Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 7. Mafia, 1982-1998

7. Mafia, 1982-1998Nemici dello Stato

Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo

7. Mafia, 1982-1998

Sono stanco di essere frainteso, di essere accusato di “alleanze oggettive” con questi o con quelli… Ed è il caso di dire, qui ed ora, che questa trovata delle “alleanze oggettive” mosse in accusa a chi difende certi diritti civili che si vogliono dimenticare o a chi discorda da opinioni che si vogliono totalitarie, è uno dei ricatti che più pesa sulla vita italiana, che di ricatti non si può dire povera.
Leonardo Sciascia,
cit. in Giancarlo Lehner, Borrelli. “Autobiografia” [non autorizzata] di un inquisitore, Giornalisti Editori, Milano 1995, p.210)

 

Sulla scia di questa citazione, ecco il nostro disclaimer: noi non sottovalutiamo affatto la pericolosità della sezione di capitale trans-legale nota come “mafia”. Al contrario, crediamo che il movimento reale del capitalismo consista sempre più in un divenire-mafie. Tale processo è complementare alla crescente deterritorializzazione e deculturalizzazione delle mafie, da un lato ormai completamente finanziarizzate, dall’altro legate a movimenti gangsteristici-paramilitari sempre più nomadici, relativamente sganciati dal territorio e dai suoi dati antropologici.
La nuova forma-mafia non è per niente incompatibile con la forma-stato postmoderna. Ciò non significa che lo scontro tra mafia e anti-mafia sia finto: le lotte tra diverse sezioni di capitale sono ad un tempo spettacolari e reali, traducono uno sviluppo ineguale e conflittuale, rappresentano gli interessi relativamente contraddittori delle diverse classi o suddivisioni di classe che partecipano al sistema.
E’ uno scontro di certe priorità contro altre. Ma per noi è prioritario non soccombere, non cadere vittime della cultura del sospetto, dei ricatti morali, dell’aumento vertiginoso del controllo sociale, della militarizzazione del territorio, degli effetti di uno scontro tutto interno alle compatibilità del sistema. Gli effetti di tutto questo, in “virtù” di quella che il criminologo Vincenzo Ruggiero definisce “imprevedibilità della magistratura”, non vanno mai a scapito dei mafiosi ma di tutt’altri e più deboli soggetti.

L’indagine sul delitto Dalla Chiesa fonda il mito del dott. Giovanni Falcone e del pool antimafia di Palermo, avviando una serie inesauribile di leggi speciali, “pentimenti”, maxiprocessi, scoppi di febbre narcisista nelle procure e violente faide interne al Csm. Peccato che la sostanza di tale indagine, per dirla con Shakespeare, sia quella “di cui son fatti i sogni”.
Qualche settimana dopo l’eccidio, tale Giuseppe Spinoni, camionista di Bergamo, testimonia di essere stato presente sulla scena del delitto e di avere riconosciuto, alla luce dei lampi degli spari, il pregiudicato calabrese Nicola Alvaro, che viene subito arrestato. Per tramite di quest’ultimo, e grazie a una perizia sui proiettili fatta nei laboratori di Scotland Yard, si risale ai presunti esecutori: tre pregiudicati siracusani legati al clan catanese dei Santapaola. L’opinione pubblica può ben vedere che gli inquirenti si danno da fare! In seguito si scopre che Spinoni non è mai stato a Palermo, quindi la sua testimonianza è falsa, e che altre volte i carabinieri lo hanno usato come testimone ready-made.
Alvaro e i siracusani scompaiono dall’orizzonte investigativo, ma non viene abbandonata la pista catanese e soprattutto resiste il mito della perizia balistica. A detta dello stesso Falcone, quest’ultima – assieme ai controlli bancari – rappresenterebbe la vera “svolta” nel metodo d’indagine e il primo mattone della teoria che porterà al celeberrimo maxiprocesso di Palermo:

Dalle indagini sull’eliminazione di due boss mafiosi – Stefano Bontate, ucciso a colpi di lupara e di Kalashnikov, e Salvatore Inzerillo, con un Kalashnikov-; da un attentato, sempre con Kalashnikov, contro Salvatore Contorno; poi da due assassinii successivi, quello del mafioso catanese Alfio Ferlito, seguito da quello del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, sempre con Kalashnikov, siamo giunti alla conclusione che un unico mitragliatore, sempre lo stesso, era stato l’arma dei cinque delitti. (Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra, Rizzoli, Milano 1991, pp. 23-24).

Non è un particolare di poco conto; per Falcone è la conferma della “unità di Cosa Nostra”, e giustifica per paralogismo l’inserimento del caso Dalla Chiesa, pur delicatissimo, nella bailamme del maxiprocesso di Palermo.
Durante una delle udienze l’avvocato De Cataldo, difensore di Pippo Calò, rivelerà alcuni interessanti particolari sulla “perizia di Scotland Yard” e su quella precedente. La prima perizia è stata eseguita dal direttore del “Banco nazionale di prova delle armi portatili”, che non è stato in grado di accertare l’identità del Kalashnikov con quelli usati negli altri quattro delitti; la seconda è stata assegnata – senza informarne preventivamente i legali degli indiziati – a due periti italiani, che hanno portato i reperti a Londra e là hanno effettuato la perizia (loro, non i tecnici di Scotland Yard). Alcuni dei proiettili, esposti all’azione di prodotti chimici, sono andati distrutti, quindi non è più possibile alcun riscontro o controperizia. Le smentite e precisazioni dei Pm saranno talmente poco convincenti che la Corte d’appello stralcerà il caso dal contesto del maxi-processo. Nel marzo 1995 il boss catanese Nitto Santapaola, già pluriergastolano, verrà assolto dall’accusa di essere coinvolto nell’omicidio Dalla Chiesa, prova che la perizia era inattendibile. Il pubblico resterà ignaro di tutto ciò (e i parolieri delle varie chansons des gestes falconiane si guarderanno bene dall’informarlo). Permarrà una falsa impressione di linearità investigativa e giudiziaria, corroborata dal martirio di Falcone e Borsellino e dal fatto che alcune loro intuizioni sono state (forse) confermate dal “pentito” Buscetta. Bene, si sappia che l’epopea dell’antimafia comincia con qualcosa che somiglia pericolosamente a una montatura.
Subito dopo la morte del generale-prefetto, viene istituito l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, e passa la prima legge della nuova emergenza. La legge n.646 del 13/9/1982 (o “legge Rognoni-La Torre”) viene scritta e approvata in frettissima, col ministro dell’interno Rognoni incalzato dall’emozione per gli omicidi del co-firmatario (post mortem) Pio La Torre e, soprattutto, di Dalla Chiesa. Pochi appunti lasciati da La Torre, illustre esponente del Pci siciliano, vengono espansi fino a diventare un contorto testo di legge. Il nuovo art.416bis del codice penale estende ulteriormente l’area del reato associativo introducendo l’associazione a delinquere “di tipo mafioso”, con lo stesso effetto pleonastico già riscontrato nelle leggi anti-terrorismo. L’articolo recita infatti:

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé e per gli altri.

