Le politiche antidroga punitive alimentano le violazioni dei diritti umani

Le politiche antidroga punitive alimentano le violazioni dei diritti umani

Le politiche antidroga

Nel dicembre del 2016 un bambino di cinque anni, Francis Mañosca, è stato ucciso a colpi di pistola a Manila da un uomo mascherato. La sua morte è il risultato della “guerra alla droga” delle Filippine; una guerra intensificata dal presidente Rodrigo Duterte nel giugno 2016 quando è salito al potere e ha chiesto ai cittadini e alla polizia di uccidere chiunque faccia uso di droghe e chiunque sia coinvolto nel traffico di droga. Da allora, si stima che siano stati assassinati quasi 9.000 filippini. Le filippine non rappresentano un caso isolato per quanto riguarda l’uso di queste pratiche.

Nel 2003, la Thailandia ha lanciato una sua personale guerra alla droga che ha provocato la morte di quasi 2.800 persone. Tra il 2010 e il 2013, la polizia brasiliana ha ucciso più di 1.200 persone nelle favelas di Rio de Janeiro. Amnesty International ha stimato che il 90 per cento delle morti nelle favelas vadano classificate come uccisioni extragiudiziali.

Il presente articolo è apparso per la prima volta su Bright Blue. È possibile trovare l’articolo originale qui.

Ci sono 33 paesi che applicano ancora la pena di morte per reati di droga e questo determina l’esecuzione di diverse centinaia di persone ogni anno. Si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, dal momento che il Patto internazionale sui diritti civili e politici sancisce che la pena di morte deve essere applicata solo per “i crimini più gravi”.

L’inasprimento delle misure repressive messe in atto dalle forze dell’ordine ha causato la perdita di un gran numero di vite umane in Messico, dove negli ultimi dieci anni sono stati consumati 175.000 omicidi. La maggior parte di queste morti sono state collegate alla guerra alla droga e in particolare alla decisione del governo relativa al 2016 di militarizzare le forze dell’ordine in nome della guerra alla droga.

Questi sono alcuni degli esempi più oltraggiosi di violazione dei diritti umani direttamente connessi alla “guerra alla droga”, ma le politiche antidroga dei governi stanno alimentando le violazioni dei diritti umani anche in tutto il resto del mondo. Quando il primo strumento per affrontare il problema dell’uso di droga è la criminalizzazione, i diritti umani fondamentali sono minacciati.

Nel sud-est asiatico e in Cina, il ricorso a centri di detenzione obbligatori per i consumatori di droga viene promosso con il pretesto di fornire “accoglienza”, ma in realtà, denunce relative a torture, stupri e lavori forzati sono frequenti in queste strutture, che ospitano sia adulti che bambini.

Le politiche punitive antidroga minacciano in maniera significativa anche il diritto alla salute. A questo riguardo, la Russia è l’esempio più eclatante, dove, a causa delle dure leggi antidroga e di una assistenza sanitaria insufficiente, 1 adulto su 10 è HIV positivo. La causa è stata attribuita al divieto di prescrivere farmaci sostitutivi degli oppiacei, oltre che alla mancanza di sostegno da parte del governo nel promuovere interventi efficaci come i programmi di scambio delle siringhe.

In Colombia, lo stato tenta di sradicare le piantagioni di coca attraverso fumigazioni aeree con glifosato, un erbicida potenzialmente cancerogeno capace di provocare numerosi danni alla salute tra cui malattie della pelle, aborti spontanei e problemi respiratori. Le fumigazioni aeree hanno colpito e distrutto anche le coltivazioni alimentari, costringendo così migliaia di agricoltori a trasferirsi.

L’incarcerazione di massa è uno degli altri fenomeni che le politiche proibizioniste antidroga stanno producendo nel mondo. Gli Stati Uniti hanno il 5 per cento della popolazione mondiale ma il 25 per cento della popolazione carceraria mondiale, e più del 50 per cento dei detenuti delle prigioni federali degli Stati Uniti sono stati incarcerati per reati di droga non violenti. Uno degli aspetti più atroci del sistema giudiziario penale statunitense è il carattere razzista su cui si basa l’applicazione delle leggi antidroga. Le persone di colore hanno maggiori probabilità di essere accusati di reati di droga, e le droghe erroneamente associate alla comunità nera prevedono sanzioni più severe.

Fino al 2010, chiunque venisse trovato in possesso di crack riceveva una condanna 100 volte più punitiva rispetto a qualcuno trovato in possesso della stessa quantità di cocaina in polvere, nonostante non esistano differenze tra le due dal punto di vista farmacologico, se non la rimozione dell’idrocloride dalla cocaina, che permette al crack di essere fumato. Questo proporzione è stata ridotta a 18 punti, che continua a rappresentare comunque una sconvolgente disparità. Sebbene i tassi di prevalenza del consumo di crack siano più o meno gli stessi tra la popolazione bianca e quella nera, le forze dell’ordine continuano a concentrare i propri sforzi verso i quartieri neri e poveri. La conseguenza di questa situazione è che circa un uomo di colore su quattro in America finirà in prigione.

