LA RAGNATELA – DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONI

LA RAGNATELA - DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONILA RAGNATELA – DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONI

Traccia storica e considerazioni di Renata Franceschini, Soccorso Popolare – Padova

“- E’ indubbio che tali certezze e tali elevate probabilità obbedissero ad un unico, quanto inequivoco , disegno strategico.

– Con la ovvia conseguenza della intrinseca debolezza di un quadro democratico, che mentre apparentemente andava consolidandosi, continuava a posare su fragili basi, perché a livello occulto costantemente posto in discussione, sì da apparire sostanzialmente a rischio di tenuta.”
(dalle Conclusioni della Commissione Pellegrino – Il quadro storico-politico del dopoguerra – nodo siciliano.)

SOMMARIO
parte prima
Prefazione
1. I servizi segreti
parte seconda
2. Francesco Cossiga e i suoi legami con la ragnatela
3. Gladio
parte terza
4. La Loggia P2 e Licio Gelli
parte quarta
5. Nascita dell’impero economico del Cavalier Silvio Berlusconi
6. L’on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.
parte quinta
7. Berlusconi scende in campo!!
8. La transizione da Berlusconi a D’Alema
parte sesta
9. Il governo “D’Alema”
10. Berlusconi vince le elezioni del 2001
11. Sintesi del Piano di “Rinascita Democratica”, elaborato dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli.
NOTE BIBLIOGRAFICHE

parte prima

Prefazione
I Servizi Segreti Usa, già nel 1942 durante il fascismo, allacciano rapporti con la mafia siciliana e determinati settori politici, e quindi instaurano durature alleanze con questi soggetti. Lo scopo è quello di controllare la vita politica italiana, in modo da piegarla con qualsiasi mezzo, anche terroristico e sanguinario, agli interessi degli Stati Uniti e dei gruppi politico-economici di loro riferimento.

Cosa abbia comportato questo disegno lo sicomincia a comprendere solo da qualche anno, grazie alle indagini di magistrati coraggiosi, che tra mille insidie ed ostacoli sono riusciti a fare intravedere, se non tutta la verità, almeno una parte di essa, facendo emergere i gangli dell’ordito di sangue.

Fin dalla caduta del Fascismo si costituiscono in Italia strutture più o meno occulte, più o meno legali, con l’unico scopo di impedire l’attuazione della Costituzione Repubblicana, pienamente democratica, impedendo l’assurgere al potere legislativo ed esecutivo di partiti di ideologia socialista, duramente contrastata dagli USA, che ribadivano la loro volontà di egemonia su parti del mondo loro assegnate dopo Yalta.

Una di queste strutture è la “Gladio”, e membri importanti di “Gladio” sono l’onorevole Francesco Cossiga e Licio Gelli.

Licio Gelli, massone, costituisce una struttura massonica segreta, la Loggia P2 che, a metà degli anni ’70, tende al sovvertimento della  Repubblica e all’instaurazione di una seconda Repubblica Presidenziale, a carattere liberistico e antidemocratico.

La complessa organizzazione massonica P2, il suo sistema di rapporti col potere e la mafia in Italia, i servizi segreti italiani e americani, la Gladio, un complesso di organismi e di gruppi con legami nei servizi segreti, nei Carabinieri, negli alti corpi di polizia, nella magistratura e in altri settori della pubblica amministrazione, costituiscono una struttura politico- militare, che agisce come un vero e proprio “Stato parallelo”, finalizzato ad impedire che i nostri equilibri politici si evolvano in direzione di una maggiore e più completa democrazia.

Colpi di Stato tentati o minacciati, stragi, attentati a treni, azioni di terrorismo nero  furono, a complemento di manovre politiche contro la democrazia, gli strumenti di questo vero e proprio “Stato parallelo”, atti al conseguimento degli scopi di eversione.

I servizi segreti, che per lungo tempo alcune forze politiche ci hanno fatto credere “deviati”, hanno coperto, non episodicamente, gravi reati, depistato giudici, posti in salvo i presunti attentatori, al fine di lasciare impunite le stragi più efferate.

Questo complesso di organismi ha attivato, all’interno di un disegno a lungo termine, il progetto politico che sussisteva dietro le stragi, e ne ha tutelato e continua a tutelare gli esecutori e i mandanti.

Così oggi possiamo assistere, dopo il periodo di instabilità politica degli anni ’90, all’affermazione elettorale della “Casa delle Libertà” (sic!), che ha raccolto nel suo seno tutti i tipi di destra presenti nel nostro paese: da quella xenofoba e furbesca, rappresentante dei nuovi rampanti padani, a quella rivestita di un nuovo perbenismo, ma con non ben nascoste aspirazioni autoritarie di tipo fascista, come ci hanno fatto capire, se ce ne fosse stato bisogno, attraverso la repressione di Genova durante il G8; da quella che rappresenta i “buoni sentimenti” catto-qualunquistici , a quella residuale del periodo craxiano, con le stesse idee e l’identico modo di fare politica.

Quindi la matassa aggrovigliata dei poteri occulti e palesi ha dipanato il suo perverso filo conduttore di un progetto politico autoritario e antipopolare che arriva fino all’oggi e sembra avere ormai raggiunto il suo scopo: quello di un governo dei privilegi, a-democratico, falsamente populista, fascisteggiante e reazionario, cioè il governo alla cui testa si trova il Cavalier Silvio Berlusconi, un individuo allevato dalla Mafia, coccolato dalla P2, e tanto “amico” di Craxi e di certi politici democristiani, che come bravi sarti gli hanno confezionato leggi su misura, permettendogli la scalata al potere economico e quindi politico.

Questa destra è così compatta da costituire un vero e proprio club, che procede celermente verso mutamenti istituzionali e sociali sul modello del progetto di “Rinascita Democratica” di Gelli.

A tappe successive quello “Stato parallelo” è riuscito ad impadronirsi del potere politico-economico del paese e a realizzare il suo piano.

1. I SERVIZI SEGRETI

Il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate), istituito il 1 settembre del 1949, era totalmente subordinato alla CIA e molto simile al vecchio SIM fascista.  Fu istituito, con procedura anomala, senza nessun dibattito parlamentare. Il repubblicano ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, firmò una semplice circolare interna. Il primo direttore del SIFAR, il generale di brigata Giovanni Carlo Del Re, operava sotto l’esplicita supervisione dell’emissario della CIA in Italia, Carmell Offie.

Nel 1951 il gen. Umberto Broccoli, almeno sulla carta, darà l’avvio a “Gladio”.

La NATO fu creata nell’aprile del 1949, non solo per contrastare la potenza comunista, ma anche per mantenere stabile la situazione politica nei paesi che facevano parte dell’Alleanza..

La stabilità, secondo questa strategia, si manteneva escludendo rigorosamente le forze di sinistra dalla gestione del potere politico e i partiti, che le rappresentavano, lontani da qualsiasi forma di governo.

Le attività “antisovversive”, cioè le azioni per arginare la crescita elettorale dei partiti di sinistra, cominciarono prima ancora che in Italia venissero ricostituiti i servizi segreti.

In un rapporto del NSC, National Security Council, dell’8 marzo 1948 sulla “posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia, alla luce di una partecipazione dei comunisti al governo con mezzi legali”, si diceva espressamente che una vittoria del Fronte Popolare avrebbe minacciato gli interessi degli Usa nel Mediterraneo. Gli Stati Uniti quindi avrebbero fornito “assistenza militare e economica al movimento clandestino anticomunista”.

Ad esempio, durante le elezioni del 18 aprile del 1948, l’organizzazione “Osoppo”, l’antenata di Gladio, composta da 4.484 uomini, venne schierata segretamente lungo il confine orientale per contrastare una ipotetica invasione dell’esercito sovietico.

All’Italia, con la sua adesione al Patto Atlantico, furono imposti numerosi obblighi, tra cui quello di passare notizie riservate e ricevere istruzioni da una speciale centrale della CIA, chiamata in codice “Brenno”.

Col lavoro paziente di alcuni tra i loro migliori agenti della CIA, gli americani avevano intessuto una fitta ragnatela che piegherà le decisioni del governo alla volontà degli Alleati d’oltreoceano

Il SIFAR, servizio informazioni difesa, del generale De Lorenzo reggerà le fila del controllo occulto della politica italiana degli anni caldi precedenti al rivoluzionario decennio aperto dalla contestazione del 1968.

Si infittirono i rapporti con i servizi statunitensi, che fin dal dopoguerra avevano installato un’importante centro operativo in Italia.

La stazione CIA di Roma funzionerà egregiamente: attraverso il lavoro paziente di alcuni tra i loro migliori agenti, gli americani erano in grado di tessere una fitta ragnatela che piegherà le decisioni del governo alla volontà degli alleati d’oltreoceano.

La rete Stay Behind, cioè in Italia la Gladio, risultava attiva anche in molti altri paesi europei, coordinata da accordi che intercorrevano tra i vari servizi segreti. Nel caso italiano la CIA e il SIFAR, come ha rilevato lo stesso giudice Casson nella sua indagine, che operavano a condizionare e a scavalcare qualsiasi decisione del nostro Parlamento, unico organismo in grado di ratificare trattati internazionali di questa natura, qualora essi fossero ritenuti legittimi.

Nonostante il profondo mutamento della situazione internazionale, non essendo noti a tutt’oggi i “protocolli segreti” firmati dal governo italiano al momento di adesione alla NATO, non conosciamo bene quali altri obblighi abbia l’Italia nei confronti degli USA.

 
E’ vecchia abitudine, questa, di organizzare reti clandestine totalmente svincolate da qualsiasi controllo, per piegare una democrazia, già vacillante in realtà sotto i colpi delle feroci repressioni operaie del Ministro dell’Interno, on. Mario Scelba, protagonista della repressione di operai e braccianti negli anni immediatamente a ridosso della proclamazione della Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Mario Scelba va ricordato come il fondatore del reparto Celere della Polizia di Stato (negli anni divenuto tristemente famoso per i metodi antiguerriglia nella repressione delle agitazioni operaie e popolari di piazza).

Come lo stesso Scelba conferma in un’intervista comparsa nel 1988 sulla rivista “Prospettive nel mondo “: “[…] Allontanai, con buonuscite o trasferimenti nelle isole, per tutto il 1947, gli ottomila comunisti infiltratisi nella Polizia e assunsi diciottomila agenti fidatissimi…Posso aggiungere che non mi limitai a reclutare forze di Polizia affidabili, ma creai una serie di poteri per l’emergenza, una rete parallela a quella ufficiale che avrebbe assunto automaticamente ogni potere in caso di insurrezione.”

 
Durante gli anni del generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, che assunse la dirigenza del SIFAR nel 1955, fu creato il progetto del “Piano Solo” per un colpo di stato e gli agenti del SIFAR cominciarono a schedare in massa gli italiani: oltre 155.000 esponenti della sinistra istituzionale e non, semplici simpatizzanti, sindacalisti, operai.

Si volle far credere che la schedatura generalizzata del SIFAR fosse una operazione “deviata” messa in atto per iniziativa singola del generale De Lorenzo, mentre gli erano complici autorevoli esponenti democristiani del governo italiano, con l’appoggio della CIA.

In un accordo, stipulato con i servizi segreti americani nel giugno 1962,

De Lorenzo impegnava il SIFAR a programmare azioni di emergenza con la CIA, senza avvertire il governo.

Nel marzo 1963 William Harvey, il responsabile dell’assassinio di Patrice Lumumba, l’eroe della lotta per l’indipendenza del Congo, diventava “capostazione” della CIA a Roma.

Col colonnello Rocca concordava la formazione di “bande d’azione” che dovevano attaccare sedi della DC, per fare ricadere la responsabilità sulle sinistre.

Il colonnello Rocca organizzò le squadre di Milano, Torino, Genova e Modena, aiutato da Luigi Cavallo, un ex militante del PCI, espulso dal Partito come spia, che in FIAT aveva causato la sconfitta pesante della CGIL con le sue provocazioni e con atti violenti mascherati di “rosso”.

Nominato sul finire del 1962 comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e quindi costretto a lasciare la guida del servizio segreto, De Lorenzo comunque mantenne il controllo del SIFAR, facendo nominare al suo posto un suo fedelissimo, Egidio Viggiani e facendo occupare i posti chiave da suoi fedelissimi: Giovanni Allavena – responsabile, contemporaneamente, dell’ufficio D (informazioni) e del CCS (controspionaggio) ed in seguito egli stesso ai vertici del SIFAR- e Luigi Tagliamonte che assumerà il doppio (e incompatibile) incarico di responsabile dell’amministrazione del SIFAR e capo dell’ufficio programmazione e bilancio dell’Arma.

Tra il 1960 e il 1964 i socialisti riuscirono ad entrare nell’area di governo. Era il primo mutamento importante negli equilibri politici italiani dopo il trionfo dei democristiani nel 1948.

Nel giugno del 1960, quando il governo Tambroni, che aveva ottenuto la fiducia con i voti determinanti del MSI e della Confindustria, autorizzò il MSI a tenere il suo congresso nazionale a Genova, ci fu una rivolta popolare durata tre giorni, perché si ritenne questa autorizzazione una sfida alle tradizioni operaie e antifasciste della città. Altre manifestazioni antigovernative, dilagate in molte città, furono represse dalla polizia, in qualche caso anche con le armi, che provocò una decina di morti. Cinque nella solo Reggio Emilia.

La DC dovette, quindi, sconfessare Tambroni, il cui governo cadde.

Nel marzo 1962 si formò un nuovo governo Fanfani, concordato con i socialisti che si impegnavano a dare il loro appoggio ai singoli progetti legislativi. Nelle elezioni politiche dell’aprile del 1963 ci fu una fortissima avanzata del PCI.

Fu in questa fase che la politica di centrosinistra conseguì i risultati più avanzati. Fu avviata la nazionalizzazione della industria elettrica, istituita la scuola media unica. Per contro, le Regioni, istituti previsti dalla Costituzione, non videro ancora la luce del loro ordinamento, per il timore della DC del rafforzamento delle sinistre a livello locale.

Di fronte a questi avvenimenti, che sembravano avvicinare sempre più la sinistra al governo, bisognava portare la guerra totale. Bisognava bloccare in qualche modo l’avanzata popolare nelle fabbriche e nella società, che pretendeva una diversa qualità dell’esistenza.

Ecco allora la ragnatela mobilitarsi.

Nel luglio del 1964, si fece udire il famoso “rumor di sciabole, di cui parlò l’allora segretario socialista Pietro Nenni: la formazione del secondo governo di centro-sinistra, guidato da Aldo Moro, fu minacciata dalla possibile messa in atto del già progettato colpo di stato, il “Piano Solo”, che sarebbe scattato se il governo di sinistra avesse adottato un programma veramente progressista.

Carabinieri, gruppi di civili, ex parà e repubblichini di Salò, addestrati nella base segreta di Gladio di Capomarrargiu e reclutati dal colonnello Rocca, capo dell’ufficio Rei (Reparto enucleandi interni) del SIFAR, avrebbero partecipato al golpe. La Confindustria e alcuni circoli militari, legati all’ex ministro della Difesa Pacciardi, avrebbero finanziato alcune formazioni paramilitari.

In un elenco, rinvenuto negli archivi della CIA di Roma, c’erano i nomi di circa duemila anticomunisti che si dichiaravano pronti a compiere anche atti terroristici. Il “Piano Solo” prevedeva la cattura degli “enucleandi”, cioè di dirigenti comunisti, socialisti, e di sindacalisti; e l’occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra, le redazioni dell’Unità, le sedi della Rai e le prefetture.

Lo scandalo delle schedature e del “Piano Solo” vennero rivelati, solo tre anni dopo, con una campagna di stampa condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari.

Nel 1965 il SIFAR fu sciolto. Ed era l’ennesimo scioglimento di facciata di un servizio segreto “deviato”.

Con un decreto del Presidente della Repubblica, il 18 novembre 1965, nacque il SID (Servizio Informazioni Difesa), che del vecchio servizio continuerà a mantenere uomini e strutture.

Il comando del SID venne affidato all’amm. Eugenio Henke, molto vicino al ministro dell’Interno dell’epoca Paolo Emilio Taviani, democristiano. Sotto la gestione Henke – che resterà in carica fino al 1970 – prenderà avvio la “Strategia della tensione” che avrà come primo, tragico, risultato la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969).

Il 18 ottobre 1970 Henke venne sostituito dal gen. Vito Miceli, che già dal 1969 guidava il SIOS (il servizio informazioni) dell’Esercito.

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 un gruppo di neofascisti, capeggiati dal “principe nero” Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS, mise in atto un tentativo di colpo di stato, nome in codice “Tora, Tora”, passato alle cronache come il “Golpe Borghese”.

Il tentativo di colpo di stato fallì e ancora oggi per molti aspetti appare velato di “misteri”.

Il neo capo del SID, il gen. Vito Miceli, molto legato ad Aldo Moro e nemico giurato del potente democristiano on. Giulio Andreotti, tacque di quel tentativo di golpe, prima di tutto con la magistratura.

Quando nel 1975 l’inchiesta giudiziaria sul golpe Borghese arriverà alla sua stretta finale, Miceli aveva già lasciato il servizio, a causa delle incriminazioni che lo porteranno ad essere arrestato per altri fatti, ancora oggi non del tutto chiariti, come la creazione della Rosa dei Venti, un’altra struttura militare para-golpista e dello scontro durissimo col capo dell’ufficio D, un fedelissimo di Andreotti, il gen. Gianadelio Maletti.

Gli anni della gestione Miceli sono stati gli anni dello stragismo in Italia: da Peteano, alla strage alla Questura di Milano, dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus. Come era già accaduto a De Lorenzo, anche Miceli finirà la sua carriera in Parlamento: eletto, anche lui, nelle file del MSI-DN di Giorgio Almirante, così come anni dopo capiterà ad un altro capo dei servizi segreti, il gen. Antonio Ramponi, nelle file dell’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini.

La prima riforma organica dei servizi segreti risale al 1977.

Sempre più vicino all’area di governo, impegnato in una politica improntata al consociativismo, il PCI partecipa direttamente, nella persona del sen. Ugo Pecchioli, alla riforma.

Per la prima volta venne introdotta una figura responsabile dell’attività dei servizi segreti di fronte al Parlamento: è il Presidente del Consiglio che si avvale della collaborazione di un consiglio interministeriale, il CESIS, che ha anche un compito di coordinamento. Inoltre i servizi devono rispondere delle loro attività ad un Comitato parlamentare.

Una importante novità, introdotta dalla riforma dei servizi segreti, riguarda lo sdoppiamento dei servizi stessi: al SISMI (Servizio d’Informazioni per la Sicurezza Militare) il compito di occuparsi della sicurezza nei confronti dell’esterno, al SISDE (Servizio d’Informazioni per la Sicurezza Democratica) quello di vigilare all’interno. Con in più un’altra differenza: se il SISMI restava completamente affidato a personale militare, il SISDE diventava una struttura civile, affidata alla polizia, nel frattempo trasformata in corpo smilitarizzato.

Quindi, a prima vista, una riforma buona nelle intenzioni, ma gli uomini che andranno a far parte del SISMI e del SISDE saranno gli stessi del SIFAR e del SID e, per quanto riguarda il servizio civile, del disciolto – e famigerato – Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno.

Dal 1978 il SISMI sarà retto dal gen. Giuseppe Santovito, già stretto collaboratore del gen. De Lorenzo.

Il SISDE, pur essendo una struttura non militare, finirà proprio per essere assegnata alla direzione di un militare, il generale dei carabinieri Giulio Grassini.

Regista di questa  riforma fu il ministro dell’Interno on. Francesco Cossiga, che in quel momento diede l’impressione di subire potenti pressioni da chi aveva interesse di far fallire l’operazione di “pulizia”.

Il primo scandalo in cui incapparono i servizi riformati è quello della Loggia P2. Come abbiamo già detto, i nomi di tutti i comandanti al vertice dei servizi segreti (SISMI, SISDE ed anche del CESIS, l’organo di coordinamento) sono compresi nella famosa lista della Loggia P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli, scoperta nella villa del Gelli a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 dai magistrati milanesi che indagano su Michele Sindona.

Di certo oggi sappiamo che entrambi i servizi segreti furono coinvolti fino al collo nel caso Moro, in quei 55 giorni che trascorsero fra il sequestro del presidente della DC da parte di un commando delle Brigate rosse e l’uccisione dell’uomo politico (16 marzo-9 maggio 1978).

Nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro accaddero una incredibile serie di stranezze, misteri, coincidenze, buchi nelle indagini, che ebbero l’effetto di agevolare il compito dei brigatisti, al punto da far pensare che il sequestro Moro fosse stato ispirato, e in qualche modo teleguidato, da qualcuno che nulla aveva a che fare con i brigatisti “puri”.

Era ministro dell’Interno sempre l’on. Cossiga, che la mattina del rapimento di Moro stava andando in Parlamento dove doveva nascere un governo con l’appoggio esterno del Partito comunista, il primo importante passo verso l’ingresso del PCI di Berlinguer nella maggioranza.

Qualche settimana prima, Aldo Moro era uscito sconvolto da un colloquio avuto negli USA con Henry Kissinger, allora segretario di Stato. “Mi ha intimato di non fare il governo con l’appoggio dei comunisti”, dirà ai suoi collaboratori Moro.

Anche in Italia, molti la pensavano come Kissinger: la massoneria, la destra DC, larghi settori del mondo industriale.

Durante il rapimento Moro venne costituito un comitato di crisi presso il ministero dell’Interno, comitato che risulterà composto tutto da aderenti alla P2. ( N.B.:Gelli operava con un proprio ufficio presso la Marina Militare. Gladio era mobilitata.).

