Il Vietnam visto in tv: La guerra in poltrona

 

Il Vietnam visto in tv: La guerra in poltrona
Il massacro nel villaggio di My Lai

La Cbs manda in onda l’orrore del conflitto, le sofferenze e le distruzioni imposte alla popolazione civile. E l’America s’interroga

 

NEW YORK – «Qui è Morley Safer della Cbs. Ci troviamo alla periferia del villaggio di Cam Ne, con elementi del Primo battaglione del 9° Marines. Stavamo entrando nel villaggio quando… potete vedere e sentire direttamente quel che è accaduto».

Sullo schermo televisivo si vedono dei marines che spargono del liquido sui tetti di rami e paglia di due capanne. La voce riprende. «Ecco cos’è, in sostanza, la guerra del Vietnam. I marines stanno bruciando la capanna di questa coppia di vecchi perché da lì sono partiti dei colpi. Era fuoco di armi automatiche leggere. La gente che rimane somiglia a questa donna, vecchia decrepita». Il fuoco si diffonde rapidamente, e la voce fuori campo racconta: «Un ufficiale, mi ha detto d’aver avuto ordine di radere al suolo tutti gli agglomerati di capanne che circondano il villaggio di Cam Ne, da cui sono partiti i colpi. Tutto intorno a questo campo di riso che alimenta le capanne c’è ora un cerchio di fuoco, 150 case sono state rase al suolo per una raffica».
È questo l’inizio della teletrasmissione che durante il 1965 ha suscitato più proteste e discussioni, più polemiche e risentimenti, la ripresa diretta dell’incendio e distruzione delle capanne del villaggio sudvietnamita di Cam Ne. L’ho rivisto alle 13,30 del pomeriggio di Natale. La Columbia Broadcasting System aveva scelto quell’ora in cui tanti milioni di famiglie erano nei tinelli, vicino agli alberi di Natale, conversavano e si scambiavano doni in attesa di sedersi a pranzo, per ricordare al popolo americano gli orrori della guerra, i 190.000 soldati statunitensi nel Vietnam, le sofferenze e le distruzioni che il conflitto quotidianamente infligge a colpevoli ed innocenti.

La casa è tutto
«Nel Vietnam come in qualsiasi altra parte dell’Asia», ha continuato il corrispondente mentre il fuoco s’estendeva, e i senzatetto venivano raccolti tutti insieme e portati lontano, «la casa è tutto. Uno vive con la famiglia sulla terra del suoi antenati. I genitori sono sepolti nelle vicinanze. Se c’erano vietcong nelle vicinanze, essi erano partiti da parecchio, messi in allarme dal ruggire dei trattori anfibi e dal pesante bombardamento di razzi che aveva preceduto l’arrivo delle truppe. Le donne e questi vecchi che sono rimasti non dimenticheranno mai quel pomeriggio d’agosto.

In una sola giornata d’operazione sono state bruciate 150 case, ferite tre donne, ucciso un bambino, ferito un marine e sono stati catturati quattro prigionieri: quattro vecchi che non sapevano rispondere alle domande rivolte loro in inglese, quattro vecchi che non avevano un’idea di quel che fosse la carta d’identità».
Per rendere più viva e diretta l’impressione della guerra e i suoi molteplici problemi, nella stessa trasmissione la Cbs ha mostrato la scena dell’abbattimento d’un elicottero che cercava di portar via dei feriti, il tragico errore d’una pattuglia della 173a Brigata aviotrasportata che aveva aperto il fuoco su un gruppo di vietnamiti in pigiama (credeva che fossero dei vietcong ma invece appartenevano ad una unità da ricognizione dell’esercito sudvietnamita), ha descritto i lunghi e sanguinosi scontri a corpo a corpo intorno alle “forze speciali” di Plei Me, ha illustrato i gravi dilemmi fra cui il presidente Johnson si trova, ha riportato le reazioni di soldati al fronte e delle madri dopo l’annunzio della morte d’un loro figlio.
«Questa è la prima guerra della televisione», aveva detto Charles Collingwood. Effettivamente negli ultimi dodici mesi il popolo americano non ha avuto in nessun quotidiano o rivista una rassegna così viva, completa e realistica della guerra nel Vietnam come quella fornita dagli schermi televisivi. Quotidianamente i telegiornali hanno mostrato la strana geografia di campi di riso e canali e foreste della zona del delta e la vegetazione delle colline su cui perlustrano gli elicotteri alla ricerca di unità e di basi vietcong; hanno mostrato le squadriglie di B-52 che decollano da Guam col loro carico micidiale e le colonne di fumo che si sollevano dai boschi sottostanti. Le macchine da presa portatili e i nuovi apparecchi per registrare il sonoro, assai leggeri, hanno notevolmente facilitato il compito dei telereporter e hanno fornito loro una mobilità prima sconosciuta.
Adesso i corrispondenti e gli operatori si recano quotidianamente con le pattuglie da ricognizione nelle paludi e lungo i fiumi, marciano con unità combattenti nelle foreste infestate dai vietcong e spesso volano a bordo di elicotteri carichi di rinforzi nelle zone dove più furiosi sono i combattimenti. L’anno scorso un’unità della Cbs fu abbattuta dai vietcong vicino al passo di An Khe e dovette passare tutta la nottata sotto il fuoco dei partigiani prima d’essere salvata insieme con alcuni feriti.

