La fuga di Kappler

fuga kappler

 

Il 15 agosto del 1977 fugge dall’ospedale militare del Celio Herbert Kappler, responsabile della strage delle Fosse Ardeatine. Un anno prima a Kappler, dietro pressioni del governo federale tedesco, era stata concessa una sospensione della pena a causa delle sue cattive condizioni di salute. Poiché quindi godeva di una certa libertà in carcere, alla moglie fu possibile rinchiuderlo in una valigia e andarsene indisturbata (questa era la barzelletta che ci raccontarono ma alla quale nessuno ha creduto).  Per le forze dell’ordine la fuga del criminale nazista rappresentò uno smacco enorme; grande sdegno nell’opinione pubblica e subbuglio nel mondo politico.

La Pagina di Repubblica del 17 agosto 1977

La fuga di Kappler
Una dama bionda
e tre carabinieri


di SANDRO VIOLA


Polizia e carabinieri brancolano nel buio, assolutamente incapaci – per il momento – di ricostruire le fasi della fuga di Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio.
Il nervosismo che domina al vertice dell’Arma dei carabinieri (e che ieri si è espresso in una serie di trasferimenti degli ufficiali coinvolti più da vicino nella sorveglianza dell’ex colonnello delle SS) suggerisce anzi che l’episodio Kappler rappresenta lo smacco più grave e mortificante che le forze dell’ordine e i servizi di sicurezza italiani abbiano conosciuto in questi anni difficili.
A due giorni dall’evasione, infatti, le indagini non hanno approdato al minimo esito. Non si sa “come” Kappler sia uscito dal Celio, da chi – oltre che dalla moglie – sia stato aiutato nella fuga, in che modo i fuggitivi siano riusciti a raggiungere il nord della Germania (…). La beffa è dunque di dimensioni clamorose: e il riscontro viene dalla Repubblica Federale, dove la Tv e i giornali interrogano i passanti sull’evasione ricevendone risposte divertite, o addirittura di scherno, sul conto delle nostre forze di polizia.
Ma vediamo ora come si sono svolti i fatti, la dinamica della fuga di Herbert Kappler. All’ex colonnello delle SS era stata concessa, com’è noto, dopo una serie di pressioni politiche del governo di Bonn, una “sospensione della pena” a causa delle sue condizioni di salute. Così, a marzo dell’anno scorso era passato, dal carcere di Gaeta dove scontava l’ergastolo, all’ospedale militare del Celio. Qui Kappler occupava una grande stanza al terzo piano, nel reparto “chirurgia ufficiali”, a poche porte dalle stanze di due protagonisti delle trame nere, il colonnello Amos Spiazzi e il capitano Pecorella, ambedue coinvolti nel golpe Borghese.
Le condizioni in cui l’ex SS ha vissuto quest’ultimo anno non avevano quasi nulla, ormai, che ricordasse la condizione d’un recluso. La moglie andava e veniva, e numerosi (come ha dichiarato ieri il ministro della Difesa Lattanzio) erano i visitatori tedeschi. L’unica misura di sicurezza era la presenza di tre carabinieri dinanzi alla porta, presi da un nucleo di dodici uomini della compagnia “Celio” che si alternavano alla guardia di Kappler.
Ed infatti, all’una della notte tra domenica e lunedì, tre carabinieri si trovavano nel corridoio del reparto “chirurgia ufficiali” all’altezza della stanza del tedesco. A quell’ora la porta s’è aperta ed è comparsa la moglie del sorvegliato, Annelise, una bionda sui cinquant’anni, alta, di corporatura robusta. La donna, hanno riferito i carabinieri, trascinava con evidente sforzo una valigia di grosse dimensioni.
Poggiata la valigia nel corridoio, Annelise Kappler s’è fermata un momento per affiggere sulla porta della stanza del marito un biglietto sui cui era scritto: “Non disturbare sino alle dieci”. Quindi, sempre trascinando la valigia, ha raggiunto l’ascensore, ed è scesa al pianterreno.

