La Raf e il sequestro Moro

La Raf e il sequestro Moro

La Raf e il sequestro Moro

Il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale (CSSEO) di Levico Terme, che dal 1997 svolge un’encomiabile attività di studio, di ricerca scientifica e di divulgazione sulla cultura e la storia dell’Europa centro-orientale e dell’ex Unione Sovietica, ha recentemente pubblicato il suo Working Paper No. 152 firmato da Fernando Orlandi e intitolato “Il Kgb e il terrorismo italiano: un memorandum del 1980”.

La Commissione per la divulgazione dei documenti e l’annuncio dell’affiliazione di cittadini bulgari con la Sicurezza di stato e i Servizi di intelligence dell’Esercito nazionale bulgaro [Комисия за разкриване на документите и за обявяване на принадлежност на български граждани към Държавна сигурност и разузнавателните служби на Българската народна армия], ha infatti pubblicato a Sofia un volume (il terzo della serie) intitolato Mezhdunarodniyat terorizam v dosietata na DS. Dokumentalen sbornik [Международният тероризам в досиетата на ДС. Документален сборник] (Il terrorismo internazionale nei file DS. Raccolta documentale), in cui sono riprodotti in anastatica 98 documenti (per complessive 461 pagine).

Il documento n. 14 è un memorandum redatto nel 1980 (presumibilmente verso la metà dell’anno) dal Kgb sul terrorismo italiano. Nel Working Paper non è specificato quale Direttorato del Kgb lo produsse.

Un passaggio del documento in particolare merita di essere analizzato.

«In terzo luogo il terrorismo italiano ha superato le frontiere nazionali. Nell’ultimo periodo si è avuta notizia di incontri che hanno avuto luogo fra rappresentanti delle organizzazioni terroriste di diversi paesi del mondo, ai quali hanno partecipato anche gli italiani. Soprattutto esistono numerose prove di contatti bilaterali. In particolare per il caso Moro, si è stabilito che alla preparazione del piano per il sequestro hanno partecipato membri del gruppo terrorista della Germania occidentale “Baader-Meinhof”».

Ora si è discusso a lungo nei trent’anni e passa che ci separano dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro (16 marzo – 9 maggio 1978) sui rapporti tra Brigate rosse e Raf.

Suggestive e mai compiutamente approfondite le analogie militari tra l’agguato di via Fani e quello del sequestro il 5 settembre 1977 a Colonia di Hanns Martin Schleyer (1/5/1915 – 19/10/1977).

Va ricordato anche che tra le primissime testimonianze raccolte da chi assisté all’eccidio dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro (l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci 42 anni; l’agente di polizia Giulio Rivera di 25 anni; il vice brigadiere di polizia Francesco Zizzi, 30 anni; l’agente di polizia Raffaele Iozzino di 25 anni; il maresciallo dei carabinieri Oreste Leopardi di 52 anni), qualcuno disse di aver sentito un terrorista parlare con accento tedesco.

A tal proposito risulta molto istruttivo passare in rassegna le edizioni speciali dei quotidiani del 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro o quelli del giorno successivo. È noto che a caldo, a ridosso di un evento traumatico, le reazioni dei testimoni e quelle dei cronisti, non risentono di elaborazioni ex post, nelle quali, come sappiamo, prevalgono spesso fattori non genuini e dal contenuto ideologico. In tal senso, nella prima pagina di Stampa Sera del 17 marzo comparve questo sottotitolo: “Rapito da commando con tedeschi?”, mentre a pagina due veniva sviluppato il ragionamento nel pezzo “Molti tedeschi nel commando?”:

