La C.I.A. e Mossad ombra delle Brigate Rosse, intervista a Giovanni Galloni

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Gia nel 1978 in Italia si ipotizzò che la CIA fosse dietro le azioni più eclatanti delle Brigate Rosse, sostenendole e dirigendole. Nel ’78, ad avanzare tale ipotesi erano soltanto alcune voci della sinistra extraparlamentare, ossia organizzazioni politiche come, ad esempio, Avanguardia operaia, Lotta continua (e l’omonimo quotidiano), tacciate di “antiamericanismo ideologico”.
Quando però nel 2005 Giovanni Galloni (che anti americano non era) vice-segretario politico nazionale della Democrazia cristiana di Aldo Moro, rivelò al programma di approfondimento giornalistico Next di Rai News 24, un discorso fatto con lo statista e compagno di partito Aldo Moro, poche settimane prima del suo rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse: Moro gli avrebbe confidato di essere certo di infiltrazioni dei servizi segreti CIA e Mossad nelle stesse BR, non ci furono gli approfondimendi (politico, giudiziari e giornalistici) che ci si sarebbe aspettati da parte di un paese libero e sovrano.

Galloni non ha creato alcuna verità, ciò che ha dichiarato é semplicemente una conferma a quello che gia negli anni 70 e 80 si “vociferava”. Tuttavia, conferma é una che necessiterebbe di prove a suo sostegno, prove che da quanto si intuisce, nessuno (dai politici ai giornalisti) hanno intenzione di ricercare. Facendo finire con ogni probabilità questa vicenda in un ennesimo cassetto, magari accanto ad altre vicende fra tutte forse la più nota resta quella di Ustica. Almeno “loro” si faranno compagnia.

di Massimiliano Paoli

“Le Br, realizzando l’impresa di via Fani, perseguivano anche lo scopo di affermare la propria egemonia su tutto lo schieramento eversivo ed erano quindi interessate a costruire per la propria organizzazione una immagine di altissima e autonoma efficienza, immagine che una presenza straniera avrebbe invece offuscato. Se ne trova conferma nella risoluzione strategica n.6, laddove orgogliosamente si afferma che «in via Fani, non c’erano misteriosi 007 venuti da chissà dove, ma avanguardie politiche tempratesi nella lotta della classe operaia e addestrate nei cortili di casa»”. Dalla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, 28 giugno 1983.

Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.02: “Un commando di terroristi, appostato in via Fani all’incrocio con via Stresa, apre il fuoco sulla scorta del presidente della Dc, on. Aldo Moro, uccidendo Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera [e] Francesco Zizzi […]. Il commando, sterminata la scorta e prelevato Moro illeso dalla sua auto (una Fiat 130), carica l’ostaggio su una Fiat 132 blu e si dilegua” (1).

Inizia così quello che è stato definito già nel lontano 1978 da Leonardo Sciascia, “l’affaire Moro”: ovvero quell’insieme di eventi che per decenni hanno spaccato in due l’opinione pubblica italiana e internazionale.

Due le principali correnti di pensiero che si sono scontrate …

… (e sicuramente continueranno a farlo) nelle decadi passate: quella del “quasi tutto è chiaro e conosciuto”, e quella dei cosiddetti “dietrologi”. I primi, sulla base di certe risultanze, credono fermamente che la storia del sequestro e dell’uccisione del presidente DC sia nota (nei limiti del possibile) nella sua interezza, e anche se venissero alla luce dei nuovi elementi non subirebbe delle revisioni traumatiche. I secondi, invece, pensano che i pezzi mancanti del puzzle potrebbero riscrivere buona parte del caso.

La tesi preponderante del secondo filone d’inchiesta, quello dei “dietrologi”, è il “sequestro in appalto”(2).

Il primo ad aver pubblicamente teorizzato il cosiddetto “sequestro in appalto”, è stato il controverso ma sempre ben informato Carmine “Mino” Pecorelli: direttore del settimanale d’informazione “Op”, Osservatore Politico.

Questo il suo pensiero a pochi giorni dal tragico epilogo del rapimento: “L’agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L’obiettivo primario è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. E’ un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali [Usa e Urss] mortificare l’ascesa del Pci, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un Paese industriale. Ciò non è gradito agli americani… Ancor meno è gradito ai sovietici… E’ Yalta che ha deciso via Fani”(3).

Una tesi che molto probabilmente troverebbe d’accordo lo stesso Moro. Profetica, in tal senso, un’annotazione tratta da un diario di Andreotti; è il 1977: “[Moro è] molto preoccupato che agenti stranieri di segno contrapposto, ma uniti dallo stesso fine di bloccare l’eurocomunismo, possano essere in azione per mandare all’aria l’equilibrio italiano”(4).

Chi ha sparato in via Mario Fani?

Per quanto incredibile possa sembrare, la domanda apparentemente più scontata non ha una risposta certa.

Destino vuole che la prima versione di comodo fornita da un brigatista, sia anche quella che squarcia una parte dell’alone di mistero sul rapimento del presidente della DC.

Nel lontano 1984, a sei anni di distanza dall’Operazione Fritz (nome in codice dato dalle BR al sequestro Moro), Valerio Morucci, ex membro di Potere Operaio appartenente alla colonna romana delle Brigate Rosse, messo di fronte ad uno sbigottito Ferdinando Imposimato (giudice istruttore del Tribunale di Roma), comincia a “cantare”: «Quel 16 marzo 1978 un gruppo di nove brigatisti si portò all’incrocio tra via Fani e via Stresa, disponendosi in varie posizioni, secondo un piano stabilito dalla direzione della colonna romana nel villino di Velletri. Io facevo parte di quel nucleo di assalto. Poiché non intendo fare i nomi degli altri otto brigatisti [nomi che farà nel 1986], ricostruirò le varie fasi, indicando i vari partecipanti con dei numeri ed eseguendo dei grafici per descrivere i necessari movimenti degli uomini e dei veicoli impiegati nell’azione»(5).

“Cinque processi hanno permesso di stabilire che il commando di via Fani era composto da non meno di 12 persone: Mario Moretti (alla guida della Fiat 128 [targata Corpo Diplomatico]), Barbara Balzerani (a bloccare l’incrocio con via Stresa), Bruno Seghetti (alla guida della Fiat 130 che trasportò Moro nel primo tratto di fuga), Rita Algranati (con il ruolo di vedetta all’imbocco di via Fani […]), Alessio Casimirri(6) e Alvaro Lojacono (sulla Fiat 128 bianca posta a sbarramento della strada alle spalle dell’Alfetta di scorta […]), Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli (che, in divisa da avieri, aprirono il fuoco dal lato sinistro di via Fani […]). Oltre naturalmente i due passeggeri della moto Honda(7), la cui presenza è ritenuta certa dagli inquirenti, ma che nessuno è mai riuscito a identificare”(8).

Il colpo di grazia alle fantasiose versioni dei brigatisti, dissociati e non, verrà dato dall’avvocato Giovanni Pellegrino intervistato nell’ottobre del 2007 dal giornale l’Unità: «Non si sa ancora quanti e chi fossero i brigatisti che parteciparono all’agguato: di certo non i 7 o i 9 di cui hanno parlato sempre i brigatisti. Basti pensare che, per un sequestro come quello assai più facile del giudice Mario Sossi nel 1974, è stato accertato che vi parteciparono 19 brigatisti. C’è da supporre che in via Fani siano stati almeno 20 o 30, e ancora non si conosce la loro identità, salvo rendersi conto – dopo le perizie balistiche – che l’eliminazione della scorta di Moro è stata compiuta da due soltanto, capaci per la loro abilità militare di sparare una gragnuola di colpi in modo da uccidere i cinque uomini della scorta con matematica precisione senza torcere un capello al presidente che era a pochi centimetri da loro».

Certo, la ben nota(9) “abilità militare” delle Brigate Rosse. Abilità militare (e organizzativa) che non ha precedenti, e che guarda caso rimarrà un unicum nella storia dell’eversione italiana.

Ma al di là di questo, sono proprio i conti a non tornare.

