I giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parte

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parteI giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parte

di Luca Barbieri

Qui le precedenti puntate.

c) 2002 – Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

4. Giugno — Luglio: guerra tra giudici

Tra fine giugno e luglio, di fronte a uno stallo delle novità dal lato inquirente (l’unica novità è rappresentata dall’arresto a inizio di giugno di Paolo Virno e Lucio Castellano, redattori di Metropoli) esplode il conflitto tra il giudice istruttore Giovanni Palombarini e il Pubblico Ministero Pietro Calogero. Il conflitto inizia sulla stampa già a fine giugno. Calogero ha presentato 14 nuovi mandati di cattura (“Padova: altri mandati di cattura?”, Unità 28 giugno) ma Palombarini non si decide a dare il via libera agli arresti. Calogero per tutta risposta parla e attacca, il termine non è esagerato, il giudice istruttore sull’Unità del 30 giugno (“Perché ristagna l’inchiesta a Padova sull’Autonomia” il titolo, e in occhiello “Amara e preoccupata dichiarazione del PM Calogero”).

Nella chiacchierata con Sartori Calogero lamenta che da nove giorni sono stati domandati a Palombarini nuovi mandati di cattura e che il loro mancato accoglimento rende difficili nuovi arresti. Anche perché il giudice istruttore contesta singoli comportamenti o fatti senza però «inquadrarli preventivamente nel reato di associazione sovversiva e in quello più specifico e grave di banda armata». Calogero spiega a Sartori che Palombarini si sta comportando come si comportò nel ’77 nelle sue prime inchieste su Autonomia quando «il giudice istruttore non contestava quasi nulla relativamente al reato associativo e doveva intervenire per farlo il pubblico ministero».
La cosa è molto grave. Calogero spiega con un esempio: «Sarebbe come se in un caso di omicidio ad un imputato venisse contestato il possesso dell’arma senza fare riferimento al fatto specifico che con quell’arma è stata uccisa una persona». Un attacco molto pesante, pieno di esempi, dal quale si capisce che Calogero considera Palombarini come un ostacolo “interno” al suo lavoro. Ma nel caso 7 aprile, a differenza di altre situazioni simili, manca un arbitro, qualcuno che chieda ai giudici di fermarsi (o almeno non attaccarsi in pubblico). La Procura di Padova si spacca in due: o con Calogero, o con Palombarini. Anche Repubblica riporta diffusamente la notizia del conflitto in atto: “Magistrati in guerra a Padova — Che accade all’inchiesta Negri?”. E’ una specie di cataclisma. Il giudice istruttore Nunziante si dimette in polemica con Palombarini, Fais dà ragione a Calogero («Il giudice istruttore Palombarini ha taciuto del tutto l’esistenza delle prove, non le ha contestate agli imputati») e invita i giornalisti a rimanere in città perché nei prossimi giorni «chissà che succede». Salvatore Senese, segretario generale di Magistratura Democratica interviene per polemizzare con le dichiarazioni di Calogero che «suscitano forti perplessità e inquietudini in chiunque fonda la propria avversione al terrorismo sulla adesione ai valori essenziali della democrazia politica e alle forme istituzionali della legalità repubblicana».

Il 3 luglio Palombarini ordina la scarcerazione di Carmela di Rocco, accogliendo l’istanza presentata dalla difesa. Il bilancio del confronto a distanza Palombarini-Calogero è riassunto bene dal Corriere (5 luglio): «I provvedimenti chiesti da Calogero erano 32: 17 mandati di cattura, 10 mandati di comparizione, 5 comunicazioni giudiziarie. Palombarini ha risposto con 15 comunicazioni giudiziarie per “costituzione di banda armata”, 4 per “partecipazione a banda armata” e, sembra, due mandati di comparizione». Invece che puntare sulla scarcerazione, per il titolo l’Unità punta su quelle negate. “Libertà negata a 7 autonomi ma nessun nuovo mandato di cattura” è il titolo del quotidiano mentre della scarcerazione si parla solamente nel sommario. Ovviamente il provvedimento per l’Unità «ha dato atto della bontà dell’accusa». Il giorno dopo, il 5 luglio, lo stesso giornale riporta un altro intervento rassicuratore di Aldo Fais: “Nessuna caccia alle streghe, dice Fais, ma solo la raccolta di prove sicure”.
Nello stesso giorno esce una delle interviste più famose di Calogero, quella rilasciata al Corriere della Sera in cui Calogero parla del rischio di una guerra civile. Il titolo di apertura della prima pagina è a quattro colonne: “C’era il rischio di una guerra civile spiega l’accusatore degli autonomi”. Si tratta di una sintesi perfetta del Calogero-pensiero: dalla idea che prima del 7 aprile l’Italia fosse sull’orlo della guerra civile all’ipotesi che Curcio non sia affatto un capo delle BR ma un semplice esecutore di idee altrui. All’interno dell’intervista un box (“E ora chi farà la prima mossa nell’inchiesta sull’Autonomia?”) che fa il punto della situazione sullo scontro in procura. Come preannunciato dal Corriere, nei giorni seguenti Calogero impugna immediatamente la decisione di Palombarini riguardo a Carmela Di Rocco davanti alla Corte di Appello di Venezia. Alla base della divergenza due filosofie completamente opposte. «Avendo gli stessi elementi due magistrati arrivano a conclusioni diammetralmente opposte» nota il Manifesto del 7 luglio che sostiene che «lette le argomentazioni di Calogero diciamo che questa parte dell’inchiesta è stata fatta usando tecniche intimidatorie. Prima che Palombarini depositasse le sue ordinanze Calogero ha fatto la nota sortita pubblica nella quale ha accusato Palombarini di boicottare la sua inchiesta. A questo punto il giudice istruttore, attaccato da un gruppo di magistrati (Calogero, Nunziante e il procuratore capo Fais) e da gran parte della stampa ha scelto la via della mediazione e della cautela scarcerando solo Carmela di Rocco perché le prove contro di lei erano addirittura risibili».

