Le principali organizzazioni armate di sinistra

Le principali organizzazioni armate di sinistra

Elenco delle principali organizzazioni armate di sinistra in Italia.

Include gruppi attivi in Italia in diversi periodi storici, differenti tra loro per entità e scopi, ma accomunati dall’uso delle armi a scopo eversivo e dall’orientamento politico di sinistra, in particolar modo marxista rivoluzionario. La maggior parte di queste organizzazioni si sviluppò nei cosiddetti anni di piombo, tra la fine degli anni sessanta e la seconda metà del decennio successivo.

Azione Rivoluzionaria

fu un gruppo armato di estrema sinistra formatosi nel 1977 in Toscana sull’onda della riflessione e del dibattito sul situazionismo e del Movimento 2 Giugno tedesco.
I suoi dirigenti del movimento erano stati Gianfranco Faina e Salvatore Cinieri, che vennero insieme a altre 86 persone inquisiti per queste attività.
Cinieri morirà in carcere nel 1979 ucciso da un detenuto comune che lo accusava ingiustamente di aver rivelato un piano di evasione, mentre a Faina, durante la detenzione, venne diagnosticato un cancro al polmone in fase avanzata.
Nel 1980, durante il processo contro l’organizzazione che si tiene a Livorno gli imputati dichiarano ufficialmente sciolto Azione Rivoluzionaria.
I giudici concessero a Faina la libertà provvisoria nel dicembre del 1980; due mesi dopo morirà nella sua casa di Pontremoli in provincia di Massa Carrara.
Alcuni militanti di AR ancora liberi finiranno per confluire in Prima Linea.

 

Barbagia Rossa

Formatasi sulla base di un confronto politico con le Brigate Rosse, era composta prevalentemente da agricoltori, pastori, operai e studenti; il suo progetto era quello di convogliare le istanze rivoluzionarie sarde in un’unica organizzazione che si ponesse l’obiettivo della lotta armata per il comunismo. Suoi dirigenti erano Pietro Coccone, Antonio Contena, Caterina Spano e Davide Fadda.

Il gruppo riuscì ad instaurare un forte legame con i brigatisti, dei quali talvolta divenne una costola per quanto riguarda le operazioni sull’isola, soprattutto per quanto riguarda i tentativi di evasione dal carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Barbagia Rossa si scaglia principalmente contro la crescente militarizzazione della Sardegna, che in quegli anni vede effettivamente aumentare il numero di basi militari sul suo territorio, compiendo numerosi attentati contro caserme dei carabinieri e dell’esercito.

Compie due attentati mortali che hanno come vittime Nicolino Zidda e Santo Lanzafame. Il primo era un operatore della colonia penale agricola di Mamone, nei pressi di Nuoro, ucciso per errore in quanto il vero obiettivo dell’agguato era un carabiniere che gli era vicino; il secondo era invece un appuntato dei carabinieri, ucciso sulla strada Nuoro-Ortobene il 31 luglio 1981.

Le decise azioni della polizia (nel corso delle quali moriranno anche due terroristi) mettono fine al gruppo nei primi mesi del 1982. Barbagia Rossa ha operato solo in Sardegna e per la sua azione sono state inquisite 28 persone.

 

Brigata proletaria Erminio Ferretto

La Brigata Proletaria “Erminio Ferretto” prende il nome da un partigiano caduto durante la Resistenza. Essa si forma nel 1972 a Mestre (VE) nel contesto delle lotte autonome che in quegli anni si sviluppano al Petrolchimico e nelle altre fabbriche del polo industriale veneto.

Il 26 maggio 1972 questa formazione compie un’irruzione notturna negli uffici del sindacato CISNAL di Mestre, accusato “di organizzare il crumiraggio e la provocazione antioperaia”, e si appropria del ciclostile e dello schedario degli iscritti.
Nel corso del 1974, alcuni militanti della Brigata Proletaria “Erminio Ferretto” confluiscono nelle Brigate Rosse e, dopo questa data, la sigla cessa di esistere.

 

Brigata “Antonio Lo Muscio”

La Brigata “Antonio Lo Muscio”, si forma a Milano nell’ottobre 1979 all’interno dell’area che fa riferimento a Guerriglia rossa.
Essa prende il nome da Antonio Lo Muscio, militante dei Nuclei Armati Proletari, ucciso a Roma dai carabinieri il 1 luglio 1977.
Uno dei suoi intendimenti dichiarati è ricercare un collegamento con il Movimento Proletario di Resistenza Offensiva e con le Brigate Rosse.

La Brigata  “Antonio  Lo  Muscio”  si  è attribuita il  sequestro  di  un  militante
dell’autonomia milanese accusato di compiere delazioni pubbliche ai danni di militanti delle formazioni armate.
Con  l’ondata  di  arresti  seguiti  alla  cattura  e  alla  “collaborazione    di  Marco  Barbone e all’infiltrazione di Rocco Ricciardi, questa formazione cessa di esistere.

 

Brigata “Bruno Valli”

Il 5 dicembre 1974, alcuni militanti dell’Autonomia bolognese, nei pressi di Argelato (BO), vengono intercettati da una pattuglia di carabinieri mentre si apprestano a compiere una rapina ad un portavalori dello zuccherificio Sfiz. Segue un conflitto a fuoco in cui resta ucciso il vicebrigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini.
Nei giorni successivi lo scontro a fuoco, a Bologna, alcuni partecipanti al tentativo di rapina vengono arrestati. Tra questi ultimi l’operaio Bruno Valli che il 9 dicembre 1974 viene trovato impiccato nel carcere di Modena. Altri cercano rifugio in Svizzera dove vengono arrestati successivamente.
Durante la celebrazione del processo di primo grado (Bologna 1976) cinque imputati presentano due documenti:
– Comunicato n. 1 al processo di Bologna (6-10-76);
– Comunicato n. 2 al processo di Bologna (25-10-76).
La sigla che firma i due comunicati – Brigata “Bruno Valli” – non avrà alcun seguito fuori dal processo.

 

Brigata d’assalto Dante Di Nanni

Il gruppo nacque da alcuni giovani toscani del Movimento Studentesco e dall’Autonomia operaia Toscana, che decise di passare alla lotta armata nel 1976 e commise vari attentati dinamitardi contro le sedi DC e Msi, contro alcune caserme di carabinieri e polizia oltre ad auto appartenute ad esponenti capitalisti e fascisti e all’auto della Procura della Repubblica di Lucca.

La prima azione venne fatta a Massa contro una caserma dei carabinieri il 3 febbraio del 1976, per poi passare ad un’altra caserma dei carabinieri vicino ad una base della Nato a Pisa. L’obbiettivo successivo fu la sede della DC a Ponte a Moriano in provincia di Lucca, poiché il partito di governo era considerato capitalista ed oppressore dei lavoratori. Anche la caserma della Polizia di Lucca, venne assalta con una bomba a mano il 18 Aprile 1976. Venne poi assaltata sempre con una bomba a mano la sede del Msi di Barga in provincia di Lucca, poiché veniva considerato un partito che combatteva il comunismo e la rivoluzione proletaria secondo le tesi della Brigata. Dopo questo attentato passò con le Brigate Rosse nel 1979

 

Brigata XXVIII Marzo

La Brigata XXVIII Marzo si forma a Milano nel maggio del 1980 sull’onda emotiva suscitata dall’uccisione di quattro militanti delle Brigate Rosse parte dei carabinieri dei Reparti Speciali del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuta a Genova, il 28 marzo 1980.
I militanti che danno vita a questo raggruppamento provengono da precedenti esperienze armate. In particolare da Guerriglia Rossa, Formazioni Comuniste Combattenti, e, prima ancora, dal ceppo originario delle Brigate Comuniste.
Loro intenzione dichiarata è quella di costruirsi, attraverso l’azione armata, un certo accredito per entrare in relazione con le Brigate Rosse.
La Brigata XVIII Marzo traduce in intervento armato una elaborazione, già iniziata nella formazione Guerriglia Rossa, sulla funzione manipolativa dei media ed in particolare  degli apparati giornalistici.

Due sono le loro azioni principali:
–    ferimento di Guido Passalacqua, giornalista del quotidiano La Repubblica (Milano 7-5-80);
–    attentato mortale contro Walter Tobagi, editorialista del Corriere della Sera (Milano 25-5-80).

Il 7 ottobre 1980, in seguito all’arresto e alla collaborazione di Marco Barbone, tutti i componenti di questo gruppo armato vengono individuati ed arrestati.

Il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine, ricoverato d’urgenza dal carcere dove stava scontando la condanna a 28 anni, muore Manfredi De Stefano.

Per l’attività della Brigata XXVIII Marzo sono state inquisite 19 persone

Per l’attività della Brigata XXVIII Marzo sono state inquisite 19 persone

 

Brigate Comuniste

Le Brigate Comuniste furono un’organizzazione armata di estrema sinistra formatasi in Lombardia attorno alla pubblicazione del periodico Rosso. Questo periodico a sua volta era nato nel 1973 come periodico del Gruppo Gramsci, creato tra Milano e il Varesotto da un gruppo di ex militanti del Movimento Studentesco. Alcuni reduci dell’ala negriana di Potere Operaio, discioltosi nel 1973, e numerosi quadri dirigenti e militanti del Gruppo Gramsci, dettero vita a una nuova serie della rivista, molto attenta sia ai temi delle lotte operaie e proletarie sul salario e contro l’organizzazione del lavoro, sia alle tensioni dei movimenti alternativi e contro-culturali, primo tra tutti il femminismo. Attorno alla rivista si formò un’area di militanti, che cominciò ad affiancare già dal 1974 il lavoro politico di massa con pratiche illegali come le spese proletarie nei supermercati e con le prime azioni armate, come la distruzione del magazzino di Fizzonasco nei pressi di Milano della International Telephone and Telegraph Corporation accusata di aver appoggiato il golpe di Pinochet in Cile.

Il nome Brigate Comuniste nascerà solo nel 1976, nel corso di un dibattito sulle forme di lotta e di organizzazione. Tra le azioni attribuibili alla sigla, irruzioni contro il lavoro nero in numerosi cantieri e officine, ronde armate contro lo spaccio di droga, attentati contro stazioni delle forze dell’ordine, contro sedi delle Democrazia Cristiana, contro dirigenti d’azienda e soprattutto contro le istituzioni carcerarie, tra cui la demolizione del costruendo carcere di Bergamo nel 1977. Di rilievo l’irruzione in una sede della Face Standard, sempre a Milano, con un parziale distruzione dell’impianto. In nessuna di queste azioni vi furono vittime.

L’organizzazione subì una scissione nel 1977 allorché alcuni suoi membri furono tra i fondatori delle Formazioni Comuniste Combattenti. Nei mesi successivi i suoi militanti si dispersero in vari gruppi, sicché nel 1978 il gruppo cessò di esistere. Tra l’aprile e il dicembre del 1979, numerosi esponenti di Rosso, primo tra tutti Toni Negri, furono arrestati e imprigionati nel corso della tormentata vicenda politico-giudiziaria conosciuta come “7 Aprile”.

Le Brigate Comuniste hanno operato soprattutto in Lombardia e per la loro attività sono state inquisite 85 persone.

