Marina Tesoro, Bordiga il calvinista (Critica sociale, n. 4, 27 maggio 1977)

Marina Tesoro, Bordiga il calvinista

(Critica sociale, n. 4, 27 maggio 1977)

Critica_SocialeRiproponiamo un vecchio e misconosciuto articolo di Marina Tesoro che mantiene una certa freschezza ed onestà intellettuale, pur con i cedimenti sui soliti luoghi comuni quando la nostra “intellighenzia” si dedica a Bordiga.

 

Bordiga il calvinista

 

Cosa c’è nell’accanita e rigorosa coerenza ideologica dell’ingegnere napoletano che inquieta ancora oggi i dirigenti comunisti italiani?

 

Per una singolare coincidenza dopo un’ulteriore fase di black out sono stati pubblicati quasi contemporaneamente alcuni testi riguardanti Amadeo Bordiga, il principale artefice della scissione di Livorno, primo segretario del Pci, personaggio discusso e difficile, amato e esaltato da alcuni almeno con la stessa intensità con cui è stato da altri odiato e osteggiato.

La tormentata vicenda politica di Bordiga riconduce sempre a tali e tante contrapposizioni ideologiche, per certi versi ancora così vive e brucianti, che anche il solo discuterne può significare ogni volta affrontare una polemica [1]. Infatti, il naturale legame tra impegno storiografico e interesse politico non ha trovato sempre, nei casi in cui Bordiga è stato al centro del discorso, quell’adeguata comprensione fatta di obiettività, di distacco, di fondatezza di giudizio, che si richiede ad una valida ricostruzione storica.

Da questo punto di vista è molto apprezzabile il tentativo di Franco Livorsi, autore di una prima completa biografia politica di Bordiga (Amadeo Bordiga, Il pensiero e l’azione politica. 1912-1970, Editori Riuniti, 1976, pp. 460) che intende far giustizia delle troppe e pesanti colpe della storiografia comunista «ortodossa» nei confronti di questo «padre ripudiato».

Nel complesso si può dire che Livorsi riesca nel suo intento, per il solido impianto documentario che sorregge un’analisi equilibrata scevra da finalità faziose e strumentali. Anche se non si può fare a meno di notare come talvolta Livorsi tenda a smussare certi giudizi (più netti ed espliciti invece nella sua precedente Nota sul pensiero di Amadeo Bordiga, premessa agli Scritti scelti editi da Feltrinelli nel 1975) e si attenga in qualche circostanza un po’ forzatamente, ad un modulo interpretativo, per così dire, già consolidato. L’aspetto più nuovo e originale di questa sorta di opera di «esorcismo» che la casa editrice comunista ha trovato il coraggio di compiere sul nome di Bordiga, consiste nel riconoscimento delle sue notevoli capacità teoriche, specie nel campo dell’analisi economica e dell’esame di tutta la produzione bordighiana, compresi i testi minori e quasi sconosciuti dell’ultimo periodo. Dal punto di vista della valutazione storico-politica complessiva, invece, il lavoro di Livorsi non supera i risultati già acquisiti da Spriano e da Franco De Felice [2]. E’ un fatto, comunque, che questo studio, proprio in quanto libero da ipoteche polemiche, si colloca su un piano squisitamente storiografico.

Viceversa, la riproposizione di alcuni tra i più significativi scritti di Bordiga (da parte della casa editrice Iskra) [3] risponde a tutt’altra esigenza, perché mira non tanto a «compiere un lavoro di scavo puramente archeologico» [4], quanto invece a misurare la validità dell’analisi bordighiana sul metro dell’attualità. Insomma, fatalmente Bordiga torna ad essere presentato come un personaggio del presente politico e non del passato storico.

«Senza teoria rivoluzionaria non c’è partito rivoluzionario». Nella storia del movimento operaio italiano, nessuno più di Bordiga ha mai preso alla lettera questo eloquente principio leninista. «Dai principi alla prassi» era il suo motto, dalla teoria alla realtà e mai viceversa. Per Bordiga il materialismo storico costituiva una scienza: niente di quanto sta scritto nel Manifesto o nel Capitale poteva essere contestato, rivisto o anche solo aggiornato. La «invarianza» del marxismo è il nodo centrale di tutta la tematica bordighiana e qui sta, forse, la ragione del suo fascino e insieme della sua debolezza.

