La rivolta studentesca Mao all’Università da “La fiera letteraria”, numero 5

La rivolta studentesca Mao all’UniversitàLa rivolta studentesca Mao all’Università

da “La fiera letteraria”, numero 5

di Gualtiero Maldé

Torino, gennaio

Brio Allara, il magnifico rettore dell’Università di Torino, sedeva ancora una volta al tavolo della presiden­za. Aula magna della Facoltà di lettere.  Duemila studenti accalcati in cinquecento posti. Ne arrivavano ancora, a ondate. Un bidello a terra premuto dalla folla. La cattedra si spostava da destra a sinistra sotto improvvise spinte. Allara, pallido, inseguiva le sue carte.

Questo accadeva la mattina del 20 gennaio. Che cosa aveva provocato l’agitazione? Il rettore aveva cominciato con tono tranquillo: «…Oggetto e sco­po di questa riunione in una sala che vorremmo quattro volte più capace, sono costituiti dallo scambio di pen­sieri e di vedute su alcuni problemi della vita universitaria… ».

In realtà non erano in discussione i problemi della vita universitaria. Gli studenti, o almeno quelli fra di loro che si agitavano di più, mettevano in discussione la stessa Università, nella sua forma attuale. Dal piano universi­tario si era passati a quello politico. Non si trattava di esaminare questa o quella riforma. Le riforme erano rifiu­tate in blocco, buone o cattive come, « un tentativo trasformista del siste­ma di classe esistente ».

E che cosa proponevano gli studenti (o almeno quelli fra di loro che leva­vano più alta la voce dando l’impres­sione di essere i soli a contare), al po­sto del « tentativo trasformista »?

Sentiamoli: 1) I programmi di stu­dio siano decisi dagli studenti anziché dal ministero o dalle competenti auto­rità accademiche. 2) Ogni studente possa seguire corsi su qualsiasi argo­mento gli piaccia, a seconda delle pre­ferenze, in « assemblee di interessi ». 3) Sia capovolto completamente il rapporto professore-studente; il pro­fessore non dovrebbe insegnare se non quando richiesto dagli studenti e in tali casi potrebbe insegnare soltan­to ciò che gli studenti decidono volta per volta. 4) Spariscano gli esami nel­la forma attuale e siano sostituiti da speciali forme di colloqui collettivi. 5) Spariscano le divisioni in Facoltà tutt’ora vigenti. 6) L’Università diventi un centro di formazione politica degli studenti.

Alle 14 il rettore aveva dichiarato chiusa la discussione. Buttato da una parte, lontano dai microfoni, era stato udito solo da chi gli stava vicino: il corpo accademico sconvolto. E aveva un bell’urlare il professor Maddalena, di letteratura greca: « Anche se voi gridate, io non posso non pronunciar­mi per la libertà di tutti gli studenti italiani. Quelli che vogliono hanno il diritto di ascoltare le nostre lezioni… Io difendo l’Università, sono il primo che l’ha scritto su Socialismo demo­cratico e voglio ora associarmi a Garosci e a Venturi che hanno scritto pro­testando contro l’atteggiamento dell’Avanti! ». Per quasi quattro ore i professori avevano subito una dura requisitoria che aveva sfaldato le loro fila, aveva persino dato luogo a im­provvisi capovolgimenti e a contro- proposte di alcuni docenti (« cama­leonti », secondo i rivoluzionari) rifiu­tate in blocco.

Quello che Allara aveva temuto era una realtà. Non era valso a nulla far intervenire studenti di facoltà non in lotta come « quelli di medicina ». I « rivoluzionari » non volevano nem­meno prenderli in considerazione. Sono « gente che con la loro passività e la loro ubbidienza al sistema getta­no già le premesse, fin dai banchi sco­lastici, di un inserimento in una socie­tà che noi rifiutiamo ». Così affer­mavano nella confusione.

