse” e di condizionali, ma la critica è chiara. Il giorno successivo Mancuso annuncia in Senato che – sulla base di esposti e denunce da parte di avvocati difensori – ordinerà ispezioni in altre Procure. In particolare, cita 14 casi di presunti abusi. Il pool e la stampa manipulitista lo attaccano con violenza. Per il fatto che tra le procure ispezionande ha inserito quella di Palermo, i pidiessini Sandra Bonsanti, Pietro Folena e Pino Arlacchi accusano Mancuso di collusione con la mafia (cfr. “Corriere della sera”, 12/5/1995). Nessuno tocchi il dottor Caselli!
Passa qualche mese, e a ottobre emergono nuovi elementi sulla condotta abusiva del pool in relazione all’avviso di garanzia a Berlusconi. Mancuso avvia una nuova azione disciplinare contro Borrelli, per violazione del segreto investigativo e per aver rilasciato false dichiarazioni agli ispettori. Stavolta gli attacchi e le ingiurie lo travolgono: su pressione congiunta del terzo e del quarto potere, la maggioranza parlamentare lo “sfiducia” e lo manda a casa. Quanto a Borrelli, il Csm lo proscioglierà in data 19/7/1996.
Chi è un procuratore? Non un condottiero né un sacro interprete della volontà generale, bensì il vincitore di una specie di Trivial Pursuit denominata “concorso statale”. Negli Stati Uniti i district attorneys sono almeno “eletti dal popolo”. Non ci convince la democrazia delegata, ma la remota possibilità di trombare gli inquisitori è certo meglio della loro intoccabilità.
A questo proposito, è interessante vedere come il giornalista Corrado Stajano, nel suo libro-inchiesta sul caso Serantini, descrisse un Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze:

…è un personaggio da vetrata medievale. La sua visione della giustizia è teocratica, il suo pulpito è perennemente infuocato, il suo dito è perennemente puntato contro la sovversione nazionale, la sua immagine del mondo è di un metafisico pessimismo, gli uomini (saltellanti sudditi degli scorci delle tavole trecentesche) sono da governare con l’assolutismo di un principe cattolico che li tuteli dal male. Fuori dalla storia, naturalmente, perché la storia non esiste. Il Magistrato, assediato in una cittadella, combatte, nell’amarezza dell’incomprensione, contro chi presume di poter giudicare l’Autorità. L’ideale sarebbe forse un dogma di Stato inserito nella Costituzione della Repubblica sull’infallibilità dei Procuratori Generali. (Stajano, op. cit., p. 127)

A tale considerazione del proprio lavoro sono stati educati i magistrati del “modello cattolico”! Per questo motivo l’elemento post-democratico, rinvenibile nel tecnicismo e nella giudiziarizzazione come sostituti della politica a suffragio universale, sfuma facilmente nel pre-democratico, nell’apologia di un assolutismo corporativo neo-feudale. I procuratori d’assalto sfuggono di mano, la loro visione ierocratica li porta a esagerare, a porre in campo strategie irrazionali.
Quello delle “toghe rosse” è un effetto di prospettiva, indotto dalla temporanea – ancorché lunga – alleanza tra (ex-)Pci e operatori dell’emergenza. In realtà, solo una parte del pool è vicina alla sinistra parlamentare (senz’altro lo sono D’Ambrosio e Colombo). Borrelli e Davigo capeggiano idealmente l’ala fondamentalista che vorrebbe indossare la giubba del monarca, sostituirsi alla politica, chiudere i conti col barone di Montesquieu e col suo Spirito delle leggi.
Il ricambio di classe dirigente è ormai in corso, la guerra sta finendo e l’utopismo giudiziario è un bastone tra le ruote del “ritorno all’ordine”. L’imprenditoria e gli altri poteri dello stato se ne accorgono con grave ritardo, dopo anni di blocco degli appalti e migliaia di miliardi “bruciati” in borsa grazie alle spettacolari “esternazioni” del pool. Si dice che l’avviso di garanzia a Berlusconi in pieno vertice dell’Onu sul crimine organizzato (Napoli, 21/11/1994) sia costato al capitale finanziario circa 220.000 miliardi! L’agente di borsa Corrado Cattaneo Della Valle commenta: “È un prezzo troppo alto, anche rispetto al reato ipotizzato che riguarda qualche centinaio di milioni di lire” (“L’opinione”, 24/11/1994).
Si parla sempre più insistentemente di una “uscita da Tangentopoli” e di un “ritorno al primato della politica”. Il Pds comincia a “pompierare”, anche se con molta prudenza. Anche il pool comincia a perdere coesione. Borrelli, dal canto suo, inasprisce i toni; il 25/3/1995, al convegno “Oltre Tangentopoli” organizzato da Di Pietro alla libera Università di Castellanza (Va), il procuratore capo esplode:

Io dico no all’autoinganno, dico no all’amnistia, grido no all’amnesia generalizzata. Io rovescio la formula: il problema non è uscire da Tangentopoli – toponimo della città della corruzione -, ma di penetrarvi fino al cuore per espugnarla, raderla al suolo, cospargervi il sale. Il problema non è di superare e spegnere Mani Pulite – motto della battaglia giudiziaria contro la corruzione – , ma di proseguirne l’opera fino all’eliminazione di tutte quelle mani e quelle grinfie che pulite non sono.

Di conseguenza, anche i pidiessini rilasciano dichiarazioni come questa di Luigi Berlinguer (corsivi nostri):

È semplicemente giunta l’ora di ristabilire il principio secondo il quale l’imputato è innocente finché non si dimostra il contrario… c’è urgenza di portare a termine… una legge che torni a salvaguardare proprio il diritto alla difesa. Così come va rivisto l’istituto dell’avviso di garanzia […], uno strumento iniquo… […] è giunta lora di restituire alla politica il suo ruolo di titolare del potere legislativo giudiziario. (“La Repubblica”, 19/6/1995)

Certo, i “progressisti” immolano Mancuso sull’altare della “Giustizia”, ma the times they are a-changin’. Il 21 aprile 1996 l’Ulivo vince le elezioni, e – dopo qualche mese d’assestamento – si appresta a realizzare lo slogan d’alemiano “Un paese normale”, normalizzando il rapporto tra politici e magistratura. Autorevoli esponenti del Pds cominciano a parlare di riforma della giustizia, limitazione della custodia cautelare, divisione delle carriere dei magistrati, condono per i falsi in bilancio, revisione del reato di abuso d’ufficio etc.
Il più squillante campanello d’allarme garantista lo suona Giuseppe De Rita, presidente del Cnel:

Da Tangentopoli e dalla vicenda mafiosa stiamo uscendo con un apparato di potere costituito dall’intreccio tra pubblici ministeri, polizia giudiziaria e forse servizi segreti, incontrollabile e incontrollato, che ci deve preoccupare […] Provi a sollevare il problema e vedrà che il meccanismo entra in funzione. Perché se dici “no” all’uso esagerato della detenzione preventiva o della custodia cautelare, hai subito la dichiarazione di Borrelli, l’articolo di D’Ambrosio, l’intervista di Caselli; se dici “no” all’uso spregiudicato dei pentiti, hai Siclari o Cordova che dicono: allora noi non facciamo più la lotta alla mafia. Così chiunque solleva un problema per difendere lo Stato di diritto, è automaticamente o amico dei tangentisti o complice dei mafiosi… (“Il Tempo”, 12/9/1996)

Negli stessi giorni Caselli fa una proposta che ci appare tipica e che continuerà a ripetere per settimane:

…Sediamoci attorno a un tavolo, in una sede istituzionale, noi e loro, i rappresentanti dei partiti e dei magistrati. E apriamo un dibattito nazionale… La sede deve essere istituzionale… Può essere la commissione giustizia, il Csm… Bisogna cercare raccordi, soluzioni ai problemi. (“Corriere della sera”, 10/10/1996)[2]

Capri, 26/10/1996. A un convegno dei giovani industriali un esagitato Davigo si lascia andare a frasi come “Noi processiamo i fenomeni… non solo i singoli” e “Se non mandate a casa la casta dei mandarini, sarà guerriglia con la giustizia”. Viene rimesso in riga dal guardasigilli Flick e da… Violante. Quest’ultimo è addirittura sprezzante (corsivi nostri):

Una gran parte del mondo politico ha l’impressione che una piccola parte della magistratura tenga ad avere una legittimazione che non sta nelle leggi, ma sta nel consenso. E se un magistrato basa la sua azione sul consenso dei cittadini e non sulla legge, quel magistrato è un pericolo.

