I vivi e i morti (L’affare Moro) di Vincenzo Vinciguerra

vinciguerra_vincenzoI vivi e i morti (L’affare Moro) di Vincenzo Vinciguerra

Non avevo mai ipotizzato uno scambio fra le Brigate rosse e la malavita avente come oggetto Aldo Moro, fino all’incontro recentissimo con Michela Cipriani. Colta, preparata, compagna di Luigi Cipriani -la mente più lucida espressa dalla sinistra in questo ultimo trentennio, morto prematuramente per infarto- Michela Cipriani ne ha raccolto l’eredità e ha continuato, nella solitudine di chi vuole comprendere la storia senza accettare le storie ufficialmente accreditate, ad affermare quella verità che il marito, unico e solo, aveva compreso e lei condiviso.

“Perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e ‘dura’ -si chiede Michela Cipriani- avrebbero ucciso un ostaggio che aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe una mina vagante nel potere? Quando mai un esercito ammazza un ostaggio che il nemico non rivuole inditro vivo? E per di più con un rituale, che non era fino ad allora appartenuto loro né lo sarà in seguito, dove la vittima viene lasciata agonizzare per un quarto d’ora e crivellata di colpi quando è morta? Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay-behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?” (M. Cipriani, L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, nel sito della Fondazione Cipriani sub Luigi Cipriani, Scritti di controinformazione, L’affare Moro)[1]. Una logica stringente che allinea, una dietro l’altra, domande alle quali è possibile dare una sola risposta, quella che Luigi Cipriani aveva già fornito e che lei oggi ribadisce: perché Mario Moretti e i suoi compagni non erano più in possesso del loro ostaggio né del suo memoriale.

Non è facile provare questa verità, negata, per motivazioni dettate dalla paura, dai brigatisti rossi che il sequestro di Aldo Moro iniziarono ma non conclusero; rifiutata per ragioni evidenti dallo Stato e dalla Democrazia Cristiana, taciuta infine da una malavita che non può ammettere un patto inconfessabile con lo Stato, rivelando la sua qualità di polizia ausiliaria del regime. Mi ricordava Michela Cipriani, riferendosi agli articoli scritti da Mino Pecorelli sul caso Moro, che ‘i morti parlano’. Ed é vero.

Per questa ragione, sfidando il silenzio di tanti, in questo documento daremo voce alla verità dei morti contrapponendola alle menzogne dei vivi. Perché la verità, nonostante tutto, si può ricostruire, tassello dopo tassello, ricomponendo un mosaico che alla fine ci rivelerà la verità.

Un falsario piccolo, piccolo

Il primo tassello dal quale iniziare è rappresentato dalla vita e le opere di Antonio Chichiarelli, così come emergono dalle pagine delle ordinanze del giudice istruttore Francesco Monastero.

Chi era Antonio Chichiarelli? Un falsario, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi al servizio degli apparati segreti dello Stato, che di gente come lui ha sempre bisogno per le tante operazioni ‘sporche’ che compiono (valga per tutti l’utilizzo di Guelfo Osmani, falsario al servizio del Sid con il criptonimo di ‘Raffaello’ nell’operazione Camerino) in nome e per conto di uno Stato che non è certamente più pulito dei suoi servizi di sicurezza (così li chiamano) e delle loro azioni. Antonio Chichiarelli, detto Tony, conosce la svolta della sua vita quando viene incaricato da qualcuno di redigere un falso comunicato brigatista che annuncia l’avvenuta morte di Aldo Moro ed il suo seppellimento nel lago della Duchessa.

Fu Antonio Chichiarelli a scriverlo, senza ombra di dubbio alcuno: “…Un’altra e non meno inquietante certezza è stata acquisita -conferma il magistrato romano- nel corso delle indagini istruttorie: la attribuibilità al Chichiarelli del comunicato B.R. n.7 del 18 aprile 1978 (c. d. del lago della Duchessa)…” (Francesco Monastero, Ordinanza 23 marzo 1991, p. 10). L’esecuzione materiale del comunicato fu quindi, con assoluta certezza, opera di un “oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana” (ivi, p.1), a suggerirne l’ideazione era stato uno dei magistrati più potenti e prestigiosi, a quel tempo, della Procura della repubblica: Claudio Vitalone.

Ne aveva parlato per primo, in forma reticente, consapevole ovviamente dell’estrema gravità di quanto stava rivelando, un altro discusso e, a quei tempi, potente magistrato romano, Luciano Infelisi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro nel 1981: “Si pose un grosso problema -raccontò Infelisi: qualcuno propose che i servizi segreti scrivessero delle lettere, dei volantini al fine di creare una reazione. Questo modo spregiudicato di azione non fu però accettato, anche se non avrebbe comportato la violazione di norme particolari, per la impossibilità, per la mancanza totale di qualsiasi possibilità da parte loro. Allora mi domando -conclude in modo pesantemente allusivo Infelisi- chi può aver creato questo volantino in quel particolare momento: se i nostri servizi, sollecitati, non erano all’altezza di farlo” (Francesco Biscione, Il delitto Moro, Editori riuniti, Roma 1998, p. 228).

Antonio Chichiarelli era ancora in vita quando il sostituto Procuratore Luciano Infelisi pone la sua retorica domanda, sollevando a priori i servizi di sicurezza da ogni responsabilità. Nessuno, ovviamente, rispose.

Dovranno passare dodici anni prima che l’ideatore del falso comunicato brigatista, conosciutissimo come vedremo da Luciano Infelisi, venisse allo scoperto.

Il 10 maggio 1993 Claudio Vitalone, difatti, racconta la sua verità sull’episodio e rende noto il suo ruolo nell’ideazione del falso comunicato. “Una particolare apprensione -racconta ai suoi colleghi romani che lo stanno interrogando- nacque con la lettura del 1° comunicato, dove si faceva riferimento alla circostanza che i comunicati avrebbero dovuto essere scritti con la medesima macchina. Questo a mio avviso -continua Vitalone- rivelava l’intenzione di utilizzare quel solo mezzo per garantire la riconoscibilità di coloro che detenevano l’ostaggio. In altre parole, era purtroppo da presumere che i brigatisti volessero sopprimere Moro dopo averne ottenuto delle dichiarazioni, gestendo poi il sequestro come se Moro fosse ancora in vita. A mio avviso -spiega ancora Vitalone- si doveva contrastare la convinzione dei brigatisti che l’impiego della stessa macchina da scrivere fosse sufficiente alla riconoscibilità delle B.R. Era uno dei modi -inventa fantasioso l’ex magistrato- per costringere le B.R. a tenere in vita l’ostaggio. Parlando con il collega Infelisi suggerì l’idea che, con l’intervento degli organi di polizia giudiziaria, e previa una formale documentazione per gli atti dell’istruttoria, si potesse far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le B.R. L’autenticità di tale comunicato avrebbe potuto essere strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica. Ripeto, questo per costringere le B.R. a non sopprimere l’ostaggio. Quest’idea, peraltro -conclude Claudio Vitalone- non ebbe alcun seguito né mi consta che ad essa possa essersi ispirata alcuna iniziativa autonoma degli organi di polizia” (ibidem).

I due, Infelisi e Vitalone, in parte credibili nelle fasi iniziali e centrali dei loro racconti, all’unisono concludono mentendo entrambi. Claudio Vitalone fa un lapsus considerevole facendo riferimento, difatti, non ai servizi segreti ma ad ‘organi di polizia’. Più malizioso ma altrettanto esplicito nell’escludere la responsabilità diretta dei servizi di sicurezza era stato Luciano Infelisi, secondo il quale questi ultimi ‘non erano all’altezza di farlo’ e chiede, quindi, chi abbia mai potuto scrivere quel falso documento.

Una domanda assurda perché, come abbiamo visto, proprio a Infelisi Claudio Vitalone aveva parlato non solo dell’idea di un falso comunicato brigatista ma anche degli organi di polizia che avrebbero dovuto provvedere alla bisogna: la polizia giudiziaria. Un organo, quest’ultimo, che è il braccio operativo della magistratura inquirente, il più idoneo a trovare gli uomini giusti per un’operazione spregiudicata nel solo ambiente in cui fossero reperibili, quello della malavita che gli uomini dei nuclei di P.G. conoscono meglio di ogni altro organo di polizia.

Ma non fu questo il solo motivo. Sappiamo come in realtà gli apparati segreti dello Stato, militari e civili, siano preparati ad azioni del genere, che si sogliono definire di ‘disinformazione difensiva’ che rientrano nelle loro competenze specifiche e nelle loro possibilità. Così che i tentativi di Luciano Infelisi e Claudio Vitalone di escludere la partecipazione dei servizi segreti all’operazione del lago della Duchessa non hanno parvenza di credibilità ma forniscono un’indicazione importante, essenziale per comprendere quanto è avvenuto nel corso del sequestro di Aldo Moro.

Ci dicono, questi tentativi, che il potere giudiziario romano, di cui Claudio Vitalone era esponente ma non certo l’unico responsabile, non si limitò a ideare l’operazione del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 ma era in grado di gestirla utilizzando un organo di polizia che potesse assicurare sia il collegamento con i servizi segreti militari e civili (che sono in tal modo ‘coperti’) che quello con i malavitosi chiamati ad eseguirla materialmente. Le conferme le troviamo nelle pagine dell’ordinanza di Francesco Monastero.

Antonio Chichiarelli che, singolarmente, non appare in contatto riservato con alcun corpo di polizia o servizio di sicurezza, aveva un amico intimo, Luciano Dal Bello, che era “per un verso confidente, anche a significativi livelli e per altro comprimario nelle oscure trame del Chichiarelli (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 13). Ma di chi era ‘confidente’, Luciano Dal Bello? Di tale maresciallo Solinas, in forza al Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma, che seguirà passo passo i movimenti di Antonio Chichiarelli e che infine affiderà, ufficialmente solo nel 1983, il proprio ‘confidente’ al Sisde, il servizio segreto civile.

E il cerchio si chiude. Può apparire questa nostra ricostruzione ai limiti della verosimiglianza ma i riscontri per sostenerla ci sono, diretti e veridici e, quand’anche indiretti, di pregnante significato.

Antonio Chichiarelli aveva continuato a lavorare per i suoi committenti anche dopo aver scritto il falso comunicato del lago della Duchessa. Il 20 maggio 1978 aveva, difatti, stilato il “comunicato in codice nr.1” dove “si faceva tra l’altro riferimento -scrive il giudice Monastero- alle note operazioni di polizia condotte in via Gradoli ed in località lago della Duchessa” (ivi, p. 7).

Il 10 aprile 1979, il falsario abbandonava in un taxi un borsello che, consegnato al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia, rivelò contenere: “…una pistola Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; 11 pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un pacchetto di fazzoletti di carta di marca Paloma; una cartina autostradale della zona comprendente il lago di Vico, Amatrice e il lago della Duchessa; una bustina con tre piccole pillole bianche; alcuni fogli dell’elenco telefonico di Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; una patente di guida contraffatta intestata a Luciano Grossetti; un volantino falso-brigatista che inizia con la frase “Attuare proseguimento logica dell’annientamento”; un frammento del biglietto del traghetto Messina-Villa san Giovanni; il manoscritto di una bozza di discussione politica o di un documento teorico; quattro fotocopie di schede dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello della polizia riguardanti rispettivamente l’omicidio di Pecorelli (con annotazioni che indicano materiale recuperato e alcune cifre relative a parti mancanti), un’azione ai danni del Procuratore della repubblica Achille Gallucci, un progetto di rapimento dell’avvocato Prisco, il progetto dell’annientamento della scorta del presidente della Camera, Pietro Ingrao” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 225).

Il 17 aprile 1979, con una telefonata al quotidiano Vita sera veniva fatto rinvenire, all’interno di una cabina telefonica, altro materiale chiaramente connesso a quello contenuto nel borsello fatto ritrovare tre giorni prima, a reiterazione del messaggio precedente (ibidem).

“Il 17 novembre 1980, erano fatte rinvenire a un giornalista le quattro schede, sempre in fotocopia, su quella di Pecorelli c’è un’annotazione autografa: ‘Sereno Freato!’ “(ivi, p. 226), “unitamente a munizioni cal. 7,62” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 5).

Seguono quattro lunghi anni di silenzio, poi, il 24 marzo 1984 alle ore 06.30, veniva rapinato da quattro uomini il deposito valori della società Brink’s Securmark, in via Aurelia a Roma, con un bottino che si aggirava approssimativamente sui 35 miliardi. L’operazione era iniziata la sera precedente, quando la guardia giurata Franco Parsi, in servizio presso la Brink’s, “mentre si accingeva a far rientro presso la sua abitazione, era stato avvicinato, nel garage sottostante, da quattro individui armati che, dopo essersi qualificati come agenti della Digos ed esibiti dei tesserini di riconoscimento, contestavano al Parsi di aver saputo che egli deteneva un grosso quantitativo di sostanza stupefacente e che per tale ragione dovevano effettuare una perquisizione nel suo domicilio. Quivi giunti -prosegue il magistrato- i quattro esplicitavano le loro reali intenzioni: asserivano di essere militanti delle Brigate rosse ed a tal fine mostravano un opuscolo recante lo stemma di quella organizzazione e sostenevano che era loro intendimento prelevare il denaro dal caveau della Brink’s Securmark, definito da quello che sembrava il capo come ‘bunker di Stato di Sindona’ (ivi, p. 1). Il ‘capo’ dei rapinatori dimostrava di essere, secondo il racconto della guardia giurata, “assai bene informato sia sugli enti che la Brink’s serviva, sia sui nominativi e le residenze del personale, sia, infine, sugli stessi dirigenti della società, asserendo addirittura che “il generale Ambrogi che sta a Firenze…era una loro vecchia conoscenza” (ibidem).

Compiuta la rapina, “intorno alle ore 18 della stessa mattinata giungeva al quotidiano L’Unità una telefonata anonima con la quale una persona, a nome delle Brigate rosse, rivendicava l’ ‘esproprio proletario’ alla ‘banca sindoniana’…mentre i rilievi prontamente eseguiti consentivano il sequestro di una bomba Energa da esercitazione, di un involucro contenente polvere pirica colorante, nonché di 7 proiettili cal. 7,62 Nato per mitragliatrice, proiettili a dire del Parsi ‘volutamente buttati a terra dal capo e non persi’, quasi che gli stessi avessero un valore simbolico, al momento peraltro non percettibile” (ivi, p. 2).

Ma non era finita, perché il 24 marzo 1984 “un redattore del quotidiano Il Messaggero riceveva una telefonata nel corso della quale un anonimo, qualificatosi come portavoce delle Brigate rosse, rivelava l’esistenza di materiale definito ‘interessante’, occultato nel cestino dei rifiuti sito nei pressi della statua del Belli. Recatosi sul posto, il giornalista effettivamente rinveniva, nel luogo indicato, una busta contenente tre proiettili cal. 7,62 Nato -analoghi a quelli volutamente abbandonati nei locali della Brink’s Securmark- nonché varia documentazione che veniva prontamente consegnata al Reparto operativo dei carabinieri di Roma per il relativo esame. Il collegamento tra detto materiale -conviene il giudice Monastero- e la clamorosa rapina compiuta due giorni prima, appariva ictu oculi, giacché tra i documenti fatti rinvenire vi erano alcune distinte e rimesse di fondi effettuate da vari istituti di credito alla Brink’s Securmark proprio nella giornata antecedente il crimine, ed asportate dai malviventi con i veri plichi contenenti i valori.

Ma ciò che più stupiva era la singolare ‘natura’ dei restanti documenti, la più parte dei quali aventi una contorta ed allarmante storia, ed il cui contestuale rinvenimento evidenziava una precisa volontà di indicare una specifica circostanza che permettesse di cogliere i tratti unificanti delle eterogenee vicende, che quei documenti in qualche modo prendevano a riferimento. Tale materiale era rappresentato da due frammenti di fotografie rappresentanti la dizione e lo stemma delle Brigate rosse, da un ritaglio di dattiloscritto firmato dalla ‘cellula Romana sud – Brigate rosse’…nonché da quattro schede dattiloscritte relative a tale ‘operazione A. N. A.’, al ‘presidente della Camera Pietro Ingrao’, ‘al giudice istruttore Achille Gallucci’ nonché a ‘Pecorelli Mino’…” (ivi, pp. 3-4).

Lo scopo della rivendicazione appare chiaro perfino a Monastero che riconosce come fosse “fin troppo evidente che l’autore dello scritto aveva volutamente applicato sul documento il ritaglio di un altro, con la stesura delle Brigate rosse, solo per lanciare un ‘messaggio’ e non certo per effettuare una rivendicazione che, per le modalità stesse in cui era confezionato il documento (il frontespizio grossolanamente incollato con nastro adesivo), appariva chiaramente ‘depistante’. Ma proprio l’esame di tale frontespizio e dell’altro ritaglio firmato dalla cellula Romana sud delle B. R., frammenti, si badi bene, redatti entrambi in originale, consentiva di accertare che gli stessi si presentavano assolutamente identici alle relative parti del cosiddetto ‘comunicato in codice nr. 1’ fatto pervenire da ignoti il 20 maggio 1978 nel corso del sequestro Moro…”(ivi, p. 4).

Una visione piuttosto riduttiva perché, in realtà, Antonio Chichiarelli e, più esattamente, coloro per i quali operava avevano compiuto, nella successione cronologica che abbiamo ricostruito, interventi depistanti sul sequestro di Aldo Moro, sull’omicidio di Mino Pecorelli e su quello del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco.

Prima di addentrarci nell’esame degli elementi che il falsario romano ha utilizzato per depistare le indagini sugli omicidi del giornalista Pecorelli e del colonnello Varisco, per cercare di comprenderne le ragioni ed illuminarne la perversa logica, è necessario rispondere a una domanda che tutti hanno voluto eludere nel corso di questi anni: potevano gli organi di polizia ed i servizi di sicurezza individuare Antonio Chichiarelli, arrestarlo e sequestrargli il materiale, farsi raccontare la verità sul suo ruolo di ‘depistatore’ professionista e, infine, farsi dire i nomi dei mandanti? O, realmente, per le forze di polizia ed i servizi segreti Antonio Chichiarelli era sempre rimasto “l’oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana”, come ha inteso dipingerlo il giudice istruttore Francesco Monastero?