Ma dopo la Di Rocco tocca, questa volta a Roma, a Giuseppe Nicotri. Dopo tre mesi il giornalista accusato di essere uno dei telefonisti del caso Moro viene scarcerato. Il fenomeno che si può osservare nella titolazione dei quotidiani è analogo a quello registrato per la Di Rocco sull’Unità. Il 9 luglio Repubblica titola: “Nicotri libero ma Negri e gli altri restano in carcere”. Da notare tra l’altro che Repubblica ha sempre omesso di indicare Nicotri come proprio collaboratore (sul giornale di Scalfari si firmava con lo pseudonimo di Pietro Miccolis). L’Unità titola: “Solo Nicotri libero per insufficienza di prove”. C’è insomma in entrambi i quotidiani un’evidente inversione di salienza. La preminenza non viene data al dato nuovo (la scarcerazione di un imputato che contrasta con il quadro finora presentato) bensì agli elementi stabili che invece confermano la situazione esistente. Solo il Manifesto, “3 mesi dentro, niente indizi. Neanche una scusa”, sottolinea il valore destabilizzante per l’inchiesta della novità. Inoltre il Manifesto ha il merito anche di chiedersi che senso abbia ora la prova fonica che si sta effettuando in Michigan visto che nei fatti è già stata esclusa la possibilità che la voce sia di Nicotri perché tutti i suoi alibi (dopo tre mesi) sono stati verificati. Sul Manifesto dell’8 luglio da registrare la nuova puntata dello scontro Maiolo-Paolucci. In un corsivo parla esplicitamente di “imbarbarimento” per parlare dei rapporti tra i due giornalisti. E dire che una volta erano pure amici.

Questi due mesi di narrazione dell’inchiesta, giugno e luglio, pur passati velocemente in rassegna, presentano tratti comuni che hanno portato alla decisione di accomunarli in un unico paragrafo. Il tratto comune è sostanzialmente rappresentato da alcune novità. Le due scarcerazioni, quella di Carmela di Rocco e di Giuseppe Nicotri, il duro conflitto tra magistrati a Padova avrebbe potuto fornire ai quotidiani lo spazio per uno spunto di riflessione. Il polarizzarsi delle posizioni nella magistratura avrebbe forse aperto ai quotidiani un varco per differenziare la propria posizione. Non si registra niente di tutto questo. Anzi, le interviste rilasciate da Calogero sbilanciano se possibile ancor di più la situazione.

5. Il lungo ’79 e il blitz di Natale

Per il resto dell’anno la narrazione scorre a ritmi alterni. Fino a dicembre, al nuovo blitz del 21 dicembre, non ci saranno grosse novità dal punto di vista giudiziario (la prospettiva che ho scelto di privilegiare in questa sede). Alcuni spunti di cronaca comunque riportano a tratti l’attenzione di quotidiani verso Padova e Roma.
La cronaca estiva di agosto si incentra (anche se il tema era già cominciato a circolare a giugno) sulla figura di Franco Piperno. Non mi dilungo troppo su questo “filone” perché travalica il caso 7 aprile. Come detto in fase introduttiva l’inchiesta in esame sembra aver contatti, almeno a detta della stampa, con tutti i grandi misteri italiani. Durante il sequestro Moro Franco Piperno, uno dei leader dell’autonomia, era stato contattato da esponenti del PSI (Signorile e forse Craxi) per avere una sorta di “consulenza”: ovvero sondare la possibilità di un dialogo con le BR per arrivare a una liberazione di Aldo Moro. Non si è mai chiarito però se Piperno fosse realmente in contatto con i brigatisti (sulla stampa si ipotizza che il tramite potesse essere Morucci) oppure fornisse solamente un aiuto per così dire “teorico”. Piperno inoltre, anch’egli oggetto di un mandato di arresto da parte di Calogero, è tuttora latitante e il suo nome è stato collegato all’attività della rivista Metropoli che a inizio giugno è finita sotto l’occhio della magistratura perché gli inquirenti la considerano “portavoce” delle BR. A Metropoli ovviamente avrebbe collaborato anche Negri. Dopo due mesi di illazioni (Repubblica in giugno arriva ad ipotizzare che Piperno sia “protetto” dal PSI e soprattutto da Giacomo Mancini che tra l’altro fin dall’inizio è uno dei pochi esponenti politici ad essere dubbioso sull’inchiesta), a inizio agosto la stampa sembra ritrovare le sue tracce a Vescovio nel reatino, in un covo dove la stampa ipotizza che vi siano passati, oltre a Piperno, alcuni redattori di Metropoli, la Renault in cui fu ritrovato Moro e addirittura l’arma per uccidere Alessandrini.

Ma il fantasma di Piperno si materializza davvero il 18 agosto. E i quotidiani italiani, sulla scorta delle dichiarazioni della Polizia di Stato, prendono una delle più grandi cantonate dell’intera vicenda. In Versilia una pattuglia della polizia è costretta a una sparatoria. L’Unità titola: “Sparatoria e fuga. Era Piperno”. La Repubblica: “Franco Piperno sfugge sparando alla cattura?”. Come attenuante bisogna sottolineare che la responsabilità dell’identificazione si può attribuire al Prefetto di Lucca che dichiara incautamente «al novanta per cento si trattava di Piperno».
I commenti sull’ideologo che si trasforma in volgare assassino mettendo mano alla pistola si sprecano. Il fatto che abbia sparato è ovviamente un’ulteriore prova della sua colpevolezza. Peccato che il giorno dopo i quotidiani italiani debbano dar conto dell’avvenuto arresto a Parigi di Piperno su segnalazione di due turisti italiani. Per il giorno della supposta sparatoria Piperno ha un alibi di ferro. Repubblica due giorni dopo rettifica mentre l’Unità continuerà a sostenere la tesi che Piperno, nonostante le testimonianze, sia arrivato a Parigi in tempo di record dopo la sparatoria. Sia come sia, comincia da qui la lunga trafila per arrivare a fine novembre all’estradizione di Piperno e di Lanfranco Pace (anch’egli fermato a Parigi qualche giorno dopo).