 

Brigate Rosse (BR)

Indubbiamente il maggiore fra i gruppi terroristi italiani; nascono a Milano nel 1970-71 dalla trasformazione di “Sinistra Proletaria”. Fra i fondatori ricordiamo Curcio, Gallinari, Franceschini, Cagol, Moretti, Semeria, Pelli, Ognibene, Paroli, Maraschi, Morlacchi, Azzolini. Le BR nascono dalla convinzione che il livello di scontro di classe in Italia stesse portando ad un conflitto sempre più cruento ed, in definitiva, ad un tentativo della borghesia di passare ad un regime autoritario. La formazione di un gruppo armato, che intervenisse essenzialmente come supporto alle lotte di fabbrica, avrebbe dovuto svolgere il ruolo di “disarticolare il comando capitalistico in fabbrica”, alimentare, quindi, il conflitto di classe e porre le premesse per la formazione di una più vasta organizzazione politico-militare in grado di fronteggiare i pericoli di involuzione autoritaria. In questa fase le BR (qualche decina di persone essenzialmente concentrate fra Milano e Reggio Emilia) si limitano ad attentati a cose o ad azioni dimostrative (rapimenti o ferimenti) contro dirigenti aziendali; non si registrano omicidi. E’ da notare che, sempre in questa fase, le BR appaiono esterne al dibattito dell’estrema sinistra sulla costituzione del “partito rivoluzionario” né cercano contatti con altri gruppi orientati in questo senso o si proclamano nucleo del futuro partito rivoluzionario. Tale silenzio è da ricondurre anche ad un’ambiguità presente nella linea delle BR, che hanno inteso muoversi talvolta come gruppo di pressione nei confronti del PCI per indurne la base a partecipare al loro progetto di lotta armata. Tale atteggiamento è attestato sia dall’ossessiva imitazione dei rituali, del linguaggio e dei simboli della Terza internazionale (e in particolare di quanto si riferisca alla lotta di Liberazione) sia dall’assenza, per molto tempo, di attacchi nei confronti dello stesso PCI, a differenza di quanto accadeva per gli altri gruppi. Su questa strada le BR incrociano Feltrinelli ed i suoi GAP  che hanno sviluppato una strategia politica affine. Proprio il rapporto con Feltrinelli determina una prima trasformazione delle BR: in una prima fase le disponibilità dell’editore milanese contribuiscono a migliorare la capacità propagandistica delle BR (è di quel periodo il giornale congiunto di BR e GAP “Nuova Resistenza”), in una seconda fase, dopo la morte di Feltrinelli, le BR beneficiano della rete di contatti nazionali ed internazionali dei GAP.

Il “salto di qualità” viene nella primavera del ‘74 con il rapimento Sossi. Questi era particolarmente inviso in alcuni ambienti della sinistra (non solo genovese) sia per il suo passato militante nelle file missine, sia per il suo ruolo in importanti processi, come quello alla banda del XXII ottobre; ciò non di meno la maggioranza delle organizzazioni dell’estrema sinistra (con l’eccezione, a quanto risulta, di Potop, peraltro in via di scioglimento) parlò di una provocazione orchestrata nel quadro della “strategia della tensione” per danneggiare le sinistre nella loro battaglia referendaria in difesa del divorzio. La conclusione positiva della vicenda – Sossi venne rilasciato – non valse a scrollare i dubbi di molti sulla reale appartenenza delle BR all’area dell’estrema sinistra. Poco dopo scattava la prima ondata repressiva contro le BR: verso la fine di maggio un ambiguo personaggio, frate Silvano Girotto (noto anche come Frate Mitra per una sua presunta e mai verificata partecipazione a movimenti guerriglieri latinoamericani), denunciava ai Carabinieri il gruppo dirigente delle BR:

Ferrari, Curcio, Franceschini venivano arrestati tra giugno e settembre, mentre poco più tardi toccherà a Gallinari e a Buonavita. L’inchiesta, peraltro, finì con il coinvolgere anche altre persone come i redattori della rivista “Controinformazione”, che non nascondeva di certo la sua simpatia per le BR, l’avv. Lazagna, ed ex dirigenti di Potop come Negri e Vesce (che invece negheranno sempre ogni rapporto con le BR). Dopo qualche tempo, nel febbraio, un commando guidato da Mara Cagol faceva evadere, con relativa facilità, Curcio dal carcere di Casale, segnando una momentanea riscossa. Ma si trattò di un successo effimero: nel giugno dello stesso anno, i carabinieri intercettano il covo in cui detenuto prigioniero l’industriale Gancia (che le BR avevano rapito a scopo di riscatto) e nel conflitto che ne segue viene uccisa Mara Cagol. In gennaio Curcio viene nuovamente arrestato, altri arresti seguiranno.

I colpi della repressione smantellano quasi del tutto l’organizzazione: alla fine del ‘75 le BR sono ridotte a non più di 15 persone in libertà. Anche perché, nel frattempo, si è verificata una scissione: Corrado Alunni, Fabrizio Pelli e Susanna Ronconi si allontanano dall’organizzazione per dare vita alle Formazioni Comuniste Combattenti (primi del ‘75).

Ma già a partire dal ‘76 le BR conoscono un’impetuosa ripresa, che pro-seguirà senza soste sino alla fine del ‘79. E’ ancora oggi poco chiaro il modo in cui tale ripresa si è determinata; è probabile che ad essa abbiano concorso vari fattori: alcuni osservatori la collegano a possibili appoggi forniti dai paesi dell’Est (che sarebbero stati interessati in quel periodo ad animare un’opposizione che ostacolasse il PCI nella realizzazione del “compromesso storico”), e alcuni indizi porterebbero in questa direzione; altri, come il noto politologo Giorgio Galli, parlano di un ruolo attivo della malavita organizzata nel consentire alle BR di riprendersi (in cambio di taluni “favori” ottenuti poi da esse) e una serie di episodi (il caso Varisco, il caso Cirillo, ed altri ancora) sembrano confermare questa ipotesi; altri ancora parlano della crisi di alcune organizzazioni dell’estrema sinistra (anzitutto Potop, poi LC) che avrebbe fornito il materiale umano di questa rapida crescita (ed il passaggio di un dirigente di Potop, come Morucci, che costituisce la colonna romana delle BR, lo proverebbe). E’ ragionevole supporre che più di una causa vi abbia comunque concorso, anche se non è possibile, allo stato presente della documentazione, affermare nulla con certezza. Nel ‘76 le BR apparivano come rifondate: la Direzione Strategica appariva saldamente nelle mani di Mario Moretti, la confluenza di ex militanti di Potop contribuiva a spostarne a “sinistra” la linea politica introducendo consistenti elementi di polemica verso il PCI ed iniziando a prefigurare le BR come punto di riferimento dei vari gruppi armati nati o nascenti in funzione della costituzione di un nuovo partito (beninteso un partito sui generis, “il partito comunista combattente”).

Soprattutto le BR dimostrarono subito di essere diventate disponibili a forme di lotta ben più cruente del passato: nel novembre del ‘77 con l’uccisione del giornalista Carlo Casalegno, inauguravano la loro lunga stagione di omicidi. Nella loro storia le BR hanno compiuto oltre 500 attentati con una sessantina di morti ed una settantina di feriti; di queste azioni oltre 400 appartengono al periodo successivo al ‘76, con oltre 50 morti ed altrettanti feriti. L’esplosione del movimento del ‘77 trova infatti le BR pronte a reclutare le frange più estreme del movimento per infitti~e le loro azioni. Un’altra modificazione importante delle BR in questo periodo attiene alla loro composizione sociale: inizialmente le BR tendevano a reclutare fra gli operai o, ancor più, nel ceto sociale medio alto (docenti universitari, quadri tecnici, intellettuali, professionisti), tenendosi ben lontane dal mondo dei marginali (preferito, invece, dai NAP), ed anche, in fin dei conti, dal movimento degli studenti. Con la svolta del ‘76 inizia invece un massiccio reclutamento fra gli studenti con qualche sconfinamento anche verso i marginali. Inoltre le BR erano state, nella prima fase, un gruppo esclusivamente concentrato nell’Italia nord-occidentale; a partire dal ‘76 il gruppo si estende sia verso il Veneto che verso Roma, Napoli e la Sardegna.

In questo quadro ha luogo l’azione più clamorosa della storia delle BR: il rapimento di Aldo Moro. La vicenda, durata quasi due mesi, vide un uso assai abile, da parte delle BR, dei mass media e riuscì anche a provocare profonde incrinature nella maggioranza di unità nazionale (i socialisti e parte della DC inclinavano infatti per la trattativa, mentre la maggioranza della DC, il PCI ed il PRI vi erano fermamente contrari). Ma la conclusione della vicenda, con l’assassinio del leader democristiano, rovesciò la situazione scaricando i motivi di contrasto all’interno delle BR e fra queste e l’Autonomia, mentre il quadro politico si ricompattava. Il caso Moro si concludeva infatti con un insuccesso politico delle BR che, pur avendo dimostrato una notevole efficienza militare, non ottenevano alcun riconoscimento politico, e dimostravano di non saper uscire dal vicolo cieco nel quale si trovavano. Iniziava così la serie di fratture interne che avrebbe contribuito a portare le BR alla dissoluzione. Innanzitutto la colonna romana, diretta da Morucci e Faranda, si mostrò più sensibile a riallacciare i rapporti con l’area dell’Autonomia. I romani, dopo poco tempo, uscirono per fondare il MCR. Poco dopo, un’altra frattura: questa volta era la colonna milanese, la Walter Alasia, a contestare l’autorità della direzione strategica per chiedere un corso ancor più marcatamente militarista e una maggiore attenzione verso i conflitti di fabbrica. Il gruppo storico, quasi tutto in carcere, nel frattempo faceva sapere di non approvare le scelte politiche della DS e di ritenere insufficiente l’impegno verso i militanti prigionieri dello stato.

Nel frattempo la reazione del sistema politico iniziava a segnare i suoi primi punti a favore: l’approvazione di una legislazione premiale per quanti si “pentano operosamente” (cioè collaborino con l’autorità giudiziaria) apre impreviste crepe nella compattezza del mondo terrorista. E così l’arresto di due dirigenti torinesi, Micaletto e Peci, e la confessione di quest’ultimo, portano all’annientamento della colonna genovese delle BR (sino ad allora ritenuta imprendibile) in un blitz dei carabinieri durante il quale quattro brigatisti rimangono uccisi. Alla repressione si alternano intanto altri clamorosi rapimenti ed attentati (casi Galvaligi, D’Urso, Bachelet).

