Le lettere dello yage – William S. Burroughs, Allen Ginsberg

le lettere dello yage

Le lettere dello yage – William S. Burroughs, Allen Ginsberg

 

Lungo un decennio, dal 1953 al 1963 – nel pieno della loro amicizia –, William Burroughs e Allen Ginsberg intrattengono un epistolario «lisergico» tra i più immaginifici e radicali di tutto il movimento Beat, di cui rappresenta una vera sintesi estetica e cognitiva. Ma se il contributo di Ginsberg è concentrato in sostanza in una lunga lettera-poema da Pucallpa (Perù) dove gli effetti dell’ayahuasca si traducono in una visionaria tragicità cosmologica, i molti referti di Burroughs coniugano alle visioni dell’alterazione psicofisiologica lo sguardo acuto e mimetico dell’antropologo sul campo, fino a rendere i due piani intercambiabili. Burroughs si abbandona infatti alle tante droghe cercate e provate lungo un percorso che oltre al Perù comprende anche Panama e la Colombia – dalla liana dello yoka al mitico yage, estratto di una pianta che spalanca nella mente sterminati territori onirici. E nel contempo registra ogni frammento del paesaggio circostante, con esiti di violenta ambivalenza: in primo piano, una catena di fisionomie squallide di rado interrotta da qualche oggetto di accensione omoerotica, come il ragazzo di Cali dai «delicati lineamenti ramati» e dalla «bellissima bocca morbida»; sullo sfondo, luoghi e paesi degradati ma collocati in una natura immensa e sgomentante. E la cerniera tra la percezione-allucinazione e il mondo esterno è data come sempre da una scrittura eversiva, la cui inconfondibile tonalità horror si vena qui di una corrosiva ironia.

 

William S. Burroughs, Allen Ginsberg

Le lettere dello yage

A cura di Oliver Harris

Traduzione di Andrew Tanzi

Piccola Biblioteca Adelphi

2010, pp. 215

isbn: 9788845924699

Epistolari, Letteratura nordamericana

€ 12,00 –15% € 10,20

 

 

Recensione

 

Junkie (tr. it. La Scimmia sulla schiena) si chiude, un po’ come Trainspotting – e chissà quanto Irvine Welsh ne fosse consapevole? – con l’immagine del protagonista che eroicamente fa capolino dallo strano tunnel dell’eroina e se ne esce nel mondo. Ma il mondo fuori dal tunnel non potrebbe essere più diverso negli occhi, nell’immaginazione e nella vita dei due autori Burroughs e Welsh. Per Irvine Welsh fuori dal tunnel della droga c’è solamente l’assuefazione e la rassegnazione gaudente a una vita che è realmente quella morte sospesa, così dolorosamente mimata dall’eroina.

Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore del cavolo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

 

L’orrore del libro di Welsh è tutto qui: l’assoluta mancanza di alternative. La scelta è netta o l’eroina o una vita da impiegato, l’orrore o la noia, l’autodistruzione o il lento consumo del corpo negli anonimi uffici di periferia in cui solo l’apriscatole elettrico dà davvero emozioni. Qualcuno dirà: «Welsh è tremendamente, spietatamente, realista!» Forse. Di certo è profondamente scozzese, isolano bretone il cui mondo finisce a Dover. Per Welsh il Sud, il meridiano zero, il tropico del Cancro, la via di fuga, finisce necessariamente a Londra, nelle salde geometrie della City e dei suoi sobborghi. Più in là sbarra la strada il gelido mare, e poco altro.

William Burroughs invece no. Perché Burroughs è Amerikano, yankee, fino al midollo. E degli americani si può dire quello che si vuole, ma di sicuro hanno un vantaggio: se prendi una macchina scassata e guidi senza fermarti, su quelle strade dritte e larghe e vuote ti lasci dietro il confine, e sei in Messico, e poi in Guatemala e poi passata Panama ti si apre di fronte la distesa placida urlante dell’America Latina. (Se esci di prigione in Scozia, invece dove vuoi andare? In Germania? Povero Welsh). E così nel 1953, fatto uscire Junkie, fuori di prigione e con una macchina, Burroughs finisce davvero in Messico e poi in Colombia e in Perù. E scrive delle bellissime lettere al suo amico Allen Ginsberg che adesso sono un libricino che si chiama le Lettere dello Yage. La droga, chiamata anche ayahuasca in Quechua, non è facile da trovare – nel 1953. Ora, specialmente in Perù, c’è tutta un’industria abbastanza triste del turismo mistico semi-organizzato intorno alla cosa, ma questa è un’altra storia, anche se è la stessa storia e ne parleremo in un altro momento – e così Burroughs gira a vuoto per mesi nelle Ande aspettando sciamani che non arrivano mai e  facendosi anche rubare il portafoglio. Poi finalmente la trova: da un gruppo di Indiani Putamayo vicino a Pacallpa nell’Amazzonia peruviana. Il nostro passa una notte a vomitare e poco più. Però c’è quello straordinario viaggio, quella ricerca che, per essere fallimentare, è romantica e vuota e calda. Un’alternativa alla depressione tumefatta delle alture scozzesi per cui dovremmo essere grati a Burroughs e anche, perché no, all’Amerika.

11 aprile 2012, In Reading on drugs | Autore Amedeo Policante

 

Le lettere dello yage – William S. Burroughs, Allen Ginsberg was last modified: novembre 27th, 2014 by glianni70.it

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