«Qualcuno forse sapeva. Una ipotesi grave sta prendendo consistenza tra gli inquirenti: che a compiere la strage di via Mario Sani (sic) e a sequestrare l’on. Moro sia stato un commando paramilitare super addestrato giunto dall’estero e appoggiato da basisti italiani. Sarebbero molti gli elementi che conducono a questa convinzione. Il primo. Stamane sono ripresi a ritmo serrato gli interrogatori di quanti, e sono in molti, hanno assistito alla strage della scorta e al sequestro di Moro. Malgrado il riserbo degli investigatori è trapelato che nuove testimonianze avrebbero confermato che i terroristi tra di loro si esprimevano in una lingua straniera: probabilmente in tedesco. In particolare, uno degli attentatori, forse il capo, avrebbe impartito in tedesco secchi ordini ai suoi uomini. Il secondo. Nella mattinata è stata compiuta in via Sani (sic) una ricostruzione della tragedia. E anche in questo caso gli inquirenti non hanno più avuto dubbi sull’altissima professionalità di chi ha compiuto l’agguato. «Le armi usate — è stato detto — sono di uso difficilissimo. Occorrono lunghi addestramenti per diventarne completamente padroni e per potersene servire con l’assoluta precisione dimostrata». Non va dimenticato, che i terroristi hanno sparato con assoluta sicurezza, sterminando gli agenti di scorta e risparmiando Aldo Moro. Una mira infallibile, dunque, oltre a una preparazione bellica di primo piano. Il terzo. I servizi segreti tedeschi avrebbero avvertito i loro colleghi italiani di uno sconfinamento di terroristi dalla Germania in Italia. Un avvertimento che, com’è accaduto altre volte, non ha sufficientemente allarmato il Governo italiano. A questo proposito non si sono avute dalle autorità né conferme ma nemmeno smentite».

Sui collegamenti certi tra Br e Raf ha ragionato anche Stelio Marchese, ordinario di Storia Moderna all’Università di L’Aquila, nel suo eccellente libro “I collegamenti internazionali del terrorismo italiano – Dagli atti giudiziari”, Japadre Editore, 1989:

«è pur certo che i collegamenti con la Raf erano talmente regolari ed abituali che il travaso delle esperienze dovette pur esserci. Un elemento di prova è il famoso pulmino con targa tedesca PAN Y 521, visto nei pressi di Viterbo, da un ragazzo che notò dei mitra a bordo di una Mercedes, anch’essa con targa tedesca che seguiva il pulmino, il 21 marzo del ’78. Dalle informazioni ottenute dalla polizia tedesca si seppe che la targa non era del pulmino ma di una Volvo rimasta coinvolta in un incidente, che era proprietà di un terrorista tedesco, Norman Ehehalt, collegato a Willy Peter Stoll in regolare contatto con Moretti, coinvolto nel sequestro Schleyer ed ospitato dalle Br in Italia, secondo la testimonianza di Peci. Quando Stoll fu ucciso dalla polizia a Düsseldorf, in un ristorante cinese, aveva con sé documenti che provavano i suoi rapporti con terroristi italiani (Interrogatorio Morucci del 30 gennaio 1985. Corte d’Assise di Roma). La targa PAN Y 521 fu trovata bruciata nella tipografia di Norman Ehehalt. Costui, interrogato per rogatoria dal giudice istruttore di Roma, si rifiutò di rispondere, avvalorando l’ipotesi della presenza della macchina nei pressi di Viterbo in connessione con l’operazione Moro (Comm. Parl. d’Inchiesta su via fani ecc., Vol. I, pp.125-126 e interrogatorio Savasta del 5 maggio 1982. Corte d’Assise di Roma). Anche se Stoll non ha personalmente partecipato all’agguato di via Fani, la complessità dell’operazione e della ritirata in più tempi può avergli assegnato una parte in una fase dell’azione. È comunque sicuro che i contatti e la collaborazione tra il gruppo tedesco che sequestrò Schleyer e l’esecutivo delle Br furono intensi e continui. Quando fu arrestata Elisabeth Dickfon, anch’essa implicata nell’operazione Schleyer, aveva su di sé documenti italiani, sottratti al comune di Sala Comicina, dello stesso tipo di quelli trovati a Roma in via Gradoli (Interrogatorio Savasta, ibidem).

Anche in un memorandum del Foreign and Commonwealth Office del giugno 1978 intitolato »Italy: Red Brigades – Brigate Rosse« e desegretato dai National Archives di Kew nell’aprile 2008, nel capitolo dedicato ai collegamenti internazionali vi è un cenno alla necessità, rivendicata dalle Brigate Rosse, «di una maggiore collaborazione a livello internazionale con altri gruppi» oltre quella già avviata con la Raf tedesca e i Nuclei armati per l’autonomia (Napap) attivi in Francia. (ADNKronos, CASO MORO: DAGLI INFILTRATI ALLE ALLEANZE, DOSSIER FOREIGN OFFICE/ADNKRONOS = DESECRETATO MEMORANDUM SUL TERRORISMO IN ITALIA, 23/04/2008).

