I morti di Modena del gennaio 1950

I morti di Modena del gennaio 1950I morti di Modena del gennaio 1950

Nel 1950 dilaga nel Paese una nuova ondata di disordini. A Modena la polizia uccide sei dimostranti durante una manifestazione sindacale. Violente proteste in tutta Italia: a Roma una manifestazione si concentra a Piazza del Popolo e terminerà con violenti disordini che si estenderanno in tutto il centro della Capitale. Nella foto una fase degli scontri.

Per difendere le serrate e spezzare gli scioperi era pratica corrente sparare sugli operai e sui braccianti

LA STAGIONE DI SCELBA E DI DE GASPERI

Morti di Modena, Morti annundati. Quando Terracini, nella drammatica relazione che svolge davanti ai parlamentari dell’opposidone convocati d’urgenza il giorno dopo la strage, parla di «omicidi premeditati, eseguiti a sangue freddo», non fa altro che sottolineare un dato di fatto che, pur nella sua enormità, non è per niente “nuovo”. Quello è l’anno delle serrate, e quelli sono i mesi nei quali aprire il fuoco su operai e braccianti, al Nord e al Sud, è un metodo barbaro ma consolidato. Un evento che succede, succede spesso.

Sono passati 50 anni. Un libretto sbiadito, un vero instant-book, messo in circolazione dalla CGIL nemmeno un mese dopo l’eccidio come supplemento al n. 3 di Lavoro, riporta su pagine di carta povera i fatti e i documenti, le foto e le testimonianze dal vivo di quei giorni cruenti, lontani ma non troppo.

Nel solo 1948, l’anno del 18 aprile e della DC trionfante, sono 17 i lavoratori uccisi, centinaia i feriti, 14.573 gli arrestati (tra essi 77 segretari di Camere del lavoro). L’impiego della polizia nelle vertenze sindacali è una prassi costante; il ministro-mitra, che di nome fa Mario Scelba, mantiene il proposito espresso al momento dell’insediamento del governo De Gasperi: «Farò seguire un 18 aprile sindacale».

È lo “scelbismo; ogni agitazione di lavoratori vista come la lunga mano della cospirazione comunista in agguato e le “forze dell’ordine” chiamate a sparare sui braccianti intese come difensori della miriacciata libertà italica. È lo “scelbismo”, quasi una guerriglia.

Nei soli due mesi prima di Modena, ci sono tre eccidi – Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso – poveri braccianti stroncati dal piombo sul lungo, sanguinoso cammino della occupazione delle terre. Ma non ci sono metodi meno pesanti nel Nord delle industrie, sono considerati illegittimi e perseguibili a colpi di fucile anche gli scioperi a scacchiera o a singhiozzo, il picchettaggio delle fabbriche “serrate” dai padroni, persino la propaganda sindacale. 185mila militi tra poliziotti, carabinieri, guardie di finanza sono pronti in campo, 50mila in più che sotto il regime fascista.

Uno stillicidio cruento

Durante la lotta dell’Agro romano, la Camera del lavoro di Roma è posta in stato d’assedio la stessa vigilia di Natale a San Giovanni Persiceto «durante lo sciopero, la polizia batte i campi in jeep e motociclette… Chi non riesce a fuggire viene caricato sulle camionette… I braccianti, uomini e donne, vengono trasportati dieci o dodici chilometri lontani dalle loro abitazioni, si tolgono loro le scarpe e poi vengono abbandonati in aperta campagna. Nel corso dello stesso sciopero, la polizia ha arrestato 32 lavoratori, ne ha feriti 505 e ha distrutto 155 biciclette» (già, nella guerra dei poveri in corso, sono in campo anche distruttori di biciclette, gli sterminatori di abitazioni formate da un solo locale per dieci persone, le spedizioni punitive in luoghi dove la gente non possiede nulla di nulla).

Volti di operai e contadini trucidati ci guardano da queste pagine che sembrano sepolte. E i fatti – i fatti che annunciano Modena – sono una sequenza lunghissirna di violenze soprusi, sparatorie, rnorti e feriti, operai e contadini colpiti solo nell’ultimo anno; nella lista Gravina, Cosenza Andria, Rovigo, Pistoia, Ferrara, Molinella di Bologna, Cremona, Brescia, Sulmona, Salerno,Ostia, Marsala, Sesto S. Giovanni, Catanzaro, Urbino, Ancona, Pesaro.

Il massacro di Modena è però come una deflagrazione che scuote tutta Italia. Le Fonderie Riunite sono il cuore della città operaia, e il padrone, il conte Adolfo Orsi, ex boss fascista, pezzo grosso della Confindustria, proprietario di altre fabbriche metalmeccaniche, di grandi imprese commerciali, di cave nel Bresciano, di vasti possedimenti terrieri, è un vero padrone delle ferriere.