Il processo al corpo accademico la­sciava tutti stupefatti. Più incomprensibile ancora per una generazione che pure s’è ritrovata nella Resistenza, la richiesta di condanna, seguita alla re­quisitoria. Val la pena di ascoltarla. Sembra tratta da un manuale di misti­ca rivoluzionaria. Gli studenti cinesi della « rivoluzione culturale » potreb­bero farla propria. « Ogni movimen­to studentesco deve essere in grado di contestare le strutture che a esso si oppongono. Il movimento si è da que­sto momento definitivamente e chiara­mente affermato come una forza in grado di portare avanti le proprie istanze e la propria linea politica…

Contro l’ipotesi della democraticizzazione delle Università, che da anni i movimenti studenteschi portano avan­ti, e cioè della collaborazione, noi so­steniamo la contrapposizione e il con­fronto tra studenti e corpo docente. Gli studenti, cioè, debbono acquistare uno spazio politico nelle Università, che li ponga in permanente contesta­zione rispetto alle Università e gli permetta l’esercizio del potere ».

La legge Casati è del 1856, la Rifor­ma Gentile del 1923. Con la prima, ispirata alla libertà di pensiero di Spa­ventata l’Università dipendeva diretta- mente dallo Stato. La seconda lascia­va alle singole facoltà la decisione dei piani di studio e dava all’Università una personalità giuridica. I rettori, d’altra parte, erano dipendenti del go­verno. Il fascismo soppresse ogni au­tonomia stabilendo rigidi piani di in­segnamento con la legge De Vecchi del 1935. La Costituzione democratica riconobbe all’Università il « diritto a darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato »: leggi che risalivano ancora all’epoca del fa­scismo.

Il Piano Gui venne presentato alle Camere il 4 maggio 1965. Furono im­mediatamente individuate vistose con­traddizioni interne alla nuova propo­sta di Legge. Alcune disposizioni ad esempio favorivano la nascita disordi­nata di Facoltà e istituti provinciali creati con criteri campanilistici. I finanziamenti per la ricerca scientifica pura apparivano insufficienti. La crea­zione dei « dipartimenti », che sembra­vano destinati a smantellare le « baro­nie » dei docenti e a raggruppare isti­tuti e cattedre di materie affini, era solamente facoltativa. Il « dipartimen­to » d’altronde, non accontentava né assistenti né studenti (affidando loro un ruolo puramente consultivo) né i professori. La creazione di un istituto « policattedra » va infatti contro la tendenza dei professori nostrani, abi­tuati a lavorare ognuno per suo conto e appare ai loro occhi come una peri­colosa diminuzione di potere. « Uno dei giusti rimproveri che gli studenti di Torino muovono ai loro professo­ri » dice il professor Norberto Bobbio, « è quello di non aver mai messo in discussione il problema ».

 

L’occupazione di Palazzo Campana

 

A parte le critiche mosse dai profes­sori stessi ad altri punti del Piano Gui (il problema del pieno impiego, la ri­forma del sistema dei concorsi, ecc.) la proposta di legge suscitò la reazio­ne del corpo studentesco. Dal 1965 in poi le facoltà sono state in costante agitazione. Una agitazione che partita da rivendicazioni a livello « ammini­strativo » è giunta («è maturata», di­cono gli agitatori) in questi ultimi mesi fino al livello propriamente « po­litico ».

Alla fine del novembre 1967 gli stu­denti torinesi occuparono Palazzo Campana, sede della Facoltà di giuri­sprudenza, lettere e magistero. Il mo­tivo occasionale era stata la decisione del Senato accademico di scegliere, per la futura « città universitaria » di Torino il terreno della tenuta « La Mandria », un tempo dei Savoia. La decisione era stata presa contro il pa­rere dei Consigli comunale e provin­ciale, del Comitato Regionale per la Programmazione, di urbanisti e di uo­mini di cultura.

La scelta della nuova sede, effet­tuata evidentemente in base a un cri­terio di decentramento, era stata deci­sa senza consultare gli studenti. Per il rettore magnifico fu una imprudenza, per gli studenti un pretesto: per loro quello era uno dei tanti esempi di « prevaricazione » da parte delle auto­rità accademiche.

Decisero l’occupazione delle aule di via Carlo Alberto. Quanti erano? Po­che centinaia. « Uno sparuto gruppo che imponeva la propria violenza agli studenti seri », scrisse La Stampa. Gli occupanti decisero allora un referen­dum. I voti vennero raccolti in un solo giorno: 815 erano quelli favorevoli al­l’occupazione, 428 i contrari. Era un dato di cui si poteva tener conto? Se­condo La Stampa, no: gli iscritti all’Università di Torino sono infatti diciannovemila.

