Il caso Pierluigi Ravasio

RavasioIl caso Pierluigi Ravasio

Luigi Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio, 8 maggio 1991, Relazione alla Commissione stragi.

Ravasio disse che il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che il rapimento era stato organizzato da una banda di malavitosi che agiva nella zona di Fiumicino, probabilmente la banda della Magliana. Venuti a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini furono fermate da un ordine proveniente da Andreotti e Cossiga, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, i rapporti bruciati

Pierluigi Ravasio di trentatre anni, nato a Mapello in provincia di Bergamo, ex carabiniere paracadutista congedatosi nel 1982, passato alla professione di guardia giurata, sino al 1990 residente in Cremona, attualmente tornato al paese d’origine. Per tradizione di famiglia Ravasio è un templare, come il padre a sua volta ex carabiniere paracadutista aderente alla Rsi. Ravasio si è presentato come un fascista deluso.

Agli inizi del 1987 due guardie giurate dell’Ivri -tra le quali Ravasio- in servizio di fronte alla Cassa di risparmio di Piacenza, filiale di Cremona, iniziarono una discussione con un impiegato della banca riguardante la tematica dei mercenari ed i corpi speciali. Alcuni giorni dopo, Ravasio invitò nella sua abitazione l’impiegato ed in presenza della seconda guardia giurata iniziò a raccontare la propria storia, non senza avere messo in bella evidenza la propria pistola ed un fucile a pompa, che disse essere l’arma che comparirà nelle figure del Manuale del guastatore da lui stesso redatto. Ravasio disse di essersi arruolato nel 1976 nel corpo dei carabinieri paracadutisti di Livorno, di essere entrato nei Gis e di avere partecipato alla repressione della rivolta nel carcere di Trani. Nel 1978, avvicinato da un ufficiale del Sismi, decise di entrare nel servizio e fu assegnato all’ufficio sicurezza interna nella VII sezione dell’ufficio R di Roma. Il tesserino del Sismi in fotocopia mostrato da Ravasio porta la firma di Santovito e Musumeci ed il n.36: che non dovrebbe essere casuale, ma indicare un ordine di importanza (Santovito ha il n.1), il ruolo dell’agente. Musumeci e Belmonte erano i capi dell’ufficio cui Ravasio faceva riferimento, mentre i diretti superiori erano il colonnello Guglielmi (detto papà) ed il colonnello Cenicola. L’ufficio era situato a Forte Braschi mentre la squadra (sei persone) con la quale Ravasio operava era stanziata a Fiumicino. Ravasio mostrò anche fotografie che lo ritraevano in divisa e armato con altri gruppi di corpi speciali (Usa, Germania, Israele), mostrò una foto in tenuta da templare in una cerimonia a Dublino. Ravasio disse di essere in possesso del Nos di grado Cosmic.

Mostrando il manuale da lui firmato, intitolato C.a.g.p.Cenni fondamentali sulle tecniche di sabotaggio ed antisabotaggio, disse di essersi recato diverse volte ad addestrarsi a Cala Griecas (capo Marrangiu) e di avere avuto come istruttori Alfonso (al quale è dedicato il manuale) e Decimo Garau, il primo maresciallo degli alpini, il secondo ufficiale di marina. Disse di far parte di un gruppo di quattrocento persone suddivise in nuclei di sei, il cui compito era di opporsi a sommosse interne da parte della sinistra. Il gruppo era in grado di entrare in clandestinità in poco tempo e di bloccare le comunicazioni isolando intere città e zone del paese. Ravasio disse di avere iniziato il proprio addestramento a Livorno coi paracadutisti e di essere successivamente passato a Cala Griecas ed aggiunse di essere stato addestrato ad azioni di infiltrazione ed a compiere attentati all’estero. Partecipò anche all’addestramento di militari israeliani che attuarono la repressione contro i palestinesi denominata “pace in Galilea”. Ciò avveniva col consenso del Sismi a che Ravasio potesse recarsi in Israele, nei confronti del quale esiste un’antica alleanza coi templari derivante dalla comune difesa del tempio di Salomone.

 

Il caso Moro

Ravasio disse che il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che il rapimento era stato organizzato da una banda di ex detenuti e malavitosi che agiva nella zona di Fiumicino, molto probabilmente la banda della Magliana. Venuti a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini furono fermate da un ordine proveniente da Andreotti e Cossiga, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, mentre i rapporti che quotidianamente venivano compilati furono bruciati. Ravasio venne inviato a Ciampino, dove svolgeva compiti di vigilanza sugli aerei della Cai del Sismi.

Ravasio disse anche che Musumeci aveva un infiltrato nelle Br, era uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma il cui nome di copertura era Franco, il quale avvertì con una mezzora di anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Uno dei superiori diretti di Ravasio, il colonnello Guglielmi -attualmente deceduto- si trovò a passare da pochi metri da via Fani, ma disse di non aver potuto fare niente per intervenire.

Come ricompensa per il rapimento e la gestione del caso Moro, il Sismi consentì alla banda di poter compiere alcune rapine impunemente. Una avvenne nel 1981 all’areoporto di Ciampino, quando i malavitosi travestiti da personale dell’areoporto sottrassero da un aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica. Una seconda avvenne in una banca nei pressi di Montecitorio dove furono aperte molte cassette di sicurezza e da alcune, appartenenti a parlamentari, furono sottratti documenti che interessavano il Sismi.