Vuole mano libera di cacciar fuori tutti i 565 dipendenti e assumerne quanti gli pare e piace e quando vuole lui; la Commissione interna non gli va e non la vuole; i sindacalisti devono stare fuori dai piedi; la lettera di licenziamento per tutti parte il 3 dicembre, e il 5 dello stesso mese con un’altra missiva fa presente che ne riassumerà nemmeno la metà. Il 19 gennaio parte lo sciopero provinciale, i cortei degli operai marciano con le bandiere, le Fonderie Riunite in “serrata” sono presidiate dalla Celere in armi: 800 militi di rinforzo sono stati chiamati da Bologna.

SEI MORTI E 50 FERITI

Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina l’Avanti! del giorno dopo. Il governo del 18 aprile: quello dell’atlantismo, della divisione sindacale, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista. Il fondo a firma di Pietro Nenni (PSI e PCI sono ancora legati da una Giunta di intesa, che però si scioglierà di lì a pochi anni), è un violentissimo attacco, politico e morale: «Il governo cattolico di De Gasperi e Scelba non ha neppure la comprensione umana e sociale di un Giolitti. La logica interna della sua politica di fame,diodio,dipaura lo ha ormai condotto al delitto in permanenza».
Il servizio da Modena è gridato con gli stessi accenti di esecrazione. «Il gonfalone del Comune di Modena, medaglia d’oro della lotta di liberazione, sventola a mezz’asta dal balcone del palazzo municipale. Il più brutale massacro che sia avvenuto dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi compiuti dai nazisti, ha gettato nel lutto la popqlazione modenese».

E Fernando Santi (socialista, segretario generale della CGIL} dalle stesse colonne non esita a dichiarare: «La verità è che a Modena – centro proletario per eccellenza – da due anni le autorità stanno svolgendo un’azione di intimidazione e di illegalità allo scopo di indebolire quel formidabile schieramento proletario».
Dietro quelle bare di operai si celano molte verità. L’esecutivo della CGIL si incontra d’urgenza con Scelba, i deputati e i senatori dell’opposizione senza eccezione sono convocati a Modena per il giorno successivo, gli statali sottoscrivono per le vittime, proteste e scioperi si susseguono in moltissime città grandi e piccole (a Torino, Firenze, Palermo, Venezia, Livorno, Milano, Bari, Alessandria, Genova, Verona); Roma è in piedi – 100 mila persone accorreranno al comizio in piazza SS. Apostoli – l’intera CGIL è mobililtata in tutta Italia, solo la Cisl «non ha voluto perdere l’occasione per dichiarare che essa non si associa».

L’italia si ribella

Tutta l’italia si leva contro il nuovo eccidio!”; è il titoto a 8 colonne dell’Unità dello stesso giorno, 10 gennaio. Lo sciopero generale è in atto in tutta Italia, i metallurgici di tutta Italia sono in sciopero per 24 ore, informa il giornale; e il fondo di Pietro Ingrao, sotto il titolo accusatore “Premeditazione” ha questa conclusione: «Bisogna fermare la mano degli assassini e far intendere a chi ne fosse tentato che sulla strada di Crispi e di Mussolini non si torna. I pazzi sono avvertiti».

Si ferma per 24 ore il compartimento ferroviario di Bologna, la FGCI è mobilitata così come l’Alleanza giovanile; il presidente Einaudi convoca De Gasperi d’urgenza Scelba, il quale «con vergognoso cinismo difende gli autori del massacro». Una manchette in alto a destra grida; “Ecco la politica di De Gasperi. Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso, Modena: 14 lavoratori uccisi in 70 giorni“. La Giunta d’intesa fra PCI e psi si è riunita d’urgenza.

Il Paese parla dell’«inaudita strage di Modena» e in un fondo dal titolo “I colpevoli” – il direttore Tommaso Smith spara a zero. «Non vi sono parole che bastino per bollare l’infamia di ciò che è accaduto ieri a Modena…Ornai nessun dubbio è più possibile. La violenza, la strage sono elevate a sistema.. L’Emilia è una terra arroventata da tempo. È colà che gli ordini di Scelba mantengono viva e drammatica una situazione insostenibile e sempre più pericolosa. Tutto ciò non avviene a caso. L’Emilia è anche la terra dove la coscienza e l’organizzazione operaia rivelano maggiormente la propria forza e la propria compattezza. È un fortilizio proletario… Fiaccata l’Emilia sarebbe facile al governo aver ragione anche altrove». Ancora un’altra verità che avanza dietro le bare degli operai di Modena. Continua infatti Tommaso Smith: «Per questo da mesi e mesi l’Emilia è tenuta in uno stato d’inquietudine costante, per questo, ieri, a Modena, si è sparato e ucciso». Un altro titolo dice: “Erano tutti inermi».

