L’antifascismo militante a cura dei Comitati autonomi operai di Roma

antifascismo_militanteL’antifascismo militante

a cura dei Comitati autonomi operai di Roma – 76

L’antifascismo militante

 

Sei anni di stragi e assassini fascisti non sono bastati a piegare la forza e la combattività del movimento operaio; le montature, le provocazioni architettate a destra per colpire a sinistra si sono rivelate frecce senza punta, pietre pesantemente cadute sui piedi di chi le aveva alzate. Dopo piazza Fontana il linguaggio delle bombe cambia significato; la stessa teoria degli opposti estremismi sarà man mano superata , e grazie all’apporto fondamentale del PCI l’estremismo diventerà uno solo: la lotta di classe perché violenta e quindi fascista. La borghesia, scossa e attonita di fronte alla risposta del proletariato, saprà cogliere l’occasione offertagli dalle forze revisioniste e cercherà di dare continuità al suo dominio di classe riproponendo la sua credibilità in una ritrovata quanto improvvisata fede antifascista. Così, da Brescia in poi, si scopre che la repubblica italiana, oltre a essere fondata sulla dittatura del lavoro, è nata dalla Resistenza e che gli esponenti che la governano da trent’anni sono tutti “sinceri democratici e antifascisti”. E tutto ciò basta e serve anche al PCI per identificarsi sempre di più con le sorti del sistema capitalistico e dello stato che lo rappresenta, per divenire maggiormente, oltre che il partito della “piena luce”, il partito della legalità e dell’ordine democratico che si compiace di questo suo ruolo pur di poter trascinare socialdemocratici, repubblicani, democristiani stessi, in vuote e cadenti celebrazioni antifasciste fatte all’insegna dell’amor di patria con tanto di coccarde tricolori e parate militari come avviene per il 30° della Resistenza a Firenze, in cui è imposto ai partigiani di sfilare col tricolore. Di fronte a questo ennesimo tentativo di disarmo ideologico delle masse, i gruppi della sinistra extraparlamentare non sapranno opporre altro che campagne generali fatte di un antifascismo verbalmente violento, ma ancora una volta delegato e rinviato nella sua attuazione pratica alle istituzioni borghesi. Ma in questi anni il proletariato, la classe operaia, le avanguardie rivoluzionarie hanno imparato che colpire, annientare i fascisti è un dovere preciso, un compito storico non delegabile né altrimenti risolvibile nella lotta per l’abbattimento dello Stato borghese. Cacciare i fascisti dalle fabbriche, dai quartieri, dalle scuole è un dato costante che l’autonomia operaia ha sempre collocato all’interno della propria pratica politica senza cadere nel tanto logoro quanto errato discorso che vede nel golpe fascista l’asso nella manica della borghesia. Ciò che infatti balza agli occhi, ogni giorno con più chiarezza, è che la via scelta dai padroni, stante la grande forza di massa che il movimento operaio italiano esprime da dopo il ’68, è quella di un compromesso con le organizzazioni tradizionali che ancora egemonizzano nominalmente la classe operaia e che l’antifascismo è appunto il dito dietro cui si nascondono i più bassi compromessi e i più balordi cedimenti che i gruppi extraparlamentari fanno nei confronti del PCI. L’antifascismo militante, l’iniziati va pratica contro i fascisti e le loro sedi sarà dunque sempre di più la risposta concreta all’antifascismo istituzionale e parolaio dei partiti di sinistra e alle campagne per la raccolta delle firme per il ” MSI fuorilegge ” proposte dai gruppi.

 

Giù la maschera, “unitari”!

I fascisti all’ENEL, si nascondono dietro la CISNAL, ma non contano nulla. Nonostante questo, l’ENEL li riconosce ufficialmente e li usa per provocare gli operai. Più volte i lavoratori hanno usato violenze a queste sporche figure: sputi, processi popolari, scioperi, percosse, vietano a queste carogne di esistere ufficialmente. I sindacati “unitari” pecoroni e controllori della pace sociale, si sono messi d’accordo con i fascisti sulla presenza ai concorsi, alle trattative, art. 15, cioè sugli impicci, gli imbrogli, i magna-magna. I lavoratori, i compagni si sono organizzati per cacciare i fascisti, in qualsiasi posto si presentino. Si sono prenotati per tutti i concorsi interni, in modo da vietare ai fascisti di esistere, in modo da controllare le magagne dei concorsi. Già a Tor di Quinto, la fascistella in pelliccia fu sbattuta fuori da tutti i lavoratori, nonostante l’arrendevolezza dei sindacati e le provocazioni dei dirigenti. (La lezione gli è servita e ha lasciato la CISNAL). Ieri a largo L. Loria gli operai venuti organizzati per un concorso al commerciale, hanno impedito fisicamente al “nazista” della CISNAL di stare presente al concorso (il porco in questione è di “Ordine nuovo”, organizzazione nazista a cui appartengono Rauti, Freda e Ventura, implicati e arrestati per le bombe di Milano). L’ENEL, da brava protettrice, ha sbraitato, ha messo in moto i sindacati “unitari”, per rimettere dentro la sala del concorso il nazista, ma nulla ha potuto contro l’incazzatura operaia. Anzi, ha messo in atto una provocazione: ha tentato di escludere dal concorso gli operai che hanno cacciato via il nazista, tentativo mandato in fumo dalla forza operaia. Sapevamo da tempo le predilezioni dell’ENEL per i fascisti, oggi, abbiamo scoperto che i fascisti hanno dei nuovi protettori: i sindacati “unitari”. Compagni lavoratori, di questo dobbiamo renderci conto: i sindacati pur di mantenere il loro rapporto di cogestione e potere clientelare, preferiscono colpire i compagni piuttosto che i fascisti. Per questo ci siamo organizzati autonomamente per portare avanti i bisogni dei lavoratori, per spazzare via gli opportunisti, per schiacciare i fascisti comunque camuffati.

Marzo ’73 Comitato Politico ENEL

Mincuzzi: chi è?

