IL PROGRAMMA POLITICO DI POTERE OPERAIO

potere operaioIL PROGRAMMA POLITICO DI POTERE OPERAIO

In questa parte della sua sentenza istruttoria, emessa il 1° aprile 1981, a due anni dalla grande retata, il giudice Nicolò Amato, analizza il programma di Potere Operaio, le sue strutture organizzative, i livelli di operatività palesi e occulti. Il giudice romano sembra voler sposare appieno il teorema Calogero.

A livello occulto, P.O. operava mediante strutture militari e clandestine, che furono costituite all’esito del III Convegno di organizzazione tenutosi dal 24 al 26 settembre 19711, nel corso del quale le questioni della militarizzazione e della clandestinità furono affrontate da molti dei partecipanti, come fanno fede le registrazioni magnetofoniche sequestrate dalla magistratura.
L’intervento introduttivo fu di Scalzone, il quale precisò i temi di discussione, vertenti sui livelli e gli strumenti organizzativi, sul programma politico e le «scadenze», sull’appropriazione, sull’organizzazione e sull’insurrezione. (…)
Nel corso del «convegno nazionale», fu tenuta una riunione «ristretta», cui parteciparono, tra altri dirigenti non potuti identificare, Negri, Piperno, Scalzone, Dalmaviva e Magnaghi.
Nella riunione si decise la costituzione di un organismo militare come livello occulto di P.O. (tanto che i semplici militanti di base e perfino alcuni esponenti del movimento ne ignoravano l’esistenza).
Queste strutture «militari» e «clandestine» rappresentavano il «braccio armato» del movimento nella prospettiva strategica dell’insurrezione, e a tal fine dovevano provvedere all’armamento, all’addestramento militare e al finanziamento anche con mezzi illegali.
Esse, che ebbero come prima denominazione quella di «Lavoro Illegale», erano rigidamente subordinate al vertice politico di P.O. ed articolate in sedi centrali e periferiche con responsabili «militari» e «politici».


1 II giorno 26.9.1971 fu tenuta una conferenza-stampa da parte di Negri, Piperno e Scalzone, riassunta in un breve comunicato Ansa, trasmesso alla Procura della Repubblica di Roma con rapporto Up Questura di Roma 27.9.1971.
L’azione penale non venne esercitata, né il GI dispose che si procedesse ai sensi dell’art. 74, 3° comma cpp in quanto si ritenne, nella mancanza di sufficienti elementi probatori, che si vertesse su velleitarie manifestazioni di pensiero disancorate da qualsiasi realtà organizzativa (Piperno, interrogato dal Pm, affermò che le dichiarazioni sue e dei «compagni» erano state fraintese. Il loro era un movimento che aveva sempre polemizzato con quelle forze politiche che si proponevano di conquistare il potere non con la persuasione ma con la violenza. L’azione insurrezionale era completamente estranea a P.O. che mirava ad allargare ed elevare la coscienza di classe del proletariato e a conseguire obiettivi socio-economici, come ad esempio migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche) cfr. v. XX, fase. 1, ff. 7, 184 sgg.
Già però nel corso del procedimento penale n. 1857/73 A G.I. Trib. Roma contro Lollo Achille, Clavo Marino, Grillo Manlio – tutti e tre appartenenti a P.O. ed imputati della «strage di Primavalle» – la magistratura romana segnalò il concreto pericolo per il sistema democratico costituito dall’organizzazione P.O., dando del convegno del settembre 1971, sulla scorta dei pur pochi elementi di giudizio risultanti dagli atti di causa, una interpretazione la cui esattezza fu purtroppo confermata dall’evolversi dei fatti. Si legge nell’ordinanza di rinvio a giudizio: «Non può sottacersi l’indubbia influenza che ebbe sugli imputati l’avventurismo politico di taluni esponenti di Potere Operaio, con la parossistica esaltazione della violenza contro le Istituzioni e le persone e il ricorso all’odio, niente affatto infrequenti nelle pubblicazioni edite a cura del movimento. La violenza aperta contro i capi e i dirigenti; il livore avverso la Costituzione, le organizzazioni politiche popolari, i sindacati; il partito armato; l’insurrezione sono concetti più volte esposti in tali pubblicazioni. Né risulta che i suaccennati leader abbiano sostanzialmente rigettato l’accusa di propensione al terrorismo loro mossa, in specie dopo la III Conferenza nazionale, tenutasi a Roma nel settembre 1971, la quale teorizzò la “militarizzazione” del gruppo, con un impostazione foriera di azioni provocatorie e di ribellione».