Tra gli esperti, chiamati da Cossiga per il comitato di crisi nei giorni del sequestro, c’era Steve Pieczenick, del dipartimento di Stato americano. Cossiga lodò il consulente americano. Non disse nulla, però, della attività svolta da Pieczenick, che in un documento, di cui esiste copia presso l’ambasciata americana di Roma, così si esprimeva: “E’ essenziale dimostrare che nessun uomo è indispensabile alla vita della Nazione”. Sembra, insomma, che Piecznick fosse interessato più alla svalutazione di Moro nella politica italiana che alla sua liberazione.

Un altro consulente di Cossiga, Franco Ferracuti, criminologo, piduista e collaboratore della CIA, con la sua perizia convinse gli Italiani che il Moro che scriveva dal carcere brigatista era “fuori di sé” e che ,quindi, non andavano presi in considerazione i suoi scritti, contenenti, invece, preziose indicazioni sulla sua prigionia e sui suoi carcerieri.

Pare che, in seguito, il riferimento dello scrittore Gianni Flamini a Pieczenick e a Ferracuti, nel suo libro “Il partito del Golpe”, abbia infastidito particolarmente l’on. Cossiga. Forse gli ha ricordato le parole che Aldo Moro scrisse dal carcere delle Br sul futuro Capo dello Stato:” La posizione gli era evocata per suggestione e in certo modo, inconsapevolmente imposta…Insomma, non era persuaso ma subiva. Forse se gli avessi potuto parlare l’avrei bloccato, invece è rimasto con la sua decisione sbagliata che gli peserà a lungo”.

Comunque, come mai non si fece di tutto per individuare la prigione di Moro, ma si fece di tutto per depistare le ricerche?

Diversi elementi, emersi 12 anni dopo, faranno sospettare di un coinvolgimento assolutamente non limpido dei servizi segreti, e della P2 in particolare.

Omissioni, inefficienza, tacite connivenze, depistaggi, forse anche qualcosa di più, come per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in cui una bomba , collocata nella sala d’aspetto, provoca una strage tra i presenti: 85 morti, 200 feriti.

Sull’attività frenetica dei servizi e sul loro possibile coinvolgimento organizzativo nella strage i magistrati scrivono :

 
“L’opera di inquinamento delle indagini appare così imponente e sistematica da non consentire alcun dubbio sulle sue finalità: impedire con ogni mezzo che si arrivasse alla fine del processo. Se ciò è vero, e non sembra minimamente discuterne, diviene legittima sul piano rigorosamente logico una seconda preposizione. Soltanto l’esistenza di un legame di qualche natura tra gli autori della strage e gli autori dei depistaggi può spiegare un simile comportamento: o perché la strage fu eseguita dai primi su mandato degli altri, oppure perché la strage, benché autonomamente organizzata ed eseguita, rientrava in un comune progetto politico, la cui gestione richiedeva necessariamente che non fossero scoperti gli autori”.
Scrive il consulente della Commissione Stragi Giuseppe De Lutiìs:
 
“I servizi segreti, nel loro complesso, e tranne lodevoli eccezioni, hanno condotto in particolare tra il ’64 e l’81, una serie di attività a tutela dell’illegalità. Questi interventi si sono sostanziati nel sabotaggio di istruttorie volte alla scoperta dei responsabili delle stragi, mediante la procurata fuga all’estero di presunti responsabili delle stragi, la distruzione di reperti utili alle indagini sulle stesse, il reperimento di falsi testimoni o supertestimoni con lo scopo di condurre i magistrati che indagano sulle stragi verso obiettivi depistanti nei confronti di una ricerca della verità. Dall’esame di questa attività si possono trarre due considerazioni. Una, è che in nessun caso le illegalità furono perpetrate da soli subalterni. La seconda, che in tutti gli episodi venuti alla luce il direttore del servizio era, a vario titolo, coinvolto”.

 

Libero Mancuso, magistrato, Pm al processo di primo grado per le bombe del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, esprime la sua opinione al giornalista Gianni Barbacetto, nel libro “Il grande vecchio”:

 
“Con le nostre inchieste abbiamo capito che quella in cui abbiamo vissuto é una democrazia limitata, con forti condizionamenti all’esterno. Si sono utilizzati mezzi di ogni tipo per impedire qualunque mutamento degli equilibri di potere nel nostro paese. Sono fatti, proseguiti negli anni. Tutti i tentativi eversivi in Italia hanno avuto alle spalle le forze armate, i nostri servizi di sicurezza, la massoneria e i finanziamenti americani. Questo é stato il filo nero di questi nostri anni, coperto da segreti di stato, menzogne, attacchi, processi insabbiati, conoscenze disperse. Chi ha lavorato sui misteri d’Italia sa bene cosa deve aspettarsi. Mi hanno definito un capocordata. E’ stato deprimente vedere attacchi provocatori e meschini partire dai vertici dello Stato, di cui le vittime sono servitori. Volevano farmi passare come un uomo di uno schieramento, che aveva fatto inchieste, non sulla base di indagini, ma per tesi e complotti.”

In questo caso sono stati condannati per depistaggio, con sentenza passato in giudicato, assieme a Licio Gelli, alcuni uomini del SISMI, come il gen. Pietro Musumeci, il col. Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza.

In seguito, costoro furono imputati anche per aver creato, all’interno del servizio segreto militare, una super-struttura occulta, (il cosiddetto SUPERSISMI), addirittura sospettata di aver operato in collegamento con elementi della criminalità organizzata.

Sull’attività frenetica dei servizi e sul possibile coinvolgimento organizzativo della strage i magistrati scrivono : “Uomini del SISMI sono rimasti implicati anche nell’inchiesta sulla strage di Ustica.”

Dal 12 dicembre 1969 al 23 dicembre 1984, sono state otto le stragi etichettate come “nere”. Il totale delle vittime fu di 149 morti, 688 feriti.

La fine degli anni ’60 fu caratterizzata da uno scontro sociale che ebbe come protagonisti prima gli studenti e poi la classe operaia.

La mobilitazione degli studenti portò alla occupazione di numerose facoltà universitarie, a grandi manifestazioni di piazza e a frequenti scontri con le forze dell’ordine.

La contestazione giovanile in Italia fu caratterizzata da una forte connotazione ideologica in senso marxista e rivoluzionario e assunse una posizione sempre più ostile nei confronti del sistema capitalistico e della cultura borghese.

Il movimento studentesco, a partire dall’autunno del ’68, si intrecciò alle lotte dei lavoratori dell’industria, iniziate nei primi mesi del ’69 per i rinnovi contrattuali e culminata, alla fine dello stesso anno, nel cosiddetto “autunno caldo”, che mise in discussione l’organizzazione del lavoro in fabbrica.

CGL,CISL,UIL riuscirono a pilotare le lotte verso la conclusione di una serie di contratti nazionali che assicurarono ai lavoratori dell’industria notevoli vantaggi salariali.

Furono varate in questo periodo alcune leggi importanti che incisero profondamente nelle istituzioni e nella società.

Nella primavera del ’70 fu approvato dal Parlamento lo Statuto dei lavoratori: una serie di leggi che garantivano le libertà sindacali e i diritti dei lavoratori nelle aziende.

Nel dicembre del ’70, con l’appoggio delle sinistre e dei partiti laici, ma con l’opposizione della DC, fu approvata la legge Fortuna-Baslini, che introduceva in Italia il divorzio.

Quando il 12 dicembre 1969 a Milano, in piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura esplose una bomba, si era in pieno “autunno caldo”. I contratti collettivi delle grandi categorie di operai, in primo luogo i metalmeccanici, erano ancora aperti.

Vedere sfilare per le strade del capoluogo lombardo, in ottobre, tra saracinesche abbassate e tapparelle chiuse, duecentomila tute blu, che richiedevano un nuovo contratto, aumenti salariali, diversa qualità della vita in fabbrica e fuori di essa, rappresentò per la borghesia imprenditoriale un fatto talmente rivoluzionario da averne paura.

La sinistra stava veramente entrando nel “santuario” del potere! Quindi era necessario agire in fretta, bloccare in qualche modo l’avanzata popolare, che minacciava i rapporti di potere in fabbrica e nella società. La violenza politica, le bombe, l’uso sapiente degli “opposti estremismi” potevano essere metodi utili per bloccare sul nascere le “velleità” dei lavoratori e delle masse popolari. La protesta sociale offriva condizioni favorevoli a chi voleva intorbidare le acque. Ecco, pronta la strage!

Tutto era pronto per etichettarla come una strage messa in atto dai “rossi”.

Per le forze di polizia, la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, era la naturale conseguenza dell’atmosfera sociale di ribellione contro la società borghese. Gli anarchici vennero accusati di avere approfittato del disordine del ’68 per fomentare la violenza sovversiva e l’anarchico Valpreda venne indicato come colpevole.

L’anarchico Pinelli venne “suicidato” dai piani alti della Questura di Milano, dove era stato condotto dal commissario Calabresi.

Un anno dopo ci fu l’incriminazione ufficiale di Franco Freda e Giovanni Ventura, l’uomo nazista dei servizi segreti.

L’ipotesi accusatoria fu che i neofascisti avessero commesso la strage, predisponendo in precedenza tutta una serie di indizi accusatori contro Valpreda, di cui conoscevano tutte le mosse, per avere infiltrato nel circolo anarchico

“23 Marzo” Mario Michele Merlino.

Il giudice di Treviso Stiz, che fu il primo a individuare la matrice neofascista della strage, tracciò questa motivazione dell’attentato: “…E’ dagli inizi del 1969, viceversa, che il loro programma sovversivo si estrinseca o si potenzia, sia con l’apporto di persone e strutture operanti in varie parti del territorio nazionale, sia con l’attuazione di veri e propri atti di terrorismo.

L’incontro del 18 aprile 1969 tra il Rauti, il Freda e il Ventura, in Padova, costituisce appunto l’inizio di tale attività…Da tale quadro probatorio emerge il disegno eversivo della organizzazione rappresentata da Freda e da Ventura: “sinteticamente il rovesciamento dell’ordinamento statuale, preceduto da una gradualità terroristica tale da provocare il disorientamento delle masse e il diffondersi di una mentalità favorevole alla restaurazione dell’ordine e dell’avvento di strutture centralizzate e gerarchiche”.

Il coinvolgimento, in seguito, nell’inchiesta di Piazza Fontana anche di Pino Rauti e di Guido Giannettini, fa sorgere più di un sospetto.

Infatti sono proprio coloro che avevano partecipato al convegno dell’hotel Parco dei Principi, organizzato dall’istituto “Pollio” e finanziato dai nostri servizi segreti. Il nome di Pino Rauti sarà sostituito da Ventura con quello di Stefano Delle Chiaie, già all’epoca latitante. La sostanza dei fatti non cambia comunque.

Nell’agosto del 1971, il pretore Guariniello aveva aperto un’inchiesta sulle “schedature” della Fiat. Vennero sequestrate 150.655 schede personali, con note relative all’orientamento politico degli operai. In Fiat operava una struttura segreta, retta da un ex ufficiale dei servizi segreti. Nel 1991 si scoprirà il coinvolgimento di Gladio nel caso. Venne alla luce, in settembre nella stessa inchiesta, anche un elenco di 200 poliziotti pagati dalla Fiat per passare informazioni. Era un periodo politicamente delicato per le grandi tensioni che serpeggiavano nel paese. Si cominciava a parlare di una Loggia massonica “P2”, si parlava apertamente di colpi di Stato e di Servizi “deviati”.

Nella strage di Peteano del 31 maggio 1972 morirono tre Carabinieri, due rimasero gravemente feriti.

Due soltanto sono i colpevoli condannati per la strage di Peteano: Vincenzo Vinciguerra e Carlo Ciccutini.

Vinciguerra, reo confesso, dichiarava al giudice: “Automaticamente scattò a mio favore una copertura da parte di tutti i Servizi informativi…Poiché l’attentato veniva presentato come attuato da elementi di sinistra…si voleva evitare che la matrice di destra fosse resa nota.” Vinciguerra affermava, inoltre, di avere avuto “chiara consapevolezza dell’esistenza di una vera e propria struttura occulta, capace di porsi come direzione strategica di attentati”, e non solo di una serie di rapporti umani tra persone della stessa affinità politica che operano all’interno degli apparati statali. Precisa Vinciguerra: “una struttura che per raggiungere i suoi scopi politici prevedeva anche l’utilizzo di attentati, o facendoli eseguire da autori inconsapevoli, o eseguendoli direttamente o, comunque, istigando e dando di fatto copertura a coloro che li eseguivano, quando ciò fosse stato funzionale al perseguimento dei fini strategici da essa individuati.”

 

Una struttura, insomma, molto simile a quella individuata dal giudice “ragazzino” di Venezia, Felice Casson, quando mise le mani sugli archivi dei Servizi segreti, e che era denominata “Gladio”.

Scrive Gianni Flamini nel suo ” Il partito del Golpe”: “In sostanza mentre la destra radicale rifinisce il suo progetto eversivo basato sul determinante intervento dei militari, i presidenzialisti “puri”…lavorano a un progetto alternativo: meno rozzo e stimato più sopportabile dall’assetto istituzionale italiano, addirittura mascherato come antifascista, fondato su operazioni di “ingegneria politica” più che militare, finanziato dalla grande industria multinazionale”.

parte seconda

2. Francesco Cossiga e i suoi legami con la ragnatela

 

Francesco Cossiga appartiene al gruppo dei “presidenzialisti puri”.

Già nei primi anni sessanta si legava ad un gruppo eterogeneo, composto da politici, militari, costituzionalisti, avventurieri che voleva instaurare una Repubblica presidenziale. Lo stesso tema che Cossiga, da Presidente della Repubblica, riproporrà con scalpore, seguito da Bettino Craxi, che diverrà suo alleato in questa battaglia.

Il gen. De Lorenzo, nei giorni del luglio 1964 in cui pianificava il golpe, si recava spesso al Quirinale, oppure comunicava con il Presidente Segni per mezzo di Cossiga.

“Un gruppo di potere che agisce all’ombra di uno stuolo di protettori politici” annotava nel suo diario il generale Manes, inviso a De Lorenzo, incaricato di fare luce sulle deviazioni dei servizi segreti.

Tra questi “protettori”, secondo Manes, c’era Francesco Cossiga, che alla commissione d’inchiesta sul “piano Solo” garantì sulla “affidabilità democratica” di quel gruppo di ufficiali infedeli; e che negli anni successivi sponsorizzerà ampiamente le loro carriere.

Nel 1966 Cossiga diventò sottosegretario alla Difesa nel governo guidato da Moro. Iniziò così a destreggiarsi fra i sottoscala del potere in cui si fa la storia dell’Italia, parallela e segreta.

Svolgeva volentieri una serie di lavoretti “di coraggio”, come quello di apporre gli omissis ai risultati della commissione d’inchiesta sul “piano Solo”, in modo da coprire le responsabilità di De Lorenzo, e partecipava alla formazione di atti amministrativi concernenti Gladio, come lui stesso ha in seguito ammesso.

Dunque Cossiga era legato anche agli uomini del “partito del Golpe”:

  • Giuseppe Santovito, che Cossiga nominerà a capo del Sismi nel 1978
  • Edgardo Sogno, capo dei “resistenti democratici”, che diventerà nel 1991 uno dei “consiglieri” più accreditati al Quirinale
  • Licio Gelli, clamorosamente riabilitato assieme a tutti i membri della loggia P2, sempre dallo stesso Cossiga;
  • il colonnello Giuseppe D’Ambrosio che diventerà consigliere militare del presidente Cossiga, che tenterà di farlo nominare capo del Sismi, nel 1991.

Il colonnello D’Ambrosio, secondo i documenti in mano alla commissione P2, era stato coinvolto in un progetto di colpo di Stato.

Tutti costoro, nel 1992, si entusiasmeranno alle “picconate” di Cossiga e lo inviteranno a mettersi alla testa di un fantomatico “fronte degli Italiani onesti”. Questi erano i compagni di Cossiga in quegli anni.

Capo dei servizi segreti in quegli anni è il generale Vito Miceli, anch’egli facente parte della strategia della tensione e grande amico di Cossiga. Quando Miceli, il 30 novembre 1990, morirà, Cossiga renderà omaggio alla sua salma ufficialmente, ignorando la manifestazione dei parenti delle vittime delle stragi che contemporaneamente si svolgeva davanti a Montecitorio.

Anni in cui, come scrive lo storico Giuseppe De Lutiis nel suo “Storia dei servizi segreti”, cambiava anche la strategia dei poteri occulti: “Fino ad allora, la ricetta che i servizi segreti avevano seguito per curare i mali d’Italia, aveva previsto un potenziamento dell’estrema destra, con il concomitante sviluppo di atti terroristici e di rivolte, come quella di Reggio Calabria, gestite dalle strutture parallele.”

Dal 1984 fino al febbraio del 1991, fu al vertice del SISMI l’amm. Fulvio Martini, il “rinnovatore”. Finirà travolto dalla vicenda di Gladio assieme al suo capo di stato maggiore il gen. Paolo Inzerilli.

Parallelamente, al SISDE si succederanno i prefetti Vincenzo Parisi (1984-1987), che diventerà subito dopo capo della polizia, e Riccardo Malpica (1987-1991), che verrà poi condannato per lo scandalo dei fondi neri del SISDE.

Dalla primavera del 1992, almeno una parte dei dirigenti degli uffici giudicava che la spinta proveniente dal ’68 studentesco e dall’autunno caldo fosse stata riassorbita. Si riteneva quindi possibile “bruciare” una parte dei terroristi neri, cercando di utilizzare le loro gesta come contraltare del vero o presunto terrorismo rosso, in modo da dare credibilità alla tesi dei cosiddetti opposti estremismi.

 
Poche settimane dopo le elezioni del 5 e 6 aprile 1992, e mentre a Milano l’inchiesta “Mani pulite” cominciava a toccare i vertici del potere, si aprì una nuova stagione delle stragi.
  • Il 23 maggio furono squarciati il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta con mille chili di esplosivo sull’autostrada presso Palermo, all’altezza di Capaci. La strage fu definita subito politico-mafiosa.
  • Il 24 luglio è la volta di Paolo Borsellino, ucciso insieme a cinque agenti della scorta dall’esplosione di un’auto-bomba.
  • Il 14 maggio1993 un’auto-bomba esplose ai Parioli a Roma, senza causare morti.
  • Il 27 maggio un’autobomba scoppiò a Firenze, in via dei Georgofili, davanti alla galleria degli Uffizi. Cinque morti.
  • Nella notte tra il 27 e il 28 luglio ci furono gli attentati a Milano (cinque morti) e a Roma, a San Giovanni e a San Giorgio al Velabro.
Mentre l’Italia, con Tangentopoli, era attraversata dallo scontro tra le forze del cosiddetto “rinnovamento”, con un decisivo punto di riferimento nelle inchieste dei magistrati, e il potere politico affaristico e criminale del vecchio regime, riprese in pieno la strategia della tensione, con modalità per molti aspetti simili a quelle degli anni Settanta.

Il nucleo duro dello “Stato parallelo”, baluardo di un potere durato per cinquant’anni, giocava la sua battaglia decisiva per il controllo dell’Italia.

3. “Gladio”

Le inchieste della magistratura di Venezia e di Padova e quella della commissione Stragi hanno consentito di far capire che l’organizzazione Gladio, ideata per contrastare un’ipotetica invasione sovietica, si era progressivamente trasformata in una struttura di servizio e di copertura per altre strutture parallele che agivano per combattere le sinistre.

Già nel documento “le forze speciali del SIFAR e l’operazione Gladio”,

del 1 giugno 1959, era contemplata la possibilità di sovvertimenti interni nella pianificazione delle attività della Stay Behind.

Il generale Fodda rivelò al giudice Mastelloni: “La struttura avrebbe dovuto funzionare anche rispetto ai moti di piazza rilevanti, e la struttura aveva inoltre una funzione anti-PCI”.

Un ex generale del SIFAR aveva rivelato all'”Unità” :” I gruppi di civili organizzati dal colonnello Rocca agli inizi degli anni sessanta coincidevano con i “gladiatori”, anche perché erano addestrati nella base di Capomarrangiu”.

I gruppi di Rocca addestrati in Sardegna furono impiegati il 9 ottobre 1963 per provocare incidenti nel corso di una manifestazione che si stava svolgendo in piazza Santi Apostoli a Roma. Una parte si era infiltrata tra gli operai; altri erano in tuta mimetica, in mezzo alle forze di polizia.

La teorizzazione della strategia della tensione avvenne nel corso del convegno organizzato all’hotel Parco dei Principi di Roma, il 3 maggio del 1965, dall’istituto di ricerche militari “Alberto Pollio”.

Il tema era “La guerra rivoluzionaria”.

L’istituto “Pollio” era stato fondato alcuni mesi prima da Enrico de Boccard, ex repubblichino di Salò. I soldi per l’organizzazione erano stati forniti dal SIFAR.

A capo del SIFAR, allora, era il generale Viggiani, che attivò il generale Rocca per il reperimento dei fondi per il convegno.

Presenti al convegno dell’hotel Parco dei Principi, oltre a Ivan Matteo Lombardo, ex ministro socialdemocratico nel governo nato dalle elezioni del 1948, a Gino Accame, redattore del settimanale neofascista “Il borghese” e responsabile del movimento pacciardiano ( i fautori della Repubblica presidenziale), agli ex repubblichini di Salò Enrico de Boccard e Pino Rauti , erano coloro, che saranno tra i principali imputati del processo per la strage di Piazza Fontana, Guido Gianettini, Stefano Delle Chiaie e Mario Michele Merlino.

Da un anno era nato il primo centrosinistra e “bisognava far presto” perché questo avvenimento veniva considerato da molti come l’avvicinamento del comunismo al potere.

Alla fine del convegno venne letto “un piano di difesa e contrattacco”, che delineava un progetto molto simile al piano Solo, strutturato, un anno prima del convegno, dal colonnello Mingarelli, colui che effettuerà i depistaggi nelle indagini sulla strage di Peteano.