Il sequestro di Mincuzzi ha scatenato la solita corsa tra le forze politiche di “sinistra” a chi si scagionava di più. Da Avanguardia Operaia a Lotta Continua tutti pronti a dire: “noi non c’entriamo sono stati i soliti provocatori”. Daltra parte, il PCI e i riformisti, si sa, non possono che condannare un’azione che non si colloca in un progetto di “pace sociale”. Secondo noi è molto meglio fare come gli operai in fabbrica che si sono messi a discutere con semplicità sul tipo di azione e a partire da questo cercare di affrontare il grosso problema del legame fra azioni di questo genere e la lotta di fabbrica. Nella discussione, alimentata anche dal ritrovamento, fuori e dentro la fabbrica, di volantini di B.R.., sono emersi questi giudizi: i compagni più sindacalizzati e i quadri del PCI sostenevano la linea espressa dai loro organismi dirigenziali, una parte degli operai non dava giudizi; infine una grossa parte esprimeva un assenso motivandolo come momento di rivalsa contro le prepotenze del sistema in generale e contro lo stesso Mincuzzi per fatti accaduti nel corso delle lotte contrattuali e durante i cortei interni. Non è stata invece in generale giudicata come proposta politica organizzativa. Proponendoci di approfondire rispetto alla realtà di fabbrica questi temi per ora ci limitiamo a ricordare chi è Mincuzzi. Gli operai lo ricordano bene, quand’era il rappresentante della direzione dell’Alfa alle trattative sulla piattaforma aziendale del 71. Di lui si ricordano quelli che hanno fatto i cortei interni nel suo ufficio. E anche gli operai dei reparti a cui egli ha fatto tagliare i tempi. Domandate un pò ai vecchi operai quale è sempre stato il ruolo di Mincuzzi nella repressione in fabbrica. Il sindacato ha detto in un comunicato che il Mincuzzi è uno “che sa difendere con abilità gli interessi dell’azienda”, in parole povere è uno che fa di tutto per sfruttare di più gli operai. Oltre che determinare i modi dello sfruttamento all’Alfa teneva anche corsi per dirigenti aziendali all’UCID (associazione padronale della Democrazia Cristiana), così i suoi insegnamenti sono serviti contro operai di molte altre fabbriche.

da “Senza Padroni” Maggio 73

Arese 28 gennaio 1974

Resta vittima di un infortunio sul lavoro il vice capo servizio Medved, Vincenzo, responsabile del licenziamento del compagno Banfi, e promosso a vice dirigente. Viene trovato verso l’ora di mensa vicino al suo ufficio con la testa contusa e le ossa in disordine. Ricoverato all’ospedale: prognosi 15 giorni. Dirà di essere stato aggredito da due uomini con tuta dell’Alfa (strano!) e cappuccio in testa armati di robusti bastoni, dileguatisi subito dopo. […] Il capo Medved, ex tempista promosso per la sua durezza nel fare i tempi a capo responsabile della Motori di Milano, ed ora dopo aver contribuito a far licenziare il Banfi, promosso vice dirigente della Gruppi di Arese. Prima era del PSDI, iscritto alla UIL della clientela di Bucalossi e ora, al seguito di questo è passato al PRI – (di fatto un fascista in camicia bianca). La direzione dell’Alfa emette un altro comunicato e così pure la ACAR (Associazione capi e capetti dell’Alfa). Ma il più grave è quello dell’esecutivo, che chiede agli operai di dare la propria solidarietà al ‘lavoratore’ Medved, il quale per ringraziare tutti i ‘solidali’ ha concesso un intervista al noto settimanale fascista «Il borghese». Gli operai comunque non hanno minimamente condiviso il comunicato il quale anzi è stato fermamente condannato durante un’assemblea generale del 30 gennaio dalla maggior parte dei lavoratori e in modo particolare da quelli più anziani i quali ricordano ancora con quale rabbia il Medved era solito dire che l’«unico modo di eliminare i comunisti è riempire le piazze di forche». Lo slogan più gridato durante i cortei interni era ‘dieci, cento, mille Medved’. […]

da ‘Ti spremono e ti buttano’ settembre 74

Notiziario: chiusi tre covi fascisti

E’ sempre attiva ed incalzante in molte zone di Roma l’iniziativa dei proletari contro le carogne nere e i loro covi. Se i fascisti hanno creduto, con la campagna sul referendum e dietro la copertura della DC di poter ridare tranquillamente fiato a tutto il loro armamentario provocatorio, si sono illusi.Sulle parole d’ordine dell’antifascismo militante e del “MSI fuorilegge ce lo mettiamo noi e non chi lo protegge”‘ il movimento proletario si sta dando da fare. A Monteverde la sezione centrale di Zona del MSI di via Vidaschi 10 è andata bruciata tre volte nel giro di venti giorni ed ha subìto nello stesso periodo due assalti di massa conclusisi con la giusta punizione popolare dei due maggiori responsabili di zona: Rubei, segretario della Sezione e Giancarlo Carocci segretario circoscrizionale. Anche gli abitanti dei palazzi attigui al covo nero, non gradivano affatto la presenza dei fascisti. Nella Zona di Tivoli nel giro di una stessa notte sono andate distrutte due sedi di Ordine Nuovo, quella del Circolo Drien La Rochelle e quella di Montecelio, che la polizia, nonostante la messa fuorilegge di questo movimento, non aveva provveduto a chiudere. Sempre a Tivoli il 24 aprile nel corso di una manifestazione antifascista alcuni proletari, staccatisi dal corteo, provvedevano ad inseguire e punire alcuni fascisti del suddetto Circolo La Rochelle. Sulla Tiburtina non sfuggiva ai proletari un’adunata nera nella sede missina presieduta da Saccucci: la riunione è stata bruscamente interrotta. Anche sulla Prenestina ai proletari non è andato giù che proprio il 25 aprile provocassero gli abitanti del quartiere con la loro propaganda. Dopo essere stati dentro il loro covo, interveniva a proteggerli con un forte schieramento la polizia, ma questo non impediva che alcuni di loro fossero spediti all’ospedale.

da ‘Rivolta di classe’, maggio ’74

Uccidere i fascisti non è reato

Questo monito che sale da tutte le piazze d’Italia, dalle fabbriche, dai quartieri proletari va tradotto oggi in termini pratici. La strage di Brescia dimostra un altro livello di organizzazine e determinazione delle organizzazioni fasciste. La specializzazione del loro apparato militare, la rete di collegamenti internazionali, un efficiente apparato di copertura. Lo Stato borghese, la DC come garante di questo Stato, sono i mandanti di questo nuovo attacco assassino al proletariato. Il governo alimenta, finanzia, protegge, la rete militare e politica fascista, se ne serve per garantirsi all’infinito il potere. Quando la «bomba» è scoppiata lo Stato reagisce vestendo l’uniforme antifascista e due giorni dopo «scopre» i campi paramilitari a Rieti e Sondrio. La ventata antifascista serve allora a ricattare i lavoratori che devono difendere a tutti i costi lo Stato “democratico” minacciato, con un superlavoro quotidiano, con minori consumi perchè i soldi sono sempre gli stessi e i prezzi e le tasse saliranno ancora. Compagni lavoratori, non bastano le manifestazioni grandiose di questi giorni. Non vogliamo più piangere i nostri morti. Vogliamo farne di tante e più grosse per distruggere la rete nera in profondità, per eliminare le cause e gli uomini che tanti morti hanno portato nel movimento proletario. Va colta in questi momenti l’indicazione proletaria di fare giustizia dell’antifascismo parolaio, di costruire una nuova militanza come recupero della volontà di giustizia e potere da parte del proletariato. Le centinaia di assalti alle sedi del MSI, della CISNAL, di Avanguardia Nazionale, l’organizzazione dei pestaggi di noti caporioni a Napoli, a Milano, a Torino, a Firenze, a Roma, in ogni piccolo paese sono la testimonianza di questa volontà. A Roma, un corteo partito da San Giovanni ha ripulito le tre sedi del MSI del quartiere nero Appio Tuscolano e in molte altre situazioni si è fatto altrettanto. La polizia, a cui si vuole attribuire per forza una patente democratica, ha sparato in ogni occasione: raffiche di mitra a più riprese, la pistola spianata ad ogni piccola occasione.Così è successo a Balduina dove la polizia ha arrestato alla rinfusa 5 compagni, dopo aver sparato a più riprese numerosi colpi di pistola contro un corteo militante che stava dando una lezione ad uno dei più incendiari covi neri di Roma. Libertà per i compagni arrestati per antifascismo!