A settembre, dopo Di Rocco e Nicotri, è l’ora di Bianchini e Serafini riacquistare la libertà per insufficienza di prove. Con queste due scarcerazioni tutto il gruppo Negri, a parte Ferrari Bravo, è praticamente in libertà. Invece di sfruttare questi elementi per ridiscutere l’inchiesta Unità e Repubblica notano il contrasto tra questa decisione e quella precedente di luglio di Palombarini. L’Espresso intanto, a firma di Giuseppe Nicotri, rivela i nomi dei testimoni padovani che hanno aiutato Calogero nell’inchiesta. Si tratta di Antonio Romito, Paolo e Silvia Pavanello, Silvio Cecchinato, e gli assistenti universitari di Scienze politiche Marco Dogo e Severino Galante. Il dibattito, grazie agli ultimi sviluppi sembra una volte per tutte decollare. Su Repubblica del 15 settembre viene pubblicato un “Appello ai giudici del caso Negri”. Si tratta di una lettera aperta firmata, tra gli altri, da Alberto Abruzzese, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Giorgio Bocca, Massimo Cacciari, Umberto Eco, Paolo Mauri, Stefano Rodotà, Mario Tronti e Gianni Vattimo.

Sono ormai passati più di cinque mesi da quando la Magistratura italiana, sulla base di prove che si affermavano serie e certe, ha formulato gravi imputazioni nei confronti di Antonio Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone e di altri con essi sospettati. Sarebbe ozioso esprimere qualunque opinione sulla colpevolezza o innocenza degli imputati, né è nostra intenzione entrare nel dibattito, forse mal formulato da alcuni intellettuali stranieri, sulla repressione in Italia. Non è possibile tuttavia rilevare che, da allora, non soltanto non sono state portate a conoscenza della pubblica opinione altre prove che voci incontrollabili raccolte, a volte con singolare leggerezza, dalla stampa […] Di fronte a questi fatti, i cittadini hanno diritto di sapere se la Magistratura ha veramente le prove che afferma di avere o se, ancora una volta, le autorità e la stampa dicono ai cittadini non ciò che ritengono giusto o veritiero, ma ciò che giova a un qualche disegno politico, agendo con una spregiudicatezza che contrasta con le regole dello Stato di diritto (spregiudicatezza di cui sembra un altro segno allarmante la dispersione nelle carceri di detenuti in attesa di giudizio).

Si tratta di uno dei pochi tentativi, oltre ad alcuni interventi di Neppi Modona su Rinascita, di aprire un dibattito e una riflessione pubblica sul caso 7 aprile. Il tentativo viene stroncato tre giorni dopo, il 18 settembre, sulla prima pagina dell’Unità che con un lunghissimo editoriale bolla l’appello come “Un documento ambiguo”. Pochi giorni dopo, a Padova, viene gambizzato a opera di alcuni autonomi il professor Angelo Ventura che da tempo sostiene, dal punto di vista storico, la tesi “unificante” alla base del teorema Calogero.

Ottobre e novembre passano nell’attesa dell’estradizione di Piperno e Pace (l’una il 17 ottobre l’altra il 7 novembre). La vicenda è molto complicata. Alla fine i due, dopo il tentennare della Chambre d’accusation parigina, verranno estradati ma solamente per alcuni reati, quelli che riguardano il sequestro Moro e che sono stati aggiunti “in itinere” dalla magistratura italiana, secondo alcuni proprio per riuscire ad ottenere l’estradizione.

A dicembre bisogna registrare invece un vero e proprio rilancio dell’inchiesta e quindi anche dell’attenzione dei media su di essa. L’Unità forse fiuta l’aria di rilancio. Già il 2 dicembre, pagina sette del giornale è dedicata alla consacrazione del lavoro del suo corrispondente da Padova Michele Sartori. “Vivere e lavorare nella città del terrorismo diffuso”, una “quasi intervista” a Michele Sartori. Nove colonne in cui Massimo Cavallini chiacchiera con Sartori, un giornalista che all’età di soli 27 anni riceve, quasi quotidianamente, minacce per quello che scrive. Su questo c’è sicuramente da crederci. Ma il servizio “autoincensatorio” dell’Unità è veramente anomalo dal punto di vista giornalistico. La pagina è arricchita da un articolo, “La violenza a Padova dopo il 7 aprile”, firmato dallo stesso Sartori, che descrive gli effetti del blitz di Calogero che avrebbe drasticamente abbattuto il numero di attentati e violenze in città. Ma due giorni dopo è ancora tempo di notti dei fuochi: “Scatenate a Padova squadracce di autonomi. Solidarietà di docenti con i testi minacciati”, titola l’Unità del 4 dicembre. Il 6 dicembre, “Una città indifesa in mano agli autonomi”, l’Unità polemizza con tutti: con lo Stato che ha lasciato sguarnita la città, con gli autonomi ovviamente, e infine con il sindaco Luigi Merlin che voleva autorizzare la manifestazione cui viene dedicato un box a parte (“Tra finti ciechi e facce toste a chi il primato a Padova?”). Il sommario dell’articolo di Sartori promette rivelazioni: “Dopo dieci anni di trame eversive le forze dell’ordine non state ancora messe in condizione di prevenire l’eversione armata — I messaggi”. I messaggi che chiudono questo sommario altro non sono che la prova che bastava leggere le riviste e i volantini dell’Autonomia per sapere della violenta manifestazione del 3 dicembre. Ma questa volta il “mandante” è più in alto. E il messaggio, secondo l’Unità, è corso sulle pagine dei quotidiani. Mittente della missiva il professor Antonio Negri. Scrive l’Unità:

I primi segnali, relativamente indiretti, erano venuti da due interventi di Antonio Negri. Nel primo pubblicato il 31 ottobre scorso da Lotta Continua “il teorico” dei brividi da passamontagna auspica che la battaglia di difesa degli arrestati il 7 aprile “non si arresti sul terreno del garantismo ma sappia colpire i meccanismi della provocazione”. Nel secondo, pubblicato il giorno dopo dal Corriere della Sera, specifica che la “violenza non è un diritto, è un dovere”. Messaggi che sono stati subito raccolti.