Con questo piano, a detta di Pino Rauti, si era in grado di realizzare “l’elaborazione completa della tattica controrivoluzionaria e della difesa”.

Questo piano prevedeva uno schieramento a quattro livelli di reclutamento di uomini con mansioni specifiche:
  • il primo livello costituito da un gruppo per lo più passivo che fungeva da bacino di reclutamento;
  • un secondo livello di persone che dovevano compiere “azione di pressione” nell’ambito della legalità, anzi in difesa dello Stato e della legge conculcati dagli avversari;
  • un terzo livello, molto più qualificato e specializzato, composto da nuclei scelti di pochissime unità, addestrati a compiti di contro terrore e di “rotture” eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere;
  • al vertice del quarto livello si colloca il gruppo di uomini con funzioni di coordinamento delle attività volte a sferrare “una guerra totale contro l’apparato sovversivo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l’incubo che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale sviluppo”.

Queste persone dovevano essere pronte ad affiancare come difesa civile le forze dell’ordine, nel caso fossero state costrette ad intervenire per stroncare una rivolta di piazza.

 

La struttura di quel piano assomigliava molto a quella di “Gladio”, scoperta da Casson.

Nel 1966 venne ideata la “esercitazione Delfino” che, più che di un’invasione da est, si occupava della repressione interna.

Quel settore di Gladio, che nell’esercitazione ipotizzava lo scenario della “sovversione”, descriveva questa come una emanazione delle forze sindacali, dei partiti e dei giornali di sinistra allora esistenti in Italia, con l’inizio di agitazioni e azioni sindacali in difesa del posto di lavoro. Persino le affissioni di manifesti denuncianti l’operato del governo venivano considerate “insorgenza”.

E’ nella seconda metà degli anni settanta e negli anni ottanta che la Gladio italiana diventò sempre più illegale.

Nel 1976-1977 alle strutture periferiche venne inviato uno schema per la redazione di rapporti informativi. Quindi, proprio mentre veniva varata la riforma dei servizi segreti, Gladio cominciava a svolgere attività informativa, lontanissima anche dagli scopi per cui era stata costituita.

Dal 1977 la competenza della sicurezza interna e il compito di svolgere attività informativa furono demandati al SISDE.

E’ interessante sapere che negli archivi di Forte Braschi, tra i documenti di Gladio, sono state sequestrate “schedature” sugli uomini politici di Sassari e relazioni sulla situazione del “Corriere della Sera” relative al periodo dell’assalto piduista.

parte terza

La Loggia P2 e Licio Gelli

È molto probabile che la Loggia P2, che si è delineata come un vero e proprio servizio segreto atlantico, fosse stata trasformata anche in una sede di raccordo e di incontro tra tutte le strutture parallele che gestivano il potere reale in Italia.

Nelle liste della P2, rinvenute il 17 marzo 1981 nella villa di Gelli di Castiglion Fibocchi, risultavano iscritti numerosi nomi di dirigenti dei servizi segreti:Miceli, Maletti, La Bruna, D’Amato, Fanelli, Viezzer.

Vi risultavano anche Giuseppe Santovito, Grassini e Walter Pelosi, capo del CESIS dal maggio 1978.

C’erano i nomi di numerosi altri dirigenti, tra cui Musumeci, capo della segreteria di Santovito, Sergio Di Donato e Salacone, dell’ufficio amministrativo…

Nelle liste della P2 c’era anche una nutrita schiera di funzionari del SISDE.

Per molti iscritti la data di iniziazione era immediatamente precedente o successiva al passaggio nei servizi segreti.

Nel 1962-64 il generale De Lorenzo e il SIFAR predisposero principalmente un’attività di schedatura dei cittadini e di preparazione di un possibile colpo di Stato.

Negli anni settanta i dirigenti del SID (mutamento del nome del servizio segreto da SIFAR a SID, dopo lo scandalo del “piano Solo”) esplicarono soprattutto azioni per proteggere eversori di destra e sospetti autori di stragi.

Gli ufficiali del SISMI, che ne costituirono le strutture occulte, nel 1978-81 spaziarono dalla trattativa trilaterale con Br e camorra per la liberazione di Cirillo, al depistaggio dei giudici impegnati nelle indagini sulla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, dalla operazione “Billygate” al peculato, dalle macchinazioni nei confronti dei collaboratori del capo dello Stato alla diffusione di notizie calunniose attraverso la stampa, da loro stessi finanziata.

A somiglianza della P2, della quale per altro la struttura era una articolazione, il SUPERSISMI svolgeva un amplissimo ventaglio di attività, tutte direttamente o indirettamente finalizzate a intervenire nella sfera politica, il che era, con tutta evidenza, incompatibile con le finalità d’istituto.

Quando Gelli nel marzo del 1965 s’iscrisse alla massoneria nella loggia del Grande Oriente “Romagnosi” di Roma, aveva già delle buone credenziali come fascista della repubblica di Salò.

Contava sull’amicizia con Giulio Andreotti e referenze con gli ambienti del Vaticano, una lista di cinquanta nuovi iscritti molto qualificati.

Aveva legami con molti ufficiali dei servizi segreti, in particolare col generale Giovanni De Lorenzo e con il colonnello dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Allavena, reduci dalle trame del “piano Solo”, (che sarebbe scattato se il governo di centrosinistra avesse adottato un programma autenticamente progressista), e dallo scandalo delle schedature del SIFAR, il nostro servizio segreto che in pochi anni aveva raccolto 157 mila dossier, per usarli come arma di ricatto su politici, militari, giornalisti, preti, privati cittadini, uomini di cultura.

Questi dossier passarono molto probabilmente nelle mani di Gelli, che ne fece uno degli strumenti del suo stesso potere.

Allo stesso De Lorenzo, capo del Sifar, venne dato il compito di organizzare l’esercito clandestino di Gladio.

Nel 1962, quando Antonio Segni salì al Quirinale, De Lorenzo era impegnato con gli uomini della CIA di Roma a creare “squadre d’azione per compiere attentati contro le sedi della Democrazia cristiana e di alcuni quotidiani del Nord, da attribuirsi alle sinistre; sono necessari altresì gruppi di pressione che chiedano, a fronte degli attentati, misure di emergenza al governo e al capo dello Stato.”

(Il brano è tratto da un memorandum dei servizi segreti americani ratificato da De Lorenzo).

La carriera di Gelli in Massoneria fu velocissima.

Nel dicembre del 1966, poco più di un anno dopo la sua iscrizione alla massoneria, venne nominato capo della loggia HOD, nota come P2, la più importante e misteriosa di tutto il Grande Oriente.

La Commissione parlamentare d’inchiesta ha sottolineato che il ruolo di Gelli crebbe di pari passo col defilarsi di Frank Gigliotti ormai anziano.

Gigliotti, uomo della CIA, era un feroce anticomunista, amico di molti mafiosi siciliani, ex agente della OSS, la rete di spionaggio degli Stati Uniti in Italia durante la guerra.

Dalle logge massoniche americane gli era stato affidato il compito di rimettere insieme quello che rimaneva della massoneria conservatrice di piazza del Gesù, con il Grande Oriente di palazzo Giustiniani.

Gigliotti rimise in circolo logge come la “Alam” del principe Giovanni Alliata di Montereale, protagonista di almeno un paio di mancati golpe e amico di boss mafiosi e finanzieri alla Michele Sindona.

Gelli stesso rivendicherà sempre con orgoglio i legami con la destra americana più reazionaria.

I legami tra la CIA e la P2 sono stati confermati in un’intervista al TG1 nel 1990, dalle rivelazioni di Richard Brenneke e Razin, ex agenti della CIA, sui finanziamenti dei servizi segreti americani alla P2.

Presero, quindi, l’avvio le inchieste che portarono a scoprire il ruolo della CCI, la “Kriminal Bank”, usata dalla CIA e dai trafficanti internazionali di valuta e di armi.

I due agenti parlarono anche di qualcosa molto simile a Gladio.

Razin era stato addirittura supervisore della Gladio europea.

Questa intervista scatenerà una delle prime esternazioni del presidente Cossiga e porterà alla rimozione del direttore del telegiornale, Nuccio Fava, e alla esautorazione del giornalista Ennio Remondino, autore dell’inchiesta.

Per Cossiga, allora capo dello Stato , era inammissibile che i servizi di sicurezza di un paese amico venissero attaccati in quel modo.

Bisognava prendere provvedimenti contro dirigenti e funzionari Rai.

Con altrettanta foga reagì qualche mese dopo, dando del “giudice ragazzino” a Casson che voleva interrogarlo su Gladio.

Nella sua testimonianza resa ai giudici di Bologna, che indagavano sul coinvolgimento del capo della P2 nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Tommaso Masci, primo portiere nella seconda metà degli anni 70 dell’albergo romano Excelsior, di cui Gelli era in quel periodo cliente fisso, tracciava una descrizione efficace del formicolio dei potenti intorno a Licio Gelli.

Tra i visitatori di Gelli c’erano politici, militari, giornalisti, alti funzionari dello Stato, banchieri. Tra coloro che lo frequentavano, c’erano Andreotti, Cossiga, Craxi, Fanfani, solo per fare i nomi più noti.

Tra i visitatori c’era anche il bombarolo Paolo Aleandri, il terrorista di destra a cui Gelli aveva affidato il compito di mantenere i contatti con Filippo de Jorio, consigliere politico dell’onorevole Andreotti, che era latitante per il golpe Borghese del 1970.

Lo stesso Aleandri incontrò nella stanza di Gelli il generale Vito Miceli, capo del SID, cioè l’uomo che avrebbe dovuto arrestarlo.

Verso la fine del 1979 Alfredo De Felice, della cerchia dei neofascisti, assistette ad un incontro tra Gelli e il ministro del Commercio Estero Gaetano Stammati, che doveva sottoporre a Gelli le bozze di un decreto economico del Governo.

Il deputato democristiano si iscrisse alla loggia P2 nel 1977 e, poco dopo, diventò ministro del Commercio estero del governo Andreotti.

Dopo le elezioni del giugno 1979, l’incarico di formare il nuovo governo fu dato a Cossiga, che affidò il ministero del Commercio Estero a Stammati, quando, precedentemente, lo aveva promesso al liberale Altissimo.

Alle inferocite rimostranze dei liberali, Cossiga rispose: “Non ne ho potuto fare a meno; ho ricevuto tante pressioni…”.

Nello stesso tempo Gelli, nella sua stanza all’Excelsior, si vantava con gli amici di avere imposto Stammati.

L’attività della P2 negli anni ’70 era frenetica.

C’era la pratica costante della raccomandazione e c’erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che lo alimentavano.

Degli affari citiamo i più noti: l’ Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la scalata al “Corriere della Sera”, tutti collegati a scandali e cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.

A volte gli uomini della P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, ‘ndrangheta.

Collegamenti accertati dalle inchieste giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del rapido 904, sull’omicidio di Roberto Calvi.

I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d’Italia: la strage sul treno Italicus, il caso Moro, la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il delitto Mattarella, il traffico di armi e droga, solo per citarne alcuni.

Il treno “Italicus”, linea ferroviaria Firenze-Bologna, il 4 agosto 1974 verso sera tardi, venne squassato dalla forte esplosione di una bomba ad altissimo potenziale:12 persone morte e 105 feriti.

Apparve certo, fin da subito, che la strage era opera del neonazismo. Le indagini si diressero sul gruppo di neofascisti di Arezzo e precisamente su Franci, Malentacci e Tuti, che avevano legami anche con la P2. I tre sono rinviati a giudizio e poi assolti. Il giudice istruttore di Bologna Angelo Vella, affiliato alla massoneria locale, non coinvolge nessun piduista.

Il neofascismo terrorista era coinvolto nella grande operazione presidenzialista, che rappresentava e rappresenterà lo scopo principale a cui tende, trasversalmente a tutti i partiti, la politica italiana.

Luciano Violante, partendo dal golpe presidenzialista, era arrivato ai gruppi terroristici di estrema destra. “Sussistono prove – scrive – di una corrispondenza tra Edgardo Sogno e l’avvocato Antonio Fante di Padova…Che dagli elementi in atti appare che tale corrispondenza abbia ad oggetto la costituzione di una organizzazione intesa a raggruppare tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali anche Ordine Nuovo, in epoca successiva al decreto di scioglimento di questo gruppo.”

Spiega, inoltre, nella sua requisitoria contro Sogno e Cavallo, Violante: “..Va considerato che l’allertamento disposto venne a conoscenza di quei settori militari che molteplici fonti di prova indicano come interessati all’iniziativa eversiva, disincentivando per il momento la realizzazione del piano…”

I giudici milanesi Turone e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona.

I giudici milanesi, come quelli di Palmi, che indagavano sulle nuove logge coperte, scoprirono che attraverso la P2 passavano molti dei misteri e degli scandali italiani di quegli anni, e furono costretti a suddividere in capitoli il materiale raccolto:

· la P2 e lo scandalo Eni;

· la P2 e il Banco Ambrosiano;

· la P2 e lo scandalo dei petroli;

· la P2 e la magistratura;

· la P2 e la Rizzoli;

· la P2 e i segreti di Stato;

· la P2 e i finanziamenti all’eversione nera;

· la P2 e le stragi;

· la P2 e il sequestro Moro;

· la P2 e il caso Pecorelli.

Un altro gigantesco capitolo fu aperto dall’inchiesta del giudice Carlo Palermo sul traffico di armi, che coinvolgeva molti piduisti e da cui trasparivano forti legami con la criminalità organizzata e col traffico di droga………….

Un intreccio solido quello che traspare dalle inchieste giudiziarie su mafia e massoneria.

Prima che i giudici di Palmi riaprissero il capitolo oscuro dei rapporti tra massoneria, traffici di armi, affari sporchi e criminalità, altre logge coperte erano finite in inchieste della magistratura.

A Palermo il giudice Falcone, prima di essere costretto a trasferirsi a Roma, si era a lungo occupato di massoneria. Aveva scoperto la loggia di via Roma 391, dove politici locali e funzionari pubblici venivano iniziati, insieme a mafiosi del calibro di Michele Greco e Giovanni Cascio, del quale molti anni dopo verrà intercettata una telefonata in cui si parlava in termini amichevoli di Gelli.

Gran maestro della loggia di via Roma era Pietro Calacione, direttore sanitario dell’ospedale Civico di Palermo e il Civico, forse non per una semplice coincidenza, era uno dei feudi elettorali dell’onorevole Salvo Lima.

Falcone si era occupato di un’altra inchiesta sull’intreccio tra mafia e massoneria e le indagini dei carabinieri si erano svolte in tre direttrici: logge massoniche, rilevamento di società sull’orlo del fallimento, contatti con i politici.

Le indagini erano arrivate fino a Roma e a Milano.

Pino Mandalari, capo di alcune logge, poi condannato a due anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco, in una telefonata intercettata, si vantava di potere arrivare fino alla segreteria di Bettino Craxi; in altre telefonate si parlava del generale Cappuzzo, siciliano già iscritto alla P2, di Salvo Lima, di alcuni sottosegretari di governo.

Inesplorata resta la questione delle coperture assicurate a Gelli dai politici, a cominciare da Andreotti, suo grande amico, poi da Cossiga, da Fanfani, da Craxi, da Forlani e da molti altri.

Fu scoperto che dietro la sigla del circolo Scontrino di Trapani si celavano ben sei logge massoniche e una superloggia coperta( loggia C), con iscritti deputati regionali, alti funzionari e mafiosi.

La loggia C saltò fuori anche nelle indagini del giudice Augusto Lama di Massa Carrara, sui traffici di armi di Aldo Anghessa, un collaboratore dei servizi segreti italiani. Questa storia intricata vede coinvolti anche dei neofascisti che, secondo una sentenza della magistratura, avrebbero ricevuto tra l’altro finanziamenti da Licio Gelli.

E’ un intreccio solido quello che traspare dalle inchieste giudiziarie su mafia e massoneria delle logge coperte.

Uno studio attento della struttura massonica più conosciuta, la P2, fa rilevare che la regione più rappresentativa tra gli iscritti alla loggia di Gelli è proprio la Sicilia, che non è, storicamente, una terra di grandi tradizioni massoniche.

La P2,quindi, risultò coinvolta in molte inchieste giudiziarie sulle stragi e su alcuni omicidi politici

Non è un caso che a Castiglion Fibocchi, alla villa di Gelli, perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, il 17 marzo 1981, i giudici milanesi siano arrivati, indagando sul misterioso soggiorno in Sicilia di Michele Sindona, il bancarottiere di Patti, iscritto alla P2 e legato a filo doppio ad Andreotti.

Nel corso del suo finto sequestro, Sindona si era avvalso dell’appoggio, tanto della massoneria quanto della mafia.

Proprio durante il suo soggiorno in Sicilia, nell’estate del 1980, si aprì, con gli omicidi del commissario Boris Giuliano e del giudice Cesare Terranova, la stagione dei cosiddetti delitti “eccellenti”.

E’ solo un caso che nella stessa estate ci sia la strage alla stazione di Bologna?

Il 20 maggio 1981, il governo messo alle strette dallo scandalo, comunicò al Parlamento la lista dei presunti aderenti alla loggia segreta P2 di Licio Gelli, alla quale risultavano affiliati, tre ministri, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti, militari, imprenditori, parlamentari, banchieri, giornalisti. .

Ogni nome era preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; seguiva un “codice”, al quale talvolta seguiva il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali.

Nella lista c’erano: 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 50 dell’esercito,

37 della Guardia della Finanza, 29 della Marina, 11 Questori, 5 Prefetti, 70 imprenditori, (uno era un famoso costruttore di Milano, figlio di un dipendente della Banca Rasini, pluriinquisito e pluriindagato), 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati,14 magistrati, sindaci, primari ospedalieri, notai e avvocati.

Gli elenchi della loggia segreta P2 del Venerabile Maestro Gelli, come si può notare, erano impressionanti: politici, imprenditori, giornalisti, alti gradi delle forze armate, tutori dell’ordine pubblico, funzionari dello stato, dirigenti dei servizi segreti, magistrati. E ancora,119 piduisti già insediati ai vertici delle maggiori banche, nel ministero del tesoro, e in quello delle finanze.

Gente che spesso aveva giurato fedeltà e obbedienza tanto alla Costituzione Italiana quanto alla massoneria.

Secondo la commissione parlamentare d’inchiesta, l’elenco completo degli iscritti alla P2 era all’incirca di 2500 nomi; ne mancano 1650. Solo la magistratura ha avuto il coraggio di punire gli appartenenti alla P2.

L’assoluzione più sconcertante è stata quella dei militari, voluta dal ministro della Difesa Lagorio, socialista e iscritto alla massoneria.

Tra i 962 iscritti c’è anche il “nostro” presidente del consiglio del 2001, l’on. Cav. Silvio Berlusconi.

Silvio Berlusconi risulta iscritto alla loggia P2, con la tessera numero 1816, codice e.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, il 26 Gennaio del 1978.

Lo stesso giorno in cui si era iscritto Maurizio Costanzo, numero di tessera 1819.

Dagli atti della Commissione parlamentare, ed in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion Fibocchi, figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000, eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risultava comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprietà di Gelli.

Alla Magistratura di Venezia Berlusconi, sotto giuramento, nega di aver versato personalmente soldi per la sua iscrizione, contro tutte le prove portate a suo carico, e per questo viene condannato come “spergiurio”, in via definitiva, dal Tribunale veneziano.

Berlusconi sarà comunque amnistiato, e così potrà diventare Presidente del Consiglio nel 1994 e nel 2001.

parte quarta

5. Nascita dell’impero economico del Cavalier Silvio Berlusconi

L’attività imprenditoriale di Silvio Berlusconi ha inizio intorno ai primi anni ‘60, grazie ad una fideiussione della Banca Rasini di Milano, implicata nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti di Cosa nostra siciliana: questo, secondo un rapporto della Criminalpol di quegli anni, successivamente confermato dalla testimonianza del faccendiere mafioso Michele Sindona!! Vittorio Mangano, assunto in seguito da Berlusconi in qualità di custode e stalliere della sua villa di Arcore, avrebbe fatto da tramite tra l’Istituto di credito e il capo della cupola di allora, Stefano Bontade.

L’impero berlusconiano, comunque, ha preso avvio a Roma, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, il 16 settembre 1974, con la costituzione della società immobiliare “San Martino s.p.a”, con amministratore unico Marcello Dell’Utri.

La romana Immobiliare San Martino, trasformatasi in seguito nella milanese “Milano 2 s.p.a.”, ebbe un ruolo essenziale nella costruzione della omonima “città satellite”.

Le compravendite di terreni e immobili si articolano in atti notarili tra soggetti diversi, ma gli interessi sottostanti hanno una medesima matrice e regia: infatti, la società “Milano 2 s.p.a” è controllata dalla “Fininvest”, e la Fininvest è una società costituita dalle società fiduciarie “Servizio Italia” e “Saf”(Società azionaria fiduciaria).

“Servizio Italia” e “Saf” sono società fiduciarie, e dunque agiscono su mandato di terzi coperti dall’anonimato (la formula utilizzata nelle operazioni è ” Per conto di società enti o persone da dichiarare”).

La neocostituita società Immobiliare San Martino rimase inattiva fino alla metà del 1977, quando elevò il proprio capitale sociale, dall’originario un milione, a mezzo miliardo, e trasferì la propria sede a Milano. Poco dopo, nel settembre 1977, mutò la propria denominazione in “Milano 2 spa”.

Il singolare schema operativo – costituzione, sensibile aumento di capitale, trasferimento della sede a Milano, e mutamento della ragione sociale – si ripeterà come una costante per tutte le società del gruppo Fininvest, promosse dal parabancario Bnl. Nel costituire la Immobiliare San Martino, dunque, le due fiduciarie si muovevano in nome e per conto di altri, così come Dell’Utri (attraverso Rapisarda in contatto col boss Ciancimino) si muoveva in nome e per conto di altri.