Comitati Autonomi Operai Giugno ’74

Dopo Brescia la rabbia proletaria esplode, l’iniziativa militante contro gli assassini fascisti si moltiplica in tutta Italia; le sedi bruciate e devastate testimoniano della coscienza e determinazione con cui il proletariato intende praticare l’antifascismo. E’ in questo periodo che a fronte dell’antifascismo di Stato predicato dai partiti di sinistra e dai sindacati, i gruppi della sinistra extraparlamentare partoriranno l’idea della campagna per il «MSI fuorilegge», pensando con questa di mutuare e ripetere il significato politico della campagna sul referendum per il divorzio. Ma l’indicazione pratica data dal movimento nel suo complesso è già andata ben oltre il significato stesso dei referendum e come tale si riproporrà a livelli più alti nei mesi successivi. Da dicembre in poi l’Autonomia operaia si fa carico di dare continuità a questa risposta militante nonostante l’atteggiamento rinunciatario che sempre più andrà assumendo la sinistra extraparlamentare. La mobilitazione contro il comizio di Rauti a Monteverde, gli scontri di piazzale Clodio per il processo Lollo a febbraio del ’75 sono i fatti, gli episodi che, se pur pagati duramente, faranno da detonatore alla grande manifestazione operaia del 7 marzo a Milano e alle seguenti giornate di aprile.

Un solo fascio, e poi li brucerem…

Brevemente i fatti: Martedì 17 i fascisti che da un mese hanno riaperto una sezione a Monteverde ricevono a p.S. Giovanni di Dio una durissima lezione, il segretario della sezione e il caporione giovanile vanno all’ospedale con numerosissimi giorni di prognosi da scontare.

Mercoledì 18: com’era da prevedere il MSI indice a p. S. Giovanni di Dio un comizio in cui parleranno l’assassino nazista Rauti e il picchiatore Anderson, per il 22.

Giovedì 19: inizia la mobilitazione nelle scuole e nel quartiere, la parola d’ordine sulla bocca di tutti è “i fascisti non parleranno”

Venerdì 20: la polizia come ai tempi del fascismo perquisisce preventivamente la sede, e le case di 8 compagni del Collettivo Monteverde.

Sabato 21: nonostante il forte clima di intimidazione la mobilitazione cresce e si allarga: la polizia spara contro dei compagni che cancellavano scritte fasciste e ne arresta uno; non basterà questa ennesima provocazione a frenare lo slancio degli antifascisti e dei rivoluzionari.

Domenica 22: mentre il PCI se ne sta in sede e il Manifesto sta in finestra, più di mille compagni danno il benvenuto a Rauti mentre duemila poliziotti difendono il comizio dell’assassino. Il bilancio deglii scontri è gravissimo, numerosi fascisti e poliziotti all’ospedale; 11 compagni arrestati senza alcuna prova, lontano dalla scena degli incidenti: la mano del potere deve per forza colpire qualcuno!

Nel corso della settimana di Natale proseguono le perquisizioni, le intimidazioni. Viene rilasciato l’unico fascista arrestato in possesso di pistola 7,65 tirata fuori all’ospedale S. Camillo per far curare un camerata che gli infermieri non volevano accettare (i fascisti faranno esplodere per ritorsione una bomba al S. Camillo).

 

Dopo i fatti, le indicazioni

Alcuni gruppi (AO, LC) hanno parlato di Monteverde come dell’apertura della campagna nazionale per l’MSI fuorilegge. A noi sta bene, è proprio ciò che intendiamo anche noi quando gridiamo: ” L’ MSI fuorilegge ce lo mettiamo noi e non chi lo protegge”, ma ci coglie il sospetto che per loro non sia esattamente così. Sentiamo parlare di firme, di leggi e,non per dare lezioni a chi non ne ha bisogno, ma non abbiamo mai sentito dire che i fascisti si battano con le leggi, o con le firme! Non negheremo certo a chi ce la chiederà una firmetta, ma vorremmo ricordare a questi compagni che a Monteverde i fascisti sono di fatto fuorilegge non certo perché abbiamo raccolto firme ma perché ce li hanno messi e le lotte degli studenti e, ragione non trascurabile, un buon numero di bastonate di cui gli antifascisti non sono mai stati avari nei loro confronti. […] Come al solito era assente il PDUP, questa volta non solo per autonoma volontà ma per decisione di tutte le forze rivoluzionarie. Che spettacolo desolante è stato fornito da questi riformisti prima e durante gli scontri di Domenica 22! Assenti durante la manifestazione, scomparsi e casalinghi durante le cariche della polizia. Il giorno dopo il loro giornale si permerteva definire i manifestanti e il PCI “avventuristi” gli uni per essere caduti nella provocazione, gli altri per non aver fatto niente per evitarla. E loro? Loro stavano nel giusto: l’antifascismo non si fa né in piazza, né difendendo le sedi ma a casa, in salotto con tanto di buon tabacco, wiskey e animata conversazione sulla lotta armata altrui!! Sappiamo benissimo che i fascisti non sono un problema isolato, che trovano soldi e protezioni nei governi e negli industriali democristiani, che non si può parlare di fascisti senza pensare al Sid, alla polizia, alla magistratura; che i fascisti non sono che una delle armi con cui il sistema attacca le lotte e le organizzazioni del proletariato. Ma proprio per questo, quando parliamo di fascisti, non ci vengono in mente firme o leggi; quando cerchiamo l’unità antifascista, non la cerchiamo ad ogni costo scordandoci con chi la andiamo a fare. Anzi proprio perché sappiamo benissimo che i fascisti non sono un problema isolato bensì legato alle scadenze di ogni giorno – aumento dei prezzi, ristrutturazione, attacco repressivo al movimento rivoluzionario – l’unità antifascista (e su questo saremo settari fino in fondo) la facciamo solo con chi lotta al nostro fianco tutti i giorni con chi insieme a noi cerca di organizzare il proletariato sui suoi bisogni e non certo con chi sempre più spesso sta dall’altra parte della barricata e chiama provocatori gli antifascisti, e “fascisti” quei lavoratori che non hanno accettato la sconfitta storica del movimento e che fuori dal riformismo e dalla sua gabbia lottano contro i padroni per il potere proletario. […]

da “Rivolta di classe”, febbraio ’75

Roma – Sono autonomi? Sparate a vista!

