La “battaglia” di Valle Giulia

La "battaglia" di Valle GiuliaLa “battaglia” di

Quattromila giovani volevano occupare la facoltà di architettura
Ma hanno trovato gli agenti a sbarrare loro la strada. Decine i feriti

ROMA – Venerdì scorso, per due ore e mezzo, in via , sulla collina della facoltà di architettura, c’è stata la guerra. Da una parte le forze dell’ordine con gli elmetti, i manganelli, le camionette corazzate, i camion con gli idranti, le bombe lacrimogene. Dall’altra gli studenti. Non è la prima volta in questi mesi, a Roma e in altre città, che polizia e studenti si scontrano. Ma la violenza non era mai arrivata a questo punto. Sono state due ore e mezzo d’ira e di sangue. È un puro caso che non ci siano stati morti. Per molte ore tutta la città è stata riempita dal suono delle sirene, mentre a i feriti, da una parte e dall’altra, cadevano a decine e venivano portati via a braccia, sanguinanti, fino all’angolo di viale Bruno Buozzi dove venivano caricati sulle ambulanze o su automobili di passaggio.
«So anch’io», ha detto il ministro dell’Interno Paolo Taviani parlando nello stesso pomeriggio alla Camera, «so anch’io che i problemi dell’università non si risolvono con la polizia. Ma debbo dire che fino a quando rimarrò a questo posto, le forze dell’ordine non daranno in nessun caso quell’impressione di vuoto di potere che dettero nel 1922 e che furono tra le cause che portarono al ». Impressione di vuoto, certamente, la polizia non l’ha data nei giardini che circondano la facoltà di architettura di Roma. Piuttosto, ha dato un’impressione di furia come raramente era accaduto negli ultimi anni. Per trovare esempi analoghi bisogna riandare con la memoria ai grandi scioperi torinesi del 1961 o a quelli degli edili romani del 1964. Era giustificata questa furia da un grave pericolo per l’ordine pubblico? Non c’erano altri modi per contenere la dimostrazione studentesca e per eseguire gli ordini del Rettore che voleva impedire l’occupazione della facoltà da parte degli studenti?

Dalle finestre di San Vitale
Per gli studenti l’appuntamento era alle 10 a piazza di Spagna. Sono circa 4000. Poi lungo la strada se ne aggiungono altri, molti sono liceali. Adesso il corteo compatto occupa tutta la via Flaminia per una lunghezza di 200 metri. Camminano in lunghe file, si tengono uniti sotto braccio. «Che cosa volete fare? Volete occupare architettura?», chiediamo a quelli della prima fila. «Non si sa, vedremo». Non hanno un piano preciso, e in ogni caso non si sono preparati ad una battaglia. Cercano soprattutto una sede dove riunirsi, dove tenere la loro assemblea, perché il loro problema, ormai da parecchi giorni, è quello dell’assemblea. Le tradizionali associazioni studentesche controllano molto poco il movimento o non lo controllano affatto.
Le iniziative vengono prese dai comitati di agitazione, eletti quasi giorno per giorno; ma chi decide, chi imprime al movimento la sua spinta quotidiana è l’assemblea generale e uno dei problemi che ogni giorno si ripresenta è appunto quello di dove riunirsi, di dove discutere e di dove deliberare. Non vogliono subire l’ipoteca d’un partito, sebbene siano molti i partiti che vorrebbero patronizzare il movimento. prima, dopo essere stati cacciati dalla polizia dalle facoltà occupate, gli studenti avevano pensato di riunirsi nella sede della Cgil in corso d’Italia, di lì li mandano alla sede di piazza Vittorio, ma è troppo piccola perché gli studenti sono più di mille. Finiscono al teatro della Federazione comunista di via dei Frentani, dopo molte esitazioni perché l’etichetta comunista non è gradita come non è gradita quella di nessun partito; e lì, in via dei Frentani, l’assemblea decide che gli studenti hanno assoluto bisogno d’una sede e che la sede più logica è l’università. Perciò quel venerdì mattina marciano in 4000 verso la facoltà di architettura che, essendo fuori dalla Città Universitaria, offre un vantaggio strategico non indifferente.
Il corteo gira per viale delle Belle Arti, sale per via Bruno Buozzi. Gli studenti marciano composti, tra polizia e fotoreporter. “Potere studentesco”, “Via la polizia dalle università”: i cartelli sono pochi, il loro significato è ormai comprensibile a tutti. Alcuni giovani delle organizzazioni di destra, Primula e Caravella, tentano d’unirsi a loro ma vengono respinti. Intanto sono comparsi per la prima volta gli studenti con la fascia verde al braccio, che hanno appunto il compito di isolare i provocatori e mantenere l’ordine nella manifestazione.
Il corteo imbocca via e si ferma di fronte alla scalinata che sale alla facoltà. Sopra, disposti in più file, gli agenti della Celere con l’elmetto in testa e il manganello in mano. I due schieramenti si fronteggiano in silenzio per qualche secondo, immobili. Poi, dalla massa degli studenti, cominciano a partire le prime invettive e i primi lanci di uova. Dall’alto della scalinata lo schieramento di polizia si muove, di corsa, a passo di carica, lo scontro è cominciato e in pochi minuti diventa una battaglia.
Sono circa le 11, e la battaglia durerà più di due ore. Dopo il primo momento d’incertezza, e dopo aver lasciato sul terreno i primi feriti, gli studenti contrattaccano, anch’essi con una furia rabbiosa. Spaccano le panchine e i rami degli alberi e si armano. Il lancio di sassi e di bastoni verso la polizia è fittissimo. Gli agenti rispondono anch’essi con sassi e manganelli. Sul muricciolo dell’Istituto culturale giapponese un ragazzo crolla di schianto colpito da un sanpietrino che gli ha fatto un buco nella testa. All’angolo di via Bruno Buozzi una Giulia della polizia investe quasi in pieno un gruppo di giovani che trasportano un ferito: un agente impugna il mitra. Due pullman che portano rinforzi sono attaccati a sassate e tutti i vetri volano in pezzi.