L’efficacia visiva dei telereportage è d’altronde notevolmente aumentata da quando anche i notiziari vengono ripresi a colori.

Ma se quest’anno Morley Safer o Dan Rather della Cbs sono altrettanto famosi quanto lo erano l’anno scorso David Halberatam del New York Times o Malcolm Browne dell’Associated Press, questo non è tanto dovuto alle nuove capacità tecniche degli apparecchi della Tv quanto alla dedizione e al coraggio di questi corrispondenti e al clima di concorrenza e libertà che vige nel giornalismo televisivo americano.
Quest’anno i corrispondenti delle tre reti radiotelevisive non hanno rivelato soltanto l’incendio del villaggio di Cam Ne; hanno mostrato unità dell’esercito vietnamita che torturavano i prigionieri; hanno documentato la sistematica distruzione dei raccolti nelle zone sotto il continuo controllo dei vietcong; hanno esaminato con spregiudicatezza il morale delle truppe vietnamite e di quelle di paesi alleati come la Corea meridionale, la Nuova Zelanda e l’Australia; hanno da tempo rivelato senza esitazioni come il conflitto sia di fatto già esteso al Laos, alla Thailandia e alla Cambogia.
Tanta libertà e spregiudicatezza non è stata ottenuta senza resistenze e senza difficoltà. Particolarmente numerose e violente sono state le proposte e le pressioni sulla Cbs, che ha nel Vietnam i corrispondenti più coraggiosi. Dopo la prima trasmissione dell’incendio del villaggio di Cam Ne il segretario di Stato e il ministro della Difesa protestarono presso il capo del servizi informativi della Cbs; né il servizio fu particolarmente gradito alla Casa Bianca. Altre pressioni da parte governativa sono state riportate da Variety e dal settimanale National Guardian.
Tanto la commissione per le attività antiamericane quanto la polizia federale avrebbero minacciato di iniziare inchieste sui programmi antipatriottici della rete.
Ma raramente il malcontento del governo va oltre le proteste. Così, nello stesso mese di agosto in cui la Cbs trasmise il film sull’incendio di Cam Ne, Dean Rusk e Robert McNamara, il generale Maxwell Taylor e il capo del consiglio di Stato Maggiore, generale Earl Wheeler, l’allora consigliere presidenziale McGeorge Bundy e l’ambasciatore all’Onu Arthur Goldberg furono ben lieti di partecipare a quattro dibattiti sulla guerra del Vietnam e le difficoltà di riportare la pace nell’Asia sud-orientale.
Nel frattempo la Tv americana ha continuato a documentare con molto realismo gli orrori della guerra nel Vietnam. Il 27 dicembre, per esempio, Dan Rather riferiva cos’era avvenuto nel villaggio di Cam Ne, dopo il tragico pomeriggio di agosto.

Dopo aver ricordato le polemiche che seguirono alla conquista e alla distruzione di Cam Ne, dopo aver mostrato come molte delle capanne e case distrutte siano state ricostruite, Dan Rather ha così continuato: «I marines rimasero a Cam Ne per un po’ di tempo e cominciarono quel che si chiama un “programma di pacificazione”. I marines dicono che consiste nel conquistare i cuori e le menti del popolo. Ma i marines non rimasero a lungo. Di loro c’era bisogno altrove e così il programma pacificazione fu affidato a rappresentanti del governo di Saigon. Questo programma ebbe alterne vicende fino a quattro giorni prima di Natale. Una sera al crepuscolo i vietcong ritornarono in forza a Cam Ne e, secondo le parole di un marine, il programma di pacificazione andò al diavolo».