I fatti accertati e, contemporaneamente, negletti dallo stesso magistrato romano ci dicono l’esatto contrario.

Un ignoto a tutti noto

Antonio Chichiarelli era, difatti, conosciutissimo da tutti gli organi di polizia della capitale e dai servizi di sicurezza, in particolare dal Sisde, proprio per le sue attività ‘politiche’ e depistanti. Seguiamo, anche in questo caso in ordine cronologico, le tappe di una ‘copertura’ che viene concessa ad Antonio Chichiarelli, apparentemente senza alcuna contropartita, da tutti gli organi di polizia e di sicurezza.

Ai primi di marzo del 1979, Luciano Dal Bello informa il maresciallo Solinas, in servizio presso il Nucleo di P.G. dei carabinieri “di un progetto di attentato ai danni di una personalità politica che abitava nei pressi della circonvallazione Nomentana” (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 12). Non basta perché “il Solinas, come oggi sostiene, ebbe effettivamente a notiziare il suo comandante dell’epoca, col. Campo -scrive impassibile il magistrato romano- che la sua fonte era il Dal Bello Luciano e che, cosa ancor più grave, l’attentatore doveva essere tale Chichiarelli Antonio, intimo amico del Dal Bello, sulle cui tracce quest’ultimo voleva quindi in qualche modo portare gli inquirenti…”(ivi, p. 13).

Il 14 aprile 1979, come abbiamo visto, viene fatto trovare il borsello che conteneva, fra l’altro, il progetto di attentato all’onorevole Pietro Ingrao, debitamente consegnato ai carabinieri del Nucleo operativo di Roma. Forti delle notizie riferite da Luciano dal Bello i carabinieri, proprio esaminando la scheda relativa a Pietro Ingrao, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a risalire ad Antonio Chichiarelli, già identificato come aspirante attentatore al presidente della Camera dei deputati ed alla sua scorta dalla ‘soffiata’ dello stesso dal Bello. Difatti, “da un insieme di circostanze utili ai fini investigativi -rileva Monastero- (zona dell’attentato, riferimento alla scorta del presidente Ingrao ecc.) poteva…ricollegarsi la scheda in questione (e quindi il borsello nel suo insieme) alla informativa di cui sopra. E che tale collegamento costituisse un naturale sviluppo della logica investigativa…è dimostrato dal fatto che effettivamente alcuni organi di P.G. e di sicurezza (Reparto operativo dei carabinieri e Sismi in particolare) immediatamente ‘richiamarono l’attenzione’…sul contenuto della telefonata fonte dell’informativa” (ivi, pp. 12-13).

Eh sì, perché all’epoca l’informazione fornita da Luciano dal Bello era stata ufficialmente spacciata dal colonnello Campo, responsabile del Nucleo di P.G. dei carabinieri, come proveniente da una fonte telefonica anonima. Ma, nonostante questa precauzione, restava il fatto che l’informazione si era rivelata fondata e, soprattutto, che c’era agli atti anche il nome, in chiare lettere, del probabile attentatore: Antonio Chichiarelli.

E se gli organi di polizia e di sicurezza avrebbero avuto il dovere di intervenire a scopo preventivo, a favore di Pietro Ingrao e della sua scorta, avrebbero dovuto farlo anche sotto il profilo repressivo perché nel borsello fatto rinvenire il 14 aprile c’erano riferimenti al sequestro-omicidio di Aldo Moro e a quello di Mino Pecorelli, dalla cui eliminazione fisica (20 marzo 1979) non era trascorso nemmeno un mese.

Non accadde, viceversa, nulla.

Il servizio segreto militare, il reparto operativo dei carabinieri di Roma ed il Nucleo di P.G. accantonarono prove e nome di Antonio Chichiarelli come non fossero mai esistiti.

Ne conviene lo stesso Monastero che, dopo aver avuto dal colonnello Campo la conferma “che si trattava di una notizia confidenzialmente assunta e non già di una telefonata anonima” (ivi, p. 14), a riprova della veridicità delle dichiarazioni rese dal maresciallo Solinas, così prosegue: “Il non aver dato credito a tale notizia ha impedito di perlustrare tale campo di indagine (una perquisizione con acquisizione di documentazione cartacea avrebbe infatti fornito la certezza che il Chichiarelli era il proprietario del borsello…che avrebbe permesso, a pochi mesi dalla morte del giornalista Mino Pecorelli (in realtà erano trascorse tre sole settimane, nda), il cui omicidio veniva peraltro rivendicato con altra scheda sita all’interno dello stesso borsello, di acquisire la viva voce di colui che andava tessendo così oscure trame” (ivi, pp. 14-15).

Tutto qui. Un commento obbligato, fatto con tono sommesso e nessun provvedimento a carico dei responsabili di un’omissione (col.Campo, col.Cornacchia, gen.Lugaresi) che consentirà ad Antonio Chichiarelli di proseguire nella sua ingloriosa carriera al servizio di potenti. Soddisfatto di sé stesso, Francesco Monastero, magistrato romano, prosegue nel racconto di altri episodi destinati a suscitare la sua perplessità (e solo quella), come “l’altro, sintomatico episodio avvenuto nell’agosto dello stesso 1979, quando fu rinvenuto casualmente sulla persona di Chichiarelli, ad opera del commissariato Monteverde, una testina rotante Ibm che, immediatamente sequestrata, fu poi restituita al proprietario dopo generiche indagini di cui si da atto nel rapporto…E’ ben vero -azzarda Monastero- infatti che le testine rotanti Ibm possono essere legittimamente detenute non costituendo per ciò solo motivo di allarme, ma è anche vero che tale testina, rinvenuta ad un pregiudicato negli anni ‘caldi’ del sequestro Moro, forse avrebbe legittimato qualche comparazione con alcuni scritti (comunicati BR-schede) la cui paternità era ancora assolutamente ignota. E ciò soprattutto in considerazione del fatto che, sentito a s.i.t. (verbale di sommarie informazioni testimoniali nda), il Chichiarelli faceva riferimento a via Balsani (cfr.scheda on.Ingrao) come punto di contatto con tale Matteucci al quale avrebbe dovuto consegnarla” (ivi, p. 15).

Accantonata quest’altra occasione ‘perduta’ dalle forze di polizia, Francesco Monastero ci gratifica con un’altra notizia ‘singolare’.

Scrive che il 25 novembre 1982 era pervenuto alla Squadra mobile della Questura di Roma un ‘appunto’ relativo relativo ad un progettato sequestro di persona ai danni di un cittadino libico…in tale appunto si faceva riferimento al Chichiarelli e al dal Bello come mandanti del sequestro di un cittadino libico -reitera Monastero- e di entrambi si allegavano manoscritture autografe” (ivi, p. 16). In pratica, la Squadra mobile della Questura di Roma e il Sisde, all’epoca diretto da Vincenzo Parisi, sarebbero stati in grado di identificare il Chichiarelli e scoprire ciò che aveva fatto a partire dal 18 aprile 1978 nell’arco di pochi giorni, a fine novembre del 1982. Ne conviene -bontà sua- anche Monastero che l’ ‘appunto’ in questione lo ha ricevuto dalla polizia il 12 ottobre 1984, scrivendo: “Orbene, una comparizione visiva -poi invero confermata dagli elaborati peritali effettuati da questo ufficio- permetteva di collegare immediatamente l’autore di una delle suddette manoscritture con l’autore delle manoscritture che si trovavano nel borsello e, in particolare, sulle schede attesa la particolare somiglianza” (ibidem).

In sostanza, ci dice in modo tortuoso il giudice romano, sarebbe stato sufficiente ai funzionari della Squadra mobile della Questura di Roma e del Sisde comparare ‘a vista’ la scrittura inviata da Luciano Dal Bello con quella che appariva sulle schede rinvenute nell’ormai noto ‘borsello’ per scoprire che una, quella del Chichiarelli, era identica. A quel punto bastava andare a prenderselo e porlo dinanzi alle prove inconfutabili delle sue responsabilità, ottenendo senza fatica la confessione dell’ ‘oscuro pittore falsario’. Non è stato fatto. In compenso, Vincenzo Parisi è divenuto capo della polizia.

E c’è altro. Lo facciamo raccontare testualmente ed integralmente al giudice istruttore Francesco Monastero.

“In data 23 novembre 1983…mentre il Chichiarelli era ancora in vita, il Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri di Roma in un appunto…contenente informazioni riservate assunte -attraverso il m.llo Giombelli- sul conto di Chichiarelli: in particolare si addebitava al Chichiarelli di essere l’autore del falso comunicato del lago della Duchessa e di essere ancora in possesso della testina rotante Ibm servita a compilare il predetto comunicato ma le relative indagini -ha l’ardire di scrivere Monastero senza, ovviamente, scendere in dettagli di queste ‘indagini’ solo presunte -non approdavano ad utili risultati” (ivi, p. 17).

E tanto scrive codesto giudice, benché riconosca nel prosieguo del suo racconto che “tale informativa veniva inviata all’Ufficio in data 12 ottobre 1984 e le indagini espletate nell’ambito di questo processo, portavano a concludere…senza ombra di dubbio che la fonte del Giombelli era sempre lo stesso Dal Bello, presentatogli questa volta da tale Andrei Guelfo Giuliano sempre per il tramite del m.llo Solinas” (ivi, p. 18).

Anche in questo caso, nulla viene fatto sommandolo al niente fatto in precedenza.

L’unico che trae vantaggio da tante ‘soffiate’ fatte a vuoto è l’amico, delinquente e spione, di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello. Difatti, sempre nel corso del 1983, in data che il Monastero non specifica, Luciano Dal Bello le stesse, identiche cose insieme a tutto ciò che sapeva sul conto di Antonio Chichiarelli e a quanto da lui fatto in prima persona fino a quel momento per farlo identificare ed arrestare, le aveva raccontate agli uomini del Sisde, di cui era divenuto stabile informatore tramite i buoni uffici del maresciallo dei carabinieri Solinas che lo aveva posto in contatto con tali “Erasmo e Scipioni, entrambi appartenenti al servizio” (ibidem).

Da quel momento non si hanno più notizie di altre iniziative assunte da Dal Bello per fare arrestare Antonio Chichiarelli, avvalorando così che il Sisde diretto -ricordiamolo ancora- da Vincenzo Parisi, noto pupillo di Oscar Luigi Scalfaro, ne abbia pagato il silenzio assumendolo come informatore stabile e retribuito, magari lautamente. Se ne ricava che il servizio segreto civile si preoccupa di fermare il Dal Bello nella sua opera di interessata denuncia non anonima, suscettibile quindi di essere utilizzata in ambito giudiziario, del Chichiarelli in modo da consentire a costui di proseguire indisturbato nella sua vita e nelle sue opere.

Eventualmente, il Sisde acquisisce con l’ ‘acquisto’ di Luciano Dal Bello, un individuo che è ora obbligato a vendergli in esclusiva quanto viene a sapere sul conto del suo ‘amico’, così da garantirsi che nessun altro apparato segreto o corpo di polizia possa sapere altro sul conto del falsario, autore del comunicato del lago della Duchessa e di tanti altri lavori sporchi compiuti per il potere politico e lo Stato.

La protezione per Antonio Chichiarelli scatta anche nel momento in cui compie la rapina alla Brink’s Securmarks. La prima conclusione alla quale si può difatti giungere dopo questo lungo ma necessario riepilogo sia delle attività del Chichiarelli che delle occasioni avute dalle forze di polizia e dai servizi segreti per arrestarlo è che, a poche ore dal compimento della rapina del 24 marzo 1984, prima ancora che giungesse la ‘rivendicazione’ documentata, due giorni più tardi, il Nucleo di P.G. dei carabinieri di Roma e il Sisde da un lato, la Squadra mobile della Questura di Roma, il Reparto operativo dei carabinieri e il Nucleo di tutela del patriminio artistico dei carabinieri, sapevano, i primi due chi aveva rapinato 35 miliardi, ed erano in grado di individuarlo nel giro di pochissimi giorni se non proprio di ore, tutti gli altri.

Fingendo di dimenticare ciò che egli stesso ha accertato e riportato nelle pagine delle sue ordinanze, Francesco Monastero giunge alle nostre stesse conclusioni, valide però a suo avviso solo per Luciano Dal Bello. Scrive, difatti, che il coinvolgimento nella rapina alla Brink’s Securmark di costui si era reso necessario “perché, attraverso la ‘rivendicazione’ della rapina, lo stesso Dal Bello, conoscendo tutti i trascorsi del Chichiarelli ne avrebbe immediatamente intuito la responsabilità” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 29).

Come abbiamo visto, con buona pace di questo ennesimo magistrato che tutto scopre e ancor di più copre, i ‘trascorsi’ di Antonio Chichiarelli li conoscevano tutte le forze di polizia ed i servizi segreti operanti in Italia, proprio perché a farglieli conoscere e, infine, a raccontarglieli in prima persona era stato lo stesso Luciano Dal Bello. Il ragionamento, in questo caso impeccabile, del magistrato romano vale quindi anche per coloro che in rappresentanza dello Stato si erano assunti il compito di consentire libertà di azione ad Antonio Chichiarelli, estesa fino al punto di permettergli di rubare 35 miliardi e di poterseli godere in compagnia dei suoi complici.

L’amico degli amici

Quanto ampia, praticamente illimitata, fosse la libertà di azione che gli veniva concessa dallo Stato non lo immaginava lo stesso Chichiarelli, non almeno nel caso della rapina alla Brink’s Securmark, troppo clamorosa per l’entità del bottino perché fosse lasciata impunita ed i suoi autori non perseguiti. Si preoccupa, quindi, Antonio Chichiarelli di gonfiarsi il viso con la paraffina e di tagliarsi i baffi “cosa che gli cambiava completamente il volto” (ivi, p. 27). Un accorgimento superfluo perché, come sappiamo ormai, i suoi timori non avevano ragione di essere, visto che nessuno aveva avuto la volontà di arrestare l’autore materiale dei depistaggi sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco e, per naturale conseguenza, nessuno sarebbe andato a cercare il rapinatore della Brink’s Securmark che si identificava nella medesima persona.

E questa realtà la percepì anche l’interessato che passò dall’iniziale paura del delinquente che sa di avere osato troppo ad un’euforia che in breve divenne un autentico delirio di onnipotenza. Antonio Chichiarelli si mise, pertanto, a parlare liberamente delle sue attività passate e ad investire parte della somma ingentissima rapinata nella stessa capitale, affidandosi ai servigi di un commercialista, Osvaldo Lai, “più volte ricoverato per etilismo” (ivi, p. 7). Un comportamento anomalo che contrastava con le più elementari regole di prudenza e che, ovviamente, non venne imitato dai suoi complici che la loro parte la riciclarono all’estero e attraverso una serie di operazioni bancarie in istituti di credito dell’alta Italia.

A rafforzare la sicurezza spavaldamente esibita da Antonio Chichiarelli contribuì certamente la presenza -e la potenza- del mandante della rapina al deposito valori della Brink’s Sucurmark, un ‘fantasma’ che nessuno ha mai cercato di individuare benché sia facilmente ipotizzabile la sua partecipazione, sempre come committente e/o intermediario, ai depistaggi operati dal falsario romano a partire dal 18 aprile 1978.

Ma questo ectoplasma, senza corpo né nome né volto, esiste.

A lui fanno riferimento sia il Lai che il dal Bello, come ammette il giudice istruttore Francesco Monastero scrivendo che “il Lai ha fatto riferimento a talune confidenze ricevute sempre dal Chichiarelli, circa il fatto che l’organizzatore del crimine era stato ‘un personaggio del tutto insospettabile’, dal quale lo stesso Chichiarelli diceva ‘di dover prendere ordini’. La assonanza più che singolare di tali ultime affermazioni con quelle rese dal Dal Bello -rileva Monastero- nell’interrogatorio del 24 maggio 1984 e la necessità di un ulteriore approfondimento istruttorio ha imposto la trattazione separata delle inquietanti vicende di cui si è testè fatto cenno” (ivi, p. 10).

Ma Francesco Monastero si guarderà bene dall’approfondire l’argomento, anzi ostenta di credere che il Chichiarelli come “principale artefice della rapina…ha beneficiato in modo decisamente più cospicuo rispetto ai complici torinesi con un bottino di circa 10 miliardi di lire” (ivi, p. 30). Senza quindi, in apparenza, farsi sfiorare dal sospetto che di tale cifra metà fosse destinata all’ignoto ispiratore del ‘colpo’, a favore della cui esistenza depongono non solo le pregresse affermazioni dello stesso Chichiarelli, riportate in sede giudiziarie dal Lai, e quelle rese dallo stesso Luciano Dal Bello, ma anche altri e ancor più validi elementi.

Non è credibile pensare che Antonio Chichiarelli potesse fare riferimento alla conoscenza fra il generale ‘Ambrogi’ residente a Firenze e i dirigenti della Brink’s Securmark; né che potesse conoscere dettagliatamente indirizzi, abitudini, particolari sulla vita privata dei responsabili dell’istituto bancario né i suoi collegamenti con Michele Sindona. Dettagli, questi, che potrebbero far pensare a un ‘mandante’ interno alla dirigenza della Brink’s Securmark, se non si aggiungesse ad essi il particolare che “proprio sulla Brink’s Securmark fosse stata rinvenuta una scheda informativa nel covo di via Prenestina 220, in uso a militanti della destra eversiva…circostanza che -conclude Francesco Monastero- anche nella ipotesi di una semplice coincidenza, contribuiva in qualche modo ad offuscare un quadro d’insieme, che già di per sé mostrava contorni a dir poco indistinti” (ivi, p. 6).