Insomma: Negri, dal carcere, straparla a fine ottobre; a Padova a inizio dicembre c’è una violenta manifestazione. Il legame, per l’Unità, è incontestabile.
La tensione tra il giornale comunista e l’ambiente universitario cresce. Mentre i sindacati organizzano per metà dicembre una grande manifestazione contro il terrorismo a Padova, il 9 dicembre l’organo del PCI riporta le gravi minacce subite da alcuni giornalisti tra i quali Michele Sartori. Il comitato di agitazione della facoltà di Scienze politiche ha emesso un documento che «attacca violentemente l’Unità e Repubblica e il Giornale Radio 1 per aver descritto quanto era successo giovedì scorso al consiglio di facoltà di Scienze politiche riunitosi per esprimere solidarietà al prof. Galante minacciato di morte da una formazione armata autonoma ma interrotto da una trentina di teppisti che aveva letto un comunicato di dura minaccia allo stesso docente. Dunque i giornalisti di queste testate vengono ora definiti “cani democratici”, i loro articoli “dei mandati di cattura in bianco”. Quattro di essi, Cerruti, Rivolta e Pansa della Repubblica e Sartori de l’Unità vengono inoltre accusati di essere i “tecnici della controguerriglia psicologica”, teorizzazione questa, finora usata esclusivamente dalle Brigate Rosse..».

Palombarini il 17 dicembre ordina la scarcerazione per mancanza di sufficienti indizi anche di Alisa Del Re e Massimo Tramonte. La decisione è preannunciata da Repubblica che il 15 dicembre titola: “Palombarini vuole scarcerare un gruppo di autonomi?”.

Intanto Carlo Fioroni ha veramente cominciato a collaborare con gli inquirenti. Dalle sue dichiarazioni nascerà il nuovo blitz di arresti del 21 dicembre 1979 che coinvolgerà soprattutto le università milanesi. La situazione è però veramente molto intricata. I quotidiani inizialmente danno la sensazione di non raccapezzarcisi. E nemmeno il lettore deve trovarsi proprio a suo agio perché fa difficoltà a trovare sintesi che collochino il nuovo blitz nella sua giusta cornice. Il quadro infatti si preciserà poco a poco nel corso degli ultimi giorni di dicembre. Il 22 dicembre, day after del nuovo blitz, il Corriere della Sera dedica un’intera pagina al caso. Ma la grafica non aiuta a costruire un percorso coerente e a collegare direttamente le vicende. Il quotidiano di Via Solferino punta soprattutto a costruire schede e piccole biografie dei personaggi milanesi implicati nella vicenda. Sotto l’occhiello “Chi sono i personaggi coinvolti nel blitz antiterrorismo di ieri notte a Milano” viene riunita tutta la sezione 7 aprile. Due i pezzi nell’alto della pagina: quello di cronaca, “La calma prenatalizia degli atenei scossa dagli arresti di docenti insospettabili”, che descrive tutto lo stupore che si registra alla Cattolica e all’ateneo di Pavia per gli arresti di Mauro Borromeo e Alberto Magnaghi, e un ritratto di alcuni degli arrestati “Organizzava concerti Pop il discografico slavo accusato di banda armata”. A metà pagina altri due pezzi: “Ha un nome il Saetta del caso Feltrinelli” che ipotizza che costui sia Franco Piperno e un ritratto di altri due imputati “Oreste Strano e Marco Bellavita: l’operaio e l’intellettuale ultrà”. Nel taglio basso “Nei giornali Controinformazione e Rosso il tam tam ideologico dell’Autonomia” e, in un brevissimo colonnino, “Istanza di scarcerazione per Toni Negri”. Da notare che dei sei pezzi nemmeno uno riporta, né nel titolo, né in occhiello, né nel sommario l’espressione “7 aprile”. Il pezzo più interessante del Corriere è sicuramente quello di Maurizio Andriolo che ricostruendo la storia di Controinformazione e Rosso, ci informa dell’indirizzo esatto, con tanto di numero civico, di uno dei quattro fondatori di Rosso, e fa sapere al lettore che la sede del giornale «è ancora in due localacci con alcune sedie e tavoli in via Disciplini» e che «in casa di Alberto Magnaghi, ultimo segretario di Potere operaio, è stata trovata una copia di “Magazzino” (3.500 lire) sulla quale scrivevano Luciano Ferrari Bravo e Toni Negri e Francesco Tommei, 42 anni, anch’egli ex Potere operaio, collaboratore di “Rosso” e “Primo Maggio”, arrestato ieri sera». Non si capisce se l’elemento sia un indizio, un’annotazione di costume, una prova di colpevolezza.
L’Unità il 22 titola: “Clamorosa retata di capi Autonomi. Nuove prove avrebbero confermato l’esistenza di una banda armata diretta da Negri e Piperno”. Il commento dell’Unità è intitolato: “Dunque non erano solo invenzioni”. Praticamente l’intera prima pagina, racchiusa sotto l’occhiello “Partiti dagli assassinii di Saronio e Campanile i magistrati hanno ritrovato la pista del giudice Calogero”, è dedicata all’avvenimento. In totale sono cinque i pezzi che descrivono la situazione. “La maggior parte proviene da Pot.Op” presenta una breve scheda di ciascun arrestato. “Saronio e Campanile uccisi per farli tacere” espone le due gravissime nuove accuse a carico di Negri. L’organo del PCI vive il “rilancio” dell’inchiesta con evidente soddisfazione. «Davvero clamorose queste rivelazioni. Per la prima volta, dal 7 aprile, dopo 9 mesi di carcerazione preventiva il nome di Toni Negri viene saldato a fatti delittuosi molto concreti e non alla elaborazione di libelli teorici», commenta Ibio Paolucci. Su Repubblica invece, Eugenio Scalfari nel suo editoriale “Ma allora Calogero non è più solo” scrive: «Ma non si tratta più di accuse che, al loro nascere, erano sembrate alquanto generiche, e poggiate più su delitti d’opinione che su concreti comportamenti eversivi». Sono mesi che l’Unità e Repubblica dicono che le prove ci sono, sono concrete e che quelli che le reclamano sbagliano. Le dichiarazioni del 22 dicembre, lette a così grande distanza temporale, appaiono goffe e involontarie smentite su tutto ciò che è stato scritto in questi mesi. Repubblica il 22 dicembre titola a tutta pagina “Inchiesta Negri, atto secondo” (e il pezzo, sembra fatto apposta, inizia con la frase: «non è un nuovo 7 aprile, non è il secondo round dell’inchiesta padovana») e dedica al blitz le intere pagine due e tre del giornale. Oltre alla cronaca degli arresti (due pezzi, uno da Milano e uno per le altre città) Cerruti, da Padova, registra la soddisfazione che si respira a palazzo di giustizia: “Calogero ha partita vinta”. «A palazzo di giustizia in mattinata di è sentito ripetere che “l’ipotesi di Calogero è ormai diventata tesi”».
Il Manifesto (anche qui i riferimenti al 7 aprile appaiono solo nel testo degli articoli) titola “Nuova ondata di arresti nel nord. Dalla Chiesa in guerra con l’ex Potere Operaio” e pubblica un corsivo di Rossana Rossanda “Chi li ha messi fuori legge”:

Chi ha messo Fuori legge l’Autonomia Operaia? La camera? il senato? In qualche seduta ci è sfuggita, essendo il nostro un giornale povero e distratto? E Potere operaio, giusto, quale legge lo ha dichiarato fuori legge? Quando? […] Che fossimo in stato di guerra lo avevano detto fino a ieri soltanto le Brigate Rosse. Ora la pensa così, evidentemente, il governo, che opera per braccio del generale Dalla Chiesa. Due anni fa Moro è stato ucciso a revolverate perché lo stato italiano non volle neppure cercare un contatto con chi lo deteneva come un ostaggio, per impedire che i detentori dell’ostaggio avessero, da ciò, un sia pur vago riconoscimento di esistenza politica. Adesso si riconosce esistenza politica — e di quali dimensioni e temibilità da spostare addirittura l’esercito — a un fantasma, il vago recinto in cui in questi anni sono passati gli spezzoni di Potop e si è formata un’area, fra tutte la meno perimetrabile e definibile, che è quella di Autonomia.

Il Manifesto corregge però il tiro della titolazione il 23 dicembre quando maggiori dettagli si hanno su questa nuova operazione: “Gli arresti del Nord convogliati nell’inchiesta 7 aprile. Obiettivo, dimostrare che il cervello del terrorismo è solo uno, l’Autonomia”. Il quotidiano comunista, che accompagna la cronaca con un altro fondo della Rossanda (“Colpevoli sono, di che si vedrà”), dà anche la notizia che «il consigliere istruttore Gallucci ha emesso dieci ordini di cattura per insurrezione armata contro i poteri dello stato […] un reato molto grave che sposta, non si sa bene in virtù di quale norma territoriale, l’inchiesta a Roma. E’ lecito dunque prevedere, sulla base dell’esperienza, che i nuovi arrestati saranno presto trasferiti in questa città e che diverranno coimputati del gruppo “7 aprile”».
Anche La Stampa di Torino nei titoli non parla più di 7 aprile. La pagina dedicata alla vicenda il 23 dicembre viene racchiusa sotto l’occhiello “L’inchiesta nel nord Italia sull’Autonomia Organizzata”. Due i pezzi principali. La corrispondenza da Padova di Giuliano Marchesini (“I legami Br-autonomi descritti nell’ordine di cattura di Padova”) e la corrispondenza da Milano (“Usciti dalle rivolte del ’68 i docenti adesso accusati di banda armata”). I nuovi arrestati padovani sono tre: Antonio Liverani, Gianantonio Baietta e Antonio Temil. A uno di questi sarebbe stata contestata, a quanto dice La Stampa, anche l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello stato. «Intanto, ecco la conferma che Pietro Calogero ripropone la sua tesi al di là di quelle che sono state le valutazioni dei giudici istruttori sull’indagine 7 aprile». La Stampa riporta anche l’opinione di uno degli avvocati difensori degli arrestati secondo il quale «questa nuova operazione almeno per alcuni degli arrestati non è altro che la conferma dell’intenzione del pubblico ministero padovano di insistere sulla sua teoria». Il quotidiano torinese propone poi un interessante arricchimento. Sotto un unico titolo, “Gli sviluppi del terrorismo: tre nomi, tre storie”, tre pezzi da due colonne ciascuno: “Feltrinelli e i Gap”; “Il sequestro Saronio”; “La morte di Campanile”. Insomma tre storie che toccano direttamente, almeno per le accuse che gli sono mosse, Toni Negri. «La comunicazione giudiziaria — commenta il quotidiano torinese — di per sé non prova nulla, questo è ovvio. Ma il fatto che i magistrati inquirenti leghino il nome di Negri a delitti nefandi come l’assassinio di Campanile e il sequestro e l’uccisione di Saronio, sta ad indicare che, per l’accusa, la posizione del docente di Padova si è ulteriormente aggravata».

Manca ancora dalle pagine dei quotidiani l’identità del “brigatista” che avrebbe vuotato il sacco. Nessuno sembra pensare a Carlo Fioroni, uno degli autori nel ’75 con Carlo Casirati del sequestro e omicidio di Carlo Saronio. Eppure, come si è evidenziato in precedenza, il suo nome era già circolato in più di un’occasione. La “rivelazione” esplode il 27 dicembre, giorno in cui il Corriere della Sera pubblica in prima pagina a sette colonne un riassunto del memoriale di Fioroni sotto il titolo: “Fioroni ha rivelato il patto d’alleanza fra terrorismo e criminalità comune”. A lato un editoriale di Leo Valiani intitolato “Santuari dell’eversione sotto due bandiere”. Come il Corriere sia venuto in possesso di questo documento rimane un giallo: sulla “fuga di notizie” alla Procura di Milano si apre anche un’inchiesta. Ma anche sulla sua natura non c’è certezza: chi dice che si tratti di un vero e proprio memoriale scritto di suo pugno da Fioroni, chi che si tratti invece del verbale di una serie di interrogatori. Di 120, di 78 oppure di 40 cartelle. Fatto sta che arriva nelle mani del Corriere della Sera che ne prende visione e ne pubblica un riassunto. Si tratta di rivelazioni che arrivano fino al 1974 (dall’anno dopo in effetti Fioroni è in carcere anche se per Repubblica invece le notizie arriverebbero fino al 1975).