In un automezzo semidistrutto c’è un giovane poliziotto insanguinato e privo di conoscenza: viene trasportato dagli studenti nella hall dell’Istituto giapponese, un giovane medico presente gli dà le prime cure, poi arrivano i suoi colleghi avvertiti dagli stessi studenti e lo portano via in autoambulanza.

Schiumogeni in azione
Nel frattempo un pullman della polizia, due camionette e una 600 dei carabinieri stanno bruciando. Il grande attacco alla collina di architettura è lanciato: i giovani si scatenano in massa su per il terrapieno e la scalinata, arrivano fino alla porta della facoltà, entrano: l’università è rioccupata. Ma dura poco, non più di dieci minuti. Infatti arrivano due autopompe con gli idranti schiumogeni e molti rinforzi. Il getto di schiuma è potentissimo e poco dopo il campo di battaglia è bianco come dopo una nevicata. Da questo momento la furia dei poliziotti si scatena senza più controllo. Gli studenti, isolati all’entrata della facoltà, sono scaraventati giù dalla scalinata e pestati a sangue, poi caricati direttamente nelle autoambulanze e nei cellulari e trasportati via. Quelli presi all’interno sono picchiati, fatti sedere per terra «come gli arabi che sono meglio di voi» con una pistola puntata contro per un po’ di tempo. Tra di essi c’è un ferito grave che viene portato via dall’autoambulanza dopo oltre mezz’ora. All’una e mezzo la battaglia è finita a Valle Giulia, ma continua, in altri modi, altrove, nel cortile e nelle camere di sicurezza della questura centrale. Ci arriviamo anche noi, caricati in un cellulare assieme agli ultimi studenti e ad alcuni passanti indiscriminatamente rastrellati dagli agenti nella zona degli scontri.