D’altronde la Raf veniva addirittura “pubblicizzata”, con tanto di slogan, nell’house organ delle Br Nuova Resistenza(Edizioni Sapere, Milano). Pubblicazione che uscì solo per due mesi nell’aprile e nel maggio 1971. Nel secondo numero troviamo appunto questo inquietante “piedino” a pagina 8:

“Non c’è dubbio che l’agguato di via Fani richiamava il modello operativo e l’esperienza di tecnica militare impiegati dalla Raf per il rapimento di [Hans Martin] Schleyer(17). […]. Con l’operazione Schleyer, la Raf aveva fatto scuola alle Br per il rapimento di Moro”(18).
Non sono certo casuali infatti, le strabilianti analogie tra l’operazione portata a termine dal gruppo tedesco e le “nostre” BR; e questo non vale solo per via Fani, ma anche per la gestione complessiva(19) del sequestro.
“Nell’agguato […] non c’era stato niente di originale, rispetto al manuale della Raf (salvo le ovvie varianti obbligate dalla diversità dei luoghi e dei percorsi). […]. La tecnica era quella dell’azione a cancelletto: interruzione del traffico con auto disposte trasversalmente alla strada, bloccandolo in entrambe le direzioni, così che il gruppo di fuoco potesse sparare senza intralci. Per creare ostacolo a fermare la corsa di Schleyer, i terroristi tedeschi avevano piazzato una Mercedes berlina nel mezzo della carreggiata (con accanto una carrozzina da neonato perché sembrasse un semplice incidente) sulla Vincenz Statz Strasse, subito dopo la curva che doveva compiere il loro bersaglio provenendo dalla Friedrich Schmidt Strasse […] l’inatteso ostacolo aveva provocato un tamponamento fra le auto di Schleyer e della sua scorta, e nello stesso istante, forse ancor prima che gli agenti potessero avvedersi della trappola, cinque o sei terroristi si erano avvicinati alle auto tamponate e avevano ucciso, mirando con cura, l’autista e i tre agenti di polizia, quindi avevano strappato il presidente della Confindustria tedesca dalla sua auto caricandolo su un furgoncino parcheggiato all’incrocio. In via Fani, le Br avevano messo in scena l’ostacolo a sorpresa di un’auto targata Corpo diplomatico, poi avevano seguito la stessa tecnica, quella dell’annientamento: almeno sei erano state le armi della Raf che avevano sparato a Colonia, e almeno sette quelle delle Br in via Fani; i bossoli trovati nella Vincenz Statz Strasse erano 112, in via Fani 93 (la differenza era dovuta alla più vigorosa reazione della scorta tedesca, che era riuscita a sparare 11 colpi, ma non è escluso che in via Fani alcuni bossoli siano scomparsi nella confusione sul posto seguita alla strage); 44 bossoli e 22 proiettili, o parti di proiettili, erano stati sparati e in gran parte messi a segno da una sola arma nella Vincenz Statz Strasse, 49 bossoli sono stati sparati da un solo killer in via Fani. Altre analogie: cinque erano stati gli automezzi impiegati nell’operazione Schleyer, sei o sette nell’operazione Moro (l’agguato di via Fani aveva comportato l’impiego di un maggior numero di uomini in quanto le strade erano a doppio senso, mentre l’agguato della Raf era avvenuto in una strada con il traffico a senso unico). […]. L’unica sostanziale differenza era nell’efficienza delle armi: 4 pistole mitragliatrici inceppate in via Fani, una solo pistola inceppata nella Vincenz Statz Strasse”(20).
“Inoltre, a far nascere il sospetto di un concorso di elementi stranieri […] [insieme al] […] rinvenimento sul luogo della strage di una borsa di fabbricazione tedesca, da cui alcuni aggressori avevano estratto pistole mitragliatrici, era stata l’affermazione secondo cui nel corso dell’operazione sarebbero stati impartiti ordini in tedesco […]” (21).