A Morucci, quale responsabile militare nazionale, fu affiancato Piperno quale responsabile politico o «commissario politico nazionale».
Strutture L.I. sorsero nel Lazio, in Toscana, in Piemonte, nel Veneto, in Lombardia in Emilia e in altre zone.
Responsabili del livello illegale di P.O. a Bologna, erano Maurizio Bignami e Massimo Turicchia. Si procurarono armi, strumenti, per la falsificazione, documenti di identificazione falsi. Si apprestò una rete di sostegno logistico con diramazioni anche in Svizzera.
Vi fu infatti, subito dopo il convegno di P.O. del settembre 1971, una riunione a Locarno tra Vesce, Fioroni e Galli, nel corso del quale questi accettò di attivarsi per costruire la rete svizzera, che si sarebbe basata, come quella italiana, su due livelli, uno legale o semi-legale, e l’altro del tutto clandestino.
Nel milanese e nel comasco responsabili politico e militare erano rispettivamente Vesce e Fioroni, al quale prima Magnaghi e poi Negri evidenziarono la necessità di reperire armi, di creare una rete di rifugi e di avvicinare altre persone alla pratica di questi comportamenti illegali.
A Torino, mentre il commissario politico era presumibilmente Dalmaviva, assunse il ruolo di responsabile militare Danilo Riva. Verso la fine del 1971 Morucci, tale «Siro»2, Adriana Servida e Fioroni si recarono nel Liechtenstein – dove la vendita delle armi era libera – e acquistarono, utilizzando false carte di identità, due
pistole Walter e due pistole Astra con munizionamento. Morucci era già armato con una pistola Beretta.
Le carte di identità utilizzate nell’occasione da Fioroni e da Servida – intestate rispettivamente a Lorenzo Maggi e a Raffaella Rancati – erano state loro procurate da Giangiacomo Feltrinelli, capo dell’organizzazione terrorista Gap, il quale mesi prima si era incontrato con Fioroni, Servida e Roberto Bordiga – che in seguito entrò a far parte, per un breve periodo di tempo, delle strutture militari di L.I. di Milano – in una miniera abbandonata dell’alta Val Brembana, dove si addestravano i militanti dei Gap.
(…)
La «compartimentazione» tra le attività delle strutture L.I. e gli apparati paramilitari cd «servizi d’ordine» doveva essere scrupolosamente osservata. Degno di nota, anche a dimostrazione del particolare rapporto esistente tra l’organizzazione eversiva e le sue articolazioni, è quanto accadde a Milano nel dicembre del 1971. Era stata indetta a Milano per il 12 dicembre 1971 una manifestazione da varie forze della sinistra extraparlamentare. Per Potere Operaio la scadenza del 12 dicembre doveva rappresentare un momento di scontro violento. Il 28 novembre si riunì l’Esecutivo Nazionale di P.O. ed emanò una «circolare» nella quale dava le direttive. (…)
Potere Operaio indicava al movimento e praticava la tematica dell’organizzazione come organizzazione di partito, di attacco, di rottura; (…). In questo senso andava preparata la scadenza del 12 dicembre.
I servizi d’ordine delle sezioni di P.O. sarebbero stati «omogeneamente istruiti per la gestione della manifestazione». Fu Negri a compilare materialmente il testo del documento. Fu Negri a incaricare Fioroni di apprestare un appartamento – quello di via Galilei – per predisporre la confezione di bottiglie «Molotov». Mentre gli ordigni incendiari stavano per essere caricati su un’autovettura, intervenne la Polizia, che perquisì l’appartamento ed eseguì vari arresti. (…)


2 «Siro» è stato identificato nella persona di Gelatti Silvano, contro il quale è stato emesso ed eseguito mandato di cattura datato 9.3.1981 n. 563/81 A GiTrib. Roma per i reati di associazione sovversiva e di banda armata.