In data 8/1/1997, la strategia normalizzatrice viene ufficializzata in un documento della direzione del Pds, intitolato “Il diritto alla giustizia”, 8/1/1997. E’ un attacco quasi frontale ai procuratori d’assalto:

[…]a quali rischi va incontro una società che rischia di essere governata dal diritto penale? Una forza della sinistra… non può pensare ad un’idea del rapporto fra cittadino e Stato regolata in modo illiberale. Pensare a un diritto più leggero, a un potere legislativo più certo e efficace, a un controllo di legalità più incisivo e sostanziale vuol dire pensare ad una società più aperta, più dinamica, più giusta, alla prevenzione dei reati prima che alla loro repressione.
Non sempre e non a sufficienza abbiamo denunciato questo rischio di espansione senza limiti della giurisdizione, il cui carattere sistematico sarebbe potuto divenire – come poi è successo – un fattore di indebolimento istituzionale.
Non a caso, quindi, la sinistra da qualche tempo ha avviato una nuova riflessione. […] Occorre uno sforzo comune… per raffreddare le polemiche e per non contribuire, dal versante della politica, ad alimentare sconcerto e confusione nella pubblica opinione. […] Anche le ultime vicende testimoniano a quale punto di rischio di autodistruzione è giunto il sistema giudiziario.
Si tratta altresì di superare ogni intervento di tipo emergenziale. La giustizia non sopporterebbe più interventi tampone, nati sull’onda di avvenimenti esterni. […] ridurre il carico penale – depenalizzazione di reati minori, come l’emissione di assegni a vuoto, attribuzione ai giudizi di pace di competenze penali minori, più largo ricorso a misure alternative al carcere per i responsabili di reati minori; abolizione dell’ergastolo; […] estensione del ricorso ai riti abbreviati e dell’istituto del patteggiamento e potenziamento del Gip fin dalle indagini preliminari, rendendo ordinario, sistematico e più garantito il ricorso al giudizio abbreviato – anche mancando l’assenso del Pm -; così si porterebbe davvero al dibattimento vero e proprio una minoranza di procedimenti senza però prescrizioni o amnistie; l’esaltazione della terzietà del giudice nasce, prima di tutto, dai suoi poteri effettivi nel procedimento; …la forza della difesa – realizzazione della possibilità di effettuare indagini da parte del difensore, nuovo regime delle intercettazioni e recupero della centralità del dibattimento affermando l’oralità della costruzione della prova (con norme di salvaguardia della costruzione della prova nei processi di mafia); … precisazione delle modalità di superamento delle competenze territoriali delle Procure, limitandole e garantendole; nuovo regime delle proroghe delle indagini, che dovrebbero durare non oltre un anno salvo i processi di mafia o quelli più rilevanti; divieto espresso nel codice di aprire fascicoli sulla base di anonimi; tipicizzazione della responsabilità disciplinare dei magistrati; divieto ai Pm e ai giudici di parlare delle indagini in corso, istituzione di uffici-stampa delle Procure; nuove norme di tutela della privacy e dei diritti dei cittadini sottoposti a indagine; […] distinzione delle funzioni tra Pm e giudici, istituzione di una scuola comune per avvocati e magistrati come filtro per l’accesso alle professioni, e nuovi criteri di valutazione della professionalità dei magistrati; […] nuovo regime per i collaboratori di giustizia che distingua l’accesso ai programmi di protezione dagli sconti di pena, che riveda le modalità di esecuzione dei programmi e di trattamento dei collaboratori; […] accelerare l’innovazione delle forze di polizia e degli apparati, e in particolare di precisare più chiaramente ambiti, spazi e responsabilità della polizia giudiziaria, per evitare una frammentazione pericolosa delle forze cui spetta lo svolgimento delle attività di Pg.

Nel frattempo si è formata la commissione bicamerale per la revisione della seconda parte della Costituzione (ordinamento dello stato e del governo). Per quanto riguarda la giustizia, tra le varie novità, la riforma in discussione prevede un Csm diviso in due sezioni, una per i pm e una per i giudici, e il ricorso diretto dei cittadini alla corte costituzionale. La bicamerale si scioglierà per via di accese polemiche tra maggioranza e opposizione, ma la via è indicata.

La legge n.267 del 7/8/1997 (“Modifica delle disposizioni del codice di procedura penale in tema di valutazione delle prove”) cambia il testo dell’art.513 cpp Grazie alla legge 356/1992 (“decreto Martelli”), il vecchio 513 permetteva di utilizzare i verbali delle accuse rivolte a un imputato – durante le indagini preliminari – da un imputato “di reato connesso”, anche se queste non venivano ripetute al dibattimento. In pratica, un “pentito” poteva lanciare accuse senza sottoporsi al vaglio del “controesame”. Con la nuova legge, hanno valore solo le dichiarazioni ripetute in aula, con poche eccezioni a tutela dei testimoni minacciati.
I procuratori d’assalto, su tutti svettante Caselli, dichiarano che in questo modo non sarà più possibile combattere mafia e corruzione. È chiaro che su questo punto politici e magistrati si sfideranno all’ultimo sangue. Difatti, alla fine di ottobre 1998, la corte costituzionale sentenzia che il nuovo 513 ostacola l’accertamento della verità e lo svolgimento dei processi. Risultato: anche se il teste si rifiuta di rispondere, il Pm può leggere le sue precedenti dichiarazioni, e queste rimarranno agli atti del processo. Gaudium magnum per i procuratori, indignazione dei politici. L’ex-presidente della commissione giustizia del senato Ortensio Zecchino (appena nominato ministro della ricerca scientifica) dichiara:

Questa sentenza è un passo indietro, non c’è dubbio. Ed è la dimostrazione che ormai le leggi emanate dal Parlamento sono considerate un optional da parte di altri organi dello Stato. Negli ultimi anni il codice di procedura penale è stato riscritto dalla Corte costituzionale, più per esigenze politico-legislative che non per autentiche questioni di costituzionalità; ma la politica legislativa la fa il Parlamento, non la Consulta, e le leggi sono leggi, non meri orientamenti di indirizzo. (“La stampa”, 4/11/1998).

Mentre i parlamentari annunciano che torneranno alla carica con una nuova modifica del 513 e anche del 192 (quello sui “pentiti” che si riscontrano a vicenda), le Camere penali di tutta Italia entrano in sciopero contro la negazione del diritto di difesa, paralizzando le attività dei tribunali. Per due giorni (9 e 10/11/1998) si celebrano solo i processi con imputati detenuti. Diversi procuratori capo (tra i quali Caselli) aprono inchieste contro gli avvocati ribelli per interruzione di pubblico servizio. D’Ambrosio definisce lo sciopero “una protesta da paese sudamericano” (“La Repubblica”, 10/11/1998). Il livello dello scontro è altissimo.
Tra pochi mesi, con l’emergenza-microcriminalità, assisteremo alla sconfitta dell’utopismo giudiziario e al “cambio di cavalli” da parte della classe politica spinta al governo da Mani Pulite. Il passaggio avviene dallo stato autoritario di diritto allo stato postmoderno di polizia, più adatto a gestire le nuove emergenze molecolari. Ma facciamo prima qualche passo indietro.

 

NOTE


1.
Il clima di forcaiolaggine qualunquista e interclassista impedisce anche a molta “compagneria” di vedere che lo scontro è fra due o più cosche capitalistiche, spezzoni l’un contro l’altro armati della stessa classe dominante, sullo sfondo dei diktat di Maastricht e del Fmi. Già il 29 e 30/4/1993, dopo che la camera ha rifiutato l’autorizzazione a procedere contro Craxi, molti ri(af)fondatori e persino alcuni esponenti del centrosocialismo reale sono scesi in piazza in obbrobriosa solidarietà ai giudici. La stessa cecità e la disponibilità a farsi spaventare da babau come il Caf prima e il “telefascismo” poi ci regaleranno un lustro di “materiali desistenti”, biechi frontismi, emulazioni trash dei blocchi partigiani e dei Cln, deprimenti 25 aprile etc… con lo splendido risultato di mandare a Palazzo Chigi una coalizione di “tecnici” prima e una di cattocomunisti poi (entrambe direttamente emanate da Banca Mondiale e affini), oltre a fare di un populista autoritario come Di Pietro l’ago della bilancia politica. E’ la vecchia storia del tale che per far dispetto alla moglie si tagliò gli attributi.

2. La risposta di Giorgio Rebuffa, vicepresidente di Forza Italia alla camera, getta ulteriore luce sull’elemento pre-democratico a cui accennavamo: “Se si dovesse procedere sulla base di “legislazioni concordate”, non si capisce perché non si dovrebbe parlare con altri funzionari dello Stato, con i servizi postali, con i corpi militari e anche con le corporazioni e le associazioni private. Avremmo così la “morte del legislatore”: alla democrazia e al sistema elettorale potremmo sostituire una miriade di “tavoli tripartiti”. Per chi ama il ritorno al feudalesimo potrebbe essere una buona soluzione…” (“Corriere della sera”, 27/10/1996). Sulla proposta caselliana del “tavolo” si verifica un fatto a cui nessun inquisito per banda armata degli anni Settanta avrebbe mai pensato di assistere: uno scazzo tra Caselli e Violante. Quest’ultimo si dichiara infatti “contrario a tavoli comuni perché la politica deve ottenere il suo primato e assumersi la piena responsabilità della cosa pubblica” (convegno dei giovani industriali, Capri, 26/10/1996).

 

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Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 9. L’assalto giudiziario al cielo della politica was last modified: febbraio 26th, 2015 by glianni70.it

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