La situazione è comunque sempre confusa. Girano voci insistenti di nuovi arresti. Mentre Gallucci assorbe anche l’inchiesta milanese (Manifesto 28 dicembre ’79) gira la voce dell’imminente fermo del magistrato Antonio Bevere, collaboratore del Manifesto, di Critica del Diritto e famoso ospite in occasione della cena tra Negri e Alessandrini.
Il 28 l’Unità fa il punto della situazione in prima pagina: “E’ venuto ormai in piena luce un pezzo del «partito armato»”. Sopra, l’occhiello “L’inchiesta si fa più stringente e rivelatrice dopo le deposizioni del «professorino»”. Da notare l’uso di “professorino” (affibbiato a Fioroni già nel 1975 al tempo del processo per il sequestro Saronio). Nella stessa pagina anche un estratto di un’intervista di Pecchioli all’Espresso (“Il vero volto di Autonomia”) e una ricostruzione di Sartori da Padova sulla genesi della nuova inchiesta: “Come i giudici sono risaliti da Fioroni a Negri e Piperno”.
Nei giorni seguenti si precisa il quadro. Sull’Unità del 29 dicembre “Fioroni: faceva capo a Negri il gruppo che sequestrò Saronio” e un commento di Massimo Cavallini “Per salvare Autonomia criminalizzano tutto il ’68”. Su Repubblica nello stesso giorno si spiegano le motivazioni per cui circola il nome di Bevere (nel ’72 interrogò ma non arrestò Fioroni dopo la morte di Feltrinelli) e si riportano le polemiche sulla precedente fuga di notizie (il verbale-memoriale di Fioroni) che avrebbe indotto Casirati a non collaborare. Da notare come sulla stampa quotidiana nessuno, tranne ovviamente il Manifesto, si ponga qualche domanda su Fioroni. Non per dubitare per forza ma perché appare a prima vista almeno singolare che il “professorino” faccia il nome di Negri a quattro anni di distanza dal processo sull’omicidio Saronio, occasione in cui di Negri non aveva affatto parlato e che ci sia invece un grande sforzo per giustificarne lo status di pentito.

Gli strascichi del blitz natalizio offuscano una notizia che avrebbe altrimenti meritato maggior spazio. A Roma il procuratore generale Guido Guasco chiede il rinvio a giudizio per Morucci, Faranda, Alunni, Gallinari, Peci e altri per la strage di via Fani. Non la chiede invece per Negri, Piperno e Pace per i quali richiede un supplemento d’indagine. Il titolo dell’Unità del 29 dicembre ignora questa semplice distinzione e titola “Caso Moro: chiesto il rinvio a giudizio per Negri, Piperno, Morucci, la Faranda e altri 20”. Repubblica invece titola “Anche Toni Negri, Piperno e Pace a giudizio per l’assassinio Moro”.

Il 1979 della stampa italiana non si poteva concludere in modo più significativo con due titoli che non solo, come è avvenuto nel corso dell’anno, omettono oppure “montano”, ma questa volta proprio mentono. Cosa sta succedendo? Alcuni hanno detto che l’inchiesta 7 aprile è franata. Franata magari no, ma sicuramente è molto cambiata. Si era cominciato in aprile con l’individuazione degli assassini di Aldo Moro, con la scoperta che BR e Autonomia (ma anche Prima Linea e tutte le altre organizzazioni terroristiche di sinistra) avevano un vertice comune. Un’unica centrale operativa che aveva sede alla facoltà di Scienze politiche a Padova. A testimoniarlo c’erano gli scritti certo, ma anche le prove e forse un “supertestimone” (che era già Fioroni). Passano i mesi e il quadro cambia. Le prova fonica per il caso Moro diventa sempre meno importante (tanto ci sono altri elementi), Pino Nicotri che doveva essere uno dei telefonisti viene scarcerato. E dopo di lui anche tutti gli assistenti di Negri, a parte il professor Ferrari Bravo, riacquistano la libertà. Del caso Moro si parla sempre meno. I rivoli dell’inchiesta sono mille. Le accuse così tante che già il riassumerle diventa un’impresa improba. Poi a dicembre, con un quadro già stravolto, il secondo blitz. Un blitz di natura diversa che colpisce principalmente a Milano e che la stampa nei primi due giorni fatica a ricollegare con quanto avvenuto in precedenza. Ma poi il quadro si chiarisce. C’è un testimone che ha finalmente deciso di collaborare con la giustizia (ma non è lo stesso che ci doveva essere già ad aprile?). I giornali dicono che finalmente ci sono le prove, ci sono le contestazioni concrete, i fatti di sangue (ma non c’erano già prima?). Forse non saranno proprio i capi del terrorismo come si pensava, se ne deduce, ma almeno volgari assassini, lo devono proprio essere. Come si conclude? Con il rinvio a giudizio per la strage di via Fani per il gruppo di brigatisti e un rinvio tecnico, in attesa di ulteriori verifiche, per il gruppo 7 aprile. Intanto comunque, gli uni e gli altri sono rinchiusi nello stesso carcere, idealmente e fisicamente accomunati. Meglio unire le posizioni, dire che sono tutti rinviati a giudizio salvo poi essere costretti a rettificare (con una certa nonchalance).