L’uso ripetuto della disgiuntiva “o” rende possibili molteplici scelte tra duplici possibilità, rendendo la definizione vaga e onnicomprensiva. Su queste basi potrebbe essere chiamata “mafiosa” qualunque associazione che persegua il lucro in maniera anche intermittentemente illecita, compresi gli stessi partiti che hanno votato la legge. L’associazione di tipo mafioso sta alla “semplice” associazione a delinquere come l’associazione a fini di eversione sta alla “semplice” associazione sovversiva; si crea cioè un puro “effetto di prospettiva”, tutto ideologico, per costruire teoremi fondati sulle più estese accezioni di contiguità/complicità e comminare pene più pesanti. La Rognoni-La Torre è stata definita

una legge chiaramente liberticida: consente l’arresto senza flagranza e senza mandato anche per reati modestissimi; non lascia al mafioso, riconosciuto tale, alcuna possibilità di reinserimento nel mondo civile precludendogli, anche scontate le pene, qualsiasi rapporto con la pubblica amministrazione: in pratica il mafioso è di fatto costretto, vita natural durante, a continuare a delinquere e a celare, ovviamente anche al fisco, il proprio patrimonio, dato che gli può essere confiscato. Il provvedimento, che inciderà non poco sulla vita economica ed operativa delle regioni interessate (cioè quelle meridionali), umiliandone gli abitanti costretti a certificare ciclicamente la propria amafiosità, si dimostrerà presto una sorta di medicina tanto forte da uccidere microbi e malati, o forse più i malati dei microbi. (Mauro Turrisi Grifeo, Non solo mafia, Ricchiari, Palermo 1995, pp.12-13)

Nel 1984 si “pente” Tommaso Buscetta. Le sue rivelazioni schiudono agli inquirenti le porte di un nuovo mondo. Il circolo vizioso tra “pentimento”, meccanismi premiali e processi senza diritto di difesa viene definitivamente esteso alla lotta al crimine organizzato [1]. Dopo i primi, ubriacanti successi, ai “pentiti” si darà carta bianca, finché, sempre più accreditati e incoraggiati, non diverranno un’arma ideologica nelle guerre tra clan mafiosi, e in seguito nel bellum intestinum di un’istituzione contro l’altra. Lo stato arriverà a perderne il controllo quando i “pentiti” si metteranno a fare nomi di magistrati, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, oppure fingeranno di “pentirsi” per poter continuare a delinquere… con la protezione dello stato. Tratteremo alcuni casi in chiusura di capitolo.

 

***

 

Il caso Tortora ha un impatto sconvolgente sull’opinione pubblica. Per la prima volta a cadere vittima di una montatura giudiziaria è un personaggio famoso, conduttore di “Portobello” (lo show televisivo più seguito in Italia), rappresentante dell’Italia “per bene” Sono in molti a rendersi conto della protervia dei potenti togati, è un attimo di indignazione la cui spinta propulsiva porta Tortora all’Europarlamento, “abbassa” a sei anni la durata massima della carcerazione preventiva (pudicamente ribattezzata “custodia cautelare”), rende il clima favorevole a una nuova riforma carceraria più estesa di quella del 1975 (la cosiddetta “legge Gozzini”) [2] e fa passare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (il cui risultato positivo verrà comunque affossato in parlamento). Ma non possiamo certo parlare di un’inversione di tendenza: il potere farà di tutto per ricordare l’esistenza di nemici pubblici, e come sempre si dimostrerà maieutico, esasperando la situazione (o la descrizione di essa) per indurre nel corpo sociale una reazione “law and order”. Quando l’emergenza-mafia giungerà al parossismo (1992), Tortora sarà bello che dimenticato.
Tortora viene arrestato all’alba del 17/6/1983, all’Hotel Plaza di Roma. Non sa di cos’è accusato né chi lo accusa. Il trasferimento al carcere di Regina Coeli avviene solo dopo che Tv e fotografi della stampa sono stati chiamati a confezionare lo scoop. Il “camorrista affiliato al clan di Cutolo” e “spacciatore di droga” viene sbattuto in prima pagina con grande notorietà dei magistrati inquirenti, i sostituti procuratori a Napoli Felice Di Persia e Lucio Di Pietro (tanto nomine!). A fare il nome di Tortora sono stati due camorristi “pentiti”, Pasquale Barra (detto “‘o animale”) e Giovanni Pandico ai quali si aggiungeranno Gianni Melluso (detto “il bello”) e Salvatore Sanfilippo. Tortora sente per la prima volta i loro nomi al telegiornale, in cella, la sera del 17.
Nei giorni successivi, le abiette canaglie sparse per le redazioni si tuffano negli abissi già esplorati col 7 Aprile, alternando frottole a fandonie, bubbole e panzane: Tortora ha minacciato i giornalisti, Tortora ha ammesso di conoscere il tale boss, etc. Tortora invece se ne sta in silenzio, sconvolto, umiliato, “aggrappato al televisore come un naufrago a una scialuppa”:

Un collega, Giuseppe Marrazzo, inviato a Napoli per il Tg2, riferì che Pasquale Barra, il pentito della camorra che mi aveva denunciato, procedeva in una caserma dei carabinieri ai riconoscimenti dei presunti membri della nuova camorra organizzata scrutando coloro che gli venivano via via presentati e sorseggiando coppe di champagne. Il telecronista spiegò che Barra indicava questo o quello, sottolineò che il riconoscimento avveniva in un clima di grande tensione, e annunciò che alcune persone in attesa del verdetto venivano colte da malore.
Pensai a Barra che diceva: “Chiste sì, chille no, chiste sì, chille no”… Pensai alle persone colte da malore. E quel che mi restava della mia dignità di uomo, della mia conoscenza del diritto, della mia fede in una civiltà giuridica mi fece letteralmente sobbalzare. Conclusi che se un Paese democratico, il Paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, sente alla televisione di Stato che in Italia avvengono cose come quella, di sapore quasi neroniano, senza provare l’impulso di una rivolta morale, ebbene, allora siamo proprio in un Paese perduto. (Tortora, p.27)