“I periti stabiliranno che dei novantatre bossoli recuperati in via Fani, due provengono dalla pistola d’ordinanza dell’agente Iozzino, l’unico della scorta ad avere tentato una pur minima reazione, mentre gli altri novantuno appartengono al gruppo di fuoco brigatista […]. Le perizie(10) sui reperti recuperati sono riuscite a stabilire che, oltre all’arma di Iozzino, quella mattina in via Fani hanno sparato [almeno] 2 pistole e quattro mitra. Ma tutte le testimonianze, vecchie e nuove, provenienti dall’interno delle Brigate rosse ci dicono che a sparare in via Fani sarebbero stati solo quattro brigatisti e precisamente Bonisoli, Fiore, Gallinari e Morucci. Tutti e quattro hanno spiegato che i loro mitra si incepparono. In particolare: in diverse interviste Bonisoli ha sempre dichiarato che il suo mitra si bloccò «quasi subito». Quindi se ne può dedurre che sparò poco. Anche Morucci ha sempre sostenuto, in interviste, interrogatori, deposizioni processuali e audizioni davanti alle Commissioni parlamentari che anche il suo mitra si inceppò «quasi subito». Gallinari, nel suo libro di memorie, ha scritto testualmente: «Quello che temevo accade: a metà della raffica il mitra si inceppa, estraggo istintivamente la pistola che porto alla cintura, continuando a sparare come se non fosse cambiato nulla». Dal momento che l’alimentazione di una pistola mitragliatrice è di circa trentadue cartucce, se ne può dedurre, con buona approssimazione, che l’arma che spara ventidue colpi (metà della raffica) sia quella di Gallinari. Di recente anche Fiore si è concesso un tuffo nel passato in una testimonianza raccolta dal giornalista Aldo Grandi ha affermato: «Ricordo che premetti il grilletto e il mio mitra, un M12, che avrebbe dovuto essere il migliore, si inceppò subito. Io avevo il compito di sparare sull’autista. […] Tolsi il caricatore del mitra, ne misi un altro, ma non funzionò egualmente. […]». Se ne deduce quindi che il mitra di Fiore non sparò affatto”(11).

La testimonianza di Fiore viene corroborata da quella di Franco Bonisoli, ascoltato dalla Corte d’assise nell’aprile del 1987 per il processo “Metropoli”: «[in via Fani] ci fu un’arma che non sparò tra queste quattro. Praticamente in tempi diversi si incepparono tutte le armi dei quattro avieri – una, come già detto, proprio non sparò».

Il presunto Superkiller

La presenza di un membro «particolarmente addestrato» all’uso delle armi nel commando operante in via Fani (presenza che striderebbe non poco con la preparazione militare dei brigatisti) viene avallata da un testimone di nome Pietro Lalli, presente al momento dell’eccidio nella parte bassa di via Fani, a circa 100 metri di distanza dai protagonisti della carneficina. Questo è ciò che riuscì a scorgere la mattina del 16 marzo: «[Al momento degli spari] mi portai velocemente al centro della strada e guardando in alto, verso la provenienza dei colpi stessi, notai un uomo che all’incrocio, anzi un po’ oltre l’incrocio tra via Stresa e il tronco superiore di via Fani, con le spalle rivolte ai locali del bar Olivetti e quindi dando la sinistra alla mia visuale, sparava con un’arma automatica che io, data la mia conoscenza nel settore delle armi, identificai per un mitra con caricatore a doppia alimentazione e funzionante a recupero gas. Assistetti allo sparo di due raffiche complete. La prima un po’ più corta della seconda, a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio che era un 130 blu. La seconda raffica, più lunga, fu estesa anche a una Alfetta chiara che seguiva la 130, e fu consentita da uno sbalzo indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio d’azione e quindi del tiro. Quello che mi colpì in maniera impressionante fu la estrema padronanza di detto sparatore nell’uso preciso e determinato dell’arma. Esprimo un giudizio ma doveva essere certamente uno particolarmente addestrato. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell’arma e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva […]. Dal fatto che ricordo di non aver notato lo stacco di colore dell’arma, devo dedurre che l’individuo calzasse i guanti. Anzi adesso che mi sovviene posso essere sicuro. Sembrava un tipo agile, direi atletico, e dal salto che fece, munito anche di una notevole agilità» (12).

Sfortunatamente, la presenza di un elemento di spicco dal punto di vista militare all’interno del commando, non è stata appurata in maniera definitiva dalle varie perizie che sono state svolte nel corso degli anni: “La prima perizia balistica condotta nel 1978 […] ha evidenziato come in via Fani spararono sei armi, per un totale di 91 colpi. Ben 49 colpi furono esplosi da un’unica arma (un FNA 43 o uno STEN). A questi rilievi vanno aggiunti i due colpi esplosi dalla pistola di Raffaele Iozzino. Una seconda perizia effettuata […] a metà degli anni Novanta non fu [però] in grado di attribuire con certezza i 49 bossoli a un’unica arma”(13).

Certo è che sia il maresciallo Leonardi (caposcorta posizionato nel sedile anteriore destro della Fiat 130 che trasportava Moro) sia l’agente Rivera (alla guida dell’Alfetta che seguiva la macchina del presidente DC) vennero colpiti da proiettili provenienti dalla loro destra.

Questo particolare ha una duplice sfaccettatura: la prima smentisce clamorosamente la versione brigatista secondo cui “gli avieri” (che davano le spalle al bar Olivetti stando sulla sinistra del convoglio automobilistico) furono i soli ad aprire il fuoco sulla scorta di Moro; la seconda, ancora una volta, rivela un’abilità militare del tutto estranea al “know how” brigatista.

Ma andiamo con ordine…

Secondo la ricostruzione fatta dalla perizia tecnico-balistica-medico legale, “davanti al bar Olivetti una auto Fiat 128 giardiniera con targa CD frena improvvisamente, e l’auto del presidente Moro che la seguiva la tampona dopo avere tentato di deviare verso destra. Mentre nell’auto Fiat 128 ne escono due persone, tra cui una donna (pare) che si avvicinano ognuna dalla sua parte al guidatore e al passeggero anteriore, e immediatamente aprono il fuoco attraverso i vetri con precisione topografica perfetta in modo da risparmiare di colpire con proiettili e frammenti di vetro l’onorevole [Moro] che era di dietro. […]. Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro avanti, destra sinistra, alto basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell’auto”.

Ed ecco che viene a galla la seconda sfaccettatura che ci permette di affermare che «l’abilità militare […] dimostrata in via Fani non era tutta delle Brigate rosse»(14): il fuoco incrociato.

L’importanza di questo dettaglio viene puntualmente delineata dal giudice Rosario Priore, che si è occupato in prima persona di eversione nera e rossa, del caso Moro, di Ustica e dell’attentato a Giovanni Paolo II: «[Sulla base dei risultati delle perizie balistiche] il fuoco non proveniva soltanto dal marciapiede di sinistra ma anche da quello di destra; e chi sparava da questo lato doveva essere particolarmente esperto nell’uso delle armi. Si era creata una situazione di fuoco incrociato. Pericolosissima, perché potevano essere colpiti anche Moro e i brigatisti. Ma né l’uno ne gli altri riportarono ferite […]. L’uomo che sparava da destra […] doveva per forza essere un killer»(15).

Non è certo un caso che il capo brigatista Mario Moretti, nel libro intervista di Mosca e Rossanda, cerchi di occultare questo particolare: «I compagni incaricati di eliminare la scorta sono quattro, due per ciascuna macchina del convoglio. E sono ovviamente tutti piazzati dallo stesso lato della strada. Le ricostruzioni che dicono il contrario sono sbagliate, e soprattutto stupide: se uno si mette sulla linea di fuoco del compagno, si finisce con l’ammazzarsi uno con l’altro».

Peccato però che perizie e fori di proiettile abbiano una minor propensione alla menzogna degli esseri umani, in particolar modo di Moretti, bugiardo di professione(16).

La Rote Armee Fraktion

Un aspetto molto importante spesso taciuto, che forse ci aiuterebbe meglio a comprendere la geometrica potenza brigatista del 16 marzo 1978, è la plausibile presenza in via Fani della RAF: l’organizzazione terroristica che operava nella Germania Federale, definita dagli stessi brigatisti “avanguardia politico-militare del proletariato metropolitano europeo, uno dei punti di riferimento fondamentali della iniziativa rivoluzionaria in tutto il continente”.

“Non c’è dubbio che l’agguato di via Fani richiamava il modello operativo e l’esperienza di tecnica militare impiegati dalla Raf per il rapimento di [Hans Martin] Schleyer(17). […]. Con l’operazione Schleyer, la Raf aveva fatto scuola alle Br per il rapimento di Moro”(18).

Non sono certo casuali infatti, le strabilianti analogie tra l’operazione portata a termine dal gruppo tedesco e le “nostre” BR; e questo non vale solo per via Fani, ma anche per la gestione complessiva(19) del sequestro.