La rivoluzione verrà, maturerà da sola quando il contrasto tra forze di produzione e rapporti di produzione avrà raggiunto il suo apice. Bordiga ne era talmente convinto che negli anni ’50 aveva individuato persino la data e ancora nel 1969 scrivendo a Terracini aveva ribadito: «Io attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che, come ho sempre previsto, entro il 1975 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista, ossia soprattutto senza la peggior muffa interclassista, quella della gioventù così detta studente» [6]. Erano i suoi ultimi anni di vita (morrà nel 1970) e si era nel pieno della stagione sessantottesca, ma la frecciata finale contro la «gioventù studente» non smentisce l’uomo che, fino all’ultimo, rifiuta di farsi strumentalizzare.

Infatti, accanto ai bordighisti più ortodossi del Partito comunista internazionalista (fondato nel 1942, presente a Milano, in Piemonte, nel Veneto, con un suo giornale quindicinale: Il Programma Comunista) e della Sinistra Comunista (nuclei soprattutto in Piemonte), e a quelli eterodossi di Rivoluzione comunista e di battaglia comunista, tra i molti gruppi che fiorirono in quel clima di contestazione al sistema e ai partiti tradizionali, parecchi si rifecero a Bordiga.

Anche se non tutte le sue analisi erano condivise, e anzi certe sue posizioni venivano nettamente respinte, Bordiga era tornato ad apparire come un autentico leader rivoluzionario. Più di Togliatti certamente, e perfino più di Gramsci. Del resto anche nel campo storiografico, con chiari intenti polemici nei confronti della politica «revisionista» del Pci si stava operando un tentativo di recupero della matrice più antica del partito, quella appunto bordighiana. Alcuni storici come Cortesi, Merli, la De Clementi – il gruppo che faceva capo alla Rivista storica del socialismo [7] – non avevano esitato a raffigurare Bordiga come il modello del più puro rivoluzionario, il solo che avesse realmente compreso e spesso anticipato Lenin. Insomma Bordiga era apparso allora un punto di riferimento preciso per il rilancio della «nuova sinistra». Agli occhi della generazione del ’68, i quarant’anni di ostracismo che gli aveva decretato il Pci diventavano un titolo di merito, la sua ostinata battaglia contro «l’orripilante interclassismo» di Togliatti e dei suoi successori e la fedeltà di tutta una vita alle proprie idee, senza mai un cedimento o un compromesso – e il prezzo era stato ben alto: l’isolamento personale e politico, il disprezzo degli ex-compagni, la fama di eretico e di traditore – lo facevano sembrare, al pari di Trotckij, quasi un «profeta inascoltato».

Ma questa specie di tardiva «riabilitazione» non era cosa da commuoverlo eccessivamente. Tanto più che nei giovani contestatori egli non riusciva a vedere i caratteri indispensabili per ricostruire quel Partito Rivoluzionario che era sempre stato la sua ossessione. Mancava, a suo giudizio, la preparazione teorica, la compattezza ideologica, il «Programma». E poi, gli studenti erano pur sempre figli della borghesia: pochi di loro sarebbero stati disposti a disertare fino in fondo dalla propria classe, come aveva fatto lui più di sessant’anni prima; pochi avrebbero accettato di annullarsi nel Partito e per il Partito, compiendo un lavoro anonimo e mai gratificante sul piano individuale, dimenticando addirittura i propri dati anagrafici e spersonalizzando al massimo ogni iniziativa e ogni intervento politico.

Non esistono protagonisti nella storia della lotta di classe, aveva sempre sostenuto Bordiga, e per primo aveva rifiutato il ruolo di capo e di guida anche quando tutti gli altri, Gramsci compreso, glielo avrebbero facilmente riconosciuto. Era una questione di principio, ma c’era anche, quasi, una vena di misticismo, il segno di una vocazione. Come accade per tutti gli eretici.