Altri arresti seguono nell’81, mentre le divisioni si moltiplicano ed inizia una serrata polemica fra l’ala più “politica” ispirata da Moretti (di lì a poco arrestato) e l’ala “militarista” del “fronte carceri” guidata dal criminologo Senzani, che culmina in una scissione. L’ultimo rilancio le BR lo tentano proprio nell’81 con i rapimenti di G. Taliercio (che verrà ucciso), del fratello di Peci (che verrà ugualmente ucciso), di Sandrucci (che verrà liberato) e dell’assessore dc Ciro Cirillo (che verrà liberato dopo segrete trattative in cui interviene anche la Camorra). L’ultimo rapimento, quello del generale americano Dozier a Padova, si conclude con una pesante sconfitta delle BR che segna il loro definitivo tracollo. Vengono arrestati anche i dirigenti della colonna veneta delle BR Savasta ed Emilia Libera, quest’ultima si pente e rivela alla PS i nomi e le sedi di gran parte di quello che resta delle BR a Roma e in Sardegna. In breve tempo la grande maggioranza dei brigatisti ancora liberi vengono arrestati (fra gli altri lo stesso Senzani), mentre le continue scissioni polverizzano le BR in una serie di piccoli gruppi. Alcuni attentati segnaleranno dei tentativi di ripresa (fra gli altri ricordiamo l’assassinio dell’economista della CISL Ezio Tarantelli nell’85, il ferimento di Gino Giugni nell’83 e quello di Da Empoli neIl’86), ma si tratta ormai di fenomeni residuali, come attesta anche il recente dibattito sull’amnistia agli ex terroristi che, nelle sue premesse (documento Moretti, Curcio, Balzarani), segna la conclusione del ciclo della lotta armata in Italia.

 

Brigate Rosse – Colonna “Walter Alasia” (1980-1983) (BR-WA)

Nel dicembre 1979 le Brigate Rosse definiscono la loro posizione sulla questione operaia e diffondono l’opuscolo n. 9 “Sulle grandi fabbriche“. La Colonna milanese Walter Alasia, non condividendo le tesi in esso esposte, si rifiuta di distribuirlo e, sempre nello stesso mese elabora un proprio documento dal titolo “Fabbriche”.

Nell’estate del 1980 il conflitto tra la colonna e l’organizzazione centrale si acutizza e neppure la

Direzione strategica convocata in provincia di Roma, nel mese di luglio, riesce a risolverlo.

Dopo circa un anno di confronto politico teso e serrato con l’esecutivo delle BR, la Colonna Walter Alasia, il 12 novembre 1980, decide di gestire autonomamente l’azione contro Renato Briano, direttore del personale della Magneti Marelli.

Questa iniziativa, che segna di fatto il suo distacco, si consolida il 28 novembre 1980 con l’intervento contro il direttore tecnico della Falk, Manfredo Mazzanti.

Le BR risponderanno ufficialmente a questa azione, con l’opuscolo n. 10, decretando l’espulsione della colonna.

L’11dicembre 1980, a Milano, Walter Pezzoli e Roberto Serafini, militanti delle BR – WA, vengono intercettati e uccisi da un nucleo speciale dei carabinieri.

In occasione dell’azione contro il direttore sanitario del Policlinico di Milano, Luigi Marangoni (17- 2-81), la Brigata ospedalieri “Fabrizio Pelli” espone in un opuscolo, intitolato “Attacchiamo la DC principale responsabile della ristrutturazione nell’ospedale”, la sua posizione sul problema dell’intervento nel settore dei servizi.

Il 3 giugno 1981 le BR-WA sequestrano l’ingegnere Renzo Sandrucci, direttore della produzione dell’Alfa Romeo, che verrà rilasciato il 23 luglio 1981, davanti alla Marelli.

Nel corso della Campagna Sandrucci, oltre ai volantini e ai verbali dell’interrogatorio, vengono distribuiti alcuni opuscoli:

Attaccare il disegno controrivoluzionario del capitalismo multinazionale nel suo cuore: la fabbrica, giugno 1981;

Contributo alla elaborazione della linea politica, luglio 1981;

Campagna nelle fabbriche, agosto 1981;

Bilancio Campagna Sandrucci, autunno 1981.

Il sequestro dell’ingegner Sandrucci si inserisce nel contesto di un’ampia attivazione delle varie linee che in quel periodo si confrontano all’interno delle Brigate Rosse. Al sud, la Campagna Cirillo (Napoli 27 aprile – 24 luglio 1981), gestita dal Fronte delle Carceri e dalla Colonna di Napoli. A S. Benedetto del Tronto (AP), prima e, a Roma poi, il sequestro di Roberto Peci (10 giugno – 3 agosto 1981), gestito dal Fronte delle carceri. Nel veneto, la campagna centrata sul sequestro di Giuseppe Taliercio (20 maggio – 5 luglio 1981), gestita dalla Colonna Annamaria Ludman.

Nel dicembre dei 1981 le BR-WA diffondono la loro prima Risoluzione strategica.

Il 23 luglio 1982 viene ucciso dalla polizia, in un bar milanese, Stefano Ferrari, militante delle BR-WA.

Il 12 novembre 1982, a Cinisello Balsamo, muore, cadendo da un cornicione mentre cerca di sottrarsi alla cattura, Maurizio Biscaro.

Il 1982 vede un succedersi di arresti e, nonostante la diffusione, nel gennaio 1983, del documento “Ancora un passo”, con il mese di febbraio, la storia di questa organizzazione si conclude.

Per l’attività delle Brigate Rosse – Walter Alasia sono state inquisite 123 persone.

 

Brigate Rosse – Per La Costruzione del Partito Comunista Combattente (1981-1988) (BR-PCC)

Dopo il sequestro dell’ingegner Giuseppe Taliercio (20 maggio – 5 luglio 1981), attuato a Mestre (VE) dalla Colonna veneta delle BR “Anna Maria Ludmann – Cecilia”, e in seguito alla divisione con le BR-Partito della Guerriglia, nel mese di ottobre si tiene a Padova una riunione della Direzione strategica. In essa viene impostata la Campagna Dozier e viene deciso, onde evitare conflitti sul diritto di primogenitura, di modificare anche la sigla BR, assumendo la denominazione: Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.

Nel dicembre 1981, durante il sequestro del generale USA James Lee Dozier (Verona, 17 dicembre 1981 – 28 gennaio 1982), la nuova formazione distribuisce la sua prima Risoluzione (dicembre 1981).

Il 30 dicembre 1981, nel corso del sequestro Dozier, le BR-PCC diffondono un comunicato in cui rendono noto che un gruppo di militanti veneti si è staccato dall’organizzazione e ha assunto la denominazione “Colonna 2 agosto”.

Informati da un militante “pentito”, il 28 gennaio 1982, un reparto speciale della Polizia (NOCS) libera, a Padova, il generale Dozier. Quattro militanti delle BR-PCC vengono catturati e torturati. In seguito alla collaborazione di tre di essi, ed in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vengono effettuati centinaia di arresti in tutta Italia.

Nel maggio 1982, a Vecchiano, presso Lucca, viene ucciso dai carabinieri Umberto Catabiani, membro della direzione strategica delle BR-PCC.

A conclusione della Campagna Dozier le BR-PCC diffondono un comunicato di bilancio in cui per la prima volta compare la proposta di “ritirata strategica“; proposta

che viene ampiamente discussa in una riunione allargata nel mese di aprile e viene presentata come base per una riflessione comune, oltre che alle BR-WA e alle BR-PG, a varie formazioni di movimento.

I materiali di questa complessa discussione verranno poi elaborati organicamente nell’opuscolo n. 18 del dicembre 1982.

Il dibattito sulle tesi della “ritirata strategica” si articola nel tempo intorno a tre iniziative armate:

– viene ferito Gino Giugni, membro del Partito Socialista (Roma 3-5-83). Con questa azione le BR-PCC intendono colpire la politica economica del governo e si propongono di sostenere il movimento degli autoconvocati;

– attentato mortale contro il diplomatico USA Leamon Hunt (Roma 15-2-84). Con questa azione le BR-PCC spostano la loro iniziativa sul terreno delle contraddizioni tra Est e Ovest e lanciano la proposta di un Fronte Internazionale Antiimperialista;

– attentato mortale contro Ezio Tarantelli, docente di economia politica e presidente dell’Istituto di Studi Economici e del Lavoro, della CISL, (Roma 27-3 85).

L’opuscolo “Autoconvocati e due linee all’interno delle BR-PCC” (maggio 1984), riflette un nuovo orientamento politico che successivamente verrà indicato come “seconda posizione”.

Il 14 dicembre 1984, a Roma, nel corso di una rapina ad un furgone portavalori dell’agenzia di sicurezza Metro Security Express viene ucciso dalla polizia Antonio Gustini.

Nel 1985 le due posizioni si rendono autonome anche sul terreno organizzativo. La “prima posizione” mantiene la denominazione BR-PCC.

La “seconda posizione”, dopo vari mesi di discussione, nell’ottobre del 1985, assume la denominazione Unione dei Comunisti Combattenti.

Il 10 febbraio 1986, a Firenze, le BR-PCC attuano un attentato mortale contro l’ex sindaco Lando Conti, in riferimento alla sua compartecipazione azionaria in un’industria produttrice di materiale bellico. Diffondono in questa circostanza la Risoluzione n. 20.

Il 14 febbraio 1987 a Roma, nel corso di un esproprio per autofinanziamento rivendicato dalle BR- PCC vengono uccisi due agenti di polizia, Giuseppe Scravaglieri e Rolando Lanari.

Nel giugno dei 1987 molti militanti incarcerati delle BR-PCC entrano nel dibattito sulla “soluzione politica degli anni ’70” e dichiarano conclusa l’esperienza storica delle BR. La decisione di chiudere l’esperienza armata non trova però concordi alcuni militanti che, infatti, il 16 aprile del 1988, compiono un attentato mortale contro il senatore democristiano Roberto Ruffilli (Forlì, 16- 4-88) e, nel documento di rivendicazione, rendono noto il loro intento di proseguire la lotta annata in discontinuità con la decisione presa dalla quasi totalità dei militanti delle Brigate Rosse.

Tra settembre e ottobre del 1988 un’operazione dei carabinieri, condotta nelle regioni del Lazio e della Toscana, chiude di fatto l’esperienza di quest’ultima formazione.

Dopo la cattura degli ultimi militanti delle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente, in Toscana e a Parigi vengono fatti trovare opuscoli firmati Cellula per la Costruzione del Partito Comunista Combattente. A questa sigla, tuttavia, non è collegata alcuna azione armata.

Per l’attività delle Brigate Rosse – Per la costruzione del Partito Comunista Combattente sono state inquisite 93 persone

 

Brigate Rosse – Colonna Veneta “2 AGOSTO” (1981-1982)

ottobre 1981 – marzo 1982: in seno alla colonna veneta delle Brigate Rosse dedicata ad Annamaria Ludmann “Cecilia”, alcuni militanti, non condividendo la gestione e la conclusione del sequestro Taliercio (Mestre, 20 maggio – 5 luglio 1981), dopo la sua conclusione esprimono posizioni critiche che non trovano riscontro nel Fronte delle fabbriche, né in altre istanze dell’organizzazione.

In occasione della stesura e della diffusione dell’Opuscolo n. 17 intitolato “Bilancio della Campagna Taliercio” (ottobre 1981), le contraddizioni interne si acuiscono.

Tra ottobre e novembre del 1981, in una riunione della Direzione strategica delle Brigate Rosse tenutasi a Milano, le due impostazioni si rivelano inconciliabili e viene sancita la scissione.

Il 17 dicembre 1981 le Br – Partito Comunista Combattente, colonna Anna Maria Ludmann “Cecilia” attuano il sequestro del generale americano James Lee Dozier e, in coda al comunicato

n. 1, annunciano che da alcuni mesi un gruppo di militanti veneti si è staccato dall’organizzazione ed ha assunto la denominazione Colonna “2 agosto”.