“Nell’agguato […] non c’era stato niente di originale, rispetto al manuale della Raf (salvo le ovvie varianti obbligate dalla diversità dei luoghi e dei percorsi). […]. La tecnica era quella dell’azione a cancelletto: interruzione del traffico con auto disposte trasversalmente alla strada, bloccandolo in entrambe le direzioni, così che il gruppo di fuoco potesse sparare senza intralci. Per creare ostacolo a fermare la corsa di Schleyer, i terroristi tedeschi avevano piazzato una Mercedes berlina nel mezzo della carreggiata (con accanto una carrozzina da neonato perché sembrasse un semplice incidente) sulla Vincenz Statz Strasse, subito dopo la curva che doveva compiere il loro bersaglio provenendo dalla Friedrich Schmidt Strasse […] l’inatteso ostacolo aveva provocato un tamponamento fra le auto di Schleyer e della sua scorta, e nello stesso istante, forse ancor prima che gli agenti potessero avvedersi della trappola, cinque o sei terroristi si erano avvicinati alle auto tamponate e avevano ucciso, mirando con cura, l’autista e i tre agenti di polizia, quindi avevano strappato il presidente della Confindustria tedesca dalla sua auto caricandolo su un furgoncino parcheggiato all’incrocio. In via Fani, le Br avevano messo in scena l’ostacolo a sorpresa di un’auto targata Corpo diplomatico, poi avevano seguito la stessa tecnica, quella dell’annientamento: almeno sei erano state le armi della Raf che avevano sparato a Colonia, e almeno sette quelle delle Br in via Fani; i bossoli trovati nella Vincenz Statz Strasse erano 112, in via Fani 93 (la differenza era dovuta alla più vigorosa reazione della scorta tedesca, che era riuscita a sparare 11 colpi, ma non è escluso che in via Fani alcuni bossoli siano scomparsi nella confusione sul posto seguita alla strage); 44 bossoli e 22 proiettili, o parti di proiettili, erano stati sparati e in gran parte messi a segno da una sola arma nella Vincenz Statz Strasse, 49 bossoli sono stati sparati da un solo killer in via Fani. Altre analogie: cinque erano stati gli automezzi impiegati nell’operazione Schleyer, sei o sette nell’operazione Moro (l’agguato di via Fani aveva comportato l’impiego di un maggior numero di uomini in quanto le strade erano a doppio senso, mentre l’agguato della Raf era avvenuto in una strada con il traffico a senso unico). […]. L’unica sostanziale differenza era nell’efficienza delle armi: 4 pistole mitragliatrici inceppate in via Fani, una solo pistola inceppata nella Vincenz Statz Strasse”(20).

“Inoltre, a far nascere il sospetto di un concorso di elementi stranieri […] [insieme al] […] rinvenimento sul luogo della strage di una borsa di fabbricazione tedesca, da cui alcuni aggressori avevano estratto pistole mitragliatrici, era stata l’affermazione secondo cui nel corso dell’operazione sarebbero stati impartiti ordini in tedesco […]”(21).

A confermare l’inusuale incremento di “usi e costumi” germanici tra via Fani e via Stresa quella tragica mattina, c’è anche il teste Ettore Tacco, interrogato dalla Digos il 31 marzo del 1978: “Intorno alle 8.10 Ettore Tacco stava bevendo un cognac presso il bar Cinzia di via Stresa, mentre al suo fianco un giovane di circa vent’anni a lui sconosciuto stava consumando un cappuccino. Si trattava di una persona con barba bionda non molto folta e ben tenuta, capelli castano-biondi, alto circa un metro e settanta, e dalla breve conversazione si accorse che parlava un italiano con accento tedesco”(22).

Il 17 marzo, giorno successivo al rapimento, vennero addirittura fatte delle rivendicazioni a nome Banda Baader Meinhof: il nome con cui veniva comunemente identificata la RAF.

“Paola Fabretti, segretaria del Gr2 Rai, intorno alle 8.45 del 17 marzo rispose a una telefonata giunta in redazione. Dall’altro capo del telefono, una voce maschile dall’accento straniero disse: «Banda Baader Meinhof. Abbiamo Moro con noi. vogliamo in cambio la libertà di tutti i brigatisti a Torino e poi tre miliardi in marchi tedeschi in pezzi da diecimila e da centomila. Moro sta bene. Ritelefoneremo». Verso le 12.00 [sempre del 17 marzo] Carla Tagliarini, giornalista della Zdf, la seconda rete tedesca, ricevette in redazione la telefonata di un uomo che parlava abbastanza male la lingua e che trasmise il seguente messaggio «Qui è la banda Baader Meinhof. Abbiamo Moro con noi. Vogliamo in cambio la libertà di tutti i brigatisti a Torino e poi tre miliardi in marchi tedeschi in pezzi da diecimila e da centomila. Moro sta bene. Ritelefoneremo»”(23).

Il 19 maggio del 1978, a sequestro Moro concluso, “la televisione austriaca […] comunicava la probabile partecipazione di tre terroristi tedeschi all’agguato di via Fani, due donne ricercate e tale Christian Klar, responsabile del sequestro Schleyer […]”(24).

Altri membri della RAF sospettati di aver partecipato al massacro della scorta di Aldo Moro sono Elizabeth von Dick(25) e Willy Peter Stoll, anche loro coinvolti nel sequestro Schleyer.

L’episodio principale che legherebbe Stoll al rapimento dell’on. Moro merita di essere raccontato nella sua interezza: “Nel pomeriggio [del 21 marzo 1978] […], un ragazzo di quindici anni, Roberto Lauricella, riferì, telefonando al 113, di avere notato un pulmino giallo e bianco con targa tedesca e due persone a bordo, seguito da una berlina Mercedes color caffellatte anch’essa con targa tedesca e cinque passeggeri. Di questa seconda vettura era stata aperta per un attimo la portiera posteriore sinistra e Lauricella aveva ritenuto di intravedere, tra le gambe di uno dei passeggeri, una «machine pistol». Il ragazzo fu in grado di indicare la targa del pulmino: PANY 521. […]. La Questura di Roma, informata, interessò, tramite l’Interpol la polizia tedesca. Il 24 marzo l’Interpol forniva due interessanti notizie: la targa segnalata non apparteneva ad un pulmino ma ad una autovettura Volvo; detta autovettura apparteneva a tale Norman Ehehalt, noto per avere prestato assistenza ad una associazione criminale e per la sua appartenenza ad un gruppo anarchico. […]. Sempre tramite l’Interpol, la polizia tedesca chiedeva di conoscere i motivi che avevano indotto la polizia italiana a richiedere le informazioni. Purtroppo nessuno provvide a dare disposizioni ai posti di frontiera perché fossero effettuati controlli al momento in cui i due automezzi avessero effettuato il rientro in patria. Il 6 aprile il ragazzo fu finalmente convocato dalla Questura di Viterbo per mettere a verbale la sua deposizione. Il 18 maggio la polizia tedesca rinvenne, nel corso di una perquisizione in una tipografia, le targhe PANY 521 bruciacchiate e piegate. Nessuna traccia fu invece trovata dell’autovettura Volvo. Norman Ehehalt rifiutò di rispondere alle domande della polizia tedesca e successivamente all’interrogatorio per rogatoria del giudice istruttore di Roma [Imposimato]. La circostanza – successivamente riferita da[l brigatista Patrizio] Peci – che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll sarebbe stato in contatto con [Mario] Moretti […] [prima della] scoperta [fatta nell’ottobre del 1978] della base [milanese] di via Monte Nevoso, richiamò di nuovo l’attenzione sull’episodio di Viterbo. L’Interpol aveva infatti accertato – secondo quanto riferisce il giudice istruttore Imposimato nell’ordinanza di rinvio a giudizio dell’11 gennaio 1982 – l’esistenza di un rapporto tra Stoll e Ehehalt”(26).

“[…] Imposimato interpreterà il silenzio di Ehehalt «come un atto tendente a coprire Stoll, nel caso questi fosse stato uno degli occupanti delle macchine di Viterbo», mentre il collegamento con Moretti «induce alla ragionevole conclusione della probabile implicazione dello Stoll nell’impresa di via Fani»”(27).

“A conferma dei collegamenti di Stoll con i terroristi italiani, va sottolineato che, quando egli fu poi ucciso a Dusseldorf in un ristorante cinese, aveva con sé documenti concernenti tali rapporti”(28).

Le relazioni BR – RAF durante il sequestro Moro verranno convalidate anche da alcuni brigatisti, tra questi, Lauro Azzolini.