Il particolare “divertente” è che la firma di Pasquale Barra compariva in calce a diversi documenti e proclami usciti dalle carceri speciali nei giorni delle lotte contro l’art.90.
Tortora è anche membro del consiglio nazionale del Pli, e ha pubblicamente appoggiato la legge Cossiga e l’uso dei “pentiti”. Inizia la sua crisi di coscienza, il ripensamento che lo porterà a lasciare il partito.
Sette mesi di carcere preventivo, tra calunnie, trasferimenti e sbrigativi interrogatori durante i quali la parola di Tortora pesa molto meno di quella dei “pentiti”. Diversi colleghi gli esprimono solidarietà, Giorgio Bocca scrive articoli di fuoco contro la magistratura e lo stesso Cutolo afferma di non averlo mai conosciuto. Quanto alle prove, non se ne vede traccia, eppure gli inquirenti e la stampa continuano a rovesciargli addosso nuove accuse e sospetti. Il 30 settembre tale Claudio Baglivo, corrispondente da Napoli del “Corriere della sera”, “rivela” (sulla salda base di una lettera anonima!) che Tortora avrebbe rubato fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia, soldi che egli stesso aveva raccolto con un’iniziativa di solidarietà. Tortora querela Baglivo, fa causa al “Corriere”, scrive lettere ad altri giornali, attacca i titolari dell’inchiesta: “il 29 settembre, a sole ventiquattr’ore dall’esplosione del nuovo fungo atomico di letame sul mio nome, nessuno, nel corso di un interrogatorio avvenuto a Bergamo, m’aveva fatto cenno di questa ennesima trovata” (Ibidem, p.64). Il caso viene archiviato dopo poche settimane.
Nel frattempo, la salute di Tortora peggiora notevolmente: i medici gli riscontrano un enfisema polmonare, ipertensione arteriosa, sclerosi aortica e coronarica, spondilo-artrosi, artrosi sacro-iliaca, sintomatologia ansiosa. Ciononostante, il giudice istruttore di Napoli Giorgio Fontana non gli concede gli arresti domiciliari: Tortora può essere curato benissimo anche in carcere, è socialmente pericoloso e potrebbe inquinare le prove. Giorgio Bocca commenta:

…E allora fateci capire. o queste prove ci sono e allora contestategliele o si torna sempre, e soltanto, a Pandico e a O animale, e allora c’è poco da inquinare, lì siamo nella fogna più nera, nel Marat-Sade, fra gente che apriva il petto del nemico e gli mangiava il cuore (“La Repubblica”, 17/1/1984)

Forse l’articolo di Bocca serve a qualcosa, perché lo stesso giorno il Tribunale della libertà dispone la scarcerazione di Tortora. Pochi mesi dopo, Marco Pannella gli propone la candidatura alle europee, per proseguire da parlamentare la lotta garantista. Tortora accetta, si fa allestire nel soggiorno di casa un mini-studio di produzione televisiva, e conduce la propria campagna elettorale sulle tv locali vicine al Pr. Il 7 giugno, pochi giorni prima delle elezioni, i dottori Di Pietro e Di Persia consegnano alla procura di Napoli la loro requisitoria (1426 pagine): chiedono il rinvio a giudizio per Tortora e altre settecento persone, per associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di stupefacenti. S’intravede all’orizzonte un bel maxiprocesso.
Il 17 giugno Tortora viene eletto al parlamento di Strasburgo, con 451.000 preferenze. Al processo, che inizia il 4/2/1985, il Pm Diego Marmo definirà quegli elettori “mezzo milione di camorristi”. Dopo sette mesi, nel settembre 1985, Tortora viene condannato a 10 anni di carcere. La sua risposta sono le dimissioni da europarlamentare, il 10 dicembre. Agli arresti domiciliari attende il processo d’appello, che si celebra dal maggio al settembre del 1986. Viene assolto, e torna a lavorare alla Rai. La Cassazione conferma la sentenza il 17/6/1987, ma il fisico di Tortora non ha retto ad anni di tensione, soprusi e sofferenze. Come più tardi a Giuliano Naria, gli viene diagnosticato un tumore. Morirà il 18/5/1988, a 59 anni.

Potenza. Non commisero alcun reato i magistrati che tennero Enzo Tortora ingiustamente in carcere. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza Cinzia Apicella ha archiviato l’inchiesta a carico di magistrati e investigatori che si occuparono del caso Tortora, avviata tre anni fa in seguito alla ritrattazione delle accuse rivolte a Tortora dal “pentito” Gianni Melluso. Il decreto di archiviazione, richiesto nello scorso mese di luglio dal procuratore di Potenza Gelsomino Guglielmo Cornetta e dai sostituti Felicia Genovese ed Erminio Rinaldi, riguarda i magistrati Felice Di Persia, ora procuratore del Tribunale di Nocera Inferiore (Salerno), Lucio Di Pietro, sostituto procuratore nazionale antimafia, Angelo Spirito, in servizio alla Corte di Cassazione, l’ex magistrato Giorgio Fontana che fa ora l’avvocato, l’ufficiale dei Carabinieri in congedo Giosuè Candita, poi diventato comandante dei vigili urbani di Napoli con il grado di generale, ed inoltre lo stesso Melluso e un altro pentito della “Nuova Camorra Organizzata”, Luigi Riccio. Di Persia e Di Pietro furono pubblici ministeri nel caso Tortora, Fontana e Spirito giudici istruttori. Nei riguardi dei sette indagati erano stati ipotizzati i reati di concorso in calunnia ai danni di Enzo Tortora e concorso in abuso di ufficio. (“Il messaggero”, domenica 29/3/1998).