Non sono soltanto i giornali della sinistra a condannare, Modena è una visione inquietante. Sulla Stampa prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. «Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema». Rampognato dal Popolo per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista Vie Nuove, Gorresio risponde sul Mondo: «È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’invemo dl Pietroburgo». Gaetano Baldacci sul Corriere della Sera, ha così commentato la pratica delle cariche di polizia: «C‘è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società». E ” Il mitra facile e la poltrona comoda“; è il titolo del Giornale della Sera. Ai vivi in nome dei morti “; così il fondo di Sandro Pertini sull’Avanti il giorno prima dei funerali: «Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso, perché Cristo è nel lavoratore affamato che cade sotto il piombo del governo clericale».

LA LUNGA GIORNATA DI LUTTO

È una opposizione frontale, a tutto campo. Togliatti chiede la sostituzione di Scelba, Maurice Thorez, Segretario del PCF, manda un messaggio al PCI, è l’Unità a informare che è in atto la protesta di 700 mila metallurgici e che «venerdì De Gasperi presenta le dimissioni» (le quali con Modena non hanno niente a che fare, tanto che Scelba verrà riconferrnato agli Interni).

Mercoledi 11 gennaio è il giorno dei funerali. Il quotidiano del PCI invia Gianni Rodari, uno scrittore e un poeta piu che un cronista. 300 mila lavoratori ai funerali delle sei vittime“; è il titolo. «La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze…» Dalle otto del mattino alle 8 di sera, tanto è lunga la giornata del grande lutto di Modena «I sei Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere; uno per uno essi avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta ad un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile». Il discorso di Togliatti muove onde di commozione, si piange tra la fofla. Da Modena, da quei funerali di popolo, si leva l’appello per una nuova politica.

9 gennaio 1950, fuoco sugli operai.

Era un Anno Santo anche quello.

Claudio Grassi

Quel gennaio di sangue

1950, gli operai protestano contro i licenziamenti ingiustificati alle Fonderie Riunite, la polizia risponde sparando. Una azione preordinata che provocherà la morte di sei lavoratori: Angelo Appiani di 30 anni, Renzo Bersani di 21 anni, Arturo Chiappelli di 43 anni, Ennio Garagnani di 21 anni, Arturo Malagoli di 21 anni, Roberto Rovatti di 36 anni.

Modena, 9 gennaio 1950. La polizia, in un’epoca in cui prefetti e commissari erano spesso gli stessi del ventennio fascista, faceva fuoco su una manifestazione operaia indetta per protestare contro la serrata delle Fonderie Riunite, di proprietà di padron Orsi: sei lavoratori – tre dei quali giovanissimi, di soli ventuno anni -restavano sulla strada privi di vita, insieme a decine di feriti.

Nell’Italia della ricostruzione, quelle Fonderie non erano affano in difficoltà: nel corso dell’anno precedente la produttività era aumentata (da 1800 a 2500 quintali al mese) così come i profitti (in un anno, 222 milioni delle lire di allora). Anche gli straordinari avevano subito un netto incremento (complessivamente fino a 8000 ore mensili), mentre le retribuzioni erano diminuite.

Eppure – scavalcando unilateralmente la Gamera deI lavoro e l’Ufficio di collocamento – la direzione aziendale annunciava il licenziamento dei 565 dipendenti, assicurando nel contempo la riassunzione di 250 di essi e l’ingresso di un centinaio di nuovi assunti. L’evidente intento era quello di ripulire la fabbrica, di far fuori gli “attaccabrighe” della Commissione interna e tutti quelli sindacalmente e politicamente impegnati. Il padrone dimezzava già il premio di produttività a quanti parlavano nelle riunioni di reparto, a chi era sorpreso a diffondere il giornale di fabbrica, a chi scioperava: questa volta voleva una resa dei conti definitiva. I lavoratori in sciopero stavano dunque difendendo il loro posto di lavoro e quello dei loro compagni; ma anche la libertà di pensiero, di associazione, di lotta per i loro diritti.
In quei mesi, l’eccidio di Modena fu l’ultimo di una tragica serie. Il 30 ottobre del ‘49, a Melissa in Calabria, la Celere di Scelba aveva scaricato le sue mitraglie sugli occupanti di un fondo del marchese Berlingieri, proprietario di 2 mila ettari di terra, lasciando uccisi sul terreno due giovani braccianti. Nelle settimane successive, a Torremaggiore (Puglia), un commissario ex repubblichino ordinava la carica contro una manifestazione di braccianti che si opponevano alla decisione di ridurre l’imponibile di mano d’opera a carico dei proprietari terrieri, con conseguente aumento della disoccupazione bracciantile: anche qui, il prezzo fu di due morti. Pochi giorni dopo, a Montescaglioso in provincia di Matera, ancora dei braccianti poveri che avevano occupato pezzi di latifondo entravano nel mirino dell’azione repressiva. Risultato: altri due occupanti uccisi. Nel giro di due mesi, quattro eccidi, dodici morti, centinaia di feriti, decine di arresti.