“[Azzolini confermò] di aver curato, su incarico del Comitato esecutivo, i rapporti con i rappresentanti della Raf durante i 55 giorni del sequestro Moro, attraverso periodici incontri con i terroristi tedeschi. «Venivano in Italia ogni quindici giorni», dirà l’ex brigatista del Comitato esecutivo, e durante quegli incontri lui li ammoniva a non prendere iniziative arbitrarie sul tipo di quella che la Raf aveva assunto durante il caso Schleyer (il dirottamento dell’aereo della Lufthansa a Mogadiscio), pregandoli di estendere l’invito anche ai «compagni palestinesi»: le Br, evidentemente, non desideravano che durante l’operazione Moro emergessero legami o connessioni di carattere internazionale”(29).

Di non pentiti il solo Prospero Gallinari ha riconosciuto che «i rapporti Br-Raf sono stati precedenti e successivi all’attacco di via Fani»”(30).

Un’affermazione impegnativa visto che l’Ufficio operazioni dello Stato maggiore del Comando generale dell’arma dei Carabinieri, riteneva assodato “[un] incontro in Roma, [a cui aveva partecipato Gallinari] […] del 15 novembre 1977 in un bar di via Appia Nuova, con un pregiudicato ricercato per più sequestri di persona [Antonio Nirta(31) ? Giustino De Vuono(32) ? Oppure qualche esponente della banda della Magliana ?], presentatogli da una giovane donna a nome Bruna, ventidue anni, romana […] abitante in detta via Appia Nuova. [Il Gallinari] [ha] proposto al medesimo di partecipare a un eclatante sequestro di persona a sfondo politico. Il pregiudicato non ha accolto la proposta, non ritenendola economicamente conveniente. In occasione del predetto incontro il Gallinari era accompagnato da un giovane tedesco, i cui connotati fanno presumere possa trattarsi del terrorista Sigmund Hoppe”.

Insomma, anche volendo sminuire il profondo significato di tutti questi eventi, che costituiscono di per se una prova logica evidente di una presenza straniera in via Fani, resta quantomeno l’assoluta certezza che i massimi responsabili delle Br si siano avvalsi, nella fase di elaborazione del piano, della consulenza(33) di esponenti dell’organizzazione tedesca.

A seguire, il motivo per cui questa presenza ha un’importantissima valenza storico-politica.

I rapporti Rote Armee Fraktion – STASI

«La STASI [il Ministero della Sicurezza di Stato della Germania Est] era in grado di padroneggiare molte delle organizzazioni rivoluzionari dell’Europa e del Medio Oriente. A cominciare dalla RAF, l’organizzazione terroristica che operava nella Germania Federale. Per anni avevamo pensato che la Rote Armee Fraktion fosse una formazione rivoluzionaria con una sua purezza, se così si può dire, cioè senza direzioni esterne. E invece, dopo la caduta del Muro, abbiamo scoperto che era pilotata dal servizio segreto della Germania Est, era una sua struttura armata. Ho potuto [Priore] rendermene conto anche personalmente, dopo la riunificazione delle due Germanie, visitando, primo fra gli europei occidentali, i vecchi archivi della Stasi […]. Non potevamo immaginare che quel servizio segreto riuscisse a seguire i membri di grandi organizzazioni internazionali, dalla Raf ai palestinesi di Settembre nero, in tutti i loro viaggi, in tutti i loro spostamenti, addirittura in tutte le loro comunicazioni e persino in tutte le loro telefonate. Aveva un’organizzazione capillare e, quando arriva la Stasi, i servizi degli altri paesi dell’Est cedevano il passo, oppure operavano secondo i modelli della Stasi stessa o secondo i suoi ordini.
[…] La Germania Est aveva […] un interesse specifico, in quanto nazione per molti anni non riconosciuta dai paesi occidentali, Italia compresa. Quindi, attraverso l’attività della sua intelligence esercitava il suo potere di condizionamento innanzitutto per indurre gli stati ad accettare la sua esistenza, e a riconoscerne il peso politico. Ma da un certo periodo in poi ebbe da Mosca anche una sorta di delega nel campo del terrorismo internazionale. […] La delega alla Germania Est […] coincide con la prima grave rottura tra il Pci e il mondo comunista orientale. La condanna da parte italiana dell’invasione della Cecoslovacchia, l’elezione di Enrico Berlinguer alla segreteria del Pci e il suo rifiuto di riconoscere la leadership moscovita sul movimento comunista internazionale erano molto di più di un semplice strappo. Erano tutti segnali di una vera e propria rottura strategica destinata a diventare più profonda. […]. Il pericolo rappresentato dall’eurocomunismo per i sistemi dell’Est fu percepito fin dal primo momento in tutta la sua devastante potenzialità. La Primavera di Praga, per quanto fosse stata repressa con i carri armati, costituiva ancora un pericolo per i regimi dell’Est. Dove quelle idee riformiste, portatrici di un socialismo dal volto umano, continuavano a fermentare nonostante il giro di vite brezneviano. Il rischio maggiore, paventato dagli analisti dei servizi segreti orientali, era che quei fermenti finissero per trovare un punto di riferimento nell’eurocomunismo, e che la politica di Berlinguer fungesse da detonatore di nuovi conflitti politici e sociali. Per una parte di quel mondo, Berlinguer costituiva un pericolo mortale»(34).

Tanto mortale che i servizi segreti bulgari cercheranno di eliminarlo a Sofia nell’ottobre del 1973; ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi…

I suddetti contatti tra la RAF e la DDR verranno addirittura confermati dall’ex “numero due” della STASI Markus Wolf: una delle più grandi spie della guerra fredda.

“Questi scenari internazionali, che all’inizio sembrano evanescenti e vaghi, vengono descritti e spiegati a[l giudice] Imposimato da Wolf […] in un primo incontro che avviene a Berlino il 16 gennaio 2002, nel ristorante Bacco del toscano […].

[Wolf:] Io ero nettamente contrario ad avere rapporti con i terroristi. E lo dissi al ministro Mielke [uno dei fondatori della STASI]. Ma egli rispose che gli uomini della Raf erano combattenti antifascisti, persone che lottavano contro il ritorno del nazismo in Germania. Per questo la Ddr li ha protetti per anni durante la latitanza, dopo gli attentati in Europa. Alla fine degli anni settanta il mio dipartimento collaborò con gruppi armati che giudicavano il terrorismo un efficace strumento di lotta politica.

Imposimato: A partire da quando iniziarono i rapporti con quelli della Raf?

Wolf: Non ebbi contatti diretti con questi gruppi; erano dei pazzi incontrollabili, se ne occuparono altri ufficiali della Stasi.

Imposimato: Quali erano questi gruppi?

Wolf: L’Organizzazione per la liberazione della Palestina; il sicario terrorista freelance Ilych Ramirez Sanchez, il cui primo nome era un omaggio a Lenin, meglio noto come Carlos […] e il gruppo tedesco occidentale della Rote Armee Fraktion, o Raf, e prima ancora la Banda Baader Meinhof. L’entusiasmo del servizio segreto della Germania orientale per queste forme di collaborazione variava da caso a caso. Anche il Fplp e il gruppo di Abu Nidal erano controllati dalla Stasi, anche se io ero contrario. Erano troppo violenti e radicali.

[…] [Wolf:] La Raf si avvalse della Germania orientale come di un santuario. I fondatori della banda, Andreas Baader e Ulrike Meinhof [nel 1972-73, N.d.A] furono protetti dalla Stasi. A trovare rifugio in Germania Est furono Sussanna Albrecht, che aveva giustiziato con un amico di suo padre, Jurgen Ponto, direttore della Dresdner Bank. […] Anche i terroristi della Raf Khristian Klar e Sielke Maier Witt, coinvolti nel rapimento e nell’assassinio di Hans Martin Schleyer, furono accolti in Germania orientale. […] Inge Viett, Inge Nicolai e Ingrid Sipemann, anche loro della Raf, fuggirono dalla Germania occidentale in Cecoslovacchia e si trasferirono, con il consenso del ministro Erich Mielke, a Berlino Est”(35).

Il SISMI in via Fani: occhio vede, ma cuore non duole

“Nel 1991 l’ex carabiniere paracadutista Pierluigi Ravasio, appartenente alla sezione sicurezza del Sismi, rivelò a un inviato di Panorama e all’onorevole Cipriani (componente della Commissione stragi) che il colonnello Camillo Guglielmi (soprannominato «Papà»), suo superiore diretto […] si trovò il 16 marzo a pochi metri da via Fani, senza tuttavia poter intervenire. Subito dopo aver fatto tale rivelazione, Ravasio fu convocato dalla Procura della Repubblica e il 13 maggio 1991 ritrattò la sua versione dei fatti negando tutto ciò che aveva rivelato. Dopo soli tre giorni, fu convocato [dal sostituto procuratore di Roma Luigi De Ficchy] il colonnello Guglielmi, il quale invece confermò che quel giorno [alle 9:30] si era recato in via Stresa numero 117 dal suo amico colonnello D’Ambrosio, che lo aveva invitato a pranzo”(36).