…mi feci mandare da casa una valigia con qualche indumento: un completo grigio a righe, una camicia bianca, una cravatta rossa a scacchi, calze bordò e un paio di mocassini marrone. Volevo presentarmi ai giudici in ordine… comparirei ben vestito anche davanti al boia. […] Fui trasportato in barella sino in un atrio. Scesi, e mi appoggiai a un bastone che avevo con me, salii per uno scalone e vidi venirmi incontro un colonnello dei carabinieri […] Chiesi dove potevo cambiarmi d’abito. Mi accompagnarono in uno stanzino. Mi tolsi l’accappatoio, infilai la camicia e i pantaloni, mi annodai la cravatta, mi misi la giacca, uscii e ritrovai il colonnello […] Ci fu persino chi ironizzò sulla mia decisione di presentarmi ben vestito davanti ai giudici e insinuò che, se mi ero cambiato d’abito, non stavo poi tanto male. Ebbi così la sconsolante sensazione che, se fossi comparso trasandato, sarei stato più credibile e pensai con rassegnata tristezza che il nostro è un Paese in cui si apprezzano i guitti ma non si sa dove stia di casa la dignità. (Enzo Tortora, pp.82-84)

 

***

 

Il pool di Palermo e il maxi-processo da esso istruito sono due colossali magneti: attirano a sé tutte le inchieste che abbiano a che vedere con Cosa Nostra, poiché si suppone che la “cupola mafiosa” sia nel capoluogo. Nel ribadire che ciò non sarebbe possibile se i reati associativi non fossero vere e proprie “opere aperte” e le inchieste chiari esempi di “semiosi infinite”, ricordiamo che la Costituzione, all’art.25 comma 1, dice: “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Nessuno, nemmeno un presunto mafioso. Per questo e per gli altri motivi che andiamo a esporre, non possiamo che ritenere il maxiprocesso una mostruosità giuridica.
Il processo a “Giovanni Abbate + 474” (!) inizia il 10/2/1986, nell’aula-bunker dell’Ucciardone, fatta costruire appositamente e costata una settantina di miliardi. Il fascicolo dell’istruttoria è composto da quasi 700.000 pagine. Dopo quasi due anni di udienze, il 16/12/1987 verranno comminati 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. La sola motivazione della sentenza richiederà 6.901 pagine suddivise in 35 volumi. A perdersi in questa ridda di cifre astronomiche, unicamente funzionale alla messinscena mediatica, è il diritto di difesa. Il presidente della Corte Alfonso Giordano invita i difensori a “collaborare” dando per letto il fascicolo dell’istruttoria. Gli avvocati protestano, e richiedono invece di leggerlo in aula. La richiesta è ad un tempo sacrosanta e provocatoria:

Poniamo il caso che il presidente e il giudice a latere, con encomiabile sforzo personale e dandosi il turno nella lettura, riescano a leggere con voce chiara e distinta trecento pagine per ogni udienza; cosa peraltro assai improbabile, giacché tutti sanno che per leggere un libro di uguale mole, soltanto a mente e senza emettere voce, occorrono ben più di sette o otto ore, quante cioè solitamente dura un’udienza. In dieci udienze, si può così dare lettura di tremila pagine, in cento udienze, di trentamila; in mille, di trecentomila; in circa 2.300 udienze, di tutte le settecentomila pagine. Facendo ancora conto che non vi siano né domeniche né feste comandate, risulta allora necessario impiegare, per leggere tutto, poco più di sei anni. [Ma] leggerle sarebbe quasi tempo perso. Chi dei presenti, infatti, potrebbe, seguendo il rito di una lettura rapida…, tenere conto di tutti i fatti, tutti i dati, le dichiarazioni, prendendone appunti, per apprestare le proprie difese? (Vincenzo Vitale, “Il giornale di Sicilia”, 24/10/1986)

Quello del dott. Giordano non è il primo né sarà l’ultimo invito a “collaborare” rivolto alla difesa. Siamo di nuovo al “sine strepitu advocatorum”, con annesse implicite accuse di fiancheggiamento. Nove anni dopo (20/5/1995), Giancarlo Caselli, divenuto procuratore a Palermo, si chiederà retoricamente: “Nei processi di mafia il soggetto debole è lo Stato. È troppo chiedere anche agli avvocati di farsene carico?”. Malignamente, il giornalista craxiano Giancarlo Lehner citerà un precedente, dal processo contro Pjatakov (Mosca, gennaio 1937):

Compagni giudici, anche l’avvocato difensore è un figlio del nostro Paese… e cittadino dell’Unione Sovietica, e non può non condividere lo sdegno, la rabbia e l’orrore che prova oggi tutto il nostro popolo, sentimenti così efficacemente espressi dal Procuratore Generale… Le circostanze sono chiare, e la valutazione del Procuratore così precisa che la difesa non può far altro che associarsi. (Lehner, p.230)

Compaiono i “garantisti”, gente che non ha mai detto nulla sul 7 Aprile né sulle leggi anti-terrorismo. Gli scontri e le alleanze trasversali tra cosche politiche portano al decennale paradosso italiano, quello di un “garantismo” e di uno pseudo-libertarismo prevalentemente orientati a destra, propagandati su basi classiste e/o di consorteria (anche mafiosa), spettacolarmente contrapposti al forcaiolismo e alla ragion di Stato della sinistra istituzionale. E mentre “garantista” diventa un insulto, i soggetti deboli non li tutela nessuno.
Le polemiche tra i due schieramenti sono accese, l’Italia sembra divisa tra alleati e nemici di Falcone e del pool. Ne nascono anche lotte di potere all’interno del Csm, combattute a colpi di trasferimenti, scavalcamenti, veti incrociati su nomine e promozioni. Si combatte una piccola guerra intorno alla figura del dott. Corrado Carnevale, giudice di Cassazione, soprannominato (dagli chansonniers des gestes) “l’ammazzasentenze”, dileggiato e sospettato di oggettive o addirittura soggettive connivenze con la mafia. Può anche darsi che ci troviamo di fronte a un losco figuro, in collusione con alcuni e in collisione con altri, ma a ben vedere, qual è il torto che gli viene rinfacciato? Quello di non considerare prove le dichiarazioni di “pentiti” o “super-testi”, bensì ritenere che vadano provate a loro volta (e non con altre dichiarazioni, bensì con riscontri oggettivi). Di conseguenza, Carnevale cassa tutte le sentenze di condanna basate solo su chiamate di correo. È un modo di agire diametralmente opposto a quello del pool di Palermo, ma forse più conforme alla Costituzione.