La sua stessa uscita di scena (Dell’Utri il 13 settembre 1977 si dimette dall’incarico di amministratore unico) risultava analogamente ambigua, quasi che “il siciliano” avesse condotto in porto un’operazione e quindi avesse così concluso il proprio compito.

Quando nel settembre 1977 Marcello Dell’Utri cessò dalla carica di amministratore unico, gli subentrò Giovanni Dal Santo, commercialista, nato a Caltanissetta, ma attivo a Milano, dove curava interessi vicini alla Banca Nazionale del Lavoro, (Bnl)Holding.

Secondo l’avvocato Giovanni Maria De Mola, in un memoriale del costruttore Filippo Alberto Rapisarda (consegnato al giudice Della Lucia, del Tribunale di Milano), lo stesso Rapisarda sostiene di avere associato Dell’Utri nelle proprie attività edilizie, in seguito alla pressante “raccomandazione” in tal senso rivoltagli dal boss mafioso Stefano Bontade.

L’atto costitutivo della società immobiliare San Martino venne sottoscritto dal banchiere piduista Gianfranco Graziadei, per conto della fiduciaria Servizio Italia spa, e da Federico Pollak (87 anni, dirigente della Bnl fin dalla fondazione) per la Saf, Società azionaria fiduciaria spa. Entrambe le fiduciarie sono società della Bnl Holding (il parabancario del grande Istituto di Credito), il cui centro di potere direzionale era assolutamente condizionato da Licio Gelli e dalla sua Loggia P2.

Era presente alla costituzione della Immobiliare San Martino anche Marcello Dell’Utri, il quale venne nominato, come abbiamo visto in precedenza, amministratore unico della neocostituita società.

Costui diventerà uno dei più stretti collaboratori di Berlusconi e amministratore delegato di Pubblitalia 80, la potente concessionaria di pubblicità delle reti televisive Fininvest.

Questo Marcello Dell’Utri è un personaggio in odore di mafia, come rivela un rapporto della Criminalpol, datato 13 aprile 1981: “L’aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto tra Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e Dell’Utri Marcello ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, (società per le quali il Dell‘Utri svolge la propria attività), operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch’esse dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco, provento di illeciti.”

Il palermitano Marcello Dell’Utri, transitato per primo, nel 1974, in Salita San Nicola da Tolentino l/B, all’epoca gravitava nel giro degli amici di Vito Ciancimino, e il suo trasferimento dalla Sicilia a Milano non era certo il viaggio dell’emigrante in cerca di fortuna.

Quando venne nominato, a Roma, amministratore unico della Immobiliare San Martino, Dell’Utri era già residente a Milano, in via Arcimboldi 2.

Dunque, la sua altrimenti inspiegabile presenza a Roma per la costituzione della società, testimonia come egli si trovasse in Salita San Nicola da Tolentino I B in rappresentanza di precisi interessi.

La costruzione del gruppo Fininvest richiese vari anni. La Fininvest sri era nata il 21 marzo 1975 al solito indirizzo di Salita San Nicola da Tolentino 1/B, per opera dei soliti, avvocato Gianfranco Graziadei e commendatore Federico Pollak.

Secondo il solito schema, due mesi dopo la costituzione aumentò il capitale sociale dagli originari 200 milioni a 2 miliardi, dopodiché, nel novembre 1975 si trasformò da “srl” in “spa”, e quindi trasferì la propria sede a Milano.

Fu solo allora che Berlusconi apparve per la prima volta nel campo d’azione della piduista Bnl Holding, assumendo la presidenza del consiglio di amministrazione della Fininvest.

E’ significativo che, quando assunse la presidenza della Fininvest, Berlusconi fosse affiancato da “controllori” della Bnl Holding, Umberto Previti, Cesare Previti, Giovanni Angela, componenti del collegio sindacale; solo l’anno dopo essi cedettero il posto a noti professionisti milanesi.

La Fininvest assunse il controllo di “Milano 2 spa” (100 per cento) e di Italcantieri, nonché di altre società che vedremo in seguito.

L’Italcantieri era la società “svizzera” che aveva in appalto la costruzione della “città satellite” a Segrate, cioè “Milano 2”.

Nacque così il “gruppo Fininvest” nella sua prima struttura.

Fino a questo momento, capitale sociale e aumenti di capitale erano sempre stati sottoscritti da Servizio Italia e Saf. Anche in seguito, ogni ulteriore aumento di capitale della Fininvest sarà riservato esclusivamente ai vecchi soci, come era esplicitamente precisato nelle delibere assembleari.

Del resto, negli anni cruciali, durante i quali il gruppo si è formato, il “signor uno per cento”, Silvio Berlusconi, non possedeva certo di suo gli ingenti capitali che vi vennero investiti.

Invero, le società di ‘matrice romana’, che gravitavano nell’orbita del parabancario Bnl e che confluirono nel gruppo Fininvest, furono molte altre, rispetto a quelle citate; con il loro trasferimento a Milano, tutto l’ambito delle attività si spostò definitivamente al nord.

Fu proprio nell’agosto di quello stesso 1975 che Licio Gelli, il Venerabile maestro della Loggia P2, aveva elaborato il suo “Schema R” e in quello stesso autunno 1975 la Loggia segreta stava mettendo a punto il suo “Piano dì rinascita”.

La definitiva consacrazione di Berlusconi avvenne solo nel luglio 1979, quando fu nominato presidente del consiglio di amministrazione della nuova grande Fininvest, (fusione della Fininvest milanese con quella romana), forte di 52miliardi di capitale sociale.

L’interesse della Fininvest per il settore editoriale e tipografico si manifestò assai presto. Già nel 1977 la Fininvest acquisì una partecipazione del 50 per cento nell’impresa tipografica Sies di Umberto Seregni ed entrò nella proprietà del “Giornale nuovo”, col 12 per cento. Due anni dopo aumenterà la sua partecipazione al 37 per cento.

Un’attenzione ancora più precoce venne riservata alla televisione.

Telemilano, dopo una lunga gestazione, nel 1978 si trasformò repentinamente da via cavo a via etere e, l’anno successivo, cominciò l’attività di emittente commerciale.

Alla fine del 1979 la Fininvest srl annoverava due partecipate e ventidue società controllate, alcune delle quali a loro volta detenevano partecipazioni, o il pacchetto di controllo di altre.

Il gruppo si articolava in nove settori:

  • progettazione e servizi,
  • costruzioni,
  • immobiliare,
  • trasporti,
  • editoriale e di comunicazioni (Tv),
  • finanziario,
  • spettacolo,
  • sport e tempo libero,
  • ristorazione.

Era un assetto provvisorio, soggetto a mutamenti e trasformazioni, che si sono susseguite con grande rapidità.

Vero è che la struttura del gruppo Fininvest andò evolvendosi fin dall’inizio verso un duplice obiettivo:

  • mantenere “coperta” la reale articolazione proprietaria, garantendo l’anonimato dei possessori del nascente impero,
  • eludere l’imposizione fiscale.

Esemplare, in questo senso, fu la costituzione delle 22 Holding, Italiana Prima, Seconda, Terza, eccetera: “Un meccanismo”, come ammetterà Giancarlo Foscale, amministratore delegato della capogruppo Fininvest, “che ci consente un risparmio sulle imposte valutabile intorno al 30-40 per cento”.

Infatti le 22 Holding sono “scatole vuote”, con la sola funzione di incassare i dividendi quali azioniste della Fininvest.

In sostanza, i padroni dell’impero, Berlusconi e i suoi occulti soci, detengono le obbligazioni delle holding e, attraverso queste, incassano gli utili di tutto il gruppo con due vantaggi: rimangono anonimi e pagano, invece della imposta progressiva sul reddito, il solo 10 per cento delle somme riscosse.

Lo spericolato marchingegno offre anche altri vantaggi fiscali: alternando nel tempo guadagni e perdite, consente di sfruttare il cosiddetto “credito d’imposta” della legge Pandolfi.

L’intricata struttura dell’impero berlusconiano si delinea come una ragnatela di società, fiduciarie, scatole vuote, prestanome, holding, con “incestuosi incroci azionari”.

Se risultava evidente l’intento di eludere la tassazione, sottraendo al fisco somme ingenti, l’arzigogolato assetto dell’impero Fininvest venne concepito e strutturato con l’iniziale e costante ricorso ai prestanome, proprio allo scopo di coprire con l’anonimato l’identità dei suoi reali possessori.

Quanto alle fiduciarie, si tratta per l’appunto del più classico dei paraventi legali: “Un sottile schermo per coprire gli effettivi proprietari”, confermava l’ex presidente della Bnl Nerio Nesi. “Quando si usano fiduciarie per l’intestazione di azioni, l’ipotesi più plausibile è che ci siano soci che non gradiscono apparire.”

Si è visto come le due fiduciarie Servizio Italia e Saf, fonte originaria del futuro gruppo Fininvest, facciano capo alla Banca Nazionale del Lavoro. Negli anni Sessanta la Bnl era il maggiore istituto di credito italiano di diritto pubblico, nono nella graduatoria mondiale. L’avvento del centrosinistra aprì il suo consiglio di amministrazione anche al PSI: vi entreranno Aldo Aniasi (1963), Antigono Donati (1966), Nerio Nesi (1978), Ruggero Ravenna (l980). Donati e Nesi ne assumeranno anche la presidenza.

Nella seconda metà degli anni Settanta, il colosso creditizio registrò evidenti segnali di crisi, specie nell’importante settore del parabancario, in forte espansione. Infatti, le società operanti nel parabancario Bnl aumentarono al ritmo di una decina l’anno. Nel l979 erano una dozzina e, nel giro di un decennio, diverranno 82, di cui 24 controllate, tutte facenti capo alla Bnl Holding.

L’amministratore delegato della Bnl Holding, Carlo Alhadeff, da tempo in contrasto con i vertici della Banca, il 31 marzo rassegnava le dimissioni e diffondeva un comunicato-stampa: “Questa mia decisione”, spiega, “nasce dall’esigenza di tutelare la mia credibilità nei confronti dell’esterno e della stessa Bnl, alla quale attualmente non mi è più possibile garantire la bontà della gestione e la correttezza dei risultati della Bnl Holding e delle sue controllate” – si trattava di una chiara presa di distanze rispetto a quanto avveniva nelle varie società del parabancario Bnl.

La capogruppo del parabancario Bnl risulta essere la Banca Nazionale del Lavoro Holding Italia spa.

Il termine “Italia”, come si vede, è ricorrente (Servizio Italia, Italcantieri, e tutta una sfilza di Holding Italiana), e gli stessi, ricorrenti numeri (Milano 2, Milano 3, Italia 1, Canale 5, Rete 4, ecc.) ricordano una qualche fantasiosità da ragionieri di banca.

Con il termine parabancario si intendono tante cose: leasing, factoring, intermediazione finanziaria, fondi comuni, gestioni patrimoniali, partecipazioni, recupero crediti, amministrazione fiduciaria.

Nel parabancario Bnl, le fiduciarie sono soltanto la Saf,(Società azionaria fiduciaria), e Servizio Italia; esse fanno capo al ristretto comitato esecutivo della Bnl Holding, presieduto dallo stesso presidente della banca e formato da alti dirigenti interni e dai vertici delle principali controllate.

Servizio Italia era presente in tutte le vicende del bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona.

Della Capitalfin di Nassau, l’esotico “paradiso fiscale”, una delle “casseforti” sindoniane, presidente era Alberto Ferrari, ai tempi anche presidente della Bnl, segretario era Gianfranco Graziadei, che era anche direttore generale di Servizio Italia.

Ferrari e Graziadei risulteranno entrambi affiliati alla Loggia segreta P2 .

Gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din operavano attraverso Servizio Italia.

I maneggi piduisti con la casa editrice Rizzoli e il “Corriere della Sera” si avvalevano di Servizio Italia.

La miliardaria operazione speculativa con la Savoia Assicurazioni da parte della Loggia P2 era curata da Servizio Italia, così come i traffici di Gelli, con 217 mila azioni Italimmobiliare.

Il Venerabile maestro della Loggia P2 scriveva all’affiliato Tassan Din, indirizzando non già al suo domicilio privato o presso la Rizzoli, bensì presso la sede di Servizio Italia.

Nel luglio 1982, pochi giorni prima del suo arresto in relazione alla morte del banchiere piduista Roberto Calvi, il faccendiere Flavio Carboni disporrà l’intestazione fiduciaria delle sue società a Servizio Italia

E’ dunque assodato che Servizio Italia, formalmente Bnl, è pienamente controllata dalla Loggia P2 e che, dietro il suo schermo, si celano anche società e interessi di ogni sorta.

Quanto alla Saf, Società azionaria fiduciaria, negli anni in cui essa concorreva, con Servizio Italia, a creare le fondamenta del gruppo Fininvest, l’età media dei suoi dirigenti era prossima agli 80 anni.

Il vicepresidente era Federico Pollak, nato nel 1887; il presidente del consiglio di amministrazione, Federico D’Amico, era del 1908; tra i consiglieri, Silvestro Amedeo Porciani era del 1892, il colonnello in pensione Anatolio Pellizzetti del 1907.

Risultava dunque del tutto non plausibile l’attribuzione a un gruppo di funzionari ottuagenari degli ambiziosi e avveniristici progetti, che sottendono la nascita del gruppo Fininvest: progettazione, costruzione, commercializzazione di “città satellite” e annessi servizi, ma anche trasporti aerei privati, attività parabancarie, televisione commerciale

E’ evidente che “la mente”, il “centro propulsore” del grandioso programma “a tutto campo” era altrove, e precisamente nella Loggia massonica segreta Propaganda 2 e nel suo “Piano” per il controllo politico ed economico del Paese.

Non a caso, la prima banca “infiltrata” dai piduisti, e quella penetrata più massicciamente e al più alto livello, era il più importante Istituto di Credito nazionale, e cioè la Banca nazionale del Lavoro, con ben nove affiliati alla Loggia segreta tra i massimi dirigenti – come avrà modo di confermare lo stesso Licio Gelli, tramite il proprio legale: “Numerose banche italiane hanno annoverato negli anni, che vanno dal 1975 al 1981, tra i loro massimi dirigenti, appartenenti alla Loggia P2; e meglio, la Banca Nazionale del Lavoro 4 membri del consiglio di amministrazione, il direttore generale, tre direttori centrali e un segretario del consiglio…” .

Tra i piduisti insediati ai vertici della Bnl, e agli ordini del Venerabile maestro, sei controllavano tutta l’attività operativa della banca:

  • Mario Diana (responsabile del Servizio titoli e Borsa, tessera P2 1644 col grado di “maestro”),
  • Bruno Lipari (direttore centrale delle filiali, tessera P2 1919 col grado di “maestro”),
  • Gustavo De Bac (direttore centrale per gli affari generali, tessera P2 1889 col grado di “apprendista”),
  • Gianfranco Graziadei (amministratore delegato, e direttore generale di Servizio Italia tessera P2 1912 col grado di “maestro”),
  • Alberto Ferrari (già direttore generale della Bnl, e infine responsabile del settore estero. tessera P2 1625 col grado di “maestro”),
  • Raffaele Guido (responsabile relazioni esterne).

Il sindoniano balletto di società che nascevano, si associavano, si fondevano e si trasformavano, aveva trovato nuovi e ancora più audaci imitatori.

Qual’è l’identità di coloro che hanno sottoscritto i mandati fiduciari conferiti a Servizio Italia e Saf (società azionaria fiduciaria), le due società della Bnl Holding che pongono le basi del futuro gruppo Fininvest?

Mistero!!

Interrogativi e perplessità circa la reale proprietà della Fininvest emergono periodicamente sulla stampa e vengono puntualmente e laconicamente smentite da fonti berlusconiane. Così, quando Marco Borsa, ex direttore di “Italia Oggi” scrive: “La Fininvest è teoricamente di proprietà della famiglia Berlusconi, ma nessuno lo sa con precisione”, gli replica Fedele Confalonieri, nella sua veste di amministratore delegato della Fininvest Comunicazioni: “La Fininvest appartiene alla famiglia Berlusconi in modo effettivo e totale” – un’affermazione tanto perentoria quanto accuratamente priva di riscontri.

Risulta del resto evidente come non sia stato Berlusconi a creare la Fininvest, ma come sia stata la Fininvest delle fiduciarie e delle banche piduiste a imporre il piduista Berlusconi alla ribalta dell’imprenditoria nazionale.

Già verso la metà degli anni 70 “L’Espresso” e “Panorama” si erano occupati della rapida ascesa di Berlusconi nel mondo degli affari e ne denunciavano traffici e chiacchierati compari.

A causa della sua iscrizione alla Loggia P2, segreta e quindi illegale, Silvio Berlusconi venne anche processato per falsa testimonianza davanti al pretore di Verona prima, e condannato poi davanti alla corte di appello di Venezia, con la seguente motivazione:

“…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verità”. Una condanna per spergiuro!!!

In sostanza, infatti, secondo Berlusconi, la sua non ben definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote, appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli.

Tali asserzioni sono state smentite anche dalle risultanze della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi, non certo una comunista, nella cui relazione si legge: “…alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di la’ di ogni merito creditizio…”, e dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto Berlusconi davanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.

La vicenda Berlusconi-P2 si conclude il primo ottobre 1990 con l’estinzione del reato per amnistia.

Berlusconi ha accettato l’amnistia allora, come di recente nel processo relativo al lodo Mondadori, ha accettato la prescrizione, in presenza di gravi indizi di colpevolezza elencati dalla Corte di Cassazione.

Nel 1998 gli investigatori della DIA di Palermo sequestrarono i documenti contabili delle ventidue holding del gruppo Fininvest, nell’ambito dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri, deputato di Forza Italia, sotto processo a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

I magistrati di Palermo sospettavano che capitali di provenienza illecita fossero finiti, tramite Dell’Utri, nelle holding di Berlusconi.

Furono il finanziere Rapisarda, socio di Dell’Utri, e diversi collaboratori di giustizia a parlare dei rapporti tra il gruppo Fininvest e la mafia.

Denaro mafioso sarebbe stato utilizzato dalla Fininvest per acquistare pacchetti – film, e per finanziare l’avvio delle reti televisive di Berlusconi.

Il gup di Palermo ha, però, archiviato l’indagine riguardante l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del Cavaliere.

Attualmente, diversi parlamentari di Forza Italia risultano coinvolti in Sicilia in vicende giudiziarie.

Il pieno controllo della maggiore banca pubblica italiana consentì alla Loggia P2 di procedere celermente nell’attuazione del suo “Piano di rinascita”, del quale il gruppo Fininvest parrebbe costituire uno dei principali bracci operativi.

Costituito attraverso la piduista Bnl, il gruppo venne poi consolidato con ingenti finanziamenti erogati da altre banche, infiltrate dai piduisti:

18 miliardi per il primo aumento di capitale della Fininvest e 19 miliardi, che il gruppo aveva in deposito fiduciario presso la società Compagnia fiduciaria nazionale spa. Per un totale complessivo di 37 miliardi, e incidentalmente erano “30/40 miliardi” i capitali preventivati dal “Piano piduista per assumere l’occulto controllo dei gangli vitali del Paese…

Nell’ancora segreto programma piduista, messo a punto tra il 75 ed il 76, noto come “Piano di rinascita democratica,” era anche prevista l’immediata costituzione di una TV via cavo, “che avrebbe poi dovuto essere impiantata a catena, in modo da controllare la pubblica opinione media, nel vivo del Paese”.

Berlusconi in un’intervista a “la Repubblica”, datata 15 luglio 1977, dichiarava che avrebbe messo la sua televisione a disposizione di uomini politici della destra democristiana e anticomunista, riecheggiando la linea politica dell’ancora segretissimo “Piano” messo a punto dalla loggia massonica P2.

Il 10 aprile 1978 Berlusconi iniziò una collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, proprio quando la loggia P2 acquisiva, come dice la commissione parlamentare d’inchiesta, “il controllo finanziario e gestionale del gruppo Rizzoli”.

Interpellato su Licio Gelli, Berlusconi rispose: “…Anch’io, come 50 milioni di italiani, sono sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli”.

Gli saranno imputati reati quali concorso in bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, stragi…

Il programma della Loggia P2, che il 29 ottobre il presidente Pertini definì “un’associazione a delinquere”, era contenuto nel “Piano di Rinascita Democratica,” rinvenuto nel 1982 nella borsa della figlia di Gelli all’aeroporto di Fiumicino. Questo piano venne illustrato da Gelli in un’intervista a Maurizio Costanzo, apparsa sul “Corriere della sera” il 5 ottobre 1980.

Attraverso l’indebolimento dei sindacati, il controllo dei giornali e di politici dei partiti di governo e del MSI, e la distruzione del monopolio della RAI, si puntava a un mutamento della Repubblica in senso presidenziale, anche al fine di indebolire l’opposizione di sinistra e impedirne l’ingresso nel governo.

6. L’on.Bettino Craxi e il Cavalier Silvio Berlusconi: intreccio di affari e favori.

Nel frattempo stava emergendo, sempre “per caso”, “un uomo della provvidenza”, un altro politico che “si era fatto tutto da solo”, che, guarda caso, era stato compagno di scuola di Berlusconi, un certo Bettino Craxi, che voleva “modernizzare” il PSI.

Fu Vanni Nisticò, addetto stampa del PSI e iscritto alla P2, a presentare Craxi a Gelli nel novembre del 1976, in occasione dello scandalo Eni- Petronim, che coinvolgeva alcuni esponenti del PSI della corrente di Claudio Signorile.

Secondo ciò che Craxi raccontò in commissione P2, Gelli gli disse che “aveva la forza di cambiare il Presidente della Repubblica”.