L’episodio determinò una violenta polemica fra i dirigenti di P.O. La polemica non riguardava la permanenza nelle fila di P.O. dei «compagni» implicati nella vicenda. L’organizzazione dichiarava, anzi, la sua piena «solidarietà politica» con gli arrestati. Né vi era questione sull’uso della violenza armata.
La polemica nasceva dal fatto che Negri non avrebbe dovuto dare a Fioroni l’incarico di occuparsi dei problemi pratici della «manifestazione», stante la sua funzione occulta di responsabile militare.
Al confezionamento delle bottiglie incendiarie e alla predisposizione dell’appartamento avrebbe dovuto invece interessarsi il «servizio d’ordine».
Nel cuore della notte Fioroni fu raggiunto in casa da Negri, Ferruccio Gambino, e forse da Vesce e portato nell’abitazione, vicino al parco Sempione, dell’arch. Perelli, amico di Magnaghi, dove era in corso una riunione molto concitata, con la partecipazione di Magnaghi, Dalmaviva, Vesce, Giairo Daghini e dei due fratelli Spazzali e comunque di uno dei due, probabilmente Giuliano Spazzali.
L’avv. Spazzali espresse l’opinione secondo la quale, stante l’estrema tensione che poteva coinvolgere il gruppo dirigente di P.O., questo doveva prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di entrare nella clandestinità.
Venne costituita – per decisione o iniziativa di Negri – una commissione di inchiesta composta da Dalmaviva, Gambino e quasi certamente da Alberto Magnaghi.
Come si legge in una missiva dattiloscritta indirizzata ai membri dell’E.N. e ai segretari di sezione di P.O. a firma «per la Segreteria – Il Vice Segretario Nazionale», l’Esecutivo Nazionale, riunitosi il 18 dicembre decise, «in relazione ai fatti del 12 dicembre, di nominare una commissione d’inchiesta nella persona di Mario Dalmaviva e Massimo D’Alessandro».
La Commissione aveva «il compito di presentare una relazione al prossimo E.N., nella quale far luce sulle responsabilità che hanno permesso i sequestri e l’arresto degli otto compagni». Nel corso della riunione la discussione si era «sviluppata sulle articolazioni organizzative interne a P.O. e in particolare sui rapporti tra momento politico e momento militare, comunque esso si configuri».
La maggior parte degli intervenuti si era «trovata d’accordo nel negare qualsiasi possibilità di una indipendenza del momento militare rispetto ai livelli della direzione politica», a meno che non si trattasse «di una indipendenza tecnico-esecutiva, necessaria per ragioni assolutamente ovvie e chiare a tutti i compagni».
Nelle stesso documento si esprime disappunto perché alcuni «dirigenti» avevano abbandonato la riunione, sicché non si era potuto concludere «la definizione pratica – in termini di organizzazione – della rigida subordinazione del braccio armato rispetto a livelli già dati della direzione politica nazionale…».
Anche questa volta, dunque, la prova documentaria conferma la sincerità e la veridicità delle dichiarazioni di Fioroni, e le integra con nuovi elementi di giudizio: P.O. aveva un’articolazione organizzativa interna, che costituiva il suo «braccio armato», il momento militare dipendente dal vertice e subordinato al livello politico.
Fioroni fece l’autocritica davanti alla commissione e riconobbe che si era occupato di una faccenda che era estranea alle sue funzioni.
Successivamente Fioroni si incontrò a San Giano con Siro e Piperno il quale, nella sua veste di responsabile politico nazionale di L.I., lo riprese aspramente per la questione delle bottiglie incendiarie.