“Lo stesso [Armando] D’Ambrosio confermò la visita di Guglielmi, anticipandola alle 9 […]”(37).

“Guglielmi si è presentato a casa mia poco dopo le 9, non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo […] si è intrattenuto per qualche minuto a casa mia ed è tornato in strada dicendo: «Deve essere accaduto qualcosa»”(38).

“Secondo il racconto che Ravasio fece all’onorevole Luigi Cipriani, durante il caso Moro il Sismi attivò uno special team che qualche legittimo sospetto autorizza a pensare fosse stato creato prima del 16 marzo. Questo gruppo avrebbe dovuto agire in collegamento alla banda della Magliana(39) e la sua sede fu istituita a Forte Braschi (dove si trovava il comando generale del Sismi). I referenti principali del team furono il generale Musumeci [condannato in via definitiva per gli accertati tentativi di depistare le indagini relative alla strage di Bologna] e il colonnello Guglielmi. Il Parlamento restò ovviamente all’oscuro di tutto. L’esistenza di tale nucleo speciale è venuta alla luce solo nel 1991, grazie al coraggio e alla tenacia di Luigi Cipriani. Secondo Ravasio il gruppo era riuscito a infiltrare uno studente di Giurisprudenza di nome Franco [un nome in codice] nella colonna romana delle BR e questi informò i suoi superiori con mezz’ora di anticipo che i brigatisti stavano per portare a termine l’operazione proprio in via Fani. E’ per questo che Guglielmi si recò in zona? Per controllare? Per assolvere qualche compito specifico? Sta di fatto che lo stesso Guglielmi, come abbiamo visto, oltre ad aver confermato la sua presenza nei pressi di via Fani […] confermò anche l’esistenza di questo special team costituito in occasione del caso Moro e sciolto subito dopo la morte del presidente della Dc”(40).

Verrebbe da dire missione compiuta… Ma concentriamoci sulla figura della presunta “vedetta” di via Fani.

Guglielmi, quando nel ’91 fu convocato in procura, dichiarò che all’epoca del “fattaccio” era in forza nella quarta brigata dei Carabinieri, operava a Modena, e non aveva ancora nulla a che fare con il Sismi.

Dello stesso avviso il generale Paolo Inzerilli: responsabile dell’organizzazione Gladio dal 1974 al 1986. Inzerilli ha tentato di negare l’appartenenza del colonnello Guglielmi al Sismi, precisando che il colonnello dell’Arma sarebbe divenuto consulente del servizio segreto militare soltanto il 1° luglio 1978, ovvero a sequestro Moro concluso.

Di opinione diametralmente opposta l’ex senatore del PCI Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, P2 e Antimafia: “I magistrati militari Sergio Dini e Benedetto Roberti, nella loro inchiesta sulla Operazione Gladio, hanno […] trovato documenti comprovanti i legami del colonnello Guglielmi con il servizio segreto militare fin dagli anni 1972-73, e il suo ruolo di istruttore in corsi speciali organizzati dal Sid [il precedente acronimo del SISMI] presso la base di Gladio a Capo Marrargiu [in Sardegna]”(41).

A confermare il legame con Gladio, la “nota integrativa” presentata alla Commissione stragi dal deputato Cipriani (colui che per primo raccolse la testimonianza del parà Ravasio), secondo cui “Guglielmi […] faceva parte della VII Divisione(42), cioè di quella Divisione del Sismi che controllava Gladio”.

Un’altra plausibile motivazione che spiegherebbe la presenza del colonnello in via Fani il giorno della strage, verrebbe guarda caso, proprio da un “gladiatore”.

“[Antonino Arconte] […] ex appartenente alla Gladio delle Centurie, struttura segreta denominata anche Supersid composta da 280 agenti dipendenti dal ministero della Difesa e comandato dal generale Vito Miceli, ha reso pubblico un Memoriale nel quale ha raccontato le molte missioni che ha svolto all’estero. Dal Memoriale ne è scaturito un libro […] edito dallo stesso Antonino Arconte che, tra le tante imprese, ha descritto un episodio che ha destato molto clamore: il 2 marzo 1978 ricevette l’ordine di imbarcarsi per Beirut per consegnare a un altro gladiatore, Mario Ferraro, un plico con l’ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le BR, con l’obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro. Avrebbe dovuto sovrintendere l’operazione il colonnello Stefano Giovannone che […] [durante il sequestro] sarà indicato dallo stesso Moro come autorevole interlocutore per instaurare una credibile trattativa. Arconte avrebbe consegnato il plico nelle mani del colonnello Ferraro il 13 marzo 1978, tre giorni prima dell’agguato di via Fani.
[…] Dal racconto di Arconte si evince […] che i vertici di questa presunta Gladio segreta sarebbero stati a conoscenza del 16 marzo come data dell’operazione brigatista. L’ex agente, infatti, ha sottolineato come la sua imbarcazione fosse arrivata a Beirut con un imprevisto anticipo in quanto era programmato che giungesse a destinazione dopo il 16 marzo, proprio affinché quell’ordine non stesse a destare troppi sospetti. Arconte consegnò al tenente colonnello Ferraro il plico sigillato contenente documentazione a distruzione immediata. Ma egli non eseguì l’ordine proveniente dai suoi superiori […]. Cosa avvenne dunque al momento della consegna ? Arconte diede il plico sigillato a Ferraro nella sua cabina a bordo dell’imbarcazione che lo aveva portato a Beirut. Ferraro aprì la busta, analizzò il contenuto, lo posò sulla scrivania e fu costretto a recarsi in bagno per un bisogno fisiologico impellente. Fu allora che Arconte decise di provare la cinepresa da poco acquistata ed effettuò alcune zoomate all’interno della sua cabina. L’occhio della cinepresa cadde anche sui documenti lasciati sul tavolo da Ferraro e molti anni dopo, quando Arconte rivide quel filmato, si rese conto dell’importanza di quelle carte. Nel luglio del 1995 Arconte riuscì, fortuitamente, a venire in possesso del documento originale che Ferraro non aveva distrutto diciassette anni prima, e che lo stesso diede ad Arconte al fine di custodirlo per conto suo, in quanto egli era stato oggetto di minacce. Poco dopo Mario Ferraro fu trovato impiccato nella sua abitazione. Nel marzo del 2003 il perito Maria Gabella, considerata una vera e propria autorità in materia e che studiò diversi documenti rinvenuti nei covi delle BR già nel ’78 per conto della Procura di Roma, ultimò l’analisi del campione cartaceo che le avevano commissionato le due testate [Famiglia Cristiana e Liberazione] che ne hanno poi dato il resoconto ai proprio lettori […] e il programma di approfondimento Primo Piano del TG3. Le conclusioni della dott.ssa Gabella non hanno, purtroppo, messo la parola fine sull’autenticità del documento. Infatti sebbene nella perizia si affermi che «il documento è compatibile con l’epoca dei documenti di raffronto» il perito aggiunge anche che «non è un documento recente nel senso che ha almeno tre anni e mezzo. Il che, ovviamente, non esclude che sia ancora più antico». […]. La carta esaminata risulta essere di una tipologia particolare, nel senso che è stata prodotta con un impasto contenente metalli pregiati, ed è stato adoperato un microscopio speciale in grado di leggere il tipo di solco al fine di poter risalire alla macchina da scrivere che lo ha prodotto. Secondo il perito, insomma, non si tratterebbe di un documento artigianale e se non fosse originale, si tratterebbe di un falso raffinatissimo”(43).

Ma non finisce qui, l’ombra della stay-behind(44) italiana nel caso Moro si propaga anche grazie ad altri due fatti che suscitano non poche perplessità: “Le perizie hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale. Tra i bossoli repertati, 31 erano senza data di fabbricazione e ricoperti da una particolare vernice protettiva, «parte di stock di fabbricazione non destinata alle forniture standard dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica militare». […]. Secondo il perito Antonio Ugolini, «questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva viene usata per garantire la lunga conservazione del materiale… Il fatto che non venga indicata la data di fabbricazione, è il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionali». E quando verranno scoperti i depositi [di armi] […] della struttura paramilitare segreta della Nato Gladio si riscontreranno le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi. Non è stata condotta alcuna inchiesta per accertare quale ente avesse commissionato quelle particolari munizioni e la loro destinazione, dato che esse non erano destinate alle forza armate regolari né potevano essere commercializzate essendo di calibro militare e interdette a usi civili: dagli atti dei vari processi Moro non risulta siano mai stati svolti accertamenti per scoprire da quali canali quelle munizioni arrivarono alle Br. In un appunto […] datato 27 settembre 1978, siglato dall’allora questore di Roma Emanuele De Francesco e dal dirigente della Digos Domenico Spinella (appunto non trasmesso né alla magistratura né alla Commissione parlamentare Moro), si legge: «Dagli esami compiuti dai periti su alcuni bossoli rinvenuti in questa via Fani, risulterebbe che le munizioni usate provengono da un deposito dell’Italia Settentrionale, le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone»”(45).