L‘opinione pubblica, non solo italiana, fu scossa da questo massacro di lavoratori. La CGIL quella di Di Vittorio, levò la sua voce contro il governo e la protervia del padronato. Nel vivo di un duro confronto tra le classi, si trattava di rendere operanti dei principi elementari di democrazia sostanziale: la terra va a chi lavora, lo sciopero (ma non la serrata) è uno strumento lecito e garantito dalla Costituzione, le armi di polizia e carabinieri devono essere bandite dalla gestione della piazza nel corso dei conflitti di lavoro.

Il movimento operaio guadagnava altresì il consenso di parte della grande stampa borghese. Così, sul Corriere della Sera si poteva leggere: “C’è una realtà disonorevole per il nostro Paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre proprietari di immense terre, non sufficientemente coltivate, ma pur sempre, data l’estensione, altamente redditizie, se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica e l’alta società“.

Anche dall’estero arrivavano giudizi significativi, come quello espresso da Elisabetta Wiskermann sulla rivista inglese Illustratect «Il governo democristiano ha creato una polizia organizzatissirna e violenta (arruolando molti degli appartenenti alla polizia di Mussolini) e così la classe dei ricchi si è sentita sicura“. Il dopoguerra è stato quello del “centrismo” di De Gasperi, con la pacificazione postfascista, la ricostruzione sotto la tutela a stelle e strisce del Piano Marshall, la politica deflazionistica e di contenimento della spesa pubblica di Luigi Einaudi, la polizia del ministro degli Interni Mario Scelba.

Ma è stato anche quello dei lavoratori di Modena e dei braccianti del Sud. Quello che descriviamo nel nostro inserto è un pezzo della storia di popolo che i comunisti rivendicano come propria: il sacrificio di quegli anni ha segnato il percorso di lotta, le conquiste di libertà e democrazia dei lavoratori nel nostro Paese. Se ha un senso la nozione di democrazia “sostanziale” – in quanto contrapposta alle ipocrisie del formalismo giuridico borghese – allora non si può misconoscere che i comunisti, con le loro idee e le loro lotte, hanno contribuito a inverare, a riempire di contenuto progressivo il principio della libertà. Questa storia è parte essenziale di una convivenza solidale, civile, democratica; rispetto ad essa non ci sentiamo affatto degli “ex” per riprendere l’infelice espressione del presidente del Consiglio.

Certo, oggi sappiamo che la storia non è lineare, che può anche riservare delle brusche retromarce: per convincersene, basta dare un’occhiata al contenuto pesantemente regressivo dei referendum proposti oggi da Pannella e Bonino. In ogni caso, per comprendere il presente, è bene tenere a mente il passato: senza memoria non si costruisce il futuro.

Liberazione, 9 gennaio 2000

Giancarlo Lanutti

Uccisi a sangue freddo

Una strage accuratamente pianificata ed eseguita confredda determinazione, con l’evidente intento di intmidire le masse operaie e popolari, di colpire le loro organizzazioni politiche e sindacali (PCI, PSI e CGIL in primo luogo) e di intaccare le radici che legavano la sinistra antagonista – come si direbbe oggi – ai milioni di operai e contadini impegnati nelle lotte quotidiane per il lavoro e la democrazia. Questo e non altro è stato l’eccidio di Modena del 9 gennaio 195O: un eccidio che voleva essere a modo suo “esemplare” e che fu il momento culminante di una serie pressoché ininterrotta di episodi sanguinosi, come quelli – tanto per limitarci aitre mesi precedenti – di Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso.

Tiro al piccione

È la tecnica stessa della strage, configuratasi piuttosto come un succedersi di singoli assassinii, a confermare questa valutazione. Non c’è stato, quella mattina di cinquant’anni fa, nessuno “scontro” tra dimostranti e polizia, nessun “atto di violenza” e nessuna “provocazione” contro le cosiddette forze dell’ordine; c’è stato invece da parte di queste ultime un sistematico tiro al piccione contro operai isolati ed indifesi. E a smentire la tesi grottesca ed infame del ministro degli Interni Scelba secondo cui poliziotti e carabinieri avrebbero sparato per difendersi dall’assalto di “una folla armata fino ai denti” c’è il bilancio stesso di quella tragica giornata: 6 morti e 50 feriti, di cui molti gravi, fra i lavoratori; soltanto tre contusi fra gli agenti, nessuno dei quali ferito da arma da fuoco. Segno evidente che si è sparato da una parte sola, quella stessa da cui è venuta la provocazione.