Nato a Resina (Napoli), da famiglia borghese e benestante, giovanissimo aveva cominciato a studiare i classici del marxismo. Nel 1912, aveva fondato a Portici, insieme a Ortensia De Meo che diverrà la sua compagna, un circolo «Carlo Marx» su posizioni di sinistra rispetto alla direzione del Psi e molto vicine a quelle estremistiche di Mussolini che stava preparandosi a far espellere dal partito il gruppo revisionista di Bissolati e Bonomi. Molto attivo nella lotta politica locale, contro la massoneria e le alleanze «bloccarde» che infettavano il socialismo napoletano, l’ingegner Bordiga era diventato ben presto un personaggio di rilievo nazionale, l’ispiratore ideologico e politico della Fgsi [8]. Battuta la corrente culturalista di Tasca , aveva riorganizzato il movimento giovanile imprimendogli un carattere spiccatamente rivoluzionario. Nel 1914 aveva partecipato a Napoli ai moti per la settimana rossa ed era stato tra i pochi a cogliere subito i sintomi del mutamento di fronte a Mussolini. Per l’antimilitarismo attivo e militante fu la sua immediata risposta al famoso exploit mussoliniano che chiedeva il passaggio Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. E appena uscì il primo numero del «Popolo d’Italia»: la sua parola d’ordine fu una sola: «Boicottiamolo!» [9]. Tuttavia, la delusione per il passaggio del «rivoluzionario» Mussolini nel campo borghese e guerrafondaio pesò molto anche negli anni a venire e determinò la sua costante diffidenza verso l’ala massimalista del Psi. Durante il periodo bellico fu forse l’unico tra tutti i socialisti italiani a sostenere con convinzione la politica del disfattismo rivoluzionario, superando il tradizionale pacifismo umanitario e proponendo al pari di Lenin (che ancora non conosceva), la trasformazione del conflitto imperialista in guerra civile. In quello stesso periodo andava intanto elaborando alcuni concetti che rimarranno per lui, fino alla morte, punti fissi e inconfutabili.: il valore prioritario della teoria rivoluzionaria (il partito d’avanguardia deve «sorvegliare i fatti» ma non attendere dai fatti il proprio programma); la necessità di un partito compatto, di quadri, intransigente fino al settarismo; il rifiuto del minimalismo e quindi del riformismo; l’odio contro tutte le «mistificazioni democratiche», in primis il parlamentarismo.

Nel novembre 1917, al convegno della frazione intransigente rivoluzionaria (dalla quale germinerà il futuro gruppo dirigente del PCd’I) fu lui il vero dominatore. Il suo appello all’azione rivoluzionaria affascinò l’uditorio. Gramsci, presente alla riunione, non intervenne: «Ascoltò solo, con lo sguardo sfavillante dei suoi buoni momenti» ricorderà Bordiga [10].

Il dopoguerra segnò l’ora delle grandi speranze: «fare come in Russia» era diventato il nuovo motto del Psi, ma nessuno tra i vecchi dirigenti sapeva realmente «che cosa fare» e «come». Bordiga sì. Secondo la sua analisi, la rivoluzione bolscevica era stata la riprova storica della validità del marxismo. Da questo punto di vista, Lenin non aveva fatto altro che applicare, da buon rivoluzionario, la teoria di Marx. Insomma, non riconosceva alcuna particolare originalità al leninismo: «Il bolscevismo è pianta di ogni clima» [11], scrisse. Sarebbe attecchita anche in Italia. Alla sola condizione, però di poter disporre di un partito realmente rivoluzionario. Viceversa il Psi, perennemente in bilico tra rivoluzione e riforme, tra Serrati e Turati, non poteva in alcun modo portare la classe proletaria allo scontro e alla vittoria sulla borghesia.

Forte di questa convinzione, già nel dicembre del 1918 Bordiga aveva fondato a Napoli un suo giornale, Il Soviet, che era diventato subito il portavoce di tutte quelle frange interne al partito in contrasto con i riformisti e con la stessa direzione massimalista.

L’astensionismo elettorale e l’impegno di approfondimento ideologico furono i punti più qualificanti del nuovo gruppo che, battuto al congresso socialista di Bologna, immediatamente dopo ripropose la linea antiparlamentarista, trasformando Il Soviet in vero e proprio organo della «Frazione Comunista Astensionista». All’inizio del 1920, compatti nuclei di bordighisti si erano costituiti in tutto il paese: non solo a Napoli, la «roccaforte» del gruppo, ma a Milano, Genova, Torino dove intanto si andava sviluppando il movimento ordinovista. Pienamente concordi sull’idea di creare il nuovo partito rivoluzionario, Gramsci e Bordiga dissentivano invece sulla questione dei consigli di fabbrica, pericolosamente simili, secondo Bordiga, alle vecchie commissioni sindacali di stampo riformista e d’altra parte neppure identificabili con i soviet bolscevichi, cioè con gli organi della classe, realizzabili soltanto a rivoluzione avvenuta e non prima.