6. 1980: due blitz e poi Peci. Il punto di non ritorno

Il 1980 si apre ancora all’insegna delle rivelazione di Fioroni. Sono così tante che i quotidiani sono quasi costretti a pubblicarle a puntate. L’omicidio Saronio, quello di Alceste Campanile, la rapina di Argelato (della quale Negri, accusa Fioroni, sarebbe l’organizzatore) in cui morì il brigadiere Lombardini e altri fatti delittuosi che poi costituiranno la base del processo per Negri. Gli articoli comunque si fanno rarefatti. Non più resoconti giornalieri e servizi complessi (composti da più articoli) ma articoli singoli in corrispondenza delle singole novità. Il 3 gennaio Repubblica dedica un’intera pagina alla requisitoria scritta del PG Guido Guasco che rilancia la tesi del Negri telefonista a casa Moro. Il 4 gennaio l’Unità titola: “Dopo Argelato Negri organizzò la difesa dei quattro assassini”. Il 5 gennaio su Repubblica “Fioroni racconta per ore — Racconta tutto sul caso Campanile”. Dopo Fioroni si decide a collaborare anche Carlo Casirati. Il fatto è preannunciato da illazioni “Fioroni porta nuove prove — spunta un altro superteste” (Repubblica del 16 gennaio) e viene confermato il 22 febbraio: “Anche Casirati accusa Toni Negri e Potere operaio” (Repubblica), “Anche Casirati avrebbe confermato” (l’Unità). Dalla deposizione dell’assassino di Saronio arriva la rivelazione che anche l’assassinio di due missini a Padova nel ’74 fu organizzato da Negri, “Casirati: uomini di Negri e Br uccisero i due missini” (Unità).

Intanto si continua a parlare delle perizie foniche. Non perché i risultati siano giunti (o meglio i risultati delle perizie sono già arrivati a dicembre ma dalla Procura questa volta non viene fatto trapelare proprio nulla), ma perché l’Espresso ha lanciato una singolare iniziativa: allegato al settimanale il lettore trova in edicola un disco che contiene le registrazioni delle voci di Negri e Nicotri (che tra l’altro è libero già da sei mesi) e quelle delle telefonate a Moro. Lo slogan che accompagna il “gadget” è: “Fate da voi la perizia fonica”. Tutti i giornali commentano negativamente la stravagante uscita. Visto che ci sono ne approfittano per dare, in fondo all’articolo, anche qualche notizia sulle perizie vere e proprie. Come il Corriere della Sera del 19 gennaio ’80 che in fondo al pezzo “Per il disco con le «voci» incriminato «L’espresso»” informa il lettore che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Negri e Nicotri contro le perizie foniche affidate a Oscar Tosi. Il Corriere, da buon giornale, approfondisce la questione pochi giorni dopo sul “Corriere Medico”, un supplemento del quotidiano, intervistando direttamente Oscar Tosi. Il titolo (“Come ho scoperto che Toni Negri telefonò a casa Moro”) e il testo dell’articolo non lasciano spazio a dubbi riguardo l’indubitabile colpevolezza del professore padovano mentre sembrano scagionare Nicotri. «Le perizie da lei effettuate hanno confermato o smentito i sospetti» chiede l’intervistatore Lando Landi. «Sì e no. Nel senso che mentre ho potuto confermare che Toni Negri ha fatto una telefonata sono anche giunto alla conclusione che il giornalista non è riconoscibile in alcuna delle intercettazioni sottoposte a perizia». Il professor Tosi poi, sollecitato dal supplemento scientifico, descrive minuziosamente il suo software. Ma il giornalista giustamente incalza sul riconoscimento delle voci. «Lei dice parere, ossia opinione o giudizio strettamente personale. Pensavamo che si trattasse di una certezza assoluta e inconfutabile..», continua Landi. «La parola assoluto non esiste nel campo delle scienze. Tutto è relativo», è la curiosa risposta di Tosi. Il professore poi rivela che la conclusione relativa al confronto tra la voce di Negri e quella del telefonista di casa Moro è definita dall’espressione «alto livello di fiducia che le voci ascoltate ed esaminate provengano dalla stessa persona». Il servizio è corredato da una bella illustrazione: il professor Negri, in ombra, con la cornetta del telefono in mano.

Il 24 gennaio 1980 scatta un nuovo mini-blitz. Dieci arresti, nuovi ordini di cattura per imputati già in carcere. La nuova operazione si basa sulle rivelazioni di Carlo Casirati, responsabile della morte di Saronio assieme a Fioroni. L’Unità titola il 25 gennaio in prima pagina a due colonne “Autonomia-BR: dieci arresti per rapine e sequestri”:

A oltre un mese dal 21 dicembre i magistrati di Milano e di Padova hanno emesso ieri venti ordini di cattura. Otto di questi riguardano imputati già detenuti: due riguardano altrettanti latitanti; gli altri dieci, invece, si riferiscono a nomi nuovi. […] I reati contestati sono vari e vanno dalla banda armata (per tutti) a rapine, furti, tentati sequestri di persona. Il quadro accusatorio che ne risulta è imponente e conferma, ancora una volta, gli stretti legami intercorsi tra la malavita e l’organizzazione “politica” che ruotava intorno a Negri.

L’accusa principale riguarda il tentato sequestro di Giuseppe Duina, figlio del presidente del Milan, alla vigilia di Natale del 1974. E poi furti vari, rapine, ricettazione di documenti e la sottrazione di una preziosa collezione di francobolli. L’Unità dettaglia il tutto con tre pezzi a pagina cinque. A lato anche un pezzo sugli sviluppi reggiani del delitto Campanile.
Tema identico per Repubblica che dedica al caso l’intera pagina 11 del giornale con un pezzo principale intitolato “Questo blitz è partito da Casirati”. Da registrare che Repubblica, a differenza dell’Unità riporta anche le forti preoccupazioni e la cautela dell’avvocato di Fioroni sulle dichiarazioni di Casirati per il timore che «l’organizzazione clandestina abbia affidato a Casirati il compito di smontare Fioroni e screditare l’inchiesta con false dichiarazioni da ritrattare poi al momento opportuno». Il Corriere è forse il giornale che al mini blitz dedica lo spazio maggiore: addirittura quattro colonne in prima pagina, “Altri dieci (tre professori) arrestati dopo le confessioni dei brigatisti pentiti. Negri accusato di rapina”. Il servizio è accompagnato da un commento, sempre in prima, di Giancarlo Pertegato: “In rotta di collisione con i mercenari”.
Il Manifesto a stare dietro alla cronaca oramai nemmeno ci pensa più e attende che gli eventi si chiariscano. Tanto che il 25 gennaio, mentre tutti gli altri quotidiani riportano la notizia del blitz, pubblica tranquillamente un intervento di Carlo Formenti in due puntate (la successiva viene pubblicata il giorno seguente) che si chiede “E’ possibile, nel clima del 7 aprile e del 21 dicembre una critica a Negri senza farne un bersaglio simbolico?”. La notizia del mini-blitz compare sul Manifesto solo il 27 gennaio in ultima pagina. A bocce ferme, possiamo dire. Il breve articolo titola ironicamente “E’ ufficiale, Casirati ha raccontato Fioroni”.