Tutto è cominciato il 5 dicembre 1949, quando l’industriale Adolfo Orsi, il maggiore industriale del Modenese e uno dei più forti dell’Italia di allora, metteva in atto la serrata delle Fonderie Riunite, teoricamente per ridurre la mano d’opera in eccesso ma in realtà per “epurare” le maestranze da tutti gli elementi sindacalmente e politicamente attivi. Lo dimostra il fatto che all’inizio di quel mese di gennaio venivano improvvisamente annunciati, proprio per il 9, la riassunzione di soli 250 dei 565 vecchi operai e l’ingresso in fabbrica di un certo numero di nuovi assunti. Immediata quanto logica la decisione della Camera del lavoro di proclamare per quel giorno uno sciopero e una manifestazione di protesta.

A questo punto scattava la seconda fase della provocazione, con l’afflusso in città di ingenti rinforzi di polizia e carabinieri, dotati di autoblindo, da Cesena, Bologna, Ferrara, Parma, Forlì e Reggio Emilia. Tutta la zona intorno alle Fonderie, lungo l’asse di viale Ciro Menotti, veniva messa di fatto in stato d’assedio, mentre reparti in arni presidiavano tutti gli altri punti nevralgici della città. La CdL chiedeva intanto la concessione della centrale Piazza Roma per tenervi un comizio, e l’otteneva soltanto la mattina stessa, quando era possibile darne l’annuncio solo per mezzo di megafoni e altoparlanti mobili.

Il comizio era previsto per le 10, e quasi alla stessa ora ebbe inizio la sparatoria. In quel momento le strade della città erano percorse da gruppi di scioperanti che si recavano in parte verso il centro e in parte verso le Fonderie Riunite, senza però che si potesse parlare di un unico corteo organizzato. Ed infatti i sei caduti furono uccisi in luoghi e in momenti diversi, con una vera e propria opera di cecchinaggio; esattamente – e significativamente – come accadrà dieci anni più tardi, al momento della protesta contro il governo Tambroni, con la strage dei cinque operai di Reggio Emilia.

La prima vittima

Il primo a cadere tu Arturo Chiapelli, di 43 anni, ucciso da un carabiniere appostato sulla terrazza delle Fonderie mentre attraversava da solo i binari della ferrovia che corre accanto allo stabilimento e dopo che i manifestanti riunitisi in quella zona erano stati dispersi con lancio di lacrirnogeni e raffiche sparate in aria; caduto tra i binari, ci vollero alcuni minuti perché i compagni potessero recuperame il corpo in quanto il “cecchino” continuava a sparare. Quasi contemporaneamente e a poca distanza cadeva la seconda vittima, Angelo Appiani di 30 anni, che si trovava con altri quattro o cinque lavoratori davanti ai cancelli delle Fonderie e che venne freddato da un carabiniere (o da un milite della Celere, secondo altre testimonianze) uscito incontro a loro con il fucile spianato.

Il terzo assassinio veniva cornmesso davanti a uno sbarrarnento di agenti che aveva bloccato un corteo di circa 200 lavoratori con bandiere e cartelli. Anche qui lancio di lacrimogeni e successiva violenta carica; nel fuggi fuggi generale, l’operaio Roberto Rovatti di 36 anni, già combattente partigiano, che portava un cartello, veniva aggredito, percosso con i calci dei fucili, rovesciato nel fossato che costeggia la strada e finito con un colpo di arma da fuoco. Seguì una fase di relativa tregua, della quale i sindacalisti approfittarono per far circolare la notizia che il comizio era spostato al pomeriggio; ma dopo le 12 riprendevano le cariche, fra il crepitare continuo delle armi e i lanci di lacrimogeni; i lavoratori venivano di fatto incolonnati verso il viale Ciro Menotti dove i blocchi dì polizia avevano predisposto dei passaggi obbligati, vere e proprie forche caudine al cui passaggio gli scioperanti venivano percossi e molti di loro arrestati. E qui finirono uccisi a sangue freddo, da uno stesso carabiniere, Ennio Garagnani, di 21 anni, colpito alla nuca mentre svoltava per via Piave, e Renzo Bersani, anch’egli di 21 anni e fratello di un fucilato dal nazisti, raggiunto da un proiettile mentre stava per voltare in via Monte Grappa. Incerte restarono invece le circostanze dell’uccisione del sesto operaio, Arturo Malagoli, di 21 anni anch’egli comunque colpito a sangue freddo.

Queste le circostanze del barbaro eccidio del 9 gennaio 1950. Abbiamo già detto che non fu il primo, molti altri lo avevano preceduto, e non fu nemmeno l’ultimo. Maigrado il possente moto di protesta che riempì le piazze di tutte le città (a Roma sfilammo in centomila, affrontando ancora una volta le cariche della Celere), già nei tre mesi successivi altri lavoratori sarebbero caduti sotto il fuoco della polizia nelle località abruzzesi di Celano e Lentella. Soltanto fra il gennaio 1948 e il giugno 1950, il bilancio della repressione contro la sinistra fu di 62 lavoratori uccisi di cui 48 comunisti, 3.126 feriti di cui 2.367 comunisti, 92.169 arrestati di cui 73.870 comunisti e 8.441 anni di carcere inflitti di cui 7.598 a comunisti. Cifre agghiaccianti, che parlano da sole.