Nella requisitoria del pubblico ministero Libero Mancuso è scritto su Gelli: ” Si manifesta concretamente con veri e propri finanziamenti: da quelli modesti versati a candidati socialisti toscani, in occasione della campagna elettorale del 1980…a quelli assai più consistenti che, secondo un documento acquisito agli atti della commissione P2, sarebbero stati versati il 28 ottobre presso l’Ubs di Lugano

sul c/c 63369, denominato “protezione” corrispondente all’onorevole Martelli, per conto di Bettino Craxi.

Nella storia del “conto protezione” è coinvolto anche il banchiere Roberto Calvi, che, quando verrà arrestato per il crack del banco Ambrosiano nel giugno 1981, sarà difeso dal quotidiano socialista “Avanti”.

Gelli, che amava il “decisionismo” craxiano, aveva le stesse idee politiche del leader socialista , di Francesco Cossiga, di Silvio Berlusconi e di tanti altri che avevano “a cuore le sorti del nostro paese”, che necessitava della guida di un uomo forte, per “andare”, ed essere inoltre difesa dal comunismo.

Per questo doveva, quindi, instaurarsi una Repubblica Presidenziale; il Pubblico Ministero doveva essere sottoposto al controllo del potere esecutivo; i mass media rigorosamente controllati.

Fu Gelli a scrivere negli anni il progetto sulla responsabilità civile dei giudici, che i socialisti riusciranno a fare passare con un referendum nel 1988“. (così scrive Michele Gambino).

Già il 15 luglio 1977 Berlusconi, da poco diventato editore del “Giornale” di Indro Montanelli, dettava a Mario Pirani di Repubblica il proprio “manifesto” politico: “La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al PSI di tornare al governo milanese” …. Pirani gli chiese come pensava di aiutare le forze politiche a lui vicine, e Berlusconi rispose: “Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici, che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura, e l’opinione pubblica.”

Nel 1983, sull’onda del successo e a causa della débacle elettorale della DC, Bettino Craxi diventava Presidente del Consiglio.

Anche Bettino Craxi, diventato segretario del PSI nel 1976, agitava il tema della Grande Riforma, della revisione costituzionale. Aveva cancellato dal simbolo del Partito Socialista la falce e il martello, sostituendoli col logo stilizzato del garofano rosso al centro del cerchio, puntando sul socialismo liberale, contrapposto al leninismo.

Negli anni ‘70, approfittando della nomina alla commissione Esteri della Camera, Craxi viaggiò molto per allacciare rapporti importanti per la sua carriera, soprattutto con gli Stati Uniti.( Tutti i bravi politici italiani, dai democristiani ai socialisti di allora, ai D’Alema, agli ex comunisti pentiti di oggi, vanno in Usa a farsi accreditare. Il democristiano Piccoli ci andò col faccendiere piduista Pazienza).

Gli Americani erano molto preoccupati per l’andamento oscillante del PSI e cercavano un punto di riferimento.

Questo, dei rapporti con gli Americani, è un passaggio importante nella storia del craxismo.

Quando Craxi si recò negli Usa, erano passati pochi anni dalle manovre golpiste di De Lorenzo, appoggiate dagli uomini dell’Ambasciata Americana. Dette manovre avevano lo scopo principale di ridurre le pretese del PSI e “ammortizzare” i costi del varo dei primi governi di centrosinistra.

Da allora, gli Americani non hanno mai smesso di controllare da vicino la politica italiana, sempre con l’obiettivo di condurre l’Italia a scelte di centro-destra.

Nel ‘69, in pieno autunno caldo, questo obiettivo è stato perseguito, come abbiamo già visto, per la prima volta, con l’uso delle bombe a Milano, in piazza Fontana.

Fu l’inizio della strategia della tensione.

Bettino Craxi si era recato in Cile, subito dopo l’assassinio di Salvator Allende da parte dei generali golpisti cileni, aiutati dagli Usa.

Gli Usa mal tolleravano che il governo del Cile fosse in mano a un uomo di sinistra, e per giunta eletto democraticamente: gli interessi delle multinazionali statunitensi sarebbero stati troppo compromessi dalla politica in favore del popolo cileno, che Allende stava attuando.

Craxi, che aveva conoscenze “ben informate sui fatti”, sapeva che anche in Italia il massimo potere si può raggiungere solo col consenso degli americani e avviò una “normalizzazione” della politica italiana, “sganciandosi” dal PCI per avvicinarsi alla DC.

Argomentava Craxi in comitato centrale: “La DC, disancorata da un rapporto con noi, scivola inesorabilmente a destra”.

Da segretario del PSI seguirà sempre questa linea moderata e anticomunista, negando di perseguirla.

Con Craxi l’Italia fu la prima nazione europea ad installare disciplinatamente i missili americani e non mancò di appoggiare gli Usa nella loro politica di “confronto duro” con l’URSS.

Le visite a New York erano caratterizzate dal trasferimento di un numero enorme di accompagnatori tra politici, amici e una folla di fotografi di regime, addetti stampa, ammiratori.

Scriveva il giornale socialista l'”Avanti”: “L’immagine italiana è cambiata: il made in Italy è di moda e non solo per la moda”.

Sembra la stessa cantilena di Berlusconi, Presidente del consiglio, che vuole attualmente elevare il rango dei diplomatici ad agenti di commercio.

E ancora l’inquietante prete di nome Baget Bozzo: Craxi è stato il primo dei condottieri, dando così forma a un italiano conquistatore di mercati, e cambiando l’immagine dell’Italia nel mondo. Craxi delegittima il mondo delle istituzioni: le delegittima in nome dell’Italia come comunità di destino“.

Circondato da abili creatori d’immagine, il periodo della presidenza Craxi fu in sostanza contrassegnato da una rivincita delle forze della finanza e dell’imprenditoria nei confronti del mondo del lavoro, in un periodo di favorevole congiuntura economica europea e mondiale, che favorì il rilancio della Borsa e la caduta dell’inflazione, ma non frenò l’abnorme espansione del debito pubblico.

Atto emblematico della linea politica di Craxi, in favore della classe padronale, fu il decreto del 14 febbraio 1984, con cui il presidente della Repubblica decise la pre-determinazione e quindi il taglio degli scatti di scala mobile.

Nel sindacato si sviluppò una fortissima opposizione spontanea.

Il 24 marzo si svolse a Roma quella che il “Corriere della Sera” definì “la più importante manifestazione del dopoguerra”.

La conversione in legge del decreto incontrò l’ostruzionismo parlamentare.

Fu in quel momento che lo scontro tra Bettino Craxi e Enrico Berlinguer, segretario del PCI, raggiunse l’apice.

Craxi e il suo entourage avevano irriso alla “questione morale”, indicata dal segretario del PCI come “il fulcro della politica italiana”.

Al congresso del PSI Craxi spregiò il Parlamento, di cui ironicamente elencò nella relazione l’inutile attività, volta a discutere “in materia di pollame, molluschi, prosciutto e scuole di chitarra.”

All’attività parlamentare si contrapponeva il ” decisionismo” craxiano (oltre duecento decreti legge), irriso solo “dagli inconcludenti dalla fervida fantasia”.

Insieme alla “rivoluzione culturale” di stampo berlusconiano, l’era craxiana, dal Midas al caso Chiesa, segnò una vera e propria mutazione genetica del PSI, dei suoi uomini , sempre più arroganti.

A questa mutazione si accompagnarono i tratti caratteristici dell’era craxiana:

  • l’emergere di una lunga serie di scandali che coinvolsero il PSI, e lo affiancarono alla Democrazia cristiana nella pratica quotidiana della tangente e dei rapporti con la criminalità organizzata;
  • la campagna, dai toni sempre più striduli, contro i magistrati colpevoli di fare il loro dovere e di non chiudere gli occhi davanti alle ruberie dei politici; una campagna che sfocerà nel referendum sulla responsabilità dei giudici e nella istituzione delle Superprocure e che aveva come suo obiettivo finale, guarda caso, proprio la sottomissione del pubblico ministero al controllo dell’esecutivo, secondo i dettami del “Piano di rinascita democratica” di Gelli ; la stessa idea tante volte espressa dallo stesso Cossiga, e ancora oggi da Berlusconi e dai suoi sodali;
  • il decisionismo del capo, che non ha bisogno di consultare nessuno;
  • il culto della personalità di Craxi;
  • l’assoluta spregiudicatezza dei rapporti politici;
  • la creazione di un vero e proprio “braccio finanziario” del PSI, gestito in una prima fase dagli stessi politici e, successivamente, da uomini di fiducia, che sfruttava fino in fondo le possibilità offerte dalla gestione della cosa pubblica: un metodo adottato da quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale, come si vedrà con lo scandalo milanese, ma che il PSI perseguirà con particolare forza.

Craxi, dunque, aveva costruito il Partito Socialista su un sistema esteso di clientelismo politico e di corruzione, mirato a finanziare il Partito e a portargli notevoli vantaggi personali.

La sua scalata ai vertici del Partito socialista, come abbiamo già detto, aveva coinciso con la crescente importanza di Berlusconi.

Fu Craxi ad aiutare in tutti i modi Berlusconi nella sua ascesa a magnate edilizio, e più tardi dei media, consapevole che chi possiede i mezzi di informazione, e soprattutto la televisione, costruisce il proprio consenso, influenzando l’opinione pubblica e creando un “senso comune” favorevole alla propria ideologia e ai propri interessi.

Fedele al suo progetto, alla fine degli anni settanta, Berlusconi passò dall’edilizia al mercato emergente delle televisioni private, con l’inaugurazione di Telemilano 58 nel 1977.

Il suo primo direttore, Stefano Lodi, fu un giornalista residente a Milano 2, ed era membro della commissione ministeriale che all’epoca studiava le ipotesi di regolamentazione dell’emittenza privata.

Una sentenza della Corte Costituzionale del 1976 aveva allargato all’etere la libertà di trasmissione via cavo. Fino al quel momento la televisione era stata monopolio di Stato, ma una sentenza del 1974 aveva permesso le trasmissioni di reti private locali.

Berlusconi trovò tuttavia un modo per aggirare la legge, e creare una televisione nazionale. Comperò molte piccole reti locali e, facendo sì che trasmettessero lo stesso programma a pochi secondi di distanza, riuscì ad ottenere un’audience a livello nazionale ed elevate quote di pubblicità, pur obbedendo in teoria alla lettera della legge.

Numerose autorità giudiziarie si resero conto dell’inganno e cercarono di smantellare questo sistema.

Quando la battaglia stava per giungere alla conclusione e la Fininvest rischiava l’oscuramento per ordine della magistratura, Craxi, allora Presidente del Consiglio, emanò un decreto speciale per escludere le televisioni di Berlusconi da un tale provvedimento.

Berlusconi espresse la sua gratitudine in diversi modi.

I pubblici ministeri di Milano hanno rintracciato almeno 6 milioni di dollari, che sarebbero passati dai conti bancari esteri della Fininvest a conti bancari in Tunisia, che la magistratura ritiene essere stati controllati da Craxi.

Durante gli anni ottanta furono fatti diversi tentativi al fine di introdurre una legislazione antitrust contro la holding di Berlusconi, ma tali iniziative vennero sempre bloccate dai socialisti di Craxi.

Il 20 ottobre 1984 Craxi ricevette a Palazzo Chigi Berlusconi, poche ore prima di firmare il decreto legge con cui riaccendeva le tv del “Biscione”, chiuse dai pretori di Roma, Torino e Pescara.

Lo chiamarono decreto-Berlusconi: non si sa perché!

Nel marzo 1990 il Senato dibatteva la legge di regolamentazione del settore televisivo.

Nello stesso tempo, con controverse vicende giudiziarie, Berlusconi era impegnato in una strenua lotta per il controllo della Mondadori.

Lo stesso assalto berlusconiano al colosso Mondadori, prefigurando una imponente concentrazione di mass media, suscitava grave allarme, oltre che nell’opposizione comunista, anche nella sinistra democristiana (presente nel governo Andreotti con cinque ministri).

Il disegno di legge in esame al Senato, firmato dal ministro repubblicano Oscar Mammì, era frutto di annose contese e di scontri, segrete pressioni, mediazioni e ripensamenti.

Nella sostanza, esso era concepito in modo tale da garantire a Berlusconi il possesso di tutti e tre i suoi networks e l’egemonia nella raccolta pubblicitaria, anche se di fatto avrebbe sancito il divieto, per la Fininvest, di mantenere il controllo del “Giornale” di Montanelli e di acquisire quello del quotidiano “la Repubblica”.

La Corte Costituzionale minacciò di emettere la sentenza che avrebbe cancellato la legge-Berlusconi, con il conseguente black-out dei networks. Le vicende della Mondadori, i perduranti contrasti sulla legge Mammì, che dividevano anche il pentapartito, le pressioni della lobby berlusconiana sui parlamentari, le polemiche per l’anomalo ruolo assunto in materia dalla Corte Costituzionale, rendevano incandescente il clima politico e mantenevano il governo a un passo dalla crisi. Era davvero in gioco il futuro della democrazia repubblicana.

A questo si è arrivati“, scriveva Scalfari su “la Repubblica” del 12 gennaio 1990 per assenza di leggi, latitanza dell’autorità, intimidazione della giustizia, padrinaggi politici e arroganza del potere e del denaro. Gli obiettivi, chiarissimi ormai, sono due: impadronirsi di una grande impresa editoriale e mettere il bavaglio alla libera stampa. Questo non è capitalismo e libero mercato, ma guerra di bande per ridurre al silenzio chi non si piega ai loro voleri“.

E il venerabile maestro, Licio Gelli, ritornato in Italia a piede libero, seguiva il tutto con soddisfazione.

Nel 1990 il Parlamento approvò la prima vera legge sulle televisioni:

la versione finale sembrava fatta a pennello per gli interessi di Berlusconi. Stabiliva che nessuno poteva possedere più di tre televisioni nazionali, esattamente il numero che Berlusconi possedeva.

Conteneva inoltre due misure che presentavano l’assunto di un sacrificio da parte sua: una lo obbligava a cedere la maggior parte della sua partecipazione in una pay-TV via satellite, mentre l’altra stabiliva che il proprietario di una rete televisiva nazionale non potesse possedere anche un quotidiano nazionale.

Berlusconi aggirò la seconda disposizione “vendendo” al fratello Paolo il suo quotidiano, Il Giornale. Egli inoltre vendette la maggior parte della sua partecipazione alla TV via satellite a un gruppo di investitori, prestando il denaro ad alcuni di loro in modo da permettergli… l’acquisto.

All’ascesa televisiva di Sua Emittenza contribuì anche il PCI.

Il secondo “decreto Berlusconi”, quello che serviva a sanare definitivamente il pericolo di oscuramento delle antenne del magnate di Arcore, venne convertito in legge alla Camera il 31 gennaio con i voti decisivi di 37 deputati missini. Il decreto arrivò al Senato il primo di febbraio, che era di venerdì e non venne approvato. Il lunedì si giocava tutto sul filo dei minuti: il testo passò in Commissione e arrivò in aula. Il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingentò il tempo degli interventi per evitare che l’ostruzionismo potesse affossare il decreto fortemente voluto da Bettino Craxi. La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, inventò uno stratagemma procedurale e riuscì ad arrivare alle undici e mezza di sera. “Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare”, ricorda Fiori, “sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto”.

Il capogruppo del PCI Gerardo Chiaromonte gli spiegò, però, che l’ordine era di votare contro, ma di far passare il decreto.

L’indicazione arrivava dal giovane responsabile del PCI per le comunicazioni, Walter Veltroni.

Il fatto era che Bettino Craxi era riuscito a legare il passaggio del decreto in favore di Berlusconi a un riassetto della Rai che prevedeva, fra l’altro, il “passaggio” di Raitre sotto la sfera di influenza del PCI.

La legge Mammì, dunque, era stata concepita principalmente per ratificare la posizione dominante nell’ambito dell’emittenza privata della Fininvest: “Ho visto con i miei occhi i lobbysti della Fininvest ” – confermerà il giornalista Sandro Curzi – ” lavorarsi i deputati, nell’estate ‘90, sempre all’opera su e giù per il Transatlantico di Montecitorio, quando la legge Mammì, dopo un tormentatissimo iter e dopo le dimissioni di cinque ministri, ottenne l’approvazione del Parlamento… Anzi, credo che se i magistrati guardassero un po’ meglio, troverebbero tante cose interessanti in quel dibattito parlamentare, quando, a colpi di “voti di fiducia”, venivano approvati vari articoli della legge Mammì, una legge fatta apposta per Berlusconi “. E Giulio Cesare Rattazzi, segretario del “terzo polo” di emittenti locali, testimonia: “L’ingegner Mezzetti, un uomo della Fininvest, era in permanenza nelle stanze del ministero delle Poste”.

La compagnia di Berlusconi pagò i principali autori della legge Mammì.

Questo è il vero scandalo, ma questo sembra, anche, essere un metodo costante di Berlusconi, il metodo della tangente, per piegare a proprio vantaggio economico le scelte politiche. Nel 1993 un funzionario del Governo ammise di aver ricevuto una tangente di dieci miliardi di lire (a quel tempo circa otto milioni di dollari) per conto del Ministro Mammì e del suo partito. Il consulente legale di Mammì, David Giacalone, ricevette a titolo personale circa 300.000 dollari. La Fininvest insiste che fu un “onorario di consulenza”, i magistrati la considerano una tangente.  De Benedetti, nel processo per il lodo Mondadori, accusa Berlusconi di avere comprato la decisione del tribunale di Roma per entrare in possesso della Mondadori. Le indagini sul lodo Mondadori sono state avviate dalla procura di Milano nel 1997. Al centro dell’inchiesta lo scontro avvenuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta tra Carlo De Benedetti e Carlo Formenton, per il controllo della Mondadori.

Dopo una dura battaglia economica, il tribunale di Milano assegnò con lodo arbitrale il controllo del capitale della società a De Benedetti, e Berlusconi perse la presidenza della Mondadori. La sentenza fu rovesciata dalla corte d’Appello di Roma, secondo la quale una parte dei patti stipulati nel 1988 tra i Formenton e la Cir di De Benedetti erano in contrasto con la disciplina delle società per azioni; di conseguenza l’intero accordo, compreso il lodo arbitrale, era da considerarsi nullo. Al termine dell’indagine avviata dal pubblico ministero milanese Ilda Boccassini, Berlusconi e i suoi collaboratori furono accusati di corruzione in atti giudiziari.

Secondo la Procura milanese, 400 milioni provenienti dai fondi esteri occulti della Fininvest, erano finiti nel 1992 al giudice Metta, relatore della sentenza con la quale la corte d’Appello di Roma aveva dato ragione alla famiglia Formenton. Previti, Pacifico e Acampora erano stati accusati di aver svolto il ruolo di mediatori tra Berlusconi e il giudice Metta.

A giugno i giudici della corte d’Appello di Milano avevano stabilito che nei confronti di Berlusconi era ipotizzabile il reato di corruzione semplice e non di corruzione in atti giudiziari e grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato era caduto in prescrizione: i fatti risalivano al 1991 e la prescrizione scatta dopo sette anni e mezzo. Rimanevano invece in piedi le accuse nei confronti degli altri imputati, che come Berlusconi un anno prima erano stati prosciolti dal gup Rosario Lupo.

Ora, le tre reti nazionali di Berlusconi, Canale 5, Rete 4 e Italia 1, controllano più del 70% del fatturato nazionale della pubblicità e il 45% della audience.

Dunque, mentre Forza Italia può farsi pubblicità praticamente gratis sulle reti di Berlusconi, i suoi rivali politici sono nella situazione perdente di doverlo pagare o di far a meno di qualsiasi pubblicità televisiva. Questo è l’unico paese al mondo in cui i partiti politici devono pagare il loro avversario politico….

Le televisioni sono solo una parte dell’impero di Berlusconi.

La sua casa editrice, la Mondadori, è di gran lunga la più importante del paese, con più del 30% del mercato dei libri, più del doppio dei suoi più prossimi concorrenti. Il suo gruppo di giornali e riviste include “Panorama”, il settimanale più diffuso, e un insieme di riviste femminili e di altro tipo con una posizione più o meno equivalente a quella di S.I. Newhouse’s Condé Nast.

Possiede inoltre due quotidiani, Il Giornale, il preferito dal pubblico conservatore, nonché il quarto per importanza nel paese, e Il Foglio, un quotidiano di circolazione minore che ha le funzioni di un Rottweiler ideologico per attaccare i nemici di Berlusconi.

La sua compagnia di assicurazioni, Mediolanum, è l’equivalente italiano delle società di investimento Fidelity o Vanguard.

La sua squadra campione di calcio, il Milan, gli ha regalato, in un paese dove il calcio è seguito con una devozione quasi religiosa, più visibilità e popolarità di ogni altra sua proprietà, ad eccezione delle televisioni.

parte quinta

7. Berlusconi scende in campo!!

Berlusconi non era certo estraneo alla scena politica, quando nel 1994 decise di formare il partito-azienda Forza Italia, e scendere personalmente nell’agone, presentandosi ai suoi teleutenti con un sorriso soddisfatto, di uomo “fattosi da sé”.

Doveva entrarci personalmente, nella politica, per difendere i suoi interessi e il suo successo imprenditoriale, sempre dipeso dalla protezione dei partiti.

I partiti politici del centro e della destra erano crollati, o si erano dissolti, dopo che i loro leaders principali erano stati accusati di corruzione dai pubblici ministeri di Milano. La Fininvest stessa, sotto indagine per aver pagato delle tangenti a politici, era anche indebitata.

I protettori politici di Berlusconi erano in galera, o sotto accusa, o avevano lasciato il paese, come Craxi.

“Se non entro in politica mi faranno a pezzi” disse a Indro Montanelli, il direttore del suo quotidiano Il Giornale.

I partiti della sinistra, che sembravano già pronti al trionfo, stavano parlando apertamente di approvare delle misure antitrust che lo avrebbero costretto a rinunciare a una delle sue tre reti televisive.