FEBBRAIO

Il 24 inizia il processo dell’anno: quello del rogo di Primavalle. P.le Clodio viene preso d’assalto da tutta la teppa fascista protetta da centinaia di agenti in assetto di guerra. I compagni sono pochi poiché l’opportunismo dei gruppi è tanto, Lollo è intimidito dagli stessi avvocati fascisti che gridano in aula: “Lollo libero che lo impicchiamo noi”. Il compagno avvocato Di Giovanni viene preso a spintoni (pochi giorni prima davanti il suo studio erano esplosi 2 kg di tritolo), un giornalista malmenato. Il 25 ci si organizza meglio, la presenza alle transenne è fin dalle 6.30, i picchiatori fascisti che il giorno prima l’avevano fatta da padroni perdono lo scontro e si sfogano rompendo i vetri del tribunale. I giornali denunciano il comportamento passivo della polizia di fronte all’assedio fascista. Il 28 i gruppi si decidono a scendere in piazza. La polizia carica, gli scontri si succedono con varie auto che vanno a fuoco, viene arrestata la compagna Simonetta Riccio per porto di materiale incendiario: sarà condannata per direttissima a 1 anno e 5 mesi con la condizionale. A via Ottaviano staziona da giorni un presidio di fascisti che fa la spola con P.le Clodio e terrorizza chiunque passi vicino la sede. Dopo gli scontri della mattinata la polizia spinge i compagni verso la zona di via Ottaviano. Verso le 13 avviene lo scontro tra fascisti e compagni. I fascisti sono armati di tutto punto, hanno come base d’appoggio la sede del MSI con 2 entrate, alcuni appartamenti del palazzo ove è situata la sede. Alla fine dello scontro si sentono degli spari, un giovane cade, è il fascista greco Mantekas (colui che organizza da giorni il servizio d’ordine presente a P.le Clodio, dirigente del FUAN, iscritto al movimento 4 Agosto greco, il nostro Ordine Nuovo). La Stampa inizia una forsennata campagna contro Via dei Volsci: le veline della polizia vengono imposte a tutti i giornali. Fabrizio, nonostante un comunicato diramato alla stampa dalla sua organizzazione, diventa il vice-capo dei delinquenti di Via dei Volsci. Il «Secolo» invita al linciaggio. «Paese Sera» e «Unità», dopo aver dato le notizie con obiettività, si lanciano a capofitto nella campagna di menzogne e di falsità. Viene ricercato un altro compagno, compagno Loiacono (ex di Potere Operaio), reo solo di aver fatto a botte la mattina in tribunale con il fascista D’Addio e da questi indicato per vendetta come possibile sparatore: manco a dirlo Loiacono diventa di via dei Volsci e giù fango e calunnie contro via dei Volsci. Collettivi di via dei Volsci vengono schedati dalla stampa come criminali, mentre si lascia la piazza ai fascisti; i gruppi opportunisti piangono il mostro e si coprono con l’ombrello riformista.

da “Rosso”, aprile ’75

3 giorni 4 morti

MERCOLEDI 16 APRILE

Ore 19 MILANO: in piazza Cavour lo studente Claudio Varalli del MS, di 17 anni, è ucciso, al termine di una manifestazione per la casa, da un fascista con un colpo di pistola alla tempia. L’assassino, che riesce a fuggire, viene individuato in Antonio Braggion, militante di Avanguardia Nazionale, in libertà provvisoria per le numerose aggressioni a militanti di sinistra.

Ore 2l,3O MlLANO: un immediato corteo in risposta al grave fatto di sangue, si muove dall’Università Statale e si ferma sul luogo dell’assassinio.

Ore 24 MILANO: viene assaltata la sede del “Giornale nuovo” di Indro Montanelli che dava una versione dei fatti vedendoli come scontro tra opposti etremismi.

GIOVEDI 17 APRILE

MILANO: nella mattinata un massiccio corteo sfila per le strade della città fino a piazza Cavour. Gli slogans sono molto duri (per es. «le sedi fasciste si chiudono col fuoco, anche se questo è ancora troppo poco»). Al termine del comizio un nutrito corteo parte verso piazza 5 Giornate.

Fra le 8,30 e h 12,30

MILANO: viene assaltato il bar Donini (in piazza S. Babila) frequentato, pare, da fascisti. Devastati 3 bar in via Plinio, viale Romagna, via Borgogna, pare siano ritrovi fascisti. Assaltati gli uffici della compagnia aerea spagnola «Iberia» in via Albricci. Devastate 2 sedi MSI in via Murillo e in via Guerrini. lncendiata la sede milanese dello «Specchio». Viene assalito e ridotto in gravi condizioni (ma si salverà) il consigliere provinciale MSI Cesare Biglia in via Camminadella mentre usciva di casa con la moglie. Devastato il bar “Gin Rosa” (in piazza S.Babila). Frequentato da fascisti. Devastata la cartoleria “Tecnica” in via Custodi. Assaltata l’agenzia di viaggi «Utras». Devastato e incendiato un bar Alemagna. Tentativo di assalto e incendio della sede MSI di via Mancini da parte del corteo. I carabinieri rispondono con lancio di candelotti e colpi d’arma da fuoco. Il corteo risponde a sua volta: 11 automezzi dei carabinieri bruciati. Le forze dell’ordine scappano disordinatamente.

PAVIA: tentato assalto alla sede del MSI. La polizia risponde sparando (2 feriti).

BERGAMO: tentativi di assalto a 2 sedi MSI. La polizia spara raffiche di mitra.

LOVERE: assaltata e incendiata la locale sede MSI.

BARI: un fascista spara per strada e ferisce un passante.

Ore 12,40 MILANO: i carabinieri uccidono Giannino Zibecchi dei Comitati di vigilanza antifascista. Un camion facente parte di una colonna dei C.C. dopo numerosi caroselli si dirige sul marciapiedi contro coloro che stanno fuggendo, e, sterzando, gli passa sopra. Egli giace a terra, privo di vita, chi accorre verso di lui ha appena il tempo di vederne il viso orrendamente sfigurato e il cervello che giace a poca distanza dal cadavere, poi deve fuggire per scampare ai colpi d’arma da fuoco sparati da carabinieri. Un carabiniere dichiarerà: “non credevo che un comunista avesse un cervello così grosso. .” Il luogo è l’angolo fra via Cellini e corso XII Marzo. L’uccisore è il carabiniere Sergio Chiarieri. L’arma è il camion dei C.C. targato E.I. 601206.

Ore 13 MILANO: tentativo di assalto alla caserma dei C.C. di via Fiamma, questi rispondono sparando all’impazzata dalla strada e dalle finestre, vengono incendiati altri automezzi della forza pubblica.

Ore 16 MILANO: viene assaltata la libreria Rusconi in via Turati.