Piperno era giunto a Milano per dare una «stretta organizzativa», ritenendo che episodi come quelli del 12 dicembre 1971 fossero addebitabili a una deviazione delle regole di compartimentazione tra rete militare e livello politico. Alla riunione, tenuta a Milano, in cui si commentano i fatti del 12 dicembre 1971, parteciparono Piperno, Bellosi, Fioroni, «Siro» e un altro comasco.
L’Esecutivo Nazionale, riunitosi il 22/23 gennaio 1972, trattò specificatamente l’argomento L.I. Da un manoscritto di Negri si desume che alla riunione parteciparono Negri, Dalmaviva, Finzi, Magnaghi, D’Alessandro. (…)
Con circolare «nazionale» 1 febbraio 1972, trasmessa ai segretari di sezioni e ai membri dell’«Esecutivo Nazionale» di Potere Operaio, la Segreteria Nazionale, nel precisare che la «circolare nazionale» rappresentava «una delle forme in cui si esercita il comando centralizzato di P.O.», metteva in evidenza che vi era estrema urgenza in relazione a «Soccorso Rosso», non soltanto di organizzare efficienti strumenti di autodifesa, ma di fare in modo che i nuclei di S.R. costituissero «dei momenti fondamentali nella conduzione delle campagne di massa di P.O. nel movimento complessivo».
La sezione nazionale S.R. di P.O. sarebbe stata diretta da una commissione dell’Esecutivo, composta da Caponetto, D’Alessandro, Dalmaviva, Magnaghi, Piro, nonché da Jaro Novak quale «funzionario di segreteria addetto al lavoro S.R.».
Bisognava inoltre evitare che certi processi, come quello genovese contro Mario Rossi o il «processo delle molotov» si svolgessero «nel segno della mera rivendicazione dell’innocenza». Tali processi, invece, andavano sviluppati «in termini e di attacco proletario all’infinita prepotenza dello Stato!». (…)
La lotta da condurre, sul terreno antiistituzionale, «radicalmente antiistituzionale», nelle forme dell’appropriazione, nell’imposizione attraverso vari momenti del salario politico, nella «militarizzazione», doveva trovare un luogo fisico, materiale sul quale organizzarsi. Questi «centri di promozione politica di massa della lotta sociale contro il lavoro», erano le «basi rosse».
L’«egemonia del discorso del rifiuto del lavoro e la pratica della militarizzazione» andavano trasformate in forza di gestione sul movimento complessivo. Bisognava «insistere sull’attività di scuola-quadri e sulla verifica di militanza degli iscritti».
Mai come in quel momento, essendo stata proposta una «primavera operaia di lotta e di organizzazione per l’insurrezione», vi era la necessità di una nuova leva di quadri-operai. Fu Negri a compilare il documento. (…)
Non soltanto nelle grandi aree metropolitane ma anche nel Sud, i quadri di Potere Operaio svolsero attività organizzativa nell’ambito e in attuazione del complesso programma antiistituzionale. Luigi Rosati fu mandato a Gela. Nella lettera a lui inviatagli dalla moglie Adriana Faranda, e sequestratagli a suo tempo, si accenna al «lavoro» compiuto a Gela, al fatto che la progettazione delle scadenze insurrezionali veniva rimandata e alla decisione di Lanfranco (Pace) e di Franco (Piperno) di destinare a Gela «due compagni intermedi» e di privilegiare le iniziative in Campania.
Nello stesso periodo di tempo, le B.R. si interessavano ad estendere la loro rete organizzativa nell’Italia Centrale, come si evince dall’opuscolo «Brigate Rosse – Italia Centrale – Aprile 1972», documento «interno» al movimento eversivo sequestrato a Pace.
(…) Come già esposto, le «strutture militari» o «squadre operaie militari»3 erano subordinate al «livello politico» dell’organizzazione e dirette «politicamente» dalla «Segreteria» di P.O.