Affermazione invero singolare, visto che un altro magistrato romano, Giovanni Salvi, ricorda come Antonio Chichiarelli fosse in contatto con persone gravitanti nell’ambiente di destra, ad esempio Giacomo Comacchio e Massimo Sparti (Giovanni Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 44). Ed il primo verrà indiziato per l’omicidio di Antonio Chichiarelli e, infine, prosciolto proprio dal giudice istruttore Francesco Monastero.

E, se consideriamo come il Chichiarelli fosse un gregario della banda della Magliana, vediamo come l’ignoto ispiratore della rapina alla Brink’s Securmark potesse pacificamente avere rapporti privilegiati, per le funzioni che svolgeva in ambito istituzionale e/o politico, con quell’ambiente politico delinquenziale che era la destra romana; e avesse dato anche a personaggi in esso stabilmente inseriti l’idea e gli elementi informativi per compiere la rapina riservando a se stesso la parte che, poi, gli ha dato Antonio Chichiarelli.

E quest’ultimo giunge per primo al compimento di una rapina tanto clamorosa per l’entità del bottino grazie all’aiuto determinante del confidente del Sisde Luciano Dal Bello (“…l’unico denaro che Tony ottenne per predisporre l’azione fu quello ‘datogli’ in varie occasioni dal Dal Bello”; “il La Chioma è stato presentato dal Dal Bello al Chichiarelli al precipuo scopo di compiere lucrose azioni delittuose”: Francesco Monastero, Ordinanza ult. cit., p. 28), che stranamente però non appare fra coloro che spartiscono la somma rapinata, accontentandosi delle briciole, pur prestandosi a fare da custode alla cifra elevatissima di 8 miliardi che gli consegna Chichiarelli.

Un rebus solo apparente, perché l’insieme degli elementi esposti, valutati con serenità, senza prevenzioni o preconcetti, conduce a collocare il mandante in quell’ambiente istituzionale (Sisde, magistratura etc.) e/o politico che aveva diretto fin dall’inizio Antonio Chichiarelli. Un uomo in grado di valutare con professionalità, dall’alto della sua posizione i guasti che il comportamento esibizionista di Antonio Chichiarelli rischia di provocare allargando a dismisura il numero di coloro che sanno, includendovi tanti che non devono sapere.

Passeranno sei mesi e quattro giorni prima che questo ‘qualcuno’, valutati i pro e i contro, dopo aver fatto scomparire qualsiasi elemento documentale utilizzato dal falsario per redigere i comunicati depistanti, decide che Antonio Chichiarelli, reso euforico dal successo ottenuto, in grado di rendersi ormai indipendente dal suo burattinaio, si è trasformato in un pericolo potenziale che è meglio sventare a tempo nell’unico modo che lo Stato conosce in questi casi: condannandolo a morte.

La sentenza venne eseguita alle ore 2,45 della notte del 28 settembre 1984: “Chichiarelli Antonio e la convivente Cirilli Cristina, mentre rientravano nella propria abitazione sita in via Martini 26 -racconta freddamente Monastero- venivano attinti da numerosi colpi di arma da fuoco cal. 6,35, esplosi da un individuo poi dileguatosi” (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., p. 3).

Ma chi era, in effetti, Antonio Chichiarelli?

Secondo il giudice che più di ogni altro ha indagato sul suo conto, era solo un “oscuro pittore falsario”, un malavitoso di piccolo cabotaggio e di bassissima levatura. Tanto ne è convinto (almeno ufficialmente) Francesco Monastero da accusare Osvaldo Lai di voler “…colorire la personalità del medesimo Chichiarelli con accenni ai rapporti di conoscenza che quest’ultimo avrebbe avuto con qualificati elementi della malavita” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 9). Secondo il sostituto procuratore Giovanni Salvi, invece, Chichiarelli era “sicuramente in rapporti con Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi” (G. Salvi, Requisitoria cit., p. 44), vale a dire con i vertici della cosiddetta banda della Magliana, la crema della delinquenza romana in quel periodo. Inoltre, il Chichiarelli amava definirsi -recitando evidentemente un ruolo coerente con l’attività di ‘depistatore’ che svolgeva- un uomo di sinistra ma, in realtà, scrive ancora Giovanni Salvi “era addentro all’ambiente della destra eversiva e, in particolare, risultava in contatto oltre che con Comacchio, con Massimo Sparti, il quale era strettamente legato a sua volta ai fratelli Fioravanti” (ibidem).

Ma volgere la propria attenzione alla destra impropriamente definita ‘eversiva’, assecondando l’immutabile atteggiamento della magistratura non disposta ad ammettere che c’è stata solo una ‘destra di Stato’, significherebbe allontanarsi dalla verità relativa ad Antonio Chichiarelli e dai suoi rapporti istituzionali e malavitosi, entrambi ad alto livello.

Non era un capo, non aveva Antonio Chichiarelli la personalità di chi è atto al comando e capace di condurre per suo conto un gioco raffinato e terribilmente rischioso come quello nel quale si è trovato coinvolto, era la pedina di “un unico disegno -come scrive il sostituto Procuratore romano Pietro Saviotti- in chiave strategicamente inquinante e di intimidazione mirata, del quale è stato materialmente partecipe…portatore di interessi che travalicano la sua personalità…”(Pietro Saviotti, Requisitoria 26 marzo 1990, p. 2). Un esecutore materiale di ordini che si teneva come amico al quale raccontare tutto ciò che faceva, Luciano Dal Bello di cui conosceva perfettamente l’attività di informatore dei carabinieri “sin dal 1977/78” (ivi, p. 43).

Una pedina, certo, “ma comunque in possesso di informazioni riservatissime, anche ignote agli stessi inquirenti” (ivi, p. 2). Non un millantatore, dunque, come cerca di descriverlo il giudice istruttore Francesco Monastero, ma un gregario affidabile che assumeva ordini da persone inserite in ambito politico-istituzionale, mediati dai vertici della banda della Magliana, almeno fino ad una certa data.

Un subalterno dello Stato, un amico degli amici: questo è stato Antonio Chichiarelli.

E dopo di lui, un gradino più in alto c’erano gli altri sui quali volgere brevemente lo sguardo.

Gli amici dell’amico

Il mondo malavitoso nel quale era inserito Antonio Chichiarelli era rappresentato dalla cosiddetta ‘banda della Magliana’, una vera e propria agenzia criminale che si era posta a servizio dell’anticomunismo, delle sue forze politiche e degli apparati segreti dello Stato. Se le simpatie politiche facevano dei delinquenti della Magliana una sorta di ‘guardie bianche’ del regime cattolico-democristiano, l’interesse materiale era l’unico vero movente ispiratore di ogni loro azione, come si conviene ad uomini che hanno venduto l’anima per denaro e bene hanno fatto perché “hanno barattato letame con oro”.

Il loro capo riconosciuto era Franco Giuseppucci che, scrive Francesco Biscione, “era (anche) un fascista, sostenitore elettorale di Formisano e del Movimento sociale italiano e legato al criminologo Aldo Semerari che contraccambiava il sostegno elettorale e propagandistico con generose diagnosi di infermità e seminfermità mentale per i sodali della banda nelle sedi peritali medico-legali” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 209). Un personaggio, Giuseppucci, che non poteva certo essere mosso da simpatie politiche per il ‘filocomunista’ Aldo Moro, e men che mai da ragioni di carattere umanitario. Ad attivarlo per rintracciare la prigione dov’era detenuto il presidente della Democrazia cristiana furono, difatti, le prospettive di lauti guadagni e di vantaggi di ordine processuale che gli vennero fatte balenare da un eterogeneo gruppo di rappresentanti del mondo politico, giudiziario e forense. Antonio Mancini, già esponente della banda della Magliana, oggi pentito, ne indica tre: Claudio Vitalone (allora sostituto Procuratore della repubblica a Roma applicato alla Procura generale), Edoardo Formisano (consigliere regionale del Lazio del Msi e in rapporti con il leader della banda Franco Giuseppucci), Maurizio di Pietropaolo (avvocato di Licio Gelli e anche in altre circostanze collaboratore del massone toscano)…(ivi, p. 194).

A prospettare a Franco Giuseppucci la necessità di aiutare gli ‘amici’ democristiani collaborando con i servizi di sicurezza, compiendo un’azione comune e coordinata, fu anche un altro delinquente di spicco: Raffaele Cutolo. Racconta costui di essersi incontrato “da Bastianelli, a Fiumicino, con Franco Giuseppucci -presenti, oltre ad amici del Giuseppucci ma di cui non conosco il nome, anche Enzo Casillo e Alfonso Rosanova- e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro: Giuseppucci -conclude Cutolo- mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis” (ivi, p. 216).
Come possiamo constatare, il capo della banda della Magliana tace a Raffaele Cutolo il fatto che è già impegnato in tal senso con uomini politici e delle istituzioni. E se al bandito della Nuova camorra organizzata indica in Nicolino Selis l’uomo più idoneo per compiere la ricerca che gli viene sollecitata, ad altri -e più fidati- luogotenenti ha affidato certamente l’incarico, in via parallela. Non si conoscono con certezza i nomi di coloro che condussero, per ordine del Giuseppucci, la ricerca del covo- prigione di Aldo Moro ma non è difficile individuarli in Danilo Abbruciati, il suo braccio destro, e in Domenico Balducci che faceva da agente di collegamento con Pippo Calò (ivi, p. 203), con politici del livello di Franco Evangelisti (ivi, p. 211) e con il Sismi, il servizio segreto militare sui cui aerei viaggiava in compagnia di Francesco Pazienza.

In questo ambiente, ben amalgamato con esso, viveva Antonio Chichiarelli che, anche volendo ipotizzare che fosse stato prescelto dagli uomini del Sisde, il servizio segreto civile, tramite segnalazione del Nucleo di P. G., non avrebbe mai potuto agire all’insaputa degli amici della banda della Magliana fra i cui esponenti di spicco conosceva, come abbiamo già rilevato, sia Danilo Abbruciati che Ernesto Diotallevi. E quanto fosse radicato il suo inserimento ai vertici del gruppo criminal-istituzionale della Magliana lo dimostra il fatto che conosceva in anticipo la sorte che era stata riservata a Mino Pecorelli, sul cui omicidio il falsario venne chiamato ad intervenire per ben tre volte: il 14 aprile 1979, il 17 dello stesso mese e, infine, il 17 novembre 1980. Una volta in più che sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.

Un’ipotesi, la nostra, ma fondata su una circostanza che è stata, fino ad oggi, trascurata da tutti, evidenziata dal comportamento dei ‘controllori’ per conto del Nucleo di P. G. dei carabinieri e del Sisde di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello e il maresciallo Solinas. La prima traccia ce la fornisce la testimonianza di Osvaldo Lai, puntualmente disattesa dal giudice istruttore Francesco Monastero che oggi così la presenta:

“Il Lai nel riferire delle simpatie del Chichiarelli per le Brigate rosse, accennava ai profili millantatori del suo carattere, tanto da vantarsi di aver partecipato agli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del colonnello Varisco” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 7). Certo, le acquisizioni processuali successive che vedono chiamati a rispondere dell’omicidio di Mino Pecorelli, il mafioso Angelo La Barbera e l’esponente della banda della Magliana Massimo Carminati, senza che vi sia traccia di altri complici materiali, sembrerebbero dare ragione a Francesco Monastero (Come noto, gli imputati al processo Pecorelli sono stati assolti in primo grado, quindi il giudice di appello, in data 16 novembre 2002, ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti e il mafioso Tano Badalamenti, assolvendo gli altri, NDE successiva alla stesura del testo). Ma noi non affermiamo la partecipazione diretta all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli di Antonio Chichiarelli, riteniamo invece altamente probabile la sua conoscenza a priori del progetto omicidiario, che in un certo senso giustificano le sue vanterie con il Lai, perché in fondo fra sapere in anticipo e partecipare direttamente la differenza è molto sottile. Nel caso di Antonio Chichiarelli, poi, la partecipazione ci fu, a posteriori, nell’opera di depistaggio e proprio perché chiamato ad assolvere questo compito il falsario può essere stato informato prima di quello che, da lì a poco, sarebbe accaduto dopo.

Tanto più che anche al più sprovveduto dei gregari (e Chichiarelli non aveva le caratteristiche del psicolabile) sarebbe apparso chiaro che coloro che gli fornivano gli elementi con i quali costruire le ‘schede’ e gli impartivano le necessarie istruzioni per compilarle, erano coinvolti direttamente nell’episodio sul quale era chiamato ad intervenire. Farlo venire a conoscenza prima, piuttosto che dopo, del nome e cognome dell’ucciso dagli ‘amici’ e dai committenti, senza magari ulteriori particolari, non doveva rappresentare un problema per coloro che in Antonio Chichiarelli riponevano giustificata fiducia.

Ma del tutto omertoso Tony il falsario non lo era. Con il suo fidato amico, metà bandito metà spione, Luciano Dal Bello, parlava, tanto, forse troppo, magari prima e non dopo. E’ quanto può essere accaduto nel caso dell’omicidio di Mino Pecorelli, solo che in questo frangente il Dal Bello decide di intervenire. Forse per ‘spirito di servizio’, forse per ordini ricevuti in precedenza, forse perché come il bandito sogna il colpo miliardario, così il confidente spera nella notizia che lo porti nell’Olimpo dei suoi simili e gli faccia guadagnare credito che, tradotto in pratica, vuole dire soldi, tanti soldi.

E cosa può esserci di più eclatante che sventare un omicidio eccellente?

Non quello dell’onorevole Pietro Ingrao, ma quello del giornalista Mino Pecorelli.

A dircelo, fornendoci la seconda traccia, sono le date. Luciano Dal Bello, difatti, è ai primi di marzo del 1979 che confida al suo referente all’interno del Nucleo di P.G. dei carabinieri, il maresciallo Solinas, quanto è venuto a sapere sul progetto di eliminazione del direttore di O. P. Dinanzi alla gravità dell’evento ed all’urgenza di intervenire, i due decidono di infrangere le regole che disciplinano i rapporti fra i confidenti ed i loro referenti. E il maresciallo Solinas, scavalcando la scala gerarchica, si reca direttamente dal suo comandante, il colonnello Campo, e gli riferisce il progetto omicida, il nome dell’ ‘attentatore’ (di uno dei correi), Antonio Chichiarelli, e quello del ‘confidente’, Luciano Dal Bello.

Con tre elementi di tale portata -obiettivo, nome di uno degli assassini futuri, quello della ‘fonte’- la garanzia di un intervento è certa, anzi certissima.

E, invece, non accade nulla.

Ai frustrati controllori di Antonio Chichiarelli non rimane che modificare il nome dell’obiettivo, sostituire nelle loro ‘informative’ quello di Mino Pecorelli con Pietro Ingrao, e rendere così il tutto inverosimile. Perché la possibilità che un falsario potesse progettare -e comunque partecipare- ad un attentato contro l’allora presidente della Camera dei deputati Pietro Ingrao con il contestuale massacro della sua nutrita ed agguerrita scorta non appariva minimamente credibile ieri né può essere considerato verosimile oggi.

Come già Aldo Moro, anche Mino Pecorelli doveva evidentemente morire.

E l’accostamento con quanto venne detto a Francesco Varone in casa di Frank Coppola, con riferimento ad Aldo Moro (“quell’uomo deve morire”) non è casuale perché a tradire, rivelandolo, il centro di potere politico che la morte del giornalista ha decretato è un’omissione che compare proprio nella ‘scheda’ che qualcuno ha dettato ad Antonio Chichiarelli, che lui ha diligentemente compilato e fatto ritrovare in un borsello il 14 aprile 1979.

“Intestata -scrive Francesco Biscione- a ‘Mino Pecorelli (da eliminare)’, essa fornisce gli indirizzi del giornalista e stabilisce che andrebbe colpito ‘preferibilmente dopo le 19’ nei pressi della redazione di Op (come in effetti era avvenuto). Ma vi sono altre indicazioni: ‘Martedi 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, l’operazione è stata rinviata’ (l’ufficiale in questione -rileva Biscione- era Antonio Varisco…)” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 227).

L’ultima indicazione è rispondente al vero ma in essa vi è una volontaria quanto estremamente significativa omissione perché manca il nome del terzo personaggio presente a quell’incontro nello studio del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco: Giorgio Ambrosoli. Era costui il curatore fallimentare della Banca privata italiana di proprietà di Michele Sindona, e la sua presenza a quell’incontro suggerisce inquietanti interrogativi sulla reale motivazione dell’omicidio di Mino Pecorelli al quale seguiranno in rapida successione, alcuni mesi dopo, la sua e quella del colonnello Varisco.

Far comparire nella scheda compilata da Antonio Chichiarelli il nome di Giorgio Ambrosoli significava evocare quello di Michele Sindona e, quel che è peggio, evocare quello del suo protettore politico, Giulio Andreotti, impegnato con tutti i mezzi e in tutti i modi a sostenere il banchiere mafioso tanto gradito al Vaticano. Un errore che i compilatori della scheda non hanno ovviamente fatto perché troppo accorti per non rendersi conto che il nome di Giorgio Ambrosoli avrebbe immediatamente indirizzato le indagini sugli ambienti mafiosi della capitale e sui loro alleati della banda della Magliana. E, individuati i possibili autori materiali, sarebbe stato fin troppo agevole compiere il passo successivo in direzione di Giulio Andreotti e dei suoi fedeli.

L’ultima conferma ci viene dalla lista degli imputati al processo per l’omicidio di Mino Pecorelli in corso a Perugia. Fra i vivi siedono Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, come mandanti, e Massimo Carminati -lo abbiamo citato in precedenza- in veste di killer (cfr. NDE precedente sulla sentenza d’appello che ha condannato i soli Giulio Andreotti e Tano Badalamenti, assolvendo gli altri imputati). Fra i morti, da tutti dimenticati e da nessuno citati, compaiono in qualità di mandanti- organizzatori, Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati, gli amici dell’amico Antonio Chichiarelli.

