Il movimento rivoluzionario del 1977

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 Il movimento rivoluzionario del 1977

Nelle principali sintesi di storia dell’Italia repubblicana, il movimento del Settantasette è stato affrontato in modi molto differenti tra loro. Silvio Lanaro ad esempio è stato estremamente netto e conciso (Storia dell’Italia repubblicana, Venezia, Marsilio, 1992, 438):

 

«Nel febbraio dello stesso anno [1977] riemerge all’Università di Roma, estendendosi in Marzo a Milano e a Bologna, un movimento giovanile e studentesco ormai obnubilato dalla violenza e apertamente contiguo alle organizzazioni terroristiche».

La stessa scelta del verbo “riemergere” è rivelatrice dell’interpretazione. Da una parte suggerisce il carattere di irruzione proprio dell’ “emergenza”, d’altra parte il prefisso indica la reiterazione e dunque la non novità di ciò che “emerge”. Per di più, viene proposta una lettura univoca del«movimento giovanile e studentesco» che lo accosta in modo pressoché indistinguibile alla crescita della violenza armata e alle organizzazioni terroristiche. Paul Ginsborg al contrario è apparso più attento a distinguere e ad articolare la natura e i componenti del movimento. Secondo lo storico inglese (Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 1988, 514),

«in termini generali è possibile differenziare il movimento del ’77 in due tendenze, anche se spesso esse si intrecciarono. La prima era «spontanea» e «creativa», sensibile al discorso femminista, ironica e irriverente incline a creare strutture alternative piuttosto che a sfidare quelle del potere. […] La seconda tendenza, «autonoma» e militarista, intendeva valorizzare una cultura della violenza degli anni precedenti e organizzare i «nuovi soggetti sociali» per una battaglia contro lo Stato».

Ginsborg, per quanto sottolinei il carattere di reiterazione o di prosecuzione di dinamiche passate, tanto nell’ impostazione politica che negli orizzonti culturali, riconosce allo stesso tempo alcuni elementi di novità nella composizione e nelle pratiche del movimento del ’77.  In modo particolare egli individua una differenza significativa nel modo di intendere la trasformazione del presente: da una parte il tentativo di creare «strutture alternative» dall’altra la volontà di giungere ad una«battaglia contro lo Stato».
Robert Lumley è stato ancor più attento a sottolineare gli elementi di novità espressi dal movimento. Secondo lo storico, pur essendo innegabile – a partire dal mese di marzo – il ruolo delle armi e della violenza armata (Dal ’68 agli anni di piombo,Firenze, Giunti, 1998, 274),

«è però fuorviante leggere gli eventi solo alla luce della violenza politica: la novità di questo movimento consisteva nell’affermazione di un’ “identità giovanile” che era stata rimossa nelle mobilitazioni studentesche e operaie a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta».

Il giudizio di Lumley è palesemente speculare a quello di Lanaro da cui abbiamo preso le mosse, e può essere considerato la terza tipologia di interpretazione possibile, all’interno di uno schema di cui Ginsborg rappresenta il termine medio: il ’77 come ultimo ritorno di pulsioni e culture ormai in preda all’irrazionalità oppure il ’77 come epifania del nuovo, nel mezzo vari tentativi di rintracciare differenze e articolare distinzioni.
In ogni caso, il movimento del Settantasette resta il meno indagato – forse perché il meno chiaro – tra tutti i movimenti del decennio. Anche nel corso del trentennale appena concluso hanno continuato a prevalere le pubblicazioni di tipo politico come Gli Autonomi, Roma, DeriveApprodi, 2007, a cura di S.Bianchi e L.Caminiti;  di tipo memorialistico come L. Annunziata, 1977. L’ultima foto di famiglia, Einaudi, 2007; o tutt’al più di tipo narrativo come il bel romanzo di L. Rastello, Piove all’insù, Torino, Bollati Boringhieri, 2006. Fatta eccezione per il convegno Ripensare gli anni Settanta, tenutosi a Bologna tra il 27 e il 29 settembre del 2007 in esplicito legame con la ricorrenza del trentennale; la storiografia italiana mantiene ancora una forte reticenza nell’affrontare quella fase della storia repubblicana. A tutt’oggi, le considerazioni a carattere storiografico di maggior rilevanza restano quelle fatte più di dieci anni fa da Marco Grispigni, in 1977, ristampato nel 2007 per conto di Manifestolibri. Secondo Grispigni, è necessario cogliere appieno il carattere liminare del Settantasette (1977, Roma, Manifestolibri, 2007, 58):

La centralità del desiderio e del soggetto desiderante scompaginano qualsiasi centralità oggettivamente data. Il desiderio diviene movimento e il movimento si fa performance, evento. Non c’è presa del potere negli orizzonti (e negli interessi) del movimento, c’è il suo dis/velamento. Certamente il ’77 non è solo questo; è anche (e dopo marzo soprattutto) estremismo politico, l’insurrezionalismo dell’Autonomia operaia, il marxismo rivisitato dei gruppi neoparlamentari dell’estrema sinistra, la radicalizzazione della polemica antiriformista contro il Pci. Ma a fianco della politica, e spesso proprio nelle pieghe dell’estremismo politico, si nasconde questa prima grande sperimentazione del suo superamento […]

Nel Settantasette, insomma, si manifestano per l’ultima volta le culture politiche e gli orizzonti rivoluzionari che avevano avuto tanto successo nel corso del decennio, ma allo stesso tempo emerge la piena consapevolezza delle loro irreversibile crisi. In tal senso, dunque, secondo lo stesso Grispigni (94), è possibile affermare che il Settantasette «fu il canto del cigno finale dell’idea stessa di rivoluzione in occidente».

Il movimento rivoluzionario del 1977 was last modified: novembre 14th, 2014 by Radio Rock Revolution

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