3 Cfr. pag. 55 dell’ordinanza G.I. Roma 28.12.73 di rinvio a giudizio di Achille Lollo, Marino Clavo, e Grillo Manlio che riporta il contenuto della lettera 14.5.72 diretta a Clavo da Lollo, dove questi accenna al suo lavoro «militare e illegale» a Torino e a «squadre operaie militari».

Dopo i fatti di via Galilei e la riunione «ristretta ed urgente» di alcuni dirigenti di P.O., vi fu un incontro, presente Fioroni, tra Negri e Piperno, nel corso del quale il primo sostenne la tesi della «militarizzazione di massa» mentre il secondo pose l’accento sulla necessità’ di potenziare le strutture occulte e militari.
L’apparato militare, direttamente controllato da Piperno e da Morucci, era articolato in nuclei o squadre che talvolta agirono sotto la sigla F.A.R.O. Come precisato da Fioroni, il F.A.R.O. (Fronte Armato Rivoluzionario Operaio) aveva «una struttura autonoma in tutti i sensi, anche finanziariamente rispetto a Potere Operaio» «II rapporto tra F.A.R.O. e Potere Operaio era del tipo organizzazione politico-militare (cioè F.A.R.O.) – organizzazione di massa (cioè P.O.)». «Potere Operaio doveva costituire la copertura; del F.A.R.O. e il serbatoio di quadri» 4. (…)
Il primo attentato rivendicato dal F.A.R.O. – ha aggiunto Fioroni – fu perpetrato nei primi di marzo 1972 a Roma contro una caserma dei Carabinieri, come gli fu detto dallo stesso Piperno.
In effetti, si è accertato che il 5 marzo 1972, a Roma, fu fatto esplodere un ordigno esplosivo nell’interno della Caserma dei Carabinieri di via Celimontana. Sul posto furono rinvenuti alcuni foglietti di carta con scritte esaltanti l’impresa a firma F.A.R.O.
Altri attentati dinamitardi rivendicati dal F.A.R.O. furono perpetrati, sempre a Roma, il 9 marzo contro la sezione D.C. di via Bonaccorsi 24; il giorno successivo, davanti alla porta di accesso dell’ufficio colloqui del carcere «Regina Coeli»; il 13 marzo contro la sede della Sezione D.C. di via Cavalleggeri; mentre il 12 marzo furono lanciati contro la sede della Biblioteca Spagnola di via di Villa Albani 14 alcune bottiglie incendiarie.
Il F.A.R.O. predispose inoltre un attentato, non portato a termine, contro gli Uffici della Pretura di Torino e un altro attentato contro la ditta «Adriatica Componenti Elettronici» di Sulmona, nella cui sede fu rinvenuto un ordigno inesploso, confezionato con polvere da mina.
Il fatto che gli attentati furono le prime azioni delle squadre armate di P.O. agenti con la sigla F.A.R.O.; il breve lasso di tempo in cui le imprese delittuose furono attuate; la loro rivendicazione a mezzo di comunicato diffuso a Roma; la subordinazione dei nuclei operativi al «livello politico»; i compiti di «responsabile politico» di Piperno; i suoi stretti collegamenti con Morucci e Novak, entrambi inseriti con funzioni direttive nell’articolazione armata e clandestina ed operanti soprattutto a Roma, sono tutti elementi che impongono il rinvio a giudizio del predetto Novak nella considerazione che il progetto delittuoso – che prevedeva la commissione di una sequela di delitti, la maggior parte d Roma – fu di certo elaborato e deciso senza meno con la partecipazione sua, di Piperno e di Morucci, stante il loro ruolo nell’organizzazione, ed attuato da persone facenti parte delle strutture armate da loro dipendenti.

Fonte: Sentenza – ordinanza del GI di Roma Nicolò Amato del 1° aprile 1981


4 Testimonianza Fioroni.

IL PROGRAMMA POLITICO DI POTERE OPERAIO was last modified: gennaio 1st, 2015 by glianni70.it

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