La morte in rapida successione di Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli e Antonio Varisco (il primo, ucciso il 20 marzo 1979; il secondo, nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979; il terzo, la mattina del 13 luglio 1979) ha reso inviolabile il segreto di quanto si dissero i tre il 6 marzo 1979. E tutto lascia presumere che fu quell’incontro a determinare la decisione di eliminarli fisicamente, assunta quindi ai primi di marzo del 1979. Ma per una casella forse destinata a restare priva del suo tassello, il mosaico ne presenta altre sempre meno vuote ed aumenta, in proporzione, il numero dei tasselli che vanno ad incastrarsi perfettamente al loro posto.

Un potere occulto? No, giudiziario

Nelle vicende dell’Italia dei misteri, in modo specifico in quella di Aldo Moro, uno dei protagonisti è sempre riuscito a restare nell’ombra, a celarsi dietro la sua funzione di potere neutrale, lontano dalle fazioni, privo di ogni passione, guidato dal solo fine di pervenire alla verità dei fatti che per essere ‘penalmente rilevanti’ ricadono sotto la sua giurisdizione.

Questo coacervo di luoghi comuni crolla dinanzi ai comportamenti del potere giudiziario -perché di esso parliamo- nella tragica vicenda del sequestro di Aldo Moro. Fra le task-forces ufficiali ed ufficiose che furono create per seguire lo svolgersi degli avvenimenti nel corso del sequestro di Aldo Moro, di una non si è mai parlato se non in forma episodica e mai individuandola per quella che realmente è stata: un centro propulsore di iniziative lecite ed illecite per giungere alla soluzione del caso.

Luciano Infelisi, titolare delle indagini sui fatti di via Fani dal 16 marzo al 29 aprile 1978 recita, a posteriori, la solita sceneggiata su una magistratura priva di mezzi, povera di informazioni, da tutti negletta, fino a spingersi ad affermare che “c’è stata non la ‘non collaborazione’, ma direi una cortina fumogena tra certe attività (in perfetta buona fede, non lo metto in dubbio) di uomini politici che hanno agito senza avere mai, dico preventivamente, ma neanche successivamente e contestualmente, avvisato i magistrati. Cioè io non ho mai saputo, se non dai giornali e successivamente a tutti i fatti, di certi contatti che erano invece fondamentali” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 169).

Il sostituto Procuratore Infelisi per fini di autodifesa personale, solleva lui una cortina fumogena che deve proteggere anche i suoi colleghi e superiori gerarchici: perché, certo non casualmente, fu proprio a lui che Claudio Vitalone espone la sua idea di produrre un falso comunicato brigatista a riprova che non era emarginato, ma partecipe a pieno titolo di quanto il potere giudiziario stava intessendo in quei giorni drammatici. Il protagonista di tante inchieste ‘scottanti’, alla pari dei suoi colleghi Vitalone e Sica, finite nel nulla a beneficio di quei politici che Infelisi finge di attaccare, ha comunque parzialmente ragione perché il centro propulsore delle indagini e dei maneggi stava ad un livello superiore al suo.

La Procura generale romana il 29 aprile 1978, a pochi giorni dal tragico epilogo del sequestro di Aldo Moro avocherà a sé, ufficialmente, quelle indagini che dirige dal primo momento in via ufficiosa.

“Il mio ufficio -si giustificherà senza arrossire il Procuratore della repubblica di Roma Giovanni De Matteo- era oberato di lavoro in modo straordinario; l’ufficio del Procuratore generale era più tranquillo, nel senso che c’era meno da fare…dunque il Procuratore generale ritenne che questo processo potesse essere seguito con più possibilità di dedicarvi tempo ed attenzione dal suo ufficio anziché dal mio, che era in condizioni disastrate” (ivi, p. 284).

La task-force giudiziaria risultava composta dal Procuratore generale Pietro Pascalino, dal sostituto Procuratore generale Guido Guasco, dal sostituto Procuratore della repubblica Claudio Vitalone, legato a Giulio Andreotti, dal sostituto Procuratore della repubblica Domenico Sica, dal Procuratore della repubblica Giovanni De Matteo, collaboratore della rivista Politica e strategia diretta da Filippo De Jorio con grande spazio agli esperti della guerra non ortodossa e, buon ultimo, dal sostituto Procuratore Luciano Infelisi sulla cui spregiudicatezza abbiamo già fornito più di un esempio. L’inserimento della task-force così delineata completa il quadro del potere che ha gestito le operazioni durante e dopo il sequestro e l’omicidio del presidente della Democrazia cristiana, ponendosi anzi il suo ruolo al di sopra di quello dei servizi militari e civili, ufficiali e clandestini (vedi Gladio).

Una tesi, la nostra, confortata anche dalla prudente affermazione di Francesco Biscione che, facendosi scudo della testimonianza resa dal giornalista Giuseppe Messina, ammette che “essa indicherebbe infatti che la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, cioè l’ufficio di Pietro Pascalino, fosse coinvolta nella gestione ‘ufficiosa’ del caso Moro in connessione con le iniziative della criminalità organizzata…” (ivi, pp. 171-172). Noi riteniamo provata questa realtà, non solo basata sulla testimonianza di Giuseppe Messina. Di quest’ultimo si deve anche segnalare che fu lui ad accompagnare, con altri, il latitante Francesco Varone nel carcere di Rebibbia- nuovo complesso, in ore serali, perché potesse incontrarsi con il fratello Antonio fatto giungere appositamente con un elicottero dei carabinieri dal carcere dell’Asinara. Messina aveva ricevuto da Flavio Carboni l’invito ad incontrare, insieme al deputato democristiano Benito Cazora, uno dei ‘capi’ della mafia siciliana. A patto che, tale incontro, “si realizzasse in un ufficio particolare, al di fuori di occhi indiscreti e nella massima sicurezza. A tale proposito -rivela Messina- indicò, come possibile, un ufficio della Procura generale presso la Corte d’appello di Roma…-aggiungendo-…state tranquilli, è un ufficio sicurissimo, al livello di Procuratore generale” (ivi, p. 207).

Episodio che può apparire fantapolitico a coloro che hanno memoria corta, che hanno cioè dimenticato come fosse il Procuratore generale di Palermo a dare ‘conforto’ al bandito Salvatore Giuliano ricevendolo nel suo ufficio benché ufficialmente ricercato da tutte le forze di polizia per la morte di almeno centoventi fra carabinieri ed agenti di P.S. oltre che per la strage di Portella delle ginestre. Ma a dare maggiore consistenza alla testimonianza di Giuseppe Messina ci sono anche i fatti che qui vogliamo ricordare in estrema sintesi. A) I rapporti intercorsi tra Claudio Vitalone ed Edoardo Formisano, portatore degli aiuti della banda di Francis Turatello ed Ugo Bossi (ivi, p. 201); B) I rapporti telefonici intercorsi tra lo stesso Ugo Bossi e Claudio Vitalone, secondo quanto ha testimoniato Tommaso Buscetta (ivi, p. 200); C) L’attivazione, congiuntamente a Formisano e all’avvocato Di Pietro Paolo, fatta sempre da Claudio Vitalone, di Franco Giuseppucci secondo la testimonianza, avvalorata da altre fonti, di Antonio Mancini che abbiamo citato in precedenza. Abbiamo i colloqui fatti in carcere da Ugo Bossi con Tommaso Buscetta nell’istituto penitenziario di Cuneo (ivi, p. 199); quello di Edoardo Formisano, sempre nella casa di reclusione di Cuneo, segnalata dal maresciallo Angelo Incandela, con Francis Turatello (ivi, p. 288); quello, infine, di Francesco Varone, latitante, nella casa circondariale di Rebibbia-nuovo complesso, con il fratello Antonio, trasferito per la bisogna dal carcere dell’Asinara in Sardegna, con un elicottero dei carabinieri, a quello romano. Operazioni che vedono il concorso di più apparati dello Stato, primo quello della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e giustizia, diretta anch’essa da magistrati e che agisce in modo illegale perché ha la garanzia non solo del potere politico (ministro di Grazia e giustizia, ministro degli Interni, presidente del Consiglio ecc.) ma quella essenziale degli alti vertici della magistratura.

Tralasciando l’incontro fra Claudio Vitalone e Daniele Pifano del collettivo di via dei Volsci (ivi, p. 191) che rientra ovviamente nell’ambito propriamente politico ma che citiamo per fornire prova ulteriore che la Procura generale di Roma di ben altro si occupò che svolgere indagini giudiziarie, vediamo confermato quel ruolo di cinghia di trasmissione fra il potere politico e la delinquenza organizzata, di cui faceva parte Antonio Chichiarelli, non primo ma certamente non ultimo degli ingranaggi che la magistratura italiana aveva mosso per ‘salvare’, nelle versioni ufficialmente accreditate, la vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Una realtà che aveva conosciuto e denunciato, sia pure con il suo stile volutamente ambiguo, lo stesso Mino Pecorelli che nel numero 5 di O. P. del 25 aprile 1978 aveva scritto: “I nostri servizi segreti, il trust di cervelli del ministero degli Interni, non avrebbe mai avuto la fantasia e il coraggio di tentare il bluff della Duchessa”. Trova logica e coerente spiegazione il comportamento delle forze di polizia, primo quello del Nucleo di P.G. al quale era stato ‘affidato’ il mantenimento del segreto su Antonio Chichiarelli e sulla sua salvaguardia ad ogni costo ed a qualunque prezzo. E un’ulteriore prova a carico dei vertici giudiziari romani emerge anche dalla circostanza, fino ad oggi trascurata, della mancata trasmissione agli inquirenti giudiziari romani, da parte del Reparto operativo dei carabinieri di Roma della informativa del 23 novembre 1983 che indicava in Antonio Chichiarelli l’autore del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 e asseriva, per di più, che era ancora in possesso della testina Ibm con la quale l’aveva scritto. Esistono quelli che si chiamano ‘atti dovuti’ e la trasmissione ai magistrati romani che stavano indagando sul sequestro Moro dell’informativa, non anonima, pervenuta al Reparto operativo tramite il maresciallo Giombelli, rientrava fra questi. Avrebbero dovuto trasmetterla anche se fosse provenuta da fonte anonima -e questa non lo era- e invece non risulta che lo abbiano fatto.

Deviante risulta, quindi, la pretesa del giudice istruttore Francesco Monastero di giustificare la mancata trasmissione della notizia e del nome del Chichiarelli ai magistrati procedenti sul caso Moro con il fatto che “le relative indagini non approdavano ad utili risultati”. Le ‘relative indagini’ – ammesso e non concesso che siano mai state intraprese- avrebbe dovuto condurle il P. M. che dirigeva l’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, non in maniera autonoma e segreta il Reparto operativo dei carabinieri. In realtà, indagini non possono esserne state fatte perché altrimenti i risultati sarebbero pervenuti, immediati e clamorosi e, soprattutto, compromettenti per quel potere giudiziario che è veramente il potere intoccabile di questo Paese. Se nessuna forza di polizia -Nucleo di P. G., Squadra mobile della Questura, Reparto operativo dei carabinieri, Nucleo di tutela del patrimonio artistico- ha mai informato la magistratura dell’esistenza di Antonio Chichiarelli è perché tutti, ai vertici di questi organismi, sapevano che ad attivarlo e, poi, a proteggerlo vi erano uomini che stavano ai vertici del potere giudiziario. Se il Sisde lo proteggeva apertamente, il Sismi sapeva e taceva così che il comportamento uniforme di tutte le forze di sicurezza, territoriali e segrete, prova come non da una frazione di esse fosse ‘coperto’ Antonio Chichiarelli ma da un potere diverso, ad esse estraneo e più potente, quello giudiziario appunto. Come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine, senza voler assolvere i poteri ‘subalterni’, polizia e carabinieri, servizi segreti militari e civili, che con il loro silenzio si sono resi complici consapevoli del potere politico e giudiziario. Il regime si è garantito in tal modo che mai verità potrà emergere dal Tribunale di Roma che continua a gestire in prima persona le sorti individuali dei brigatisti rossi incarcerati, condannati per la vita a sostenere ‘verità’ che fanno comodo allo Stato, poco importa se in taluni casi siano verità parziali e in altre aperte e sfacciate menzogne. Lo sbarramento eretto dalla magistratura romana per impedire che emerga la verità sul tragico episodio di Moro, si rileva anche dalla sentenza del giudice istruttore Francesco Monastero. Costui, difatti, non porta un contributo di verità ma si preoccupa di giustificare la protezione accordata da tutte le forze di polizia e dai servizi segreti ad Antonio Chichiarelli rendendo responsabile della sua mancata individuazione il solo Luciano Dal Bello.

“E’ pertanto esclusivamente da ritenere che il Dal Bello -tramite il Solinas, il Giombelli e l’Andrei Guelfo Giuliano, lungi dall’informare, così come dirà successivamente, gli organi investigativi competenti che il Chichiarelli aveva scritto il comunicato c.d. del lago della Duchessa, che disponeva ancora della relativa testina e che aveva progettato l’attentato all’on.Ingrao, ha solo e sporadicamente fornito spunti investigativi equivoci, di difficile lettura ed insuscettibili di sviluppo ma sicuramente utili per dissociare -qualora ne fosse sorta la necessità- la propria responsabilità da quella del Chichiarelli” (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., pp. 18-19). Questo, il contributo alla verità del magistrato.

In realtà, il Dal Bello ci prova in tutte le maniere e, si può dire, con tutti i corpi di polizia esistenti ad ‘incastrare’ il suo ‘amico’ portandone allo scoperto il ruolo avuto nella costruzione del falso comunicato del 18 aprile 1978 e nelle operazioni successive, senza conseguire alcun successo. Appare, quindi, una figura quasi patetica di spione di mezza tacca che racconta a chi ritiene preposto alla repressione dei reati le verità che conosce restando, immancabilmente ogni volta, frustrato. Fino al momento in cui lo ‘assumono’ al Sisde e gli tappano la bocca garantendosi l’esclusiva delle informazioni che può ancora fornire. Non lo ammazzano perché le notizie che vende non oltrepassano la soglia degli uffici di polizia, carabinieri e servizi segreti nei quali pervengono, senza giungere in quell’ambito politico e giudiziario dove avrebbero avuto ben altro effetto e, per lui, prodotto letali conseguenze. E nessun corpo di polizia e servizio segreto uccide un volonteroso informatore che non riesce, suo malgrado, a rappresentare un pericolo per gli uomini e gli interessi che devono proteggere. Al limite, lo assumono, come fa il Sisde nel 1983. Potrà servire ancora, in modo più tangibile che fornendo le ormai arcinote informazioni sul Chichiarelli, come il ruolo ricoperto nella rapina alla Brink’s Securmark, organizzata da una mente raffinata e qualificata sta a dimostrare.

Ed è proprio da questo affannoso, quasi comico andirivieni del dal Bello dagli uffici del Nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri a quelli della Squadra mobile e, perfino, del Nucleo di tutela del patrimonio artistico dei carabinieri che si ricava la poderosa protezione accordata ad Antonio Chichiarelli ed all’ambiente malavitoso nel quale era inserito. Perché non hanno protetto un modesto falsario, un gregario affidabile, ma un ambiente che ormai era al servizio permanente del centro di potere che lo aveva attivato nella primavera del 1978.

Un rapporto che s’interrompe, almeno sul piano per il quale era stato assunto Antonio Chichiarelli, nel novembre 1980, quando i suoi committenti compiono un errore. Perché non era il malavitoso a compilare di sua iniziativa i comunicati, a scegliere il materiale da utilizzare di volta in volta, a decidere il momento in cui farne uso. Erano altri. E l’ultimo depistaggio, quello del 17 novembre 1980, lo prova.

Quel giorno Antonio Chichiarelli -lo abbiamo già visto- fa ritrovare quattro schede, su quella di Mino Pecorelli scrive il nome di Sereno Freato, l’uomo ombra di Aldo Moro. Rileva, a questo proposito, il sostituto Procuratore Giovanni Salvi: “Questa indicazione fu sicuramente suggerita a Chichiarelli dall’esclamazione del collaboratore dell’on.le Moro, Sereno Freato, il quale aveva improvvisamente negato la responsabilità sua e dello statista scomparso nella morte del giornalista, deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Esclamazione -prosegue Salvi- determinata dall’accostamento che l’interrogante, on.le Franchi, aveva fatto tra Pecorelli e il presidente della Democrazia cristiana e al quale Freato aveva voluto reagire (come ha spiegato nella deposizione del 6 novembre 1980)” (G. Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 43).

Ma veramente Tony il falsario passava il suo tempo a seguire i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta? E con tale intensità da avvertire la necessità, come finge di credere l’ineffabile Giovanni Salvi, di rispondere a Sereno Freato, inserendolo nel novero di coloro che potevano aver deciso la eliminazione fisica di Mino Pecorelli? Ma, andiamo.In realtà, a Sereno Freato, figura non limpida, attaccabile su altri piani, che nel corso del sequestro Moro si attiva stabilendo rapporti con la n’drangheta risponde, in perfetto stile mafioso, per mezzo di Antonio Chichiarelli, la controparte politica di Aldo Moro, quella che gli era sempre stata nemica, individuabile in quella andreottiana.

 

Accortisi dell’errore compiuto, i burattinai interrompono la serie di messaggi e Antonio Chichiarelli resta disoccupato fino al 24 marzo 1984 quando torna al ‘lavoro’, ma questa volta per rivendicare a se stesso una rapina di 35 miliardi. I capi della banda della Magliana sono morti ammazzati (Giuseppucci, Balducci, Abbruciati, Selis) e Tony il falsario, rimasto solo con gli intermediari del Sisde, può lavorare ora per se stesso e per qualcuno dei suoi committenti.

Lo uccidono il 28 settembre 1984 e, come altri, porta con sé il suo segreto su uno dei tanti tragici episodi che hanno costellato la storia d’Italia in questo ultimo mezzo secolo. Non lo definiamo un mistero, perché è stato reso tale dal concorso di uomini e forze che si sono accorti, ognuno per motivi diversi fra loro, della convenienza di ognuno di tacere ciò che sa.

Le Brigate rosse e chi?

