L’ama o non Lama. Non Lama nessuno

L'ama o non Lama. Non Lama nessuno

L’ama o non Lama. Non Lama nessuno

 

Roma, 17 Febbraio 1977: la Sapienza è occupata da più di due settimane. Il primo febbraio del 1977, mentre nelle case italiane le tv trasmettevano per la prima volta a colori, all’università  è accaduto un fatto inaudito: i fascisti del FUAN, l’organizzazione giovanile del MSI, sono entrati e hanno sparato. Due studenti di sinistra sono rimasti feriti, Guido Bellachioma alla testa e  Paolo Mangone.  Il movimento studentesco, già in mobilitazione contro la riforma Malfatti, volta a cancellare la liberalizzazione dei piani di studi in vigore dal 1968 (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, ErreEmme Pomezia (Rm) 1997, p. 143), decide dunque di occupare facoltà dopo facoltà tutta la sapienza, come non accadeva dal 1968 (AA. VV., Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del ’77, Odradek 2005, pp. 287-8).

indiano metropolitano

Il comizio che Luciano Lama, segretario confederale della CGIL, dovrà tenere all’università occupata è annunciato due giorni prima, il 15 Febbraio, quando dei militanti del partito comunista entrano all’università dopo aver sfondato i picchetti, per tenere un’assemblea a Giurisprudenza, dopo alcune dichiarazioni della Federazione romana del PCI sulla necessità di far cessare l’occupazione (ivi, pp.  289-90). Il giorno seguente si discute del comizio della CGIL a Chimica e a Lettere: Lama verrà alla Sapienza, nonostante la percezione della volontà di normalizzare l’occupazione (Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica e esistenziale, Feltrinelli 2008, p. 541), a patto che il comizio diventi un momento di confronto politico con il movimento, cioè che gli sia data la parola all’assemblea che si terrà con Lama come ospite. Gli indiani Metropolitani scrivono un comunicato in cui si dice che «l’area creativa affronterà con le armi dell’ironia il Lama proveniente dal Tibet» (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, ErreEmme Pomezia (Rm) 1997, p. 161-2).

Arriviamo così alla mattina del 17 Febbraio: il servizio d’ordine arriva prestissimo ed è composto per lo più da quello del PCI. Tra i suoi primi gesti la cancellazone delle scritte, tra cui quella enorme a Piazzale delle Scienze (oggi Piazzale Aldo Moro) “I Lama stanno nel Tibet”. Nel giro di un’ora costruiscono il palco per il comizio, utilizzando il Dodge rosso, storico camion dei comizi del PCI romano fin dal dopoguerra, mentre gli indiani montano sopra una scala un fantoccio con un cartello al collo che recita “NESSUNO L’AMA” (P. Bernocchi, op cit., pp. 162-3). Alle 10 arriva Lama, circondato da un centinaio di membri del servizio d’ordine comunista.
Fallito i
l tentativo di far diventare il comizio un’assemblea, Lama comincia a parlare, protetto da un servizio d’ordine di mille persone. Nel frattempo gli indiani scandiscono slogan ironici contro di lui e la sua politica dei sacrifici, in accordo con il PCI del compromesso storico, divisa in due tempi, prima sacrifici, poi redistribuzione dei redditi, (Nanni Balestrini e Primo Moroni, op. cit. , p. 540 e 531), dovuta alla crisi petrolifera del ’73, a cui era conseguita una disoccupazione giovanile dilagante. Gli slogan piacciono agli studenti e al sindacato, mentre il PCI li trova provocatori, aumentando dunque la tensione già molto presente. Nel momento in cui gli indiani lanciano palloncini di vernice contro il servizio d’ordine, il PCI li carica abbattendo il fantoccio e ferendo alcuni contestatori; si trova così di fronte al resto degli studenti: cominciano dei piccoli scontri, che si allargheranno definitivamente con la nuvola di schiuma di un estintore azionato da un dirigente del PCI romano

 

Gli studenti contrattaccano con bastoni ottenuti rompendo i banchi, con chiavi inglesi e sassi (AA. VV., Una sparatoria tranquilla, cit., p. 291): assaltano e demoliscono il camion [foto], travolgendo travolgendo il servizio d’ordine. Nel frattempo Lama fugge con il servizio d’ordine sindacale, che lo porta via di peso (Piero Bernocchi, op cit., pp. 163-4). Testimoni raccontano di persone in lacrime per gli scontri tra compagni e la sensazione che qualcosa si fosse rotto definitivamente tra loro e il PCI (Nanni Balestrini e Primo Moroni, op. cit., p. 536 e 540). Il bilancio è gravissimo, circa sessanta feriti da entrambe le parti. Da parte del PCI romano e di Lama l’immediata condanna sarà dura e unanime: si parlerà di “metodi squadristi” e di «nuovo fascismo», così come questa sarà la prima pagina dell’Unità al riguardo (più neutra invece la prima della neonata Repubblica).

Dopo sei ore le forze dell’ordine sono fuori dai cancelli dell’università, chiamati dal rettore socialista Antonio Ruberti. Davanti a loro i militanti PCI gridano contro gli studenti “camerata basco nero il tuo posto è il cimitero”. Nel giro di un’ora i poliziotti sfonderanno i cancelli con le ruspe e entreranno in cinquecento, sparando moltissimi lacrimogeni: la Sapienza era tuttavia stata già lasciata dai suoi diecimila occupanti, usciti dalla via laterale di De Lollis, una volta deciso politicamente di evitare lo scontro con la polizia (P. Bernocchi, op. cit., p. 165).

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn

capelli corti generale ci parlò all’università

dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce

ma non fumammo con lui non era venuto in pace

e a un dio fatti il culo non credere mai

Fabrizio De Andrè, “Coda di Lupo”, Rimini, 1978

L’ama o non Lama. Non Lama nessuno was last modified: novembre 14th, 2014 by glianni70.it

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