Qui, nel cortile dell’ospedale, era posteggiata una 132 Fiat rossa che la donna aveva noleggiato venerdì a mezzogiorno all’agenzia della “Hertz” a Fiumicino. Percorso un tratto di circa trenta metri, la Kappler ha raggiunto l’auto e, dopo aver deposto nel portabagagli la valigia, ha messo in moto. Un carabiniere di guardia al portone dell’Ospedale s’è fatto avanti, ma non ha chiesto spiegazioni; la donna gli ha dato anzi una lettera indirizzata a un ecclesiastico chiedendogli di inoltrarla; il militare l’ha presa e la 132 rossa è uscita sulla piazza del Celio. Se Kappler (come sembra che ritengano gli inquirenti) era nella valigia, l’evasione era ormai cosa fatta. (…)
l

(La Repubblica, 17 agosto 1977)

 

La fuga di Kappler – Tg della Storia 1975 – 1979

La fuga di Kappler

INCONTRO CON

l’on. Ministro Vito Lattanzio

Ministro della Difesa nell’agosto del 1977

 

LE INTERVISTE
di Enzo Cicchino

LA VOCE
DEI
PROTAGONISTI
(2000)

Onorevole Lattanzio mi contestualizza i fatti storico politici precedenti la fuga di Kappler…