A seguito di uno screzio avuto col capocentro CS di Milano e pochi mesi prima della scoperta degli elenchi della P2, Ravasio lasciò il Sismi per trasferirsi alla sezione anticrimine di Parma fino al 1982, data di stesura del manuale di cui s’è detto e del suo congedo. Successivamente Ravasio lavorò per un istituto di guardie private, l’Ivri, prima a Brescia e poi a Cremona dove alloggiava, ed ha svolto anche la funzione di istruttore presso il locale tiro a segno.

Come conobbi Ravasio

Nel dicembre 1990 si svolse a Cremona un dibattito sulla vicenda Gladio, alla fine del quale venni avvicinato dall’impiegato di banca al quale, all’inizio del 1987, Ravasio fece le sue confidenze. Egli mi disse che prima dell’esplodere del caso Gladio non aveva dato eccessiva importanza al racconto fattogli, ma che ora riteneva opportuno che io ne venissi a conoscenza nella mia funzione di componente della Commissione parlamentare sulle stragi e mi consegnò una copia del manuale. Incuriosito, chiesi a Ravasio -del quale avevo rintracciato il recapito telefonico- di poterlo incontrare, cosa che avvenne prima del Natale 1990 in un ristorante di Cremona. L’ex agente del Sismi mi disse che non intendeva assolutamente essere coinvolto né dalla Commissione stragi né dalla magistratura e di avere acconsentito ad incontrarmi solo per darmi qualche informazione utile al mio lavoro, stanti le fortissime delusioni avute dalla destra politica e dai servizi segreti; ma che non desiderava io facessi il suo nome. L’incontro si protrasse per circa due ore, durante le quali Ravasio confermò sostanzialmente quanto aveva detto all’impiegato di banca, presente anche nella nuova circostanza.

Che Ravasio e il gruppo cui appartiene avesse deciso di coinvolgere la stampa nelle confessioni è dimostrato dal fatto che l’impiegato di banca è corrispondente da Cremona per il settimanale Panorama, cosa nota a Ravasio e che prima di incontrare me si era incontrato nel novembre 1990 a Cremona con la giornalista Valeria Gandus, dalla quale si era fatto intervistare maneggiando una pistola di grosso calibro di marca israeliana. Successivamente nel proprio appartamento, tra fotografie e fotocopia del tesserino Sismi, Ravasio mostrò un’altra pistola marca Beretta. L’incontro con la Gandus era stato originato dal fatto che su Panorama era uscito un articolo che si rifaceva a quanto raccontato da Ravasio nel 1987, cosa che lo fece infuriare ma non gli impedì di farsi intervistare, salvo minacciare la giornalista se avesse fatto il suo nome.

Ravasio mi disse che in quei giorni aveva visto sui giornali la foto del generale Inzerilli che aveva visto spesso a Cala Griecas come istruttore e che era noto come il signor Paolo. Mi disse che durante il proprio servizio a Ciampino fece servizio di vigilanza sugli aerei della Cai in occasione del viaggio di trasferimento del generale Dalla Chiesa da Roma a Palermo, dopo la nomina di quest’ultimo a prefetto del capoluogo siciliano. Mi disse anche di essere stato stanziato presso il Rus (raggruppamento unità speciali) ex Rud (raggruppamento unità difesa) di Roma, che disponeva anche di un centro di ascolto del Sismi dislocato sull’Aurelia al Km.42,5 allo svincolo per Ladispoli.

Alcune verifiche

Durante la sua audizione in Commissione stragi il generale Cismondi ad una mia domanda ha confermato che Alfonso e Decimo Garau erano istruttori della Gladio a Cala Griecas (capo Marrangiu), rendendo credibile il racconto fatto da Ravasio nel 1987, un periodo non sospetto. D’altro canto, recentemente il senatore Cazora ha confermato al magistrato romano che sta indagando sulle trattative condotte durante il sequestro Moro che si ebbe coscienza del fatto che il presidente della Dc fosse “custodito” dalla banda della Magliana. Del resto numerose volte Cutolo ha alluso al fatto di essere a conoscenza di molti aspetti del sequestro Moro. A tale proposito va ricordato che il suo vice Casillo era in contatto sia con la banda della Magliana, sia col Sismi e col Sisde (vedi caso Cirillo). Anche in questo caso il racconto di Ravasio ha molti elementi di credibilità.

In conclusione va aggiunto che la sera precedente il nostro incontro a Cremona, Ravasio venne fermato dalla Digos ed incriminato per il possesso di due proiettili per arma da guerra. A seguito di una perquisizione nell’abitazione dell’ex guardia giurata ex agente del Sismi, la Digos rinvenne armi (regolarmente denunciate) ed una tuta mimetica. Il prefetto di Cremona è intervenuto ingiungendo a Ravasio di consegnare il porto d’armi e di vendere le armi di cui era in possesso. Ravasio è stato rinviato a giudizio.

l’impiegato di banca e collaboratore di Panorama di cui si parla è Emanuele Bettini, giornalista e storico, autore di Lo stragismo da Gladio al caso Moro, nel nostro Quel Marx di San Macuto; nonché del volume La repubblica parallela, EDS 1996 ove ulteriori notizie sul caso Ravasio.

Il caso Pierluigi Ravasio was last modified: dicembre 11th, 2014 by glianni70.it

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