Un tassello, certamente perché trova troppe resistenze, non ha ancora trovato la sua collocazione ufficiale. E’ il tassello determinante, quello che da solo sarebbe in grado di spiegare ciò che è rimasto di insoluto, ma non di insolubile, nel sequestro di Aldo Moro. Furono, i brigatisti rossi guidati da Mario Moretti, obbligati a cedere il loro ostaggio con tutta la documentazione da lui prodotta nei giorni della prigionia, agli ‘amici’ della banda della Magliana? Ha fondamento concreto, reale, la folgorante intuizione di Luigi Cipriani, poggiata su elementi indiziari che il tempo ha lentamente trasformato in prove incontrovertibili?

Luigi Cipriani aveva già individuato in Antonio Chichiarelli una figura chiave per comprendere la reale dinamica del sequestro di Aldo Moro e del suo omicidio. E noi ne abbiamo seguito la traccia senza correggere errori, perché nella ricostruzione di Luigi Cipriani non ne abbiamo trovati (l’Autore si riferisce alla visualizzazione, con tanto di punti esclamativi, da parte di Francesco Biscione, ‘Il delitto Moro’ citato p. 127, di un errore nella trascrizione dattilografica della relazione di Cipriani alla Commissione stragi: errore di un dattilografo, neppure contenuto nel testo originario, su un nome. Evidente e trista prova delle scarse simpatie politiche pervenute al nostro scomodo compagno. NDE); ne abbiamo integrato gli elementi già noti con altri successivamente venuti alla luce ampliati, allargando di conseguenza il campo della ricerca.

Su questo che ancora oggi rimane il segreto fondamentale nel sequestro di Aldo Moro e nella storia delle Brigate rosse, il primo ad incidere profondamente la corazza di menzogne, reticenze, affermazioni verosimili ma non veritiere, è stato ancora Luigi Cipriani, e dagli elementi di prova da lui puntigliosamente elencati dobbiamo iniziare la nostra disanima, seguendone la logica che è quella dell’onestà intellettuale, del coraggio, della verità.

La presenza della malavita è costante nel sequestro di Aldo Moro. Luigi Cipriani la registra fin dal momento iniziale, quello del prelevamento dell’uomo politico e del massacro della sua scorta. Nei suoi appunti rileva come non si sia riusciti “a ricostruire con esattezza le modalità dell’attacco né di quante persone vi parteciparono. Un attacco militare di estrema precisione. La maggioranza dei colpi -sottolinea Cipriani- sparata da due attaccanti uno dei quale descritto come di altissima professionalità da un esperto di armi, il Lalli. Gli esperti dicono che non poteva essere un autodidatta delle BR. Tre della scorta ricevono tre colpi di grazia, perché” (Luigi Cipriani, L’affare Moro, Appunti (stralci) sul sito della Fondazione Cipriani). Ricorda Michela Cipriani “l’allusione molto significativa -fatta da Mino Pecorelli- a coloro che Curcio credette ‘occasionali alleati’ che avrebbero gestito realmente il rapimento” (Michela Cipriani, L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, ivi).

Due elementi sottolineati da Luigi e Michela Cipriani -la professionalità di uno degli attaccanti e l’allusione di Pecorelli alla credulità di Curcio nei suoi ‘occasionali alleati’- che ci conducono all’interno degli istituti di pena italiani. Perché è al loro interno che si parla molto del sequestro -comunque di un attentato- di un’alta personalità politica, tanto che il Sismi ne viene debitamente informato in tempo utile (un detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il Sismi che le B.R. stavano progettando un simile sequestro). E questo particolare dimostra che i brigatisti rossi si resero conto di non avere la capacità di gestire da soli l’operazione contro Aldo Moro. Non era, difatti, agevole prendere vivo un uomo protetto da cinque uomini armati e preparati, che bisognava uccidere senza ferire il futuro ostaggio per la ovvia difficoltà che curarlo avrebbe successivamente comportato.

Ne parlarono, quindi, del loro progetto non solo all’esterno (secondo la testimonianza del generale Nicolò Bozzo, nel gennaio del 1978, un infiltrato nelle B. R. a Torino per conto del Nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, informò che le B. R. stavano progettando un’azione contro un politico ad alto livello); ma anche all’interno del carcere dove maggiore era la speranza di ottenere la liberazione per un buon numero di condannati. E ne fecero oggetto di conversazione con gli unici interlocutori che in carcere si possono avere, personaggi qualificati o meno della malavita che costituisce l’alter ego dell’amministrazione penitenziaria superandolo, però, e di gran lunga, sul piano dell’efficienza e del feroce mantenimento dell’ordine e della ‘sicurezza’. Dinanzi ad una realtà carceraria che dimostrava quanto inadeguate e lontane fossero le fantasiose suddivisioni, all’interno delle prigioni, fra ‘oppressi’, da un lato, ed ‘oppressori’, dall’altro, fra detenuti e secondini per quanto riguarda la delinquenza organizzata che, viceversa, predomina sui detenuti e sui secondini con i quali ha un rapporto simbiotico, l’idea di farsela alleata, dentro e fuori dal carcere, Renato Curcio ed i suoi compagni sono stati gli ultimi in ordine di tempo ad averla.

Il riferimento di Mino Pecorelli a Renato Curcio non appare quindi casuale, perché proprio lui può aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso, come primo passo verso un’alleanza più solida che ‘aprisse’ alle Brigate rosse le porte di quei territori ad esse sempre vietate, come la Calabria e la Sicilia. Una traccia, sia pure labile, fa intravvedere la possibilità che il processo di avvicinamento da parte delle Brigate rosse alla malavita organizzata sia stato graduale, iniziato almeno un paio di anni prima del sequestro di Aldo Moro, come conseguenza di quello che si era verificato all’interno degli istituti di pena e della presenza, all’esterno, negli ambienti favorevoli, almeno in teoria, alla lotta armata, di personaggi che in Calabria potevano facilitare, per vie traverse, certi contatti con esponenti della onnipresente n’drangheta.

Di questo parere sembra essere, oggi, anche Francesco Biscione che afferma come “probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell’area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 129). E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso: “La presenza del Moretti è accertata -scrive- a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l’hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l’hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi -prosegue Biscione- questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all’insaputa del resto dell’organizzazione tanto che quando l’informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati” (ivi, p. 119). E il terzo, rivelato da Gustavo Selva, che dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro “nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese Aurelio Aquino, trovato in possesso di banconote appunto del riscatto (del sequestro Costa operato dalle B. R. nda)” (ivi, p. 276).

Le ragioni per cercare di stabilire più che un ‘modus vivendi’ una vera alleanza operativa con le organizzazioni delinquenziali meridionali, ma presenti in tutto il territorio nazionale, c’erano tutte. Ed erano valide. Perché le ‘avanguardie’ brigatiste non hanno mai ottenuto l’autorizzazione di n’drangheta e mafia, pilastri dell’anticomunismo di Stato, ad operare nelle regioni da esse dominate. Non è un’ipotesi, è una constatazione. Le Brigate rosse hanno potuto sfidare l’ordine dello Stato, mai quello mafioso nelle sue varie articolazioni, quella calabrese in particolare, che per conto dello Stato hanno difeso l’ordine pubblico nei loro territori ed imposto quello politico. Forse nel tentativo, incredibilmente ingenuo, di ribaltare questa situazione, in una direttiva strategica del dicembre 1981 venne scritto che uno dei compiti delle avanguardie rivoluzionarie doveva essere quello di amplificare il campo di azione dei soggetti tradizionali fino ad egemonizzare tutto il mondo extralegale (su segnalazione cortese di Michela Cipriani).

 

Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l’appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte: “Come avviene il contatto Mafia-B. R.-Cia-Kgb-Mafia. I capi B. R. risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B. R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza” (F. Biscione, Il delitto Moro, p. 124). Anche volendo considerare tutto questo una mera illazione si può comunque, in questo caso, concordare con Francesco Biscione che considera come “l’appunto si riferisce ad un’ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l’esistenza in Calabria di un terminale decisivo, sebbene di incerta definizione, dell’intera operazione del sequestro Moro” (ibidem).

 

E sequestrare Aldo Moro, l’uomo dell’ ‘apertura’ al partito comunista italiano, poteva costituire un punto di convergenza che creasse un rapporto di fiducia e consentisse, in seguito, di ottenere quel consenso a predicare il verbo brigatista -anche ovviamente con l’uso delle armi- che fino ad allora era stato negato.

Roma non è Reggio Calabria. Moro è filocomunista (così appare). L’operazione presenta tutte le caratteristiche della fattibilità: in fondo per la n’drangheta si tratta di sbarrare la strada verso l’area governativa al Pci ed acquisire, di riflesso, ulteriori meriti nei confronti del potere anticomunista, con lo stabilire un’alleanza con le Brigate rosse che poteva, inoltre, fruttare notevoli vantaggi materiali come il concorso in rapine, sequestri di persona e altri ‘favori’ anche più impegnativi. Insomma, per la mentalità utilitaristica che è propria del delinquente fornire un sostegno organizzativo alle Brigate rosse, compresi uno o più killer, per un’operazione ‘politicamente corretta’ presentava solo vantaggi e nessun svantaggio.

Il carcere ha rappresentato il luogo ideale per i primi approcci, il dialogo, il patto finale da perfezionare fuori affidandone il compito a Mario Moretti. Del resto, non avevano i mafiosi calabresi timori di ‘tradimenti’: se Aldo Moro diveniva, con il loro concorso, ostaggio dei brigatisti rossi, questi ultimi in carcere erano ostaggi, a loro volta, vulnerabilissimi nelle loro mani.
La n’drangheta non è la mafia. Non ha una ‘cupola’ che tutto controlla e decide. Una ‘cosca’ potente prescinde nelle sue operazioni dal consenso delle altre, con la sola avvertenza di non lederne gli interessi. Così che non si presenta contraddittoria una situazione che vede una cosca aiutare le Brigate rosse a sequestrare Aldo Moro e un’altra impegnarsi subito dopo nella sua ricerca per ottenerne la liberazione. Una situazione destinata a perdurare fino a quando le paratie stagne vengono sollevate e gli interessi delle cosche operanti trovano comune definizione sul raffronto di ciò che è più conveniente fare.

Del resto, che ci fu una trattativa fra ‘comuni’ e politici, all’interno del carcere, lo dimostra l’inserimento nella lista dei detenuti di cui chiedere la scarcerazione in cambio di Aldo Moro di alcuni che solo con molta buona volontà possono essere considerati ‘politicizzati’: Sante Notarnicola e Giorgio Panizzari (ivi, p. 277).

In questo modo può trovare logica e coerente spiegazione la presenza in via Fani di un killer di ‘alta professionalità’ che, successivamente, il pentito calabrese Saverio Morabito indicherà in Antonio Nirta, detto ‘due nasi’ per la sua capacità di usare la lupara, a significare che era un ottimo tiratore (ivi, p. 121). Anche se la parola accusatoria di Morabito non ha trovato ulteriori supporti, è doveroso ricordare come Antonio Nirta è il nipote di quell’Antonio Nirta di san Luca di Aspromonte che, all’epoca -e per molti anni dopo- è stato il capo indiscusso di una delle cosche più potenti della Calabria e certamente di quella più politicizzata, disponibile ad operazioni come la partecipazione al ‘golpe Borghese’ ed in ottimi rapporti con massoni del calibro di Colao.

Coincidenze? Forse.

Rimane indiscusso il fatto che la testimonianza di Saverio Morabito è solo il secondo elemento in ordine di tempo che dà spessore all’intuizione di Luigi Cipriani, essendo il primo rappresentato dalla foto di un n’dranghetista ripreso in via Fani la mattina del 16 marzo 1978, e sottratta agli atti dell’istruttoria da Luciano Infelisi, sostituto Procuratore della repubblica (ivi, p. 120), ‘coperto’ in questo gravissimo atto oltre che dai vertici della Procura della repubblica e della Procura generale anche dal capo dell’ ufficio Istruzione, Achille Gallucci che ‘stralcia’ la documentazione (il nastro e la trascrizione della telefonata tra Freato e Cazora) dagli atti, che ricompaiono solo nel 1982 su istanza di uno degli avvocati di parte civile (ibidem).

Chi riprendeva quella foto, fatta scomparire su richiesta della malavita calabrese dalla magistratura romana, un mese e mezzo dopo (ivi, p. 119) il sequestro Moro e alcuni giorni prima della sua uccisione? Un personaggio che poteva essere collegato all’agguato a Moro e alla sua scorta, così come afferma senza perifrasi Luigi Cipriani (L’affare Moro, Appunti cit.) perché in caso contrario, fosse stato anche un latitante di rilievo, gli ‘amici’ calabresi non si sarebbero preoccupati tanto e gli ‘amici degli amici’ della Procura della repubblica di Roma non li avrebbero accontentati commettendo reati la cui gravità è superfluo far rilevare. Un nome, questo dell’esponente della n’drangheta presente in via Fani il 16 marzo 1978 e ritratto nella foto scomparsa, che in ambiente carcerario da personaggi accreditati per statura criminale si identifica in Antonio Imerti, detto ‘nano feroce’, alleato fedelissimo in quegli anni della cosca dei Nirta di san Luca di Aspromonte.

Il fatto che Benito Cazora si sia rivolto a Sereno Freato per ottenere questo favore non contraddice la realtà accertata che, alla data del 1 maggio 1978, era passato ormai un mese circa da quando Francesco Varone era stato diffidato dal proseguire le ricerche di Moro, a casa di Frank Coppola, perché quell’uomo doveva morire. Eventualmente, prova che nulla in questo senso era stato riferito da Benito Cazora allo stesso collaboratore di Aldo Moro, che si attiva convinto che gli ‘amici’ calabresi stiano ancora cercando di salvare l’esponente democristiano.

Nell’intervento della malavita nel caso Moro, l’inizio si salda con la sua conclusione (l’attacco al presidente della Dc ed alla sua politica ‘filocomunista’) mentre dura solo una quindicina di giorni la confusione determinata dalle invocazioni di aiuto che provengono dagli esponenti politici e dalle sollecitazioni degli apparati istituzionali. Poi, prevale la ‘linea della fermezza’ o, più propriamente, quella della condanna a morte di Aldo Moro. Le organizzazioni malavitose che si erano mobilitate, affiancando le polizie ufficiali, si ritirano lasciando ai loro emissari nella capitale il compito di assecondare la volontà del potere politico, espressa anche attraverso i suoi apparati istituzionali, quello giudiziario in prima linea.

Ai primi di aprile, la parola d’ordine è quella lanciata, senza mezzi termini a Francesco Varone, a casa di Frank Coppola: “Quell’uomo deve morire”. Ma questo non vuol dire che la malavita si sia astenuta dalla ricerca del covo-prigione, perché nessuna garanzia davano le Brigate rosse al potere politico di assecondarne l’ormai chiarissimo desiderio uccidendo il presidente della Democrazia cristiana. Anzi, il solo precedente esistente comparabile, mutatis mutandis, con quello di Moro, il caso del giudice genovese Mario Sossi provava l’esatto contrario: le Brigate rosse non ebbero nulla e l’ostaggio lo rilasciarono, sano e salvo.

La sicurezza arrogante di quell’affermazione (“quell’uomo deve morire”) dimostra che fu demandato alla malavita il compito di eseguire con assoluta certezza quella sentenza.

Il quarto potere

Noi non riteniamo probabile che sia bastata una pressione psicologica, per quanto forte essa sia stata, a convincere Mario Moretti ed i suoi compagni a non utilizzare quelle notizie che, qualora diffuse, avrebbero potuto da sole mettere in crisi il regime.

Un’ipotesi in questo senso viene, infatti, formulata da Francesco Biscione che ricorda, dapprima, la rivelazione contenuta nel “comunicato in codice n.1” del 20 maggio 1978: “L’operazione ‘Gradoli’, come pure l’operazione ‘Duchessa’ non sono state altro che manovre preordinate aventi l’unico scopo di far verificare a tutti l’inefficienza, le incertezze, i contrasti, le anacronistiche prese di posizione, nel quale si dibatte annaspando questo ottuso Stato delle multinazionali” (Il delitto Moro cit., p. 222). E, trovata a suo avviso la conferma del coordinamento fra le due operazioni -il ritrovamento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato nr. 7- Biscione ne ricava che esse potevano effettivamente rappresentare, proprio per la loro simultaneità un unico messaggio diretto ai carcerieri di Aldo Moro: “Vi abbiamo in pugno; siamo in grado di smantellare le vostre sedi e di occupare le vostre frequenze di comunicazione con i mass media; non vi venga in mente di gestire l’operazione in modo diverso da quello indicato nel comunicato della Duchessa”. Le Brigate rosse -conclude Biscione- eseguirono” (ivi, p. 230).

Certo, quanto ipotizza Francesco Biscione rappresenta già un passo avanti rispetto a coloro che ancora, per ottusità o per convenienza, sono attestati sulla tesi della gestione tutta brigatista del sequestro Moro, dall’inizio alla sua tragica conclusione, impermeabile ad ogni sollecitazione esterna, lusinghiera o minacciosa che fosse. Ma, fermo restando il valore di messaggio di morte racchiuso nel comunicato nr. 7 del 18 aprile 1978, l’ipotesi del giornalista non basta a spiegare né le contraddizioni che esistono su un piano documentale, sul modo e sul luogo in cui è stato ucciso Aldo Moro, né il fatto che i burattinai di Antonio Chichiarelli fossero in possesso di notizie e documenti che solo i brigatisti che lo avevano tenuto prigioniero potevano aver loro consegnato. E qui conviene rammentare come il covo-prigione nel quale sarebbe stato asseritamente detenuto Moro per cinquantacinque lunghissimi giorni, era ubicato in una zona in cui pullulavano gli uomini della Magliana:

“Molti tra gli esponenti della banda -ricorda Francesco Biscione rifacendosi, a sua volta, ad un programma televisivo di Giovanni Minoli- abitavano nella zona di villa Bonelli. In via G.Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano Danilo Abbruciati, Amleto Fabiani, Luciano Mancini (guardaspalle del costruttore Danilo Sbarra); in via Domenico Luparelli 82 (a 230 passi, ma a 50 se si tiene conto dell’ingresso secondario) abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Calò; in via Vigna due Torri 135 (a 150 passi) abitava Ernesto Diotallevi, compare di Calò; in via Valperga 154 (a 150 passi) abitava Emilio Pellicani, segretario di Carboni; infine in via Montalcini 1, vi è villa Bonelli, appartenente allora a Danilo Sbarra” (ivi, p. 292).