La fuga del nazista Kappler, dall’ospedale Celio di Roma, bisogna guardarla nel contesto della politica generale del momento e della politica del Ministero della Difesa. Io ebbi un impegno gravoso da assolvere. In quel periodo il parlamento aveva approvato dei provvedimenti legislativi di grande rilievo. Dalla nuova legge della disciplina militare, a quella delle servitù militari, alla leva uniformata a 12 mesi, anche per la marina. Al libro bianco sulla Difesa, che non fu un’opera facile perché per la prima volta in Italia si metteva a fuoco quella che era la situazione delle forze armate. Da questo libro bianco sorse l’idea delle tre leggi promozionali, cioè delle leggi di ammodernamento dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Leggi che misero l’Italia in una situazione di considerazione anche da parte dei nostri alleati, fino al punto che, quando io potetti annunziare ad Ottawa che il Parlamento Italiano aveva approvato la terza legge sull’ammodernamento dell’Esercito, il Ministro della Difesa americano propose che per la prima volta si tenesse nella mia città – Bari – la prossima riunione del consiglio dei ministri NATO. Questo lo dico perché certamente creò per l’Italia grandi motivi di vantaggio.
Ancora oggi ci sono le navi e gli aerei costruiti in quel periodo, per fare dell’Italia una piccola moderna potenza militare nel mondo. Ma dall’altra parte creò difficoltà. Anche perché non bisogna dimenticare che noi eravamo in un governo della cosiddetta non fiducia, con l’apporto esterno del partito comunista, perché allora esisteva ancora. In questo quadro va vista tutta la vicenda Kappler, perché si svolse autonomamente. Io ho motivo di ritenere che abbia ragione la signora Kappler quando dice che lei prese sottobraccio il marito e lo portò fuori, però credo anche che certamente ci furono disattenzioni che andavano valutate e che invece una volta che io mi dimisi non vennero più approfondite, né dal parlamento, né dal governo, né dall’opinione pubblica.
Quando assunsi la responsabilità di Ministro della Difesa trovai che al tenente colonnello nazista Kappler era stato preso un provvedimento su proposta della procura militare di sospensione della pena per gravi motivi di salute. In quel contingente io volli assicurarmi se Kappler era ancora da ritenersi prigioniero di guerra, dopo che eravamo diventati alleati ed amici con la Germania Democratica e che erano passati molti anni dalla fine della guerra. E quindi chiesi un verdetto del Tribunale Supremo Militare che mi confermò che Kappler andava ritenuto prigioniero di guerra e come tale io feci apposito disciplinare con cui affidai la custodia di Kappler alla Polizia Militare e nella specie all’arma dei Carabinieri.
Questo disciplinare fu consegnato ufficialmente da me, con regolare verbale, al Comandante Generale dell’Arma e poi ebbi notizia che fu trasmesso per i rami gerarchici fino a chi doveva arrivare. Contemporaneamente volli essere sicuro che le condizioni di Kappler fossero quelle per le quali era stato preso il provvedimento dal precedente governo e nominai una commissione medica mista, militare e civile, con i voti clinici (tenni conto anche di un grande nome, di un grande clinico, che era ebreo, e che potesse darmi una certificazione medica completa).
Questa commissione si riunì, anche più di una volta e confermò le condizioni gravi del Kappler, che però non voleva essere curato per la malattia. Eppure aveva bisogno di un intervento chirurgico, ma egli si fidava solo delle cure mediche omeopatiche, e quella che era diventata sua moglie, infermiera, gliele propinava. E nel rispetto di quella umanità di cui siamo fieri, anche nei confronti di chi si era macchiato di crimini per i quali era stato condannato a 15 anni e all’ergastolo definitivo poi.
Proprio per quella umanità che caratterizza il popolo italiano, noi consentimmo che egli scegliesse le cure che riteneva più idonee.
Le condizioni del Kappler si aggravarono ogni giorno. La cartella clinica, fino al giorno prima, riportava che non soltanto le condizioni gastrointestinali, ma anche l’arteriopatia di cui già soffriva con difficoltà di deambulazione aveva una situazione davvero molto difficile nel particolare e nel generale. Questo fu il clima, quasi di premorienza, che caratterizzava forse anche un certo rilassamento rispetto a quella che doveva essere la vigilanza dettata dal disciplinare da me predisposto. Comunque questo fu oggetto di indagini che poi non so come finirono perché io lasciai il Ministero della Difesa.
Voglio aggiungere, ed è documentato, che Kappler lasciò l’ospedale Celio dalla porta principale, su una macchina che la signora Kappler aveva noleggiato, qualche giorno prima, dall’agenzia Hertz di Fiumicino. Abbiamo tutta la documentazione, del momento in cui con un’altra macchina, diversa, una Audi, la signora Kappler, seguita dalla Fiat, entrò nell’autostrada di Roma e si diresse verso il Nord. E quindi i vari passaggi, tutti documentati, stazione per stazione, fino al punto in cui la 131 fuse il motore. La Kappler continuò con l’Audi di cui era in possesso e in cui trasportò di fatto il marito.