Ore 18,30 MILANO: il portavoce della questura Franco La Torre dichiara che le forze dell’ordine non hanno fatto uso d’armi da fuoco. Il ministro Gui, da Roma, conferma. Le fotografie, i bossoli di proiettili in dotazione all’Esercito, giornalisti presenti, li smentiscono.

Ore 19

MILANO: un corteo parte dlla Statale e va in piazza Cinque Giornate. Viene aggredito Rodolfo Mersi, fascista, amico di Bertoli, sindacalista della CISNAL.

GENOVA: viene lanciata una bottiglia Molotov contro l’associazione Mutilati e Invalidi della R.S.I.

Ore 22 TORINO: Tonino Miccichè, ex operaio di linea alla FIAT, militante di Lotta Continua, viene ucciso con un colpo di pistola in mezzo agli occhi da Paolo Fiocco, guardia giurata dei «Cittadini dell’ordine» simpatizzante della CISNAL. Da mesi Miccichè era all’avanguardia nell’occupazione delle case popolari alla Falchera.

VENERDI 18 APRILE

Ore 10 MILANO: un imponente manifestazione muove dall’Università Statale.

Tra le 10 e le 12

MILANO: durante il corteo vengono date alle fiamme alcune auto delle varie polizie private. Assaltato un bar in piazza F.lli Bandiera. Gli studi di 2 avvocati missini sono assaliti, uno va in fiamme. Lo studio dell’avvocato Benito Bollati in via L. Manara 11 va a fuoco, lo studio del senatore Gastone Nencioni in corso Porta Vittoria 32 viene salvato per poco dalle fiamme. Viene assaltata la sede del giornale «Il borghese».

TORINO: viene incendiata la sede MSI di corso Francia.

ROMA: viene assaltata la sede CISNAL di via Principe Amedeo.

CAGLIARI: una velocissima incursione devasta e incendia la sede CISNAL.

Ore 12 MILANO: il corteo di circa 30.000 persone si chiude in piazza Duomo con un comizio.

Ore 12.30 MILANO: alcuni gruppi di persone si staccano dal comizio. Assaltata e incendiata la sede CISNAL di via delle Erbe 1 . Assaltata e devastata la sezione PSDI di via Dogana 4.

Ore 21 ROMA: assalita la sede MSI di via Signorelli, i fascisti sparano numerosi colpi di pistola. Per uno di questi colpi Sirio Paccino dei collettivo di Monteverde, resta ferito alla spina dorsale. Paccino viene poi arrestato sulla base di una fragile e traballante accusa. Probabilmente Paccino resterà paralizzato. Nessun missino è ancora stato seriamente incrimimato, mentre Paccino è accusato di detenzione di «molotov» e di danneggiamenti.

SABATO 19 APRILE

Ore 1 MILANO: è data alle fiamme la sezione “Prampolini” del PSDI in via Mar Jonio. Durante la notte la polizia arresta 17 persone. Molti di questi sono “commontisti”. Sembra che fra costoro ci fosse un informatore della polizia.

Ore 19,05 FIRENZE: durante scontri la polizia spara ancora. Uccide Rodolfo Boschi del PCI e ferisce ad un braccio Francesco Panichi dei Collettivi Autonomi. Nove agenti in borghese con fazzoletti bianchi sul viso picchiano coi manganelli e sparano; vengono visti da parecchie persone. Non si sa a quale reparto appartengono. A sparare è stato l’agente della squadra politica Orazio Basile (….si ho sparato… ma in stato di legittima difesa…). Panichi viene accusato dell’omicidio (anche il PCI avalla questa tesi). L’accusa si basa su elementi estremamente fragili.

DOMENICA 20 APRILE

Ore 15 BARANZATE: i funerali dello studente Claudio Varalli vengono svolti a Baranzate (periferia di Milano) in forma privata. Erano presenti oltre 20.000 persone della sinistra rivoluzionaria.

LUNEDI 21 APRILE

Ore 15 MILANO: si svolgono i funerali di Giannino Zibecchi. dietro allo striscione “Ora e sempre Resistenza” erano presenti 50.000 persone.

Ore 24 SESTO S. GIOVANNI: vengono lanciate alcune bottiglie molotov dentro lo stabilimento “Rotopress” di via Di Vittorio 232. Nella tipografia sono stampati il “Candido” e lo “Specchio”.

