La luna e il dito – Il 1977 a Bologna e in Italia

Il 1977 è l’anno della più grande contestazione dopo i fermenti sessantottini, e segna l’inizio della fase più difficile e cruenta degli anni di piombo. Nelle piazze d’Italia si scontrano con impressionante regolarità le frange radicali degli opposti schieramenti politici, composte perlopiù da movimenti di matrice studentesca, e la presenza dei diversi e numerosi gruppi autonomi complica una situazione già difficilmente gestibile per le forze dell’ordine.
Bologna, città universitaria per eccellenza, sembra però immune, dalla violenza che si innesca altrove e il movimento studentesco, usa l’arma dell’ironia, della fantasia, invece che quella della, violenza, che la borghesia cittadina, si propone di combattere.
La crescente tensione è comunque destinata a degenerare in un aperto scontro, e la morte dello studente Francesco Lorusso il giorno 11 marzo durante una manifestazione è l’evento che, innesca una drammatica spirale di violenza, uno stato di vera e propria guerra che vede nel suo momento cruciale addirittura l’impiego di mezzi corazzati.
Dopo Lorusso, cadono a Roma il 22 marzo l’agente di PS Claudio Graziosi, l’agente Settimio Passamonti il 21 aprile; le pistole uccidono ancora la studentessa Giorgiana Masi il 12 maggio presso ponte Garibaldi, e appena due giorni dopo a Milano l’agente Antonio Custra.
Sono mesi difficili e convulsi, in cui la violenza pervade le grandi città lasciando numerose vittime sul selciato, e il convegno indetto in settembre a Bologna con il proposito di riunire e rinnovare il movimento finisce in realtà col decretarne l’irreversibile tramonto: la vitalità creativa del ’77 si spegne, minata dalla tentazione della lotta armata e, per un altro verso, dal richiamo altrettanto spietato dell’eroina.