 

No anche a Norberto Bobbio

 

Il rettore magnifico ordinò che le le­zioni venissero proseguite negli uffici del rettorato, in via Po. Alcuni profes­sori non gli dettero retta. Per loro era una questione di principio: non biso­gnava cedere dinanzi a un evidente atto di forza. Fu così che la mattina del 29 novembre il professor Norberto Bobbio, uomo della Resistenza, uno dei più illustri studiosi di Filosofia del diritto, si presentò in via Carlo Alber­to deciso a tenere la sua lezione. Den­tro, tra gli occupanti, era suo figlio Luigi: uno dei leader del movimento studentesco. Accanto a Luigi Bobbio un altro giovane dal cognome illustre: Luigi Donat Cattin, nipote del parla­mentare della sinistra democristiana. Norberto Bobbio era deciso a far vale­re i suoi diritti di studioso e di docen­te nei confronti del figlio e dei suoi amici. Camminava preoccupato, forte solo di uno scalpiccio alle sue spalle: un gruppo di giovani decisi come lui a entrare in aula. Da quale parte stava il diritto? Il professore bussò alla por­ta, contornato da quei suoi allievi vo­lenterosi. Nessuno rispose dal di den­tro. E allora gli allievi volenterosi sfondarono porte e spaccarono tut­to: c’erano fra loro dei fascisti del­l’estrema destra, quelli che dipingo­no svastiche sui muri, la notte. I fasci­sti entrarono mentre Bobbio, profes­sore, si ritirava, due volte sconfitto. Dentro l’aula erano in centocinquan­ta a scambiarsi cazzotti.

I rivoluzionari tennero Palazzo Cam­pana fino al 28 dicembre. « Per un mese siamo riusciti a realizzare alme­no parzialmente alcuni dei nostri ob­biettivi », si vanta Vittorio Rieser, assi­stente volontario di Sociologia. Abbia­mo organizzato dei « controcorsi »: in gruppi di quaranta o cinquanta studen­ti discutevamo e dibattevamo vari ar­gomenti con un metodo paritario e collettivo. Toccammo vari temi: scuo­la e società, funzioni e compiti della filosofia, psicoanalisi e repressione, Vietnam, America Latina, filosofia del­la scienza analisi sociale ». Ecco un esempio di ciò che questi giovani in­tendono quando parlano di trasfor­mare l’Università. Si tratta di una vera e propria rivoluzione. L’Univer­sità, vista a questo modo, diventa so­prattutto un centro di agitazione poli­tica. Lo strano è ch’essi pensino che uno Stato democratico possa accet­tarla.

Il 28 dicembre il rettore Allara fece intervenire la polizia. Si pensò anche di chiamare i vigili del fuoco, pensan­do di dover abbattere qualche barrica­ta. Gli studenti vennero portati fuori uno a uno. Un agente si segnava i loro nomi, la facoltà e l’anno di stu­dio.

Il rettore magnifico, una volta im­boccata questa via, si è trovato spesso isolato. Nella questione della Mandria, ad esempio, origine occasionale di tutti i guai: i presidenti delle amministra­zioni provinciali di tutte le città pie­montesi protestavano ora contro Alla­ra « con vivo disappunto » per le mo­dalità « fino a oggi seguite nella trat­tazione del problema della scelta di una nuova sede per l’Università di Torino ». L’altro colpo, più grave, ve­niva dal corpo accademico. Alcuni professori si dimostrarono infatti di­sposti a collaborare con gli studenti ribelli: dopo le adesioni dei professori Viola e Massucco Costa arrivarono quelle del professor Francesco Forte, docente di Scienza delle Finanze e del professor Siro Lombardini. Dalla fa­coltà di Architettura giunse una co­municazione imbarazzante: alcuni pro­fessori dichiaravano che non avreb­bero potuto svolgere una qualsiasi at­tività senza la partecipazione di tutti i componenti della Facoltà.