Il 23/5/1992 viene ucciso Giovanni Falcone. Il 19 luglio viene ucciso Paolo Borsellino. La curva emergenziale si impenna e tocca nuove vette di parossismo legislativo, anche se la nuova ondata di “provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata” è già partita da quasi un anno.
La legge n.203 del 12/7/1991 praticamente abolisce le misure alternative alla detenzione (disciplinate dalla legge Gozzini) per i carcerati di cui siano provati i “collegamenti alla criminalità organizzata o eversiva”, e aumenta – si badi bene: anche per tutti gli altri – le difficoltà d’accesso al lavoro esterno e al regime di semilibertà; per essere idoneo, il detenuto dovrà aver scontato 2/3 della pena, anziché la metà come prevedeva la Gozzini.
Come l’istituzione di un doppio circuito carcerario raccontava la verità della “riforma” del ’75, così l’introduzione di un ulteriore doppio regime mette in evidenza i limiti della legge Gozzini, che già permetteva di escludere dalla “risocializzazione” i sottoposti a sorveglianza speciale e i detenuti che, per la natura del reato commesso, fossero da ritenersi (Gozzini dixit) “pericolosi sempre”, anche in caso di una condotta ineccepibile. Si trattava invariabilmente di esponenti della criminalità organizzata.
Lo scopo evidente era ed è incoraggiare il “pentimento”, unico modo per accedere direttamente a benefici e sconti di pena. Questi ultimi non sono più intesi come mezzi trattamentali, finalizzati al “reinserimento”, bensì come misure premiali, ricompense agli infami. Del resto, lo stesso senatore Mario Gozzini ha sui “pentiti” opinioni inequivocabili:

…sono più che mai convinto […] dell’interesse generale di incentivare i delatori […] Non meno opportuno sarebbe, a mio avviso, che non si facessero mai i nomi dei collaboratori fino al momento in cui devono comparire in dibattimento per testimoniare. Sicuro, mi pare, d’altronde, che i soldi per la protezione loro, e delle famiglie (anche allargate), sono spesi bene, non solo perché attenuano il rischio delle intimidazioni e delle vendette ma perché servono a far capire ai criminali, ancora latitanti o in galera, che lo Stato fa sul serio, che nelle sue istituzioni non si cede più a patti scellerati. Quanto poi all’uso processuale dei collaboratori è altra, e complessa questione […] Diremo soltanto che coloro i quali intentano e sviluppano polemiche astiose contro i magistrati appaiono fortemente sospetti di collusioni criminali, donde il personale interesse privato a delegittimare procure e tribunali […] (Mario Gozzini, La giustizia in galera? Una storia italiana, Editori Riuniti, Roma 1997, pp.48-49).

È più o meno il solito cocktail: apologia del sistema inquisitorio (l’imputato non deve sapere chi lo accusa), “fermezza”, equazione dissenzienti = fiancheggiatori/collusi.
Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, ecco le ennesime “modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa”, contenute nella legge n.356 del 7/8/1992 (conversione del cosiddetto “decreto Martelli”). Vengono ampliati i poteri della polizia giudiziaria, le indagini preliminari diventano prorogabili fino al termine massimo di due anni, e soprattutto il rapporto tra pentimento e premio viene disciplinato in maniera ancora più esplicita.
Il carcere non è più luogo di pena ma strumento di pressione e coazione psicofisica. E chi non si “pente”? Cagherà sangue. Infatti, a chi non collabora possono essere revocate le eventuali “misure rieducative” di cui già usufruiva in base alle normative pre-vigenti. L’ennesimo elemento di retroattività della legge inserito nell’ordinamento giuridico italiano.
La nuova legge non prevede garanzie della veridicità di quanto dichiarato dai “pentiti” (riscontri oggettivi etc.). Sul piano della valutazione della prova, è sufficiente che due delatori si confermino a vicenda, e addirittura si sancisce la loro facoltà di non ripetere le loro dichiarazioni al dibattimento (i famigerati artt. 192 e 513 cpp). Ad appena tre anni dall’entrata in vigore del nuovo codice (cfr. cap.9), si ritorna prepotentemente al sistema inquisitorio.
La legge Cossiga, Peci, Fioroni, lo sdegno suscitato dal caso Tortora… ricordi remotissimi. Archeologia. L’idiozia degli “onesti” e la semi-consapevole vandea delle fiaccolate anti-mafia ci spingono fino all’orlo del baratro poi, sventolando la foto di qualche giudice-eroe, ci fanno precipitare nella “fogna più nera”, “il Marat-Sade”, la corte dei miracoli pentitocratica dove i nuovi Pasquale Barra si danno ai bagordi a spese dei contribuenti. E stavolta ci casca anche il finora recalcitrante Giorgio Bocca [3].
Alcuni esempi di come il golem-“pentitismo” sia sfuggito al controllo di chi lo ha creato:

MESSINA. Falsi pentiti infiltrati dalla mafia che continuano a gestire il racket delle estorsioni? La “bomba” esplode in mattinata davanti al carcere di Gazzi, mentre è in corso una protesta di parenti dei detenuti con l’Aids. Ad accendere la miccia è il senatore progressista Saverio Di Bella, che non ha dubbi: nonostante la scorta e la protezione, mafiosi passati tra le fila dei collaboratori, si presenterebbero senza esitazione dai commercianti a riscuotere il pizzo. A Messina città che vanta il record delle gole profonde, sono più di settanta, scoppia il “caso”, anche se a palazzo di giustizia sono orientati alla cautela. Estorsioni “scortate” e “tutelate” dunque dallo Stato: Messina avrebbe il primato pure dei finti pentiti. E la conclusione alla quale è giunta la commissione parlamentare antimafia, riunitasi mercoledì scorso e che adesso sta provvedendo a trasmettere alla Procura della Repubblica di Messina i verbali contenenti i nomi dei falsi pentiti da loro accertati e di quelli in via di accertamento, rendendo noto un fenomeno inquietante, rivelato ieri appunto da Di Bella, messinese, eletto nel collegio calabrese di Vibo e componente della commissione Antimafia. Senatore, a Messina quindi un altro primato, quello dei falsi pentiti? “Si, purtroppo, è quello che sta emergendo e riteniamo che si tratti soltanto della punta di un iceberg e cioè che il fenomeno sia più esteso di quanto finora sia stato scoperto”. Sarebbe proprio la mafia a consigliare la via del pentitismo? “Sì, presumibilmente, sarebbe un’operazione di depistaggio e di copertura. Con la tutela dello Stato e con la stessa scorta della polizia che li attende fuori, alcuni collaboratori della giustizia, sui quali ovviamente viene mantenuto il massimo riserbo, si presentano di nuovo ai commercianti per estorcere loro denaro alla luce del sole meglio e più di prima. I commercianti all’inizio rimanevano sorpresi e disorientati nel ricevere le visite dei loro aguzzini nella nuova veste di pentiti, ma adesso qualcuno sta iniziando a denunciare”. Senatore, quindi il fenomeno del pentitismo è tutto da rivedere, almeno a Messina? “Siamo in presenza di una beffa ai danni della giustizia e dello Stato. Il pentitismo è importante quando è serio. Adesso la commissione Antimafia provvederà a fornire alla magistratura messinese tutti gli elementi utili per permettere agli inquirenti di distinguere i veri pentiti da quelli falsi. D’ora in poi occorrerà attribuire la “patente” di pentito con maggiore oculatezza, verificando l’attendibilità preventiva dei presunti collaboratori, ed esercitando una maggiore sorveglianza da parte delle forze dell’ordine. Mi appello inoltre ai commercianti affinché trovino il coraggio di smascherare la doppia identità dei pentiti. Cauti i commenti tra i magistrati messinesi. Il procuratore aggiunto, Pietro Vaccaro uno dei dodici giudici consulenti della commissione nazionale antimafia, commenta: “A livello di ipotesi tutto è possibile, Aspettiamo i verbali della commissione e poi faremo gli opportuni riscontri. Certo i segnali di qualche anomalia li abbiamo. Anche se la difficoltà maggiore resta la gestione di un così alto numero dei pentiti. Alcuni non siamo ancora riusciti neppure a verbalizzarli”. In sintonia la dichiarazione del sostituto procuratore antimafia Giovanni Lembo. fermezza il problema fondamentale resta l’alto numero dei pentiti e come in tutte le “categorie”, se cosi possiamo definirla, dobbiamo aspettarci delle mele marce” (Eleonora Jannelli, “Il giornale di Sicilia”, 1/4/1995, p.7)

