Il caso Moro e i comunisti: “In mille sapevano dov’era”

caso moroIl caso Moro e i comunisti: “In mille sapevano dov’era”

“Gallinari mi disse: non avete idea dei nostri protettori”

di Aldo Cazzullo

Presidente Cossiga, lei ha vissuto e raccontato molta parte della vita pubblica italiana, ma sul caso Moro le si rimprovera una certa reticenza.
«Sul caso Moro sono state scritte sciocchezze che è tempo di smentire. Le dirò tutto quello che so, e tutte le idee che mi sono fatto. Moro non fu perduto dagli americani, né dalla P2. Semmai, dai comunisti. Prospero Gallinari mi disse, e io gli credo, che i dirigenti dei sindacati delle fabbriche sapevano dove stavano i brigatisti. Nessuno di loro ha parlato, tranne uno, Guido Rossa; e l’hanno ammazzato. Secondo Gallinari, erano mille i militanti di sinistra a conoscere la prigione di Moro.

Nessuno ha parlato, tranne uno, lo studente dell’autonomia bolognese che attraverso Clò e Prodi ci indicò il covo di Moretti. I comunisti, e più ancora il Kgb, hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi al Viminale erano tutti protetti di Moro. E filoamericani. Del resto, l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br. Per farle venire allo scoperto».
Mille? Crede anche a questo?
«Sì. Certo non Berlinguer e Pecchioli, non i vertici del partito. Gallinari mi disse che avevamo sbagliato tutto, che non avevamo idea di quanti fossero i protettori dei brigatisti. Ricordo le sue parole: “Se facessi un nome in particolare, lei presidente cadrebbe svenuto. Voi cercavate Moro in una casa isolata, ordinavate perquisizioni ai corpi speciali, ma avreste dovuto affidarvi ai vigili urbani. Noi tenevamo Moro in un condominio, uscivamo a fare la spesa”. È così».

Come entrano in scena gli americani?
«Fui io a chiedere il loro aiuto. Contattai personalmente la Cia e indirettamente l’Fbi. Ma non ottenni nulla: l’amministrazione Carter aveva vietato alla Cia di collaborare con servizi stranieri su fatti di terrorismo, a meno che non fosse in gioco la sicurezza nazionale. E la valutazione fu che il caso Moro non fosse tra questi. Mi rivolsi anche all’ufficio sicurezza della Nato, per sapere se il Patto atlantico corresse pericoli per i segreti che Moro poteva rivelare».

Gladio?
«Certo. Moro era stato il fondatore di Gladio, insieme con Mattei e Taviani, e aveva voluto che ne fossi responsabile io, come sottosegretario alla Difesa. Ma di Gladio sapevano tutto sia il Kgb sia la Stasi, come ha riconosciuto il suo leggendario capo Wolf. Taviani ne aveva informato anche Longo. Quando sfiorai l’argomento con Pecchioli, lui mostrò di non sapere nulla; e ancora non mi è chiaro se fosse sincero, o se Longo — militare di formazione sovietica, generale dell’Armata Rossa, comandante in Spagna e nella Resistenza — non avesse mai avvertito i compagni. Fatto sta che la Nato rispose no: Moro non era depositario di alcun segreto pericoloso. Tornai alla carica con il dipartimento di Stato, dove esisteva un’unità antiterrorismo. Mi mandarono il numero 2, Steve Pieczenick: professore di scienza dei conflitti, grande psichiatra. Ora scrive romanzi».

Come si mosse Pieczenick?
«Arrivò in incognito, via Parigi, né noi demmo la notizia. Fu preso in carico dai servizi, che lo alloggiarono in una casa sicura; ma lui si scocciò subito, e dovemmo ospitarlo in un magnifico albergo, opportunamente vigilato. Pieczenick parlava solo con me. E subito mi disse che avevamo commesso un grave errore a escludere la trattativa. Anzi, sarebbe stato bene annunciare il contrario, e cominciare sul serio a trattare, per stanare i brigatisti. Gli risposi che, se l’avessimo fatto, l’Italia intera ci avrebbe creduti pronti a cedere. Ed è vero quanto racconta Andreotti, che una vedova di via Fani minacciò di darsi fuoco se avessimo trattato con le Br».
Giovanni Moro sostiene che sua madre telefonò alla moglie del caposcorta, il maresciallo Leonardi, e lei assicurò che nessuna vedova di via Fani aveva minacciato di darsi fuoco.
«Andreotti non dice bugie. I rapporti con la famiglia Moro furono tesi fin dall’inizio. Per riguardo alla famiglia, mentii sul cerotto che Moro aveva sulla testa nella prima fotografia da prigioniero, e dissi che l’avevano ferito i terroristi. Ma il medico mi aveva spiegato che aveva preso un colpo la sera prima, frapponendosi in un litigio tra la moglie e la figlia».