A questa circostanza si aggiunge poi la testimonianza di Raffaele Cutolo che riferisce come Nicolino Selis gli “riferì che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis -racconta Cutolo-, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze” (ivi, p. 216).

Il covo-prigione di via Montalcini venne quindi localizzato, come lo era stato l’altro di via Gradoli? Logica e fatti dicono di sì. E il travaso di materiale dai brigatisti che tenevano prigioniero il presidente della Democrazia cristiana e gli esponenti della malavita trova, pertanto, logica e coerente spiegazione.

Ricordava Luigi Cipriani che, fra il materiale fatto ritrovare da Antonio Chichiarelli il 26 marzo 1984, “…si rinveniva una foto Polaroid dell’onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro. Viene eseguita -scriveva Cipriani- una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo -concludeva il parlamentare-, delle Polaroid non si fanni i negativi: è quindi una foto originale di Moro in prigione” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.). Chi aveva potuto passare alla malavita questa foto, se non un brigatista, di quelli che avevano vigilato su Moro? O si deve ritenere che questa foto sia stata passata, insieme ad altro materiale, prima ad uomini inseriti negli apparati segreti dello Stato o in ambienti politici democristiani e da costoro fatta pervenire ad Antonio Chichiarelli?

Noi riteniamo che ci fu un passaggio diretto, dalle Brigate rosse alla malavita, perché una foto originale di Moro prigioniero non sarebbe mai stata data ad un Chichiarelli ed ai suoi compari. Le schede si possono compilare sulla base delle informazioni che vengono trasmesse, i proiettili si possono fornire senza alcun rischio di compromissione futura, ma una foto originale costituisce un’arma di ricatto che nessuno consegnerebbe a delinquenti che il rispetto dei patti, la parola data e l’onore non sanno nemmeno cosa vogliano dire. E, poi, Chichiarelli non fu nemmeno in grado di valutare l’importanza di quella prova che aveva in mano, altrimenti quella foto se la sarebbe tenuta ben stretta fra le sue mani e, forse, sarebbe ancora vivo.

Se le cose stanno così, diviene perfettamente credibile anche l’avvertimento contenuto nel “comunicato in codice n.1 del 20 maggio 1978” che “minacciava di rendere noti gli interrogatori di Aldo Moro” (L. Cipriani, Appunti cit.). Solo che questi ultimi a Chichiarelli non sono mai stati passati, in tutto o in parte. Ma i suoi committenti li avevano certamente, mentre ai Moretti ed ai suoi compagni erano rimaste un pugno di mosche e le loro vite preziose, a quel punto, solo per se stessi.

E ritorna, più attuale e drammatica che mai, la domanda posta da Michela Cipriani: “Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?” (L’affare Moro, la malavita ecc.cit.). Eppure, nel terzo comunicato del 29 marzo 1978 i brigatisti rossi avevano annunciato trionfanti che l’interrogatorio di Aldo Moro “prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando…Proprio sul ruolo -prosegue il comunicato- che le centrali imperialiste hanno assegnato alla Dc, sulle strutture e gli uomini che gestiscono il progetto controrivoluzionario, sulla loro interdipendenza e subordinazione agli interessi imperialisti internazionali, sui finanziamenti occulti, sui piani economici-politici-militari da attuare in Italia…il prigioniero politico Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue illuminanti risposte. Le informazioni che abbiamo così modo di reperire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario che saprà farne buon uso nel prosieguo del processo al regime che con l’iniziativa delle forze combattenti si è aperto in tutto il paese” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 48).

Ma una incredibile, allucinante retromarcia avviene già nel comunicato nr.6 del 15 aprile 1978, prima quindi che venisse inviato ai brigatisti rossi, come vuole Francesco Biscione, il messaggio del 18 aprile che imponeva loro di uccidere Aldo Moro. Mario Moretti ed i suoi compagni informano che “l’interrogatorio di Aldo Moro è terminato. Rivedere trenta anni di regime democristiano, ripercorrere passo passo le vicende che hanno scandito lo svolgersi della controrivoluzione imperialista nel nostro paese, riesaminare i momenti delle trame di potere, da quelle pacifiche a quelle più sanguinarie, con cui la borghesia ha tessuto la sua offensiva contro il movimento proletario, individuare attraverso le risposte di Moro le responsabilità della Dc, di ciascuno dei suoi boss, nell’attuazione dei piani voluti dalla borghesia imperialista e dei cui interessi la Dc è sempre stata massima interprete, non ha fatto altro che confermare delle verità e delle certezze che non da oggi sono nella coscienza di tutti i proletari…”(ivi, p. 76). I brigatisti rossi fanno intendere, in modo esplicito, che Aldo Moro ha parlato di tutto e di tutti, ma concludono in una forma oscura il cui significato chiariscono subito dopo: “Non ci sono segreti che riguardano la Dc, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato delle multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato…” (ibidem).

Il messaggio per la Dc, lo Stato ed i suoi apparati istituzionali è lampante: Mario Moretti ed i brigatisti rossi che hanno gestito il sequestro Moro informano che non riveleranno ad alcuno quanto appreso. “Non ci sono segreti che riguardano la Dc”, quindi cosa mai si potrà dire al ‘proletariato’ che già non sappia?

In realtà, solo per soffermarci in questo documento sul capitolo dei finanziamenti occulti, è il caso di ricordare che il 18 marzo del 1978, il figlio di Giuseppe Arcaini, presidente dell’Italcasse, di cui Aldo Moro parla ampiamente ai suoi carcerieri, viene sequestrato da ignoti, tenuto prigioniero per una notte in un appartamento di Roma ed obbligato a scrivere tre lettere compromettenti per sé ed il padre, quindi rilasciato. Un gesto dall’evidente significato preventivo, attuato da persone che davano per scontata la ‘collaborazione’ di Aldo Moro con i brigatisti rossi e che intendevano premunirsi da altri ‘crolli’, questa volta in campo giudiziario o un’azione brigatista intesa a cercare quei riscontri alle dichiarazioni di Moro, resa possibile dalle indicazioni che lo stesso presidente della Dc può aver fornito per individuare il figlio di Arcaini, sequestrato per qualche ora, il tempo necessario per farsi dare i ‘riscontri’ scritti ed autografi e poi liberarlo. Due ipotesi che hanno la stessa validità, anche se più vicina al vero appare la seconda.

In questo caso, se questo fu lo svolgersi degli avvenimenti -interrogatorio, ricerca dei riscontri, resa sostanziale con assicurazione che i documenti non sarebbero mai stati divulgati- il messaggio del 18 aprile 1978, cosiddetto della Duchessa appare come la conseguente risposta: ora uccidete Moro o noi uccideremo voi. Messaggio che, come vedremo più avanti, ha un solo significato inequivoco ma diverse finalità o chiavi di lettura.

In un altro documento abbiamo esaminato in dettaglio le dichiarazioni contraddittorie rese dai brigatisti rossi su questo specifico punto giungendo alla conclusione che, con molta furbizia, alcuni di loro avevano mantenuto segreti il memoriale ed il suo contenuto per usarlo come merce di scambio quando se ne fosse presentata la necessità nell’ambito di una trattativa diretta con lo Stato e/o con gli esponenti della Democrazia cristiana. E il trattamento carcerario riservato ad alcuni di loro dal 1987 in poi (ad esempio a Mario Moretti e Barbara Balzerani) avvalorava questa ipotesi. Ma per molto che hanno avuto, dobbiamo convenire che rappresenta sempre molto poco rispetto a quanto avrebbero potuto avere -e molto prima- se fossero rimasti realmente in possesso del memoriale di Aldo Moro. Lo scambio con lo Stato c’è stato, a partire dalla primavera del 1987, quando iniziò quella che Renato Curcio e Mario Moretti, con notevole faccia tosta, hanno definito ‘battaglia di libertà’ e che si è conclusa con l’ottenimento da parte loro della semi-libertà, mentre prosegue la detenzione di chi, fra i brigatisti rossi, non ha avuto la fortuna di partecipare al sequestro ed all’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Questi ultimi non hanno nulla da scambiare, gli altri sì: il loro silenzio su quanto è realmente avvenuto nell’inverno-primavera del 1978, dalla fase ideativa del sequestro alla sua conclusione.

Anche se il silenzio, o se si preferisce l’omertà e la complicità con lo Stato, rappresenta moltissimo in positivo per coloro che sanno o tacciono, non è comparabile comunque con un documento che condensava la storia più oscura d’Italia e che è stato dato a chi non aveva altro interesse che farlo pervenire, ad un prezzo conveniente (si veda quanto scrive Luigi Cipriani riportando la testimonianza di Pierluigi Ravasio sulla ‘ricompensa’ che il Sismi ha concesso ai malavitosi che avevano ‘gestito’ il sequestro Moro), nelle mani di uomini politici e/o di apparati istituzionali in grado di non far deflagrare il suo potenziale esplosivo.

Esiste solo la parola di Mario Moretti, ed oggi di Germano Maccari, a garantirci che Moro rimase sempre, dal primo all’ultimo istante, nelle loro mani, all’interno del covo-prigione di via Montalcini nr.8, all’uopo predisposto. Perché Laura Braghetti, ad esempio, asserisce di non aver mai visto l’uomo politico democristiano perché non le competeva, dovendo lei svolgere altre mansioni. Ebbene, la parola di un Moretti o di un Maccari non bastano per smentire l’evidenza di ciò che abbiamo descritto fino a questo momento e di quello che analizzeremo nel prosieguo.

Gli uccisori

Vediamo, per cominciare, gli appunti di Luigi Cipriani sul come è stato ucciso il presidente della Democrazia cristiana:

“Degli 11 colpi i primi due /sono stati sparati/ col silenziatore, gli altri quando era già morto. Perché questo rituale? Dopo i primi due colpi Moro ha agonizzato 15′. Solo i primi due colpi hanno lasciato tracce sulla Renault, Moro è stato ucciso in macchina e portato altrove?” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).

A conferma dei dubbi evidenziati dai quesiti che si poneva Luigi Cipriani, Francesco Biscione scrive oggi: “…Laddove la comune versione dei brigatisti lasciava trasparire una falla che nasconde verosimilmente una menzogna è nella narrazione delle modalità con cui l’ostaggio sarebbe stato ucciso” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 150). Non è il solo che, a posteriori, si affianca a Luigi Cipriani.

Nella sentenza del cosiddetto Moro-quinquies, difatti, gli stessi magistrati giudicanti non possono esimersi dall’evidenziare il loro scetticismo sulla versione fornita dai brigatisti rossi sottolineando, ad esempio, l’impossibilità da parte dei carcerieri di “ritenere in anticipo che l’on.Moro, chiuso in una cesta da dove poteva avere una discreta percezione della situazione ambientale, non essendo né narcotizzato né imbavagliato, avrebbe continuato remissivamente a tacere senza chiedere aiuto nemmeno lungo il tragitto per le scale fino al box e pur percependo voci come quella della Braghetti e della Ciccotti. Non si comprende -scrivono ancora i magistrati- come i brigatisti abbiano accettato un simile e gratuito rischio quando avrebbero potuto facilmente evitarlo ad esempio uccidendo l’on.Moro nella sua stessa prigione e trasportandolo poi da morto; ed incredibile sembra il fatto che si sia programmata l’esplosione di una serie di colpi, quanti risultano dalle perizie, in un box che si apriva nel garage comune degli abitanti dello stabile, essendo noto che anche i colpi delle armi silenziate producono rumori apprezzabili che potevano essere facilmente percepiti da persone che si trovassero a passare, così come furono distintamente percepiti dalla Braghetti” (ivi, p. 150).

Alle condivisibili considerazioni dei giudici del quinto processo Moro, dobbiamo aggiungere il rilievo che i colpi sparati con il silenziatore furono soltanto due. E gli altri 9, esplosi senza il silenziatore, non li ha avvertiti nessuno? Ne erano così certi i brigatisti rossi Mario Moretti e Germano Maccari? E, infine, perché lasciare Aldo Moro agonizzante per altri 15 lunghissimi minuti, come conferma la perizia medico-legale (ivi, p. 279), senza che un rantolo, un gemito, un grido disperato sia veramente uscito dalla bocca di un uomo morente e ferito? In conclusione, “anche su questo punto, la versione delle Brigate rosse non sta in piedi, o almeno zoppica fortemente” (ivi, p. 150).

Un uomo che, senza essere narcotizzato (ibidem), senza essere legato ed imbavagliato, si fa infilare in una cesta, deporre nel portabagagli di un’auto, ricevere nel corpo due pallottole che lo lasciano in vita per altri 15 minuti; e in tutto questo tempo non tenta la disperata reazione di chi non ha più nulla da perdere, effettivamente non è credibile. La passività di Aldo Moro, se mai ci fu, può trovare solo logica e coerente spiegazione in due fattori: il luogo dove si trovava, solitario, dove il suo urlo disperato si sarebbe perso nel vento e nella lontananza del cielo; il numero dei suoi uccisori, tale da scoraggiarne a priori ogni tentativo di fuga o reazione violenta.

“Un testimone -scriveva Luigi Cipriani- vede una Renault rossa presso la spiaggia di Fregene col posteriore aperto. La perizia sulla sabbia dei pantaloni di Moro conferma che il litorale era quello. Sabbia trovata in molte parti dei vestiti, calze, scarpe e sul corpo compreso bitume e sulle ruote della Renault. Sul battistrada -concludeva Cipriani- fu trovato un frammento microscopico di alga analogo ad altro rinvenuto sul corpo” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).

E gli accertamenti ulteriori confermano pienamente questa realtà: “Le risultanze tecniche -ricorda Biscione- riguardano innanzitutto la sabbia e i frammenti di flora mediterranea trovati nelle scarpe, negli abiti e sul corpo di Moro, come pure sulle gomme e sui parafanghi dell’auto di Moretti rinvenuta in via Caetani. Le tracce sugli abiti e sulle scarpe lascerebbero pensare ad una permanenza o ad un passaggio presso il litorale romano (la perizia giudica quel tipo di sabbia proveniente da una zona compresa tra Focene e Palidoro)…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).

Mario Moretti e compagni, quindi, affermano il falso, come asseriva giustamente perentorio Luigi Cipriani nei suoi appunti: “Savasta e Morucci mentono dicendo che la sabbia era un depistaggio di Morucci…” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).

Più sfumato nel tono ma chiaramente concorde nella sostanza con il parlamentare di Democrazia proletaria, Francesco Biscione che scrive: “…Lascia fortemente perplessi la machiavellica spiegazione di Morucci (confermata da Moretti e ribadita anche dalla Braghetti nel corso del processo Moro-quater) secondo la quale ‘ai primi di maggio 1978…alcuni militanti furono incaricati di andare a reperire sulle spiagge del litorale laziale, sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe di Moro per depistare le indagini successive al ritrovamento del cadavere’…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).

Quali vantaggi si proponessero di ricavare i brigatisti facendo credere agli inquirenti ed all’opinione pubblica di aver custodito Aldo Moro sul litorale laziale piuttosto che in un appartamento al centro di Roma, non lo dicono perché si rendono conto da soli che non ha senso logico quella pretesa accuratissima ricerca di sabbia, bitume e addirittura piante con le quali cospargere i vestiti, le scarpe e perfino il corpo di Aldo Moro, sulle spiagge laziali. Le menzogne dei dissociati si saldano con quelle dei pentiti e, insieme, rafforzano lo scarno muro eretto dagli ex-irriducibili a difesa della loro verità.

Laura Braghetti chiama in causa, come testimone non sospetto, la signora Graziana Ciccotti, residente nello stesso stabile in cui era detenuto il presidente della Democrazia cristiana. Secondo la versione resa dalla brigatista, la Ciccotti vide la Renault rossa nel box il 9 maggio 1978: “Io sono sicura -afferma la Braghetti- che la signora abbia notato che nel mio box vi era una macchina diversa dalla mia che era parcheggiata fuori sulla strada. Non so se la signora si sia accorta -specifica con finta ingenuità- che si trattava di una Renault rossa. Però io sono rimasta sempre convinta che l’avesse effettivamente notata e pertanto ritenevo che questo poteva essere un elemento che poteva portare alla individuazione della prigione e della mia persona” (ivi, p. 149).

Ma tanto Laura Braghetti racconta dopo aver letto gli atti giudiziari ed averci ritrovato la testimonianza della Ciccotti che, effettivamente, aveva visto la Renault rossa e, ovviamente a posteriori, l’aveva collegata al sequestro Moro rendendo edotta la polizia dei suoi sospetti; ma la brigatista l’aveva letta male perché Graziana Ciccotti “non datava l’episodio al 9 maggio bensì ‘ in un tempo variante da tre giorni ad una settimana prima’ della morte di Moro ed escluse di aver rivisto la macchina rossa in data successiva…” (ibidem). Ed è la prima testimonianza -questa di Graziana Ciccotti-, dopo le circostanze documentalmente accertate, che sottrae ulteriore credibilità ai brigatisti rossi ed alle loro versioni sulla morte di Aldo Moro.

Ma non è la sola.

La testimonianza di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere-paracadutista, ex addetto all’ufficio sicurezza interna della VII sezione del Sismi a Roma (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio, sul sito della Fondazione Cipriani) viene resa a Luigi Cipriani. Afferma l’ex agente del Sismi e componente delle Stay-behind che “il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini vennero fermate, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, mentre i rapporti che quotidianamente venivano compilati furono bruciati…”(ibidem).

Francesco Biscione, pur con cautela non può fare a meno di rilevare che “se si pensa che nel maggio 1991, allorché fu raccolta l’intervista, era pressocché sconosciuto il ruolo svolto durante il sequestro di Moro dalla banda della Magliana, si è portati a dubitare che le parole di Ravasio siano frutto di pura fantasia (semmai, per una certa brutalità nei riferimenti si sarebbe indotti a credere che egli fosse a conoscenza di questa vicenda non per averla vissuta in prima persona, bensì per averne avuto notizia da altri)…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 219).