L’Unità intanto continua a trovare conferme alla teoria del collegamento operativo tra BR e Autonomia. Sulla scorta del recente omicidio di Giorgio Gori in Veneto da parte delle BR (e quindi del loro riaffacciarsi nella regione dopo quasi cinque anni di assenza) Sartori deduce che sia in atto una vera e propria «staffetta» tra queste e Autonomia. La teoria è spiegata con dovizia di particolari in un articolo pubblicato il 31 gennaio del 1980 “Le BR danno il cambio all’Autonomia in Veneto”. Come si è accennato è noto che questa è una delle due teorie per spiegare il riaffacciarsi delle BR in Veneto. L’altra teoria (che finché c’era Autonomia non ci fosse spazio “politico” per le BR) l’Unità, e questo articolo lo conferma, non la prende nemmeno in considerazione.
E poi il silenzio, fino al blitz di marzo, interrotto solamente da un articolo semicelebrativo dell’Unità, pubblicato il 15 febbraio, che fa il punto delle indagini a 50 giorni dal blitz del 21 aprile. “Una trama di delitti che arriva al ’79”, il titolo. E il significativo sommario: “Spataro, Carnevali e Michelini sono andati ben oltre le «rivelazioni» di Carlo Fioroni — Furti, attentati, la rapina di Argelato, i delitti Saronio e Campanile, la barbara uccisione di Alessandrini”. Tutto scritto come accertato. Non accuse ma fatti.

Nella sostanza — scrive Ibio Paolucci — si trattava delle stesse accuse contestate il 7 aprile. La “novità” era rappresentata dalla mole imponente dei delitti di cui venivano accusati gli imputati. In altre parole, la speciosa campagna sulla cosiddetta criminalizzazione del dissenso veniva spazzata via dai provvedimenti giudiziari adottati il 21 dicembre. Le differenza stellari tra l’Autonomia Organizzata e i gruppi terroristici venivano cancellate dalle confessioni sconvolgenti di Carlo Fioroni e di altri imputati e testimoni.

Si arriva così al blitz dell’11 marzo 1980, quello che nella definizione comune interessa i quadri intermedi dell’Autonomia. L’Unità titola in prima pagina, taglio basso, a quattro colonne: “Una nuova ondata di arresti a Padova: accusati di banda armata 24 autonomi”. All’interno, a pagina cinque, la notizia si sviluppa in due articoli di Sartori. La cronaca (“Questa volta l’inchiesta ha colpito i quadri intermedi dell’Autonomia”) e un espressivo articolo che riassume la storia dell’Autonomia veneta secondo il PCI: “In tre anni quasi mille attentati (e c’è chi parla di spontaneità!)”. Da notare l’uso insolito di parentesi e punto esclamativo nella titolazione. Nel sommario: “Come i giudici hanno messo a fuoco la struttura, pubblica e clandestina, dell’Autonomia — un identikit che ciascuno poteva farsi da solo — 65 sigle”. «E’ un nuovo colpo all’eversione. E di quelli pesanti — scrive Sartori — Dopo i dirigenti, stavolta è toccato ai quadri intermedi dell’Autonomia organizzata e armata. In tribunale la definiscono una fascia di persone collocata in buona parte tra i leaders e i manovali. Insomma gli ufficiali autonomi. […] Le prove, stavolta le hanno dunque portate i carabinieri finora piuttosto disimpegnati a Padova sul fronte dell’antiterrorismo. Dalle parole di Fais sembrano prove convincenti, vagliate e giudicate “determinanti e irreversibili” da tre magistrati». Sartori nell’elenco degli arrestati aggiunge anche singolari particolari quali: «Molinari è il violento leader del comitato di lotta di scienze politiche, di recente laureatosi con 110 e lode, relatore Ferruccio Gambino, il docente raggiunto da una comunicazione giudiziaria per associazione sovversiva». Non si capisce, sinceramente, se sia un elemento di colpevolezza a carico di Molinari che si è laureato con un sospetto terrorista, di Gambino che è stato relatore di un arrestato oppure dell’Università di Padova che consegna diplomi a un presunto terrorista sottoscritti da un altro presunto terrorista. E comunque, di terroristi, aggiungerebbe l’Unità se avesse spazio, l’Università di Padova sembra sfornarne parecchi.
Repubblica pubblica la notizia a tre colonne in prima pagina (taglio medio) con il titolo “Terzo blitz di Calogero in carcere 24 autonomi”. I blitz al momento sono quattro, non si capisce quale la Repubblica abbia sottratto al magistrato padovano (probabilmente il mini blitz di gennaio seguito alle rivelazioni di Casirati) tanto che in articolo del 6 aprile 1980 riparlerà di questo come del “quarto blitz di Calogero”. All’interno anche un pezzo che parla dell’identità degli arrestati: “Nella retata la Padova che conta”. Dopo la definizione dell’Unità che aveva parlato di “quadri intermedi”, Repubblica parla di arrestati che sono «il legame tra la teoria e i fatti». Considerevolmente maggiori le informazioni sull’operazione rispetto all’organo del PCI. Minori le certezze e maggiori i dubbi.

(12-CONTINUA)

(11-PARTE)

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Dodicesima parte was last modified: febbraio 21st, 2015 by glianni70.it

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