Marisa Malagoli Togliatti

Mio fratello

« MIO FRATELLO, UN OPERAIO CHE AVEVA FATTO COSE STRAORDINARIE »

L’Eccidio di Modena nei ricordi di Marisa Malagoli, sorella di Arturo e figlia adottiva di Palmiro Togliatti

Marisa Malagoli Togliatti il 9 gennaio 1950 aveva sei anni. Per una strana legge della vita, più i ricordi sono lontani più sono nitidi e chiari. Così, il racconto della figlia adottiva del Migliore e Nilde Jotti è talmente vivido da riportare in vita non solo una grande tragedia personale e della storia dell’Italia repubblicana, ma lo spaccato di un’epoca che sembra lontana secoli. Il fratello Arturo, ventenne, fu una delle sei vittime dell’eccidio che ricordiamo in queste pagine.

«La mia era una tipica famiglia patriarcale – ci racconta – Mio padre era del 1893, lo stesso anno di Palmiro Togliatti. Abitavo con i miei fratelli e le mie sorelle (eravamo dodici figli) in una casa di campagna a Nonantola, un paesino dove c’è una bellissima abbazia romanica, sulla strada che congiunge Modena con Bologna. Tre sorelle sono morte piccolissime, due nel ’19 per l’epidemia di Spagnola. I miei genitori erano mezzadri e mi ricordo che ogni tanto veniva a trovarci il padrone. Io ero la figlia più piccola. Mio fratello Arturo, di circa 21 anni, e l’altro fratello Giuseppe (classe 1920) erano i più politicizzati della famiglia. Con una differenza. Giuseppe era bracciante, quindi continuava a lavorare in campagna. Arturo, invece, era il primo della famiglia che dalla campagna si si era spostato in città per lavorare in fabbrica. Questi due miei fratelli “politicizzati” sono uno dei miei ricordi più vivi: ho nitidissimi flash della campagna elettorale del 18 aprile del ’48, perché loro due erano molto indaffarati ad andare in giro a disegnare ovunque il simbolo del Fronte popolare, quello con la faccia di Garibaldi, o ad innalzare la bandiera rossa sull’albero più alto vicino casa.
Un altro ricordo è il 14 luglio ’48. Io stavo con mia madre e gli altri figli piccoli sotrto il portico a fare lavori di campagna. Era pomeriggio, quando mio fratello Arturo arrivò da Modena portando la notizìa dell’attentato a Togliatti. Arturo era un po’ il nostro tramite con la città e con il resto del mondo, dato che non avevamo la radio (essendo privi di elettricità). La notizia destò una grande impressione, tanto che mi è rimasto questo ricordo vivissimo, pur essendo così piccola. Un mese prima dell’eccidio, c’erano già state delle manifestazioni e Arturo era finito in carcere per qualche giorno. Per la mia famiglia fu una cosa molto grave, ma nei miei ricordi di bambina è rimasto impresso un particolare curioso: dato che mio fratello era l’unico con l’orologio, in casa non sapevamo quasi più che ora fosse. Invece, il giorno in cui venne ucciso, ricordo che io tornavo a piedi da scuola con mia sorella Renata. Era un giorno bello ma freddo. Da lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c’era la polizia e quando fummo vicine alla casa sentimrno le urla e il pianto di mia madre. Il giorno dopo, c’era una nebbia terribile, fummo tutti portati in auto (e quello era già un evento, all’epoca le macchine erano una rarità) all’obitorio dell’ospedale di Modena. La scena mi è rimasta impressa: il corpo di mio fratello, il sangue dappertutto, per terra e sul lenzuolo, gli altri morti».

Che cosa ha rappresentato quella tragedia?

C’erano stati altri di questi “omicidi premeditati”. Ricordo Melissa, Montescaglioso. Quello di Modena, però, segnò uno spartiacque. Forse perché gli altri erano paesi piccoli e sperduti, mentre Modena era una realtà molto più strutturata, con un ambiente sociale ben definito. I funerali furono enormi e vi partecipò letteralmente tutta la città, indipendentemente dal colore polltico. Tanto è vero che l’ordine fu garantito non dalla polizia, ma da chi aveva organizzato la manifestazione e questo ha impedito che accadesse qualcosa di terribile. I morti di Modena sono diventati simboli della lotta operaia anche perchè combattevano per il posti di lavoro, in un’epoca di grande disoccupazione.