È vero che era stato Moro a volerla al Viminale?
«Ero stato il suo ministro dell’Interno. Dopo le elezioni del ’76, “quelli là”, come Moro chiamava Zaccagnini e la banda dei quattro capitanata da Pisanu e Bodrato, lo estromisero da Palazzo Chigi. Allora Moro chiese la presidenza della Camera, ma “quelli là” gli dissero che a Montecitorio sarebbe andato un comunista».

Moro e Zaccagnini non avevano buoni rapporti?
«Per nulla. Ma peggiore era il rapporto con Andreotti, che Moro disprezzava. Quando Giulio ebbe l’incarico, Moro mi vide a Palazzo Chigi e sussurrò, per non farsi sentire: “Che non ti salti in mente di rinunciare agli Interni. È la garanzia della tua sicurezza, e anche della mia”».
Moro temeva per la sua vita?
«No. Io andavo da lui una volta la settimana. Andai nell’ufficio di via Savoia anche la sera prima che lo rapissero. Moro non aveva alcuna paura, al punto che disse a me: “Francesco, stai attento. Fai un lavoro pericoloso. E hai moglie e figli. Sei ben protetto?”. Quando scesi in strada, vidi i suoi agenti di scorta che prendevano in giro i miei, battendo sulla lamiera dell’auto blindata: “Ma come ve ne andate in giro?”. Può immaginare come mi sentii il giorno dopo».

Al Viminale si riuniva un comitato di crisi pieno di piduisti.
«Chi può pensare che il direttore del Sismi Santovito, il direttore del Sisde Grassini, raccomandato e grande amico di Tina Anselmi, il prefetto Pelosi, il segretario generale della Farnesina Malfatti, imposto personalmente da Moro, il direttore generale della Bnl Ferrari, tutti uomini di sua assoluta fiducia, oltre che filoamericani, potessero volere Moro morto? La P2 è una cosa seria, una loggia massonica che risale all’unità d’Italia, ricostruita dagli americani in funzione anticomunista. Ma il mito oscuro della P2 fu creato dal Kgb. Che così distrusse ancora una volta i nostri servizi, dopo la fuga di notizie sul piano Solo».

Durante i 55 giorni, la mafia fu coinvolta? Perché Buscetta ebbe l’impressione che non si volesse salvare Moro?
«Buscetta si stupì che la Dc, data la sua nota vicinanza alla mafia, non se ne sia servita. Un deputato calabrese, di cui davvero non ricordo il nome, mi mandò un emissario per propormi di contattarla. La stessa offerta mi fu avanzata da un cardinale. Opposi un netto rifiuto. Ma non escludo che altri possano aver tentato quella strada».

E la banda della Magliana?
«Quando arrivò il comunicato secondo cui il cadavere di Moro giaceva nel lago della Duchessa, lo feci esaminare dai periti dei carabinieri, della polizia e della procura. Tutti dissero che era autentico. In seguito fu attribuito a Chichiarelli, falsario legato alla banda della Magliana. In ogni caso, del comunicato viene data una lettura capovolta».

Non servì a preparare il terreno all’assassinio?
«No. Era una mossa per salvarlo. Infatti da quel momento crebbero la commozione e la paura per la sua sorte. Le Br lo uccisero senza accorgersi che avevano vinto. Alla direzione in cui Fanfani avrebbe chiesto di riunire il consiglio nazionale per aprire la trattativa, io andai con la lettera di dimissioni: il ministro dell’intransigenza non poteva essere il ministro della trattativa. Già da giorni la Dc aveva cominciato a cedere».
«Liberate Moro senza condizioni»: fu Andreotti a suggerire al Papa quella formula?
«Ma quando mai. Ad Andreotti non sarebbe mai passato per la testa di dire a Montini quel che doveva fare. Era Montini a guidare Andreotti, fin da quando nel ’48 indicò lui — e non Moro — a De Gasperi come braccio destro».