E che il racconto di Pierluigi Ravasio abbia il sapore della credibilità lo dimostrano non solo il preciso riferimento fatto alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi, suo diretto superiore al Sismi, in via Fani il 16 marzo 1978 (ivi, p. 127), quanto soprattutto le tracce di sabbia e bitume trovate sui vestiti, il corpo di Aldo Moro e la Renault rossa sulla quale venne poi trasportato in via Caetani.

Bisogna anche rilevare, a favore della veridicità di quanto narrato dall’ex agente del Sismi, che le sue dichiarazioni, divulgate da Luigi Cipriani, all’epoca componente della Commissione d’inchiesta parlamentare sulle stragi, cadono in un momento in cui l’intervento della malavita nel sequestro Moro viene dato certo, per un fatto ormai acquisito ma datato ad operazione di prelievo avvenuta e considerato cessato, a seguito delle pressioni esercitate dai nemici politici dell’esponente democristiano prigioniero, entro i primi giorni di aprile del 1978.
Anche il ‘premio’ concesso ai delinquenti della Magliana dallo Stato e dai suoi apparati è perfettamente verosimile: “Come ricompensa per il rapimento e la gestione del caso Moro -raccontò Ravasio-, il Sismi consentì alla banda di compiere alcune rapine impunemente. Una avvenne nel 1981 all’areoporto di Ciampino, quando i malavitosi travestiti da personale dell’areoporto sottrassero da un aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica. Una seconda avvenne nei pressi di Montecitorio dove furono aperte molte cassette di sicurezza e da alcune, appartenenti a parlamentari, furono sottratti documenti che interessavano il Sismi” (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).

Fatti che ci riportano alla rapina alla Brink’s Securmark e ad una ‘rivendicazione’ che ha il valore di un avvertimento allo Stato perché non persegua i suoi autori. Del resto che questa sia la prassi lo conferma anche quanto gli dissero -secondo il racconto di Francesco Varone- “gli emissari di Andreotti” a casa di Frank Coppola: “Lo fai per soldi? Soldi te ne possiamo far guadagnare tanti anche noi”.

Un solo punto, nel racconto di Pierluigi Ravasio, suscita perplessità ed interesse insieme: la pretesa che il sequestro fu organizzato e gestito da “ex detenuti e malavitosi”, dal suo inizio alla sua conclusione. Sappiamo, viceversa, che i brigatisti rossi in via Fani c’erano, come furono presenti durante tutte le fasi dell’operazione, eliminazione fisica di Aldo Moro compresa. Ma, e qui la verità documentalmente accertata si salda con le dichiarazioni di Pierluigi Ravasio, non erano i soli e nemmeno liberi di gestire il sequestro a loro piacimento.

Desta curiosità la distinzione che l’ex agente del Sismi fa tra “ex detenuti e malavitosi” che però ha la sua ragione di essere perché, difatti, la qualifica dei primi non necessariamente deve corrispondere allo status dei secondi. Si può essere stati detenuti per motivi non ‘comuni’, per ragioni politiche, ad esempio Prospero Gallinari che, per essere evaso dal carcere di Treviso nel 1997 insieme a Vincenzo Andraus, malavitoso catanese (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.), può essere considerato un ‘ex detenuto’ (poco importa se scarcerato od evaso), non ‘malavitoso’. E, visto che è estremamente difficile, se non impossibile non trovare un ‘malavitoso’ che sia stato nella sua vita almeno una volta detenuto e possa essere considerato, di conseguenza, una volta restituito alla libertà un ‘ex-detenuto’, la distinzione di Ravasio conferma la commistione del commando che operò in via Fani, sebbene esposta in forma criptica, da un ex appartenente alle Stay-behind che, con le sue rivelazioni, si era già esposto molto alle reazioni ed alle rappresaglie dello Stato (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).

Dalla parte del più forte

E, della presenza ossessiva, sovrastante, della malavita impegnata a gestire il sequestro di Aldo Moro rivestendo il duplice ruolo di fiancheggiatore dello Stato che lo voleva morto e dei brigatisti rossi che non sapevano cosa fare, può esserne prova il comunicato nr.7 del 20 aprile 1978 che “appare…allo stesso tempo -scrive Biscione- l’ultimo della prima serie ed il primo della seconda…-perché-…iniziava da parte delle Brigate rosse l’offensiva sulla trattativa: ‘Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione dei prigionieri comunisti. La Dc dia risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre disponibili’; seguiva l’ultimatum: 24 ore di tempo per una risposta a partire dalle ore 15 del 20 aprile” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 137).

Erano passati solo due giorni dal comunicato del lago della Duchessa, redatto da Antonio Chichiarelli (ed ispirato, scrivono gli stessi brigatisti su indicazione di Aldo Moro “da Andreotti ed i suoi complici” /ibidem/), ed i carcerieri del presidente della Democrazia cristiana abbandonano l’ ‘alta politica’, smettono di trastullarsi e passano al concreto :”Il comunicato nr. 7 è anche il primo -rileva Biscione- che non porta in chiusura lo slogan consueto ‘portare l’attacco allo Stato imperialista’ ecc., ma ‘libertà per tutti i comunisti imprigionati’ ” (ibidem). Un segnale preciso a quanti in carcere attendevano che si realizzasse lo scopo primario dell’operazione Moro: la liberazione dei detenuti.

Una risposta al messaggio di morte del 18 aprile 1978 che, come abbiamo in precedenza rilevato, non era rivolto al solo Aldo Moro ma anche ai suoi carcerieri visto che nel simbolismo della mafia calabrese è nell’acqua che si affogano i traditori. La minaccia venne certamente recepita da Moretti e compagni che rivolsero, anch’essi in forma criptica, un messaggio rassicurante ai detenuti, non solo comunisti ma anche malavitosi.

Avevano indubbiamente -ed in questo ha ragione Francesco Biscione- compreso anche l’ordine di uccidere Aldo Moro, insieme al resto, ma sottolineavano l’inutilità del gesto se questo fosse stato eseguito senza avere ottenuto almeno la scarcerazione dei detenuti, divenuta l’obiettivo primario di un sequestro che aveva già prodotto, sul piano politico, frutti eccezionali come la confessione del presidente della Democrazia cristiana su fatti e misfatti del potere italiano e atlantico. Ma, considerato che di questa confessione i brigatisti rossi non avrebbero mai potuto fare uso e avevano pubblicamente annunciato questa loro rinuncia, la scarcerazione di un numero ragionevole di detenuti avrebbe permesso loro di salvare le apparenze e di riportare un simulacro di vittoria restituendo vivo Aldo Moro.

Solo dal carcere, da chi era detenuto potevano pervenire ai malavitosi fuori quei pressanti richiami capaci di ritardare la eliminazione fisica di Aldo Moro, se non proprio di evitarla, fino al momento in cui chi doveva uscire fosse uscito. Da qui la cancellazione, in tutta fretta, dello slogan ‘portare l’attacco al cuore dello Stato imperialista’ con l’unico che potesse avere un significato per coloro che stavano in galera, ‘libertà per tutti i comunisti imprigionati’.

E’ certamente difficile immaginare i calcoli che Renato Curcio, i suoi compagni brigatisti ed i malavitosi avevano fatto in carcere su quanti detenuti potessero essere scambiati con la vita di un uomo politico del livello di Aldo Moro. Non avevano pensato ad alcuni o a qualche decina, tutti comunisti per di più, perché da una malavita anticomunista non avrebbero ottenuto alcun appoggio in questo caso, ma a qualche centinaio se non a diverse centinaia. Invece nel comunicato n.8 si richiede la liberazione di soli 13 detenuti e si segna così, definitivamente, la sorte di Aldo Moro, per motivi opposti a quelli che gli storici ufficiali ritengono. Questi ultimi, difatti, sono convinti che “l’insostenibile richiesta dello scambio tredici contro uno, rendeva ancor più fioca la voce già flebile e minoritaria dei sostenitori della trattativa. Che il significato del comunicato n.8 fosse l’attestazione di una posizione nuova che, contrariamente a varie ragionevoli aspettative, manifestava che si stava andando verso l’esecuzione dell’ostaggio fu dunque -conclude Biscione- una considerazione abbastanza diffusa” (ivi, p. 138).

Ma chi, a differenza degli storici contemporanei, sa ben valutare questo Stato, sa bene che, senza bisogno di dar loro ufficialità, nell’arco di pochi giorni, in libertà provvisoria, in differimento della pena per motivi di salute, in qualche ‘evasione’, con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove e di annullamenti in sede di Cassazione con l’inevitabile scadenza dei termini di custodia cautelare ed altro ancora, potevano uscire alla chetichella e senza possibilità che apparisse un collegamento con il sequestro Moro ben più di un centinaio di detenuti, fra i quali i ‘comunisti’ sarebbero stati una netta minoranza.

Secondo i loro calcoli, i brigatisti fissando in tredici il numero dei liberandi davano prova di quella ragionevolezza che li avrebbe condotti a condurre, finalmente, una trattativa riservata e diretta con la Democrazia cristiana per poi stabilire con i padroni d’Italia un accordo di cui solo una parte avrebbe avuto pubblicità, l’altra facendo parte di quegli scambi all’italiana destinati ad essere taciuti per sempre da entrambe le parti.

Qualcuno potrebbe indursi a pensare che quella compiuta da Mario Moretti e dai suoi compagni, la richiesta di uno scambio 13 ad 1, sia stata una mossa per precludere ogni possibilità ad una ancora probabile trattativa e, quindi, poter procedere all’esecuzione di Aldo Moro scaricandone ogni responsabilità sulla Democrazia cristiana. Ma così non fu, e per convincersene è sufficiente riascoltare la telefonata che, con totale e stupefacente imprudenza, Mario Moretti al colmo dell’agitazione nervosa, fa a casa della famiglia Moro il 30 aprile 1978. “Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione” (ibidem), dice Mario Moretti che usa un tono giustificatorio “sa una condanna a morte non è una cosa sulla quale si possa prendere alla leggera…Non possiamo fare altrimenti…”(ibidem), conclude Moretti che appare nella posizione di chi subisce una decisione, non l’assume e tantomeno la impone.

Si rivolge alla famiglia perché crede che Eleonora Moro possa contare qualcosa. Dimostra di essere informato sui movimenti che i congiunti di Moro hanno fatto, a riprova che ritiene la carta umanitaria essenziale, perché è l’ultima cosa che gli è rimasta in mano essendo stato costretto a rinunciare all’altra, la più importante, quella decisiva, le rivelazioni di Moro su uomini e fatti.

L’ultimo tentativo lo fa, per loro conto, Daniele Pifano che incontra il rappresentante del Procuratore generale Pietro Pascalino, il sostituto Procuratore Claudio Vitalone e gli propone lo scambio di uno contro uno, un detenuto magari malato contro Aldo Moro (ivi, p. 191) e, ricevuto un rifiuto, ripiega sul suggerimento della “soppressione delle norme restrittive dei colloqui dei carcerati con i familiari” (ibidem).

Ma, ormai, è finita.

Non ci sarà trattativa e, di conseguenza, nemmeno scarcerazioni di pochi o di tanti. Gli ‘occasionali alleati’ che al gioco hanno partecipato con riserva mentale fin dall’inizio, traggono dalla debolezza brigatista le ultime e logiche conseguenze, privando Mario Moretti e compagni della possibilità di decidere sulla sorte di Moro prigioniero, come già li hanno privati della loro documentazione, e lasciano loro la totale responsabilità di una sconfitta umiliante, tutta brigatista dall’inizio alla fine.

 

La delinquenza è concreta: aiuta i brigatisti perché pensa, illusa dal mito cartaceo (creato dai mass media) della loro potenza, che possa ottenere scarcerazioni, la chiusura del circuito di massima sicurezza in ambito penitenziario e chissà quanto altro ancora connesso allo stato di detenzione. Ma non tarda a rendersi conto che la leggenda non esiste, che nel confronto sono le Brigate rosse ad essere deboli non lo Stato né il regime. E mai, in nessun tempo e in nessun luogo, la malavita si è schierata dalla parte dei deboli e dei perdenti, ma sempre e soltanto con i più forti ed i vincenti, in questo caso lo Stato.

E’ forse dal 1941, da quando il ministero degli Interni cominciò a far rientrare nei paesi di origine i mafiosi inviati al confino dal prefetto Cesare Mori, che il ruolo della malavita è divenuto centrale per il controllo politico e territoriale del Paese, la difesa dell’ordine pubblico, la stabilizzazione di quello politico. In oltre mezzo secolo di storia non c’è vicenda politica che non veda comparire sullo sfondo e, in certi casi, in prima linea la delinquenza organizzata o meno: dalla banda Giuliano alla strage del rapido 904, passando per la storia del neofascismo italiano e quella del sequestro di Aldo Moro di segno opposto, la presenza del delinquente, con coppola o meno, è oppressiva e totale. Avendo come unico ed esclusivo fine, principio, ideale la ricerca del proprio interesse, il delinquente si mette al servizio di chiunque possa essere in grado di favorirlo sul piano finanziario come su quello giudiziario e carcerario.

Così mentre Renato Curcio ed i suoi compagni detenuti s’illudono di aver trovato, attraverso i ‘politicizzati’, nuovi e potenti alleati che loro vanno a cercare, che loro interessano alla azione che vogliono condurre, la cosca di Rezziconi (Reggio Calabria) rappresentata a Roma da Francesco Varone detto Rocco, viene invitata a collaborare nella ricerca della prigione di Aldo Moro da Benito Cazora, non viceversa come costui vuol fare intendere (ivi, p. 289). E l’ex parlamentare democristiano, escluso dal novero degli eletti, ammette parzialmente che l’interessamento dei Varone non era -e non avrebbe mai potuto esserlo- disinteressato. Rocco il calabrese chiede, difatti, “sconti di pena o eventuali interventi di grazia per qualche caso di reati minori ecc.”(ibidem). Sa, Rocco, di poterli ottenere. E quindi si attiva contando sulla solidarietà degli altri calabresi che mantengono, anche al di fuori della loro terra d’origine, la struttura di controllo territoriale, compreso il ‘poliziotto di quartiere’ che fa della n’drangheta uno Stato nello Stato.

Qualche risultato non da poco lo raggiungono. E così accompagnano Benito Cazora a fare un giro in macchina, poi si fermano e gli dicono: “questa è la zona calda dove ci dovrebbe essere un covo delle Br” (ivi, p. 290). Ed in effetti quella risulterà poi essere la zona dove, in via Gradoli, alloggiava Mario Moretti.

 

Per mirabile coincidenza, qualche giorno dopo, l’informazione sulla presenza di un covo brigatista in via Gradoli giunge anche nell’oltretomba democristiano che, opportunamente evocato, si materializza il 2 aprile 1978 a Romano Prodi e ad altri suoi amici, a casa di Alberto Clò, nei pressi di Bologna, nelle figure nientemeno che di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira. E, naturalmente, l’intervento di un prete e di un mezzo prete non può che far verificare il miracolo: “tra le varie risposte incoerenti o incomprensibili – ricorda Francesco Biscione- insieme ad alcune cifre emerse la parola ‘Gradoli’, località di cui nessuno tra i presenti ricordava di aver mai sentito parlare, ma la cui esistenza venne certificata da un atlante geografico all’uopo consultato” (ivi, p. 187). Dopo la malavita l’oltretomba democristiano aveva individuato l’appartamento di Mario Moretti in via Gradoli e ne riferiva a Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio.

Se Romano Prodi ufficialmente tutelava la sua fonte, inventandosi una seduta spiritica in sua vece, i suoi colleghi di partito ne approfittavano per indirizzare le ricerche di Moro nel paese di Gradoli, ampiamente pubblicizzate in modo da mettere sull’avviso Mario Moretti che il suo segreto era stato scoperto.

Se si vuole continuare a credere che, in realtà, nessuno si accorse che a Roma esisteva una ‘via Gradoli’, non gli uomini della Democrazia cristiana che avevano sezioni in tutti i quartieri; non la struttura informativa del Vaticano che poggia sui preti capillarmente distribuiti nei quartieri ognuno dei quali corrisponde ad una parrocchia (la Chiesa ha una struttura informativa capillarmente distribuita in tutti i paesi e nei quartieri cittadini che poggia sulla schedatura dei parrocchiani, credenti, praticanti, atei etc., con annotazioni che vanno dalle condizioni economiche, alle idee politiche, alla condotta morale, ai dati anagrafici di tutti i componenti di una famiglia. A tale struttura fanno riferimento sia gli organi istituzionali che agenzie private di investigazioni commerciali); non i servizi di sicurezza militari e civili, palesi ed occulti; non le forze di polizia anch’esse presenti nei rioni con i propri commissariati, né i carabinieri che vantano la loro rete di ‘stazioni’ capillarmente distribuite sul territorio metropolitano, lo si faccia almeno in malafede, se non altro si evita l’accusa di stupidità.

In realtà, quello che non è dato di sapere è in quanti giorni -se non proprio in ore- i servizi di sicurezza giunsero in via Gradoli, individuarono il covo brigatista e lo misero discretamente sotto controllo per pedinare, previa identificazione, i suoi inquilini. Da qui, da via Gradoli a via Montalcini, il passo fu breve. Ma se Aldo Moro doveva morire, ad ammazzarlo avrebbero dovuto essere i suoi carcerieri e/o i loro ‘alleati’, così che dal 18 aprile scatta l’operazione che deve obbligare i brigatisti a concludere nel senso desiderato dallo Stato, da una parte della Democrazia cristiana e dalle gerarchie ecclesiastiche, dalla Nato e dalla Casa bianca la vicenda umana e politica di Aldo Moro.