Il ricorso a queste pratiche discriminatorie non si verifica solo negli Stati Uniti; anche nel Regno Unito la polizia antidroga si accanisce ingiustamente contro le comunità nere. In Inghilterra e in Galles, la probabilità per le persone di colore di essere fermate e perquisite è sei volte maggiore che per le persone bianche, nonostante il fatto che il consumo di droga sia più elevato tra la popolazione bianca. La discriminazione razziale applicata per i reati di droga è evidente a tutti i livelli del sistema giudiziario penale: le persone di colore trovate in possesso di droga ricevono pene più severe rispetto alle persone bianche. Un rapporto recente del deputato laburista David Lammy ha rivelato che in Inghilterra le donne di colore hanno 2,3 volte più probabilità di finire in prigione per reati di droga rispetto alle donne bianche. Questo mina il principio di uguaglianza di fronte alla legge, oltre che la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.

In Inghilterra, la violazione dei diritti dei cittadini appare evidente anche nelle politiche sanitarie e sociali. Una normativa introdotta nel 2014 autorizza lo sfratto obbligatorio di un inquilino se lui, un componente del nucleo familiare o un ospite, commette un reato di droga (escluso il possesso). Nella normativa rientra anche il reato di spaccio, ed è importante ricordare che le leggi antidroga nel Regno Unito non fanno distinzione tra spaccio a scopo di lucro e spaccio tra amici.

Nel Regno Unito, al momento di accedere alle cure, i tossicodipendenti devono affrontare grandi difficoltà a causa di una specie di lotteria basata sui codici postali, per cui la qualità dei servizi di trattamento varia notevolmente a seconda della regione. Le persone che ricevono il metadone come sostituto dell’eroina da strada devono fare i conti con un ambiente di cura sempre più punitivo, in cui vengono sottoposti a test antidroga, supervisionati quotidianamente nell’assunzione dei farmaci e costretti a drastiche riduzione delle dosi. Questo è il risultato di politiche il cui obiettivo primario è l’astinenza, piuttosto che il miglioramento della qualità di vita dell’individuo; una realtà in cui è la politica, piuttosto che il bisogno clinico, la ragione che determina la riduzione delle dosi. Di certo, questo tipo di approccio sarebbe considerato inaccettabile per qualsiasi altro problema di salute.

Il nocciolo della questione è che le persone che hanno problemi di droga vengono definite in base alla loro dipendenza che, a sua volta, è considerata un atto criminale, e questa visione non si applica indistintamente all’interno dei vari gruppi socio-economici; sono le persone che vivono in condizioni di povertà il vero obiettivo della polizia. La guerra alla droga è in realtà una guerra alle persone, in particolare una guerra ai poveri.

In base alla mia esperienza, la grande maggioranza di persone che hanno problemi di droga hanno subito dei traumi nel corso della loro vita e hanno iniziato a fare uso di droghe per cercare di sopportare ricordi di violenze, abbandono, perdite, o per gestire disturbi mentali. Tuttavia sono tra i gruppi più stigmatizzati ed emarginati della società.

È importante osservare che non tutti coloro che fanno uso di droghe hanno un problema con la droga. Si stima che il 90 per cento delle persone che fanno uso di droga, lo facciano a scopo ricreativo; il pericolo più grande che corrono queste persone è la criminalizzazione.

Altri paesi del mondo affrontano la questione in maniera diversa. Più di 25 paesi hanno abolito le sanzioni penali per possesso e uso di droga. In alcune giurisdizioni, come molti stati americani, questo vale solo per la cannabis, mentre paesi come il Portogallo hanno depenalizzato il possesso di tutte le droghe. Nessuno di questi paesi ha sperimentato un aumento del consumo di droga a livello nazionale, al contrario hanno tratto benefici concreti in campo sanitario, sociale ed economico.

In ultima analisi, l’uso di droga di per sé causa poco o nessun danno alla società. Sono le politiche generali che provocano danni, anche se, come finora dimostrato, questo è dovuto principalmente ai governi che scelgono di criminalizzare i propri cittadini e attuano politiche repressive che conducono alla violazione dei diritti umani. La ragione dietro tutto questo è una sola, ovvero cercare di fermare il consumo di certi tipi di droga. Abbiamo due scelte: continuare su una cammino che causa tanta distruzione, o optare per un approccio che riconosca i principi della dignità umana, riduzione del danno e salute pubblica – un approccio che rispetti i diritti umani e basato sull’evidenza.

Niamh Eastwood è la direttrice esecutiva di Release. Niamh è coautrice degli ultimi due documenti orientativi pubblicati su Release “The Numbers in Black and White: Ethnic Disparities In The Policing And Prosecution Of Drug Offences In England And Wales” e “A Quiet Revolution: Drug Decriminalisation Policies Across the Globe”. Niamh ha inoltre redatto molti dei rapporti informativi di Release per parlamentari e responsabili delle politiche. Ha presieduto a conferenze internazionali e nazionali ed è regolarmente invitata a commentare presso i mezzi di comunicazione.

Niamh è inoltre membro associato della The London School of Economics IDEAS International Drug Policy Project, consulente tecnica per il Global Commission on Drug Policy, e un membro del Expert Steering Group per il Global Drug Survey.

Le politiche antidroga punitive alimentano le violazioni dei diritti umani was last modified: giugno 13th, 2017 by glianni70.it

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