 

Dopo il 9 gennaio che cosa è cambiato sul piano personale?

Successe che Togliatti, venuto a Modena in seguito all’eccidio, decise con Nilde Iotti di aiutare una delle famiglie coinvolte. La scelta cadde su di noi. Il tramite fu l’onorevole Gina Borellini, una partigiana medaglia d’oro alla Resistenza, che in guerra aveva perso un arto. Anche dietro spinta dei miei fratelli e delle mie sorelle, fu stabilito, con una specie di accordo reciproco, che io andassi a Roma a studiare. Quello dello studio era un mito dei miei fratelli che non avevano potuto andare oltre la quinta elementare: erano consapevoli che andare a scuola era il mezzo per cambiare la propria condizione.

L’idea che io potessi studiare fu anche di incentivo per mia madre che era restia a lasciarmi andare. In realtà, l’allontanamento è poi stato relativo, sono scmpre stati mantenuti molti contatti, sia perché io tornavo regolarmente a Modena, sia perché qualcuno della mia famiglia veniva a Roma. Da allora ho vissuto sempre con Palmiro Togliatti e Nilde Jotti. Prima che io compissi i diciotto anni, Togliatti, riuscì, con un’azione legale, a darmi il suo cognome. Infatti io mi chiamo Malagoli Togliatti. La scelta era caduta su di me perché io ero la più piccola e avevo appena cominciato la scuola, ero in prima elementare. Fui certamente privilegiata. In ogni caso, i rapporti tra le due famiglie sono rimasti sempre molto stretti. Anzi, paradossalmente, per Nilde, specie dopo la morte di Togliatti, i Malagoli sono stati quasi l’unica famiglia di riferimento.

Esiste ancora la casa dl Nonantola?

Sì, esiste ancora. Ci siamo andati poco prima che Nilde si ammalasse, il 25 aprile del ’98, per il matrimonio di un mio nipote. Mi sono recata con i miei figli a vederla, siamo anche entrati: è ancora abitata, è stata ristrutturata e abbellita. I miei genitori l’avevano lasciata pochi anni dopo l’uccisione di Arturo, trasferendosi in un appartamento alla periferia di Modena, quando i miei fratelli avevano trovato lavoro in città.

Qual è l’ultimo ricordo di Arturo?

A parte quando l’ho visto morto con le lenzuola insanguinate, quando è tornato dal carcere: guardavo con un certo timore reverenziale questo fratello così importante, che aveva fatto tutte quelle cose straordinarie.

È stato utile il suo sacrificio?

Credo che l’odio e l’esecrazione per la polizia di Scelba siano nati proprio dopo la tragedia di Modena. Ed è dopo Modena che si pongono le basi della sconfitta politica della Democrazia cristiana nel ’53. La DC pagò, in termini elettorali, gli episodi di quegli anni: Melissa, Montescaglioso, Modena, ma anche i tanti e ripetuti casi di represslone, di intimidazione, di discriminazione politica.