Restando a Messina, citiamo un caso specifico, quello del finto “pentito” (quindi finto due volte) Luigi Sparacio, che diventa strumento di vendette incrociate tra settori delle istituzioni. Ci troviamo di fronte a un’alleanza tra magistrati, questurini e mafiosi, per far fuori il vice-questore Francesco Montagnese e smantellare la sua struttura investigativa. Sparacio è un azzimato fighetto con l’hobby delle Ferrari, rampollo dell’alta borghesia cittadina, frequentatore di gesuiti. Diverse foto lo ritraggono in doppiopetto, capelli impomatati, mentre si protende verso l’ostia. Ufficialmente fa… il venditore di pentole; in realtà si occupa di usura, estorsioni e bische clandestine. Alla fine degli anni ’80 a Messina c’è un sanguinoso scontro tra cosche. La Mobile, diretta proprio da Montagnese, arresta circa 3000 pregiudicati, tra cui diversi parenti e amici di Sparacio. Montagnese gli si attacca alla schiena, ottiene il sequestro del suo patrimonio (20 miliardi), fa arrestare tutto il suo clan. Siamo nel 1994: Sparacio si offre agli inquirenti su un piatto d’argento. Nella sua prima “confessione”, si vendica del poliziotto che gli ha dato la caccia e reso la vita impossibile, accusandolo di essere corrotto, di avere accettato sessanta milioni in cambio di segreti investigativi. Subito dopo, fa scarcerare tutti i suoi affiliati.
Al processo risulterà trattarsi di una montatura orchestrata da qualcuno più in alto, per insediare un altro funzionario al posto di Montagnese: Sparacio ha parenti anche in Questura, e poco prima del suo arresto è stato a cena con pezzi grossi della Mobile e della Direzione Nazionale Antimafia. Inoltre, ha la scorta e l’auto blindata, piena libertà di movimento e carta bianca nel proseguire i suoi affari. Chi non gli crede viene trasferito, come il vicequestore Alfio Lombardo, finito a Sassari.
A Montagnese, difeso da Giuliano Spazzali, occorrono due anni per essere assolto. Non solo: il gip di Catania fa arrestare Sparacio (stavolta sul serio), e il ministro di grazia e giustizia Flick fa richiesta di giudicare al Csm ben sette magistrati messinesi e l’ex-sottosegretario Giorgianni.
Quanti non-poliziotti vengono accusati da pentiti e pseudo-pentiti, per scopi di vendetta personale o di clan, senza avere la possibilità di difendersi?
Spostandoci a Palermo, incontriamo il ben più famoso Balduccio di Maggio (detto “Togliatti” per la sua vaga rassomiglianza con l’ex-segretario del Pci), capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Iato nel biennio 1986-88, dopo l’arresto del boss Bernardo Brusca. A insediarlo è Totò Riina, con una sorta di putsch che fa infuriare Giovanni Brusca, figlio di Bernardo, a cui spetterebbe il posto per diritto “dinastico”. Nonostante il tentativo di mediazione di Riina, gli screzi si trasformano in odio e minacce di morte, e “Togliatti” lascia il paese. Dopo qualche anno trascorso in Canada, Messico e Polonia, Di Maggio torna a San Giuseppe ma fugge di nuovo, perché Brusca lo vuole ancora morto. I carabinieri lo arrestano nel ’93, lui sa di essere un morto che cammina, e allora si “pente”. Confessa di aver compiuto 24 omicidi, fa un gran numero di chiamate di correo ma manda in galera solo i propri nemici; con gli amici, continuerà a commettere reati.
Il colpo più grosso “Togliatti” lo fa mettere a segno il 15/1/1993, quando indica ai Ros la Y10 su cui viaggia Riina, e lo fa arrestare. Tale cattura viene descritta agli italiani come un brillante “successo investigativo”, una vittoria “epocale” delle forze dell’ordine; in realtà è una vendetta tutta interna a Cosa Nostra, consumata all’ombra delle leggi sui “pentiti”. Ormai “Togliatti”, citiamo da “L’Espresso”,

[può] considerarsi un pascià. Con il mezzo miliardo che lo Stato gli [anticipa] sui suoi futuri compensi di collaboratore di giustizia, si [compra] una casa e del terreno in un paesino a ridosso di Pisa, dove il Servizio centrale di protezione lo [ha] trasferito insieme alla seconda moglie e ai due figli. (Franco Giustolisi, “Licenza di uccidere o ritratto”, “L’Espresso”, 30/10/1997, p.60)