da “Nuvola rossa” giugno 75

Le giornate d’aprile

Le giornate dell’aprile 1975 resteranno a lungo nella coscienza dei militanti rivoluzionari. Non solo perché i caduti sotto il fuoco dei fascisti e della polizia vanno vendicati, non solo perché le tremende responsabilità repressive del potere vanno denunciate e colpite. Ma soprattutto perché queste giornate rappresentano un primo punto di arrivo, vittorioso, del movimento autonomo di classe nella lotta contro il riformismo, per il comunismo. I padroni, lo Stato, i riformisti non se l’aspettavano. Malgrado la pedante e continua opera di provocazione che mettono ogni giorno in piedi, che nutrono con tanta amorevolezza, non se l’aspettavano davvero che “gli sparuti gruppuscoli” dell’autonomia operaia e proletaria esplodessero in un incontenibile movimento di massa. E invece le cose erano andate esattamente come noi da anni ripetevamo: il cumularsi continuo dell’insubordinazione autonoma del proletariato, l’insieme dei mille comportamenti di violenza e di sovversione che il proletariato necessariamente produce nella sua lotta incessante contro la crisi e contro lo Stato, tutto questo doveva rovesciarsi in un momento di attacco complessivo, che come tale ha la capacità di spostare tutti i termini della lotta politica in Italia e di spazzare via tutte le stupide mistificazioni che i padroni, lo Stato e i riformisti dai loro giornali e dai loro pulpiti propagandistici mettevano in giro. Il loro odio per l’autonomia è stato tale che alla fine non la vedevano più, erano essi stessi intrappolati dalle mistificazioni che avevano prodotto. Perciò, quello che il punto di vista di classe vedeva e attendeva, essi non potevano né vedere né prepararsi a reprimerlo. Così è esploso questo formidabile impero dell’autonomia proletaria ed operaia, così s’è realizzato e consolidato il potenziale rivoluzionario delle masse. D’ora in poi tutti dovranno vederlo, tutti dovranno averlo continuaniente sotto gli occhi, e sapranno bene che ogni esorcismo è impossibile e dannoso. Ma le giornate d’aprile non sono solo un fatto quantitativo non sono solo il prodotto delle lotte continuamente prodotte dell’autonomia. Sono anche un fatto qualitativo. Una nuova generazione di militanti ha preso la testa del movimento. Sono quelli che non avevano fatto il ’68, che hanno appreso la gioia della lotta attraverso le battaglie di questi anni: sono i compagni per i quali la lotta di appropriazione e per il comunismo è una parola d’ordine immediatamente attiva. Aprile ’75: luglio ’60. Quante somiglianze hanno quelle e queste giornate! Una violenza dura, una determinazione che solo le nuove generazioni sanno presentare, una settaria volontà di scontro e di affermazione, una primavera di lotta. A via Mancini, durante gli scontri, ad ogni camionetta incendiata i compagni si abbracciavano felici. La rozzezza, la brutalità bestiale dell’avversario, la sua natura porcina: tutto questo viene in mente subito al confronto della gioia della lotta e della determinazione ideale dei compagni in lotta. Tutto questo mostra la continuità ininterrotta del movimento operaio e proletario in Italia, mostra come si siano illusi tutti coloro che credevano di averlo bloccato: continuità nella diversità, continuità nelle diverse generazioni che nella lotta portano l’urgenza e la novità dei loro bisogni, della loro determinata volontà di comunismo . E’ per questo che l’intera mistificazione delle lotte e della continuità del movimento che padroni, Stato e riformisti avevano tentato di mettere in piedi dal ’68 ad oggi va in frantumi. Essi – tutti d’accordo – avevano tentato di ingabbiare le lotte operaie e i bisogni proletari dentro il livello istituzionale, attraverso l’antifascismo come momento di unità del potere. Sotto la coperta dell’antifascismo essi facevano i loro giochi tentando in questo modo di sganciare le avanguardie dal movimento di massa, il movimento delle fabbriche da quello dei proletari, il movimento giovanile da quello popolare. Bene, tutto questo le giornate d’aprile lo hanno distrutto. Le masse, le nuove generazioni hanno dimostrato di saper vedere dov’è il fascismo: non certo solo laddove vogliono mostrarcelo, ma soprattutto altrove, nella polizia in tutte le strutture dei corpi separati dello Stato, nel riformismo, nel terrorismo della socialdemocrazia e delle multinazionali. E’ questo che nelle giornate di aprile è stato attaccato, è l’«ordine istituzionale» che è stato denunciato, è l’orizzonte politico della socialdemocrazia e del riformismo che è stato incrinato. Il PCI, attore fondamentale della mistificazione del ’68, esce da queste giornate spostato a destra in termini definitivi. Probabilmente, oggi, dopo i comportamenti «responsabili» che ha avuto durante le giornate di aprile, il compromesso storico è più vicino: ma la faccia della repressione comincia ad averla anche lui, e come! I compagni scoprono che il PCI è quello che l’autonomia denuncia da sempre: il partito del compromesso sulla pelle dei lavoratori, contro i bisogni delle nuove generazioni. Il compromesso storico appare oggi per quello che è: alleanza centrista per mantenere l’ordine, costi quel che costi, – sia pure l’espulsione di un compagno colpevole di essersi fatto uccidere dalla… polizia. Ma stiamo attenti. Queste giornate di aprile non sono solo la scoperta di un formidabile potenziale di forza rivoluzionaria, non sono solo denuncia e la liquidazione di tutta una fase politica impiantata sulla mistificazione delle lotte, – queste giornate avranno effetti istituzionali determinanti. E’ troppo tardi perché il PCI possa tornare indietro dall’infame budello nel quale si è cacciato. Gli apparati repressivi dello Stato, sotto la guida della DC, con la connivenza del PCI, verranno perciò sviluppati. Tutto l’insieme del totalitarismo repressivo dello Stato contemporaneo verrà affinandosi secondo le linee di tendenza che paesi come gli Stati Uniti e la Germania Federale mostrano. Tanto più cocente è il senso della sconfitta riportata in questi giorni, tanto più forte sarà l’accordo che Stato, riformisti e padrone metteranno in piedi contro le lotte. Sulla sconfitta e sulla terribile disillusione, sulla paura che hanno sentito, su tutti questi elementi la repressione tenterà di presentarsi con maggior forza. Stiamo quindi attenti. Non sottovalutiamo la forza dell’avversario. Ma con realismo rivoluzionario vediamo anche l’altra faccia della medaglia: e cioè i nuovi rapporti di forza che oggi le giornate di aprile fissano per l’intero movimento rivoluzionario. Rapporti di forza che permettono di rilanciare il programma dell’autonomia, il programma dell’appropriazione e della lotta contro il lavoro salariato.

da “Rosso”, aprile ’75

Firenze: la polizia spara. psss… è una provocazione!

Il 18 aprile, a Firenze, la polizia spara e ammazza un compagno, Rodolfo Boschi militante del PCI e ne ferisce un altro, Francesco Panichi, militante dell’Autonomia Operaia; il PCI stravolge la figura di Boschi facendolo diventare, da antifascista militante e sincero qual’ era, un ignaro e occasioale passante; salva la faccia alla polizia scaricando su Panichi la responsabiità dei fatti e lo manda in galera per tentare di placare la collera operaia e proletaria e sviare così i contenuti della risposta antifascista che sorgeva spontaneamente già dopo gli assassini di Milano. Alla manifestazione indetta dall’ANPI a poche centinaia di metri dalla Federazione del MSI, la partecipazione è di massa e militante. Ma prima ancora che il corteo si formi la polizia, presente in gran numero a proteggere la sede fascista, carica i gruppi di compagni che si trovanosparsi tra il luogo del concentramento e la sede del MSI. A questo punto l’ANPI, per evitare gli scontri che si andavano moltiplicando, sposta immediatamente i compagni in Piazza S. Marco per il comizio (molto breve) al termine del quale gli scontri con la polizia si proraggono fino a tarda sera in tutta la zona. Boschi, impiegato dell’ENEL, fa parte da tempo del servizio d’ordine del PCI e durante il concentramento per la manifestazione dell’ANPI partecipa al presidio delle strade che conducono alla sede del MSI. Più tardi, in via Nazionale, la scena che già più volte e in vari luoghi si era ripetuta durante tutta la giornata: una squadra di «picchiatori» composta da 9 individui in borghese, sta sprangando un compagno della sinistra extraparlamentare. Boschi insieme ad altri compagni, è nelle vicinanze e di fronte al brutale pestaggio fa per intervenire così come fa Panichi che stava cercando la sua ragazza; i pistoleros di Stato prendono la mira e con molta precisione sparano su Boschi e Panichi: il primo è colpito al capo e muore, il secondo viene ferito all’ascella (molto vicino al cuore). La notizia si sparge rapidamente per Firenze e in tutta Italia. La base del PCI rumoreggia e vuole dare una risposta concreta: due case del popolo prendono ufficialmente posizione contro l’ennesimo deliberato assassinio di Stato. Ma a questo punto interviene la direzione del PCI che impedisce l’uscita dei volantini già pronti ed emette un comunicato «ufficiale» in cui si afferma la totale casualità della presenza di Boschi in via Nazionale e si addossa di fatto la responsabilità della sua morte, non alla polizia, ma al provocatore di turno che per l’occasione è bell’e pronto: Panichi. A Firenze dunque il PCI tenta di giocare una grossa carta sull’ordine publico accreditando ancora una volta la tesi del «poliziotto proletario e figlio dei popolo» e nel contempo, cercando con tutti i mezzi di offrire di sè e della sua base un’immagine che sia la più pacifica possibile. Ed è proprio per nascondere la realtà della ribellione ideale e pratica di Boschi come di tutta la sua base, che il PCI si inventa di sana pianta la storia della provocazione di Panichi per colpire così tutta la sinistra rivoluzionaria e in particolare l’Autonomia Operaia. Ma il PCI a Firenze è anche un partito di potere e in quanto tale lo esercita in qualsiasi occasione approfittando ignobilmente persino del clima creatosi con l’uccisione di Boschi per risolvere le sue beghe interne. Non a caso infatti la pubblica dichiarazione di accusa contro Panichi viene fatta leggere in un comizio al Sindaco di Scandicci, personaggio ormai bruciato per il partito che farà subito in modo,a seguito della immediata querela di Panichi, di silurarlo definitivamente! Ma fra tanta miseria e tanta bassezza la verità che comunque si vuole soffocare è che il 18 aprile a Firenze la base del PCI, gli studenti e gli operai tutti, erano scesi in piazza duramente contro la DC e i fascisti per contrapporre i fatti all’antifascismo parolaio e per dire basta a commemorare ancora i propri morti. Riaffermare questa verità significa fare giustizia non solo della «verità di Stato» ma soprattutto fare giustizia delle tesi che revisionisti e opportunisti cercano di accreditare sui fatti di via Nazionale, restituendo a Boschi quella dignità di antifascista militante che si vuol sacrificare, insieme alle calunnie e al carcere per Panichi, sull’altare del compromesso storico. Ma significa anche che vanno battute quelle tesi opportuniste di chi vuole oggi Panichi, innocente, si, ma in galera per coltivare nel proprio orticello un nuovo caso Valpreda e salvare così la faccia al PCI.