Berlusconi, quindi, così minacciato sia sul fronte finanziario che su quello giudiziario, lanciò una campagna politica serrata, mostrando quanto può essere potente la sinergia tra media, politica e potere economico.

Tutto questo era stato già previsto nel Piano di rinascita democratica di Lucio Gelli, intorno agli anni settanta, nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti):

  • Ai giornalisti acquisiti, (con l’impiego di strumenti finanziari), dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici, come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
  • In un secondo tempo occorrerà:
  1. acquisire alcuni settimanali di battaglia;
  2. coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
  3. coordinare molte TV via cavo con l’agenzia per la stampa locale;
  4. dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna, ex art.21 Cost.

Per la campagna elettorale, ovviamente, Marcello Dell’Utri, che era a capo della divisione pubblicitaria della Fininvest, utilizzò lo staff vendite della sua impresa come macchina elettorale e reclutò un vasto numero di candidati tra dipendenti, consulenti e partners di Berlusconi. Tra i nuovi membri del Parlamento italiano una ventina erano dipendenti di Berlusconi.

I componenti di Forza Italia, infatti, dovendo a Berlusconi i loro ben pagati incarichi, si sarebbero dimostrati, in seguito, sicuramente obbedienti ai suoi ordini.

Quando Berlusconi divenne Presidente del Consiglio nella primavera del 1994, emerse il conflitto d’interesse.

Come dice Mauro Paissan, un parlamentare dei Verdi, “il conflitto di interessi significa che il governo è continuamente ricattato”. “Il fatto di essere in politica costituisce una specie di assicurazione a vita per lui: ogni iniziativa volta a regolare o investigare le sue imprese è vista come un attacco politico“.

Anche allora Berlusconi si adoperò in modo solerte per sistemare in modo adeguato e rapido ciò che atteneva alla sfera dei suoi interessi personali: assoluta precedenza alle questioni inerenti alla televisione e alla giustizia.

Al Ministero della Difesa nominò Cesare Previti, suo avvocato personale.

E’ costume di Berlusconi, quindi, utilizzare il suo successo politico per garantire l’impunità a quelli tra i suoi collaboratori che sono più a rischio di arresto e che possono di conseguenza coinvolgerlo. Si assiste a scomposte prese di posizione ogni volta che si toccano le questioni delle televisioni o della giustizia.

Però Forza Italia costituisce un partito-azienda molto compatto, mentre l’opposizione, pur non minoritaria, risulta, nella contrapposizione politica, non molto compatta.

Durante le numerose indagini di “Mani Pulite” contro la corruzione nell’economia e nella politica, i magistrati di Milano arrestarono nel giugno del 1994 Paolo Berlusconi, il fratello reo confesso di aver pagato numerose tangenti.

Allora il Silvio improvvisamente emanò un decreto legge, che rendeva praticamente impossibile arrestare chiunque per crimini da “colletti bianchi”, e in meno di ventiquattro ore uscirono di prigione molti dei politici arrestati da Mani Pulite. Questo decreto, conosciuto come il “Decreto Salva-Ladri”, provocò una tale rivolta popolare da costringere Berlusconi a ritirarlo.

Nel frattempo alcune celle si erano svuotate!

La sua instabile coalizione di governo, rimasta in carica dal maggio al dicembre 1994, fu indebolita anche dallo sciopero generale (12 novembre) indetto dai sindacati, come risposta ad un progetto di riforma sulle pensioni.

Infine crollò, non solo a causa di un diretto coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini di Tangentopoli, ma anche per l’uscita dalla maggioranza dell’allora non troppo suo fedele alleato, la Lega Nord di Umberto Bossi, in relazione al dibattito sulla riforma del sistema radiotelevisivo, (14 dicembre).

Già nei mesi precedenti, la Lega aveva peraltro continuamente denunciato il conflitto di interessi del presidente del consiglio, criticato AN come erede del fascismo e del vecchio statalismo meridionalistico, e reclamato passi più incisivi sulla strada del federalismo.

8. La transizione da Berlusconi a D’Alema

Il nuovo governo “tecnico” Dini, (ex ministro del Tesoro del governo Berlusconi), rimasto in carica dal gennaio 1995 fino alle elezioni dell’aprile 1996, riuscì a fare approvare una legge di riforma previdenziale, un decreto sulla par condicio televisiva, e la legge finanziaria, con il sostegno dei progressisti del centrosinistra, della Lega e del PPI.

Le elezioni del 21 aprile del 1996 sancirono la vittoria dell’Ulivo (42,1% dei voti alla Camera, contro il 40,3% del Polo), la coalizione formata dal PDS, dai Popolari e dai Verdi, con l’appoggio esterno di Rifondazione, coalizione guidata da Romano Prodi, che poté avvantaggiarsi dei timori, da parte dell’opinione pubblica moderata, di un’eccessiva prevalenza nello schieramento avversario della destra di AN; ulteriore vantaggio, la decisione della Lega di presentarsi da sola al voto.

Fu Romano Prodi a formare il nuovo governo, affiancato, come vicepresidente del Consiglio, dal numero due del PDS, Walter Veltroni: per la prima volta dal 1947, il maggiore partito della sinistra, direttamente discendente dal vecchio Partito Comunista, era al governo in Italia.

La maggioranza, ampia al Senato, era invece risicata alla Camera, dove per governare erano indispensabili i voti di Rifondazione comunista.

Il governo Prodi, ovviamente, era assai gradito alla Confindustria, perché Prodi aveva “buone credenziali”, avendo attuato, come presidente dell’IRI, licenziamenti di massa, e creato, anche attraverso un forte indebitamento, le premesse per invocarne la privatizzazione dell’Ente.

In politica economica questo governo si caratterizzò per la rigida applicazione dei parametri di Maastricht, inasprendo la linea delle leggi finanziarie di Amato, Ciampi e Dini per ottenere il risanamento finanziario e l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea.

Operò tagli al welfare state e alle pensioni, aumentò i tickets sulle prestazioni sanitarie e l’imposta sul valore aggiunto (IVA), riducendo al contempo le aliquote delle imposte sui redditi più elevati.

Una prima “manovra correttiva” dei conti pubblici (19 giugno 1996) pesò per 16.000 miliardi.

Con la successiva finanziaria (27 settembre 1996) si aggiunse un onere di 62.500 miliardi.

Col “decretone” (30 dicembre 1996) venne introdotta una “eurotassa” di 4.300 miliardi.

Con la nuova “manovra correttiva” (27 marzo 1997) gli italiani furono chiamati a pagare ancora 15.500 miliardi.

Con una successiva finanziaria (28 settembre 1997) altri 25.000 miliardi.

Dinanzi all’annuncio del voto contrario del PRC, Prodi si dimise (9 ottobre 1997) ma, riottenuta la fiducia (16 ottobre 1997), dovette promettere a Rifondazione comunista un provvedimento per le 35 ore lavorative, che venne approvato (24 marzo 1998) senza avere pratica applicazione.

Seguì invece la proposta di una nuova finanziaria (22 settembre 1998) per 14.700 miliardi, che determinò la definitiva sfiducia del PRC.

L’ATTACCO AL LAVORO E ALLO STATO SOCIALE

A vantaggio dell’industria automobilistica venne introdotta la “rottamazione”, un premio sulla permuta delle auto usate, che produsse (gennaio-agosto 1997) un incremento del 43,7% delle immatricolazioni di autoveicoli e un aumento di tutta la produzione industriale, specialmente in Piemonte.

Prodi dette una spinta molto forte al programma di privatizzazione dell’economia pubblica, attraverso la vendita, quasi per intero, delle azioni del gigante delle telecomunicazioni Telecom Italia, un’azienda avanzata a livello mondiale, col rilancio della privatizzazione delle aziende controllate dall’IRI, e col collocamento sul mercato della maggioranza delle quote azionarie dell’ENI, che in tal modo venne sottratto al controllo dello stato.

Dopo un anno di governo Prodi, il tasso di sviluppo segnò uno dei livelli più bassi. Dopo due anni la disoccupazione salì al 12,5%, la povertà al 10%, s’incrementò il divario fra Nord e Sud, mentre salirono i profitti.”

(Antonio Marzano, “Affari & finanza, la Repubblica”, 29 giugno 1998).

Pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1998, l’opposizione di Rifondazione comunista alla Legge finanziaria fece cadere il governo: per un solo voto (312 voti favorevoli e 313 contrari) il governo Prodi mancò la fiducia, e dovette dunque dimettersi.

Nel frattempo il tentativo del leader del PDS, Massimo D’Alema, come Presidente della Commissione bicamerale per le riforme, di giungere ad una grande riforma della Costituzione e del sistema elettorale, con un accordo fra maggioranza e opposizione, falliva in un clima di polemica sempre più forte fra i due schieramenti.

La grande “riforma” prospettata dai lavori della Bicamerale andava, per molti versi, nella direzione del “Piano di rinascita democratica” della Loggia P2, e per questo si può assegnare alla Bicamerale un ruolo di colpo di stato strisciante.

Uno dei ferventi sostenitori di queste riforme era proprio Silvio Berlusconi! Paradossalmente, ad essergli alleato era proprio un ex esponente di rilievo del Partito Comunista Italiano, Massimo D’Alema, con l’appoggio esterno e sistematico di…Francesco Cossiga.

parte sesta

9. Il governo “D’Alema”

Al governo Prodi subentrò il governo D’Alema, formato il 21 ottobre 1998 grazie ai voti dell’UDEUR di Francesco Cossiga e del Partito dei comunisti italiani di Armando Cossutta , separatosi da Rifondazione comunista proprio perché in dissenso sul voto contrario con cui il partito aveva fatto cadere il governo di Romano Prodi.

Sulla caduta del Governo Prodi si è detto molto: spesso la colpa è stata addebitata a Rifondazione, ma c’è stato anche chi ha individuato una manovra più complessa collegata alla decisione, presa da lungo tempo, di normalizzare comunque i Balcani. La macchina bellica della NATO doveva essere messa in moto, ma per farlo era indispensabile l’adesione incondizionata dell’Italia. Che fare? Per l’alleato americano c’era l’esigenza di provocare in Italia un mutamento di governo e ottenere una maggioranza più adatta alle urgenti esigenze belliche della NATO, mentre il ricorso alle elezioni presentava troppe incognite, ed era quindi rischioso.

“A questo punto è stato attivato il più autorevole dei terminali CIA nel sistema politico italiano, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio” ( Domenico Gallo ).

In quattro e quattr’otto Cossiga ha staccato un gruppetto di parlamentari dal Polo e creato l’UDEUR, con cui ha potuto sostituire Rifondazione. D’Alema si è candidato a premier del nuovo governo atlantico dichiarando, in relazione all’Activaction order, che la disponibilità delle basi italiane era un “atto dovuto”.

Abbiamo avuto così D’Alema presidente del Consiglio e Scognamiglio ministro della Difesa.

“…in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politico-militari che si delineavano in Kossovo…la presenza di Rifondazione…non avrebbe consentito di impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l’on.D’Alema”. ( Scognamiglio sul Foglio del 4 ottobre 2000).

L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, non nuovo ad esternazioni che aprono barlumi di luce sui veri retroscena della vita politica del nostro paese, si lascia andare, sul settimanale “Sette” del “Corriere della Sera”, in edicola la settimana intorno al 25.1.01, alla seguente confidenza:

“- Ho dato vita all’operazione più’ ardita contribuendo a portare a Palazzo Chigi il primo postcomunista.

– Si e’ pentito?

Assolutamente no. Indegnamente ho fatto quello che aveva in mente Aldo Moro. E poi c’erano esigenze pratiche. Non saremmo stati in grado di affrontare la crisi del Kosovo, se avessimo avuto un governo Prodi. D’Alema, come tutti quelli educati alla scuola comunista, non e’ un pacifista.

– D’Alema guerrafondaio?

Il pacifismo comunista non esiste. Mentre esiste il pacifismo cattolico e certamente ne era parzialmente intriso Prodi.”

La storia raccontata da Cossiga e’ un’ulteriore conferma di quanto certe decisioni siano imposte ancora oggi all’Italia da “centri di potere” e interessi che nulla hanno a che fare con quelli esplicitamente riconosciuti dall’apparente democrazia formale che vige nel nostro paese. In sostanza chi, per la sua posizione, conosce in anticipo come si svolgeranno certi avvenimenti, è in grado sempre di intervenire per piegare gli avvenimenti secondo gli interessi della propria lobby, con qualsiasi mezzo più o meno lecito, e con pratiche di chi si reputa al di sopra della legge. Il governo D’Alema, infatti, diede l’appoggio italiano alla missione della Nato in Kosovo, nella primavera del 1999, sempre con l’avallo dell’opposizione guidata …costruttivamente dall’on. Berlusconi.

Questa è stata una lurida e tristissima pagina di storia scritta in Italia da una sedicente “sinistra”, che ha consumato uno storico tradimento della nostra Costituzione, alleandosi ai generali della NATO, al servizio delle cosiddette democrazie liberali e… socialdemocratiche.

Massimo D’Alema il 19 aprile 2000, dopo aver superato una prima crisi il 18 dicembre del 1999 per la defezione dei socialisti, e avere formato, il 22 dicembre dello stesso anno, un nuovo governo, si dimise per la secca sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali della primavera 2000.

La tela del ragno, tessuta da, e per, i poteri forti, si era tanto consolidata ed estesa da inglobare anche tutta l’area politica del centro e della cosiddetta sinistra…”moderata”.

Infatti, con D’Alema a capo dell’esecutivo, si sono rafforzati i poteri del premier, che, ad esempio, potrà nominare uno staff di persone di sua fiducia da affiancare al personale di ruolo della presidenza, che a sua volta sarà profondamente riorganizzato.

E’ evidente che tali misure anticipano il premierato e si inquadrano perfettamente nell’ordinamento presidenzialista e federalista dello Stato, che è già stato tracciato in linea di principio dalla Bicamerale “golpista”, e che è al centro della ripresa della discussione tra i gruppi parlamentari sulla controriforma neofascista della Costituzione.

Oltre al presidenzialismo e al federalismo, è il liberismo l’altro principio ispiratore della controriforma di D’Alema e Bassanini: la riduzione e la riorganizzazione dei ministeri, con la creazione delle agenzie, va incontro al principio del ritiro dello Stato da tutta una serie di competenze e doveri sociali, in favore del mercato capitalistico, che diventa il soggetto principale al posto dell’interesse pubblico. Emblematica in questo senso è la cancellazione dei dicasteri dell’Agricoltura e della Sanità, che presuppone il ritiro dello Stato, cioè del controllo pubblico, da questi due settori strategici per il paese e per la vita delle masse, e quindi la loro totale subordinazione agli interessi privati e alla speculazione.

In politica economica, D’Alema ha proseguito la linea di Prodi di attacco al welfare state, di riduzione dei diritti dei lavoratori, anche mediante norme limitative dello sciopero (2000), e di privatizzazione dell’economia.

Sottoscrisse perfino il documento di Tony Blair per il vertice di Lisbona, nel quale veniva sostenuta la necessità dei licenziamenti, ma poi ritirò la sua firma (2000).

Del resto, fin dall’inizio, nella sua ansia di legittimazione, il governo D’Alema ha svelato il suo carattere di continuità con le precedenti politiche di attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, con l’introduzione di ulteriori forme di precarizzazione e di flessibilità, che vanno da varie forme di contratti atipici fino ai patti d’area e l’apertura di agenzie di nuovo caporalato diffuso.

Ma il capolavoro del governo D’Alema sulla strada dello smantellamento delle conquiste sociali dei lavoratori in tanti anni di lotte e di sacrifici non finisce qui. Lungo è l’elenco:

  • finanziamento pubblico dell’impresa privata e della scuola confessionale e confindustriale,
  • la legge sulla sussidiarietà del servizio pubblico con istituti privatistici,
  • la privatizzazioni a tutto vantaggio delle imprese,
  • la costruzione dell’esercito professionale, e la riforma dell’esercito italiano con la determinazione dell’autonomia del corpo dei Carabinieri in prospettiva della repressione dei movimenti,
  • taglio delle spese sanitarie e finanziamento di spese di carattere militare, (progetto di costruzione di un nuovo aereo da guerra),
  • tagli di finanziamento a enti locali, alla scuola pubblica, al sistema dei trasporti pubblici, al personale nel pubblico impiego,
  • la legge aberrante che riguarda l’allargamento dei termini di carcerazione preventiva da 18 mesi a 2 anni.

E che cosa possiamo dire del caso Ocalan?

Quando Abdullah Ocalan si rifugiò in Italia, il governo D’Alema, assecondando le pressioni che venivano dal segretario di stato Usa Madeleine K. Albright, si affrettò ad attribuire al leader kurdo la qualifica di “terrorista” (novembre 1998) per non riconoscergli lo status di rifugiato – “è apparso con chiarezza che non vi erano le condizioni […] per concedere l’asilo politico” (“Corriere della sera”, 20 febbraio 1999). Una decisione giudiziaria, arrivata dopo che l’esule era stato costretto a lasciare l’Italia, riconobbe, invece, che quelle condizioni esistevano. Una pagina vergognosa di tradimento, non solo di un combattente contro l’oppressione, ma di un popolo intero, in cambio della legittimazione del governo da parte degli Usa. Un atto spregevole e un atto servile.

E che dire del sostegno attivo alla guerra in Yugoslavia?

Il coinvolgimento nel conflitto si caratterizzò, sin dall’inizio, come ampio e senza riserve: “Quando la Nato deciderà di intervenire, noi saremo coi nostri alleati“, e quanto alle basi, D’Alema affermò che “non c’è bisogno di concederle, dal momento che facciamo parte dell’alleanza“( dai quotidiani italiani del 19 gennaio 1999). L’approvazione da parte del Presidente del consiglio persino del bombardamento della televisione di Belgrado fece scrivere a Luigi Pintor che “il governo D’Alema, le sue politiche e il suo messaggio, hanno avuto un effetto demolitore“, avendo preso “la guerra, anzi il suo elogio, come occasione di prestigio internazionale” (“il Manifesto”, 24 agosto 1999).

Delle devastazioni, delle morti, della “pulizia etnica” praticata dall’UCK nel Kosovo “liberato”, delle terrificanti contaminazioni chimiche e radioattive, del’Uranio impoverito, di cui si scopre la nocività anche su chi vi è stato a contatto per poco tempo, provocate dalla “ingerenza umanitaria” in Yugoslavia, D’Alema porta una responsabilità primaria.

Dunque, la sinistra storica ex comunista, che era condannata dai benpensanti a farsi perdonare ogni giorno di essere “cattiva”, è cambiata, finalmente!.

Inseguendo il mito della governabilità, che fu già di Craxi, questa “sinistra” è stata con D’Alema abilitata al governo, e allora ha dimostrato inequivocabilmente di essere morfologicamente mutata e di avere introiettato in modo irreversibile la cultura del neoliberismo, di essere più affidabile per tutti quei poteri economici, più o meno leciti, più o meno occulti, di essere facilmente condizionabile dalla ricerca dell’assenso politico da parte degli Stati Uniti, degli Alleati Atlantici, e di soggetti politici interni, campioni di conservatorismo come Francesco Cossiga.

La grande ragnatela ha avvolto la sinistra di governo!

In compenso la destra è rimasta sempre uguale a se stessa, forse un po’ più arrogante e tracotante di fronte al cambiamento antropologico di un buon numero di Italiani; questo cambiamento ha origine negli anni ‘80, ha provocato la nascita di un “pensiero debole”, consolidato dalla grancassa mass-mediatica piduista, e non.

La politica italiana, inoltre, con i suoi intrighi, sotterfugi, continue alleanze variabili opportunisticamente, rimpasti, scandali, mantiene una tale continuità di modalità nel tempo, da sembrare immutabile.

In tanto deserto di valori, di passioni civili e politiche, molti si sentono disorientati.

Molti non possono accettare la deriva di una ex sinistra…normalizzata, che si piega all’Impero americano, che ne sostiene le guerre colonialiste, che ha accettato il primato del mercato, per cui la cittadinanza si esaurisce nel circuito del consumo mercificato, per cui il diritto è salvaguardato solo per la proprietà, la rendita e la speculazione. Molti percepiscono l’insufficienza strutturale della sinistra italiana nel rappresentare le loro istanze ideali e culturali. Si è determinato così un vuoto, uno scollamento che non ha sbocco, se non nel ritorno al privato e alla passività. E’ una perdita enorme per la vita politica, sociale e civile. Con la perdita dei valori etici e sociali si è aperta una crepa, in cui, senza trovare resistenza, si sono insinuati i nuovi miti del consumismo. Il pensiero, impigrito, si adegua facilmente alle mode.

L’intolleranza e il razzismo mostrano sempre più chiaramente la loro faccia inquietante e feroce.

Quelli di destra, antropologicamente di destra, hanno trovato in Berlusconi l’uomo forte, e si mobilitano, lo votano convinti. La destra vince, nonostante le enormi bugie di Berlusconi, i suoi conflitti di interesse, le mille ombre imbarazzanti, anche perché tanta parte di Italiani si occupa solo dei propri interessi e ammira “chi è più furbo”, chi si è arricchito, anche con lo sfruttamento, anche senza pagare le tasse…

La parola d’ordine è: “arricchitevi in qualsiasi modo, e le possibilità di farlo sono sotto ai vostri occhi: Silvio Berlusconi si è fatto da solo, a partire dal nulla!” ed è così che anche il diseredato, lo sfruttato trova il suo pezzetto di sogno.

Nel frattempo Berlusconi ha trascinato il dibattito sulle riforme elettorali per tre anni, prendendo tempo e ottenendo preziose concessioni a livello di televisioni e giustizia. Grazie a prestiti bancari, e vendendo quote della sua compagnia a investitori esterni, ha ricostituito l’assetto finanziario della sua impresa, ridenominandola Mediaset. Per di più, Berlusconi è riuscito ad evitare l’arresto di suoi collaboratori fidati, come Dell’Utri, e a persuadere in seguito Massimo D’Alema ad attuare una serie di variazioni nel sistema della giustizia penale, modifiche queste che sono andate largamente a vantaggio di Mediaset.