Tra l’altro, è proprio Di Maggio a raccontare il celebre episodio di Andreotti che bacia in fronte Riina.
Nel frattempo si “pente” anche Giovanni Brusca (uno capace di strangolare ragazzini e scioglierli nell’acido, al cui confronto persino ‘o animale poteva dirsi un galantuomo).
Nei primi mesi del ’97, Brusca manda una nota a Caselli, in cui sostiene che Di Maggio sta preparando l’omicidio di “qualcuno dei miei”. In effetti, Di Maggio è stato visto a San Giuseppe Iato. Cominciano le indagini, con tanto di intercettazioni telefoniche e ambientali. Si scopre che il grande accusatore di Andreotti, assieme al nuovo capo-mandamento Salvatore Genovese, ha radunato un gruppo di fuoco per sterminare gli uomini di Brusca. Ri-arrestato e torchiato ben bene, “Togliatti” confessa tre nuovi omicidi e un tentato omicidio. La sua vicenda è al centro di una polemica a briglia sciolta tra i Ros (che lo sorvegliavano) e la Procura di Palermo (che sarebbe stata informata tardivamente dei suoi spostamenti sospetti). Lo scontro istituzionale produrrà un effetto-valanga, arricchendosi di sempre nuovi elementi (episodi di corruzione e doppiogiochismo, oltre all’ambiguo ruolo di “Togliatti” e altri “pentiti” a margine del processo Andreotti), e porterà, alla fine del 1998, alla destituzione del colonnello Mario Mori, comandante dei Ros.
Poiché Caselli è stato un pioniere, anzi il pioniere del ricorso ai pentiti, si può ben concludere questa storia con una celebre parabola di Malcolm X, quella dei galli che tornano al pollaio dell’uomo bianco.
Altre vittime della pentitocrazia sono i parenti “protetti” dallo stato. Gente che ha la sventura di avere un “pentito” per lontano parente, magari acquisito, forse addirittura mai incontrato, all’improvviso si trova a dover temere la logica delle vendette trasversali, ed è costretta a consegnare la propria vita al Programma di protezione della Dia (a quanto dicono, inefficientissimo). Praticamente dei sequestrati vita natural durante. I parenti del “pentito” Gaspare Mutolo, da trent’anni residenti a Milano, vuotano il sacco in un’intervista che appare su “L’Espresso” del 14/1/1999: trasferimenti che somigliano a deportazioni; una provvigione mensile da parte dello stato che però non compensa l’uscita obbligata dal mercato del lavoro, l’interruzione dei contributi all’Inps e le carriere troncate; nuovi nomi ma non nuovi documenti d’identità; niente più diritti civili e sociali; schizofrenia e inenarrabili difficoltà nei rapporti umani; figli e nipoti quasi impossibilitati a proseguire gli studi; disattenzione da parte dei funzionari del Programma… Settemila cittadini italiani in queste condizioni, una media di cento a “pentito”. Non c’è da stupirsi che alcuni chiedano di abbandonare il Programma e preferiscano rischiare la pelle piuttosto che vivere così.

 

***

 

L’aspetto della pseudo-lotta al crimine organizzato che colpisce più direttamente le libertà dei cittadini è senz’altro la “guerra alla droga”, ad un tempo maestosa e ridicola tendenza repressiva avviata negli Usa dall’amministrazione Bush e subito importata in Italia da Bettino Craxi, dopo una visita da quelle parti (ottobre 1988).
La legge n. 162 del 26/6/1990 (detta “legge Jervolino-Vassalli” o, con più crudezza, “legge Craxi-Jervolino”) è una delle più vessatorie mai approvate in Italia (e ce ne vuole!); il suo fulcro è una dichiarazione ideologico-morale: “È vietato l’uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle etc.”. Un enunciato performativo proferito d’autorità e non discutibile da parte dei destinatari, i quali ascoltandolo o leggendolo vengono automaticamente collocati nel nuovo contesto etico. In una parola: un comandamento. Ma i comandamenti sono estranei alle basi del moderno diritto penale, che non dovrebbe fissare precetti morali bensì punire comportamenti ritenuti – a torto o a ragione – dannosi per i terzi; ad es. anziché un improbabile “È vietato essere osceni” troveremo: “Chiunque faccia intenzionalmente uso di parole oscene o diffonda materiale osceno per mezzo televisivo verrà punito con la pena….” e consimili accezioni. Invece, lo stato neo-pontificio ci dice che drogarsi è peccato. Un’oscenità anche da un punto di vista semplicemente liberale… ma in Italia i liberali non esistono (il quadriumvirato Croce-Gentile-Gramsci-Bonifacio VIII ha lo stato etico come denominatore comune).
La Craxi-Jervolino pone sullo stesso piano lo spaccio e la detenzione di stupefacenti, punendo con le stesse pene chi “coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, esporta o procura ad altri” e chi “acquista” o “riceve a qualsiasi titolo” o comunque “detiene” un quantitativo di droga superiore a una fantomatica “dose media giornaliera” (che, variando da un individuo all’altro, può essere stabilita solo in modo arbitrario). Le pene previste sono pesantissime: da 8 a 20 anni di reclusione se si tratta di droghe pesanti, e da 2 a 6 anni se si tratta di droghe leggere.
Si tratta di un reato di sospetto: la detenzione di una quantità “eccessiva” di droga implica automaticamente – anche in assenza di prove – la volontà di spacciarla, e viene punita al pari dello spaccio. In questo modo tutte le figure si appiattiscono l’una sull’altra: il consumatore saltuario viene trattato da tossicodipendente, il tossicodipendente viene confuso con lo spacciatore. La legge crea così una pericolosa contiguità e compenetrazione tra i soggetti e i mercati, e le conseguenze sono: la clandestinizzazione di tutti i consumatori; l’accresciuto potere ricattatorio degli spacciatori, con conseguente immissione sul mercato di sostanze più scadenti a maggior prezzo (e relativo aumento dei morti per overdose); l’aumento degli episodi di piccola delinquenza (direttamente proporzionale all’aumento del prezzo delle sostanze); l’ulteriore sovraccarico di un sistema penitenziario già sovraffollato; l’aumento dei poteri di prevenzione delle forze dell’ordine, dell’arbitrio giudiziario e amministrativo, del controllo sociale.
Qualche dettaglio in più su quest’ultimo punto, il più pertinente all’argomento di questo libro: il possesso di un quantitativo inferiore alla “dose media giornaliera” non è un reato penale bensì un illecito amministrativo di competenza del prefetto (figura istituzionale che nel 1944 Luigi Einaudi paragonò alla sifilide), ed è punito con sanzioni come la sospensione della patente, del passaporto e/o del porto d’armi (o, se si tratta di uno straniero, del permesso di soggiorno), per un periodo di 2-4 mesi. In alternativa, il soggetto in questione può “scegliere” di essere avviato a un “programma riabilitativo” (cioè la “disintossicazione” agli ordini di personaggi come Muccioli o di qualche pingue pretonzolo). Nel caso di chi è stato trovato con una canna, non si capisce bene in cosa consistano la “disintossicazione” e la “riabilitazione”, ma tant’è. Se il soggetto le porterà a termine, il procedimento verrà archiviato. Se invece sospende o rifiuta il trattamento, il prefetto può disporre, oltre al rinnovo delle sanzioni di cui sopra, misure cautelari quali il “coprifuoco” nelle ore notturne, il divieto di allontanarsi dal comune di residenza e/o di frequentare determinati locali pubblici, l’obbligo di presentarsi “almeno due volte alla settimana” alle pubbliche autorità etc.
Tutto questo lede il diritto di difesa: la segnalazione al prefetto da parte degli organi di polizia comporta automaticamente la procedura amministrativa, senza concreta possibilità di difesa.
Una legge talmente liberticida che, appena tre anni dopo, alcuni dei suoi aspetti più odiosi e vessatori verranno aboliti da un referendum. Nel frattempo, però, la Craxi-Jervolino ha un impatto devastante: nel primo anno di applicazione, le morti per overdose aumentano di circa il 20%, e la percentuale di tossicodipendenti passa dal 25% al 28% della popolazione carceraria (per salire fino al 50% nel 1995!).
Le sole beneficiarie della legge sono alcune comunità terapeutiche. Scopo di queste aziende-istituzioni totali è recuperare giovani drop-outs all’etica del lavoro e ai valori della famiglia. L’eroina sarà anche la merce par excellence, ma non per questo il tossicodipendente è il perfetto consumatore. Come scrive il Critical Art Ensemble:

Per quanto riguarda il consumo, dovrebbe essere usata una vasta gamma di beni e servizi, per non ostacolare la seduzione del consumatore da parte del prodotto […] I consumatori e i lavoratori circolano nella stessa maniera in cui circolano il denaro e l’informazione. Quando il ciclo si restringe o si blocca, perdendo velocità, occorre la forza fisica o simbolica per riaprire i canali di scorrimento. Il mito della dipendenza fornisce la forza simbolica per riaprire i canali, e legittima gli interventi fisici dell’establishment medico, per non parlare di quelli della polizia o dei giudici [… ] Se lo spendere si fa specifico e singolare, impedendo al consumatore di spostarsi verso altri settori di mercato differenziati, il consumatore è svalutato sotto il segno dell’eccesso e alla fine col segno della dipendenza. Solitamente la punizione è repentina, e culmina con l’incarcerazione in una delle tante istituzioni totali (cliniche, manicomi o prigioni). (Critical Art Ensemble, Disobbedienza civile elettronica e altre idee impopolari, http://www.geocities.com/CapeCanaveral/Hangar/2558)

 

NOTE

1. Su questo vogliamo essere chiari: Buscetta non è un Fioroni qualsiasi, e neppure uno dei pentiticchi a gettone a cui ci abitueranno gli anni Novanta, gentaglia come Sparacio o Di Maggio. Più che un “pentito” è un deluso. “Don Masino” ha sempre precisato di essere rimasto un “uomo d’onore”, di essere comunque un figlio di Cosa Nostra, a suo dire moralmente decaduta e tradita dai Corleonesi di Totò Riina (veri e propri “golpisti” in seno alla mafia). Buscetta non si “pente” per paura o per le pressioni esercitate dagli inquirenti; come racconta lo stesso Falcone: “…quando la polizia brasiliana, torturandolo, gli staccò le unghie dei piedi si limitò a ribadire: “mi chiamo Tommaso Buscetta”. Lo portarono in aereo sopra San Paolo. Aprirono il portellone, minacciarono di lanciarlo nel vuoto. Nulla. Né gli fecero cambiare parere le scosse elettriche o il fatto di essere stato legato ad un palo mani e piedi: non svelò mai i reati commessi, né quello che sapeva” (cit. in: Saverio Lodato, Dieci anni di mafia. La guerra che lo Stato non ha saputo vincere, Rizzoli, Milano 1992, p.146). Buscetta è senza dubbio un personaggio affascinante: ha un granitico senso di moralità ma si è da tempo sprovincializzato, non tollera più il trogloditismo dei Riina e dei Provenzano in tema di diritto di famiglia e di morale sessuale. Però rimane un “uomo d’onore” all’antica, non tollera il traffico di droga né il fatto che ora si ammazzino, vigliaccamente, anche le donne e i bambini. Decide di collaborare con la giustizia perché la “nuova mafia” gli fa ribrezzo. Non immagina che proprio il “pentitismo” diventerà un’arma nelle mani di una terza generazione di mafiosi, ancor più rozza, ferina e immorale (un nome su tutti: Giovanni Brusca).

2. Legge n.663 del 10/10/1986, detta “legge Gozzini”. Si tratta di un’ampia rivisitazione della riforma del ’75, della quale conserva immutati i princìpi direttivi e le condizioni generali ma estende – o meglio, reintroduce – le pene alternative alla detenzione: ripristino dei permessi-premio; estensione dell’affidamento in prova ai condannati con pena non superiore ai tre anni; maggiori retribuzioni e meno limitazioni burocratiche per il lavoro esterno; introduzione della detenzione domiciliare negli ultimi due anni di pena per alcune categorie di detenuti; ammissione alla semilibertà anche per l’ergastolano che abbia scontato 20 anni di pena. Inoltre, viene ri-disciplinato il regime di sorveglianza speciale: durata massima di 6 mesi; prorogabilità solo di 3 mesi ogni volta; obbligo per l’amministrazione del carcere di motivare il provvedimento; possibilità di reclamo al magistrato di sorveglianza; “incomprimibilità” di settori quali la salute, il vitto, il vestiario e i beni personali, le ore d’aria e i colloqui. Il magistrato di sorveglianza vede accresciuti i propri poteri e competenze per quanto riguarda il riesame della pericolosità del detenuto, delle misure di sicurezza etc. Last but not least, viene abolito il famigerato art. 90 (cfr. cap.3).

3. Come esempio di ciò che scrive il Bocca anni Novanta, citiamo da un pezzo intitolato Perché giornali e tv sono ai piedi dei garantisti da strapazzo (“L’Espresso”, 2/10/1997): “…sui pentiti, che sono qui e in tutto il mondo uno strumento di giustizia, fuoco a volontà: sparano i deputati-taxi, i garantisti sul libro conti, i servi, i carrieristi…”

 

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Nemici dello Stato Criminali, “mostri” e leggi speciali nella società di controllo 7. Mafia, 1982-1998 was last modified: febbraio 20th, 2015 by glianni70.it

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