In realtà, come sarà chiaro più avanti, il contrasto tra Bordiga e Gramsci sui consigli sottintende una diversa quasi antitetica concezione del partito: creato «dal basso», disponibile alle alleanze tattiche con altre forze politiche per l’uno; «sintesi» della classe, organico, monolitico, settario, minoritario se occorre, per l’altro.

Anche l’astensionismo li divideva: Gramsci, come Lenin, lo considerava una sterile forma d’estremismo, «una malattia infantile», in tutti i casi una tattica pericolosa e improduttiva da evitare assolutamente. Per Bordiga, al contrario, non si trattava di una tattica quanto piuttosto di una autentica pregiudiziale ideologica: elezioni, parlamento, sistema democratico erano, per loro stessa peculiare funzione, le armi di dominio e di oppressione della borghesia capitalista alle quali, esclusivamente, si doveva opporre la violenza della classe operaia organizzata.

Al di là e al di sopra di queste divergenze, tutt’altro che trascurabili, stava il comune bisogno, in Bordiga e in Gramsci, di farla finita con i riformisti «traditori» e con i massimalisti «opportunisti». Nel gennaio 1921 nasce a Livorno il PCd’I. Se la scissione si produsse il più a sinistra possibile, fu proprio Bordiga a volerlo, mentre diversa era l’aspettativa di Lenin, che supponeva molto più numerosi i fondatori del partito e con ben maggiore seguito nel paese.

E appunto in questo equivoco di fonda che vanno forse ricercate le ragioni di tutta la successiva polemica tra Bordiga e Mosca. Le diverse parole d’ordine proposte (quando non imposte) dal Comintern dopo Livorno (fusione con il Psi, fronte unico, governo operaio, bolscevizzazione del partito) non apparvero altro, al leader italiano, che «ritorni all’indietro», pericolosi attentati alla vita del PCd’I e quindi della rivoluzione. Certo, non si può negare il limite obiettivo, in Bordiga, di avere sempre piuttosto trascurato le esigenze dell’azione tattica, ma d’altra parte gli va reso merito che, se la politica dell’Internazionale Comunista in quegli anni fu effettivamente oscillante e contraddittoria, sempre più indirizzata a subordinare i problemi del movimento comunista occidentale alle esigenze del Pcus, egli fu tra i primi a cogliere i segni di questo processo degenerativo e ad opporvisi strenuamente fin dall’inizio.

Conclude Livorsi che Bordiga fu sostanzialmente «un buon diagnostico» ma «un cattivo terapeuta» [12]. A lui, come già al Colapietra nel ’64, egli avrebbe probabilmente risposto, caustico, che non si può essere «fessi» e nel contempo «avere una profetica visione del futuro» [13]. E infatti, se non altro, gli andrebbero riconosciuti con maggior convinzione, alcuni altri meriti: ad esempio che il rigore ideologico, la struttura quasi militarizzata, la forte motivazione etica dei militanti – insomma le caratteristiche che seppe imprimere al partito Comunista delle origini –, conteranno molto, e positivamente, quando si tratterà di affrontare lo scontro fisico con il fascismo, e più tardi di organizzare il lavoro clandestino.

Eppure, fino alla metà degli anni sessanta, per la storiografia comunista Bordiga è rimasto un rinnegato, un opportunista , un «piccolo borghese che si riempiva la bocca con frasi scarlatte», uno «strumento di disgregazione del movimento operaio nelle mani della borghesia e del fascismo», per usare un’immagine di Berti che nel ’52 riprendeva il medesimo giudizio che nel ’34 [14]. Ciò perché ancora nel 1951, Togliatti impostando lo schema di un quaderno celebrativo per i Trent’anni di vita e di lotte nel Pci [15], diede precise disposizioni affinché dell’artefice di Livorno si parlasse in modo esclusivamente «critico e distruttivo» e perché si dimostrasse la «natura controrivoluzionaria del bordighismo». Quando poi, poco dopo, uscì il libro di Bellini-Galli (una Storia del Pci nella quale si rivalutava in modo esplicito l’opera di Bordiga [16], lo stesso Togliatti commentò che era stata fatta la riscoperta di un «fossile», «un iguanodonte» di nome Bordiga [17]. Soltanto nel 1962, scrivendo sulla Formazione del gruppo dirigente del PCI, anche Togliatti arriverà a riconoscere la «vigorosa personalità» politica di Bordiga e a mettere in rilievo il suo contributo essenziale alla storia del primi anni del partito [18]. Da questo momento, per quanto l’ imprimatur togliattiano non significhi affatto un mutamento di valutazione sull’ex compagno, dato che in clima di destalinizzazione Togliatti aveva accentuato le sue caratteristiche di «capo carismatico» per attribuirgli più colpe e responsabilità che non meriti, Bordiga comincia a acquistare un posto rilevante nella storiografia del Pci [19]. Come dimostrano le più mature analisi di Spriano e Franco De Felice.