C’è stata una grossolana sottovalutazione del problema “Berlusconi” da parte del centrosinistra, e al Cavaliere sono stati approntati ponti d’oro con la riforma elettorale maggioritaria, voluta fortemente dai DS, una legge “truffa” che ha consentito alla compagine di Berlusconi di ottenere una maggioranza dei seggi in Parlamento ben più ampia dei consensi ricevuti dalla sua “Casa delle libertà”, e di formare il governo attuale di centro destra. Così, dopo il governo Amato, durato un anno, in cui venne approvata la legge di riforma costituzionale per il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni.

10. Berlusconi vince le elezioni del 2001

Il 13 maggio del 2001, la nuova coalizione dell’Ulivo, guidata da Francesco Rutelli, verrà sconfitta dal centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi.

Gli Italiani, nonostante con le indagini della magistratura fossero emersi i traffici illeciti di Berlusconi almeno fin dal 1994, con le elezioni del 13 maggio 2001, hanno accresciuto a dismisura il potere suo e dei suoi collaboratori. Eppure i problemi con la giustizia di Berlusconi e dei suoi sodali avevano paralizzato il paese per sette mesi.

E’ sorprendente che una buona parte degli Italiani sembri soddisfatta e sicura che un imprenditore “fatto da sé” risolverà i problemi dell’Azienda Italia e soprattutto i suoi problemi di cittadino.

Avviene così che molti Italiani sappiano tutto sul calcio e ne discutano animatamente, mentre non sanno che le prime riforme del governo in nome del cambiamento, in realtà, sono state attivate per assicurare immunità, depenalizzazioni, arricchimenti, sgravi fiscali, abolizione della tassa sulle eredità miliardarie, fondi pubblici a vantaggio dei privati, di ceti privilegiati, di confessioni religiose, di monopoli e oligopoli. Anche questa volta Berlusconi si è affrettato a ripristinare il Ministero delle comunicazioni per la difesa del monopolio privato della comunicazione, e tenterà di ridurre la libertà e il pluralismo della Rai, ente importante per l’informazione e la formazione culturale degli Italiani.

Si vuole in questo modo mettere il bavaglio a quel poco di pensiero critico ancora rimasto in Italia per una più rapida omologazione al pensiero unico. Su questa strada si procede celermente con l’apertura della scuola alle gerarchie ecclesiastiche e alla Compagnia delle Opere.

Il ministro Urbani, al riparo dai rumori della “ribalta”, interviene sul mondo della cultura per sottomettere le ultime ridotte alla ideologia del vincitore, per portare a compimento l’egemonia culturale della destra, come dimostra anche la sostituzione alla direzione dell’Ente Cinema, avvenuta da poco, di Miccichè con Alberoni, il sociologo dei salotti “buoni” del periodo di Craxi, il sociologo televisivo, il nuovo intellettuale del “pensiero debole”, organico al potere degli anni ’80, che ha preparato il terreno fertile per l’avanzata del pensiero unico.

Berlusconi ha proposto, inoltre, una soluzione del conflitto d’interessi che gli permetta di scegliersi i controllori.

Siamo in presenza di una grave discrepanza tra i tempi lunghi delle procedure giudiziarie, per cui non si è attuato nessun provvedimento, e la velocità con cui la maggioranza ha introdotto nei primi mesi della sua attività parlamentare leggi atte a risolvere i problemi giudiziari del suo Presidente e dei suoi collaboratori, per le discutibili iniziative che gli sono valse numerose accuse di violazione della legge penale. Questa discrepanza evidenzia in maniera inequivocabile il conflitto di interessi non leciti che oppongono questa maggioranza al regolare corso della giustizia e alla Magistratura.

Le prime misure legislative di questa nuova maggioranza della “Casa delle libertà” sono state introdotte in materia:

  • di falso in bilancio, anche per i processi in corso, con cui si è oscurata la trasparenza del mercato, ma vengono consolidati i consensi d’impresa, grande e piccola;
  • di rientro dei capitali dall’estero, con cui si sono premiate quelle società, imprese, e congreghe criminali che, negli anni, hanno costituito all’estero “fondi neri” destinati alla corruzione o all’evasione fiscale;
  • di legge sulle rogatorie, con cui si sono pregiudicati i processi contro quel crimine organizzato, capace di trasferire cospicui capitali all’estero.

La rogatoria internazionale è uno strumento di comunicazione processuale fra autorità giudiziarie di Paesi diversi, che permette di utilizzare documenti (spesso si tratta di documenti bancari) trovati all’estero o di compiere, sempre all’estero, atti giuridicamente validi nel Paese sede del processo. La nuova legge approvata fra le polemiche in ottobre e criticata anche all’estero, stabilisce la non utilizzabilità dei documenti ottenuti tramite rogatoria anche in caso di minima irregolarità formale, cosa frequente in presenza di ordinamenti e procedure spesso diverse. Le voci critiche sottolineano il rischio di indebolire il lavoro della magistratura inquirente, e quello di vanificare il lavoro fin qui svolto in numerosi processi in corso. Infatti Cesare Previti e altri due imputati del processo per il cosiddetto “Lodo Mondadori” hanno chiesto con tempestività ai giudici di non utilizzare i documenti ottenuti dalla procura all’estero. Si tratta dell’ennesima richiesta del genere presentata in questo senso, dopo l’approvazione da parte del Parlamento della contestata legge che ha cambiato, con valore anche retroattivo, le regole di validità dei documenti ottenuti tramite rogatoria internazionale.

L’on.Previti, che è deputato di Forza Italia ed è stato ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, accusa di prevenzione nei suoi confronti la magistratura.

La non utilizzabilità delle rogatorie, la ricusazione dei giudici, come nel processo della transazione Imi-Sir , l’intervento del Ministro della Giustizia Castelli per sollevare dall’incarico il giudice Brambilla dal processo Sme, (il presidente della Corte di appello di Milano ha disposto che il giudice sia applicato al collegio del processo Sme), la legittima suspicione (un processo in una sede non idonea) e altri stratagemmi sono messi in opera dai difensori di Previti e coimputati per arrivare alla prescrizione dei processi per decorrenza dei tempi. A questo proposito Saverio Borrelli ha affermato: “Imputati e difensori a volte fanno di tutto per rallentare i meccanismi processuali. E certo le sorti di questi processi sono a rischio a causa di queste manovre dilatorie“.

In soli tre mesi il guardasigilli leghista Castelli ha riformato la procedura sul falso in bilancio in dodici articoli, che risolvono gli specifici guai giudiziari di Silvio Berlusconi. Questa riforma serve a rendere nulli tre processi, in cui Berlusconi è imputato: il “caso del calciatore Lentini”, il secondo troncone “ALL Iberian” (due processi di primo grado), l’inchiesta sui bilanci consolidati dalla Fininvest nel periodo 1990-1996 (nella fase di udienza preliminare). L’avere sottoposto l’applicazione delle rogatorie alle forche caudine del Ministero di Grazia e Giustizia e del Ministero degli Esteri resta un fatto di inaudita e indebita ingerenza di altri poteri istituzionali sulla magistratura.

La volontà di controllo sui magistrati in materia di rogatorie è ribadita anche dalla circolare inviata ai giudici il 21 dicembre 2001 dal nuovo direttore generale degli affari penali, il giudice Augusta Iannini, con cui il Ministero della Giustizia dà ai Magistrati l’avvertimento di applicare la legge sulle rogatorie in modo adeguato, previe iniziative disciplinari, violando il principio basilare che l’interpretazione delle leggi spetta ai magistrati e non ai burocrati ministeriali.

Da ricordare che il giudice Augusta Iannini è la moglie di un “certo” Bruno Vespa, giornalista di inclinazioni politiche “non ben note”, e colei che ordinò l’arresto di C. De Benedetti per la fornitura di vecchi telex alle poste.

De Benedetti è colui che nel processo per il lodo Mondadori accusa Berlusconi di avere comprato la decisione del tribunale di Roma per entrare in possesso della Mondadori.

Grandi lotte dell’alta borghesia per l’acquisizione del potere!

Per evitare i processi all’amico Cesare Previti, e ai suoi amici e collaboratori, dunque, Berlusconi fa pesare la sua leadership di una maggioranza di governo capace di cambiare le leggi, di depenalizzare i reati, di far mutare le forme del processo, di far approvare a un ramo del Parlamento risoluzioni contro i suoi giudici.

Agisce con l’arroganza di un potere che si reputa talmente al di sopra della legge da minacciare di arresto o di provvedimenti disciplinari quei magistrati, rei di non applicare la legge sulle rogatorie secondo il volere dell’esecutivo, come se l’interpretazione delle leggi non fosse prerogativa del giudice a garanzia della divisione dei poteri e della uguaglianza della legge per tutti.

Del resto Berlusconi non fa mistero su questi inquietanti propositi, quando afferma che la legge sulle rogatorie è la risposta legittima al tentativo di giudicarlo sulla base di documenti falsi. Se così fosse, perché si vuole sottrarre al processo?

E che dire sul veto posto dal governo italiano sul mandato di cattura europeo?

Si vuole impedire che il mandato di cattura europeo venga esteso ai reati di frode, corruzione e riciclaggio di denaro sporco.

Poiché il riciclaggio è centrale nelle indagini di mafia, si può arguire che ancora una volta con questo veto si voglia garantire tutti gli interessi del blocco di potere che ha portato questa maggioranza al governo, gli interessi di corruttori, riciclatori, mafia. Proprio in questi giorni, come denunciato dal magistrato palermitano del pool antimafia Sabella, (ora capo dell’Ufficio centrale dell’Ispettorato delle carceri, essendo da due anni distaccato al dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria), si sta trattando all’interno delle carceri da parte dei mafiosi sul tema della dissociazione, per arrivare all’approvazione di una legge in merito.

Un gruppo di boss detenuti, sottoposti al regime speciale, previsto dall’articolo “41 bis”, cerca di ottenere attraverso questa via dei vantaggi vitali: riduzione della pena, restituzione dei patrimoni confiscati, uscita dal regime del carcere duro e quindi possibilità di comunicare con l’esterno. Inoltre alla mafia verrebbe conferita la dignità politica di un’ideologia e il valore dell’omertà.

Alcuni messaggi giornalistici riportano la volontà di Bernardo Provenzano, ammalato, di costituirsi in una struttura ospedaliera della Sicilia in cambio del riconoscimento ai mafiosi della possibilità di dissociazione, con i vantaggi di cui sopra.

Proprio ora veniamo a sapere dal procuratore di Palermo Piero Grasso che da due anni giace al Senato una proposta di legge col numero di protocollo 2843, che prevede la possibilità della dissociazione per i mafiosi e il mantenimento dei loro patrimoni.

Melchiorre Cerami del Ccd, senatore siciliano, eletto nel collegio di Sciacca, è il primo firmatario della proposta di legge.

Il Polo nel 2000, quando era all’opposizione, tentò di fare passare questa proposta di legge di Cerami tra gli emendamenti della nuova legge sui pentiti, ma fu costretto a ritirarla per la ferma opposizione di Ayala, sottosegretario alla giustizia. I tempi ora sembrano maturi per accelerare l’iter di questa legge ed ecco la mafia esercitare pressioni in tal senso su una maggioranza, che, essendo schiacciante, ha tutta la possibilità di mettere in atto qualsiasi riforma.

Proprio due anni fa, anche l’avvocato Taormina si dichiarò favorevole ad una legge sulla dissociazione. Si sa che Taormina, quello che tuona contro i magistrati, quello che difende i mafiosi, ha già scritto quattrocento pagine della “grande riforma” della giustizia. Tra i punti della riforma ci sono l’abolizione della direzione nazionale antimafia e delle direzioni distrettuali antimafia.

Comunque, una buona mano al governo in carica e alla mafia l’ha data ancora una volta la passata legislatura, approvando leggi che sembrano tanti regali ai boss: l’introduzione dell’obbligo per i testimoni di ripetere in aula le accuse(art.513), la legge sui pentiti, l’abolizione dell’ergastolo. Se verrà approvata la legge sulla dissociazione, assieme alle altre leggi recenti, avremo una bella “legge quadro” in favore della mafia e del crimine.

Inoltre sono mesi che il centro destra diffama la magistratura, descrivendola come una fazione di toghe rosse e gruppo di persecutori, con l’obiettivo evidente di delegittimare l’ordine giudiziario e avviare una rapida riforma in modo da sottomettere tale organo al potere esecutivo, ottenendo almeno due risultati:difendere gli interessi di Cesare Previti, che nella sua caduta può trascinare il Presidente del Consiglio, e del suo antico sodale Silvio Berlusconi, e l’accelerazione dell’attuazione del “Piano di rinascita democratica” di Gelli, anche per quel che riguarda la Magistratura.

Col processo di Milano a Previti e Berlusconi si esperimentano, inoltre, i modi del controllo politico dell’esecutivo sulla magistratura per un futuro annullamento dell’organo di autogoverno, e per la sottomissione della Magistratura all’esecutivo in un regime parafascista.

Appiccicare etichette infamanti ai magistrati che danno fastidio, perché lavorano bene, hanno scoperto, possono scoprire o confermare verità scomode, è il mestiere migliore per provare a bloccarli.” (Giovanni Verde, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura).

Cercare di strappare le inchieste scottanti ai giudici coraggiosi e imparziali è costume antico da parte di chi si reputa al di sopra della legge.

Scrive il giornalista Pansa, nel non lontano 1990, nel suo libro “Il Regime”: “Ogni volta che un giudice aveva tentato di aprire la botola dove sibila la Politica del serpente, questo giudice l’avevano fermato.”

Infatti, al 1990, c’era chi era già stato ucciso, come V. Occorsio, G. Costa, C. Terranova, R. Chinnici, M. Amato.

C’era chi era scampato, solo per caso, all’assassinio, come Carlo Palermo e Giovanni Falcone (il giudice che fra poco morirà dilaniato con moglie e scorta da una bomba mafiosa). C’era chi era stato accusato di essere un giudice “rosso”, come Libero Mancuso, come alcuni giudici oggi, a cui sono state tolte anche le scorte. C’era, infine, chi si era visto strappare l’inchiesta sulla base di cento ragioni sempre diverse, ma dall’esito sempre uguale: l’alto là nella ricerca dei colpevoli.

Sul finire degli anni novanta il giudice da bruciare era Felice Casson, che da Venezia indagava sulla strage di Peteano e sui misteri di Gladio. Venne diffamato da più parti, ma l’attacco più pericoloso per l’autonomia dei giudici venne da quella istituzione che dovrebbe essere super partes, la presidenza della Repubblica nelle vesti di Francesco Cossiga, che così si esprimeva: “…che poi significa che ogni ragazzino, che ha vinto il concorso, ritiene di dovere esercitare l’azione penale a dritto e a rovescio, come gli pare e piace, senza rispondere a nessuno“.

Incitato anche dai suoi fedelissimi uomini forti, tra cui Licio Gelli (amico e sodale di Berlusconi e di Craxi, tra gli altri) che lo invitava a mettersi ” a capo di un movimento politico degli onesti e dei galantuomini per liberare l’Italia da vandali e lanzichenecchi della politica “, Francesco Cossiga poté finalmente esprimere se stesso.

L’uomo della destra DC, il fautore della Repubblica presidenziale, il rappresentante delle gerarchie militari, riteneva giunto il momento di potere manifestare la sua avversione per l’impianto antifascista della Costituzione e di potere agire, di fronte allo sfascio dei partiti, per una sua modificazione in senso autoritario.

C’erano le esternazioni di Martelli e di Craxi, ogni volta che un giudice indagava su un più o meno presunto scandalo; ecco questi politici garantisti respingere ogni accusa, ad invocare misure contro i magistrati “comunisti”, a prendersela con i giornalisti!!

Vecchio costume, dunque, quello del potere politico, che si sente minacciato nei suoi privilegi, di tentare di delegittimare quella parte di magistratura che vuole agire in modo imparziale.

Oggi l’ex sottosegretario agli Interni Taormina può dichiarare: “Temo un golpe di quella parte dei magistrati organici alla Sinistra, un colpo di coda per buttare giù il governo“.

In una intervista televisiva ad Enzo Biagi, rilasciata il 21 novembre 2001, il sottosegretario per l’interno Carlo Taormina ha affermato: “C’è un manipolo di magistrati settari che hanno scorrazzato per la magistratura. Io punto a liberare il paese da queste escrescenze“.

In altre dichiarazioni il sottosegretario Taormina, convinto di interpretare l’opinione pubblica, invitava la procura della Repubblica di Brescia ad arrestare i giudici del tribunale di Milano, colpevoli di avere emesso una decisione da lui non condivisa, cioè la decisione di proseguire il processo SME-Ariosto. Il ministro Castelli rivela il vero ruolo di Taormina e il gioco delle parti nelle polemiche nella “Casa delle libertà”: “Tutto merito di Taormina. E’ lui che ha avuto il coraggio di sollevare la questione. Le polemiche e i fatti degli ultimi giorni mi hanno convinto che ormai era giunto il tempo di intervenire e che il luogo più adatto per farlo fosse il Parlamento.” E così – chiosa Mario Sechi che intervista il ministro – Taormina ha messo il detonatore e Castelli, per non essere da meno, ha fatto esplodere la carica.

Dopo il “caso Taormina”, il Governo accelera sulla riforma della giustizia. Berlusconi: “In sei mesi porteremo a casa il risultato“.

Uno dei cardini fondamentali della nostra democrazia, prevista dalla nostra Costituzione antifascista nell’articolo 104, è l’autogoverno dei giudici, a garanzia dell’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, che è stata conquistata solo nel 1958 con l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura. Ci sono voluti dieci anni di conflitti acerrimi tra le forze politiche che rappresentavano il movimento operaio e la destra democristiana che, proprio per ostacolare lo sviluppo in senso democratico della nostra Repubblica, contrastava l’attuazione di tale istituzione. Non è un caso che le stesse forze antidemocratiche di allora, proprio ora siano nuovamente all’attacco contro l’indipendenza della magistratura e dello statuto dei lavoratori, posto nel 1968, dopo molte lotte, a tutela dei diritti dei più deboli.

E’ interessante, a questo punto, leggere una parte del “Piano di rinascita democratica”, perché è illuminante per capire gli scopi degli attacchi di questi giorni, violenti e ignominiosi, di Taormina e del governo, contro la Magistratura:

Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Associazione Nazionale Magistrati) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate. E’ sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, già operativo nell’interno del corpo, anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società, e non già di evasione. Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un uomo politico (o di un gruppo) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di “ripresa democratica”, è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti. In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a 6 mesi ed anche a meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari.”

Ci sembra esattamente, il tempo che Berlusconi ha promesso di impiegare per la riforma della Magistratura

Il risultato finale di tutta l’operazione avrebbe dovuto restituire una magistratura più controllata (con la diversa regolamentazione degli accessi e delle carriere), meno autonoma (con la modifica del C.S.M.), con un pubblico ministero separato, e legato alla responsabilità politica del Ministro di giustizia.

Ora, i singoli processi milanesi e il complessivo sistema dei controlli di legalità possono essere neutralizzati da una maggioranza, tale da essere in grado di imporre un nuovo iter costituzionale e legislativo.

Inoltre, essendosi assunto la rappresentanza di tutti gli interessi criminali della sua base elettorale, Berlusconi deve pure assicurare anche a questi la sua stessa immunità o altri favori.

La diversità della fase politica di oggi, rispetto a quella degli anni ‘80-‘90, è evidente:

  • una schiacciante maggioranza parlamentare in grado di attuare rapidamente le riforme che ha in programma, incurante delle proteste dei lavoratori e degli antiliberisti;
  • un centrosinistra che, avendo un programma in larga parte simile a quello del centrodestra, non è in grado di esercitare una reale opposizione;
  • una maggioranza nel paese reale, che ha superato i traumi di Tangentopoli, assumendone i “valori”.

E’ sorprendete il fatto che molti non si rendano conto di come Berlusconi con la sua maggioranza governativa sia il nodo conclusivo e, per la sua stessa origine, naturalmente abilitato a operare da tutti quei poteri forti economici, più o meno occulti, più o meno legali che hanno manovrato in Italia in tutti questi anni per piegare il corso della politica italiana verso i loro obiettivi :

  • modificare la Costituzione italiana in senso autoritario e antidemocratico ;
  • attuare la loro Repubblica presidenziale, “la repubblica degli onesti”, come la chiamava Licio Gelli, quando incitava Francesco Cossiga a mettersi a capo di questo progetto, contro la Magistratura dei “giudici ragazzini”.

Un piano, quello di Gelli che, giova ricordarlo, si era formato fin dall’inizio della nostra Repubblica negli ambienti politici ed economici, militari e dei servizi segreti. Un gruppo consistente e potente, che temendo la democraticità e la “pericolosità” della nostra Costituzione, per la possibilità che dava alla sinistra di accedere al potere governativo attraverso le elezioni, si adopera fin da subito a creare le condizioni perché ciò non avvenisse, e per neutralizzare le richieste legittime della classe lavoratrice.

Scrive Gianni Flamini nel suo “Il partito del golpe”:

Nel 1973 Edgardo Sogno organizzò a Firenze sotto l’egida del suo “Comitato di resistenza democratica”, nei locali della “Nazione” del golpista Attilio Monti, un convegno sulla “rifondazione dello stato”.

Al convegno, finanziato anche dalla FIAT, intervennero personaggi con cariche pubbliche importanti, come il giudice costituzionale Vezio Crisafulli, il quale aprì i lavori affermando: “Il tema delle modificazioni costituzionali pone i seguenti problemi: repubblica presidenziale, abolizione dell’assurdo, ingombrante bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza.”