A confermare l’inusuale incremento di “usi e costumi” germanici tra via Fani e via Stresa quella tragica mattina, c’è anche il teste Ettore Tacco, interrogato dalla Digos il 31 marzo del 1978: “Intorno alle 8.10 Ettore Tacco stava bevendo un cognac presso il bar Cinzia di via Stresa, mentre al suo fianco un giovane di circa vent’anni a lui sconosciuto stava consumando un cappuccino. Si trattava di una persona con barba bionda non molto folta e ben tenuta, capelli castano-biondi, alto circa un metro e settanta, e dalla breve conversazione si accorse che parlava un italiano con accento tedesco”(22).
Il 17 marzo, giorno successivo al rapimento, vennero addirittura fatte delle rivendicazioni a nome Banda Baader Meinhof: il nome con cui veniva comunemente identificata la RAF.
“Paola Fabretti, segretaria del Gr2 Rai, intorno alle 8.45 del 17 marzo rispose a una telefonata giunta in redazione. Dall’altro capo del telefono, una voce maschile dall’accento straniero disse: «Banda Baader Meinhof. Abbiamo Moro con noi. vogliamo in cambio la libertà di tutti i brigatisti a Torino e poi tre miliardi in marchi tedeschi in pezzi da diecimila e da centomila. Moro sta bene. Ritelefoneremo».
Verso le 12.00 [sempre del 17 marzo] Carla Tagliarini, giornalista della Zdf, la seconda rete tedesca, ricevette in redazione la telefonata di un uomo che parlava abbastanza male la lingua e che trasmise il seguente messaggio «Qui è la banda Baader Meinhof. Abbiamo Moro con noi. Vogliamo in cambio la libertà di tutti i brigatisti a Torino e poi tre miliardi in marchi tedeschi in pezzi da diecimila e da centomila. Moro sta bene. Ritelefoneremo»”(23).
Il 19 maggio del 1978, a sequestro Moro concluso, “la televisione austriaca […] comunicava la probabile partecipazione di tre terroristi tedeschi all’agguato di via Fani, due donne ricercate e tale Christian Klar, responsabile del sequestro Schleyer […]”(24).
Altri membri della RAF sospettati di aver partecipato al massacro della scorta di Aldo Moro sono Elizabeth von Dick(25) e Willy Peter Stoll, anche loro coinvolti nel sequestro Schleyer.
L’episodio principale che legherebbe Stoll al rapimento dell’on. Moro merita di essere raccontato nella sua interezza: “Nel pomeriggio [del 21 marzo 1978] […], un ragazzo di quindici anni, Roberto Lauricella, riferì, telefonando al 113, di avere notato un pulmino giallo e bianco con targa tedesca e due persone a bordo, seguito da una berlina Mercedes color caffellatte anch’essa con targa tedesca e cinque passeggeri. Di questa seconda vettura era stata aperta per un attimo la portiera posteriore sinistra e Lauricella aveva ritenuto di intravedere, tra le gambe di uno dei passeggeri, una «machine pistol». Il ragazzo fu in grado di indicare la targa del pulmino: PANY 521. […]. La Questura di Roma, informata, interessò, tramite l’Interpol la polizia tedesca. Il 24 marzo l’Interpol forniva due interessanti notizie: la targa segnalata non apparteneva ad un pulmino ma ad una autovettura Volvo; detta autovettura apparteneva a tale Norman Ehehalt, noto per avere prestato assistenza ad una associazione criminale e per la sua appartenenza ad un gruppo anarchico. […]. Sempre tramite l’Interpol, la polizia tedesca chiedeva di conoscere i motivi che avevano indotto la polizia italiana a richiedere le informazioni. Purtroppo nessuno provvide a dare disposizioni ai posti di frontiera perché fossero effettuati controlli al momento in cui i due automezzi avessero effettuato il rientro in patria. Il 6 aprile il ragazzo fu finalmente convocato dalla Questura di Viterbo per mettere a verbale la sua deposizione. Il 18 maggio la polizia tedesca rinvenne, nel corso di una perquisizione in una tipografia, le targhe PANY 521 bruciacchiate e piegate. Nessuna traccia fu invece trovata dell’autovettura Volvo.
