L’Occhio del padrone ingrassa Maurizio Costanzo

L'Occhio del padrone ingrassa CostanzoL’Occhio del padrone ingrassa Maurizio Costanzo

di Martina Manescalchi

Cronostoria di un’avventura editoriale sfacciatamente piduista

«Nella P2 erano tutte persone serie, l’unico a non esserlo stato è Maurizio Costanzo, che poi si è pentito»  (Licio Gelli)

 

Milano – Angelo detto Angelone, giovane rampollo della dinastia Rizzoli, è all’apice della sua (breve) carriera dopo l’acquisizione del Corriere della Sera. Sposato al tempo con l’attrice Eleonora Giorgi, è di fatto uno degli uomini più invidiati ed apparentemente più potenti d’Italia. Tessera n. 532.

Bruno Tassan Din è l’amministratore delegato eminenza grigia del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. È lui a tenere le briglie dei rapporti con la dirigenza del Banco Ambrosiano del cui cda Rizzoli è membro da circa due  anni. Tessera n. 534.

Franco Di Bella è subentrato da una anno alla direzione del Corriere, sostituendo il dimissionario Piero Ottone . Tessera n. 655.

Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass-media, sosteneva Licio Gelli. Alla fine degli anni Settanta lo scopo era stato praticamente raggiunto, riassunto nella triade di cui sopra. In breve, Gelli e i suoi vedono nel giovane imprenditore di casa Rizzoli una facile preda da manovrare per saziare la voracità massmediatica della Loggia. Poco più che trentenne, Angelone ha infatti ereditato il colosso editoriale dal padre Andrea, ritiratosi a vita privata. L’allegra brigata Gelli&Co. – composta nello specifico da Umberto Ortolani (tessera n. 494) e Roberto Calvi (tessera n. 519) – nel 1974 spinge il Rizzoli all’acquisizione del Corriere della Sera. A sostenere economicamente l’impresa penserà il presidente di Montedison Eugenio Cefis. A foraggiarla nel lungo periodo, il Banco Ambrosiano allora diretto dallo stesso Calvi che un anno dopo ne assumerà la presidenza. Stando così le cose, le sorti di Angelone sono in mano alla Loggia che gli impone di espandere il dominio editoriale. Non ostanti i debiti contratti, fra il ’77 e il ‘79 il Gruppo Rizzoli acquista infatti anche La Gazzetta dello Sport, Il Piccolo, L’Alto Adige, Il Giornale di Sicilia, finanzia L’Adige, diventa il maggior azionario di Tv, Sorrisi e Canzoni ed entra nella proprietà de Il Lavoro.

Il resto è storia.

Nella massonica scalata alla conquista dei mezzi di comunicazione rientra però anche un’altra strampalata iniziativa editoriale di cui si è un po’ persa la memoria: quella del quotidiano L’Occhio.

Corre l’anno 1978, dicevamo.

occhio-maurizio-costanzoA questo punto la P2 ritiene di aver bisogno di un quotidiano tutto suo. Fatto su misura per essere votato alla causa. Deve essere un quotidiano popolare, a grande tiratura. Deve rag-giungere proprio tutti e fare opinione. Ispirato ai tabloid inglesi, sarà un genere di quotidiano come ancora in Italia non ne esistono (né più esisteranno).

 Un’operazione ambiziosa, in somma, a dirigere la quale viene convocato niente meno che il tesserato P2 n. 1819: Maurizio Costanzo. Direttore de La Domenica del Corriere ed anchorman dalla carriera in ascesa, con i salotti televisivi di sua invenzione il telegiornalista rampante spopola in Rai e nelle case degli italiani.

Il nuovo progetto viene commissionato a Costanzo nell’autunno 1978 per partire ufficialmente un anno dopo, dopo un breve rodaggio nella zona di Pavia. Il tabloid strillone, identico nella grafica al più noto Daily Mirror porta un nome che definire evocativo sarebbe un eufemismo: L’Occhio.  E, per  fugare ulteriormente ogni dubbio di paternità, per la campagna promozionale venne scelto un logo inequivocabile corrispo-ndente ad un occhio racchiuso dentro un triangolo.  I fratelli, del resto, non badano a spese. Pare in fatti che fra il lancio e le prime settimane di pubblicazione L’Occhio sia costato la bellezza di dieci miliardi. Ad affiancare Costanzo, oltre ad una redazione composta da 111 giornalisti (fra i quali non mancano figli di politici, dirigenti Rai e notabili vari),  Alberto Tagliati e Pier Augusto Macchi in qualità di vicedirettori, la caporedattrice Isabella Bossi Fedrigotti e Marino Bartoletti come responsabile delle pagine sportive.                                                 

L’Occhio fa la sua prima uscita in edicola il 10 ottobre 1979 stampato in tre edizioni (Nazionale, Milano e Lombardia, Roma e Lazio). Il prezzo è di duecento lire, cento in meno rispetto agli altri quotidiani, la tiratura di seicentomila copie.