Allara convoca una drammatica conferenza stampa: l’occupazione de­gli studenti è frutto di una manovra politica concordata anzitempo da forze estranee all’Università. Il rettore per­ciò è sempre più convinto della neces­sità di resistere. Mentre il Senato Ac­cademico si riunisce per deliberare gravi sanzioni disciplinari, i ribelli convocano, anche loro, i giornalisti. « …Continuando a trattare col vecchio sistema (l’interfacoltà propone, il pro­fessore dice di no) gli studenti non si sarebbero mai resi conto dei problemi della vita universitaria. L’occupazione era l’unico mezzo per iniziare un “la­voro contestativo”, per dimostrare che l’atteggiamento autoritario del corpo accademico non è giustificato dalle ne­cessità dello studio. Da venti anni a questa parte molte cose sono cambiate in Italia, ma i sistemi di insegnamen­to sono sempre gli stessi… ».

« Abbiamo provato a raccogliere le firme degli studenti che in un giorno qualunque hanno partecipato ai grup­pi di studio a Palazzo Campana: erano 712. Nella stessa mattinata alle lezioni che si tenevano in rettorato ne erano andati soltanto 130. Durante l’occupazione abbiamo studiato ed elaborato un nuovo metodo di ricerca impostato sul lavoro comune e non sulla sterile acquisizione di dati elaborati da un cervello superiore. Per far questo ci siamo serviti del contributo dei pro­fessori e degli assistenti che hanno voluto aiutarci. Noi rispettiamo i pro­fessori in quanto persone esperte e competenti, ma li rifiutiamo in quanto arbitri assoluti… ».

 

Sospesi sessanta studenti

 

Il 4 gennaio il Senato Accademico fece sapere le sue decisioni: sessanta studenti erano stati sospesi per sei mesi dagli esami. Sono stati poi de­nunciati alla Procura della Repubblica per aver violato due articoli del codice penale: quelli che contemplano l’inva­sione di edificio e la « turbativa vio­lenta di cose immobili ». Per questi reati sono previste pene fino a due anni di reclusione con multe che van­no dalle 40.000 alle 400.000 lire. Il gior­no dopo la Gazzetta del Popolo pubblicava la lettera del prof. Giulio Quazza, preside della Facoltà di Magistero: il prof. Quazza non aveva ricevuto alcu­na comunicazione di convocazione del Senato Accademico. Non era presente a:la seduta, contestava quindi la for­mula dell’unanimità. In ogni caso non avrebbe derogato dall’atteggiamento assunto fin dalla seduta del 27 novem­bre 1967 e pertanto non avrebbe potu­to votare in favore delle sanzioni di­sciplinari.

Il 16 gennaio i ribelli rinunciano all’occupazione ma decidono di disturba­re sistematicamente le lezioni: è l’« oc­cupazione bianca ». La polizia ritorna a Palazzo Campana e arresta i capi e promotori del movimento: Luigi Bob­bio. figlio del professore, viene arresta­to per minaccia, violenza e resistenza ai carabinieri. Lo prendono all’ingres­so dell’Aula magna di lettere mentre disturba la lezione del prof. Getto, as­sieme a Paolo Marinucci, imputato degli stessi reati. Bobbio resterà den­tro due giorni. Si arriva così all’invito di Allara per lo « scambio di vedute » del 20 gennaio.

Quella stessa mattina Luigi Bobbio doveva essere interrogato dal giudice. Ha fatto però in tempo ad arrivare nell’Aula magna per il suo intervento. E’ stato un discorso da leader politico.

Ha parlato di « battaglia da condurre avanti », fino al rovesciamento dell’at­tuale rapporto di potere fra professori e studenti. Quanto ai professori che si dichiarano d’accordo con i ribelli, Bob­bio li ha avvertiti che continueranno a considerarli come avversari finché non rinunceranno radicalmente alla posizione di assoluta supremazia che hanno avuto finora all’interno dell’Università. Ha concluso con un invito all’agitazione permanente d’ispirazio­ne maoista: « Noi dobbiamo e possia­mo scegliere il tipo di cultura e di tecnica che vogliamo. Manterremo sempre integrale la nostra forza, le nostre assemblee, il nostro potere di contestazione all’interno dell’Università. Crediamo che qualsiasi riforma debba essere sostenuta da una forza politica ».