Tra gli altri intervennero sul medesimo tono Aldo Sandrelli, Domenico Fisichella, il componente del Consiglio Superiore della Magistratura Gianni Di Benedetto, Valerio Zanone, Antonio Patuelli.

Intervenne anche il consigliere speciale di Fanfani Antonio Lombardo,ex appartenente a Ordine nuovo, il quale pose il problema: costituzione antifascista o anticomunista?

Sogno teneva contatti con tutte le aree del golpismo bianco (Mar di Fumagalli,Rosa dei Venti,Europa 70) e nero (Fronte di Borghese,Ordine nuovo, eccetera) ed agiva in proprio,in stretto rapporto con l’Esercito e i Carabinieri.

Al convegno parteciparono, ad esempio, anche i democristiani del movimento “Europa 70”, Pietro Giubilo, Celso De Stefanis, Maurizio Gilardi, i quali affermarono: “Il periodo di centrosinistra ha prodotto più disastri nel nostro paese di una guerra e ha generato germi di dissoluzione, forze ed energie altamente incontrollabili. C’è la consapevolezza, molto più diffusa di quanto non si possa pensare, che la prima repubblica è finita“.

Nel concludere i lavori Edgardo Sogno, soddisfatto della generale accoglienza avuta dalla sua proposta di seconda repubblica presidenziale, mandò un messaggio a Giovanni Leone perché intervenisse anticipando i tempi, aggiungendo nella sua qualità di ambasciatore che ciò era auspicato anche negli Usa.

Il 22 agosto 1974 il PM di Torino Violante ordinò una perquisizione nella casa di Sogno, (che ebbe tempo di sparire), ritenendo che “Edgardo Sogno agisce per la costituzione di una organizzazione intesa a riunire tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali Ordine nuovo in epoca successiva al suo scioglimento”.

Nello stesso periodo, con un comunicato stampa congiunto, il MAR di Fumagalli, le SAM, Avanguardia Nazionale, Potere Nero dichiararono guerra allo Stato.

Il 28 luglio 1974, durante il congresso del PLI, Partito Liberale Italiano,Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi.

Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage sul treno “Italicus”, a San Benedetto Val di Sambro, linea ferroviaria Firenze-Bologna.

In un’abitazione del faccendiere Ferdinando Mach di Palmstein, arrestato nel 1994, fu trovato un dossier di sessanta pagine, intitolato “Costituzione rivista e rivoluzionata”, redatto da Salvatore Spinello, Gran Maestro della Massoneria, che agli inquirenti confessò di avere scritto il documento, lautamente ricompensato. Si tratta di un documento molto simile al “Piano di rinascita democratica”, che prevede la stessa riforma della magistratura e l’avvento della Repubblica presidenziale, le stesse riforme oggi annunciate da Berlusconi.

Stragi, attentati e intrighi, scenari agghiaccianti tessuti da molti settori politici ed economici italiani e stranieri fin dall’inizio della Repubblica italiana per imprimere alla nostra nazione una svolta politico-sociale conforme ai loro interessi politici ed economici.

Ormai sappiamo quanto vasto fosse il fronte golpista, e come questo fronte si sia, in un certo senso, rafforzato, pur avendo cambiato strategia, data la fase politica e sociale del nostro paese favorevole a certi poteri economici dominanti.

L’attacco contro l’intero sistema contrattuale dei lavoratori e contro i loro diritti definiti negli anni ’60 e ’70, è stato fin da subito l’obiettivo primario della classe padronale, che negli anni ’80, “regnante” Craxi, era riuscita ad ottenere l’abolizione della scala mobile.

Durante gli anni ’80 il sistema delle imprese aveva progressivamente affinato un rapporto di “mutualità” con il sistema politico dominante.

Il mondo dell’imprenditorialità aveva consolidato un legame d’affari, al bordo della Legge, con il mondo della politica, che in seguito è sfociato in Tangentopoli. Negli anni ’90, la Confindustria ha ritirato ogni delega al sistema politico e si è presentata sulla scena come soggetto indipendente. L’offensiva ha sempre più coinvolto il contratto nazionale, con il suo potenziale di unificazione dei diritti, delle condizioni di lavoro e dei salari in tutto il paese, con la sua obiettiva funzione di contro tendenza rispetto ai meccanismi del liberismo selvaggio. Quindi l’attuale offensiva padronale si volge contro lo Statuto dei diritti di lavoratori, contro l’essenza stessa dei diritti conquistati negli anni ’60 e ’70.

Il grande capitale con l’inserimento del centrosinistra nell’area di governo ha ricercato, non tanto dei benefici economici, quanto invece la paralisi del movimento operaio e l’indebolimento delle sue organizzazioni, così da poter riprovare a colpire i lavoratori frontalmente, in condizioni più favorevoli con un rinnovato schieramento di centro-destra.

Il governo di centrosinistra ha corrisposto alle aspettative del capitale, paralizzando i sindacati e inducendo i lavoratori a delegare sempre più la rappresentanza dei propri interessi ai giochi parlamentari e istituzionali.

I padroni hanno potuto, così, sferrare con maggiore facilità i colpi contro i lavoratori e i loro organismi. Basti pensare a quanto accaduto alla Fiat, nelle tante fabbriche in cui si è continuato a licenziare, o alla vicenda del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La forza organizzata e l’unità della classe operaia è stata ulteriormente frantumata e indebolita, con grande soddisfazione di quei “poteri forti”, la grande e media industria, in commistione con la piccola industria dei padroncini, leghisti e loro omologhi, che si stavano preparando per tornar all’assalto contro le condizioni di vita dei lavoratori.

In tutto ciò il movimento operaio italiano ha imboccato una strada già percorsa in altri paesi europei con risultati fallimentari, perché i governi di centrosinistra hanno predisposto, con la smobilitazione del proletariato, un terreno più duttile all’attacco capitalistico, consegnando ampi strati di lavoratori alla demagogia delle destre. Era già accaduto in Francia, in Spagna, in Inghilterra. Ora è avvenuto anche in Italia, con una di quelle tipiche accelerazioni che caratterizzano lo scontro politico nell’epoca dell’imperialismo.

Mentre il centrosinistra era impantanato nelle sabbie mobili della politica richiesta dal capitalismo, Berlusconi ha saputo tessere la sua tela e compattare le varie fazioni borghesi, per guidare tutta la classe capitalistica ad un attacco frontale contro i lavoratori.

Il Partito politico-aziendale “Forza Italia” del Cavaliere Berlusconi con i suoi alleati, ora, è così compatto da costituire un vero e proprio club, che può procedere celermente verso mutamenti istituzionali e sociali sul modello del progetto di “Rinascita Democratica”, presentato da Licio Gelli, ma evidente frutto dell’elaborazione di esperti costituzionalisti, di industriali, di esperti della comunicazione e di politici interni alla DC e ai partiti che avevano concorso alla formazione del pentapartito, al governo di centro-sinistra.

Il Piano di “Rinascita Democratica” fissava, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo termine, i punti necessari per il raggiungimento dello scopo e indicava gli obiettivi da tenere presenti: i partiti, i sindacati, il Governo, la Magistratura, il Parlamento. Partiti, stampa e sindacati dovevano, fin da subito, (anni ’70), essere oggetto di quella opera di “penetrazione” da parte di persone di fiducia che, con un costo prevedibile di trenta o quaranta miliardi, avrebbero potuto assicurare il controllo degli apparati, rendendoli disponibili all’operazione di salvataggio, obiettivo del Piano. Il resto del documento analizzava ogni settore, individuando gli obiettivi da raggiungere immediatamente, o in tempi più lunghi.

Tale disamina è preceduta da una premessa: “Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club, di natura rotaryana per l’omogeneità dei componenti, ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di trenta o quaranta unità.

A tappe successive, con strategie diverse, la ragnatela dello “Stato parallelo” è riuscita a ad impadronirsi del potere politico ed economico del Paese e a realizzare il suo Piano.

“Ci avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete. Tutti noi che ci siamo occupati di stragi, di poteri occulti ne siamo usciti con le ossa rotte. Abbiamo lavorato in condizioni difficili, in un clima di aggressione. Sono cose che lasciano il segno. Per qualche tempo ci siamo illusi di rappresentare uno Stato che avesse la volontà di fare luce su crimini mostruosi. Poi io ho capito: non è possibile fare giustizia su fatti che sono tragedie umane, per il numero elevatissimo di vittime innocenti, ma anche tragedie storiche, per ciò che hanno significato per il nostro assetto democratico” Libero Mancuso (magistrato, Pm al processo di primo grado per le bombe del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna)

11. Sintesi del Piano di “Rinascita Democratica”, elaborato dalla Loggia massonica segreta P2, del Gran Maestro Licio Gelli.

Il Piano di “Rinascita Democratica” si apre con una premessa di ordine politico generale, seguita da una seconda parte di ordine programmatico.

Premessa:

  • La situazione politica italiana è caratterizzata dalla non governabilità e dalla conflittualità sociale incontrollata.
  • La crisi economica viene aggravata dai salari troppo alti e dalla produttività del lavoro troppo bassa.
  • Alla crisi economica si affianca una crisi morale, dovuta alla ‘crisi’ della famiglia ed alla laicizzazione dei costumi.
  • L’incapacità di direzione politica della DC in crisi, con le Confederazioni Sindacali costrette a governare l’anarchismo sociale, può portare a conseguenze negative, già conosciute nel passato in vari Paesi, come in Russia nel 1917, in Italia nel 1922 ed in Germania nel 1933. La Francia, nel 1958, si salvò grazie al Generale De Gaulle.
  • In Italia il PCI fa il doppio gioco, mostra la faccia democratica, mentre sappiamo che esiste un piano del KGB per prendere il potere. Le elezioni mostrano questa escalation.
  • All’avanzata del PCI corrisponde una crisi della DC, col pericolo di una polarizzazione di voti a destra, evento che può scatenare la guerra civile.
  • D’altro canto l’Italia è inserita nel sistema di alleanze occidentali e una presa del potere da parte del PCI potrebbe scatenare un conflitto internazionale.
  • Si tenga presente, a questo proposito, la posizione strategica dell’Italia nell’area petrolifera mediterranea.
  • La situazione è gravissima, non possiamo starcene con le mani in mano ed attendere gli eventi. Dobbiamo favorire il formarsi di due schieramenti politici, uno social-laburista ed uno conservatore, favorendo lo scongelamento dei voti del MSI.
  • I tempi sono stretti, è necessario quindi puntare sullo schieramento dei partiti esistenti: PSI, PRI, DC, PLI e PSDI.

Segue un’analisi della crisi della DC, scritta da una mano e con un tono molto interni al partito.

Gli elementi principali di crisi della DC vengono individuati nel distacco dalla Chiesa, nel benessere che ha provocato l’allontanamento di intere categorie sociali, nelle lotte intestine tra le correnti e nella questione morale:

  • La rifondazione della DC deve quindi passare attraverso un nuovo assetto territoriale (clubs territoriali e settoriali) per instaurare un nuovo rapporto coi ceti medi, e attraverso la formazione culturale e teorica dei quadri.

In conclusione del documento l’estensore, che evidentemente conosce bene l’ambiente democristiano, si preoccupa di aggiungere che saranno necessari almeno 10 miliardi (del 1976) per acquistare un numero di tessere sufficienti per controllare il partito:

  • Altri 10 miliardi saranno necessari per impedire l’unità sindacale, peggiore nemico della democrazia sostanziale, come testualmente indica il documento.

Segue la seconda parte del Piano di rinascita, più direttamente programmatica che, riassunta per argomenti, è stata integrata con le dichiarazioni di Licio Gelli, contenute nella famosa intervista al Corriere della sera del 5 ottobre 1980, fatta da Maurizio Costanzo, giornalista P2.

  • Collegamenti internazionali. E’ importante stabilire un collegamento stretto con la massoneria internazionale.
  • Partiti. I partiti da interessare al progetto sono PSI, PRI, DC, PSDI e PLI, verificando la disponibilità dei seguenti uomini: per il PSI, Craxi, Mancini, Mariani; per il PRI, Visentini e Bandiera; per il PSDI, Orlandi e Amadei; per la DC, Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti, Bisaglia; per il PLI, Cottone e Quilleri. Occorrerà uno stanziamento di 40 miliardi per far acquisire posizioni di preponderanza agli uomini sui quali punteremo nei rispettivi partiti.
  • Magistratura. Per la conquista di posizioni di potere nel Consiglio superiore, possiamo contare sulla presenza organizzata di Magistratura indipendente, di orientamento moderato e che conta sul 40% dei magistrati.
  • Sancire la responsabilità del Guardasigilli nei confronti del Governo, per l’operato del pubblico ministero. Nella sua responsabilità nei confronti del Governo, il pubblico ministero deve assumere un ruolo distinto da quello del giudice.
  • Modificare la costituzione nel senso di portare il Consiglio superiore della magistratura a rispondere nei confronti del Governo.
  • Modificare le norme sulla concessione della libertà provvisoria, rendendole meno permissive.
  • Introdurre la responsabilità civile del magistrato.
  • Divieto di nominare sulla stampa i magistrati investiti da procedimenti giudiziari.
  • Reintrodurre la soluzione meritocratica nella carriera dei magistrati.
  • Stampa e informazione. Dissolvere la Rai in nome della libertà di antenna, art.21 Costituzione, abolendone il monopolio.
  • Conquistare le televisioni via cavo, costituendo agenzie locali per il controllo delle emittenti.
  • Acquisire il controllo di alcuni settimanali, Europeo ecc., da gestire con la formula del Settimanale.
  • Legare al nostro progetto giornalisti delle seguenti testate: Corriere, Giorno, Giornale, La stampa, Resto del carlino, Messaggero, Il tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del mezzogiorno, Giornale di Sicilia, Europeo, Espresso, Panorama, Epoca, Oggi, Gente, Famiglia cristiana e, naturalmente, la Rai-tv. A questi giornalisti bisognerà dare l’indicazione di ‘simpatizzare’ coi nostri candidati nei partiti.

Nell’intervista al Corriere della sera, Gelli preciserà le posizioni, affermando che al Governo avrebbe dovuto andare un socialista ed alla Presidenza della repubblica un democristiano. Successivamente si riuscirà a ricostruire che i candidati erano rispettivamente Craxi e Andreotti

  • Stampa e informazione. Dissolvere la Rai in nome della libertà di antenna, art.21 Costituzione, abolendone il monopolio.
  • Conquistare le televisioni via cavo, costituendo agenzie locali per il controllo delle emittenti.
  • Acquisire il controllo di alcuni settimanali, Europeo ecc., da gestire con la formula del Settimanale.
  • Legare al nostro progetto giornalisti delle seguenti testate: Corriere, Giorno, Giornale, La stampa, Resto del carlino, Messaggero, Il tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del mezzogiorno, Giornale di Sicilia, Europeo, Espresso, Panorama, Epoca, Oggi, Gente, Famiglia cristiana e, naturalmente, la Rai-tv. A questi giornalisti bisognerà dare l’indicazione di ‘simpatizzare’ coi nostri candidati nei partiti.

Per quanto riguarda la stampa, nell’intervista del 1980 Gelli, in risposta ad una domanda fatta apposta da Costanzo, porterà un durissimo attacco a L’Espresso e Panorama che, su informazioni passate dai massoni di sinistra, nel 1976 condussero parecchie inchieste sulla massoneria e sul ruolo golpista svolto dalla P2.

  • Sindacati. Soltanto attraverso una scissione delle tre Confederazioni (definite, nell’originale del testo, Trimurti) sarà possibile costruire un vero sindacato, libera associazione di lavoratori, disposto alla collaborazione per realizzare gli obiettivi della produzione. Per favorire la rottura, possiamo puntare sulla intera UIL e sulla minoranza della CISL (Marini).
  • Inoltre è urgente passare all’attuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione, concernenti la regolamentazione giuridica del sindacato e del diritto di sciopero.
  • In materia di contrattazione si dovranno richiedere l’eliminazione delle festività infrasettimanali e la riduzione del costo del lavoro.
  • Successivamente dovremo valutare la possibilità di attuare la cogestione nelle aziende sul modello Germania.

Nella già citata intervista del 1980, Gelli rincarerà la dose nei confronti del sindacato, affermando: “La normativa e l’applicazione del cosiddetto Statuto dei lavoratori non ha bisogno di commenti. Mi sembra che l’Italia sia l’unica nazione in tutto il mondo ad avere una legge di questo tipo, ma i risultati dal 1970 ad oggi sono, purtroppo, più che evidenti. Certe conquiste ci ricordano che anche Pirro vantò la sua vittoria”.

  • Ordine pubblico. Bisogna ripristinare la possibilità, da parte delle forze dell’ordine, di interrogare direttamente i fermati (fermo di polizia).
  • Scuola. La disoccupazione intellettuale giovanile è pericolosa perché fomenta rivolte, è necessario quindi togliere valore legale al titolo di studio. L’egualitarismo nella scuola è un elemento di disgregazione, è necessario reintrodurre il merito come valutazione. Soltanto i più meritevoli devono poter accedere ai livelli superiori di istruzione. Per quanto riguarda la scuola, dobbiamo aggiornare il messaggio del presidente Leone.
  • Fisco. Abolire la nominatività dei titoli di ogni genere. Concedere forti sgravi fiscali ai capitali esteri per favorire gli investimenti nel nostro Paese. Prevedere forti sgravi fiscali per gli utili accantonati dalle aziende e reinvestiti come autofinanziamento. Ridurre le aliquote per i lavoratori dipendenti.
  • Pensioni. Vietare il pagamento della pensione prima dei 60 anni. Eliminare il cumulo di più pensioni. Controllo rigido delle pensioni di invalidità.
  • Costituzione e Presidenza della repubblica. Sancire la non rieleggibilità del Presidente, riducendone contemporaneamente il mandato a soli cinque anni ed eliminando anche il semestre bianco.
  • Governo e Parlamento. Qualora avessimo a primo ministro uno dei nostri candidati, evidentemente i tempi della nostra iniziativa potrebbero essere notevolmente accelerati e facilitati.
  • Varare urgentemente, in base all’art.95 della Costituzione, le leggi sulla Presidenza del consiglio e sulla nomina dei ministri, in modo che il Presidente del consiglio sia eletto dal Parlamento, introducendo la norma della sfiducia costruttiva (modifica costituzionale) e che i ministri vengano a perdere la qualifica di parlamentari, diventando collaboratori del Presidente del consiglio, suoi dipendenti, scelti sotto la propria responsabilità.
  • Riforma della Costituzione agli articoli 28, 97, 98, fondati sulla teoria dell’atto pubblico non amministrativo, sancendo la responsabilità personale, non politica, degli amministratori pubblici.
  • Istituire sessioni di dibattito parlamentare con corsie privilegiate da parte del governo, sancendo contemporaneamente la non emendabilità dei decreti legge.
  • Modifica della legge elettorale, istituendo collegi uninominali anche per la Camera, in modo da ridurre i deputati a 450 e i senatori a 250.
  • Modificare la funzione delle due Camere, assegnando ai deputati funzioni politiche ed ai senatori funzioni economiche e di controllo.
  • Modificare la legge di bilancio dello Stato, passando da quello di competenza a quello di cassa.

Modificare la contabilità degli enti locali, permettendo il consolidamento del loro debito, ma stabilendo vincoli rigidi sull’accensione di nuovi prestiti e sull’insieme della spesa.costituzione e Presidenza della repubblica. Sancire la non rieleggibilità del Presidente, riducendone contemporaneamente il mandato a soli cinque anni ed eliminando anche il semestre bianco.

Nel 1980, però, Gelli esprimerà una posizione molto più nettamente presidenzialista ed anticostituzionale. In materia presidenziale, con riferimento indiretto, alla domanda di Costanzo: “Sbaglio o in più occasioni lei si è espresso a favore di una repubblica presidenziale?” rispondeva: “Sì, anche in una relazione che inviai al presidente Leone”. La relazione terminava portando come esempio De Gaulle. Più avanti, in materia costituzionale, Gelli affermava: “Ma quando fossi eletto, il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione”.

Note bibliografiche

Aldo Giannulli: “Lo stato parallelo – Cronologia 1942-1992”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.9 di “Avvenimenti”.

Gianni Cipriani, Giuseppe De Lutiis: “I servizi segreti”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.13 di “Avvenimenti”.

Gianni Flamini: “Il partito del golpe”; Bovolenta editore.

AA.VV.: “Banda armata -La sentenza del giudice Casson su ‘Gladio'”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.48 di “Avvenimenti”.

Gian Pietro Testa: “Storia dell’Italia delle stragi – 1969-1993”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.30 di “Avvenimenti”.

Gian Pietro Testa: “Le stragi nere”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.8 di “Avvenimenti”.

Gian Pietro Testa: “La strage di Peteano”; ed.Einaudi.

Michele Gambino: “Cossiga – Biografia di un golpista”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.4 di “Avvenimenti”.

Michele Gambino: “La Loggia P2 – La storia e i documenti”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.12di “Avvenimenti”.

Michele Gambino, Edgardo Pellegrini: “I segreti della Massoneria”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.45 di “Avvenimenti”.

Gianni Flamini: “Il memoriale di Gelli”; ed.”L’Espresso”.

AA.VV.: “Andreotteide – Le denunce insabbiate. Le spiritosaggini. I verbali davanti alla Commissione P2”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.13 di “Avvenimenti”.

Sergio Flamigni, Michele Gambino: “Il caso Moro”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.6 di “Avvenimenti”.

Michele Gambino: “Craxi – Biografia non autorizzata di un giocatore di poker”; collana I libri dell’Altritalia; supplemento al n.20 di “Avvenimenti”.

Giampaolo Pansa: “Il regime”; Sperling & Kupfer Editori.

Antonio Cipriani, Gianni Cipriani: “Sovranità limitata”; Edizioni Associate, 1991

 

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LA RAGNATELA – DALLE TRAME NERE AL GOVERNO BERLUSCONI was last modified: febbraio 19th, 2015 by glianni70.it

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