La denominazione richiama lontani incidenti sul lavoro a Porto Marghera,

Di fatto, la Colonna “2 Agosto” non ha compiuto azioni armate ma solo qualche volantinaggio.

Con gli arresti seguiti a valanga dopo la liberazione del generale americano – avvenuta a Padova il 28 gennaio 1982 ad opera di un nucleo speciale dei carabinieri, su indicazione di un militante della colonna veneta delle Brigate Rosse – anche i militanti di questo gruppo vengono individuati ed arrestati.

Il 17 marzo 1993 muore in conflitto a fuoco con le forze di polizia spagnole il brigatista della “2 Agost ”, Ermanno Faggiani, latitante in Spagna dopo aver scontato circa otto anni di carcere in Italia.

 

Brigate Rosse – Partito della Guerriglia (1981-1982) (BR–PG)

Dopo il sequestro del giudice Giovanni D’Urso (12 dicembre 1980 – 15 gennaio 1981), il confronto politico già in corso da alcuni mesi tra il Fronte carceri e la Colonna di Napoli, da una parte, e le altre articolazioni delle Brigate Rosse, dall’altra, subisce una radicalizzazione estrema.

Il Fronte carceri e la Colonna di Napoli, sostenuti da un membro dell’Esecutivo nazionale delle BR (Senzani), decidono di gestire autonomamente alcune iniziative:

– il sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo, nel corso del quale restano uccisi Mario Canciello e Luigi Carbone, addetti alla scorta (Napoli 27 aprile 1981), che si conclude con il rilascio del sequestrato, dietro il pagamento di un riscatto, il 24 luglio 1981;

– la campagna Peci, iniziata a S. Benedetto dei Tronto (AP) il 10 giugno con il sequestro di suo fratello Roberto e conclusa con la sua uccisione, a Roma, il 3 agosto 1981.

La decisione di condurre autonomamente i due sequestri, sancisce di fatto la divisione di questa parte delle BR da quella restante.

Nell’estate 1981 l’Esecutivo BR s’incontra con il Fronte carceri e con la Colonna di Napoli per verificare la possibilità di ricomporre le contraddizioni, ma il tentativo fallisce.

La scissione vera e propria tuttavia sarà ufficializzata soltanto nel mese di settembre.

Nel dicembre del 1981 questo raggruppamento prende il nome di BR – Partito della Guerriglia e diffonde il documento: “Tesi di fondazione del Partito Guerriglia”.

L’orientamento teorico di fondo si basa sull’assunto dell’inimicizia totale ed assoluta tra le classi, che si palesa nella metropoli come scontro che attraversa tutti i rapporti

sociali.

Le Brigate Rosse – Partito della Guerriglia (BR-PG), ritenendo che la società italiana sia prossima ad una fase di guerra civile strisciante, promuovono la loro presenza per l’adeguamento delle forze rivoluzionarie a questo livello dello scontro. La loro proposta di interventi armati per “la liberazione del proletariato prigioniero” incontra diffuso consenso tra i militanti in carcere.

Il 4 gennaio 1982 le BR-PG subiscono un duro colpo a causa dell’arresto di molti militanti e dirigenti. Nei mesi successivi restano attive soltanto a Napoli e Torino.

A Napoli, infatti, intervengono:

– con l’attentato mortale contro Raffaele Delcogliano, assessore regionale alla formazione professionale, ed il suo autista, Aldo Iermano (27-4-82);

– con l’attentato mortale contro Antonio Ammaturo, vice questore e capo della squadra mobile, ed il suo autista, Pasquale Paola (15-7-82).

Il 27 luglio 1982, il militante Ennio Di Rocco, che a seguito delle torture subite dopo l’arresto ha collaborato con le forze dell’ordine, viene ucciso nel carcere di Trani.

L’omicidio viene rivendicato con un volantino dai “Proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani“. Il 30 luglio successivo una telefonata al quotidiano Vita rivendica il fatto alle Brigate Rosse – Partito della Guerriglia.

Il 26 agosto 1982, a Salerno, le BR-PG attaccano un convoglio di militari di leva per un esproprio di armi. Nel conflitto a fuoco con la volante di scorta restano uccisi Mario De Marco e Antonio Bandiera, agenti di polizia e Antonio Palumbo, militare di leva. Insieme a questa azione, le BR- PG rivendicano anche l’esproprio di armi compiuto il 19 agosto 1982 ai danni del Centro Radiotrasmissioni dell’Aereonautica militare di Castel di Decima, sulla via Pontina, a Roma.

Il 21 ottobre 1982, a Torino, le BR-PG colpiscono mortalmente Antonio Pedio e Sebastiano D’Alleo, agenti della Mondialpol in servizio presso l’Agenzia dei Banco di Napoli di via

Domodossola, e diffondono un comunicato nel quale denunciano una militante di infiltrazione tra le fila dell’organizzazione, denuncia che risulterà infondata.

Tra novembre e dicembre del 1982, vengono arrestati gli ultimi militanti esterni.

Nell’estate del 1982, alcuni militanti provenienti dalle fabbriche e dal movimento dei disoccupati avevano vita ad un coordinamento inteso a ricostruire una presenza armata a Torino.

Si tratta di ex militanti delle BR-Partito della Guerriglia o comunque non coinvolti negli arresti seguiti alla collaborazione di Patrizio Peci nel 1980.

Ritenendo confuso il dibattito in atto nell’area delle Brigate Rosse, essi si proponevano di rilanciare una loro iniziativa armata dopo il lungo silenzio seguito allo sfaldamento della Colonna torinese.

L’8 settembre del 1982, a Rocca Canavese (TO), alcuni di questi militanti, mentre si recano ad una riunione operativa, trovano sulla loro strada un posto di blocco. Segue uno scontro a fuoco in cui resta ucciso il vice brigadiere dei carabinieri Benito Atzei. Lo scontro a fuoco non era programmato. Il nascente raggruppamento, tuttavia, per dissolvere l’ambiguità creata da alcune telefonate false che lo attribuivano a gruppi fascisti, ne assume la responsabilità, rivendicandolo con la sigla: Comunisti per la costruzione del sistema di Potere Rosso.

Gli orientamenti politici ed organizzativi di Potere Rosso vengono esposti in un documento interno che uno dei militanti estensori ha sintetizzato così:

– “garantire la presenza, sui licenziamenti e sul movimento dei disoccupati, di una resistenza armata a partire dalle realtà di fabbrica, dei cassaintegrati e dei disoccupati;

– “confrontarsi, compiendo rappresaglie, con il problema della tortura; pratica sempre più diffusa nelle questure e nelle caserme”;

– “organizzare, sulla base di un’unica linea politica, la resistenza armata, con nuclei tendenzialmente autonomi sotto la direzione di un coordinamento”.

Di fatto, dopo lo scontro a fuoco e gli arresti, questa formazione non avrà altra presenza che qualche sporadico volantinaggio.

Nella primavera del 1983, l’esperienza di Potere Rosso si chiude definitivamente.

Per l’attività delle Brigate Rosse – Partito della Guerriglia sono state inquisite 193 persone.

 

Unione dei Comunisti Combattenti (1984-1987) (UCC)

Nel maggio 1984, alcuni militanti che nella discussione interna alle BR-Partito Comunista Combattente avevano assunto la denominazione Seconda posizione, distribuiscono l’opuscolo “Una importante battaglia politica nel movimento rivoluzionario italiano“, stampato in Francia.

Prima azione della Unione dei Comunisti Combattenti è l’attentato ad Antonio Da Empoli, capo del dipartimento economico della presidenza del Consiglio, compiuto a Roma il 21 febbraio 1986. Nel conflitto a fuoco che accompagna questa azione, l’agente che scortava Da Empoli uccide la militante Wilma Monaco.

Nella borsa di Wilma Monaco viene ritrovato un documento intitolato: “Manifesto e tesi di fondazione”, datato “Ottobre 1985”. In esso tra l’altro si afferma “ Sotto l’im-

pulso e l’iniziativa di alcuni ex-militanti delle Brigate Rosse fuoriusciti da questa organizzazione in seguito alle loro battaglie per l’adozione delle tesi politiche enunciate nella cosiddetta ‘seconda posizione’, nel mese di ottobre 1985, si è costituita la Unione dei Comunisti Combattenti“.

Sulla scia dell’attentato a Da Empoli, nel febbraio del 1986, l’UdCC diffonde una “Autointervista“. Ultima azione delle UdCC è l’uccisione, a Roma, il 20 marzo 1987, del generale dell’Aeronautica – sezione costruzioni anni e armamenti aeronautici e spaziali – Licio Giorgieri.

In seguito agli arresti che si succedono in varie città italiane ed estere, tra il maggio ed il giugno del 1987 questa organizzazione cessa di esistere.

Per l’attività dell’Unione dei Comunisti Combattenti sono state inquisite 73 persone

 

Cellule di offensiva rivoluzionaria (COR)

L’organizzazione venne costituita da alcuni giovani provenienti dai centri sociali di sinistra, i quali nati dalle ceneri dell’Autonomia operaia, teorizzavano ancora la lotta di classe, e la rivoluzione proletaria, differenziandosi però dalle idee marxiste, poiché non cercavano di coinvolgere fin dall’inizio tutta la classe operaia, ma di fare azioni di sabotaggio contro il capitalismo, con attentati contro istituzioni militari considerate il braccio armato della borghesia.

La prima azione venne realizzata il 18 marzo 2003 a Pisa dove vengono fatti esplodere alcuni petardi i circoli di AN di Calci e Capannoli, mentre il 17 giugno 2003 fanno esplodere un pacco bomba contro l’istituto spagnolo a Roma Miguel Cervantes, senza fare feriti. Il 4 novembre del 2003 fanno esplodere un ordigno contro una caserma dei carabinieri di Roma a viale Libia, dove resta ferito una carabiniere, ed a Viterbo dove l’attentato fallisce perché l’ordigno viene disinnescato in tempo. Dopo questi due attentati l’organizzazione passa ad attacchi contro l’Unione europea, considerata una sovrastruttura capitalista, e invia una pacco bomba contro la casa del presidente della Commissione europea Romano Prodi, il quale però esce illeso dall’esplosione dell’ordigno. Il 19 gennaio del 2004 invece è sempre il tribunale di Viterbo ad essere colpito, con attentato dinamitardo che provoca parecchi danni all’entrata del tribunale. Il 29 gennaio il gruppo si sposta a Pisa dove fa esplodere alcune bottiglie Molotov contro il movimento Azione giovani di Pontedera. Il gruppo si sposta poi a Bologna dove realizza un attentato contro un comizio di Gianfranco Fini nel mese di giugno 2004

 

Collettivi politici veneti  (CPV)

Dopo lo scioglimento di Potere Operaio al convegno di Rosolina (Rovigo, 31 maggio – 3 giugno 1973) la maggioranza dei militanti veneti di questa organizzazione – ad eccezione delle sezioni di Venezia e Verona – danno vita ad un dibattito che porta, tra il 1974 e il 1975, ad aggregare una nuova area politica: i Collettivi Politici del Veneto per il Potere Operaio (CPV).

L’impianto politico-organizzativo dei CPV ruota intorno ad alcuni temi fondamentali:

– priorità del radicamento nel territorio locale;

– antifascismo militante;

– unità politico-militare della militanza;

– necessità del ricorso alla forza;

– agire da partito;

– confronto dialettico con le organizzazioni politico-militari.