Norman Ehehalt rifiutò di rispondere alle domande della polizia tedesca e successivamente all’interrogatorio per rogatoria del giudice istruttore di Roma [Imposimato]. La circostanza – successivamente riferita da[l brigatista Patrizio] Peci – che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll sarebbe stato in contatto con [Mario] Moretti […] [prima della] scoperta [fatta nell’ottobre del 1978] della base [milanese] di via Monte Nevoso, richiamò di nuovo l’attenzione sull’episodio di Viterbo. L’Interpol aveva infatti accertato – secondo quanto riferisce il giudice istruttore Imposimato nell’ordinanza di rinvio a giudizio dell’11 gennaio 1982 – l’esistenza di un rapporto tra Stoll e Ehehalt”(26).
“[…] Imposimato interpreterà il silenzio di Ehehalt «come un atto tendente a coprire Stoll, nel caso questi fosse stato uno degli occupanti delle macchine di Viterbo», mentre il collegamento con Moretti «induce alla ragionevole conclusione della probabile implicazione dello Stoll nell’impresa di via Fani»”(27).
“A conferma dei collegamenti di Stoll con i terroristi italiani, va sottolineato che, quando egli fu poi ucciso a Düsseldorf in un ristorante cinese, aveva con sé documenti concernenti tali rapporti”(28).
Le relazioni BR – RAF durante il sequestro Moro verranno convalidate anche da alcuni brigatisti, tra questi, Lauro Azzolini.
“[Azzolini confermò] di aver curato, su incarico del Comitato esecutivo, i rapporti con i rappresentanti della Raf durante i 55 giorni del sequestro Moro, attraverso periodici incontri con i terroristi tedeschi. «Venivano in Italia ogni quindici giorni», dirà l’ex brigatista del Comitato esecutivo, e durante quegli incontri lui li ammoniva a non prendere iniziative arbitrarie sul tipo di quella che la Raf aveva assunto durante il caso Schleyer (il dirottamento dell’aereo della Lufthansa a Mogadiscio), pregandoli di estendere l’invito anche ai «compagni palestinesi»: le Br, evidentemente, non desideravano che durante l’operazione Moro emergessero legami o connessioni di carattere internazionale”(29).
Di non pentiti il solo Prospero Gallinari ha riconosciuto che «i rapporti Br-Raf sono stati precedenti e successivi all’attacco di via Fani»”(30).
Un’affermazione impegnativa visto che l’Ufficio operazioni dello Stato maggiore del Comando generale dell’arma dei Carabinieri, riteneva assodato “[un] incontro in Roma, [a cui aveva partecipato Gallinari] […] del 15 novembre 1977 in un bar di via Appia Nuova, con un pregiudicato ricercato per più sequestri di persona [Antonio Nirta(31) ? Giustino De Vuono(32) ? Oppure qualche esponente della banda della Magliana ?], presentatogli da una giovane donna a nome Bruna, ventidue anni, romana […] abitante in detta via Appia Nuova. [Il Gallinari] [ha] proposto al medesimo di partecipare a un eclatante sequestro di persona a sfondo politico. Il pregiudicato non ha accolto la proposta, non ritenendola economicamente conveniente. In occasione del predetto incontro il Gallinari era accompagnato da un giovane tedesco, i cui connotati fanno presumere possa trattarsi del terrorista Sigmund Hoppe”.
Insomma, anche volendo sminuire il profondo significato di tutti questi eventi, che costituiscono di per se una prova logica evidente di una presenza straniera in via Fani, resta quantomeno l’assoluta certezza che i massimi responsabili delle Br si siano avvalsi, nella fase di elaborazione del piano, della consulenza(33) di esponenti dell’organizzazione tedesca.
A seguire, il motivo per cui questa presenza ha un’importantissima valenza storico-politica.