da “Rivolta di classe”, maggio 75

Sottoscrizione nazionale per Sirio Paccino

Il compagno Sirio Paccino, generosa figura di antifascista di Monteverde militante dell’Autonomia Operaia, rischia di restare paralizzato in seguito ad un colpo di pistola sparatogli alle spalle dai fascisti il 18 aprile. Il proiettile trapassandogli la spina dorsale, gli ha bloccato forse per sempre l’uso delle gambe. Le cure particolari in Belgio e i fisioterapisti specializzati necessari per avere la speranza futura di riacquistare l’uso delle gambe costano un sacco di soldi che esulano dalle possibilità materiali della famiglia. Spetta al movimento operaio e rivoluzionario garantire a Sirio tutte le cure necessarie; per questo lanciamo una sottoscrizione nazionale per raccogliere in ogni scuola, nei quartieri, nei posti di lavoro i fondi necessari per Sirio, spedendoli a mezzo conto corrente postale a:

DARIO PACCINO C.C.P. 1/73749

Compagni,
impegnamoci in questo contributo solidale con un compagno che ha saputo, con la sua militanza, indicare la strada della lotta antifascista restituita all’iniziativa pratica delle masse e non a vuote e cadenti celebrazioni. Impegnamoci in questo momento di aperta sfida al movimento operaio e rivoluzionario da parte delle forze reazionarie e fasciste. Rispondiamo nelle piazze allo stato di polizia e all’infame legge Reale. Solidarietà per Sirio Paccino. Libertà per tutti i compagni arrestati.

Il Comitato Promotore

Dichiarazione della madre di Sirio all’indomani del ferimento del figlio

Compagni, lavoratori, studenti,
la grossa e pronta risposta antifascista che le scuole di Monteverde hanno saputo mettere in piazza è stata per mio figlio Sirio, per me e mio rnarito, l’unica prova reale di solidarietà antifascista con quella di tanti altri compagni i cui partiti, purtroppo, avallano la tesi degli opposti estremismi. Questa mobilitazione dimostra come il comportamento antifascista di mio figlio, in un momento in cui i rivoluzionari sono scesi in piazza per mettere fuorilegge effettivamente i fascisti, sia giusta e recepita dalle masse dei lavoratori, degli studenti, degli sfruttati. Non consideriamo nostro figlio Sirio un avventurista, né gli altri compagni antifascisti che hanno pagato un caro prezzo pur di continuare a lottare. Avventurista è chi, in momenti come questi, non scende in piazza e delega l’antifascismo a chi organizza e sovvenziona i fascisti.

Siamo con nostro figlio Sirio, con tutti gli antifascisti.

da: “Rivolta di classe” maggio ’75

Quale Resistenza?

Fanfani e Berlinguer hanno festeggiato il 25 aprile a modo loro, con un pò d’anticipo ma indubbiamente con molta chiarezza; i quattro morti, decine di feriti e di arrestati sono il prezzo pagato per la difesa delle istituzioni repubblicane. Non permettiamo che la retorica ufficiale copra ancora una volta gli assassini di Stato: la compattezza e la determinazione della risposta di massa di questi giorni d’aprile non lasciano più spazio al rituale antifascista istituzionale delle medaglie e dei gonfaloni. La festa alla Repubblica la sta già facendo la classe operaia, anche se il conto non si è chiuso. La campagna elettorale aperta co gli assassini e il terrorismo di Stato si è tradotta in guerra civile, con gli scontri di piazza, i covi fascisti chiusi col fuoco, gli assalti alle caserme dei carabinieri, alle sedi della confindustria e del PSDI. Questa è la faccia operaia e proletaria del 25 aprile. E’ la continuità delle lotte partigiane, degli scioperi del marzo del ’43 e del ’44, della resistenza popolare e della lotta armata, dell’azione dei Gap, di tutte le lotte contro il sistema. Oggi celebriamo il 25 aprile 1975 vendicando con la lotta per il comunismo i compagni Varalli, Zibecchi, Micciché, Boschi e tutti gli altri assassinati in questi trent’anni di “libertà repubblicana” da Melissa a Reggio Emilia, da Avola a Battipaglia. In questi trentanni la classe operaia e il proletariato sono cresciuti. L’autonomia operaia ha sconfitto i compromessi, i tradimenti, la repressione. Luglio 1960, autunno 1969, aprile 1975: queste sono le tappe di massa del nostro cammino.

Dove non arriva la polizia…

A sentire le dichiarazioni di Moro Fanfani e Berlinguer si ha la misura di quanto sia maturo il compromesso storico. Le norme «democratiche» sull’ordine pubblico sono entrate in funzione di fatto al di là di ogni dibattito parlamentare. L’ordine pubblico, lo abbiamo visto in azione, è l’ordine antioperaio, la violenza organizzata di uno stato criminale che vuole criminalizzare le lotte di massa degli operai e degli studenti. Tra i tutori dell’ordine emerge, con incredibile durezza, Berlinguer. Il partito comunista italiano, con disgustoso accanimento, fa a gara con le questure nel dare la caccia ai compagni, nell’accreditare la tesi degli opposti estremsmi, nella repressione delle forze rivoluzionarie. Il comunicato della Federazione fiorentina infatti non esita a sacrificare la morte di un suo militante a questa tesi pur di giustificare l’operato della questura e dell’antiterrorismo e di incolpare un compagno rivoluzionario.