All’interno di questo impianto viene riservata attenzione particolare al precariato inteso come forma-lavoro del nuovo ciclo produttivo e vengono elaborati i concetti di “zona omogenea”, di “fabbrica diffusa” e di “territorio liberato”.

Tra il 1977 e il 1978 l’intervento si rivolge contro la ristrutturazione ed il comando sul lavoro, in fabbrica e nel territorio e contro le infrastrutture dell’università. In questo quadro maturano i ferimenti:

– del giornalista Antonio Granzotto (Abano Terme (PD) 7-7-77);

– del direttore dell’Opera universitaria Giampaolo Mercanzin (Padova 20-10-78).

Come pure i numerosi sabotaggi, ad esempio, ai vagoni ferroviari della Zanussi-Rex (Pordenone 30-6-77) o gli attentati incendiari alla sede dell’Ispettorato regionale veneto delle Case di reclusione e pena (Padova 20-10-77).

La forte internità al Movimento del ’77 porta i Collettivi Politici Veneti, dopo il convegno di Bologna del settembre 1977, a promuovere il Movimento Comunista Organizzato (Veneto) (MCO) che risponde alla duplice esigenza di formare una forza politica nazionale (Autonomia Operaia Organizzata) e di salvaguardare la specificità territoriale.

La cosiddetta “notte dei fuochi” attua a livello locale il disegno politico del MCO. Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1978 vengono colpite:

– la sede dell’Associazione Industriali di Schio;

– l’abitazione del presidente dell’Associazione Industriali di Rovigo;

– la sede dell’Intersind di Venezia;

– la sede dell’Associazione Industriali di Vicenza;

– la Federazione Regionale Industriali del Veneto a Mestre;

– l’Associazione Artigiani di Rovigo.

Nell’autunno del 1978 nasce il giornale Autonomia, ospite nei locali di Radio Sherwood, a Padova, per dare voce all’area aggregatasi attorno ai CPV. Nello stesso periodo “matura un più profondo rapporto politico-organizzativo con collettivi autonomi milanesi e torinesi che editano il giornale Rosso che, proprio per palesare la ricerca di una nuova omogeneità ed una modificazione della linea politica ed editoriale verrà denominato Rosso per il Potere Operaio”.

In risposta all’ondata di arresti seguita all’istruttoria del processo noto come 7 Aprile, nella notte tra il 29 ed il 30 aprile 1979 vengono compiuti una ventina di attentati contro caserme dei carabinieri del Veneto.

Nel contesto di questa campagna l’11 aprile 1979, a Thiene (VI), mentre manipolano un ordigno esplosivo, perdono la vita tre militanti del CPV-Fronte Comunista Combattente: Maria

Antonietta Berna, Angelo Del Santo e Alberto Graziani. Un quarto militante, Lorenzo Bortoli, arrestato, morirà suicida in carcere.

Nell’ottobre del 1979 i CPV portano a termine diversi di attentati contro Filiali della FIAT (Padova 30-10-79) per protestare contro il licenziamento di 61 operai alla casa madre di Torino.

Il 3 dicembre 1979 circa duecento militanti armati del CPV bloccano gli snodi viari di Padova.

Nel corso del 1980 e del 1981 la forte repressione poliziesca, i conflitti politici interni ai collettivi, il crollo dell’ipotesi politica intorno a cui era nato l’MCO, portano all’esaurimento dell’esperienza dei Collettivi Politici Veneti che può essere indicato nel Convegno Internazionale di Venezia, svoltosi nell’autunno del 1981.

In quest’ultimo periodo vengono rivendicati:

– attacco alla caserma del 4° Btg. Carabinieri con razzi bazooka (Mestre 17-4-81);

– incursioni in agenzie immobiliari (Padova e Venezia 7-10-81);

– sequestro dell’ing. Luigi Strizzolo, capogruppo dello stabilimento Montedison petrolchimico di Porto Marghera (VE). La sua fotografia, con al collo un cartello con la scritta “sono uno sfruttatore della classe operaia”, viene distribuita ai giornali (Venezia 22-10-80);

– ferimento del medico carcerario Antonino Mundo (Vicenza 1-12-81);

I Collettivi Politici Veneti nel corso della loro storia hanno utilizzato varie sigle. Tra esse:

Organizzazione Operaia per il Comunismo;

Proletari Comunisti Organizzati;

Ronde Proletarie;

Fronte Comunista Combattente

Il 9 marzo 1985, a Trieste, il militante dei CPV Pietro Maria Greco, latitante, individuato da un gruppo misto di agenti della Digos e del Sisde, viene ucciso mentre rientra nell’alloggio presso cui era ospitato.

Per i Collettivi Politici Veneti sono state inquisite 205 persone

 

Colonna “Fabrizio Pelli

Questa formazione prende il nome da Fabrizio Pelli, militante delle Brigate Rosse, morto in carcere a Milano l’8 agosto 1979. Essa trova i suoi antecedenti in un’area marxista-leninista. I suoi militanti provengono da Servire il popolo, dal Movimento Lavoratori Studenti, dal Fronte Unito e dal Circolo Gramsci.

La Colonna “Fabrizio Pelli” fa la sua comparsa in Campania nel dicembre del 1979, con iniziative armate e volantinaggi nei quartieri di Salerno. In particolare:

– rapine in armerie;

– sabotaggi ad autoconcessionarie Fiat;

– disarmi di agenti di polizia;

– “espropri proletari” in supermercati e magazzini di vendita all’ingrosso.

Il dibattito interno mette a confronto due punti di vista: uno vicino alle tesi di Prima Linea, con un’attenzione particolare ai movimenti, e l’altro vicino alle tesi delle Brigate Rosse, più caratterizzato da una lettura in chiave marxista-leninista della società.

Il 16 marzo 1980, nei pressi del Palazzo di giustizia di Salerno, la Colonna “Fabrizio Pelli” colpisce mortalmente il procuratore Nicola Giacumbi, e gestisce l’azione con riferimenti all’impostazione generale delle Brigate Rosse.

La sua storia si conclude con gli arresti dell’aprile 1980. In carce e, alcuni suoi militanti, nel marzo 1981, confluiscono nelle Brigate di campo delle Brigate Rosse.

 

Comitati Comunisti Rivoluzionari (Cocori)

I Comitati Comunisti Rivoluzionari (CoCoRi) si formano a Milano nell’autunno del 1976 nel contesto dei Comitati Comunisti per il Potere Operaio e di alcuni altri comitati autonomi di fabbrica (Comitato Operaio Marelli, Comitato Operaio Falk) e di quartiere. L’area di riferimento politico-culturale è quella che negli anni precedenti gravitava intorno alle riviste Linea di Condotta (1975) e Senza Tregua (1975-1978).

Almeno in un primo periodo, i CoCoRi si muovono sul terreno dell’intervento politico legale. Tuttavia, secondo la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio del 16 luglio 1983 del Tribunale penale di Milano, ad essi fanno riferimento molti nuclei armati che rivendicano i loro attacchi con sigle diverse, le più ricorrenti delle quali sono:

Nuclei Combattenti per il Comunismo (Padova);

Combattenti per il comunismo;

Nuclei armati per il Contropotere Territoriale;

Gruppi di Fuoco;

Guardia Proletaria Territoriale;

Squadre comuniste Territoriali (Padova);

Proletari Organizzati per il Comunismo.

A Torino, il 19 giugno 1976, il ferimento di Paolo Fossat, capo reparto alla Fiat Rivalta, rivendicato con la sigla Guerra di Classe per il Comunismo, segna l’inizio dell’intervento dei CoCoRi nelle fabbriche torinesi.

A Milano la prima azione riconducibile al CoCoRi è il ferimento di Valerio De Marco, capo del personale della Leyland Innocenti (11-11-75), rivendicato con la sigla Per il potere proletario armato: guerra di classe.

Nei primi mesi del 1976, sempre a Milano, ai CoCoRi vengono attribuiti:

– il ferimento del dirigente della Philco di Brembate, Dietrich Ercher (26-3-76), rivendicato con la sigla Lotta Armata per il Comunismo;

– il ferimento del capo della sorveglianza della Magneti Marelli, Matteo Palmieri (2-4-76).

Negli anni successivi, a Milano, i CoCoRi compiono numerose rapine e conducono varie campagne:

– contro il lavoro nero;

– contro lo spaccio dell’eroina;

– per la casa.

Il 9 giugno 1978, una rapina in una banca di Lissone, si conclude con la morte del militante Francesco Giuri.

Nella campagna contro la repressione i CoCoRi rivendicano, inoltre:

– l’attentato con esplosivo contro la costruenda caserma dei carabinieri di Concorezzo (Milano 1- 12-78).

– l’incendio dell’autoparco dell’istituto di vigilanza “Cittadini dell’Ordine” (Milano 25-7-78).

Il 23 febbraio 1979, a Barzanò (CO), nel corso di un’altra rapina compiuta dai CoCoRi, resta uccisa la guardia giurata Rosario Scalia.

Nel Veneto, tra la fine del 1976 ed i primi mesi del 1979, i CoCoRi hanno operato prevalentemente

a Padova. Oltre ad “azioni di esproprio” (anni e denaro), essi hanno rivendicato il ferimento del prof. Ezio Riondato, docente di Filosofia morale alla facoltà di Lettere e presidente, democristiano, della Cassa di Risparmio (Padova 22-4-78).

I CoCoRi, a Roma, si formano all’inizio del 1978 sulle ceneri dei Comitati Comunisti Romani (CoCoRo), i quali, a loro volta, si erano formati nell’autunno successivo allo scioglimento di Potere Operaio (1973) e, tra i quali, era stato particolarmente attivo, almeno fino al 1975, il Comitato Comunista Centocelle (CoCoCe), poi in gran parte confluito nelle Formazioni Comuniste Armate o nelle Brigate Rosse.

Secondo un militante “pentito” di Prima Linea, i Comitati Comunisti Romani, tra il 1976 ed il 1978, rivendicavano le loro iniziative con la sigla Comitati Comunisti per la Dittatura Proletaria.

I CoCoRi romani hanno operato prevalentemente nei quartieri Tiburtino, Roma-Sud, Roma-Nord. Nel luglio del 1978 essi tengono una conferenza di organizzazione a Lanuvio (Roma), in cui, secondo una testimonianza, si decide: “che gli apparati legali dei CoCoRi vengano sciolti e tutta l’attività venga svolta a livello illegale, come già avveniva di fatto a Milano e Padova”.

Lo scioglimento formale della rete nazionale dei CoCoRi viene comunque deciso a Milano nel dicembre del 1978.

Successivamente, alcuni ex militanti di questa organizzazione, firmandosi Proletari Organizzati per il Comunismo, tra l’inizio del 1979 e i primi mesi del 1980, si dedicano principalmente ad “attività di esproprio” (rapine).

Secondo una testimonianza, nella prima metà del 1980, tra gli aderenti ai Proletari Organizzati per il Comunismo: “si pone il problema se e come proseguire. La questione era entrare in Prima Linea oppure sciogliersi. Siccome lì nessuno aveva esperienza, nessuno ci teneva ad entrare in PL, il gruppo si è sfasciato».