L’ennesima stranezza che si verifica nella zona di via Fani è riconducibile alla Sip: l’ente telefonico statale che nel 1994 cambierà nome in Telecom.

“La mattina del 16 marzo 1978 […] un improvviso blackout impedisce le comunicazioni telefoniche in tutta via Fani e via Stresa, favorendo la fuga del commando [brigatista]. Secondo il procuratore della Repubblica, Giovanni De Matteo, l’interruzione sarebbe stata volutamente provocata […]. Durante i cinquantacinque giorni del sequestro alcuni comportamenti della Sip danno adito a sospetti. […]. Il capo della Digos Domenico Spinella, sottolinea l’estrema inefficienza della Sip e la sua ostruzionistica passività durante il sequestro. «Se la Sip avesse collaborato» dichiara Spinella alla Commissione parlamentare «gli sviluppi della vicenda Moro sarebbero stati completamente diversi». La Sip […] è un ente pubblico controllato dalla finanziaria Stet, presieduta [al tempo] da Michele Principe […] affiliato alla P2. […]. Prima di diventare presidente della Stet, Principe è dirigente della segreteria Nato presso il ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, quindi presidente dell’organismo strategico della Nato per le telecomunicazioni, il Civil Communication and Planning Committee.
[…] All’interno della Sip viene creata la struttura segreta siglata Po-Srcs, Personale organizzazione – Segreteria riservata collegamenti speciali, che dispone di un incaricato per la sicurezza designato dall’autorità nazionale della sicurezza, cioè il capo del servizio segreto militare. La Segreteria riservata collegamenti speciali è una struttura formata da civili, tutti muniti di Nos, il Nulla osta di sicurezza Nato, organizzata con i criteri propri dei servizi segreti […]. Il compito di tale ente è […] quello di predisporre collegamenti speciali e fornire servizi tecnici alle forze dell’ordine, alle forze armate, alla Nato e ai servizi segreti, in situazioni critiche legate a atti di terrorismo, crisi nazionali o internazionali, eventi bellici. La persona responsabile dei problemi di sicurezza all’interno della Po-Srcs è proposta dal presidente della Sip e nominata direttamente dal Sismi, e la cosiddetta «cellula di risposta» che viene attivata in situazioni di emergenza è diretta da un ex militare. […]. La «cellula di risposta» viene messa in stato di allarme alle 16.45 del 15 Marzo 1978″(46).

Conclusioni?

Nel corso degli anni, sono state fornite dai personaggi più disparati molteplici interpretazioni politiche del rapimento e dell’uccisione di una figura centrale (nella vita della prima Repubblica) come quella dell’on. Aldo Moro. In queste esposizioni, più o meno condivisibili, si evidenziano i presunti complotti e i ruoli giocati dai protagonisti del tempo: si passa dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli, che è riuscita ad inquinare la vita politica ed economica del paese (ed in particolar modo, visto che parliamo del caso Moro, i famigerati “Comitati di crisi del Viminale” diretti da Francesco Cossiga, sotto la supervisione dell’esperto antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano Steve Pieczenik), ad un intervento del servizio segreto israeliano, il Mossad, fermo oppositore del filo-arabismo di Moro. Si è ipotizzato un eterodirezione sovietica, che come abbiamo visto, era contraria alla svolta europeista del PCI in cerca di una sua autonomia da Mosca; per poi finire con personaggi riconducibili a gruppi dell’oltranzismo atlantico (Kissinger in primis) e all’immancabile CIA, contrari ad una qualsiasi apertura al PCI.

La perfetta sintesi di tutti queste entità politiche, protagoniste della vita politica nazionale ed internazionale, si trova nell’ormai famosa scuola di lingue Hyperion(47).

Una lucida analisi della vicenda viene fornita, ancora una volta, dal giudice Ferdinando Imposimato e dal giornalista Provvisionato nel libro “Doveva Morire”.

“«Con il trascorrere degli anni e l’acquisizione di nuove prove – afferma Imposimato – […] mi appare chiara una cosa: il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estranea l’appoggio della Raf e l’interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa. Ma ha rappresentato il punto di convergenza di interessi più disparati. In questa operazione, perfettamente riuscita, sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia, il Kgb, la mafia ed esponenti di governo, gli stessi inseriti nel Comitato di crisi. Tutti questi, dopo il 16 marzo, hanno vanificato tutte le opportunità emerse per salvare la vita di Moro spingendo di fatto le Brigate rosse a ucciderlo». Nella storia del delitto Moro la prudenza è d’obbligo: occorre evitare di passare da una verità di comodo a una scarsamente dimostrata. Ma occorre anche evitare l’errore opposto: pretendere prove matematiche assolute, granitiche per dimostrare un fatto. «La verità – dice Imposimato – non è facile da scoprire ma non è possibile chiudere gli occhi di fronte a una storia che ha nei documenti occultati e fortunosamente ritrovati il suo fondamento indiscutibile. E nella confessione tardiva di uno degli autori del complotto un testimone importante. […]». C’è in questa tragedia – come dicevamo – un testimone tardivo. Si chiama Steve Pieczenik. […]. Nel corso delle confessioni che emergono dal suo lavoro in seno al Comitato di crisi e dalle sue interviste rilasciate periodicamente a distanza di anni emerge il vero scenario in cui è maturata la morte di Moro. «E’ proprio Pieczenik – aggiunge Imposimato – che, per giustificare la decisione di abbandonare Moro, invoca una presunta ragion di Stato, una specie di stato di necessità, che è una esimente, una causa di non punibilità: per Pieczenik e Cossiga la vita di un uomo, quella di Moro, valse la salvezza di milioni di italiani. La tesi non era, dunque, la fermezza dello Stato italiano contro le Brigate rosse, ma un’altra, davvero agghiacciante: la morte di Moro era necessaria per stabilizzare la situazione interna e salvare milioni di italiani dal comunismo. Questo significava che la sopravvivenza di Moro sarebbe equivalsa all’anarchia, alla disgregazione sociale, alla destabilizzazione delle istituzioni di un Paese e alla fine della democrazia italiana. Per Pieczenik e i componenti del Comitato di crisi, la ragion di Stato comportava che la sicurezza nazionale fosse una esigenza di tale importanza che i governanti furono costretti, per garantirla, a violare le leggi giuridiche, morali e politiche, che invece sarebbero state inderogabili quando tale esigenza fosse stata in pericolo»”.

Per correttezza, concludiamo il lavoro dando la parola al fratello dello statista democristiano, Alfredo Carlo Moro: “E’ stato detto che il provvedimento di generale clemenza è necessario, perché un periodo tragico si è chiuso e lo Stato, che ha vinto, può dimostrarsi generoso con gli sconfitti. Un periodo storico però si chiude non solo quando è trascorso un certo lasso di tempo ma quando si è fatta pienamente chiarezza su quanto è realmente successo e quando sono definitivamente superati i pericoli che l’attuale vita politica sia ancora avvelenata da connivenze e ricatti. Se permangono anche oggi molti misteri, se non tutte le responsabilità sono appurate, se i brigatisti catturati sentono ancora il bisogno di celare la verità dietro una notevole cortina di menzogne, se è possibile che dietro i misteri insoluti e dietro le verità nascoste si celino anche pesanti ricatti, può seriamente e onestamente dirsi che un periodo si è completamente chiuso? E che senso ha l’affermazione che lo Stato ha vinto se gli attentati alla integrità fisica delle persone sono finiti, ma non si è ancora riusciti a scoprire l’intera verità su tutto un travagliato ed ambiguo periodo storico e non sono chiare sia tutte le responsabilità degli esecutori sia le connivenze che hanno consentito al terrorismo di operare o di raggiungere certi risultati?”(48).

Massimiliano Paoli (M4X)

Note

1 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.