Organizziamo l’autonomia operaia

Con i nuovi livelli di scontro proletario, di fronte alla sempre crescente capacità di organizzazione della classe operaia, il «cretinismo parlamentare» del PCI si è progressivamente trasformato in un disegno politico repressivo soggettivamente funzionale al progetto statale di restaurazione borghese. Ma repressione e ristrutturazione, crisi e disoccupazione non spezzano la forza operaia. Le mobilitazioni di massa di questi giorni e il livello di scontro e di autonomia raggiunti in tutt’Italia indicano quale resistenza allo Stato la classe operaia è in grado di produrre. Consiste nella lotta incessante allo sfruttamento, nella costruzione di spazi di potere in fabbrica e nella società, nella capacità di rifiutare il lavoro salariato e l’alienazione del «vivere sociale». Autoriduzioni e appropriazioni, riduzione dell’orario di lavoro e occupazioni di case, estraneità e lotta per la la liberazione sono il terreno sul quale è cresciuta la violenza degli sfruttati che contrasta la legalità dello Stato e impone con la critica delle armi la nuova legalità, quella dei bisogni sociali delle masse, del comunismo.

Aprile ’75

COLLETTIVI POLITICI OPERAI

COORDINAMENTO COLLETTIVI AUTONOMI STUDENTESCHI

COLLETTIVI AUTONOMI UNIVERSITARI

Di fronte a questa determinatezza e all’estendersi a macchia d’olio di una pratica di antifascismo militante non fine a se stessa, ma legata e concatenata alla pratica complessiva di lotta dell’Autonomia operaia, il potere, ben coadiuvato dal PCI, cerca in tutti i modi di colpirla servendosi per le sue provocazioni di fascisti in divisa e in borghese e cercando ancora una volta di costruirsi morti in casa come aveva già sperimentato con l’incendio di Primavalle. Si tenta così di confondere le idee all’opinione pubblica presentando i fascisti che vengono sacrificati per questi giochi come dei bravi «angioletti» per nulla coetanei dei vari Nico Azzi, Ferrari, ecc., responsabili di innumerevoli stragi proletarie come quella di Brescia e dell’Italicus. Ma la pratica dell’antifascismo militante è ormai estesa a settori sempre più vasti di movimento che non intendono affatto ripercorrere cammini lunghi e tortuosi, intrisi di vuota democrazia e tiepido innocentismo da riscattare ancora e ancora con altro sangue proletario. Di sangue versato, di morti da piangere il proletariato ne ha fin troppi e non intende più che ciò accada per mano delle canaglie fasciste.

Anticipare i fascisti

Le fucilate sparate la sera del 29 ottobre davanti alla sezione missina di via Gattamelata, con l’uccisione di un fascista e il ferimento di un altro, hanno subito rinnescato in tutta Roma lo schema di provocazione e di strumentalizzazione politica gestita congiuntamente da fascisti e polizia già sperimentato ai tempi del processo Lollo. Il fatto di per se stesso rimane ancora avvolto nel più fitto mistero. La pista dei NAP subito strombazzata da tutta la stampa, e filtrata dalle veline della polizia, è fortemente smentita dallo stile stesso delle precedenti azioni di questa organizzazione. Così come per il rogo di casa Mattei va fatta una precisa opera di controinformazione sulle attività «collaterali» della sezione di via Gattamelata di cui tutto il quartiere parlava ormai da tempo. La tecnica del morto fascista costruito in casa non è certo una novità per rilanciare l’attività missina dopo le pesanti batoste subite e dopo il crimine commesso dai neri al Circeo. Per questo va fatto il massimo di chiarezza negli atteggiamenti opporunisti manifestati da gruppi come Lotta Continua sul fatto che il fascista ucciso fosse soltanto un “ragazzino”. Sappiamo bene che di questi ragazzini, dalle bombe sui treni a quelle di Milano e di Brescia, alle aggressioni quotidiane contro i compagni, all’assassionio di Maria Lopez, sono ormai piene le cronache. Lo stesso fascista ucciso girava armato di uno di quei coltelli che sono l’armamento usuale, assieme a spranghe e pistole, degli assalti che partono quotidianamente da sezioni missine come quella di via Gattamelata. Subito dopo le fucilate di via Gattamelata i fascisti entrano in scena con ripetuti assalti alla vicina sede del PCI. Nel corso della notte una loro squadra penetra dentro S. Lorenzo per aspettare il rientro di un compagno a casa. Sbagliano persona e freddano a colpi di 38 un giovane del quartiere, Antonio Corrado. Venerdì c’è la messinscena dei funerali ed un comizio di Almirante in piazza SS. Apostoli. Mentre LC e AO si radunano a S. Maria Maggiore subito sloggiati dalla polizia, numerosi compagni si danno appuntamento sulla Prenestina dove si svolgono i funerali, impedendo di fatto ai fascisti di compiere qualsiasi bravata. Una macchina con quattro noti picchiatori fascisti viene fermata e data alle fiamme, mentre dai giornali si apprende che gli occupanti sono finiti all’ospedale. Durante il comizio Almirante dichiara apertamente guerra ai collettivi di via dei Volsci; dichiara il compagno Daniele Pifano responsabile di tutto armando così la mano ai suoi killer e a quelli di Stato per tentare di ammazzarlo. Alla fine del comizio i fascisti ritentano la scorribanda compiuta ai tempi di Mantekas, ma questa volta numerose zone di Roma sono presidiate dai compagni. Arrivano ai limiti di S. Lorenzo, assaltando a colpi di pistola la sede del PCI di via Cairoli. Il compito di fare irruzione a S. Lorenzo viene ancora una volta lasciato alla polizia, che tenta prima una provocazione armata alla sede di via dei Volsci, subito respinta dai compagni e dai lavoratori del quariere, e subito dopo l’assalto alla vicina sede di LC con lacrimogeni e colpi di mitra, e arresta un compagno. In questi giorni prosegue costante la mobilitazione per togliere qualsiasi spazio alla strumentalizzazione e alla provocazione fascista, che già questa volta non è riuscita a ripetere quello che aveva fatto ai tempi di Mantekas. Nelle scuole e nei quartieri i fascisti devono essere anticipati nelle loro iniziative autioperarie, vanno ricacciati ancora più nelle fogne in cui vivono e messi alla gogna dalle masse. In quanto alle minacce di Almirante, stiamo molto attenti i suoi killer, perché non sempre troveranno giovani come Antonio Corrado, del cui sangue dovranno comunque rispondere di fronte al proletariato.

da: “Rosso”, novembre 75

L’antifascismo militante a cura dei Comitati autonomi operai di Roma was last modified: gennaio 2nd, 2015 by glianni70.it

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