Prevale quindi la posizione di restare fuori da PL e proseguire nella pratica degli espropri.

In alcuni procedimenti giudiziari questa ultima tendenza viene accomunata al raggruppamento informale – che comprende anche alcuni ex militanti dei Proletari Armati per il Comunismo – noto come Rapinatori Comunisti.

In sede giudiziaria è a questi ultimi che viene attribuito il tentato disarmo del 18 dicembre 1980, a Zinasco (PV), conclusosi con la morte della guardia giurata Alfio Zappalà.

Per i Comitati Comunisti Rivoluzionari sono state inquisite 92 persone

 

Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria (COLP)

erano un gruppo nato dallo scioglimento dell’organizzazione comunista combattente Prima Linea. Questa organizzazione durante il convegno di Barzio del 1981 decise la fine della propria esperienza. Nello stesso convegno diede vita ad una nuova organizzazione che si prefiggeva di ridare la libertà a quelli che erano i compagni in carcere, come passaggio indispensabile per poter chiudere con l’esperienza della lotta armata. Tra le attività terroristiche si ricorda un attentato presso il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, maturato nel clima teso determinatosi dopo l’invasione israeliana del Libano, e che ebbe luogo nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1982[1].L’esperienza ebbe breve vita e si chiuse con l’arresto di quasi tutti gli aderenti nell’anno successivo (1982).

Tra le azioni rivendicate si ricordano la liberazione dal carcere di Frosinone di Cesare Battisti e quella di quattro detenute dal carcere di Rovigo. Nel gennaio 1982,un nucleo dei COLP incappato in un posto di blocco dopo una rapina ingaggiava un conflitto a fuoco durante il quale caddero Lucio di Giacomo e i carabinieri Euro Tarsilli e Giuseppe Savastano.

 

Formazioni Comuniste Armate (FCA)

o Formazioni Armate Comuniste, F.A.C., furono una organizzazione armata terroristica di sinistra, che si rifaceva all’idea comunista, portando avanti le tesi della lotta di classe e della rivoluzione proletaria, compiendo azioni contro ditte capitaliste, carabinieri, ed enti statali considerati capitalisti. Nacquero nel Lazio nel 1975 e furono attive, attribuendosi anche denominazioni diverse, fino al 1977.

La prima azione compiuta da questa organizzazione fu l’incendio di uno stabilimento petrolifero della Texaco Oil Company presente a Firenze nel Aprile del 1976, dove lasciarono volantini in cui accusarono le ditte petrolifere di speculare sul prezzo del petrolio ai danni dei ceti popolari.Dopo qualche mese compiono un altro attentato a Roma, dove sparano a Giovanni Theodoli dell’Unione petrolifera Italiana, accusata di aver creato con l’Opec il caro-benzina per speculere sui bisogni dei lavoratori.Nel mese di Maggio del 1976 fanno deflagrare un ordigno di fronte alla cineteca Rai di via Teulada a Roma per protestare contro la tv di regime che viene accusata di fare propaganda contro il movimento dei lavoratori. Dopo un anno di silenzio realizzano un attentato contro la caserma dei Carabinieri di Piazza del Popolo a Roma, lasciando dei volantini in cui accusano i carabinieri di essere al servizio della borghesia. Tra i membri del gruppo armato il più noto è Valerio Morucci, anch’egli poi confluito nelle Brigate Rosse.

 

Formazioni Comuniste Combattenti (FCC)

furono un’organizzazione armata di estrema sinistra nata dall’unione tra Operai armati comunisti, Brigate Comuniste e Senza tregua, ed alcuni fuoriusciti della rivista Rosso (giornale) già ricercati dai carabinieri per la strage di Argelato. Nate in seguito all’uscita dalle Brigate Rosse di Corrado Alunni nel giugno del 1977.
Talvolta operarono congiuntamente con l’organizzazione denominata Prima Linea, dalla cui unione nacquero le Squadre armate proletarie.

La prima azione criminale fu l’omicidio di un carabiniere di nome Carmine De Rosa, che faceva da guardia nello stabilimento Fiat a Cassino, rivendicando l’omicidio però con la sigla Operai armati comunisti, che rivendica l’azione. In seguito a questo omicidio la nascente Prima Linea decide di fare un comando unificato di gruppi comunisti guerriglieri che compiono un attacco di sabotaggio all’Alfasud di Pomigliano d’Arco, per poi passare all’uccisione del procuratore capo della Repubblica Frosinone Fedele Calvosa e dei suoi due agenti di scorta Luciano Rossi e Giuseppe Pagliei l ‘ 8 novembre 1978, a Patrica (FR), dopo questo omicidio decisero di unirsi a Prima Linea da cui nacquero le Squadre armate proletarie.

 

  • Fronte Armato Rivoluzionario Operaio (FARO)

All’indomani della Terza Conferenza d’Organizzazione, tenuta da Potere Operaio a Roma tra il 24 e il 26 settembre 1971, nella quale prevale la tesi sull’attualità dell’insurrezione proletaria, questa organizzazione decide di promuovere la nascita di una struttura di Lavoro illegale.

Nel corso dei 1971, a questa struttura – braccio armato compartimentato, ma in ogni caso subordinato al vertice politico dell’organizzazione – vengono affidati compiti di esproprio, armamento, addestramento ed “appoggio armato” alle manifestazioni di massa.

Lavoro Illegale articola la sua presenza nel Lazio, in Toscana, in Piemonte, nel Veneto ed in Lombardia.

Alcuni arresti, seguiti agli scontri di piazza nel secondo anniversario (12-12-71) della strage di Piazza Fontana, inducono tuttavia Potere Operaio a rivedere molto presto l’impostazione del suo Lavoro illegale e a definire una nuova concezione del livello clandestino dell’organizzazione con margini di autonomia politico-militare maggiormente accentuati.

Nasce così, all’inizio del 1972, il Fronte Armato Rivoluzionario Operaio (FARO).

La strategia generale resta ancorata all’orientamento insurrezionalista, tuttavia viene meglio precisata la discontinuità tra il lavoro nella legalità e l’organizzazione dell’attività illegale.

In questa seconda fase il FARO rivendica alcune azioni e, in particolare:

– l’attentato con esplosivo contro la caserma dei carabinieri di Via Celimontana (Roma 4-3-72);

– l’attentato con esplosivo contro la sede DC di via Bonaccorsi (Roma 9-3-72);

– l’attentato con esplosivo contro la porta d’accesso del carcere di Regina Coeli (Roma 10-3-72);

– l’attentato con esplosivo contro l’Adriatica Componenti Elettronici (Sulmona (AQ) 7-3-72);

– l’attentato con esplosivo contro la sede della Democrazia Cristiana di via Cavalleggeri (Roma 13-3-72).

Di fatto, dopo questa ultima azione, il FARO cessa di esistere.

 

Fronte Combattente Comunista delle Marche

Alla fine del 1978, una parte dell’autonomia ascolana (San Benedetto, Fermo), interessata ad un confronto con le Brigate Rosse decide di costituire una formazione politico-militare e si inserisce autonomamente nella “Campagna contro la DC” condotta, appunto, dalle Brigate Rosse.

All’inizio della sua attività il Fronte Combattente Comunista compie alcune rapine per autofinanziarsi e vari attacchi incendiari contro beni di esponenti della Democrazia Cristiana locale. Nel giugno del 1979, in seguito all’arresto e alla collaborazione di un militante che consente l’individuazione dell’intera struttura, questa formazione cessa di esistere.

     

    Gruppi di azione Partigiana (GAP)

    Nascono a Milano (ma hanno gruppi collegati anche a Genova e Torino) nel 1970, fondati dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. Già da alcuni anni Feltrinelli era andato convincendosi dell’imminenza di un colpo di stato di destra in Italia. Esso, a suo avviso, non avrebbe solo spazzato via “il revisionismo già condannato dalla storia” ma anche le ultime illusioni su un passaggio pacifico al socialismo. Su queste valutazioni, Feltrinelli fondò un giornale “Voce Comunista” nel quale, fra l’altro, pubblicò una lettera aperta a Pietro Nenni per invitarlo a porsi con lui a capo del costituendo esercito nazionale di liberazione che avrebbe dovuto prevenire il colpo di stato o, almeno, fronteggiarlo prontamente una volta verificatosi. E’ da notare, fra l’altro, che il “gruppo Feltrinelli” non si caratterizzò affatto come gruppo maoista (come talvolta è scritto). Per Feltrinelli le forze rivoluzionarie nel mondo si dividevano in questo modo a) le avanguardie guerrigliere che, nelle metropoli capitalistiche come nelle risaie vietnamite, affrontavano l’urto con le forze armate della borghesia; b) la retrovia immediata di esse rappresentata dagli eserciti della Repubblica popolare Vietnamita, di quella Coreana e di Cuba; c) la prima riserva strategica rappresentata dall’Armata di Liberazione Nazionale e dall’esercito della Repubblica Popolare Cinese; d) la seconda e più importante riserva strategica rappresentata dalla Armata Rossa dell’Unione Sovietica. In questo senso il dissidio russo-cinese era valutato come una iattura da superare al più presto ed i gruppi maoisti che ne indicavano la positività non erano che gruppi piccolo-borghesi inconsci della gravità di tale fenomeno e detrattori dell’URSS. Su questa linea Feltrinelli non risparmiò violente polemiche contro le formazioni marxiste leniniste che sostenevano il carattere “socialimperialista” dell’URSS.

    I GAP, composti prevalentemente da vecchi ex partigiani, di fatto, si limitarono a scarse e poco pericolose azioni dimostrative. Prevalentemente svolsero un ruolo di propaganda che raggiunse il suo culmine nella realizzazione di una radio clandestina. Feltrinelli cercò di unificare sotto la sua guida altri gruppi come le BR e Potop. finendone, in realtà, strumentalizzato per i suoi rapporti internazionali, le sue disponibilità finanziarie e la sua casa editrice.

    Nel marzo del ‘72 Feltrinelli cercò di rilanciare la sua organizzazione con una “offensiva rivoluzionaria” che fallì miseramente con la morte dello stesso Feltrinelli avvenuta nella notte fra il 14 ed il 15 di quel mese, mentre l’editore milanese sarebbe stato sul punto di piazzare una bomba sotto un traliccio dell’alta tensione. Per quanto sembri accertata l’effettiva intenzione di Feltrinelli di compiere un attentato, la dinamica dell’incidente non è stata mai chiarita e pesanti dubbi gravano ancora oggi sulla sua morte.

    Nella repressione seguita a tale episodio, finirono in carcere diverse persone collegate ai GAP fra cui l’avv. Giambattista Lazagna di Genova, Medaglia d’oro della Resistenza, che negò costantemente quel collegamento. Poco dopo i GAP si dissolsero, finendo in parte nelle BR.

     

    Gruppi Armati Radicali per il Comunismo

    Questa organizzazione nacque dall’Autonomia Operaia genovese e le sue idee si rifacevano al già esistente situazionismo portato avanti da Azione Rivoluzionaria, che oltre colpiva i centri del potere capitalista, con azioni violente ma al tempo stesso goliardiche per ridicolizzare le istituzioni statali, e per portare avanti la rivoluzione proletaria in Italia. I principali attentati furono quello incendiario alla borsa di Genova del 2 Febbraio del 1977, quello contro la sede della società immobiliare di Carignano accusata di speculare sulle case dei proletari e quello contro il Centro Ligure degli affari in Francoforte. Nel Dicembre del 1977 i membri vennero arrestati e questa formazione cessò di esistere.