Ma come mai c’è voluto tanto tempo per riconoscere una verità che Gramsci aveva sempre ammesso, anche nel pieno della lotta contro il gruppo bordighiano? Sostanzialmente perché – mi sembra – Bordiga a differenza di altri dissidenti (Terracini per esempio) non ha mai sentito il peso dell’esclusione dal partito, e anzi ha sempre ribaltato senza timore tutte le accuse che gli venivano rivolte contro il Pci, persuaso fino all’ultimo di essere rimasto lui soltanto nel giusto, sul terreno del marxismo e della rivoluzione.

Fino al 1923 il PCd’I si era mantenuto tutto rigorosamente bordighiano, tanto nell’analisi della situazione italiana (il fascismo, espressione di tutte le componenti della borghesia, agraria e industriale, artigiana e commerciale, è erede del liberalismo e sboccherà in un sistema socialdemocratico), quanto nella strategia (i primi, infidi nemici da sconfiggere sono i socialdemocratici che svolgono un ruolo controrivoluzionario tra le masse). Quindi, nessuna collusine, nessuna alleanza, nessuna apertura, anche solo momentanea, verso le altre forze antifasciste.

Il risultato fu che, isolato nel paese, il PCd’I di Bordiga corse il rischio di venir anche emarginato a livello internazionale per il costante rifiuto ad accettare le direttive «fusioniste» di Mosca. La decisione di Gramsci, alla fine del 1923, di allacciare contatti con i socialisti (per allinearsi disciplinatamente con il Comintern, ma anche per allargare le basi del consenso al partito) segnò la fine della dirigenza bordighiana e l’affermarsi del nuovo asse Gramsci – Togliatti. «Amadeo si pone dal punto di vista della minoranza internazionale. Noi dobbiamo porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale» [20]. In queste parole di Gramsci sta il senso della «svolta» del ’24 e di tutta la storia successiva del Pci.

D’ora in avanti, ma soltanto da ora e non fin dal principio come ha voluto far credere per anni la pubblicistica comunista, il partito sarà effettivamente gramsciano e quindi togliattiano (ma bisognerebbe saper meglio dimostrare l’assoluta veridicità di questa sequenza diretta). A dire il vero ancora fino al 1926 Bordiga lotterà per riportare il PCd’I alla originale «linea di Livorno» e delle «Tesi di Roma» e Gramsci incontrerà non poche resistenze, a livello sia di dirigenti che di quadri, per imporsi. Alla fine però, il «bordighismo» verrà definitivamente sconfitto all’interno del partito.

L’ intervento di Bordiga al VI Esecutivo Allargato dell’ Internazionale Comunista nel 1926, l’ultimo in veste ufficiale come rappresentante della minoranza del PCd’I, fu un coraggioso atto d’accusa contro il burocraticismo autoritario e la politica del «socialismo in un paese solo» che Stalin voleva imporre ai partiti comunisti occidentali.

Arrestato al ritorno da Mosca, venne mandato in confino a Ustica dove ritrovò Antonio Gramsci. Come riferisce Livorsi, i due continuarono a frequentarsi da amici fraterni nonostante l’aperto e ormai insanabile contrasto politico che li divideva. Per quanto una certa letteratura abbia quasi sempre taciuto o negato questo aspetto di affinità umana e personale, quasi che costituisse una sorta di «contaminazione» alla «purezza» di Gramsci, l’amicizia con Bordiga non fu intaccata dal divario politico e continuò, seppure con minori occasioni, anche dopo il 1930 quando il napoletano, schierato su posizioni di estrema sinistra in difesa di Trockij, fu espulso dal Pci, sulla base di un rapporto di Giuseppe Berti.