APPROFONDIMENTO

L’inizio della contestazione
L’anno rovente si apre con una protesta generalizzata che investe i principali Atenei italiani: i provvedimenti di riforma previsti dal ministro Malfatti sono osteggiati dagli studenti e dai docenti provenienti dall’esperienza del ’68, che vedono i disegni di legge come un regresso improntato alla discriminazione di classe e, partendo da Palermo il 20 gennaio, occupano le facoltà bloccando l’attività didattica.
Il paese è ancora scosso dalle bombe della strategia della tensione (è il 18 gennaio quando si apre a Catanzaro il quarto processo per la strage di Piazza Fontana), il terremoto dello scandalo Lockheed scuote le istituzioni: nel paese regnano diffidenza e insoddisfazione. L’universo giovanile di sinistra, sia quello legato ai movimenti studenteschi che quello più vicino ai raggruppamenti sindacali autonomi, trova difficile riconoscersi nella strategia del “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana e non esita a dimostrare il proprio malcontento anche contro la dirigenza riformista del PCI. L’episodio più emblematico avviene il 17 febbraio a Roma, quando studenti autonomi occupano l’Università La Sapienza contestando pesantemente il segretario della CGIL Luciano Lama appena giunto per un comizio.
La contrapposizione con le autorità, con i gruppi di ispirazione neofascista, ma anche con gli altri gruppi studenteschi di estrazione cattolica si radicalizza così in una serie impietosa di reciproci assalti, incidenti, aggressioni.
Tra i bollettini degli scontri ormai quotidiani si inserisce l’assemblea generale del movimento, che inizia a Roma il 27 marzo e determina una rottura interna, con l’autoesclusione di associazioni femministe e dell’ala ‘creativa’ ormai marginalizzata. Gli “indiani metropolitani” si sentono schiacciati tra il riformismo del Partito Comunista che sostiene il governo, l’intransigenza ideologica ortodossa del sindacalismo post-sessantottino (come Avanguardia Operaia), e l’incitazione all’azione violenta se non addirittura armata dei raggruppamenti autonomi, isolati già nel solo ambito della sinistra extraparlamentare.
L’ala creativa
Il movimento esprime in effetti, attraverso la sua area più fantasiosa e creativa, la necessità di rivedere i linguaggi della comunicazione politica e propone nuove coraggiose forme di dibattito, iniziative mediatiche, sperimentazioni artistiche.
I cortei si trasformano in rumorose e colorate sfilate carnevalesche, fioriscono le pubblicazioni  di editoria di “controcultura”, vengono alla luce talenti artistici come quello del disegnatore Andrea Pazienza, e le prime radio indipendenti (su tutte, Radio Alice a Bologna) iniziano le trasmissioni sul modello delle “radio libere” francesi.
A Bologna, dove la creatività trova la sua massima espressione nella cittadella intorno a via Zamboni, tra gli studenti del DAMS e della Facoltà di Lettere e Filosofia, il movimento si dà a una serie di provocazioni nel tentativo di scuotere una città benestante e a suo parere assopita: occupazione di case sfitte e atti dimostrativi, come l’autoriduzione degli affitti o del pagamento agli esercizi pubblici.
Chiamati “indiani metropolitani” per il trucco e il look che ricorda gli hippies americani, fanno la prima ufficiale comparsa in massa durante la festa musicale al parco Lambro di Milano (organizzata dal periodico Re Nudo nell’ultima settimana del giugno 1976), e si mostrano da subito impegnati nella lotta all’eroina e al degrado delle periferie. Il proposito suona quasi profetico poiché con la progressiva escalation di brutalità che si innesca a partire dal marzo 1977 e la conseguente radicalizzazione delle posizioni, il principale nemico dell’area non violenta sarà proprio la droga che condanna crudelmente migliaia di ragazzi “ritirati” dallo scontro politico.
Il movimento, dopo quei terribili giorni, non riesce comunque più a mostrare la vivacità, la spontaneità e forse l’incosciente serenità del primo periodo e perde man mano la capacità di rinnovarsi, di produrre messaggi nuovi ed incisivi: la penna ha ormai lasciato il passo alla P38.
Le armi in piazza
Walther P38 è il nome di una pistola di fabbricazione tedesca, che diventa il minaccioso ritornello scandito dagli autonomi durante le manifestazioni quando il conflitto si radicalizza e le armerie cominciano ad essere svaligiate: anche la contestazione reclama il suo macabro ruolo negli anni di piombo. Se a Roma sono esplosi colpi di arma da fuoco per tutta la prima settimana di marzo, durante una prolungata guerriglia che fortunatamente riporta solo alcuni feriti, è l’apparentemente più pacifica Bologna che piange la prima vittima: l’11 marzo, in seguito all’irruzione di militanti del movimento in un’assemblea di Comunione e Liberazione, la Polizia intervenuta per riportare l’ordine carica gli autonomi ripetutamente e infine spara, lasciando a terra il venticinquenne Francesco Lorusso, membro di Lotta Continua.
Al diffondersi della notizia, Bologna si trasforma in un campo di battaglia dove dopo tre giorni di barricate, lacrimogeni e molotov intervengono alcuni mezzi blindati, che il ministro degli interni Francesco Cossiga si dice costretto ad inviare anche perché l’evento non ha precedenti nella storia della Repubblica. Solo allora la situazione sembra essere riportata sotto controllo, ma incidenti si verificano anche nelle altre città: mentre a Bologna lo choc non ancora assorbito mitiga gli animi durante la manifestazione del 16 marzo, organizzata dai partiti cittadini in risposta ai disordini dei giorni precedenti; intanto giunge la notizia di scontri in tutta la penisola e soprattutto a Roma, dove agli scontri in occasione del corteo nazionale del 12 si aggiungono ulteriori episodi di violenza.
Non si raggiunge il culmine nemmeno il 22 marzo, con la morte dell’agente di polizia Claudio Graziosi freddato nel tentativo di arrestare un membro dei NAP (Nuclei Armati Proletari), perché il 21 aprile dopo lo sgombero dell’Università La Sapienza cade a San Lorenzo l’agente Settimio Passamonti, ed ancora il 12 maggio muore la studentessa Giorgiana Masi, raggiunta dagli spari presso il lungotevere di ponte Garibaldi (durante una manifestazione radicale per l’anniversario del referendum sul divorzio, degenerata già al momento della partenza da piazza Navona). Infine anche a Milano il 14 maggio l’agente Antonio Custra perde la vita in seguito ad incidenti di piazza trasformati in sparatorie.
La fine del sogno
Il movimento cerca di reagire all’estrema tensione che sembra condannarlo, e richiama perciò a Bologna, nell’ultima settimana di settembre, militanti da ogni parte d’Italia per un convegno generale che vorrebbe ripristinare il dialogo con le altre parti sociali e darsi nuove strategie per contrastare la violenza. Nonostante una timida tregua con i bolognesi, l’assemblea si rivela però essere un ultimo sussulto, l’estremo tentativo di curare una situazione ormai insanabile perché le tribune sono egemonizzate da una politica più inquadrata e intransigente, se non addirittura dagli autonomi, e di fatto l’ala creativa non trova più spazio.
Il movimento non è preparato a rispondere in modo compatto all’ondata di terrorismo che travolge il paese nei mesi successivi: se alcune frange simpatizzano per le brigate rosse altre le sostengono decisamente, mentre la maggioranza dei militanti appare stanca e paralizzata.
Mancando l’entusiasmo, gli slanci e le motivazioni per continuare la sperimentazione politica, chi si rassegna all’incapacità di compiere la propria piccola rivoluzione personale trova in molti casi rifugio nell’eroina, e così diventa invece vittima della piaga che colpisce un’intera generazione.
Gli altri ragazzi del movimento si ritirano delusi a vita privata, abbandonano la militanza politica perché nella guerra tra Stato e terrorismo non c’è voce per chi distingue la propria posizione, o forse più semplicemente perché terminati gli studi si sentono finalmente cresciuti, e l’esperienza della movimentata, difficile annata del 1977 diventerà presto un intenso, a volte nostalgico, ricordo.

 

La luna e il dito – Il 1977 a Bologna e in Italia was last modified: novembre 8th, 2014 by Radio Rock Revolution

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