Possibile che dai servizi non venisse nulla di utile?
«Avevamo da poco adottato la riforma dei servizi, da sempre impostati sullo spionaggio in funzione anticomunista, e non sull’antiterrorismo. Taviani aveva sciolto il piccolo ma efficiente servizio interno al Viminale, guidato da Federico Umberto D’Amato. I militari poco ne capivano, e non collaboravano».

Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione stragi, è convinto che voi aveste trovato la prigione di Moro. La dietrologia corrente parla di brigatisti che si liberano dell’ostaggio, cedendolo a servizi stranieri.
«Nulla di vero. Raccolsi moltissime informazioni, anche le più cervellotiche: tutte false. Un aereo dell’Eni ci portò un veggente di Amsterdam, che parlò di una casa dai mattoni rossi con due leoni di marmo, dalle parti di Santa Maria Maggiore. Tonino Tatò, il capufficio stampa di Berlinguer, mi mandò la cassetta con le indicazioni di un’altra veggente. Altre balle. Igor Markevic, il musicista, ospitò probabilmente nella sua casa di Firenze la riunione in cui fu decisa la morte di Moro. La casa di sua moglie in via Caetani rappresentò per i brigatisti solo un punto di riferimento, un luogo conosciuto dove lasciare la Renault rossa, tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù».

Chi fu a sparare a Moro?
«Certo non Gallinari, che pure si autoaccusò. Toccava a lui, ma si mise a piangere».
Anche Moretti si autoaccusò.
«Era, è la loro strategia: addossarsi le responsabilità per sottrarle al compagno. Credo che a sparare sia stato l’ingegner Altobelli. Cioè Maccari, il carceriere spuntato per ultimo. Mancano ancora i due motociclisti di via Fani. Ma sono brigatisti, non killer stranieri».

Ha mai tentato di riconciliarsi con la vedova di Moro?
«No. Però la famiglia ce l’ha a morte soprattutto con Andreotti. Me, mi considera un poveretto. Anche se ero l’uomo di cui Moro si fidava di più. Quando il giudice Tamburrino arrestò Miceli per la Rosa dei Venti, e Moro sentì che era vicino a scoprire Gladio, mi mandò a una riunione notturna con i familiari e l’avvocato di Miceli, Franco Coppi, con un messaggio: “Dite al generale che opponga il segreto di Stato, e Moro lo confermerà”. Così fu. Nelle sue lettere, Moro è durissimo con i comunisti. Di me scrive che ero plagiato da Berlinguer, per questione di sardità, di cuginanza, e perché al compromesso storico credevo davvero. L’ultimo giudizio di Moro su di me è contenuto nelle carte trovate in via Montenevoso ».

Un’altra storia ancora da chiarire.
«Il generale Dalla Chiesa le mostrò ad Andreotti e a Craxi, non a me. Poi le rimise al loro posto. Craxi era il suo vero referente, e sono certo che, se fosse sopravvissuto, Dalla Chiesa sarebbe diventato senatore socialista e ministro dell’Interno. In quelle carte c’era l’interrogatorio di Moro su Cossiga. Le sue risposte mi apparvero lusinghiere. Ma il giudice Ionta, salito al Quirinale per farmi informalmente qualche domanda, mi fece notare: “Non vedo proprio di cosa lei debba essere grato a Moro, visto che la addita alle Br come capo dell’antiterrorismo europeo”. In effetti nelle carte di via Montenevoso c’erano cose che sapevamo solo io e lui; come la mia visita in Irlanda, nei villaggi finti costruiti dai britannici per addestrare le truppe alla guerriglia. Ma non gliene ho mai voluto per questo».

Il caso Moro e i comunisti: “In mille sapevano dov’era” was last modified: dicembre 27th, 2014 by glianni70.it

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