Mentre i compagni si impegnavano nella lotta clandestina, Bordiga con una decisione sorprendente solo in apparenza abbandonò ogni attività politica. Si ritirò a vita privata e «si mise a fabbricare case», come ha scritto sprezzante, ancora in tempi recenti, Luigi Longo [21]. In realtà, come di mostra molto bene il Livorsi, non si trattò di un voltafaccia, di una scelta opportunista e tanto meno di vigliaccheria. Che lo sostenessero i militanti comunisti di allora è del tutto comprensibile dato che loro rischiavano la vita ogni giorno e Bordiga conduceva una «tranquilla vita di borghese». Ma in sede di valutazione storiografica, bisogna riconoscere che, ancora una volta, il suo fu un atteggiamento consapevolmente scelto in ragione di un fondamento teorico. Coerente fino all’assurdo con Marx, Bordiga era persuaso che in epoche di «controrivoluzione» non fosse possibile organizzare una resistenza di massa e si dovesse invece aspettare il momento giusto, segnato dalla «necessità storica». Studiando, intanto, ed elaborando «il Programma».

Logica stringente, ma effetti paradossali. Tra il 1930 e il 1945, sempre in virtù del suo determinismo e del suo schematismo, Bordiga arrivò a sostenere posizioni che è giusto definire aberranti. Ben venga Mussolini se riesce a mettere in crisi il sistema delle democrazie occidentali – fu, in sostanza, il suo credo – viva il macellaio Hitler se ottiene di piegare America e Inghilterra e se lavora, suo malgrado, per creare le condizioni della rivoluzione mondiale. In ultima analisi, secondo Bordiga, la vittoria del nazismo andava nella stessa direzione del comunismo: la sconfitta dell’uno avrebbe significato anche il ritardo dell’altro. Mai come durante la guerra, la teoria bordighiana del «tanto peggio, tanto meglio» toccò i limiti dell’assurdo.

Negli anni cinquanta il «calvinistico rigore» di Bordiga [22] si tradusse in un settarismo ancora più ostinato: portate fino agli estremi le sue analisi lo condussero ad un negativismo assoluto e ad una visione apocalittica del futuro [23]. Più democrazia = più imperialismo = più fascismo, divenne la sua equazione.

In altri termini, più il capitalismo cresce, più il fascismo si presenta democratico e la democrazia fascista. L’America era, a suo giudizio, l’espressione somma di questa identità. Ma anche per la Russia sovietica, più ancora che di capitalismo di stato e di dominio della casta burocratica, come sostenevano i trockijsti, si doveva parlare di stato borghese e capitalista. Sicché, a buon diritto Stalin, che ne era stato l’artefice, poteva essere definito «il più grande democratico del secolo».

Altra alternativa non esisteva a questa situazione di «barbarie», se non la rivoluzione e il socialismo.

Il 1975 è passato, la rivoluzione non è venuta. Che ci sia qualche errore nella teoria? O che piuttosto si siano compiuti gravi errori di valutazione e strategia politica da parte del Pci e perfino dei gruppi della sinistra extra-parlamentare? Nessun dubbio su quale sarebbe stata la risposta di Bordiga.

 

MARINA TESORO

 

Note:

[1] Per un bilancio della letteratura su Bordiga cfr. F. Livorsi, Amadeo Bordiga nella storiografia del PCI in «Studi storici», n. 2, 1974, pp.430-444. Come esempio di polemica, a livello storiografico, cfr. il «botta e risposta» tra Franco De Felice e lo stesso Livorsi (dopo la pubblicazione degli Scritti scelti di Bordiga, curati da quest’ultimo) in «Rinascita», n. 25, 20 giugno 1975 e n. 29, 18 luglio 1975.

[2] P.Spriano, Storia del partito Comunista Italiano. Da Bordiga a Gramsci,vol. 1, Torino 1967 e F. De Felice, Serrati, Bordiga, Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia, Bari, 1971. Non del tutto spassionati appaiono invece ancora i recenti giudizi di S. Levrero, Bordiga Amadeo in Il movimento operaio italiano. Dizionario Biografico, (a cura di F. Andreucci e T. Detti), Roma, 1975, pp. 362-77 e G. Berti, Bordiga Amadeo, in Enciclopedia dell’antifascismo e della resistenza, Milano, 1968, pp. 33-34.