La scoperta che Kappler non era più nella sua stanza, al terzo piano del reparto chirurgico, al Celio, fu fatta alle ore 10 e qualche minuto della mattina del 15 Agosto ‘77, dalla suora di reparto. La suora avvertì il carabiniere di guardia che si mise in contatto con le autorità superiori. Egli però non riuscì, per la verità, ad avere quella possibilità rapida di comunicazione che il caso richiedeva. Io stesso, che ero a Fregene con la mia famiglia, appresi della fuga verso le 11.30. Direi quasi un’ora dopo che era stata scoperta la non più presenza del Kappler, nella sua stanza.
Tornai a Roma e convocai subito il Comandante Generale dell’Arma e il Procuratore Generale Militare, che aprirono le loro indagini e contemporaneamente presi contatti con il Ministro degli Interni, perché potesse essere svolta ogni idonea indagine, perché era grande il sospetto, che date le gravissime condizioni dell’ammalato, questo poteva anche non essere andato fuori Roma.
Nella sera del 15 Agosto, l’ambasciata italiana a Bonn seppe, dal Ministero degli Esteri tedesco, che la signora Annelise aveva comunicato che Herbert Kappler era già nel territorio tedesco. La mattina dopo io feci provvedimento che revocava la sospensione della pena e il procuratore generale militare trasmise subito dal Ministero della Giustizia la domanda di estradizione di Kappler. La domanda di estradizione, con tutta la documentazione, risulta consegnata al governo tedesco, il 18 Agosto.
Io di tutto questo ho fatto un’ampia relazione in Parlamento e non nascondo che la prima mia volontà era quella di dimettermi, ma fui sconsigliato fortemente dal segretario del mio partito, Zaccagnini, dal presidente del mio partito, Moro, oltre che dal Consiglio dei Ministri, a cui riferii immediatamente tutti i fatti. L’opinione pubblica non fu informata di questa mia volontà. Apprese invece quello che era stato il comportamento mio nei confronti del Senato.
Devo dire che non ci furono accuse specifiche contro di me, c’era solo una responsabilità oggettiva che, come tutti sanno, è fuori da ogni ordinamento penale. La responsabilità oggettiva che chi la chiedeva poi non la portava in atto successivamente. Eppure il Piduismo aveva creato tanti problemi e difficoltà al nostro paese. La conclusione fu molto chiara. Alla fine si arrivò ad un rimpasto che salvò una posizione di maggioranza che non c’era in parlamento, perché la preoccupazione del mio partito era che si creasse una grave crisi di governo a vuoto, e naturalmente una crisi di governo nel mese di Agosto si sa come comincia e non come finisce. Però resta il fatto morale. (Fece bene Cossiga, che il giorno in cui si apprese dell’uccisione di Moro, anche sulla base dell’amara mia esperienza, a dimettersi immediatamente).
E il problema non è collegato alla responsabilità, perché ripeto, nessuno mi ha mai contestato, anzi, il problema di fondo è questa reazione di natura morale. Questo famigerato nazista, che aveva ingannato tutti, aveva ingannato prima gli ebrei, con i 50 chili d’oro che si era fatto dare una notte, per non farli deportare e che invece lo furono il giorno dopo. Poi la colpa gravissima con l’eccidio delle fosse Ardeatine… Ora aveva continuato ad ingannare, perfino la buona fede dei cattolici, perché egli aveva dichiarato di essersi convertito e pentito. Questo famigerato nazista, questo simbolo di efferatezza e di una capacità di inganno che certamente crea il simbolo di quello che noi abbiamo avuto il diritto di combattere e che dovremo sempre continuare a combattere nel nostro paese e nel mondo intero… e’ fuggito.
Cosa accadde nei giorni successivi?
Io riferii puntualmente, prima al Senato e poi alla camera, il 22 e il 23 Agosto, la situazione come mi era stata rappresentata e quali erano le indagini di natura disciplinare, amministrativa, giudiziaria, che erano state avviate. Indagini di natura giudiziaria che a Verona avevano portato già a due arresti di chi doveva in quella occasione fare la guardia a Kappler. Però bisognava anche capire se questi erano stati responsabili solo di omessa mancata consegna, oppure di altri reati. Devo dare atto all’Arma dei Carabinieri, di essere stata quasi sempre leale. Può darsi che qualcuno, (capita in tutte le istituzioni) abbia mancato nei suoi doveri, ma l’Arma fu ineccepibile. Già il giorno dopo il Comandante Generale, chiese a me e al Ministro degli Interni, per iscritto, di trasferire tutta la catena gerarchica, si impegnò a fondo per riuscire ad appurare la verità.
Ma, io ripeto, la realtà è una. Appena si chiuse con il rimpasto e con il mio trasferimento al Ministero dei Trasporti e della Marina Mercantile, con il trasferimento del collega Ruffino (?) al Ministero della Difesa, nell’opinione pubblica, nella stampa, nel parlamento non se n’è parlato più. Se n’è parlato quando, qualche mese dopo, si e’ saputo che Kappler era morto.
Io ero fuori dal Ministero e non ho voluto né sapere né tantomeno interferire in quelle che furono le indagini fatte successivamente.
Ribadendo complessivamente i fatti…