I rapporti Rote Armee Fraktion – STASI
«La STASI [il Ministero della Sicurezza di Stato della Germania Est] era in grado di padroneggiare molte delle organizzazioni rivoluzionari dell’Europa e del Medio Oriente. A cominciare dalla RAF, l’organizzazione terroristica che operava nella Germania Federale. Per anni avevamo pensato che la Rote Armee Fraktion fosse una formazione rivoluzionaria con una sua purezza, se così si può dire, cioè senza direzioni esterne. E invece, dopo la caduta del Muro, abbiamo scoperto che era pilotata dal servizio segreto della Germania Est, era una sua struttura armata. Ho potuto [Priore] rendermene conto anche personalmente, dopo la riunificazione delle due Germanie, visitando, primo fra gli europei occidentali, i vecchi archivi della Stasi […]. Non potevamo immaginare che quel servizio segreto riuscisse a seguire i membri di grandi organizzazioni internazionali, dalla Raf ai palestinesi di Settembre nero, in tutti i loro viaggi, in tutti i loro spostamenti, addirittura in tutte le loro comunicazioni e persino in tutte le loro telefonate. Aveva un’organizzazione capillare e, quando arriva la Stasi, i servizi degli altri paesi dell’Est cedevano il passo, oppure operavano secondo i modelli della Stasi stessa o secondo i suoi ordini. […] La Germania Est aveva […] un interesse specifico, in quanto nazione per molti anni non riconosciuta dai paesi occidentali, Italia compresa. Quindi, attraverso l’attività della sua intelligence esercitava il suo potere di condizionamento innanzitutto per indurre gli stati ad accettare la sua esistenza, e a riconoscerne il peso politico. Ma da un certo periodo in poi ebbe da Mosca anche una sorta di delega nel campo del terrorismo internazionale. […] La delega alla Germania Est […] coincide con la prima grave rottura tra il Pci e il mondo comunista orientale. La condanna da parte italiana dell’invasione della Cecoslovacchia, l’elezione di Enrico Berlinguer alla segreteria del Pci e il suo rifiuto di riconoscere la leadership moscovita sul movimento comunista internazionale erano molto di più di un semplice strappo. Erano tutti segnali di una vera e propria rottura strategica destinata a diventare più profonda. […]. Il pericolo rappresentato dall’eurocomunismo per i sistemi dell’Est fu percepito fin dal primo momento in tutta la sua devastante potenzialità. La Primavera di Praga, per quanto fosse stata repressa con i carri armati, costituiva ancora un pericolo per i regimi dell’Est. Dove quelle idee riformiste, portatrici di un socialismo dal volto umano, continuavano a fermentare nonostante il giro di vite brezneviano. Il rischio maggiore, paventato dagli analisti dei servizi segreti orientali, era che quei fermenti finissero per trovare un punto di riferimento nell’eurocomunismo, e che la politica di Berlinguer fungesse da detonatore di nuovi conflitti politici e sociali. Per una parte di quel mondo, Berlinguer costituiva un pericolo mortale»(34).
Tanto mortale che i servizi segreti bulgari cercheranno di eliminarlo a Sofia nell’ottobre del 1973; ma questa è un’altra storia.
Tornando a noi…
I suddetti contatti tra la RAF e la DDR verranno addirittura confermati dall’ex “numero due” della STASI Markus Wolf: una delle più grandi spie della guerra fredda.
“Questi scenari internazionali, che all’inizio sembrano evanescenti e vaghi, vengono descritti e spiegati a[l giudice] Imposimato da Wolf […] in un primo incontro che avviene a Berlino il 16 gennaio 2002, nel ristorante Bacco del toscano:
Wolf: Io ero nettamente contrario ad avere rapporti con i terroristi. E lo dissi al ministro Mielke [uno dei fondatori della STASI]. Ma egli rispose che gli uomini della Raf erano combattenti antifascisti, persone che lottavano contro il ritorno del nazismo in Germania. Per questo la Ddr li ha protetti per anni durante la latitanza, dopo gli attentati in Europa. Alla fine degli anni settanta il mio dipartimento collaborò con gruppi armati che giudicavano il terrorismo un efficace strumento di lotta politica.
Imposimato: A partire da quando iniziarono i rapporti con quelli della Raf?
Wolf: Non ebbi contatti diretti con questi gruppi; erano dei pazzi incontrollabili, se ne occuparono altri ufficiali della Stasi.
Imposimato: Quali erano questi gruppi?
Wolf: L’Organizzazione per la liberazione della Palestina; il sicario terrorista freelance Ilych Ramirez Sanchez, il cui primo nome era un omaggio a Lenin, meglio noto come Carlos […] e il gruppo tedesco occidentale della Rote Armee Fraktion, o Raf, e prima ancora la Banda Baader Meinhof. L’entusiasmo del servizio segreto della Germania orientale per queste forme di collaborazione variava da caso a caso. Anche il Fplp e il gruppo di Abu Nidal erano controllati dalla Stasi, anche se io ero contrario. Erano troppo violenti e radicali.
[…] Wolf: La Raf si avvalse della Germania orientale come di un santuario. I fondatori della banda, Andreas Baader e Ulrike Meinhof [nel 1972-73, N.d.A] furono protetti dalla Stasi. A trovare rifugio in Germania Est furono Susanna Albrecht, che aveva giustiziato con un amico di suo padre, Jurgen Ponto, direttore della Dresdner Bank. […] Anche i terroristi della Raf Khristian Klar e Sielke Maier Witt, coinvolti nel rapimento e nell’assassinio di Hans Martin Schleyer, furono accolti in Germania orientale. […] Inge Viett, Inge Nicolai e Ingrid Sipemann, anche loro della Raf, fuggirono dalla Germania occidentale in Cecoslovacchia e si trasferirono, con il consenso del ministro Erich Mielke, a Berlino Est»”(35).