2 – Estratto dall’intervista di Rita di Giovacchino all’ex senatore dei DS Giovanni Pellegrino, presidente per due legislature consecutive della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Stragi e sul Terrorismo:

“Alcuni testimoni che abbiamo ascoltato [in Commissione], Corrado Guerzoni [stretto collaboratore di Moro] ad esempio, si sono detti convinti che il sequestro Moro sia stato un sequestro in appalto, voluta dalla CIA perché Kissinger osteggiava fortemente il presidente DC. Ed è questa una linea ampiamente condivisa in alcuni ambienti del mondo cattolico. Che Moro fosse inviso a una parte dell’amministrazione americana e ad ambienti dell’oltranzismo atlantico è fuori di dubbio. Era odiato per la sua politica filoaraba e di apertura al PCI: anche questa non è una novità. Dico più per la politica filoaraba che per il compromesso storico; non a caso l’ammiraglio Fulvio Martini ci ha assicurato che l’ingresso del PCI nel governo italiano veniva si vissuto, in ambito NATO, come un problema, ma poteva essere sufficiente a risolverlo una riforma della Presidenza del Consiglio. I risultati della nostra indagine, nonostante alcuni interessanti sviluppi, non hanno però portato elementi che possano farci dire con certezza che fu la CIA a organizzare il sequestro o a volere Moro morto. Resto convinto che le Brigate Rosse siano state un fenomeno autenticamente italiano, anche se è possibile – anzi mi stupirei del contrario – che durante il sequestro i servizi americani, quelli NATO come anche il KGB si siano messi in contatto con i brigatisti direttamente o attraverso intermediari. Anche nei primi anni Settanta il Mossad contattò le Brigate Rosse, attraverso un esponente socialista milanese: a quanto ci ha raccontato l’ex capo BR Alberto Franceschini il servizio segreto israeliano offrì appoggi senza alcuna contropartita affermando: «A noi basta che esistiate»; perché ciò che al Mossad interessava, a detta di Franceschini, sarebbe stato il permanere in Italia di una situazione di instabilità, che agli occhi dell’alleato americano avrebbe esaltato l’importanza strategica di Israele nello scacchiere Mediterraneo”.

3 – Op, 2 maggio 1978.

4 – Giulio Andreotti, Diari 1976 – 1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli.

5 – Quantomeno curioso, come fa giustamente notare il libro-inchiesta “Doveva Morire” (scritto a quattro mani dallo stesso Imposimato e dal giornalista Sandro Provvisionato), il fatto che “solo un anno prima […] deponendo davanti alla Commissione Moro, Morucci aveva sostenuto che il commando era composto da «poco più di dodici [persone]»”.

6 – Ascoltato in Commissione stragi il 9 marzo 1995, il magistrato Antonio Marini svilupperà la seguente analisi sul suddetto personaggio:

“Vi è poi un aspetto molto delicato, che riguarda il procedimento contro Antonio Nirta [boss della ‘Ndrangheta che secondo il collaboratore di giustizia Saverio Morabito era presente in via Fani al momento dell’agguato] e che si riferisce ad Alessio Casimirri. Dobbiamo decidere tra due versioni acquisite al processo. Secondo la prima, Antonio Nirta era confidente di un certo capitano dei carabinieri [il controverso Francesco Delfino] che operava nel campo dei sequestri di persona. Nirta avrebbe fatto fare una serie di operazioni a questo ex capitano dei carabinieri. Poi si dice che Antonio Nirta sarebbe stato messo in via Fani per partecipare al sequestro Moro […]. Secondo un’altra ipotesi, Nirta avrebbe fatto compiere azioni all’ex capitano dei carabinieri che, a sua volta, si sarebbe accorto che [un] uomo fermato non era un comune sequestratore di persona ma addirittura un terrorista che si identificava in Alessio Casimirri e, resosi conto che si trattava di un brigatista, riuscì a sapere che stava organizzando non un comune sequestro ma il sequestro del presidente della Dc Aldo Moro, e allora lo passò al Sismi. [A Casimirri] l Sismi gli avrebbe fatto fare l’operazione, lo avrebbe avuto come infiltrato, avrebbe saputo tutto quel che voleva sapere su via Fani e sulla prigione di Moro, e poi lo avrebbe fatto fuggire all’estero”.

Sarà un caso ma Alessio Casimirri (figlio di un alto funzionario della Santa Sede), rimane ad oggi, tra i brigatisti individuati, l’unico membro del commando ad essere sempre riuscito a sottrarsi al cattura, e quindi al carcere.

Dal libro “Sequestro di verità”: “Rifugiatosi a Parigi dopo la strage di via Fani, Casimirri venne poi arrestato dalla polizia francese, ma grazie all’aiuto dei servizi segreti italiani riuscì a raggiungere il Nicaragua utilizzando un falso passaporto […]. A Managua si guadagnò la protezione di Aviterni Tomas Borge (il ministro dell’Interno del governo sandinista), e aprì un ristorante, “Magica Roma”, in società con Manlio Grillo. La coppia Casimirri-Grillo si inserì nel giro locale dei servizi segreti […]. Nel 1988 Casimirri ottenne la cittadinanza nicaraguense, revocatagli nel 1993 da una prima sentenza. Nell’estate del 1993 due agenti del Sisde, Mario Fabbri e Carlo Parolisi [suo ex compagno di scuola], incontrarono Casimirri, per circa una settimana, a Managua. Il 30 marzo 1994 gli agenti del Sisde Fabbri e Parolisi furono interrogati dal sostituto procuratore Franco Ionta […] ma non fu possibile chiarire quale fosse stato il vero scopo della loro missione a Managua. Nel 1996 Casimirri venne indicato da una parte della stampa nicaraguense […] come un fomentatore di disordini, alla vigilia della visita in Nicaragua del pontefice Giovanni Paolo II; Casimirri replicò con una minacciosa intervista a Nuevo Diario […] e a Barricada, dichiarando: «Sono perseguitato. Se la mia situazione peggiora, aprite l’ombrello: dirò tutto. Tutto su chi manovra nell’ombra le prossime elezioni in Nicaragua. Tutto sugli appoggi dei quali ho sempre goduto in Italia»”.

7 – Dal saggio di Sergio Flamigni “La tela del ragno”: “La presenza in via Fani, durante l’attentato, di due individui armati i quali, appena sterminata la scorta e catturato l’ostaggio, fuggirono a bordo di una moto Honda seguendo le auto dei brigatisti, è una certezza processuale. La Honda venne vista dal testimone Luca Moschini prima della sparatoria vicina a due individui in divisa da avieri (e indossavano la divisa da avieri almeno quattro dei terroristi); venne vista da un secondo testimone, l’ingegner Alessandro Marini, al momento del sequestro: uno dei due motociclisti sparò proprio in direzione del Marini (infatti i brigatisti verranno condannati all’ergastolo per la strage e il delitto Moro, e per il tentato omicidio di Marini). Un terzo testimone, Giovanni Intervado, vide la Honda al momento della fuga del commando, e notò il caricatore di un mitra spuntare da sotto l’ascella di uno dei due motociclisti. […]. Una moto Honda era stata notata, due-tre giorni prima della strage, parcheggiata in via Savoia, nei pressi dello studio privato dell’on. Moro, vicina a un «furgone colore avana chiaro… fermo in posizione favorevole per osservare l’ingresso dello stabile, ove è ubicato lo studio». L’uso dell’autofurgone, dotato di sofisticate attrezzatura spionistiche, rientra nel modus operandi dei servizi segreti”.

Forse sarà solo un caso, ma il testimone Mario Lillo (nel febbraio del 1979) riferirà di aver osservato un particolare di notevole interesse: un rialzamento di circa 25 cm sulla parte superiore del detto furgone. Poteva quel rialzamento nascondere un’apparecchiatura dedita allo spionaggio ?

In occasione del ventennale del sequestro, il legale di parte civile per la DC Giuseppe De Gori, scrisse un libro di mancata pubblicazione: il testo fu consegnato alla magistratura e ai carabinieri del Ros. Nel manoscritto si afferma che i due uomini in sella alla moto Honda in via Fani erano in realtà due agenti del Mossad:

“Il Mossad tentò, senza riuscirci, di usare le BR. Ebbe un colloquio con Renato Curcio e Mara Cagol, inviando loro un colonnello e un maggiore; i due si presentarono rispettivamente come avvocato e come rappresentante della comunità milanese. Da quel momento il Mossad non mollò più le BR, le controllò ventiquattro ore su ventiquattro. Seppe di via Fani, dove fu presente con due uomini su una Honda, e vide tutto. Conosceva la prigione, non disse nulla al governo italiano, né rapportò alcunché al governo degli Stati Uniti, né alla Cia, con la quale normalmente collaborava”.