Gli atti parlamentari sono lì a documentare quella che fu la vera azione e la successione dei fatti.
Come ho detto le condizioni del nazista Kappler erano di una gravità assoluta. Questo si legge nella cartella clinica fino al giorno prima in cui fu visitato. Questo è stato riferito, come sta scritto, dalla suora e dal direttore dell’ospedale. Le condizioni erano gravissime, poi come questa fuga sia potuta avvenire con tanta celerità, in una giornata di grande confusione sulle strade, non si sa bene. Il fatto che ci fossero diverse macchine tedesche in quelle ore sull’autostrada… credo che chiunque di noi abbia esperienze del giorno di Ferragosto c’è sempre grande movimento…
Comunque i fatti furono riferiti puntualmente al Parlamento, furono oggetto di indagini varie sia di natura disciplinare, sia di natura amministrativa, sia di natura giudiziari. Aggiungo che la Procura Militare, che condusse l’indagine, mantenne costantemente informata la Procura di Roma. Anche perché non bisogna mai dimenticare che i fatti per cui Kappler fu condannato furono precedenti alla sua prigionia di guerra e furono valutati sulla base degli articoli del codice penale ordinario. Poiché lui si era macchiato di fatti gravissimi che aveva commesso per la sua concezione nazista della vita.

Ma dubbi su questo episodio proprio non gliene vengono?

Questo è stato oggetto delle indagini che non so come si conclusero. Perché lei mi vuol far dire quello che poi le indagini hanno smentito? Ho detto che ci furono due arresti, quindi questo è un fatto oggettivo. Io so che ci fu perfino un’amnistia.

I Carabinieri avevano ricevuto l’ordine di sorvegliare Kappler, poi non si spiega come Annelise fosse riuscita a portare via il marito…

Questo è l’oggetto delle indagini e lo deve chiedere ai Ministri della Difesa che sono succeduti a me. Lo deve chiedere alla magistratura, lo deve chiedere agli atti delle indagini amministrative, disciplinari. Le cose che ho detto sono lì, il resto sono supposizioni che in conversazioni possiamo anche dire e ricordare, però sono cose di cui non sono certo e non voglio creare motivi di polemica con chi che sia.

Tuttavia nell’operazione chi ha un po’ pagato, come immagine, è l’arma dei carabinieri…

E perché? L’arma dei carabinieri certamente no, qualche carabiniere può darsi.


Il governo italiano ha chiesto l’estradizione di Kappler…

Immediatamente. Quanto alla possibilità che il Kappler venisse rinviato in Italia e che fosse accolta la nostra domanda di estradizione, io ho elementi che riferii puntualmente in Parlamento, con cui il governo si impegnava a valutare, molto attentamente. Io non so se c’erano delle difficoltà di natura costituzionale, questo non è stato mai riferito e devo dire che i nostri organi del ministero e del tribunale militare operavano anche attivamente per ottenere l’estradizione.
Però devo anche dire onestamente che il clima generale del popolo tedesco è un clima molto diverso dal nostro. Personalmente devo dire che non c’era riunione nella quale non veniva richiesto che Kappler venisse restituito. La stessa cosa era da parte del governo austriaco. Tutti i cancellieri insistevano in questa direzione. Io la questione la portai nella sede idonea, perché non ero io a concedere la grazia. Però c’era questo stato d’animo di carattere generale, che chiamavano in causa anche le condizioni di salute di un cittadino famigerato nazista, e si chiedeva che potesse rientrare. E’ una concezione molto diversa da quella italiana. Però questo stato d’animo di carattere generale c’era e non so se sul piano giuridico costituzionale il governo tedesco avrebbe potuto accettare o non accettare. A me fu soltanto assicurato che avrebbe guardato con ogni cura la possibilità di aderire all’invito dell’Italia. Voglio ricordare che il 19 Agosto di quell’anno era previsto un incontro a Verona fra il presidente del consiglio italiano e il cancelliere tedesco, che fu rinviato di comune accordo, dato il clima che si era determinato nel nostro paese.

Migliorarono i rapporti fra Italia e Germania dopo la fuga di Kappler?

No io non lo so, i rapporti erano buoni. Il fatto Kappler era un fatto che moralmente era di grande rilievo.
Comunque un regalo fatto alla Germania…..

Io ho letto e sentito che qualcuno ha pensato che ci fosse stato un atto di tolleranza da parte del governo italiano. A me non risulta e aggiungo – non credo – perché io so che Kappler, a parte le condanne, a parte i reati di cui purtroppo si è infangato, rappresentava il simbolo della ferocia nazista e credo che questo sia offensivo anche solo pensarlo. Non si poteva e non si doveva fare nessun atto di clemenza nei confronti di un nazista, con il quale usammo tutta l’umanità e nel quale fummo ripagati con l’inganno della sua fuga.