 

17 – Schleyer, presidente degli industriali tedeschi ed ex SS, venne rapito a Colonia da un commando della RAF il 5 settembre del 1977. Verrà giustiziato, sempre dalla RAF, il 18 ottobre successivo.
18 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.
19 – Estratto dal libro-intervista del giornalista Giovanni Fasanella al giudice Rosario Priore:
“Lei ha detto che il sequestro Schleyer era un modello al quale le Br si ispirarono per l’operazione Moro. Quali modalità del primo ritroviamo nel secondo?
Diverse. Io [Priore] ritengo che ci sia stata una vera e propria trasfusione di un sapere terroristico. Perché sicuramente le nostre Br fecero proprie le modalità dell’operazione Schleyer. Innanzitutto modalità militari, che concernevano l’agguato in sé […]. E poi i brigatisti appresero dalla Raf anche, come dire, un «sapere» logistico relativo alla gestione di un ostaggio sequestrato, come la predisposizione di vere e proprie prigioni. […].
Dunque, ammettiamo pure che dietro l’operazione Moro non ci fossero entità e intelligenze straniere. Ma possiamo dire con certezza almeno una cosa, cioè che nel sequestro Moro c’erano tutta l’esperienza e l’intelligenza del sequestro Schleyer?
Si, possiamo dirlo con sicurezza. Molti particolari – per esempio le modalità di trasferimento da una «prigione» all’altra e di interrogatorio dell’ostaggio, le somiglianze tra il covo di via Montalcini [la famigerata «prigione del popolo»] e quello di Colonia – confermano che ci fu un trasferimento di conoscenze e di esperienze dai tedeschi agli italiani.”
20 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.
21 – Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.
22 – Bianco Romano; Castronuovo Manlio, Via Fani ore 9.02, Nutrimenti.
23 – Ibidem.
24 – Estratto da un appunto del Sisde redatto dopo la morte del presidente DC.
25 – Dal libro-inchiesta “Doveva Morire”:
«[…] Ansoino Andreassi […] [investigatore della Digos, segnalò] fin dal 1978 […] lo stretto legame esistente tra Elizabeth von Dick e le Brigate rosse: due documenti, trovati indosso alla von Dick al momento dello scontro mortale con la polizia tedesca [avvenuto il 4 maggio 1979 a Norimberga], facevano parte […] dello stesso stock di documenti che erano stati trovati in via Gradoli [l’appartamento-covo che funzionò da quartier generale delle BR nella capitale] […]. […] [S]empre Andreassi, segnala un altro dato molto importante: sul documento della von Dick c’era un timbro perfettamente identico a quello trovato nel covo di via Gradoli. Esisteva dunque uno strettissimo legame oggettivo tra la von Dick e Moretti, affittuario e da anni frequentatore di quell’appartamento. Andreassi, nel suo rapporto, non escludeva, che “Elizabeth von Dick [avesse] direttamente partecipato all’agguato di via Fani”».