Il discorso di un rivoluzionario. Molti professori l’hanno giudicato « moderato ». Segno che vi sono stu­denti che sostengono idee e program­mi più estremisti.

 

Le proposte dei rivoluzionari di Torino

 

Ma in che cosa consistono più esat­tamente le proposte dei rivoluzionari torinesi? Esaminiamole una per una con le spiegazioni degli interessati.

 

Punto primo: I programmi di studio siano decisi dagli studenti anziché dal Ministero o dalle competenti auto­rità accademiche.

 

« Questa richiesta nasce dall’osser­vazione che molto spesso i pro­grammi dei corsi universitari vengo­no scelti dai professori esclusiva- mente in funzione delle loro even­tuali future pubblicazioni. Conseguen­za: i corsi e le ricerche nei vari isti­tuti non sono coordinati. Noi rite­niamo più utile arrivare a definirli attraverso un dibattito. Vi sono poi delle vere e proprie assurdità ».

« Questo discorso vale soprattutto per i piani di studio veri e propri, attual­mente non coordinati affatto fra loro. Per una laurea in lettere, ad esem­pio, è previsto lo studio di varie ma­terie non collegate, in modo che lo studente esce spesso dall’Università con una vaghissima idea di esse. Al­tro esempio: la filosofia, la storia del­la filosofia, viene studiata nei testi del liceo. Che senso ha? Si studia latino, letteratura italiana, storia romana ecc. sempre come al liceo. Perché? La formazione universitaria dello studen­te non dovrebbe piuttosto basarsi su alcuni temi da lui scelti e approfon­diti al massimo? »

 

Punto secondo: Ogni studente pos­sa seguire corsi su qualunque argo­mento gli piaccia, a seconda delle preferenze, in « assemblee di inte­ressi ».

 

«Il criterio è sempre quello “associa­tivo” sulla base degli interessi comu­ni a uno o più gruppi di studenti. Lo scopo fondamentale di questa rifor­ma è quello di permettere allo studen­te la formazione di una propria me­todologia critica; i temi di studio scel­ti dallo studente possono anche non rispondere esattamente alle esigenze di carattere professionale; gli ser­viranno per analizzare criticamente la sua professione nel suo contesto so­ciale ».

 

Punto terzo: Sia capovolto comple­tamente il rapporto professor e studen­te. Il professore non dovrebbe inse­gnare se non quando richiesto dagli studenti e in tal caso potrebbe inse­gnare solo quello che gli studenti de­cidono volta per volta.

 

« Deriva dai primi due. Se saranno gli studenti a decidere il contenuto de­gli studi, la funzione del professo­re si porrà su basi inizialmente con­sultive. Con questo non s’intende ne­gare la funzione necessaria dell’inse­gnamento. Un gruppo di studenti ela­bora un piano di studi e definisce il soggetto che vorrebbe approfondire; il professore presta la sua opera indi­spensabile partendo da ciò che essi gli chiedono ».

 

Punto quarto: Spariscano gli esami nella forma attuale e siano sostituiti da speciali forme di colloqui collet­tivi.

 

« Dato che il lavoro universitario si deve svolgere in gruppi (cui peraltro collaborano anche professori e assi­stenti su richiesta degli studenti) sa­rà facile (i gruppi di studi, o « semi­nari », non comprenderanno più di una ventina di persone) controllare il lavoro effettivo svolto dallo studente all’interno del gruppo, la sua assidui­tà e soprattutto il risultato finale del­la ricerca. Così il voto diventa inu­tile ».

« Del resto, circa la validità degli esami tradizionali ecco cosa si legge nella Risoluzione n. 4 adottata l’autunno scorso dai ministri europei dell’Educazione riuniti a Strasburgo nel quadro del Consiglio d’Europa: “Ap­paiono come selezioni abusive, che op­pongono ai giovani un rifiuto brutale e definitivo allo sviluppo della loro car­riera di uomini. Invece di rivelare il sapere e la cultura, queste « prove » ripetute su materie troppo vaste, mal assimilate e solamente memorizzate, finiscono per condizionare i giovani al riflesso condizionato della risposta giu­sta, a detrimento della spontaneità, dell’azione, della creatività che è neces­saria tanto all’Università, quanto al­l’industria, ai servizi pubblici e alla stessa società”. Al posto degli esa­mi si vuole introdurre un apprez­zamento globale del carattere e dell’attività svolta dallo studente. In tal modo il verdetto finale non arriverà più allo studente come una sorpresa, un colpo di fortuna o di sfortuna ».