Bastonati anche i padri
Quando il cellulare entra nel cortile e parcheggia la procedura è rapida. Chi è arrivato prima di noi, preso direttamente nel vivo degli scontri, ha subito un’altra razione di manganellate; ma ora gli agenti sembrano stanchi, e a spintoni arriviamo alle camere di sicurezza. Qui uno con l’aria da impiegato più che da poliziotto, giacca blu coi bottoni d’argento, fa una prima cernita: chi non è studente alzi la mano. Nessuno bara, poche mani si sollevano. Poi saliamo una rampa di scale e arriviamo in un cortiletto interno al primo piano. C’è già qualcun altro. Accosciata a terra, una giovane con la fede all’anulare sinistro e il viso disfatto: l’evidente gravidanza non l’ha salvata dalle manganellate. Contro il muro, uno studente di filosofia, pallidissimo insanguinato, con le gambe che non lo reggono: riuscirà a stendersi su un lettino del Policlinico solo alle nove di sera. Aspettiamo lì, tutti insieme, molti hanno sangue rappreso fra i capelli. Si prevede un’attesa lunga, ma il peggio sembra ormai passato.
Invece, quando il sole non ha ancora lasciato l’ultimo piano delle mura che circondano il cortile, l’ira esplode anche a San Vitale: dalle finestre che s’affacciano sul cortile arriva un continuo sbatter di vetri, e urla: «ve la faremo pagare», gridano, «siete peggio dei criminali», «il giro di vite è stato dato, vi spaccheremo la testa». Poi si comincia a capire il perché: qualcuno ha detto che è morto un brigadiere, poi i morti diventano due e tre e ad ammazzarli sono stati gli studenti, a revolverate. La notizia è falsa, per fortuna non c’è stato nessun morto; nessuno, la mattina, ha sparato colpi d’arma da fuoco, tranne un agente che ha sparato in aria una volta. Ma a San Vitale nessuno la smentisce, e l’ira cresce nelle ore che seguono, contagia anche gli impiegati e i funzionari rimasti dietro ai tavolini e alle macchine da scrivere.
Chi arriva al portone della questura per chiedere notizie di parenti e di amici viene sballottato, manganellato, spinto su per le scale verso uno dei tanti posti in cui sono concentrati i fermati. Nel nostro cortile vengono sbattuti Michela Staderini, il pittore Achille Perilli, che è insanguinato e con la giacca a brandelli. Picchiano anche l’avvocato Lorenzo Sotis, venuto a chiedere notizie d’un amico. Poco dopo è la volta di due uomini di mezza età, certamente non sono studenti. Si sono affacciati al portone per sapere se ci sono i loro figli. Li portano su in tre. Intanto negli uffici gli interrogatori sommari dei fermati procedono intramezzati da ceffoni e da pugni.

Quando finalmente usciamo è buio, l’aria è fresca e i poliziotti sono più calmi. Questa lunga giornata di furia è finita lasciando un solco profondo che non sarà colmato se non a prezzo di molta pazienza e di molta buona volontà da entrambe le parti.

Pasolini, a mio parere, non si schierò affatto dalla parte dei celerini. Proprio le strumentalizzazioni della poesia pasoliniana, letta superficialmente, sedimentate e poi alimentate da una certa stampa, non permisero, e forse non permetton
o ancora ai nostri giorni, di analizzare con la dovuta attenzione l'”Apologia”, il testo che Pasolini fece seguire agli appunti in versi: occorrerebbe leggerla integralmente e con attenzione per comprendere i reali intenti del poeta, altrimenti risultano evidenziati soltanto gli stereotipi: “studenti figli di papà” “poliziotti figli del popolo”, e su questi si innestano equivoci senza fine e si tentano ancora oggi strumentalizzazioni anche volgari. È ciò che è avvenuto anche in occasione dei fatti di Genova del luglio 2001, in occasione delle manifestazioni contro il G8 e della poliziesca scientemente attuata dal governo di destra in carica in quei giorni.

Sono sufficienti, penso, alcune brevi citazioni dall'”Apologia” per chiarire il pensiero di :

“[…] Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti ‘sdoppiati’ cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una ‘captatio malevolentiae’: le virgolette sono perciò quelle della provocazione. […]”.
Ecco il punto: la provocazione. Provocando gli studenti (“in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?”) Pasolini intendeva stimolarli ad analizzare, “al di fuori così della sociologia come dei classici del ”, la loro condizione di piccolo-borghesi; a togliersi di dosso tale loro condizione utilizzando la loro intelligenza in senso critico (“abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di ‘studenti’ e accettando di essere semplicemente degli ‘intellettuali'”) e “operando l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.
Un ulteriore elemento di analisi ci è offerto ancora da Pasolini, che ne “Il Caos” su «Tempo» scriveva il 17 maggio 1969 [il neretto è mio]:

“[…] Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha “ricevuto” come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista “per pochi”, “Nuovi Argomenti”, erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, “L’Espresso” (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan (“Vi odio, cari studenti”) che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per “Nuovi Argomenti”) a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa (“L’Espresso”). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all’odio razziale i poveri – gli spossessati del mondo – ha la possibilità anche di fare di questi poveri deglì strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come “ghetti” particolari, in cui Ia “qualità di vita” è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università”.
di Angela Molteni.
tratto da
http://www.pasolini.net/saggistica_po…

La “battaglia” di Valle Giulia was last modified: febbraio 4th, 2015 by glianni70.it

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