Il risultato sono 32 pagine di titoli strillati a caratteri cubitali, così come le dimensioni delle foto sempre ad impatto. E tra un finto scoop, una storia strappalacrime ed un gossip, il Direttore si lancia in appassionati articoli ispirati direttamente al Piano di rinascita democratica. Con le sue false denunce con cui spara nel mucchio imprecisato dei potenti, Costanzo riesce nel duplice compito di non infastidire realmente nessuno e, allo stesso tempo, incarnare le generiche opinioni del popolino che dibatte di politica e ingiustizie varie al mercato del pesce. Praticamente il target del suo giornale. Demagogo e populista fino all’inverosimile, non manca di onorare i suoi fratelli. Incensa i libercoli di Roberto Gervaso (tessera n. 622), le doti danzerecce della figlia di Gustavo Selva (tessera n. 1814) e quelle imprenditoriali dell’immarcescibile Silvio Berlusconi (tessera n. 625). Le pagine sportive de L’Occhio grondano elogi rivolti al futuro premier quando, nel dicembre 1980, manda in onda sulle frequenze della sua Canale 5 il torneo calcistico Mundialito, minando dalle fondamenta il monopolio della rete pubblica. «L’attacco del piduista Berlusconi al monopolio della Tv di Stato avvenne nel dicembre 1980. Dopo aver assicurato a Canale 5, mediante una misteriosa transazione in Svizzera, i diritti esclusivi del torneo calcistico Mundialito organizzato dalla giunta militare che insanguinava l’Uruguay (a Montevideo, Licio Gelli era di casa), la Loggia P2 scatenò in Italia un’offensiva propagandistica tesa a consentire alla Tv privata berlusconiana la teletrasmissione nazionale degli incontri calcistici, benché la legge in vigore vietasse tale possibilità. La manovra trovò il decisivo sostegno di tutta la stampa controllata dai piduisti (in prima fila: Il Giornale Nuovo, Il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, e naturalmente L’Occhio)» (Riccardo Bocca, Maurizio Costanzo Shock, Kaos Edizioni, Milano 1996  p. 99).

Così, fra un’intervista a Licio Gelli (Corriere della Sera, 5 ottobre 1980) e la direzione del telegiornale Contatto della neonata tv di Rizzoli Prima Rete Indipendente, Costanzo va avanti per la sua strada, non ostante  L’Occhio, con 160.000 copie vendute ogni giorno, si stia rivelando sempre di più un fallimento. Ma l’importante è andare avanti con gli insegnamenti del Gran Maestro. Non per niente, su questo punto Costanzo è il primo della classe. E sui brevi articoli del suo giornale va giù duro attaccando continuamente il sistema dei partiti, il Parlamento, lo Stato in generale. Fino a spingersi troppo in là.

maurizio-costanzo-occhioL’occasione di gridare al golpe si presenta il 12 dicembre 1980 con il rapimento, rivendicato dalle Brigate Rosse, del magistrato Giovanni D’Urso. Il 4 gennaio 1981 le Br annunciano con un comunicato la condanna a morte del magistrato. Morte fortemente auspicata dalla Loggia, che avrebbe così avuto il pretesto per la svolta autoritaria. Ed ecco l’editoriale scritto in merito dal direttore che auspica palesemente il colpo di stato: « è guerra. Siamo in guerra. Tanto vale prenderne atto e agire di conseguenza. Il codice di guerra va rimesso in vigore…Rendiamoci conto che abbiamo il nemico in casa; è perciò necessario rinunciare temporaneamente ad alcune garanzie costituzionali per snidarlo e neutralizzarlo. È un prezzo altissimo, addirittura mostruoso, ma va pagato (1)». È troppo anche per gli stomaci forti degli organismi sindacali de L’Occhio che, minacciando il blocco del giornale, costringono Costanzo ad edulcorare non poco lo zelante editoriale. Che uscirà in queste nuove vesti: « D’Urso è stato condannato a morte. Che ora la “sentenza” venga o meno eseguita, nulla toglie al nuovo oltraggio che lo Stato di diritto deve subire dal partito armato. Questa ennesima dichiarazione di guerra da parte delle Brigate rosse non può essere ignorata o sottovalutata. Siamo in guerra: tanto vale prenderne atto e agire di conseguenza, per consentire alle forze impegnate contro i brigatisti la massima libertà di azione. Rendiamoci conto che abbiamo il nemico in casa; è perciò il caso di rinunciare a un eccesso di garantismo per snidarlo e neutralizzarlo. È una linea da seguire subito per allontanare la Repubblica dal disfacimento, mai vicino come in questo momento».

Inutile dire che le nuove vesti non convincono affatto i fratelli. A marzo Costanzo viene esonerato dal suo incarico e sostituito dal suo vice Pier Augusto Macchi. Giusto due mesi prima che la lista degli affiliati venga scoperta e la bufera si abbatta sulla Loggia. L’Occhio scivola sotto le 100.000 copie e chiude i battenti il 15 dicembre dello stesso anno. 

Se l’impresa fosse andata a buon fine quest’anno festeggeremmo il trentennio del primo giornale controllato direttamente dalla P2. Ma così non è stato.

O forse sì.

L’Occhio del padrone ingrassa Maurizio Costanzo was last modified: marzo 3rd, 2015 by glianni70.it

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