 

Punto quinto: Spariscano le divisio­ni in facoltà tuttora vigenti.

 

« Dato che i gruppi di studio posso­no avere bisogno di discipline non comprese nell’attuale ordinamento in facoltà (uno studente di architettura potrebbe, poniamo, voler approfon­dire le sue nozioni di filosofia o, per esempio di sociologia, connesse alla funzione culturale svolta dall’archi­tetto nella società), occorre che non vi siano divisioni fra le facoltà ».

 

Punto sesto: L’Università diventi un centro di formazione politica degli studenti.

 

« Dopo il fascismo, in reazione a una forma di politicizzazione unidirezio­nale, c’è stata la tendenza a spoliticiz

 

(qui il proto ha saltato evidentemente una riga)

 

preparazione politica i giovani pos­sono essere facilmente oggetto di una politica più sottile e non dichiarata, da qualunque parte essa provenga ».

 

Autogoverno da dieci mesi

 

In Italia sono già in atto alcuni esperimenti di questo tipo, che han­no il nome di « Controuniversità ». E’ il caso del «Movimento per un’Università negativa » a Trento, del grup­po « Tendenza » nella facoltà di ar­chitettura a Venezia, del gruppo « Si­nistra universitaria » a Napoli. A To­rino gli studenti di architettura han­no iniziato il loro esperimento dieci mesi fa. Da dieci mesi alla Facoltà di architettura non ci sono né lezioni né corsi tradizionali.

Lo squilibrio più evidente in seno alla facoltà era quello fra materie scientifiche e compositive. Le mate­rie scientifiche erano molte, le com­positive poche. Questo tipo di inse­gnamento non prepara lo studente alla progettazione. La progettazione infatti iniziava solo al terzo anno. Le materie scientifiche studiate nei pri­mi due anni diventavano un bagaglio di nozioni fini a se stesse, inutili.

L’agitazione è partita da gruppi di persone estranee ai gruppi tradiziona­li (UGI, Intesa, ecc.), caratteristica di tutti i più recenti movimenti stu­denteschi. Occupata la facoltà, e ini­ziato il tentativo di sperimentare una forma di didattica nuova, gli studenti non sono più tornati al vecchio model­lo didattico. Arrivati al momento de­gli esami di giugno, si presentava la seguente situazione: il 50 per cento degli studenti sarebbero rimasti a ca­sa a studiare senza poter proseguire l’agitazione. Al loro ritorno, perciò, tutto sarebbe stato come prima. Si presentava quindi la necessità di abo­lire questa forma di controllo perio­dico, gli esami. Fu deciso che gli stu­di per la riforma diventassero ma­terie di esame. Il Consiglio di Facol­tà riconobbe il valore didattico della riforma.

Il 28 giugno, il documento conclu­sivo Floridi (in cui fra l’altro si ri­conosceva l’autogoverno della cate­goria degli studenti e assistenti la autoprogrammazione dei contenuti, metodi e obiettivi di ricerca nella fa­coltà; l’autogestione di tutte le attivi­tà politiche e culturali e di appoggio alla normale autorità didattica; il ri­conoscimento fiscale dei lavori di ri­forma, cioè che i lavori di riforma vengano riconosciuti come materia di esame con conseguente votazione; la istituzione di seminari) era firmato anche dal corpo accademico.

Si tratta come si vede di una ri­forma piuttosto radicale. Gli intran­sigenti di palazzo Campana la con­siderano troppo blanda, se non addi­rittura controrivoluzionaria.

Loro vogliono la contestazione per­manente. Sono infatuati di una for­mula, non vogliono essere da meno dei loro colleghi di Pechino, Beckeley Berlino; desiderano sentirsi protago­nisti di qualcosa di « grande ». E l’Università? Gli studi? Tuttociò viene dopo.

La rivolta studentesca Mao all’Università da “La fiera letteraria”, numero 5 was last modified: gennaio 20th, 2015 by glianni70.it

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