Romina Velchi, Liberazione 9 gennaio 2000

Palmiro Togliatti

Orazione funebre

Alle salme dei sei cittadini di Modena, caduti nelle vie di questa città il giorno 9 gennaio, ai familiari affranti dal lutto, alla città intera, che abbiamo visto stamane ancora impietrita dallo stupore e dal dolore, ai lavoratori di Modena e di tutta l’Emilia qui convenuti e qui presenti, porto l’espressione della solidarietà e del cordoglio profondo del Partito Comunista Italiano, del partito di Antonio Gramsci, del partito che lavora nello spirito di Lenin e di Stalin.
Credo però che nessuno, in questo momento ed in questa circostanza, vorrà contestarmi il diritto di recarvi l’espressione della solidarietà e del cordoglio di tutti gli italiani i quali hanno senso di umanità e di fraternità civile.
Vero è che in questo momento, di fronte alla maestà infinita della morte, di fronte allo schianto dei familiari e al dolore di tutto il popolo, di fronte agli occhi vostri pieni di lagrime, io sento soprattutto la vanità dì tutte le parole umane.
Ma parlare bisogna, perché voi, compagni e fratelli nostri, non siete caduti vittima di un tragico equivoco. Prima di voi, nelle stesse condizioni, per le stesse cause, altri lavoratori sono caduti e continuano a cadere. La fine vostra è indice di una tragedia che investe tutto il popolo, che tocca la vita stessa della nazione italiana.
Ed allora parlare bisogna, e chiaramente bisogna parlare; e debbono parlare chiaramente, prima di tutto, i partiti e gli uomini che si sentono legati al popolo da inscindibili legami, e che sentono rivolgersi verso di loro la fiducia e l’attesa dei lavoratori.
Bene hai fatto, o città di Modena, città eroica e gloriosa, medaglia d’oro della guerra per la libertà d’Italia, madre di lavoratori coraggiosi e disciplinati; bene hai fatto ad avvolgere le bare di questi tuoi figlioli caduti, nel drappo dei colori nazionali. Questo drappo e questi colori sono il simbolo della nostra unità, dell’unità della patria e dì tutti i cittadini italiani nella difesa dei valori essenziali della nostra esistenza. Tutta la nostra vita, tutta la vita e tutta la lotta del nostro partito, ci fanno fede che io non vorrei pronunciare, in questo momento, altre parole che non fossero un appello severo ad unirsi tutti, davanti a queste bare, per deprecare ciò che è accaduto, per respingere questa macchia dalla realtà della vita del nostro paese.
Ma voi, voi siete stati uccisi!
In uno Stato che ha soppresso la pena di morte anche per i più efferati tra i delitti, voi siete stati condannati a morte, e la sentenza è stata su due piedi eseguita nelle vie della città, davanti al popolo inorridito.
Chi vi ha condannati a morte? Chi vi ha ucciso? Un prefetto, un questore irresponsabili e scellerati? Un cinico ministro degli interni. Un presidente del consiglio cui spetta solo il tristissimo vanto di aver deliberatamente voluto spezzare quella unità della nazione che si era temprata nella lotta gloriosa contro l’invasore straniero; di aver scritto sulle sue bandiere quelle parole di odio contro i lavoratori e di scissione della vita nazionale che ieri furono del fascismo e oggi sono le sue?
Voi chiedevate una cosa sola, il lavoro, che è la sostanza della vita di tutti gli uomini degni di questo nome. Una società che non sa dare lavoro a tutti coloro che la compongono è una società maledetta. Maledetti sono gli uomini che, fieri di avere nelle mani il potere, si assidono al vertice di questa società maledetta, e con la violenza delle armi, con l’assassinio e l’eccidio respingono la richiesta più umile che l’uomo possa avanzare: la richiesta di lavorare.
È stato detto che questo stato di cose deve finire. È stato detto: basta!
Ripetiamo questo basta, tutti assieme, dando ad esso la solennità e la forza che promanano da questa stessa nostra riunione. Ma dire basta, non è sufficiente, perché gli assassinii e gli eccidi si succedono come le note di una tragedia, in modo tale che non ha nessun precedente nel nostro paese, e che tutti riempie di orrore. Non è sufficiente dire basta, dobbiamo impegnarci a qualche cosa di più. Noi vogliamo la pace sociale e la pace tra i popoli. Anche a questo governo ed agli uomini che lo dirigono abbiamo offerto e chiesto una politica di distensione e di pace. A milioni di lavoratori che appoggiavano questa nostra offerta e richiesta, si è risposto con le armi da fuoco, con l’assassinio, con l’eccidio. Non possiamo non tener conto di questa risposta. È di fronte ad essa che dobbiamo assumerci un nuovo impegno.
Come partito dì avanguardia della classe operaia e del popolo italiano, coscienti della nostra forza che ci ha consentito di conchiudere vittoriosamente cento battaglie, ci impegnarono ad una nuova, più vasta lotta, in difesa della esistenza, della sicurezza, degli elementari diritti civili dei lavoratori.
Ci impegniamo a svolgere un’azione tale, di propaganda, di agitazione, di organizzazione, che raccolga ed unisca in questa lotta nuovi milioni e milioni di lavoratori, tutte le forze sane del popolo italiano. Ci impegniamo a preparare e suscitare un movimento tale, un sussulto proveniente dal più profondo stato di cose che grida vendetta al cospetto di Dio.
E voi, compagni e fratelli caduti, Angelo Appiani di anni 30; Alberto Rovati di anni 36; Arturo Malagoli di anni 21; Ennio Garagnani di anni 21; Renzo Bersani di anni 21; Arturo Chiappelli di anni 43, riposate!
Non oso, non son capace di dirvi: riposate in pace! Troppo breve, troppo tempestosa, tragicamente troncata è stata la vostra esistenza. Troppo grave è l’appello che esce dalle vostre bare.
Ma voi, madri, sorelle, spose, non piangete! Non piangiamo, lavoratori di Modena. Sia l’acre sapore delle lagrime, per non piangere, inghiottito, stimolo aspro al lavoro nuovo, alla lotta!
Dobbiamo far uscire l’Italia da questa situazione dolorosa. Vogliamo che l’Italia diventi un paese civile, dove sia sacra la vita dei lavoratori, dove sacro sia il diritto dei cittadini al lavoro, alla libertà, alla pace!
Andiamo avanti, grazie allo sforzo unito di tutti i lavoratori, di tutto il popolo italiano; nostra deve essere, nostra sarà la vittoria!
Allora anche voi, compagni e fratelli caduti, riposerete in pace!

I morti di Modena del gennaio 1950 was last modified: febbraio 8th, 2015 by glianni70.it

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