     

    Gruppo XXII Ottobre

    Il “Circolo XXII Ottobre” si forma a Genova, il 22 ottobre 1969, per iniziativa di alcuni militanti di formazione marxista-leninista. I primi militanti genovesi sono tutti proletari della Val Bisagno, la loro vita si svolge intorno a Piazzale Adriatico, uno dei quartieri più popolari di Genova. Nel messaggio letto in una interferenza televisiva essi collocano la nascita della loro formazione nel quadro delle lotte per i contratti e le riforme del 1969 e del 1970, della resistenza di massa all’ “offensiva padronale e fascista”, e dell’iniziativa “contro il giogo dell’imperialismo straniero”. Il modello organizzativo al quale questo gruppo fa esplicito riferimento è quello della lotta partigiana. Proponendosi come “avanguardia partigiana”, esso con le sue iniziative intende scatenare la guerra partigiana rivoluzionaria”. Nel corso del 1970, a Genova, le azioni di maggior rilievo del gruppo sono:

    – interferenze radio nel telegiornale serale del 1°canale (16-4; 23-9; 22, 24 e 30-12). La prima, firmata “Radio GAP”, chiama con successo la popolazione alla mobilitazione per impedire un raduno fascista;

    – attentato esplosivo ad una sede del Partito Socialista Unitario (PSU) in via Teano (24-4-70);

    – attentato esplosivo al consolato generale USA in piazza Portello (3-5-70);

    – sequestro, a fini di finanziamento, di Sergio Gadolla, figlio del noto industriale genovese (dal 5-10-70 al 10-10-70);

    – attentato esplosivo contro un automezzo in dotazione del Nucleo Radiomobile dei carabinieri (24-12-70).

    Nel 1971, alle molte interferenze di Radio GAP, con cui vengono rivendicate le iniziative armate delle “Squadre d’Azione Partigiana” (6-2-71; 19-2-71) si aggiungono i sabotaggi di impianti industriali:

    – deposito di prodotti finiti ed elettrodomestici della IGNIS (Genova 6-2-71);

    – deposito costiero della raffineria Garrone (Arquata Scrivia (AL) 18-2-71).

    Nelle rivendicazioni, il Gruppo XXIII Ottobre attribuisce agli industriali colpiti il ruolo di finanziatori dei fascisti e delle trame golpiste. L’ultima azione di questa organizzazione è la tentata rapina ad un portavalori dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Rapina che si risolve con la morte del fattorino e la cattura di un dirigente del gruppo (Genova 26-3-71). Successivamente, alcuni militanti del Gruppo XXII Ottobre trovano un appoggio solidaristico dai Gruppi d’Azione Partigiana. Altri, invece, dopo un periodo più o meno breve di latitanza, vengono arrestati. Durante il processo di primo grado (ottobre 1972) Radio GAP trasmette un comunicato di solidarietà “ai compagni del XXII ottobre”, con un registratore, montato su un traliccio, poco fuori le mura del carcere di Genova.

    Il processo contro il Gruppo XXII Ottobre serve da pretesto per scatenare una forte campagna di criminalizzazione contro i movimenti di lotta più offensivi. Ciò anche a causa di personaggi ambigui inquisiti per il sequestro Gadolla e la rapina allo IACP.

    Nel 1974 le Brigate Rosse, con il sequestro di Mario Sossi, giudice istruttore e poi PM contro il Gruppo XXII Ottobre nel processo di primo grado (novembre 1972 – marzo 1973), reagiscono a questa campagna di criminalizzazione riaffermando l’internità al processo rivoluzionario di otto militanti, dei quali chiedono anche la liberazione. In carcere, negli anni successivi, alcuni militanti di questa formazione confluiscono nelle Brigate Rosse.

     

    Guerriglia Comunista

    La diffusione sempre più massiccia dell’eroina nella periferia romana induce, nell’autunno 1978, alcuni militanti provenienti da formazioni extraparlamentari e dall’autonomia, in unione con delinquenti comuni, a creare una organizzazione armata, Guerriglia Comunista, finalizzata a creare nei quartieri “zone franche dall’eroina“.

    Nel settembre 1978, la nuova formazione diffonde un documento ciclostilato, di 20 pagine articolate in sette capitoli, intitolato: “Guerriglia comunista. Direzione di strategia urbana“.

    In esso vengono esposte le tesi generali del gruppo. Tra l’altro vi si legge: “(…) Sviluppare la guerriglia comunista, questo può e deve essere nel movimento proletario di resistenza offensiva un contributo importante per una formazione del partito comunista combattente: creare zone franche dall’eroina; attaccare i centri del lavoro nero; attaccare i centri della speculazione edilizia ed alimentare”.

    Tra giugno e dicembre del 1978, Guerriglia Comunista compie alcuni attentati mortali contro spacciatori di eroina. Vengono colpiti:

    Giampiero Cacioni (Roma 19-6-78);

    Saaudi Vaturi (Roma 27-11-78);

    Enrico Donati (Roma 14-12-78).

    Il primo di essi viene rivendicato con la sigla Movimento Proletario di Resistenza Offensiva – Nucleo Antieroina.

    Tra il dicembre 1978 e l’aprile 1979, l’intervento si allarga agli altri punti esposti nel programma. Vengono compiuti attentati contro:

    – organi di stampa (Roma 25-12-78);

    – centri di speculazione alimentare (Roma 15-4-79);

    – caserma in costruzione dei carabinieri (Roma 13-6-79).

    Dopo il giugno del 1979 l’organizzazione Guerriglia Comunista cessa di essere operativa.

    L’8 gennaio 1981 viene estradato dalla Spagna un inquisito per traffico di cocaina che, di sua spontanea volontà, fornisce agli inquirenti un’ampia ricostruzione della storia del gruppo Guerriglia Comunista di cui era stato, a suo tempo, militante. La sua collaborazione porta all’arresto di tutti coloro che avevano militato in Guerriglia Comunista

     

    Guerriglia Rossa

    Nell’area milanese alcuni militanti, provenienti dalle esperienze concluse delle Brigate Comuniste e delle Formazioni Comuniste Combattenti, interessati ad approfondire l’analisi degli apparati d’informazione e l’intervento contro di essi, danno vita, nella primavera del 1979, a Guerriglia Rossa.

    Questa formazione, nel marzo del 1980, compie alcuni piccoli sabotaggi, ma dopo l’uccisione (Genova 28-3-80) di quattro militanti delle Brigate Rosse da parte dei reparti speciali dei carabinieri, decide di sciogliersi.

    Alcuni militanti di Guerriglia Rossa, insieme ad altri provenienti da esperienze diverse, danno vita alla Brigata XXVIII Marzo.

    Nell’ottobre del 1979, all’interno dell’area che faceva riferimento a Guerriglia Rossa, si era formata la Brigata “Antonio Lo Muscio”, che prendeva il nome da Antonio Lo Muscio, militante dei Nuclei Armati Proletari, ucciso a Roma dai carabinieri il 1 luglio 1977.

    Uno degli intendimenti dichiarati della Brigata (pochi elementi, molto inesperti) era quello di ricercare un collegamento con il Movimento Proletario di Resistenza Offensiva e con le Brigate Rosse.

    Oltre ad una serie di rapine fallite, la Brigata Antonio Lo Muscio si è attribuita il sequestro di un militante dell’autonomia milanese accusato di compiere delazioni pubbliche ai danni di militanti delle formazioni armate.

    Nell’ottobre 1980, con l’ondata di arresti seguiti alla cattura e alla “collaborazione” di Marco Barbone e all’infiltrazione di Rocco Ricciardi della Brigata XXVIII Marzo, questa formazione cessa di esistere.

     

    Lotta Armata per il Comunismo

    chiamato anche Lotta Armata Comunista, fu un gruppo aperto terrorista comunista attivo tra il 1970 ed il 1980 in Italia che si rese responsabile di azioni violente ed omicidi contro borghesi, militanti di destra, forze armate italiane, banche ed industrie capitaliste.

    Rifacendosi alla parte più violenta di Autonomia Operaia ed alle tesi del movimento proletari emarginati fu attivo soprattutto in Centro Italia e nel Nord Italia dove compi numerose azioni violente utilizzando la tecnica della sigla aperta poiché chiunque poteva farne parte a patto che fosse comunista e che colpisse la borghesia europea considerata sfruttatrice delle masse proletarie.La prima azione violenta fu nel Settembre 1974 a Milano dove fecero esplodere alcune automobili di dirigenti industriali milanesi accusati di sfruttare gli operai, per poi passare il 20 Febbraio 1975 a Milano in cui federo degli atti incendiari in un istituto superiore Milanese lasciando dei volantini in cui accusavano gli insegnanti di essere autoritari contro gli studenti per poi compiere un omicidio a Roma durante un comizio di destra in cui mori il giovane Mario Zicchieri il 29 ottobre 1975.Dopo questo omicidio decidono di colpire il commissariato di Polizia di Porta Genova a Milano nel 1976 per poi ferire il direttore della Philco Bosch Henrik Henkev a Brembate in Provincia di Bergamo il 26 Marzo 1976.Dopo un anno senza fare attentati il 15 Agosto 1977 fanno esplodere un ripetitore TV di Radio Montecarlo in Provincia di Lucca accusando l’emittente radiofonica di essere al soldo del Capitalismo per poi far esplodere nel centro di Lucca una bomba contro il Palazzo di Giustizia il 15 Ottobre 1977.A Prato nel 1978 decidono di uccidere in notaio Gianfranco Spighi insieme alla Brigata d’Assalto Dante Di Nanni firmando il volantino di rivendicazione Lotta Armata per il Comunismo-Dante Di Nanni

     

    Movimento Proletario di Resistenza Offensiva (MPRO)

    conosciuto anche come Movimento proletario di resistenza offensivo la cui sigla era MPRO , nacque nel 1977 grazie all’alleanza di varie organizzazioni terroristiche di ispirazione comunista, le quali si rifacevano alle tesi della lotta di classe per realizzare una rivoluzione proletaria anche in Italia, partendo dalle tesi dell’operaismo comunista e dal movimento del proletariato extralegale, le organizzazioni che lo formarono furono le Squadre proletarie combattenti, Guerriglia comunista, Operai armati comunisti, Formazioni comuniste armate, Brigate rosse.

    L’unione militare di varie organizzazioni comuniste impegnate nella lotta armata contro lo Stato italiano venne decisa dopo i fatti del 1977, quando molti giovani uscirono dalle varie organizzazioni che formavano l’Autonomia Operaia, per passare alla lotta armata contro lo Stato Italiano, considerato imperialista, capitalista ma al tempo stesso decadente e quindi ormai pronto a crollare. Azioni violente vennero intraprese anche contro le banche e gruppi industriali e di potere, come vari attacchi dinamitardi all’Alfa Romeo, alla Fiat, alla Sit-Siemens e a varie sedi Rai presenti sul territorio nazionale. Grazie poi all’alleanza militare di vari gruppi sparsi nel territorio nazionale, vennero compiute azioni violente contro le forze dell’ordine.