Lo Stato non si espone, ha i ‘bravi’ della banda della Magliana al suo servizio, lo conferma anche Benito Cazora: “…recentemente -scriveva Luigi Cipriani- il senatore Cazora ha confermato al magistrato romano che sta indagando sulle trattative condotte durante il sequestro Moro che si ebbe coscienza del fatto che il presidente della Dc fosse ‘custodito’ dalla banda della Magliana” (L.Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.). E sempre il parlamentare di Democrazia proletaria poteva legittimamente richiamarsi, ad ulteriore e definitiva conferma della sua tesi, a quanto aveva dichiarato il 14 settembre 1978 al quotidiano Repubblica il senatore democristiano Giovaniello, molto vicino ad Aldo Moro ed alla sua famiglia: “Quando sapemmo che Moro stava per essere affidato a criminali comuni per il terribile atto conclusivo, facemmo le cose più impensabili per arrivare prima degli altri, ma senza fortuna” (L.Cipriani. L’affare Moro. Appunti cit.).

E fu la fine. Nel sequestro di Aldo Moro fu lo Stato, non Mario Moretti ed i suoi compagni, a stabilire tempi e modalità del prelevamento, della prigionia e, infine, della sua morte. Non si può dubitare, oggi, di questa affermazione perché poggia sulle solide basi della documentazione esistente e su una realtà incontrovertibile: quando si parla di malavita che eccezionalmente si ‘allea’ con le Brigate rosse e, di converso, di banda della Magliana che ‘custodisce’ Aldo Moro, si parla in ogni caso di Stato, non mai di forze ad esso estranee o addirittura ostili. Dal giornalista-spia Mino Pecorelli al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, al colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, al malavitoso Antonio Chichiarelli ed altri ancora che avevano, per unico denominatore comune, di essere sempre dalla parte dello Stato o con lo Stato di aver collaborato.

Vivono, viceversa, i suoi nemici, coloro che avevano giurato di distruggerlo, che volevano liberare il Paese dalla schiavitù delle multinazionali e che oggi rappresentano la difesa più efficace dello Stato per negare la verità sul sequestro e la morte di Aldo Moro.

Conclusioni

Venti anni sono passati e, come per incanto, tutti hanno scoperto che esistono ancora misteri irrisolti nel caso Moro.

Il capitano del Sid, Antonio Labruna, plurinquisito e pluriprosciolto per prescrizione di reato, rivela che un tale Mario Puccinelli, da Francoforte, gli telefonò per dirgli che ‘in via Gradoli c’è chi ha rapito Moro’ (G. M. Bellu, Moro tenuto prigioniero nel ‘palazzo dei servizi’, Repubblica 5 maggio 1998). E, dato che questo confidente del Sid era presidente (è opportunamente deceduto) di una organizzazione clericale, la International opus Christi, è facile arguire che fu lui e non i fantasmi di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira ad indicare a Romano Prodi il covo di Mario Moretti.

Così che abbiamo un uomo- che ha ricoperto cariche politiche fra le quali quella di presidente del Consiglio- che non ha avuto la dignità e il coraggio di rivelare per intero quanto era venuto a conoscere rifiutandosi di prestarsi alla grottesca operazione di ricerca nel paese di Gradoli di un sequestrato che non c’era.

 

E dopo venti anni, si ‘scopre’ che l’appartamento dove abitava Mario Moretti in via Gradoli era di proprietà del Sisde, il servizio segreto civile, ubicato in una palazzina dove perfino il portiere era uno spione (ibidem).

Perfino Oscar Luigi Scalfaro, ministro degli Interni ai tempi in cui il Sisde manipolava Antonio Chichiarelli e munificamente gli concedeva di rapinare 35 miliardi alla Brink’s Securmark non destinati a sovvenzionare conventi ed opere pie, ipotizza oggi l’esistenza di mandanti rimasti occulti nel sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Il P.M. Antonio Marini, che mai si è accorto della centralità del caso Chichiarelli per giungere alla verità su quanto accaduto nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, il collega di Luciano Infelisi e di Claudio Vitalone, di Giovanni de Matteo e di Pietro Pascalino rivendica la sua parte di gloria dichiarando di aver finalmente identificato due temibilissimi brigatisti rossi, che con l’azione di via Fani poco o niente hanno avuto a che fare, noti come il Peppe e la Peppa. Non capire perché il Nucleo di P.G. dei carabinieri protesse Antonio Chichiarelli è fondamentale per Antonio Marini ma scoprire chi sono ‘Peppe’ e ‘Peppa’!

E’ evidente che tutto questo affannoso rivelare cose ‘nuove’, più spesso riciclate dai professionisti del mistero (vedi Flamigni), non modifica la realtà di un mistero che non c’è. Perché il vero mistero del caso Moro è rappresentato dal fatto che di non chiarito a sufficienza c’è ancora qualche dettaglio sulle modalità del sequestro e dell’assassinio, mentre nulla si esplicita delle ragioni reali che lo hanno determinato.

Aldo Moro era in anticipo sui tempi e, forte dell’esperienza fatta con i socialisti che per quattro baiocchi si erano venduti all’odiato (fino al giorno prima) capitalismo, riteneva a ragione che i comunisti nostrani non fossero di pasta diversa e migliore e che, alla fine, avrebbero fatto la stessa identica cosa dei loro ‘fratelli’ del Psi.

Una politica cinica ma realistica, basti vedere un Veltroni passato come una saetta da Lenin a Kennedy e Napolitano far bastonare di santa ragione dalla sua polizia, quando era ministro degli Interni, operai e manifestanti, ma che era ritenuta prematura sia dagli Stati uniti e dalla Nato che dall’Unione sovietica. I primi continuavano -a ragione- a non credere all’autonomia del Pci da Mosca e diffidavano della politica ‘aperturista’ di quest’ultima. Da parte sua, la dirigenza sovietica viveva ancora nel convincimento, giustissimo anch’esso, che l’ingresso nell’area governativa italiana del Pci avrebbe provocato la reazione di quelle strutture politico- militari che in poco tempo avrebbero creato le condizioni per fare dell’Italia una democrazia autoritaria riducendo il Pci ad un partito di poco conto e nessun peso, ai limiti della legalità.

 

Un rischio, la politica di Aldo Moro, troppo elevato per tutti i protagonisti internazionali, gli unici artefici della politica interna italiana. Così, il presidente della Democrazia cristiana si ritrovò schiacciato non dalla forza delle due superpotenze e dei loro alleati ma dalle loro paure reciproche dalle quali le liberarono le Brigate rosse sequestrandolo.

Lo Stato ufficiale agì per omissioni, secondo una collaudata tecnica applicata mille volte con successo, ma delegò la sua polizia ausiliaria, la malavita organizzata, ad agire sotto la direzione ed il controllo dei suoi poteri, compreso quello giudiziario.

L’azione si svolge in due tempi. Nel primo si organizza una ricerca clandestina (perché non si poteva ufficialmente trovare il covo prigione di Aldo Moro senza tentarne poi una facilissima liberazione), quindi raggiunto l’obiettivo, individuato il covo, si passa alla seconda fase.

Nota, a ragione, Francesco Biscione che il disimpegno della mafia, ufficialmente giustificato in ragione del suo anticomunismo, “potrebbe verosimilmente nasconderne un’altra /giustificazione/, cioè che Moro era stato trovato, e che quanto meno gente da quel momento in poi si fosse occupata della faccenda, tanto meglio essa avrebbe potuto venire gestita” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 221). Si fermano, per le stesse motivazioni, la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la banda di Francis Turatello, affidandosi agli elementi più sicuri della n’drangheta e della banda della Magliana per portare a termine la decisa eliminazione dell’ostaggio.

I tempi corrispondono.

Il 2 aprile 1978, lo sappiamo dalla finta seduta spiritica di Romano Prodi, il ministero degli Interni ha la certezza che Mario Moretti abita in via Gradoli, in un appartamento del Sisde. “Un’accurata lettura – ricorda Francesco Biscione- di documenti giudiziari quali intercettazioni telefoniche e altri riscontri ha consentito al giudice Giovanni Salvi di stabilire che attorno al 10 aprile cessò del tutto l’attivazione di Cosa nostra” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 202); cinque giorni più tardi, Mario Moretti alza bandiera bianca con il comunicato del 15 aprile che preannuncia la condanna a morte di Aldo Moro e, contemporaneamente, informa che non ci sono segreti che il proletariato già non conosca, un modo per dire che di quanto aveva detto Moro nulla sarebbe stato rivelato; il 18 aprile, tre giorni più tardi, un uomo della banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, controllato dalla magistratura tramite il Sisde e il Nucleo di P.G. dei carabinieri, ribadisce la condanna a morte di Aldo Moro e minaccia Moretti ed i suoi compagni di fargli fare la stessa fine.

 

I brigatisti rossi, ad onor del vero, stentano a credere che il potere politico voglia a tutti i costi la morte di un uomo così rappresentativo come Aldo Moro, cercando di evitarla, offrono la sua vita per un piatto di lenticchie (uno contro uno, attenuazione dei rigori del regime carcerario), ma devono capitolare e consegnare il loro prigioniero ai suoi esecutori materiali limitandosi ad assistere impotenti alla sua morte fisica ed alla loro disfatta storica e politica. Avevano progettato il sequestro di Aldo Moro con il ferreo convincimento che il mondo politico italiano avrebbe implorato pietà per la sua vita; si erano ritrovati nella condizione opposta: loro a cercare di salvare l’ostaggio e il potere politico a pretendere, senza condizioni, la sua morte.

Questo il mistero dell’affaire Moro. Questo il segreto ignobile che cercano di occultare, ammantandolo sotto una miriade di piccoli misteri nessuno dei quali, quand’anche scoperto, veramente risolutivo. E sono venti anni che lo negano.

Poteva scrivere, già nell’ottobre del 1978, Mino Pecorelli che il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, sapeva tutto: “perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus -ironizzava Pecorelli- : quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?…” (ivi, pp. 217-218).

Manco a dirlo, “non paiono esservi dubbi sul fatto -si affretta a scrivere Francesco Biscione- che la ‘loggia di Cristo in Paradiso’ alla quale il ministro si sarebbe rivolto per avere lumi sul da farsi fosse la P2” (ibidem, p. 218).

E, invece, Mino Pecorelli si riferiva a quella che egli stesso definiva la ‘loggia vaticana’, una loggia massonica di cui possedeva un elenco di nomi di cardinali ed alti dignitari ecclesiastici, completo di numero di matricola e data di iniziazione (nel numero di O. P. del 12 settembre 1978, Pecorelli pubblicò un elenco di affiliati alla ‘loggia vaticana’ fra i quali, per limitarci ad un esempio, compariva il nome del cardinale Sebastiano Baggio, indicato come “Seba, numero di matricola 85/2640 e data di iniziazione il 14 agosto 1957”). Loggia o non loggia, il riferimento alle gerarchie ecclesiastiche è trasparente, inequivocabile, perché anche dal sacro Soglio qualcuno impose ad un Papa forse troppo debole l’avallo alla condanna di Aldo Moro.

Ai brigatisti rossi, protagonisti del sequestro di Aldo Moro, lasciamo come ricordo e motivo di riflessione le parole pronunciate da un ‘piangente’, come lo definisce con ironia malcelata Francesco Biscione, Renato Curcio sulle “complicità tra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo…”(ivi, p. 148).

Ai nostri lettori poniamo l’ultimo quesito. Perchè tutti i ‘poteri’ si posero contro il più rappresentativo dei politici democristiani?

Forse, la risposta va cercata in una frase che lo stesso Aldo Moro scrisse, imprudentemente, a Tullio Ancora, il più fidato amico, il tramite segreto con i vertici del Pci: “…Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte…”. Da quanti anni durava quella ‘lunga marcia’? Molti uomini, forse più potenti di Aldo (e basti ricordare Enrico Mattei), in un mondo che con macabro umorismo si definiva ‘libero’ sono morti per molto meno.
Perché avrebbero dovuto far vivere Aldo Moro.

APPENDICE

Non fu la tragedia di un uomo solo. Vi fu un’appendice di morti tra i quali, tranne qualche innocente, non uno non era stato coinvolto nella vicenda del sequestro di Aldo Moro. In alcuni la connessione è diretta, in altri appare sfumata, in altri ancora le motivazioni della loro eliminazione sembrano affondare le loro radici in lotte intestine che nulla hanno a che vedere con il sequestro e l’omicidio di Aldo. Ma in un mondo in cui la ‘disinformazione’ e la ‘intossicazione’, l’inganno sono le regole del gioco è giusto ricordarli tutti. Tanto la cifra, per quanto elevata sia, sarà sempre per difetto.

Il 16 marzo 1978, a Roma, vengono uccisi in agguato:

Iozzino Salvatore, agente di P.S.

Leonardi Oreste, maresciallo dei carabinieri.

Ricci Domenico, appuntato dei carabinieri.

Rivera Giulio, agente di P.S.

Zizzi Francesco, brigadiere di P.S.

Il 9 maggio 1978, viene eliminato Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana.

Il 12 maggio 1978, a Venezia, viene falciato da una raffica di mitra dei carabinieri Silvano Maestrello, detto ‘Kociss’, pregiudicato, utilizzato come confidente nel periodo di detenzione trascorso, per sua scelta o simpatia ideologica, in mezzo ai brigatisti rossi.

Il 20 marzo 1979 viene eliminato in agguato, a Roma, il giornalista Mino Pecorelli.

Nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979, viene ucciso in agguato a Milano, Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare delle banche di Michele Sindona.

Il 13 luglio 1979, di primo mattino, viene intercettato sul Lungotevere a Roma, il colonnello Antonio Varisco dei carabinieri, ed ucciso con modalità singolari rispetto a quelle abitualmente impiegate dalle B.R. che rivendicano il gesto.

Nel settembre 1980, tocca a Franco Giuseppucci, a Roma, cadere sotto i colpi di una banda rivale che elimina, così, insieme al capo della banda della Magliana uno dei testimoni più importanti dei rapporti tra delinquenza organizzata-magistratura romana-apparati dello Stato-potere politico.

Nel febbraio 1981, a Roma, cade sotto i colpi degli stessi elementi della Magliana, Nicolino Selis, che aveva individuato il covo-prigione di Aldo Moro.

Nell’ambiente mafioso di Palermo, il 25 aprile 1981, viene ucciso Stefano Bontate che si era contrapposto a Totò Riina e Michele Greco dichiarandosi favorevole all’intervento di Cosa nostra a favore di Aldo Moro.

Il 12 maggio 1981, a Palermo, viene ucciso Salvatore Inzerillo, mafioso che aveva affiancato Stefano Bontate nell’affermare la convenienza di intervenire a favore di Aldo Moro.

Il 16 ottobre 1981, tocca a Domenico Balducci, agente di collegamento della banda della Magliana con il Sismi e Pippo Calò, cadere ucciso in un agguato.

Il 27 aprile 1982, viene ucciso da una guardia giurata, mentre attentava alla vita di Rosone, vicepresidente del Banco ambrosiano, a Milano, Danilo Abbruciati che aveva sostituito Franco Giuseppucci come leader della banda della Magliana.

Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato all’interno del portabagagli di una macchina, Antonio Varone, fratello di Francesco Varone che, dietro la sua autorizzazione, aveva collaborato con gli apparati dello Stato alla ricerca del covo prigione di Aldo Moro.

Il 3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, ora prefetto della città, Carlo Alberto Dalla Chiesa; con lui vengono uccisi la moglie, Emanuela Setti Carraro e l’autista, l’agente di P.S. Domenico Russo.

Nell’estate del 1982, nel carcere di Nuoro, viene trucidato da Pasquale Barra, uomo di Raffaele Cutolo, Vincenzo Andraus e da altri cosiddetti killer delle carceri, Francis Turatello, che aveva utilizzato quanto fatto per l’individuazione del covo-prigione di Aldo Moro per fini ricattatori nei confronti di personaggi politici ed istituzionali perché lo aiutassero processualmente.

Il 29 gennaio 1983, mediante un’autobomba piazzata a Roma nelle vicinanze della sede del Sismi, Forte Braschi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo Casillo che, a nome dei politici nazionali con i quali manteneva i contatti, aveva imposto a Cutolo di fermare la ricerca del covo-prigione di Aldo Moro. Rimane invalido, a causa dell’effetto dell’esplosione anche Mario Cuomo, suo compare, che verrà ucciso successivamente a Napoli.

Il 2 febbraio 1984, a Napoli, viene uccisa con il metodo della ‘lupara bianca’ Giovanna Matarazzo, compagna di Enzo Casillo.

Il 5 febbraio 1984, decede in ospedale, mentre si trovava agli arresti, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi nel periodo della vicenda Moro.

Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Chichiarelli, autore materiale del falso comunicato del lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli omicidi Pecorelli e Varisco.

Nel dicembre 1984, muore per fibrillazione cardiaca, nel carcere di Volterra, Luigi Bosso, camorrista politicizzato a sinistra che si era vantato con il secondino Angelo Incandela di conoscere moltissime cose sul conto dei sequestri Moro e Cirillo.

Il 20 marzo 1986 viene avvelenato nel carcere di Voghera, con un caffè al cianuro, Michele Sindona. Il banchiere siciliano morirà due giorni dopo senza avere ripreso conoscenza.

Dopo le rivelazioni di Saverio Morabito, pentito di n’drangheta, viene ucciso a san Luca di Aspromonte, Giuseppe Nirta, zio di Antonio Nirta detto ‘due nasi’, considerato come l’agente di collegamento fra la ‘cosca’ e i politici.

Da ricordare, infine, la tentata eliminazione fisica, al momento dell’arresto, a Roma il 24 settembre 1979, di Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro, da parte della polizia che gli spara in testa; e quella di Massimo Carminati, il 20 aprile 1981, mentre si apprestava a varcare clandestinamente il confine, in un agguato preordinato che gli costerà la perdita di un occhio. In seguito sarà processato (e assolto, vedi supra NDE la sentenza che condanna invece Tano Badalamenti) quale uno dei killer di Mino Pecorelli.

[1] http://www.fondazionecipriani.it/

 

I vivi e i morti (L’affare Moro) di Vincenzo Vinciguerra was last modified: dicembre 11th, 2014 by glianni70.it

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