[3] Cfr Relazione del partito comunista d’Italia al IV congresso dell’Internazionale comunista. Novembre 1922 (uno dei documenti più emblematici della dirigenza bordighiana del Pci): A. Bordiga («Sul filo del tempo»). Economia marxista ed economia controrivoluzionaria; Id. I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Milano, 1976.

[4] Cfr. A. Conticini, Introduzione a Relazione del partito, cit., p. VIII.

[5] Su questo aspetto insiste anche G. Galli, Prefazione a A.Bordiga, Russia e rivoluzione nella teoria marxista, Milano, 1975, pp. 7-11.

[6] La lettera datata 4 marzo 1969 è riportata in A.Bordiga, Scritti scelti, cit. pp. 262-63 e ora in F. Livorsi, Amadeo Bordiga, cit. pp. 439-40.

[7] L. Cortesi, Alcuni problemi della teoria del Pci. Per una discussione; S. Merli, Le origini della direzione centrista del partito Comunista d’Italia; A. De Clementi, La politica del Partito Comunista d’Italia e il rapporto Bordiga-Gramsci; in «Rivista storica del socialismo», n. 24, 1965, pp.143-62; n.23, 1964, pp.605-625; n. 28-29, pp. 137-181, 61-94. Cfr. inoltre L. Cortesi, Le origini del Pci, Bari, 1971 e A. De Clementi, Amadeo Bordiga, Torino, 1971.

[8] Sull’esordio politico di Bordiga nell’ambiente napoletano cfr. R. Colapietra, Napoli tra il dopoguerra e fascismo, Milano, 1962 e M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), Firenze, 1971. Sulla Fgsi cfr. G. Arfè, Il movimento giovanile socialista. Appunti sul primo periodo (1903-1912), Milano, 1973.

[9] Questi due articoli (rispettivamente in «Il Socialista», 22 ottobre e 19 novembre 1914) sono citati in F. Livorsi, Amadeo Bordiga, cit., pp. 46-47.

[10] (A. Bordiga), Storia della sinistra… cit., p. 115.

[11] Cfr. «Il Soviet», 23 febbraio 1919.

[12] F. Livorsi, Amadeo Bordiga, cit., p. 459.

[13] (A. Bordiga), Storia della sinistra… cit., p. 133.

[14] Cfr. G. Berti, Il gruppo del Soviet nella formazione del PCd’I,, in «Stato Operaio», Parigi, n. 12, dicembre 1934; ibid., la natura controrivoluzionaria del bordighismo, in Trenta anni di vita e di lotte nel Pci, Roma, 1952, pp. 60-63.

[15] Cfr. Il piano di Togliatti per il «quaderno» dedicato al trentesimo del Pci, in «Rinascita», 4 dicembre 1970, p.21.

[16] Il libro fu ripubblicato con la firma del solo Galli nel 1958, Milano. Cfr. ora l’ultima edizione, Milano, 1976.

[17] Cit. in G. Galli, Prefazione, cit., p. 8.

[18] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Pci nel 1923-24, Roma, 1962.

[19] Cfr. in questo senso le osservazioni di F. Livorsi, Amadeo Bordiga nella storiografia… cit., p. 435.

[20] Lettera di Gramsci del 9 febbraio 1924, cit., in P. Togliatti, La Formazione…, cit., p. 435.

[21] Cfr. L. Longo – C. Salinari, Tra reazione e rivoluzione. Ricordi e riflessioni nei primi anni di vita del Pci, Milano, 1972.

[22] L’espressione è di G. Arfè, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Torino, 1965, p. 246.

[23] Cfr. le osservazioni di Livorsi nel cap. VIII «il minoritarismo (1930-1970)» che costituisce la parte forse più interessante del libro perchè fa luce sull’ultima fase della vita politica di Bordiga, finora pressoché sconosciuta.

 

 

Critica Sociale, anno LXIX, n. 4  del 27 maggio 1977

da http://www.avantibarbari.it

Marina Tesoro, Bordiga il calvinista (Critica sociale, n. 4, 27 maggio 1977) was last modified: settembre 2nd, 2015 by glianni70.it

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