    La sua nascita si deve anche alla situazione internazionale creatasi alla fine degli anni 1970, poiché la maggioranza dei governi dei paesi del mondo erano di tipo socialista o comunista, ed anche in molti paesi europei capitalisti e democratici si era formato un terrorismo diffuso, portato avanti dai gruppi comunisti quali Rote Armee Fraktion in Germania e Action directe in Francia, oppure che portavano avanti le tesi della sinistra nazionale quali Irish Republican Army nel Regno Unito, ETA in Francia e Spagna, e l’OLP di Arafat che faceva azioni di sabotaggio ed omicidi contro i gruppi capitalisti israeliani in Europa. Le tesi del Movimento infatti cercavano contatti con questi gruppi sia di tipo ideale, che di tipo militare, attraverso lo scambio di armi e cercando l’addestramento reciproco.

    Anche sulle liberalizzazioni degli stupefacenti il Mpro aveva tesi differenti dagli altri gruppi dell’estrema sinistra, perché reputava negativo il diffondersi di ogni forma di droga (sia leggere che pesanti) tra i ceti popolari, poiché, secondo le tesi del Movimento, con la diffusione e l’assunzione dei vari tipi di droghe esistenti molte persone avrebbero contratto malattie fisiche e psichiche, si sarebbero impoverite visto il costo delle droghe e dei farmaci che servono poi a disintossicarsi, dovendo a causa della tossicofilia abbandonare l’impegno culturale e sociale e la lotta sociale e rivoluzionaria contro il capitalismo

    Il Mpro dopo un periodo di azioni violente contro banche e industrie, ed omicidi ai danni di spacciatori di droga e di militanti di gruppi politici di estrema destra, attraversò un periodo di crisi interna a causa della repressione dello stato dopo l’operazione fatta dalla Polizia e dai carabinieri il 7 aprile 1979, così i capi delle varie associazioni che formarono il movimento decisero di confluire nelle Brigate rosse nell’ottobre del 1979, sciogliendo il movimento all’interno delle Brigate rosse.

     

    Nuclei Armati Proletari (NAP)

    Dopo la svolta di Lotta Continua del ‘72-73, un gruppo di militanti della commissione carceri di questa organizzazione (Fiorentino Conti, Nicola Pellecchia, Sergio Romeo, Claudio Carbone) e parte del movimento Dannati della Terra  si rendevano autonomi per continuare nelle posizioni più radicali di lotta all’istituzione carceraria. Ad essi (prevalentemente provenienti da Napoli, Firenze e Perugia) si univano i resti di Sinistra Proletaria di Napoli  e, poco dopo, altri militanti di Lotta Continua fiorentina (Luca Mantini) ed altri di Milano. Da tale confluenza nascevano i NAP che, sin dal nome, dichiaravano la propria scelta in senso armatista (primavera ‘74). Nel luglio dello stesso anno, il rapimento dell’industriale napoletano Gargiulo fruttava all’organizzazione un cospicuo riscatto con il quale venivano finanziate le successive azioni. Nello stesso periodo si svolgeva una serie di azioni dimostrative davanti a diverse carceri italiane (in particolare Poggioreale). I NAP acquisivano così una discreta notorietà nazionale.

    Poco dopo iniziava l’ininterrotta serie di avvenimenti che porterà alla fine dell’organizzazione: il 29 ottobre del ‘74, a Firenze, un gruppo dei NAP veniva intercettato dalla polizia mentre tentava di rapinare una banca e nello scontro a fuoco morivano Sergio Romeo e Luca Mantini. L’11 marzo del ‘75 una esplosione devastava un appartamento in via Consalvo a Napoli. Moriva Giuseppe Vitaliano Principe e veniva ferito molto gravemente Alfredo Papale: entrambi erano militanti dei NAP e l’esplosione era stata provocata da un ordigno che stavano preparando; il 7 luglio successivo Annamaria Mantini, sorella di Luca passata ai NAP dopo la sua morte, veniva uccisa da un poliziotto (che parlerà di un incidente) mentre rientrava in casa.

    L’anno che segna la liquidazione dei NAP è il ‘76. Nei primi mesi venivano arrestati Giovanni Gentile Schiavone, Pierdomenico Delli Veneri, Maria Pia Vianale e Francesca Salerno, tutti dei NAP. Il 14 dicembre, a Roma, i NAP tentavano un ultimo rilancio con un attentato al responsabile dei servizi si sicurezza per il Lazio; uccidevano uno degli agenti della scorta, ed uno dei loro, Martino Zicchitella, cadeva, sembra per un proiettile sparato erroneamente da un suo compagno. Una fuga dal carcere della Vianale e della Salerno durava solo poche settimane: in luglio venivano riprese mentre Antonio Lomuscio (che le aveva aiutate ad evadere e si trovava in loro compagnia) rimaneva ucciso nello scontro a fuoco con la PS. Nei primi del ‘77 i NAP sono virtualmente finiti: buona parte dei militanti uccisi o arrestati (i NAP, probabilmente, sono il gruppo armatista che, proporzionalmente al numero degli effettivi, ha avuto più morti); il resto confluisce nelle BR.

     

    Prima Linea

    Nacque fra la fine del ‘76 ed i primi del ‘77 da un tormentato processo di scissioni e riaggregazioni nell’area a cavallo fra i fuorusciti di Lotta Continua (passati all’Autonomia) e quella delle organizzazioni armatiste precedenti. Il processo ha inizio in alcune fabbriche dell’hinterland milanese (Sit Siemens, Pirelli, Magneti Marelli, Telelettra di Crescenzago) per iniziativa di un gruppo di militanti passati per l’esperienza di Senza Tregua, cui si uniscono alcuni quadri di livello medio-basso dell’area armatista (Sergio Segio, M. Libardi, B. La Ronga, C. Galmozzi), infatti uno dei protagonisti dell’iniziativa, Galmozzi, la definirà “il golpe dei sergenti”. Alla fine del ‘76 ha luogo un convegno a Salò che decide la ripresa delle pubblicazioni di “Senza Tregua”, mentre un gruppo (M. Costa, P. Palmero, E. Balducchi) decide di mantenersi autonomo nell’area dei Comitati Comunisti Rivoluzionari per riconfluire in un secondo tempo in PL. Le prime azioni del gruppo risalgono già alla fine del ‘76 ma la sua nascita formale avveniva solo nel maggio del ‘77 a Firenze con la costituzione di un “comando nazionale” formato dal gruppo milanese, da quello bergamasco (M. Viscardi) e da quello torinese (Marco Donat Cattin, Roberto Sandalo e Roberto Rosso che assumerà la leadership ideologica del gruppo). Il modello politico ed organizzativo di PL segnava profonde differenze da quello delle BR. Mentre queste, infatti, facevano perno essenzialmente sui “regolari”, cioè militanti in totale clandestinità e quindi sulle “basi” (cioè appartamenti affittati sotto falso nome e facilmente rintracciabili, sul lungo periodo, dalla polizia), PL scelse il modello della semi-clandestinità. Essa consisteva in questo: il militante di PL non passava alla clandestinità, anzi continuava a vivere normalmente (e questo consentiva di evitare il rischioso e dispendioso sistema delle “basi”) svolgendo anche una attività politica alla luce del sole nell’ambito dei movimenti; clandestina era solo la sua appartenenza ad un gruppo armatista. I militanti organici erano inquadrati nei “gruppi di fuoco” (l’equivalente delle colonne delle BR), ma, accanto ad essi, operavano una serie di organismi collaterali: le “ronde” o “squadre” proletarie di combattimento. Esse erano costituite in parte da militanti del gruppo, in parte di simpatizzanti o anche giovani inconsapevoli di agire nell’ambito di PL. In questa maniera si otteneva una forte compartimentazione del gruppo, utilizzando l’adesione di persone che non venivano messe al corrente delle questioni interne ad esso.

    Prima Linea fu il gruppo terrorista più prolifico di sigle  e questo per tre motivi: depistare le indagini della polizia, dare la sensazione di una crescita tumultuosa dell’area armatista e creare una rete di organismi fiancheggiatori dai quali attingere gradualmente i quadri fra quanti avessero dato prova di maggiore affidabilità. Come si vede un sistema organizzativo complesso ed articolato che consentiva, fra l’altro, a PL di mantenere rapporti molto stretti con l’area dei movimenti; evitando quindi i rischi della eccessiva militarizzazione che PL rimproverava alle BR. L’arresto, nel giugno ‘77, a Torino, di alcuni militanti (alcuni dei quali parleranno, fornendo indicazioni molto precise alla PS) permette, poi, le successive ondate di arresti nelle quali cadono molti dirigenti e militanti del gruppo, sia a Torino che a Milano (Galmozzi, Giulia Borelli, Marco Scavino, Segio, Rosso, Libardi, Forastieri). Alcuni di essi verranno provvisoriamente rimessi in libertà, ma questo servirà solo ad allargare la rete dei terroristi individuati dalla PS e la nuova ondata di arresti del settembre ‘78 lo dimostrerà. L’infittirsi delle ondate repressive e la presenza di dirigenti in semi-libertà (cioè identificati dalla PS) indusse anche PL a ripiegare su modelli di organizzazione sempre più clandestina, sempre più simile alle BR, liquidando buona parte della primitiva ipotesi di terrorismo movimentista su cui PL si era fondata.

    L’arresto (e successivo pentimento) nell’80 di due fra i maggiori dirigenti del gruppo (Marco Donat Cattin e Roberto Sandalo) dà luogo ad un clamoroso caso nazionale:M. Donat Cattin è il figlio dell’allora vice segretario della DC, e più volte ministro, Carlo Donat Cattin. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Cossiga, venne accusato dal PCI di aver favoreggiato il giovane terrorista, avvisando il padre del suo prossimo arresto; su tale accusa venne convocato il Parlamento in seduta comune per decidere sul deferimento di Cossiga dall’Alta Corte di Giustizia ( il Parlamento votò per la sua ricusazione).

    Il colpo fu comunque determinante per PL che, di fatto, sopravvisse pochissimo alla vicenda.

    A PL, che indubbiamente, è da considerarsi il maggiore gruppo terroristico dopo le BR, vengono attribuiti ben 101 attentati con 16 morti e 23 feriti; senza calcolare le molte decine di attentati firmati da sigle quali “gruppi di fuoco”, “ronde” o “squadre” proletarie, ma che vanno in larga parte attribuiti alla stessa PL. Tali attentati avvennero fra il ‘76 e l’80 in molte città: innanzitutto Torino (37), Milano (29) e Firenze (13) ma anche Napoli (5), Roma, Pordenone, Viterbo (2 ciascuno), Genova, Bergamo, Asti, Bologna, Pistoia, Palermo e Cagliari (uno).

    Moltissime le azioni “importanti”; il più clamoroso quello che costò la vita al giudice Emilio Alessandrini (uno degli autori dell’inchiesta padovana che condusse all’individuazione della “cellula Freda” per la strage di stato). E proprio sul caso Alessandrini, che in quei giorni indagava sul caso Sindona, si è accesa una polemica animata dai molti dubbi sui reali committenti di quell’assassinio ancora oggi poco spiegabile da un punto di vista strettamente “politico”.

    Le principali organizzazioni armate di sinistra was last modified: gennaio 7th, 2015 by glianni70.it

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