Si è parlato della P2 nel caso Kappler…
A posteriori, ma molto a posteriori, ho sentito parlare e ho letto sui giornali, della P2 e del Generale Mino. Io do atto all’arma dei carabinieri e al generale Mino di una correttezza assoluta. Vorrei aggiungere che a quel tempo la P2 non si conosceva. I fatti della P2 sono emersi molto dopo. E quindi non so come si fa a collegare la P2 con la fuga di Kappler. E’ la stessa cosa che accade quando si dice che i gruppi neonazisti abbiano favorito questo. Io credo che la fuga di Kappler fosse organizzata, voluta e intesa solo dalla moglie, fu certamente aiutata anche da altri. Però io posso dire che sia i servizi italiani, sia tutti gli altri servizi che furono interpellati, in quei giorni e in quelle ore, si esclusero nella maniera più assoluta.
Nel Febbraio precedente alla fuga ci fu un telefonata alla guardia di finanza che veniva dalla Svizzera, con cui si annunciava che 4 paracadutisti erano pronti a venire a liberare il famigerato Kappler.
I servizi se ne occuparono, come se ne occupò l’Arma, come se ne occupò la Pubblica Sicurezza e la cosa fu poi archiviata perché non aveva nessun fondamento. Io devo dire che ho letto, come tutti, fuori del periodo in cui io fui alla Difesa, di illazioni varie, ma devo ancora una volta chiedere a me stesso: le indagini che furono da me predisposte, le indagini della Procura Militare, le indagini della magistratura ordinaria, che fine hanno fatto? Io non ne so niente, perché so soltanto quello che all’inizio, nelle prime ore, nei primi giorni, fu a me riferito, il più delle volte in via confidenziale e anche, qualche volta, con qualche rapporto scritto. Certamente ci furono delle responsabilità non soltanto di un carabiniere che si addormenta, ma anche di chi avrebbe dovuto controllare un po’ meglio le entrate e le uscite della signora, che aveva creato attorno a sé questa atmosfera di solidarietà attorno per un povero uomo moribondo, però tutto questo andava verificato e certamente sarà stato verificato e controllato.
Io, ripeto, non ero più al Ministero della Difesa e ricordo che ci fu solo uno ad assumere una posizione precisa in parlamento che fu Pannella che disse in termini chiari “Ma vogliamo che almeno Lattanzio faccia concludere le indagini e dopo esamineremo anche la sua posizione? Questa richiesta di dimissioni, su che base e su che elementi la avanziamo?”
Ripeto, per motivo di fierezza morale, volevo dimettermi immediatamente. Anche se capivo le difficoltà di una crisi di governo, però credo che bisognava andare molto più a fondo nelle indagini. Stranamente anche la stampa si occupò poco dell’argomento. Trasferito Lattanzio dal Ministero della Difesa al Ministero dei Trasporti, Kappler tornò ad interessare solo in occasione della sua morte qualche mese dopo.

Cosa possiamo aggiungere rispetto al provvedimento Forlani?

Io credo che sul provvedimento preso dal mio predecessore, l’onorevole Forlani e dal governo precedente a quello di cui io feci parte, che era presieduto dall’onorevole Moro, c’è qualche chiarimento da fare. Innanzitutto non c’è una iniziativa della sorveglianza ma c’è una richiesta del Pubblico Ministero di sospensione della pena per motivi di salute. E questo fu il provvedimento temporaneo, su cui io indagai. L’aspetto di natura di andamento dei processi, che furono più di uno, sollevati, sia quello relativo all’amnistia per reato politico, che fu naturalmente respinto perché non c’era nessun reato politico, sia quello per cui c’era la libertà provvisoria chiesta dal pubblico ministero, nel periodo del Marzo del ’76 o del ’77, era un provvedimento a se stante che fu immediatamente impugnato dalla procura generale e su cui ci fu un verdetto preciso del tribunale supremo. Poi naturalmente la causa slittò, per cui al momento della fuga non si era concluso. Ma una cosa è la sospensione della pena, richiesta dalla procura della giustizia militare, un’altra è invece l’altro provvedimento di libertà provvisoria, sulla quale la costituzione vietava a qualsiasi ministro e vieta a qualsiasi ministro di interferire è un fatto di natura giudiziaria

 

Herbert Kappler Prigioniero in fuga – La Storia siamo noi

La Storia siamo noi – Herbert Kappler Prigioniero in fuga del 13/06/2013

La fuga di Kappler was last modified: novembre 18th, 2014 by glianni70.it

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