Un elemento interessante a sostegno di quest’ipotesi investigativa è la testimonianza resa dal democristiano Giovanni Galloni (ex-vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura) davanti alle telecamere di RaiNews24 nel luglio del 2005: “Io non posso dimenticare un discorso che ebbi con Moro poche settimane prima del suo rapimento. Discutevamo delle BR, delle difficoltà di trovare i covi delle BR, e Moro mi disse… «La mia preoccupazione è questa: che io ho per certa la notizia che i servizi segreti sia americani sia israeliani hanno degli infiltrati all’interno delle BR; però non siamo stati avvertiti di questo, perché se fossimo stati avvertiti probabilmente i covi li avremmo trovati»”.

8 – Castronuovo Manlio, Vuoto a perdere, Besa.

9 – Dal libro-intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca all’ex leader BR Mario Moretti:

“Dove avete imparato a sparare con tanta precisione ?

[Moretti:]Non esageriamo con la precisione. La nostra decantata capacità e precisione militare è stata sempre approssimativa.

Non si direbbe. Siete riusciti a uccidere i cinque uomini della scorta, lasciando Moro indenne e senza colpirvi fra di voi.

[Moretti:]Ma no, non confondiamo capacità organizzativa e capacità tecnico-militare della guerriglia. Ti assicuro che i brigatisti non sono stati dei grandi guerrieri. Sono stati formidabili organizzatori politici, militanti comunisti capaci di un’autodisciplina che, allora non me ne rendevo conto, rasentava la follia: è questo che ci vuole per una lotta armata che duri nel tempo e abbia qualche possibilità di successo in una città supermilitarizzata. Invece il nostro addestramento militare avrebbe fatto ridere un caporale di qualsiasi esercito.

Avrete pur fatto delle esercitazioni a fuoco ?

[Moretti:]Si, ma in modo occasionale, sempre a ridosso delle azioni di combattimento, per il gruppo di compagni che dovevano parteciparvi. Per il sequestro Moro non facemmo nemmeno quelle, perché i compagni incaricati dell’azione vera e propria sarebbero venuti da diverse parti d’Italia; se mai ciascuno si è arrangiato ad addestrarsi per conto proprio, so che i compagni romani lo facevano in montagna, sull’Appennino, dalle parti del Terminillo. Naturalmente si scelgono luoghi isolati, sentieri di campagna, oppure cave abbandonate. Si è favoleggiato che le Br avessero un poligono di tiro: non lo abbiamo mai avuto. La verità è che per un addestramento vero e proprio occorre sparare molto, ma è sempre e dovunque più difficile procurarsi munizioni che armi. […]. Ci siamo esercitati pochissimo, in una decina d’anni avrò sparato con il mitra non più di un paio di volte. Nelle Br non conosco tiratori scelti, tipo quelli dei film per intenderci”.

10 – Dalla “Relazione di perizia tecnico-balistica-medico legale sull’eccidio della scorta dell’on. Moro” Merli-Ronchetti-Ugolini: “Se si vuole oggi […] ricapitolare sul numero delle armi impiegate nella sparatoria, attraverso l’esame dei bossoli e dei proiettili […], riconfermando quanto collegialmente concordato in sede della perizia conclusiva disposta dall’Ufficio istruzione del Tribunale di Roma (gi dr. Imposimato, incarico del 27-6-80), nell’esecuzione della strage della scorta dell’on. Moro, vennero utilizzate:

· pistola semiautomatica Beretta mod. 52 cal. 7.65 mm Parabellum;

· pistola semiautomatica Beretta mod. 92S cal 9×19 Parabellum (dai bossoli, la pistola dello Iozzino);

· pistola semiautomatica Smith & Wesson mod. 39-2 cal. 9×19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata al Gallinari Prospero)

· pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9×19 Parabellum;

· pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9×19 Parabellum;

· pistola mitragliatrice Tz45 cal. 9×19 Parabellum;

· pistola mitragliatrice Beretta Mp12 cal. 9×19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata a Falcone Piero);

· va aggiunta una ottava arma, identificata solo attraverso due proiettili, e cioè una pistola semiautomatica Beretta cal. 9×17 (9M34) mod. 3.

[Secondo il memoriale difensivo di Valerio Morucci, il brigatista in questione] avrebbe impugnato una pistola mitragliatrice Fna43, il Fiore una pistola mitragliatrice Beretta Mp12, il Gallinari una pistola mitragliatrice Tz45, e il Bonisoli un’altra Fna 43”.

11 – Imposimato Ferdinando; Provvisionato Sandro, Doveva Morire, Chiarelettere.

12 – Commissione Moro, volume 41, pag. 493-94.

13 – Castronuovo Manlio, Vuoto a perdere, Besa.

14 – Fasanella Giovanni; Priore Rosario, Intrigo Internazionale, Chiarelettere.

15 – Ibidem.

16 – Sempre dal libro-intervista di Rossanda e Mosca all’ex leader BR:

“Ma che armi avevate [in via Fani], due mitra che si inceppano in pochi secondi ?

[Moretti:]Eh si. Mi ero augurato sempre di non dover affrontare uno scontro a fuoco, perché con il nostro addestramento e la nostra dotazione di armi, sarebbe successo un disastro. […]. In via Fani avevamo soltanto due armi efficienti e moderne: un M12 che è anche in dotazione alle forze di polizia, lo usa Fiore, e la famosa mitraglietta Skorpion che, ovviamente, tiene Barbara [Balzerani]”.

Peccato che per ammissione dello stesso Fiore, il suo efficientissimo mitra non sia riuscito ad esplodere nemmeno un colpo, e che la mitraglietta Skorpion, l’altra arma «efficiente e moderna», non sia stata neppure utilizzata nell’azione.

17 – Schleyer, presidente degli industriali tedeschi ed ex SS, venne rapito a Colonia da un commando della RAF il 5 settembre del 1977. Verrà giustiziato, sempre dalla RAF, il 18 ottobre successivo.

18 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.

19 – Estratto dal libro-intervista del giornalista Giovanni Fasanella al giudice Rosario Priore:

“Lei ha detto che il sequestro Schleyer era un modello al quale le Br si ispirarono per l’operazione Moro. Quali modalità del primo ritroviamo nel secondo?

[Priore:]Diverse. Io ritengo che ci sia stata una vera e propria trasfusione di un sapere terroristico. Perché sicuramente le nostre Br fecero proprie le modalità dell’operazione Schleyer. Innanzitutto modalità militari, che concernevano l’agguato in sé […]. E poi i brigatisti appresero dalla Raf anche, come dire, un «sapere» logistico relativo alla gestione di un ostaggio sequestrato, come la predisposizione di vere e proprie prigioni. […].

Dunque, ammettiamo pure che dietro l’operazione Moro non ci fossero entità e intelligenze straniere. Ma possiamo dire con certezza almeno una cosa, cioè che nel sequestro Moro c’erano tutta l’esperienza e l’intelligenza del sequestro Schleyer?

[Priore:]Si, possiamo dirlo con sicurezza. Molti particolari – per esempio le modalità di trasferimento da una «prigione» all’altra e di interrogatorio dell’ostaggio, le somiglianze tra il covo di via Montalcini [la famigerata «prigione del popolo»] e quello di Colonia – confermano che ci fu un trasferimento di conoscenze e di esperienze dai tedeschi agli italiani.”

20 – Flamigni Sergio, La tela del ragno, Kaos Edizioni.

21 – Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.

22 – Bianco Romano; Castronuovo Manlio, Via Fani ore 9.02, Nutrimenti.

23 – Ibidem.

24 – Estratto da un appunto del Sisde redatto dopo la morte del presidente DC.

25 – Dal libro-inchiesta “Doveva Morire”:

«[…] Ansoino Andreassi […] [investigatore della Digos, segnalò] fin dal 1978 […] lo stretto legame esistente tra Elizabeth von Dick e le Brigate rosse: due documenti, trovati indosso alla von Dick al momento dello scontro mortale con la polizia tedesca [avvenuto il 4 maggio 1979 a Norimberga], facevano parte […] dello stesso stock di documenti che erano stati trovati in via Gradoli [l’appartamento-covo che funzionò da quartier generale delle BR nella capitale] […]. […] [S]empre Andreassi, segnala un altro dato molto importante: sul documento della von Dick c’era un timbro perfettamente identico a quello trovato nel covo di via Gradoli. Esisteva dunque uno strettissimo legame oggettivo tra la von Dick e Moretti, affittuario e da anni frequentatore di quell’appartamento. Andreassi, nel suo rapporto, non escludeva, che “Elizabeth von Dick [avesse] direttamente partecipato all’agguato di via Fani”».

La C.I.A. e Mossad ombra delle Brigate Rosse, intervista a Giovanni Galloni was last modified: dicembre 27th, 2014 by glianni70.it

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