Non fatevi illusioni
Un ufficiale dei marines ha quindi spiegato come unità del Secondo battaglione della 9° divisione sono state mandate a rioccupare la zona, ma non hanno trovato traccia dei vietcong «che ovviamente sono stati nascosti dalla popolazione o assorbiti nella comunità».
«Noi possiamo lavorare qui e anche fare amicizie», ha spiegato il sottotenente Jim Smathers, capo degli affari civili del reparto di nuovo collocato alla periferia del villaggio. «Questa gente ci è amica ed è contenta che noi si sia qui. Però quando un figlio della famiglia torna dalle montagne dove è stato a combattere gli danno alloggio e lo aiutano e lo proteggono. Perciò questa è una comunità naturalmente vietcong, nonostante tutti i nostri sforzi di pacificazione». L’ufficiale aveva già mostrato con i fatti quanta poca fiducia riponesse nell’amicizia degli abitanti quando si era fatto precedere da una pattuglia armata. Ma a rafforzare questo tema il corrispondente concludeva: «Non fatevi illusioni. I marines tengono questo villaggio con la forza, e non con il programma di pacificazione del governo americano o di quello di Saigon. Il programma di pacificazione non ha messo radici qui e finché non attacca a Cam Ne e in tante altre località del Vietnam meridionale, nessuno si può sentire a suo agio in questa sporca piccola guerra, nonostante tutti i successi in scontri tanto più grandi e più appariscenti».

Terra bruciata
Per tutta la settimana scorsa i telegiornali hanno invece seguito le truppe americane ed australiane che per la prima volta hanno invaso il “triangolo di ferro”, una zona di giungla e risaie 35 chilometri a nord-est di Saigon. Essi hanno colto ancora una volta il lato umano del conflitto: hanno fatto vedere i soldati impegnati in attacchi di disturbo effettuati da retroguardie vietcong, hanno mostrato le speciali squadre che appiccavano il fuoco ai campi di riso già seriamente danneggiati dalle sostanze chimiche spruzzate con gli aerei, hanno intervistato ufficiali che spiegavano come gli ordini del comando centrale erano di distruggere tutti i prodotti alimentari trovati, bruciare le case e le capanne e far allontanare dalla zona tutti coloro che non avessero in precedenza obbedito all’ordine di sfollare, hanno ripreso i soldati che lanciavano bombe lacrimogene nelle gallerie sotterranee ed hanno fotografato l’inevitabile processione di bambini seminudi, di donne macilente e di vecchi che con poca roba in braccio partivano mentre il fuoco consumava raccolti e capanne.
Negli ultimi mesi la televisione americana ha anche promosso dibattiti fra esponenti di diversi punti di vista ed ha invitato a partecipare al dialogo critici stranieri. I due programmi che hanno fatto più impressione sono stati i “Town-meetings of the World”. Il 26 ottobre studenti di Belgrado, Parigi, Londra e Città del Messico, in collegamento diretto con New York a mezzo del satellite Early Bird hanno rivolto domande e hanno polemizzato con l’ex presidente Eisenhower, con l’ambasciatore Goldberg e coll’avvocato negro Thurgood Marshall che ora ricopre la carica di avvocato dello Stato. Un secondo programma trasmesso il 21 dicembre prese la forma d’un dibattito fra tre studenti inglesi assistiti dal deputato laborista Michael Foot e tre studenti americani assistiti dal professore Henry Kissinger. Il secondo programma fu molto più equilibrato del primo ma in ambedue le occasioni il pubblico ebbe modo di ascoltare discussioni condotte senza ritegni diplomatici. Ambedue le volte, il tempo messo a disposizione dei critici della politica estera americana fu così esteso da suscitare disagio e risentimento fra i membri più conservatori del Congresso. Ma i dirigenti della Tv americana sono convinti che la politica estera è oggi troppo importante perché i notiziari e le discussioni possano tener conto dell’ipersensibilità di alcuni membri del governo o del Congresso.

Essi danno l’impressione di prendere molto sul serio la loro responsabilità pubblica ed intendono usare in pieno della libertà di informazione e di parola, anche quando la loro condotta non suscita esplosioni di gioia alla Casa Bianca.

Il Vietnam visto in tv: La guerra in poltrona was last modified: novembre 15th, 2014 by glianni70.it

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