26 – Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.
27 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.
28 – Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.
29 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.
30 – Imposimato Ferdinando; Provvisionato Sandro, Doveva Morire, Chiarelettere.
31 – “Il 3 ottobre 1992 Saverio Morabito, originario di Platì e detenuto presso il carcere di Bergamo per reati di criminalità organizzata, annunciava al sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Alberto Nobili, la propria intenzione di collaborare con la giustizia. […]. Nei lunghi interrogatori condotti dal sostituto Nobili nell’arco di 12 mesi […], Morabito riferisce al giudice su fatti e persone relativi ai molti episodi criminali di cui è direttamente o indirettamente a conoscenza, tra cui numerosi omicidi e sequestri di persona, compiuti nel nord Italia a partire dal 1977 dal proprio gruppo […]. Oltre ad una serie di altri reati commessi in relazione al traffico di droga e di armi, nelle proprie deposizioni Morabito riferisce anche di contatti avuti con i servizi segreti della Libia per commettere omicidi in Europa, in Egitto e negli Usa in cambio di denaro e di concessioni particolari per la gestione del petrolio libico attraverso società appositamente costituite. In relazione al caso Moro, già nell’interrogatorio del 28 ottobre 1992 Morabito riferisce di aver appreso da Domenico Papalia e da Paolo Sergi, attorno al 1987-88, che uno dei membri di maggior spicco della ‘ndrangheta, Antonio Nirta detto «due nasi» [espressione calabrese per identificare la doppietta], fu tra gli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro. Sempre a proposito dell’esponente della famiglia di San Luca, Morabito ha ricordato come di lui si dicesse che fosse inserito nella massoneria ufficiale, e ha riferito anche la propria convinzione, poi divenuta piuttosto diffusa negli ambienti della criminalità calabrese, che Nirta abbia avuto un ruolo come collaboratore degli organi di polizia e dei servizi segreti, in particolare quale confidente del capitano dei Carabinieri Francesco Delfino, anche lui originario di Platì, poi trasferitosi in Lombardia”.
Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi – XI Legislatura. Relazione sugli sviluppi del caso Moro, 28 febbraio 1994.
32 – Dal libro di Stefano Grassi “Il caso Aldo Moro. Un dizionario italiano”:
“Ex combattente della legione straniera, legato alla criminalità organizzata [calabrese] e a esponenti dell’ultrasinistra. Evaso dal carcere poco prima dell’operazione Moro, dopo aver subito una condanna per il sequestro e l’omicidio del militante di Potere operaio Carlo Saronio, compiuto da un gruppo misto di malviventi […] e da militanti milanesi di Potere operaio […]. Il suo nome e la fotografia compaiono nel volantone dei 20 brigatisti ricercati, diffuso subito dopo la strage di via Fani”.
Il 15 gennaio 1981 il giudice istruttore Ernesto Cudillo ne ordinerà il proscioglimento per non aver commesso il fatto. De Vuono se la caverà grazie alla buona parola del SISMI, secondo il quale, al tempo del sequestro Moro, l’ex legionario si trovava all’estero. Canis canem non est.
33 – Sempre dal libro-inchiesta “Doveva Morire”:
«Il sospetto che mi è sempre rimasto è che la Monhaupt [esponente di spicco della RAF dal 1977 al 1982] e [Sieglinde] Hoffman [coinvolta anche lei nel rapimento di Hans Martin Schleyer], in contatto con il capo brigatista [Moretti] prima dell’operazione Moro molto probabilmente fossero a Milano nei giorni precedenti il sequestro, perché erano coinvolte, quantomeno, nella stessa organizzazione del sequestro. E, in questa luce, appare credibile la nota del Sisde avente come oggetto “Il caso Moro e i collegamenti internazionali del terrorismo”, la quale, riportando una notizia dello storico americano Katz, riferiva che la Monhaupt avrebbe partecipato a un vertice brigatista avvenuto a Milano nel corso del quale sarebbe stata decisa la condanna a morte di Moro.
C’era poi Rolf Clemens Wagner, anche lui della Raf e, come abbiamo visto, anche lui arrestato a Zagabria due giorni dopo l’assassino di Moro. Secondo il pubblico ministero tedesco Klaus Pfliger, pubblica accusa nel processo Schleyer, Wagner era stato l’esecutore materiale dell’omicidio del presidente della Confindustria tedesca. Ma c’è di più […] Wagner Rolf Clemens era stato a Roma in un periodo cruciale dell’operazione Moro. Con il terrorista Heiszler Rolf […] nel febbraio del 1972, aveva alloggiato, dal 30 dicembre 1977 al 1° gennaio 1978 all’Hotel Pace Elvezia di Roma […]. Anche questa presenza a Roma non era stata casuale. Con elevata probabilità, assieme alla Monhaupt, era stato uno degli strateghi della operazione militare di via Fani».
34 – Fasanella Giovanni; Priore Rosario, Intrigo Internazionale, Chiarelettere.
35 – Imposimato Ferdinando; Provvisionato Sandro, Doveva Morire, Chiarelettere.

La Raf e il sequestro Moro was last modified: novembre 25th, 2014 by glianni70.it

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